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XXXIV…

Part 4 of 9 · Dumas, Alexandre, Maquet, Auguste · Public domain text

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Contents (88)
  1. Opening under 1 min
  2. I about 14 min
  3. II about 12 min
  4. III about 18 min
  5. IV about 13 min
  6. V about 6 min
  7. VI about 8 min
  8. VII about 11 min
  9. VIII about 9 min
  10. IX about 10 min
  11. X about 8 min
  12. XI about 13 min
  13. XII about 8 min
  14. XIII about 11 min
  15. XIV about 8 min
  16. XV about 12 min
  17. XVI about 11 min
  18. XVII about 14 min
  19. XVIII about 8 min
  20. XIX about 15 min
  21. XX about 15 min
  22. XXI about 13 min
  23. XXII about 18 min
  24. XXIII about 20 min
  25. XXIV about 11 min
  26. XXV about 14 min
  27. XXVI about 11 min
  28. XXVII about 7 min
  29. XXVIII about 11 min
  30. XXIX about 9 min
  31. XXX about 10 min
  32. XXXI about 7 min
  33. XXXII about 13 min
  34. XXXIII about 9 min
  35. XXXIV about 13 min
  36. XXXV about 7 min
  37. XXXVI about 7 min
  38. XXXVII about 15 min
  39. XXXVIII about 12 min
  40. XXXIX about 7 min
  41. XL about 10 min
  42. XLI about 8 min
  43. XLII about 11 min
  44. XLIII about 6 min
  45. XLIV about 11 min
  46. XLV about 15 min
  47. XLVI about 10 min
  48. XLVII about 24 min
  49. XLVIII about 13 min
  50. XLIX about 7 min
  51. L about 10 min
  52. LI about 15 min
  53. LII about 8 min
  54. LIII about 8 min
  55. LIV about 13 min
  56. LV about 16 min
  57. LVI about 11 min
  58. LVII about 13 min
  59. LVIII about 11 min
  60. LIX about 11 min
  61. LX about 6 min
  62. LXI about 8 min
  63. LXII about 10 min
  64. LXIII about 10 min
  65. LXIV about 11 min
  66. LXV about 14 min
  67. LXVI about 9 min
  68. LXVII about 9 min
  69. LXVIII about 14 min
  70. LXIX about 12 min
  71. LXX about 11 min
  72. LXXI about 10 min
  73. LXXII about 12 min
  74. LXXIII about 9 min
  75. LXXIV about 13 min
  76. LXXV about 15 min
  77. LXXVI about 18 min
  78. LXXVII about 10 min
  79. LXXVIII about 12 min
  80. LXXIX about 10 min
  81. LXXX about 11 min
  82. LXXXI about 18 min
  83. LXXXII about 14 min
  84. LXXXIII about 11 min
  85. LXXXIV about 7 min
  86. LXXXV about 6 min
  87. LXXXVI about 9 min
  88. LXXXVII about 1 h 24 min

Continue:

XXXIV

Il supposto monaco.

Stavano stesi due uomini, uno immobile, in terra bocconi, trafitto da tre palle, in un botro di sangue. Quegli era morto.

L’altro appoggiato al tronco di un albero dai due lacchè, levando gli occhi al cielo e a mani giunte, faceva una caldissima preghiera. Da una palla eragli stata rotta la parte superiore della coscia.

I giovani avvicinatisi prima all’estinto, si guardarono attoniti.

«È un prete; disse Bragelonne. Oh! maladetti! che portano le mani sui ministri di Dio!

«Venite qui, signore, disse Urbano, vecchio soldato che aveva fatte tutte le campagne col duca, venite qui; con quello nulla v’è da far più, mentre si può forse tuttora salvar questo».

Il ferito diede un mesto sorriso.

«Salvarmi!.... fece, oh no! ma ajutarmi a morire sì.

«Siete prete? domandò Raolo.

«No, signore.

«Ma il vostro infelice compagno mi è sembrato un ecclesiastico.

«È il curato di Bethune; recava in luogo sicuro i vasi sacri della sua chiesa e il tesoro del capitolo, perchè jeri il signor Principe abbandonò la nostra città e domani probabilmente vi sarà lo Spagnuolo. E siccome si sapeva che delle brigate nemiche percorrevano la campagna, e la gita era pericolosa, nessuno ha voluto accompagnarlo, e mi sono offerto io.

«E gli sciagurati vi hanno assaliti! e hanno tirato ad un sacerdote!

«Signori, seguitò il meschino osservandosi attorno, soffro di molto, eppure bramerei essere trasportato in qualche casa....

«Ove possiate aver assistenza, lo interruppe di Guiche.

«No, ma ove possa confessarmi.

«Ma v’è caso, soggiunse Raolo, che non siate in sì gran rischio quanto credete.

«Eh! date retta a me, non v’è tempo da perdere; la palla ha rotto l’osso della coscia e penetrato sino agl’intestini.

«Siete medico? domandò il conte.

«No, ma m’intendo un poco di ferite, e la mia è mortale, procurate perciò di trasportarmi in luogo ove mi sia dato di trovare un prete, o pigliatevi l’incomodo di condurmene uno qui, e Dio vi premierà per così santa azione; bisogna salvarmi l’anima, chè il corpo è perduto.

«Oh! morire facendo un’opera buona, non può essere: Iddio vi assisterà.

«Signori, in nome del cielo, disse l’infelice raccogliendo tutte le sue forze come per alzarsi, non ispendiamo tempo in parole inutili; o ajutatemi ad arrivar al prossimo villaggio, o giuratemi sulla salute dell’anima vostra che mi manderete qui il primo monaco, il primo curato, il primo prete che incontrate.... Ma (continuava nel massimo tuono di disperazione) forse nessuno oserà venire, perchè si dice che gli Spagnuoli girano per la campagna, ed io morrò senza assoluzione.... Mio Dio! mio Dio!.... non permetterete questo, non è vero? sarebbe troppo terribile!»

L’accento di terrore con cui quell’uomo mandava quest’ultima esclamazione fece raccapricciare i due giovanetti.

«Quietatevi, disse di Guiche, io vi giuro che avrete fra poco la consolazione da voi domandata. Diteci soltanto dov’è una abitazione in cui possiamo chiedere soccorso, ed un villaggio ove si possa andar in cerca di un ecclesiastico.

«Grazie, e Iddio vi ricompensi! v’è una locanda distante di qui mezza lega prendendo giù per questa strada, e una lega circa dopo la locanda è il villaggio di Grency. Andate dal curato; s’esso non è in casa, entrate nel convento degli Agostiniani, che è l’ultimo stabile a man diritta, e inviatemi uno, frate o prete, purchè abbia ricevuta dalla nostra Santa Chiesa la facoltà di assolvere in articulo mortis.

«Signor d’Arminges, disse di Guiche, trattenetevi presso questo sventurato e fate che sia trasportato adagio adagio; formate una barella con dei rami d’albero; metteteci tutti i nostri ferrajuoli; due dei nostri lacchè la sosterranno ed uno starà pronto a subentrare a quello che primo sia stanco. Il visconte ed io andiamo in traccia di un sacerdote.

«Andate, rispose l’ajo, ma per carità, non vi esponete!

«Non dubitate. E poi, per oggi siamo salvi: conoscete pure l’assioma: Non bis in eodem.

«Coraggio, signore! disse Bragelonne al ferito, si va ad eseguire la vostra brama.

«Dio vi benedica, signori! fece l’infermo con espressione indicibile di gratitudine».

E i due gentiluomini si partirono di galoppo nella direzione indicata, frattanto che il precettore del conte di Guiche presiedeva alla formazione della bara.

In dieci minuti i giovanetti distinsero l’albergo.

Raolo, senza scendere da cavallo, chiamò l’oste, lo avvertì che sarebbe condotto là a momenti un ferito, e lo pregò di apparecchiare quanto poteva abbisognare alla medicatura, cioè il letto, le fascie, le fila, invitandolo inoltre, qualora conoscesse nelle vicinanze qualche dottore o chirurgo, a mandarlo a cercare, assumendo egli di pagare il messaggiero.

Il locandiere che vide due signori vestiti con isfarzo, promise tutto ciò che gli chiesero, e i nostri due cavalieri, dopo aver assistito ai preparativi del ricevimento se ne andarono da capo solleciti inverso Grency.

Avevano fatto più di una lega e scorgevano già le prime abitazioni del villaggio, i di cui tetti coperti da tegoli rossicci spiccavano fortemente in fra i verdi alberi che le circondavano, quando ecco venire incontro a loro sopra una mula un povero monaco, che dal cappellone largo e dalla giubba di lana bigia si ebbero tosto per un fratello Agostiniano. E questa volta pareva che il caso mandasse ad essi ciò che volevano.

Si appressarono al religioso.

Era un tale da venti a ventitrè anni, ma dalle pratiche ascetiche in apparenza invecchiato. Era pallido, non già di quel colore smorto che è anco una bellezza, ma di un giallo bilioso; i suoi capelli corti oltrepassando appena il cerchio che il cappello gli segnava attorno alla fronte, erano di un biondo chiaro, e le pupille di un lievissimo color cilestro sembravano prive dello sguardo.

«Signore, disse Raolo con la consueta cortesia, siete ecclesiastico?

«Perchè questa domanda? fece l’altro con indifferenza poco men che incivile.

«Per saperlo, ribattè con alterigia de Guiche».

Lo straniero picchiò col calcagno la mula e continuò pel suo viaggio.

Di Guiche in un salto gli fu davanti a impedirgli il passo.

«Rispondete! siete stato interrogato pulitamente, e a qualunque domanda conviensi una risposta.

«Suppongo di esser libero di dire o no chi io mi sia alle due prime persone che mi capitano col ghiribizzo d’interrogarmi».

Di Guiche stentò a frenarsi dall’estrema volontà venutagli di romper le ossa a colui; e procurando vincere sè stesso, gli disse:

«Già noi non siamo le prime persone che capitino; questo mio amico è il visconte di Bragelonne, ed io sono il conte Guiche. Poi, non è per ghiribizzo che vi facciamo la nostra richiesta, poichè là v’è un uomo ferito, moribondo, che reclama i soccorsi della Chiesa. Siete prete? in nome dell’umanità, io v’intimo di venir meco in soccorso a quel tale; non lo siete? Oh! allora è tutt’altro, ed in nome della cortesia, che tanto mi pare a voi ignota, vi avverto che saprò gastigarvi della vostra insolenza».

Il monaco diventò in viso paonazzo, e sorrise in modo così strano, che Raolo, il quale non lo perdeva di vista, sentì quel sorriso premergli il cuore alla guisa di un insulto.

«Dev’essere qualche spione spagnuolo o fiammingo, e’ disse ponendo mano alle pistole».

A Raolo rispose uno sguardo minaccioso e simile a un baleno.

«Ebbene? fece di Guiche, rispondete sì o no?

«Sono prete, replicò l’altro».

E nel volto assunse di nuovo la solita sua calma.

«Allora, o padre, soggiunse Bragelonne, rimesse le pistole nelle tasche e data alla sua favella un accento rispettoso, che però non veniva dal cuore, allora, troverete adesso, se siete prete, secondo vi ha accennato il mio amico, la occasione di esercitare la vostra professione; viene verso noi un infelice ferito e deve fermarsi alla vicina locanda; domanda l’assistenza di un ministro di Dio, e lo accompagnano i nostri servi.

«Vado sull’atto, disse il monaco».

E coi tacchi delle scarpe picchiava la mula.

«Se mai non vi andaste, gli replicò di Guiche, state pure persuaso che abbiamo cavalli capaci di raggiungervi, tanto credito da farvi arrestare dovunque siate, e presto sarà deciso il processo: da per tutto si trovano un albero ed una corda».

Il monaco ripetè.

«Vado sull’atto».

E s’incamminò.

«Seguitiamolo, propose di Guiche, saremo più sicuri.

«Volevo suggerirvelo, disse Bragelonne».

Ed entrambi si avviarono seguitando il frate a un tiro di pistola.

Indi a cinque minuti quegli si volse a guardare se lo seguivano.

«Che vi pare? fece Raolo, abbiamo fatto bene.

«Che brutta faccia ha egli mai! disse il contino.

«Orribile! e specialmente la fisonomia!.... i capelli, gli occhi foschi, le labbra che si contraggono alle minime sue parole.

«Sì, sì, replicò di Guiche, il quale era stato meno a badare a quelle circostanze poichè egli chiaccherava mentre Raolo durava ad osservare, sì, è una figura stranissima; ma questi frati sono soggetti a tali pratiche, a tali digiuni, a tai colpi di disciplina, che a forza di piangere i beni della vita per loro perduti e di cui noi godiamo, e’ si guastano gli occhi.

«In conclusione, seguitò Raolo, questo pover’uomo avrà il prete, ma in verità il penitente mi ha miglior aspetto che il confessore.

«Ah! disse di Guiche, non capite che questo è uno di quei fratelli mendicanti che girano in qua o in là? sono forestieri, la maggior parte Scozzesi, Danesi, Irlandesi. Ne ho visti parecchi!

«Così macilenti?

«No, ma all’incirca.

«E il misero ferito morrà fra le mani di quest’uomo?

«Mio caro, l’assoluzione viene da Dio stesso.... oh! in quanto a colui vi vedevo bene toccare il pomo della pistola quasi aveste voglia di spaccargli il cranio.

«È vero, conte; è singolare, e vi sorprenderà, ma all’aspetto di quell’uomo ho provato un tale orrore da non potersi definire. Vi è accaduto per la via di far muovere un serpente?

«Mai, fece Guiche.

«Ebbene, a me codesto è successo nelle nostre macchie del Blaisois, e mi ricordo che all’aspetto del primo che mi guardava con occhio fosco, ripiegatosi sopra di sè, scuotendo il capo ed agitando la lingua, rimasi pallido e fermo, e come esanime sino al punto in cui il conte di la Fère....

«Vostro padre? domandò di Guiche.

«No, il mio tutore, rispose Raolo».

Ed arrossiva.

«Benone!

«Sino al punto in cui il conte di la Fère mi disse: — Animo, Bragelonne, sguainate! — Allora poi corsi contro al rettile, e lo troncai in due pezzi mentre si rizzava sulla coda per venirmi egli stesso dinanzi. Ecco, vi giuro, che provai la medesima sensazione al mirare quell’uomo quando pronunziò: — E perchè tal domanda? — e mi osservò fisso in volto.

«Sicchè vi duole di non averlo ridotto in due brani come il serpe?

«Direi quasi di sì, confermò Bragelonne».

La comitiva arrivava alle viste della piccola locanda, e dall’altro lato si scorgeva l’accompagnamento del ferito che s’inoltrava guidato dal signor d’Arminges. Due uomini portavano il moribondo, e conducevano a mano i cavalli.

I giovanetti diedero di sprone.

«Ecco il ferito, disse di Guiche passando accanto al creduto frate Agostiniano, abbiate la bontà di sollecitarvi».

Allora i due amici precederono il monaco anzi che essergli dietro. Si accostarono all’infermo ad annunziargli sì buona notizia. Questi si sollevò alquanto a guardare nella direzione indicatagli, e adocchiato quei che supponeva un religioso, e che veniva, ricadde supino con un raggio di allegrezza nel sembiante.

«Adesso, dissero i due gentiluomini, abbiamo fatto per voi tutto quel che potevamo, e siccome abbiamo premura di riunirci all’armata del signor Principe, proseguiremo il nostro viaggio; ci scuserete signore? si dice che vi debba essere una battaglia, e non vorremmo arrivare un giorno dopo.

«Andate signori, replicò l’ammalato e siate benedetti tutti due di tanta vostra pietà; realmente, e come dite, per me faceste quanto era in vostro potere; io non posso altro che dirvi anco una volta: Dio vi conservi, e voi e quelli che vi son cari!

«Signor d’Arminges, avvertì il conte di Guiche, noi andiamo innanzi; ci raggiungerete sulla strada di Cambrin».

L’oste stava sul portone, ed aveva apparecchiato tutto, e letto e fascie e fila; ed un palafreniere era ito per un medico a Lens, città la più prossima.

«Non ci pensate, disse il locandiere, sarà eseguito il vostro desiderio; ma voi signore, non vi trattenete a far curare la vostra ferita?

«Oh! la mia è un nulla, rispose il visconte, ed avrò tempo di occuparmene alla prima fermata. Soltanto favorite se vedete passare un cavalcante, e se questo vi domanda di un giovane che va sopra un cavallo sauro accompagnato da un lacchè, dirgli che mi avete veduto, che ho continuato il mio cammino, e mi propongo di pranzare a Mazingarbe e pernottare a Chambrin; quegli è un mio servitore.

«Non sarebbe meglio e per maggior sicurezza, fece l’oste, che io gli domandassi il suo nome e gli dicessi il vostro?

«Non v’è male ad usar troppe precauzioni: mi chiamo visconte di Bragelonne, ed egli Grimaud».

Nel momento arrivavano da una parte l’infermo e dall’altra il monaco. I due giovani si trassero indietro a lasciar passare la barella. Colui smontava dalla mula e ordinava la si portasse alla stalla senza levarle la sella.

«Padre, disse Guiche, vi raccomandiamo quel buon uomo, e in quanto alla vostra spesa qui alla locanda è tutta pagata.

«Grazie, signore, ribattè il religioso con un altro di quei sorrisi che aveano fatto raccapricciare Bragelonne.

«Venite, conte, seguitò Raolo che pareva per istinto non potesse sopportare la presenza del frate, qui non mi sento bene.

«Grazie! ripetè il ferito, e non vi scordate di me nelle vostre orazioni.

«Contateci pure», promise Guiche avviandosi appresso a Bragelonne, che era avanti di una ventina di passi.

In quell’istante entrava in casa la barella recata dai due domestici. L’oste e la moglie, accorsi subito, stavano ritti sui gradini della scala. Il ferito mostrava patire doglie atroci, e non avere bensì altro pensiero che di sapere se il sacerdote lo seguiva.

Adocchiato quell’uomo pallido e insanguinato, la donna afferrò con impeto pel braccio il marito:

«Che c’è? chiese costui, ti senti male, per combinazione?

«No, ma guarda!»

E la locandiera accennava l’ammalato al consorte.

«Veh, fece questo, e’ mi pare aggravato.

«Non è questo, riprese la moglie tremando, ti domando se lo riconosci.

«Lui?.... ma aspetta un po!....

«Ah! capisco che lo riconosci, poichè anche tu diventi giallo.

«Davvero! esclamò l’oste, guai alla nostra casa! guai! gli è l’antico boja di Bethune!

«L’antico boja di Bethune! borbottò il fraticello retrocedendo alquanto e dando indizio alla faccia della ripugnanza che gli ispirava il suo penitente.

D’Arminges che rimaneva accanto all’uscio si accorse della sua titubanza.

«Signore, disse, benchè sia, o sia stato carnefice, per questo non cessa d’essere un uomo. Rendetegli l’ultimo ufficio che da voi reclama, e l’opera vostra sarà anco più meritoria».

Il religioso non parlò, ma andò in silenzio verso la camera a terreno dove i due servi aveano messo il moribondo sur un letto.

I lacchè, vedendo appressarsi il ministro, uscirono e chiusero la porta.

D’Arminges ed Olivain gli attendevano; saltarono a cavallo, e tutti quattro corsero via di trotto per la medesima strada alla fine della quale erano spariti Raolo ed il suo compagno.

Nel punto in cui se ne andavano l’ajo e la sua scorta, si fermò un nuovo viaggiatore all’ingresso dell’albergo.

«Che comanda il signore? domandò l’oste tuttavia pallido e sconcertato per la scoperta da lui fatta.

Il forestiero fece il cenno di uno che beva, e smontato ammiccò il suo cavallo facendo il cenno di uno che striglia.

«Oh diamine! disse il locandiere fra sè, pare che questo sia mutolo! E dove volete bere! lo richiese.

«Qui, disse lo straniero indicando una tavola.

«Avevo sbagliato, si riprese l’oste, non è muto del tutto».

E fe’ una riverenza, e andò a pigliare una bottiglia di vino e dei biscotti, e li mise davanti all’ospite suo taciturno.

«Vossignoria non comanda altro?

«Sì.

«Che cosa?

«Sapere se avete veduto passare un giovane gentiluomo di quindici anni sopra un caval sauro, seguito da un lacchè.

«Il visconte di Bragelonne?

«Per l’appunto.

«Dunque siete voi il signor Grimaud?»

Il forestiero ammiccò di sì.

«Ebbene! il vostro padroncino era qui un quarto d’ora fa; pranzerà a Mazingarde, e pernotterà a Cambrin.

«Quanto c’è da qui a Mazingarde?

«Due leghe e mezza.

«Grazie».

Grimaud, sicuro d’incontrare verso sera il suo padrone, parve più quieto, si asciugò la fronte mescendosi un bicchier di vino che trincò senza fiatare.

Aveva posato il bicchiere sul tavolino e si disponeva a riempirlo, quando si partì un grido terribile dalla camera ov’erano il monaco e il moribondo.

Grimaud si alzò in un istante.

«Che roba è? di dove viene quest’urlo?

«Dalla stanza del ferito, disse l’oste.

«Che ferito? domandò Grimaud.

«L’antico boia di Bethune, ch’è stato assassinato da alcuni partigiani spagnuoli e portato qui, e adesso si confessa.... sembra che patisca di molto.

«Boia di Bethune! fece Grimaud procurando di ricordarsi, un uomo di cinquantacinque o sessant’anni, alto, robusto, bruno, di capelli e barba nera?

«Giusto! salvo che la barba dà sul bigio e i capelli son diventati bianchi. Lo conoscete?

«L’ho visto una volta».

Ed a Grimaud si aggrinzò la fronte pel quadro che gli presentava una tale reminiscenza.

La donna era corsa tremando.

«Hai inteso? disse al marito.

«Sì», rispose questi, osservando dalla parte dell’uscio.

Tosto si udì un grido meno forte del primo, ma succeduto da un lungo gemito.

I tre si guardarono rabbrividiti.

«Bisogna vedere che cosa v’è, disse Grimaud.

«Pare un urlo di qualcuno che si ammazzi! borbottò l’oste.

«Gesù!» fece la moglie, e si faceva il segno della croce.

Noi sappiamo che Grimaud, se parlava poco, agiva assai. Si slanciò verso la porta e la scosse con violenza; ma ella era chiusa per di dentro con un chiavistello.

«Aprite! strillò il locandiere, signor monaco, aprite subito!»

Nessuno rispose.

«Aprite, o che sfondo!» strepitò Grimaud.

Uguale silenzio.

Grimaud girò gli occhi attorno, e scorse un palo di ferro che per casualità si trovava in un canto; l’afferrò, e prima che l’albergatore avesse potuto opporsi al suo disegno, la porta era rotta.

La camera era inondata dal sangue che passava tra le materasse. Il ferito non parlava, ma mandava un tristo rantolo. Il frate non v’era più.

«Il monaco? gridò il taverniere, dov’è? dov’è?»

Grimaud si affacciò ad una finestra che dava sul cortile ed esclamò:

«Sarà scappato di là!

«Credete? così fece l’oste spaventato. Cameriere, mirate se almeno la mula è nella stalla.

«Niente mula!» urlò quello a cui era diretta la domanda.

Grimaud aggrottò le ciglia. Il locandiere, a mani giunte, volgeva attorno gli occhi con sospetto. La consorte, non avendo osato d’entrare, se ne stava zitta e sbigottita sulla soglia.

Grimaud si appressò al ferito, esaminando quelle fattezze grossolane e marcate che gli riproducevano tremende ricordanze.

E dopo un momento di truce e tacita contemplazione egli disse:

«Non v’è più dubbio! è desso!

«E sempre vivo? chiese l’oste»

Grimaud, senza replicare, gli sfibbiò la sottoveste per tastargli il cuore mentre il locandiere pure si avvicinava. Però ad un tratto rinculavano ambedue, l’oste con un grido di paura, Grimaud impallidito.

La lama del pugnale era cacciata sino all’elsa dalla parte sinistra del petto del carnefice.

«Correte a cercare ajuto! disse Grimaud, io resterò presso di lui».

L’oste uscì di camera fuori di sè. La moglie era giù scappata udendo l’urlo dello sposo.

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XXXV

Colloquio segreto.

Ecco ciò ch’era avvenuto.

Noi già vedemmo che non per sua volontà, ma anzi a mal in cuore, il soggetto qualificatosi per monaco seguitava il ferito raccomandatogli in modo tanto singolare; chi sa che non avesse tentato di fuggire ove gli fosse riuscito possibile? Ma le minacce dei due gentiluomini, la scorta rimasta indietro ad essi, e che di sicuro avea ricevute loro istruzioni, e finalmente per dirle tutte, anco la riflessione, lo aveano indotto a far sino all’ultimo, senza mostrare troppa contrarietà, la parte da lui assunta di confessore, ed entrato oramai in camera si accostò al letto dell’ammalato.

Il boia esaminò, con l’occhiata rapida ch’è particolare a quelli che stanno per morire e in conseguenza non han tempo da perdere, la faccia di colui ch’esser doveva il suo consolatore; fece un atto di sorpresa, e disse, come avesse un presentimento:

«Padre, siete molto giovane.

«Non v’è età per le genti che indossano vesti simili alle mie, aspramente rispose il frate.

«Ohimè! padre, parlatemi con più dolcezza, ho bisogno di un amico nelle ore estreme.

«Patite di molto?

«Sì, ma assai più dell’anima che del corpo.

«Vi salveremo l’anima.... ma prima di entrare in confessione, ditemi: siete realmente il carnefice di Bethune come dicevano quelli di fuori?

«Cioè, fece con impeto il ferito, il qual temeva che il titolo di carnefice allontanasse da lui gli ultimi soccorsi che reclamava, cioè lo fui, ma non lo sono più; da quindici anni ho ceduto il mio impiego. Figuro sempre nelle esecuzioni, ma non do il colpo io, oh no!

«Sicchè, avete orrore del vostro mestiere?»

L’infermo diede un sospiro.

«Sino a tanto che non uccisi se non in nome della legge e della giustizia, il mio mestiere mi lasciò dormir quieto, protetto com’ero dalla giustizia e dalla legge; ma dalla terribil notte in cui servii di stromento a una vendetta particolare e con odio levai la spada sopra una creatura di Dio, da quel punto....»

Il boia si tacque muovendo il capo in atto di disperazione.

«Parlate, disse l’altro che si era assiso e cominciava a pigliare interesse a un racconto che si annunziava in maniera così strana.

«Ah! esclamò il moribondo con lo slancio di un dolore per lungo tempo frenato, e che termina con isfogarsi, eppure ho procurato di estinguere questo rimorso mediante venti anni di opere buone; mi sono spogliato della ferocia naturale a quelli che spargono il sangue; in tutte le occasioni ho esposta la mia vita per salvarla a quei ch’erano in pericolo, ed ho conservato alla terra delle esistenze umane in ricambio delle altre che le avevo tolte. Nè questo basta: i beni acquistati nell’esercizio della mia professione, gli ho distribuiti ai poveri, sono diventato assiduo a frequentare le chiese, e le genti che mi schivavano si sono assuefatte a vedermi. Tutti mi hanno perdonato, taluni ancora mi hanno amato, e ora chiedo che Iddio mi perdoni, giacchè mi perseguita la rimembranza di quell’esecuzione; ogni notte mi pare di veder alzarsi davanti a me lo spettro di quella donna.

«Una donna! dunque assassinaste una donna!

«E anche voi fate uso di codesto vocabolo che mi rintrona alle orecchie: — assassinata! — Dunque l’ho assassinata! e non giustiziata? sicchè sono un assassino, e non un giustiziere?»

E l’infermo chiuse gli occhi mandando un gemito.

E bisogna che l’altro temesse ch’egli avesse a spirare senza dir di più, poichè replicò in fretta:

«Continuate, non so nulla io, e finito che abbiate il vostro racconto, penseremo al resto.

«Oh padre! proseguì il boia senza riaprir gli occhi come avesse paura che gli si affacciasse qualche oggetto spaventoso, specialmente quando si fa notte e passo qualche fiume, si raddoppia quel terrore che non so vincere; allora mi sembra che mi si aggravi la mano quasi che avesse ancora il peso del mio coltello, e che l’acqua si tinga di colore di sangue, e tutte le voci della natura, romorìo di alberi, mugghiar di vento, battito delle onde, si riuniscano a formare una voce lamentevole, desolata, terribile, la quale mi gridi: — Lasciate passare la giustizia di Dio!

«Delirio! balbettò colui che ascoltava».

Il carnefice schiuse i lumi, fece un moto per girarsi dalla parte del giovine, e lo afferrò pel braccio.

«Delirio! ripetè, delirio, voi dite! Oh no, no! poichè fu di sera, perchè io gettai il suo corpo nel fiume, perchè le parole che mi van ripetendo i miei rimorsi, quelle parole, io nel mio orgoglio le pronunciai, e dopo essere stato istromento di umana giustizia, mi credevo divenuto quello della giustizia di Dio!

«Ma sentiamo.... come andò? spiegatevi....

«Era di sera; venne a cercarmi un tale, e mi mostrò un ordine. Andai seco. Altri signori mi attendevano. Mi condussero con loro immascherato. Io mi riserbava sempre a far resistenza ove mi paresse ingiusto l’ufficio che da me richiedevasi. Facemmo cinque o sei leghe, tristi, taciti e quasi senza ricambiare un accento. Al fine, dalle finestre di una piccola capanna mi additarono una donna che posava le gomita sopra una tavola, e mi dissero:

« — Ecco quella che si deve giustiziare.

«Orrore! e voi obbediste?

«Padre, quella femmina era un mostro; aveva, per quanto asserivasi, avvelenato il suo secondo marito, tentato di assassinare il cognato che si trovava fra coloro, avvelenata una giovane sua rivale, e innanzi di abbandonare l’Inghilterra, anche questo si accertava, avea fatto stilettare il favorito del re.

«Buckingham? esclamò il religioso.

«Sì, Buckingham.

«Talchè ella era inglese?

«No, francese, ma maritatasi in Inghilterra».

A tal risposta dell’ammalata, l’altro impallidì, si asciugò la fronte, e andò a porre il catenaccio alla porta. Il boia credè che lo abbandonasse e ricadde giù piangendo.

«No, no, eccomi, fece quegli riaccostandosi sollecito, seguitate, che uomini erano?

«Uno era forestiere, Inglese, se non fo sbaglio; gli altri quattro Francesi, e indossavano gli abiti da moschettieri.

«I loro nomi?

«Non li so; se non che i quattro chiamavan l’altro, ch’era Inglese: milord.

«E la donna, era bella?

«Giovane e bella! Oh sì, bellissima! E’ mi pare ancor di vederla, quando genuflessa a’ miei piedi, pregava, con la testa buttata indietro.... Nè mai, in appresso, seppi comprendere come avessi potuto atterrare quella testa sì bella e pallida!»

Quei che ascoltava tal racconto sembrava agitato da stranissima commozione; tremava in tutte membra; si scorgeva ch’era ansioso di fare una domanda e non ardiva.

Finalmente, dopo uno sforzo fierissimo, chiese:

«Il nome di colei?

«Lo ignoro. Come vi dico, si era maritata due volte per quanto pareva: una in Francia ed una in Inghilterra.

«Era giovine? diceste!

«Di venticinque anni.

«Bella?

«Al sommo!

«Bionda?

«Sì.

«Chiome lunghe, è vero? che le scendevano fino sull’omero?

«Sì.

«Occhi espressivi al maggior grado?

«Quando voleva.... Oh sì! così è!

«Voce di rarissima dolcezza?

«E come lo sapete?»

Il carnefice posò il gomito sulle lenzuola, e fissò lo sguardo attento sul suo interlocutore, che si fè smorto in faccia.

«E voi la uccideste! disse quest’ultimo, voi serviste di stromento a quei vili che da sè stessi non osavano ucciderla! voi non aveste pietà di tanta gioventù, di tanta beltà, di tanta debolezza! voi uccideste quella donna!

«Ahimè! padre, ve l’ho pur detto, quella femmina sotto un’invoglia celeste celava una mente infernale, e quando la vidi, quando mi rammentai tutto il male che aveva fatto a me stesso, a me....

«A voi! e che poteva avervi fatto? sentiamo!

«Avea sedotto e rovinato mio fratello, ed era fuggita seco.

«Con tuo fratello?

«Sì! mio fratello era stato il suo primo amante; ella era stata cagione della morte di mio fratello.... Oh padre! non mi guardate così! Ah! sono molto colpevole?.... non mi confesserete, non mi concederete il perdono?

«Sì, vi confesserò, sì, vi perdonerò, quando mi manifestiate prima in questa segreta conferenza tutto ciò che vi concerne.

«Oh! gridò il boia, tutto! sì, tutto!

«Sicchè dite.... Se sedusse il vostro fratello.... dite che lo sedusse, non è vero?

«Oh sì, pur troppo!

«Se cagionò la di lui morte.... diceste che cagionò la sua morte?

«Sì, sì.

«Allora, dovete sapere il suo nome da fanciulla.

«Mio Dio! mio Dio! fece il carnefice, mi par di morire! Oh, ricevete la mia confessione!

«Dì il nome e la riceverò....

«Si chiamava.... Dio, Dio! abbiate pietà di me!»

Ed il boia cascò sul letto, pallido, tremante, simile ad uno che sia prossimo a spirare.

«Il nome! replicò l’altro, chinandosi su di lui come per istrappargli di bocca quel nome ch’ei non voleva ancor palesargli; il nome!... parla, o non v’è scampo!»

Sembrò che il moribondo raccogliesse tutte le sue forze.

Al supposto monaco brillavano le pupille.

«Anna di Bueil! balbettò il ferito.

«Anna di Bueil! gridò quegli rizzandosi a un tratto, e levate al cielo ambe le mani: Anna di Bueil! dicesti pure Anna di Bueil?

«Sì.... così si appellava.... ed ora ascoltatemi, che mi sento morire!

«Io? urlò il frate con un sorriso che fece rizzare in testa i capelli dell’infermo, e posso forse ascoltare le tue colpe! io non son prete!

«Non siete prete! e dunque chi siete?

«Te lo dirò, sciagurato!

«Ah! signore! ah, mio Dio!

«Sono John Francis de Winter!

«Non vi conosco! strillò il boia.

«Aspetta, e mi conoscerai; sono John Francis de Winter.... e quella donna....

«Quella donna?....

«Era mia madre».

Il carnefice mandò il grido che prima erasi udito.

«Oh! perdonatemi! seguitò, se non in nome di Dio, almeno in nome vostro; se non come sacerdote, almeno come figlio!

«Perdonarti! strepitò il finto monaco; perdonarti! Dio forse lo farà, ma io non mai!

«Per pietà! diceva il boia stendendo le braccia innanzi.

«Non v’è pietà per chi non ebbe pietà; muori impenitente, muori disperato! muori, e sii dannato!»

E toltosi di sotto la giubba un pugnale, e immergendoglielo nel petto:

«Tieni! disse, ecco come io ti ricompenso!»

Allora fu che s’intese il secondo grido più debole dell’altro a cui succedeva lunghissimo gemito.

Il carnefice, il quale si era sollevato alquanto, piombò di nuovo supino. Il finto monaco, senza tôrre il pugnale dalla piaga, corse al balcone, lo aperse, saltò sui fiori di un piccolo giardino, entrò nella stalla, prese la sua mula, uscì da una porta di dietro, trottò sino al prossimo bosco, vi gittò le sue vesti da ecclesiastico, trasse dalla valigia un abbigliamento completo da cavaliere, e lo indossò, ed a piedi arrivò alla prima posta, ed ivi, fattosi dare un cavallo, continuò a spron battuto il suo viaggio verso Parigi.

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XXXVI

Grimaud parla.

Grimaud era rimasto solo accanto al boia.

L’oste era ito a cercar soccorso; sua moglie pregava.

Dopo un momento l’ammalato schiuse gli occhi.

«Ajuto! balbettò! ajuto! Mio Dio, mio Dio! non troverò in questo mondo un amico che mi ajuti a vivere o a morire?»

E si portò a stento la mano sul seno; e la sua mano incontrò il manico del pugnale.

«Ah!» disse come uno a cui ritorni la memoria.

E lasciò andare giù il braccio.

«Fatevi coraggio, disse Grimaud, sono andati a cercare assistenza.

«Chi siete? domandò il ferito fissando su Grimaud gli occhi spalancati fuor di misura.

«Un antico conoscente, questi rispose.

«Voi?»

L’infermo cercava ricordarsi le sembianze di lui che favellavagli in tal guisa.

«In quali circostanze ci incontrammo? indi richiese.

«Venti anni sono, di notte. Il mio padrone vi aveva preso a Bethune e vi condusse ad Armentières.

«Vi riconosco, fece il boia, siete uno dei quattro servitori.

«Per l’appunto.

«E d’onde venite?

«Passavo per la strada, mi sono fermato in questa locanda per far rinfrescare il mio cavallo; mi raccontavano alcuni che il carnefice di Bethune era qua ferito, quando avete cacciato due urli. Al primo siamo accorsi subito, al secondo abbiamo sfondato l’uscio.

«E il frate? lo avete visto?

«Che frate?

«Quello ch’era rinchiuso meco.

«No, non v’era più: pare che sia fuggito dalla finestra. È desso che vi ha trafitto?

«Ah sì!»

Grimaud si mosse come per partirsi.

«Che andate a fare? domandò il boia.

«Bisogna corrergli appresso!

«Guardatevene bene!

«E perchè?

«Si è vendicato, ed ha fatto benissimo. Adesso che Iddio mi perdoni, giacchè v’è espiazione.

«Spiegatevi, disse Grimaud.

«Quella donna che i vostri padroni e voi mi faceste uccidere....

«Milady?

«Milady, sì, così la chiamavate....

«Che ha che fare milady col monaco?

«Era sua madre».

Grimaud vacillò e guatò il moribondo, attonito e come stupido.

«Sua madre! ripetè.

«Sì, sua madre.

«Ma dunque ei sa quel segreto?

«L’ho preso per un sacerdote, e glie l’ho confessato.

«Disgraziato! esclamò Grimaud e gli si bagnavano di sudore i capelli all’idea delle conseguenze che potevano resultare da tale rivelazione; disgraziato! ma spero che non abbiate nominato veruno?

«Non ho proferito alcun nome, giacchè nessuno ne conoscevo tranne quello da zittella della sua genitrice, e da questo egli tutto ha compreso; ma sa che suo zio era nel numero de’ suoi giudici».

Il meschino ricascò spossato. Grimaud voleva dargli soccorso e avanzava la destra verso il manico dello stiletto.

«Non mi toccate! disse il carnefice, se si cavasse fuori questo ferro, io morrei».

Grimaud rimase con la mano stesa; indi in un subito percuotendosi col pugno la fronte:

«Ah! se mai colui viene in cognizione chi fossero gli altri, il mio padrone è perduto!

«Sollecitatevi! gridò il carnefice, prevenitelo se vive ancora, avvertite i suoi amici; la mia morte, oh! credetelo pure, non servirà di scioglimento a questa terribile avventura.

«Dove andava? chiese Grimaud.

«Verso Parigi.

«Chi lo arrestò?

«Due giovani gentiluomini che si trasferivano all’armata, e dei quali uno, io lo udii a nominare dal suo compagno, si chiamava il visconte di Bragelonne.

«E desso fu che vi condusse il monaco?

«Eh sì!»

Grimaud levò lo sguardo al cielo.

«Dunque era questo il volere di Dio! disse poi.

«Senza dubbio! confermò il ferito.

«Oh terribile! oh caso spaventoso!.... e sì, quella femmina aveva meritata la sorte che si ebbe.... non pensate in questo modo?

«Sul punto di morire, fece il boja, si veggono gli altrui delitti molto piccoli a paragone dei nostri!»

E cadde giù abbattuto chiudendo il ciglio affannoso.

Grimaud stava perplesso fra la pietà che gli vietava di lasciar quell’uomo privo di assistenza, ed il timore che gli imponeva di partire immediatamente per recare quella notizia al conte di la Fère, allorchè udì rumore nel corridojo e vide venir l’oste insieme col chirurgo che finalmente erasi ritrovato.

Li seguivano parecchie persone, richiamate da curiosità; chè cominciava a spargersi voce dello stranissimo evento.

Il professore si accostò al moribondo che sembrava in deliquio.

«Prima di tutto va estratto il ferro dal petto», disse in tuono ch’esprimeva di molto.

Grimaud si ricordò il prognostico fatto dall’ammalato, e si girò da parte.

Il cerusico tirò in là il giubbetto, lacerò la camicia e snodò il seno.

Il pugnale, conforme accennammo, era cacciato addentro sino all’impugnatura.

Il chirurgo lo prese alla cima dell’elsa; a misura ch’ei lo tirava fuori il ferito aprendo gli occhi li fissava in un modo spaventoso. Quando la lama fu uscita interamente dalla piaga apparve sulla bocca dell’infermo una spuma rossiccia; indi nel momento che respirò sgorgò uno sprillo di sangue dall’orifizio della piaga stessa, ed egli diresse lo sguardo sopra Grimaud con espressione singolarissima, mandò un rantolo e spirò subito.

Grimaud raccolse da terra il pugnale insanguinato che metteva orrore a tutti, accennò all’oste che andasse seco, pagò il conto con generosità degna del suo padrone, e risalì a cavallo.

Esso aveva pensato sulle prime a tornare direttamente a Parigi; ma riflettè all’inquietudine che prolungando la sua assenza cagionerebbe a Raolo; si ricordò che Raolo era distante due leghe dal luogo ove si trovava egli stesso, che in un quarto d’ora sarebbe a lui vicino, e che fra la gita innanzi e indietro e la spiegazione insieme non gli piglierebbero un’ora di tempo. Si avviò di galoppo, e dopo dieci minuti smontava al Mulo Incoronato, unico albergo di Mazingarde.

Dalle prime parole ricambiate col locandiere acquistò certezza di aver raggiunto quello che cercava.

Raolo era a tavola con il conte di Guiche ed il suo ajo, ma la trista avventura della mattina lasciava sul sembiante de’ due giovani una tale mestizia cui non riusciva a dileguare il brio del signor d’Arminges più filosofo di loro per la sua grande assuefazione a consimili spettacoli.

Ad un tratto fu schiusa la porta e si presentò Grimaud pallido, polveroso e macchiato dal sangue del disgraziato.

«Grimaud, mio buon Grimaud! esclamò Raolo, eccoti al fine! Scusate, miei signori, questi non è già un servo, è un amico».

Ed alzatosi a farglisi incontro seguitò:

«Come sta il signor conte? gli duole alquanto della mia assenza? lo hai veduto da che ci lasciammo? Rispondi, e poi io ho molte cose da dirti.... Oh! da tre giorni ci sono succeduti tanti casi! Ma che hai? sei smorto in viso.... E sangue! perchè questo sangue!

«Realmente v’è sangue! confermò di Guiche levandosi pur esso, siete ferito, mio caro?

«No, disse Grimaud, questo sangue non è mio.

«E di chi? domandò il visconte.

«Dell’infelice che lasciaste all’albergo, e ch’è morto fra le mie braccia».

«Fra le tue braccia! ma sai tu chi era?

«Sì.

«L’antico carnefice di Bethune!

«Lo so.

«E lo conoscevi?

«Lo conoscevo.

«Ed è morto?

«Sì».

I due signori si guardarono.

«Che volete? disse d’Arminges, tale è la legge comune, ed uno non n’è mica esente per essere stato boja. Dal momento che ho veduta la sua piaga ne ho avuta pessima idea, e ben vi è noto ch’era uguale l’opinione di lui, poichè chiedeva un monaco».

Alla parola di monaco Grimaud si accigliò.

«Animo, a tavola! fece d’Arminges, il quale a guisa di tutti gli uomini dell’età sua non ammetteva la sensibilità fra due portate.

«Sì, avete ragione, rispose Raolo; orsù, Grimaud, fatti dar l’occorrente, ordina, comanda, e dopo che ti sarai riposato discorreremo.

«No, no, replicò Grimaud, non posso trattenermi un istante, mi conviene ripartire per Parigi.

«Come! oh, t’inganni.... è Olivain che parte, tu resterai qui.

«Anzi Olivain resta ed io vado. Sono venuto espressamente per avvisarvelo.

«E perchè tal cambiamento?

«Non posso dirvelo.

«Spiegati.

«Non posso.

«Eh via! che scherzi son questi?

«Sapete, signor visconte, ch’io non ischerzo mai.

«Sì, ma so ancora che il signor conte di la Fère disse che rimarreste presso di me ed Olivain andrebbe alla capitale. Io mi atterrò alle disposizioni del conte.

«Non in questa circostanza, signore.

«Vorreste forse disobbedirmi?

«Sì, poichè così bisogna.

«Dunque persistete?

«E quindi me ne vo; siate felice, signor visconte».

Grimaud salutò e si volse verso l’uscio per andarsene. Raolo inquieto ed anco furibondo corse a fermarlo per un braccio.

«Grimaud! esclamò, trattenetevi; così voglio.

«Sicchè, rispose Grimaud, volete ch’io lasci ammazzare il signor conte?»

E fatto un nuovo inchino si disponeva a partire.

«Grimaud, amico mio! disse Bragelonne, non ve ne andrete in tal modo, non mi lascerete in una tale smania. Grimaud parla, deh parla in nome del cielo!»

E Raolo barcollava, sinchè cadde sopra una sedia.

«Non posso dirvi se non se una cosa.... chè il segreto non è mio.... Incontraste uno che prendeste per un frate, è vero?

«Sì».

I due gentiluomini si osservavano atterriti.

«Lo guidaste vicino al ferito?

«Sì.

«Aveste allora tempo di vederlo?

«Sì.

«E forse lo ravvisereste se lo ritrovaste?

«Oh sì! lo giuro, disse Raolo.

«E anch’io, aggiunse di Guiche.

«Or bene, se mai lo ritrovate, in qualunque luogo si sia, sulla strada maestra, per le vie, in una chiesa, dovunque egli sia, e dovunque voi sarete, ponetegli addosso il piede e schiacciatelo senza pietà, senza misericordia, come fareste ad una vipera, ad un serpente, ad un aspide; schiacciatelo, e nol lasciate finchè sia morto; per me, tanto ch’ei viva starà in dubbio la vita di cinque uomini».

E Grimaud senza dir altro profittò dello stupore e del terrore in cui aveva immersi quelli che lo ascoltavano per islanciarsi fuori dallo appartamento.

«Or bene, conte, disse Raolo a di Guiche, non dicevo bene che colui mi pareva un serpente?»

A capo a due minuti si udì il galoppo di un cavallo. Raolo si affacciò sollecito al balcone.

Era Grimaud che s’incamminava verso Parigi. Riverì Bragelonne agitando in aria il cappello, e in breve disparve alla svolta della strada.

Ma viaggio facendo riflettè a due cose:

La prima, che di quel passo il suo animale non reggerebbe a far dieci leghe;

La seconda, ch’ei non aveva danaro.

Egli aveva però l’immaginazione tanto più feconda quanto meno faceva uso della favella.

Ed alla prima cambiatura vendè il cavallo, e col prodotto prese subito la posta.

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XXXVII

Alla vigilia della battaglia.

Raolo fu tratto dai tristi suoi pensieri dal locandiere, il quale entrò precipitosamente nella stanza ov’era accaduto quanto poc’anzi narravamo, gridando:

«Gli Spagnuoli! gli Spagnuoli!»

Era assai importante quel grido perchè ogni altra riflessione cedesse a quelle ch’esso doveva cagionare. I giovanetti domandarono qualche informazione, ed intesero che realmente si avanzava il nemico da Houdain e Bethune.

Mentre il signor d’Arminges dava gli ordini acciò i cavalli che si rinfrescavano fossero messi in istato di partenza, Raolo e di Guiche salirono alle più alte finestre del casamento che dominava le vicinanze, e videro spuntare dalla parte di Mersin e di Sains un corpo considerevole d’infanteria e cavalleria. Questa volta non era più una brigata errante di partigiani, ma un’intera armata.

Sicchè non rimaneva da far altro che seguire le savie istruzioni d’Arminges e battere la ritirata.

Essi scesero rapidamente. D’Arminges era digià in sella. Olivain reggeva a mano i due corsieri dei giovanetti, ed i servi del conte di Guiche tenevano cautamente fra di loro il prigioniero spagnuolo, fermo sopra un ronzino comprato espressamente per lui. E per maggior precauzione questi aveva le mani legate.

La piccola comitiva prese di trotto la strada di Cambrai, ove credeva di trovare il principe; ma egli dal giorno innanzi non v’era più, ed erasi ritirato a la Bassée, avendo inteso per una falsa voce sparsa che il nemico doveva transitare da Lys ad Estaire.

Effettivamente il principe, ingannato da tali avvisi, aveva ritirate le sue truppe da Bethune, e concentrate tutte le sue forze fra Vieille-Chapelle e la Venthie, ed egli stesso, dopo aver esplorata tutta la linea col maresciallo di Grammont, era tornato indietro, e postosi a tavola, interrogando gli uffiziali seduti a lui d’intorno sopra gli schiarimenti che aveva incaricato ciascheduno di essi di procurarsi. Niuno però aveva notizie positive.

L’armata nemica era sparita da quarantotto ore, e nulla più se ne sapeva.

Ora, un esercito nemico non è mai tanto prossimo, e in conseguenza minaccioso, come allorquando è affatto sparito. E perciò il principe contro il suo solito se ne stava pensoso e di mal umore, quando venne un ufficiale di servizio ad annunziare al maresciallo di Grammont esservi alcuno che chiedeva di parlargli.

Il duca di Grammont con uno sguardo domandò licenza, ed uscì.

Il principe lo seguitò cogli occhi, e tenne questi fissi verso la porta, mentre nessuno osava discorrere per tema di distrarlo dalle sue meditazioni.

Ad un tratto si udì rumore. Il principe si alzò in fretta stendendo la mano dal lato onde veniva lo strepito. — Lo strepito gli era ben noto: era quello del cannone.

Tutti al pari di lui si erano levati in piedi.

Nel momento fu schiusa la stanza.

«Monsignore, disse allegro il maresciallo di Grammont, vuole Vostra Altezza permettere che mio figlio, il conte di Guiche, e il suo compagno di viaggio visconte di Bragelonne vengano a darle nuove del nemico, che noi cerchiamo e che essi hanno trovato?

«Come, se lo permetto, anzi lo bramo! entrino pure».

Il maresciallo spinse avanti i due giovani, i quali furono così innanzi a Sua Altezza.

Questi salutandoli disse:

«Parlate, signori, e poi faremo i complimenti d’uso; quel che per noi urge più adesso, è di sapere dove sia il nemico o ciò ch’ei faccia».

Al conte di Guiche incombeva naturalmente di essere il primo a favellare; non solo era maggiore di età, ma anche presentato dal proprio genitore; inoltre conosceva da lunga pezza il principe, che Raolo non aveva mai veduto.

Egli dunque raccontò ciò ch’entrambi avevano visto dall’albergo di Mazingarde.

Frattanto Raolo osservava quel giovane generale digià sì famoso per le battaglie di Rocroy, di Friburgo e di Nortlingen.

Luigi di Borbone, principe di Condé, che dalla morte di Enrico di Borbone suo padre in poi veniva chiamato per abbreviazione e secondo l’usanza il Signor Principe, aveva appena ventisei o ventisette anni, sguardo da aquila, occhi grifagni, come disse Dante, naso ricurvo, lunga chioma ondeggiante in belle anella, personale mediocre ma ben fatto, e tutte le qualità di un grand’uomo di guerra, cioè colpo d’occhio, rapidissima decisione, coraggio quasi favoloso; lo che non toglieva che fosse al tempo stesso uomo di spirito e dotato di eleganza; talmente che oltre la rivoluzione che faceva nella guerra mediante i nuovi calcoli e prospetti che vi recava, aveva fatto altresì rivoluzione in Parigi fra i giovani signori della corte, di cui era il capo naturale, e che in opposizione agli eleganti dell’antica corte, della quale i modelli erano stati Bassompierre, Bellegarde e il duca di Angouleme, venivano nomati i damerini.

Ai primi detti di Guiche, ed alla direzione da che si partiva il rumore del cannone, il prence aveva compreso tutto. L’inimico doveva aver transitata la Lys a Saint-Venant, e marciava sopra Lens, senza dubbio coll’intenzione d’impossessarsi di questa città e separare dalla Francia l’armata francese. La cannonata che si udiva, e i di cui spari dominavano tratto tratto gli altri, era di pezzi di grosso calibro che rispondevano alla cannonata spagnuola e lorenese.

Ma di che forza era poi quella truppa? era un corpo destinato a produrre un semplice diversivo? oppure l’esercito tutto intero?

In questo consisteva l’ultima domanda di Luigi di Borbone, ed a Guiche riusciva impossibile di rispondervi.

Ed essendo poi la più importante, era quella a cui il principe avrebbe desiderato una risposta esatta, precisa, positiva.

Allora Raolo sormontò il sentimento assai naturale di timidezza che provava a suo malgrado in faccia al prence, ed avvicinandosi disse:

«Mi concederete, monsignore, di azzardare su questo argomento alcune parole che forse faranno cessare la vostra perplessità?»

Luigi si volse, e parve che con un solo sguardo squadrasse da cima a fondo il visconte; e sorrise nel riconoscere in esso un fanciullo di appena quindici anni.

«Certamente, signore, parlate, gli disse mitigando la sua voce per solito sonora e fiera, come se questa volta la indirizzasse ad una dama.

«Vostra Altezza potrebbe interrogare il prigioniero spagnuolo, replicò Raolo, ed arrossiva.

«Avete fatto un prigioniero spagnuolo!

«Sì, monsignore.

«Ah! è vero, riprese di Guiche, lo avevo obliato.

«È cosa semplicissima, conte, ribattè Raolo sorridendo, poichè foste voi che lo faceste».

Il vecchio maresciallo si volse al visconte, grato a quell’elogio dato a suo figlio, mentre Luigi di Borbone rispondeva:

«Il giovinetto ha ragione, sia qui condotto il prigioniero».

Frattanto il principe pigliò in disparte di Guiche, e lo interrogò sul modo in cui era stato preso quell’uomo, e gli richiese chi fosse il giovane.

«Signore, disse Luigi tornando a Raolo, so che avete una lettera di mia sorella madama di Longueville, ma veggo che avete preferito raccomandarvi da per voi col darmi un buon consiglio.

«Monsignore, replicò Bragelonne, e diventava più vermiglio di prima, non ho voluto interrompere Vostra Altezza in una conversazione tanto importante come quella da lei intavolata col signor conte; ma ecco la lettera.

«Va bene, me la darete più tardi; ecco il prigioniero, pensiamo a ciò ch’è più urgente».

Difatti veniva condotto il partigiano. Era uno di quei condottieri di cui ne rimanevano ancora in quell’epoca, che vendendo il proprio sangue a chi avesse a genio comprarlo era invecchiato nelle astuzie e nelle ruberie. Dachè era stato preso non aveva pronunziato un accento, talmente che coloro che lo avevano arrestato neppur sapevano di qual nazione si fosse.

Il principe lo guatò con la massima diffidenza domandandogli:

«Di qual nazione sei?»

Quegli rispose alcune parole in lingua straniera.

«Ah ah! par che sia spagnuolo. Parlate, spagnuolo, Grammont?

«Oh! pochissimo, monsignore.

«Ed io nulla affatto; fece ridendo Luigi; signori (e si volgeva a quei che gli stavano attorno) v’è qualcuno fra voi che parli lo spagnuolo e voglia farmi da interprete?

«Io, monsignore, disse Raolo.

«Ah, voi parlate spagnuolo?

«Abbastanza, per quanto credo, onde eseguire in quest’occasione gli ordini dell’Altezza Vostra».

In tutto quel tempo il prigioniero era rimasto impassibile e quasi non avesse capito di che si trattasse.

«Monsignore vi ha fatto richiedere di che nazione siete, gli avvertì Raolo in castigliano purissimo.

«Ich bin ein Deutscher, rispose egli.

«Che diavolo borbotta? fece il principe con una risata, e che gergo è codesto?

«Dice ch’è tedesco, replicò il visconte, ma io ne dubito, perchè l’accento è pessimo e la pronunzia viziosa.

«Dunque sapete anche il tedesco?

«Altezza sì.

«Tanto da potere interrogarlo in quell’idioma?

«Sì, monsignore.

«Allora interrogatelo».

Raolo cominciò, ma vennero i fatti in appoggio alla sua opinione. Colui non intendeva, o fingeva non intendere, ciò che gli diceva Bragelonne, e Bragelonne dal canto suo comprendeva poco le sue risposte mescolate tra fiammingo ed alsaziano.

Nulladimeno in mezzo a tutti gli sforzi del forestiero per eludere un esame regolare, Raolo aveva riconosciuta la sua naturale pronunzia.

«Non siete spagnuolo, gli disse, non tedesco, ma italiano».

Il forestiero si scosse e si morse le labbra.

«Ah! questo, lo capisco a meraviglia, seguitò il principe di Condè, e poichè è italiano, continuerò io l’esame. Grazie, visconte (aggiunse scherzando) da ora vi nomino mio interprete».

Ma l’arrestato non aveva più voglia di appagare le domande in italiano che in altre lingue; unica sua premura era anzi lo schivarle. E così nulla sapeva, nè il numero dei nemici, nè il nome di chi li comandava, nè il piano di marcia stabilito.

«Ottimamente! disse Luigi immaginando appieno le cause di siffatta ignoranza, costui è stato preso mentre rubava e assassinava, avrebbe potuto riscattar la vita parlando, e non vuole; portatelo via, e sia passato per le armi».

Il prigioniero impallidì. I due soldati che ivi lo avevano guidato lo afferrarono ciascuno per un braccio e lo trassero verso la porta, frattanto che il signor di Condé giratosi dalla parte di Grammont, mostrava già aver dimenticato il comando da lui dato.

Ma il disgraziato arrivato sulla soglia, si soffermò; i soldati non conoscendo altro che gli ordini volevano obbligarlo a proseguire il suo cammino.

«Un momento! disse egli in francese, monsignore, sono pronto a parlare.

«Ah ah! esclamò il principe, sapevo bene che ci si verrebbe. Io ho un segreto stupendo per sciogliere la lingua. Giovanotti, vi sia di norma per quando toccherà a voi a comandare.

«Ma, seguitò il prigioniero, con patto che Vostra Altezza mi giuri salva la vita.

«Sulla mia fede da gentiluomo, rispose Luigi di Condé.

«Allora, a voi, monsignore!

«Dove l’armata ha valicato la Lys?

«Tra Saint-Venant ed Aire.

«Chi la comanda?

«Il conte di Fuonsaldagna, il generale Beck e l’Arciduca in persona.

«E marcia?

«Incontro a Lens.

«Vedete, signori miei! gridò il principe in atto di trionfo al maresciallo di Grammont ed agli altri uffiziali.

«Sì, replicò il maresciallo, vostra Altezza aveva indovinato quanto può indovinare umano ingegno.

«Richiamate le Plessis, Belliève, Villequier e d’Erlac, richiamate tutte le truppe che sono di qua dalla Lys; stiano pronte a marciare questa notte, e domani secondo ogni probabilità noi attaccheremo il nemico.

«Monsignore, obiettò Grammont, osservate però che riunendo quanti uomini abbiamo disponibili arriveremo appena alla cifra di quindici mila.

«Signor maresciallo, ripicchiò il prence con quello sguardo ammirabile ch’era proprio di lui solo, con le piccole armate si vincono le grandi battaglie».

Ed accennando il prigioniero:

«Sia condotto colui fuori di qui e guardato a vista. Dipende la sua vita dalle informazioni che ci ha date; se queste sono vere, sarà libero; se false, sia fucilato».

L’individuo a cui facevasi tal minaccia fu tratto subito altrove.

«Conte di Guiche, disse Luigi, da molto tempo non vedeste vostro padre, rimanete presso di lui. Voi (e si volgeva a Raolo) se non siete troppo stanco seguitemi.

«Sino alla fine del mondo, monsignore! gridò Raolo, provando un ignoto entusiasmo per il giovane generale che tanto degno sembravagli della sua rinomanza».

Il principe sorrise; disprezzava gli adulatori, ma stimava moltissimo gli entusiasti.

«Orsù, continuò, siete buono al consiglio, ed ora lo abbiamo esperimentato; vedrem domani qual siete nell’azione.

«Ed io che farò monsignore? chiese il maresciallo.

«Trattenetevi a ricevere le truppe; e tornerò da me a prenderle meco, o vi manderò un corriere perchè a me la guidiate. Venti uomini con buoni cavalli son quel che mi abbisogna pella mia scorta.

«È poco!

«È abbastanza; signor di Bragelonne, avete un buon cavallo?

«Il mio è rimasto ucciso stamane, e adesso provvisoriamente mi prevalgo di quello del mio domestico.

«Chiedete, scegliete nelle mie scuderie, quello che vi convenga. Non vi prendete soggezione; approfittatevi del corsiero che vi sembri il migliore. Stassera forse ne avrete bisogno, e domani di certo».

Raolo non se lo fece dir due volte; sapeva che coi superiori, ed in ispecie quando questi sono principi, la suprema civiltà consiste nell’obbedire senza ragionamenti e senza indugi. Passò nelle scuderie a scegliere un palafreno andalusiano di color sauro, gli pose di per sè la sella e la briglia, perocchè Athos gli aveva suggerito pelle circostanze di pericolo di non affidare di ciò la cura a veruno, e venne a raggiungere il principe che appunto montava a cavallo.

«Adesso, disse questi a Raolo, volete consegnarmi la lettera di cui siete latore?»

Ed egli la porse.

«Restate vicino a me», ordinò Luigi di Borbone.

Diede di sprone, fermò le redini al pomo della sella secondo soleva fare quando voleva aver libere le mani, dissigillò il foglio della signora di Longueville, e si avviò di galoppo sulla strada di Lens, accompagnato da Raolo e seguitato dalla sua piccola scorta, mentre i messaggieri che dovevano richiamare indietro le truppe, correvano frettolosi per opposte direzioni.

E il principe nel tempo del cammino leggeva.

«Signore, disse indi a un momento, qui mi si dice molto bene di voi; la sola cosa che posso significare si è che dal poco che ho visto ed inteso, penso di voi anco meglio che non mi si decanta».

Raolo fece un inchino.

Intanto ad ogni passo che approssimava a Lens la piccola brigata, risuonavano più vicine le cannonate. Luigi teneva lo sguardo fisso a quel rumore come farebbe un uccel di rapina. Pareva che avesse il potere di penetrare con gli occhi fra gli alberi folti che stendevansi a lui davanti e servivano di confine all’orizzonte.

Di quando in quando si dilatavano a lui le narici, quasi fosse ansioso di sentir l’odore della polvere, o sbuffava come il suo destriero.

Alfine si udirono gli spari tanto dappresso ch’era evidente trovarsi tutto al più lontani di una lega dal campo di battaglia. In fatti alla svolta del sentiero, si distinse il piccolo villaggio di Aunay.

I contadini erano in grandissima confusione; si era sparsa la voce della crudeltà degli Spagnuoli, e questa a tutti incuteva spavento; le donne erano di già scappate rifugiandosi inverso a Vitry; rimanevano soli pochi uomini.

Essi al mirare il principe accorsero premurosi; uno di loro lo riconobbe.

«Ah monsignore! disse, venite a discacciare quei furfanti di Spagnuoli e quei ladroni di Lorenesi?

«Sì, se tu vuoi servirmi di guida.

«Volentieri: dove brama vostra Altezza che io la conduca?

«In qualche luogo elevato d’onde io possa scoprire Lens e i dintorni.

«So quanto bisogna.

«Posso fidarmi di te? Sei buon francese?

«Sono un vecchio soldato di Rocroy.

«Tieni! disse Luigi dando una borsa a colui, eccoti per Rocroy. Ed ora vuoi un cavallo, o preferisci ire a piedi?

«A piedi! monsignore, a piedi; ho servito sempre nell’infanteria. E poi, mi propongo di far passare Vostra Altezza per tali strade ove sarà necessario ch’essa pure smonti.

«Vieni via, e non si perda tempo».

Il villico si mosse trottando innanzi al destriero del prence; indi a distanza di un centinajo di passi dal villaggio passò da un piccolo sentiero perduto in fondo a una bella valle. Per una mezza lega camminarono così sotto una cupola di alberi; gli spari del cannone rimbombavano a segno che sembrava ad ognuno di questi doversi udire a fischiare le palle. Poscia, si trovò una strada che abbandonava quella già battuta per attaccarsi al fianco della montagna. Il contadino vi si inoltrò invitando Luigi di Borbone a seguirlo. Questi smontò, ordinò ad uno de’ suoi ajutanti di campo ed a Raolo di fare lo stesso, ed agli altri di attender le sue istruzioni mantenendosi in ogni maggior cautela e vigilanza, e principiò a salire per la strada che accennammo.

A capo a dieci minuti, erano giunti alle ruine di un vecchio castello, le quali facevano corona alla sommità di un colle d’onde si sovrastava a tutti i luoghi circonvicini. Lontano appena un quarto di lega si discopriva Lens ridotta agli estremi, e davanti a questa tutto quanto l’esercito nemico.

Con una sola occhiata il principe abbracciò l’estensione che gli appariva alla vista da Lens sino a Vismy. In un attimo gli si spiegò alla mente tutto il piano della battaglia che alla domane doveva salvare per la seconda volta la Francia da un’invasione. Prese un lapis, distaccò una pagina del suo taccuino, e scrisse:

«Mio caro maresciallo.

««Tra un’ora Lens sarà in potere del nemico. Io sarò a Vendin per fargli prendere la sua posizione. Domani lo avremo battuto e ripreso Lens».

Indi disse a Raolo:

«Andate, partite a spron battuto, e consegnate questo foglio al signor di Grammont».

Raolo prese il foglio, scese velocemente la montagna, e saltato in sella si avviò di galoppo.

Dopo un quarto d’ora era presso al maresciallo.

Era digià arrivata porzione delle truppe, e da un momento all’altro attendevasi il rimanente. Il signor di Grammont si mise alla testa di quanta infanteria e cavalleria si trovava disponibile, e s’incamminò per Vendin, lasciando il duca di Chatillon ad aspettare e condurre il resto.

Tutta l’artiglieria era in grado di partire all’istante, e si mise in marcia.

La sera alle sette ore giunse il maresciallo al convegno. Era ivi ad attenderlo il principe. Secondo avea preveduto, Lens era caduta in potere del nemico quasi subito dopo la partenza di Raolo. D’altronde la cessazione delle cannonate aveva annunziato questo avvenimento.

Si soprassedè fino a notte. A misura che si avanzavano le tenebre, i militi chiamati dal principe arrivavano di seguito. V’era ordine che non si battesse tamburo nè si sonassero le trombe.

A nove ore, ad onta che fosse tardi, un ultimo crepuscolo rischiarava tuttavia la pianura. S’incamminarono in silenzio, mentre il principe guidava la colonna.

L’armata essendo pervenuta di là da Aunay potè distinguere Lens: due o tre case erano in fiamme, e fino ai soldati arrivava un tristo clamore che indicava l’agonia di una città presa per assalto.

Il prence segnò a ciascuno il rispettivo posto: il maresciallo di Grammont doveva essere all’estrema sinistra ed appoggiarsi a Mericourt; il duca di Chatillon formerebbe il centro; il principe che formava l’ala destra rimarrebbe davanti ad Aunay.

L’ordine di battaglia della domane sarebbe lo stesso che quello delle posizioni prese nel dì precedente. Ognuno si troverebbe sul terreno ove dovea manovrare.

Fu eseguito il movimento col massimo silenzio e con la maggior precisione. Alle dieci cadauno era al suo posto; alle dieci e mezza Luigi di Borbone visitò i posti di guardia e diede l’ordine dell’indomani.

Oltre a tutte le cose, tre erano quelle raccomandate ai capi, i quali invigilerebbero all’esatta osservanza delle medesime ingiunta ai soldati:

La prima, che i diversi corpi si guarderebbero attentamente nella marcia, onde cavalli e fanti stessero bene sulla medesima linea, ed ognuno si mantenesse negli spazj opportuni;

La seconda di non andare alla carica se non di passo;

La terza, di lasciare che il nemico fosse il primo a tirare.

Il principe diede il conte di Guiche al di lui padre, e tenne per sè Bragelonne. Ma i due giovani domandarono di passare insieme quella notte, e ciò fu loro accordato.

Venne messa per essi una tenda vicina a quella del maresciallo. Benchè molte fossero state le fatiche della giornata, nè l’uno nè l’altro aveva bisogno di dormire.

D’altronde è cosa grave ed imponente anco pei vecchi militari la vigilia di una battaglia, e tanto più per due giovanetti che pella prima volta si accingevano a vedere un tale spettacolo.

Alla vigilia della battaglia si pensa a mille cose, che sino allora obliate ritornano in mente; gl’indifferenti diventano amici, gli amici diventano fratelli.

E ci s’intende, che se in fondo al cuore si abbia qualche sentimento più tenero, questo arriva naturalmente al più alto grado di esaltazione a cui possa mai giungere.

È d’uopo credere che ognuno dei due giovanetti provasse un sentimento di codesta fatta, poichè a capo a un momento e questo e quello sederono ad una opposta estremità della tenda e si diedero a scrivere sulle ginocchia.

Le lettere furono lunghe, si copersero quattro pagine di carattere minuto e ristretto. Tratto tratto il conte ed il visconte si guardavano sorridendo. Si capivano senza dir nulla. Erano due indoli delicate e simpatiche fatte per intendersi senza nemmeno parlarsi.

Terminate le lettere, ciascheduno serbò la sua in un doppio involto di carta, ove nessuno poteva leggere il nome della persona a cui era diretta se non che lacerando il primo invoglio. E poscia entrambi si accostarono uno all’altro, e si ricambiarono quelle lettere con un nuovo sorriso.

«Se mi accadessero dei guai! disse Bragelonne.

«Se restassi ucciso! disse di Guiche.

«Non dubitate, dissero tutt’e due».

E si abbracciarono come fratelli, e si avvolsero nei ferrajuoli, e si addormentarono di quel sonno giovanile e grazioso con cui dormono gli augelli, i fiori ed i fanciulli.

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XXXVIII

Un pranzo del tempo addietro.

Il secondo abboccamento degli antichi moschettieri non era stato pomposo e minaccioso come il primo. Athos, con il suo senno sempre superiore, aveva giudicato che la tavola sarebbe il centro più rapido e completo della riunione, e nell’istante che i suoi amici per riguardo alla sua distinzione ed alla sobrietà sua non osavano favellare di uno di quei buoni pranzi di tempo addietro goduti o al Pomo del Pino o al Parpaillot, propose egli stesso di ritrovarsi attorno a qualche mensa bene inbandita, ed abbandonarsi senza riserva ognuno al proprio carattere ed alle proprie maniere, tratto di semplicità che aveva mantenuta la buona intelligenza per la quale in un’epoca anteriore erano stati chiamati gl’inseparabili.

Fu a tutti accetta la proposta, e specialmente a d’Artagnan, ch’era ansioso di ritrovare le gentilezze ed il brio delle conversazioni di sua gioventù, conciossiachè da lunga pezza il suo spirito fino e geniale non aveva incontrato che soddisfazioni insufficienti, e, come diceva egli stesso, un vile pascolo. Porthos sul momento di esser barone aveva sommo piacere di imbattersi in quella occasione di studiare in Athos ed in Aramis i modi e il tuono della gente di qualità. Aramis voleva sapere le notizie del Palazzo Reale per mezzo di d’Artagnan e Porthos, e serbarsi per tutte le congiunture amici tanto zelanti che in passato sostenevano le sue contese con ispade prontissime e invincibili.

Athos poi era il solo che nulla avesse da aspettare o da ricevere dagli altri, e che fosse mosso unicamente da un sentimento di semplice grandezza e di pura amistà.

Fu quindi convenuto che ognuno darebbe il suo indirizzo ben positivo, e che al bisogno di uno dei soci si convocherebbe la riunione da un famoso trattore della via della Zecca all’insegna del Romitorio. Fu fissato il primo appuntamento, pel successivo mercoledì ed alle otto precise di sera.

Infatti nel giorno concordato giunsero puntualmente, ciascuno dal lato suo, i quattro amici al momento destinato. Porthos aveva avuto da provare un nuovo cavallo, d’Artagnan smontava la guardia al Louvre, Aramis avea dovuto far visita ad una sua penitente in quella contrada, ed Athos che avea preso domicilio in via Guènegaud ci si combinava da per sè. Furono dunque assai sorpresi d’incontrarsi al portone del Romitorio, Athos sboccando dal ponte Nuovo, Porthos dalla strada del Roule, d’Artagnan da quella dei Fossi di S. Germano l’Auxerrois, ed Aramis dall’altra di Bethisy.

Le prime parole ricambiate fra i quattro individui, appunto per l’ostentazione che pose ognuno nelle proprie dimostrazioni, furono alquanto forzate, ed il pasto cominciò con qualche freddezza. Si vedeva che d’Artagnan faceva violenza a sè stesso per ridere, Athos per bere, Aramis per raccontare, Porthos per tacersi. Athos accortosi di tale imbarazzo, alfine di rimediarvi, ordinò che si recassero quattro bottiglie di Sciampagna.

Al qual comando, da lui dato con la calma sua consueta, si schiarì un poco il sembiante al Guascone, e si rasserenò quello di Porthos.

Aramis rimase attonito. Sapeva, non solo che Athos non beveva più, ma anche che provava pel vino una tal quale ripugnanza.

E si accrebbe in esso la meraviglia quando ei lo vide mescersi in abbondanza e bevere coll’entusiasmo di gran tempo addietro. D’Artagnan empiè e vuotò subito un bicchiere. Porthos ed Aramis batterono i loro un sull’altro. In un attimo furono vuote le quattro bottiglie. Pareva che i commensali anelassero di far divorzio coi loro occulti pensieri.

E realmente, in men che nol diciamo, quell’ottimo specifico ebbe dissipato sino al menomo nuvolo che rimaner potesse in fondo ai loro cuori. Si misero a parlare più forte, senza aspettare che uno avesse terminato perchè un altro principiasse, ed a prendere sulla tavola ciascheduno la sua positura favorita. In breve, cosa enorme! Aramis allentò due cordoni del suo giubbetto, e Porthos ciò osservando disciolse subito tutti i suoi.

Le battaglie, le lunghe strade, le botte date e ricevute formarono il primo argomento della conversazione. Indi si passò alla ascosa lotta sostenuta contro colui che ormai chiamavasi il gran ministro.

«Affè! disse scherzando Aramis, bastano gli elogi dei morti, sparliamo un poco dei vivi. Io vorrei dire un tantinello di Mazzarino: è permesso?

«Sempre, sempre! rispose d’Artagnan con uno scroscio di risa; narrate la vostra storiella, e vi applaudirò s’ella è buona.

«Un gran principe, seguitò Aramis, di cui il Mazzarino ricercava l’alleanza, fu da questi invitato a mandargli la nota delle condizioni mediante le quali volesse fargli l’onore di trattare con lui. Il principe, che repugnava alquanto a aver che fare con un simile gaglioffo, fece e inviò la nota a mal in cuore. Vi erano scritte tre condizioni che spiacevano a Mazzarino, ed egli mandò ad offrire al principe di rinunziarvi per dieci mila scudi.

«Ah! ah! esclamarono i tre amici, non era caro, ed ei non aveva da temere d’esser preso alla parola. Che disse l’Altezza?

«L’Altezza spedì tosto cinquanta mila lire a Mazzarino, pregandolo a non iscrivergli mai più, ed offrendogli venti mila lire se si obbligava a non più parlargli.

«Che fece il Mazzarino?

«Si sdegnò? chiese Athos.

«Fe’ bastonare il messaggiero? domandò Athos.

«Accettò la somma? disse d’Artagnan.

«Voi, d’Artagnan, l’avete indovinata, replicò Aramis».

E tutti proruppero in sì clamorose risate che salì l’oste a domandare se avevano bisogno di qualcosa.

Erasi supposto che si battessero.

Alla fine si calmò l’ilarità.

«Possiamo picchiare il signor di Beaufort? propose d’Artagnan. Ne avrei la gran voglia!

«Fate pure, rispose Aramis, il quale conosceva a fondo quell’indole guascona sì accorta e prode che non retrocedeva giammai su verun campo.

«E voi, Athos, che ne pensate? seguitò d’Artagnan.

«Io vi giuro da gentiluomo che rideremo se ci avete garbo.

«Dunque comincio, soggiunse d’Artagnan. Un giorno di Beaufort discorrendo con un amico del signor Principe, gli disse che sulle prime contese di Mazzarino e del Parlamento, ei si era trovato una volta in disputa col signor di Chavigny, e che vedendolo attaccato al nuovo ministro, lui che in tante maniere era collegato all’antico, lo aveva ben bene percosso.

«L’amico, il quale conosceva di Beaufort per uomo di mano assai leggiera, non istupì mica del fatto, e se n’andò correndo a riferirlo al Principe. Si divulga la faccenda, ed ecco che ognuno volge le spalle a Chavigny. Questi ricerca spiegazione della freddezza generale; si va titubanti a manifestargliela; poi v’è persona che si azzarda a dirgli come a tutti faccia sorpresa essersi egli lasciato percuotere dal signor di Beaufort abbenchè principe.

«E chi ha detto che il principe mi aveva percosso? fece il Chavigny.

«Il principe stesso, replica l’amico.

«Si va alla fonte chiara, e si trova la persona a cui il principe ha tenuto codesto discorso, e che scongiurata sull’onore a palesare la verità, lo ripete e lo afferma.

«Chavigny, dolentissimo di una tale infamia, di cui non capisce un ette, dichiara che morrà piuttosto che sopportarla. In conseguenza manda due patrini al principe, con l’incarico d’interrogarlo se sussista aver egli detto di avere percosso il signor di Chavigny.

«L’ho detto e lo ripeto, fa il principe, giacchè così è.

«Monsignore, soggiunge uno dei patrini di Chavigny, permetteteci di avvertire Vostra Altezza qualmente colpi dati a un gentiluomo degradano tanto quello che li dà quanto quello che gli riceve. Il re Luigi XIII non voleva aver camerieri gentiluomini, per aver diritto di picchiarli.

«Veh! continuò il signor di Beaufort, e chi parla di colpi? e chi discorre di picchiare?

«Ma voi, monsignore, che pretendete per percosso....

«Chi?

«Il signor di Chavigny.

«Io?

«Non percuoteste il signor di Chavigny, almeno da quel che dite?

«Sì.

«Ebbene! egli vi smentisce.

«Oh! fece il principe, l’ho percosso così bene, che ecco le mie proprie parole che lo gelarono (e il signor di Beaufort vi poneva tutta la sua maestà a voi nota): « — signor di Chavigny, siete assai da biasimare per aver dato soccorso a un birbante qual è il Mazzarino!»

«Ah! Altezza! esclamò il patrino, comprendo! volevate dire scosso.

«O scosso o percosso, che importa? gridò il di Beaufort, non è egli lo stesso? Davvero i vostri compositori di frasi sono pure pedanti!»

Furono grandi risate per questo errore filologico del signor di Beaufort, i di cui abbagli su tal genere incominciavano a passare in proverbio, e si pattuì, che essendo per sempre bandito da quelle amichevoli riunioni lo spirito di parte, d’Artagnan e Porthos potrebbero burlare i principi, con patto però che Athos ed Aramis fossero in facoltà di percuotere il Mazzarino.

«Affè, disse d’Artagnan a’ suoi due amici, avete ragione di volergli male, a Mazzarino, giacchè egli dal canto suo, e ve lo giuro, non vi vuol punto bene.

«Uh! propriamente? fece Athos. Se credessi che quel mascalzone mi conoscesse di nome, mi farei sbattezzare per paura che si supponesse ch’io conoscessi lui.

«Non vi conosce per nome ma per i fatti; sa che vi sono due gentiluomini che più particolarmente hanno contribuito alla fuga di Beaufort, e li fa cercare con grande premura, ve lo accerto.

«Da chi?

«Da me.

«Come, da voi?

«Sì, mi ha mandato a domandare anche stamane se avevo qualche notizia.

«Su quei due gentiluomini?

«Sì.

«E che gli avete risposto?

«Che non ne ho finora, ma che pranzavo con due soggetti i quali potrebbero darmene.

«Gli avete detto così? fece Porthos con una grossa risata che gli allegrava la grassa faccia. Bravo! e voi, Athos, non avete paura?

«No, disse Athos, non temo già le indagini di Mazzarino.

«Voi! soggiunse Aramis, oh! ditemi un po’ di che temete!

«Nulla, almeno nel presente.

«E nel passato? chiese Porthos.

«Ah! nel passato è tutt’altro, ribattè Athos con un sospiro, nel passato e nel futuro.

«Paventate forse per il vostro Raolo? domandò Aramis.

«Eh! disse d’Artagnan, non si rimane mai uccisi nel primo fatto.

«Nè al secondo, ribattè Aramis.

«Nè al terzo, accrebbe Porthos. E poi, quando si è uccisi, si ritorna, e la prova ne sia che eccoci qua.

«No, ripigliò Athos, non è tampoco Raolo che mi dia inquietudine, mentre spero si conterrà da gentiluomo, e se resta ucciso, ebbene! lo sarà valorosamente; ma ecco.... se gli accadesse tal disgrazia....»

Athos si passò la mano sulla fronte scolorita.

«Dite su.... lo spronò Aramis.

«Dico, che quella disgrazia sarebbe da me riguardata come un’espiazione.

«Ah ah! esclamò d’Artagnan, so io di che intendete.

«E anch’io, confermò Aramis, ma non bisogna pensarci, il passato è passato.

«Non capisco, obiettò Porthos.

«L’affare di Armentières, bisbigliò piano d’Artagnan.

«D’Armentières?

«Milady....

«Ah sì, fece Porthos, l’avevo dimenticato».

Athos lo guatò con l’occhio suo penetrante, e disse:

«Dimenticato? voi, Porthos!

«Eh sì, è tanto tempo!

«Dunque non vi sta più sulla coscienza?

«Ma no! replicò Porthos.

«Ed a voi, Aramis?

«Ci penso qualche volta come ad uno di quei casi di coscienza che più danno luogo a discussione.

«E a voi, d’Artagnan?

«Io confesso che quando la mia mente si ferma su quell’epoca terribile non ha altre rimembranze che per il corpo gelido della povera signora Bonacieux. Sì, sì...., mormorò, spesso provai de’ rammarici per la vittima, non mai rimorsi pel di lei assassino.

«Riflettete, osservò Aramis, che ammessa la divina giustizia e la sua partecipazione alle cose di questo mondo, quella donna fu punita per volere di Dio. Noi fummo gli stromenti, e non altro.

«Ma il libero arbitrio?

«Che fa il giudice? ha esso pure il suo libero arbitrio, e condanna senza paura. Che fa il carnefice? è padrone del proprio braccio, eppure colpisce senza rimorso.

«Il carnefice.... borbottò Athos, e ben vedevasi che lo tratteneva una qualche ricordanza.

«So ch’è cosa tremenda, proseguì d’Artagnan; ma quando penso che noi uccidemmo Inglesi, Roccellesi, Spagnuoli, anco Francesi, i quali non ci avevano fatto mai altro male che pigliarci di mira collo schioppo senza coglierci, e non avevano avuto verso di noi altro torto che incrociare il loro ferro col nostro e non arrivare a tempo a parare, mi scuso per la mia parte nell’uccisione di quella femmina, in parola d’onore.

«Io, disse Porthos, adesso che me lo avete rimesso in mente, caro Athos, rivedo la stessa scena come se ci fossi sempre. Milady era costà, dove voi siete (Athos impallidì); io stava nel posto dov’è ora d’Artagnan. Io avevo al fianco una spada che tagliava come una lama di Damasco; ve ne rammentate, Aramis, che la chiamavate la Balizarda? Or bene! vi giuro a tutti e tre, che se non vi fosse stato il boja di Bethune.... È di Bethune?.... sì sì, di Bethune.... avrei troncato il collo a quella scellerata, senza rimetterci le mani due volte, e anco rimettendole.... l’era una donna iniqua!

«E poi, disse Aramis in tuono di non curante filosofia, a che giova pensare a tutto questo? quel ch’è stato è stato. Ci confesseremo di quest’azione nell’ora suprema, e Dio saprà meglio di noi se sia un delitto, un fallo, o un’azione meritoria. Pentirmene, voi mi direte? oh no, per Bacco! non me ne pento se non perchè era una donna.

«Ciò che è più atto a metterci in quiete, osservò d’Artagnan, egli è che di tutto quel passato non rimane alcuna traccia.

«Aveva un figlio, notò Athos.

«Ah sì, lo so, disse d’Artagnan, e me ne avete parlato; ma chi sa poi che ne sia stato di lui? morto il serpe, estinto il covo! credete che di Winter suo zio abbia allevato quel serpentello? Di Winter avrà condannato il figliuolo siccome condannò la madre.

«Allora, rilevò Athos, guai a di Winter, giacchè il bambino nulla aveva fatto, nulla!

«Il bambino morì, o che il diavolo mi porti! seguitò Porthos. V’è tanta nebbia in quel brutto paese, almeno a quel che dice d’Artagnan».

Nel punto in cui questa conclusione di Porthos era forse prossima a riportare un certo brio su tutte quelle faccie più o meno accigliate, si udì rumore di passi per la scala, e fu bussato all’uscio.

«Entrate! disse Athos.

«Signori, avvertì l’oste, v’è un giovanotto che con molta premura chiede di parlare ad uno di voi altri.

«A quale? domandarono in quattro.

«A quello che si chiama conte de la Fère.

«Son io, rispose Athos. E che nome ha colui?

«Grimaud.

«Oh! fece Athos, e diveniva smorto in viso, digià tornato? E che mai sarà accaduto a Bragelonne?

«Venga! ordinò d’Artagnan, venga pure!»

Ma Grimaud aveva già fatta tutta la scala ed attendeva sull’ultimo gradino. Si slanciò nella stanza, e con un gesto licenziò il locandiere.

Il locandiere richiuse l’usciale. I quattro gentiluomini rimasero in ansietà. L’azione di Grimaud, pallido, sudante, tutto malconcio dalla polvere che aveva addosso, annunziava esser egli messaggero di qualche nuova interessante e tremenda.

«Signori, ei disse, quella donna aveva un bambino, il bambino è diventato un uomo; la tigre aveva un figliuoletto, ora il tigre è cresciuto, vi viene incontro, badate a voi!»

Athos guardò i compagni con un sorriso malinconico; Porthos si cercava al fianco la spada che aveva appesa al muro, Aramis afferrò un coltello; d’Artagnan si rizzò in piedi.

«Che vuoi tu dire, Grimaud? esclamò questi.

«Che il figlio di Milady ha abbandonato l’Inghilterra, è in Francia, viene a Parigi, se a quest’ora non v’è.

«Diamine! disse Porthos, sei sicuro?

«Sicuro» confermò Grimaud.

Lungo silenzio accolse questa dichiarazione. Grimaud era sì stanco ed ansante che cascò sopra una seggiola.

Athos avendo riempito un bicchiere di vino di Sciampagna glielo recava.

«Or bene, in sostanza, fece d’Artagnan, quando vivesse, quando venisse a Parigi, ne abbiamo vedute di più belle! che venga!

«Sì, aggiunse Porthos esaminando con compiacenza il brando appeso alla parete, lo aspettiamo, venga!

«E d’altronde, è un ragazzo!» rimarcò Aramis.

Grimaud si levò fieramente.

«Un ragazzo! gridò, sapete che cosa ha fatto quel ragazzo? Travestito da monaco ha scoperto tutta la storia in un colloquio avuto col boja di Bethune, il quale credendolo realmente tale, voleva confessarsi, e dopo aver da lui saputo tutto, gli ha piantato nel cuore questo pugnale. Ecco, esso è ancora rosso e bagnato, giacchè non sono più di trenta ore ch’è tratto fuori dalla piaga».

E Grimaud gittò sulla tavola lo stiletto dimenticato dal finto frate nella ferita del boja.

D’Artagnan, Porthos ed Aramis si alzarono con un movimento spontaneo, e corsero ad impugnare le spade.

Athos solo restò seduto, quieto e pensoso.

«E dici tu, Grimaud, ch’è vestito da monaco?

«Sì.

«E che uomo è egli?

«Del mio personale, secondo mi riferì l’oste, magro, pallido, con occhi turchini chiari e capelli biondi.

«E.... non ha veduto Raolo? domandò Athos.

«Anzi, si sono incontrati, ed il visconte stesso lo ha condotto presso al letto del moribondo».

Athos senza fiatare si levò a distaccare dal muro il suo brando.

«Ehi, signori! disse d’Artagnan procurando di scherzare, ma sapete che facciamo la figura di tante donnicciuole? Come! noi quattro uomini, che senza far motto siamo stati a fronte a intere armate, ora tremiamo davanti ad un fanciullo!

«Sì, replicò Athos, ma quel fanciullo viene in nome di Dio».

E tutti uscirono in fretta dall’albergo.

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XXXIX

Lettera di Carlo I.

È d’uopo che adesso il leggitore passi con noi la Senna, e ci segua sino al convento delle Carmelitane in via di San Jacopo.

Sono le undici della mattina, e le divote suore hanno fatto dire una messa pel buon successo delle armi del re Carlo I. Uscite di chiesa, una donna ed una giovinetta, vestite di nero, quella come una vedova e questa come un’orfanella, sono rientrate nella lor cella.

La donna si è genuflessa sur un inginocchiatojo di legno tinto, e a poca distanza da lei la giovane appoggiandosi ad una sedia rimane in piedi e piange.

La donna dev’essere stata bella; ma si scorge che le lacrime le hanno data l’apparenza di vecchia. La giovinetta è vaghissima, e le lacrime l’abbelliscono vie più. La donna mostra aver quarant’anni, la giovane ne ha quattordici.

«Mio Dio! diceva la supplice genuflessa, deh! conservate il mio sposo, il mio figlio, e vi prendete questa mia vita tanto misera e trista.

«Mio Dio! diceva l’altra, deh! conservatemi mia madre!

«Vostra madre non può fare per voi più cosa alcuna in questo mondo, Enrichetta; fece volgendosi l’afflitta che pregava, essa non ha più trono, nè consorte, nè figlio, nè danari, nè amici; vostra madre è abbandonata dall’universo».

E gittandosi nelle braccia della figliuola che si avanzava a sostenerla, proruppe ella pure in singulti.

«Madre mia, fatevi coraggio! seguitò la fanciulla.

«Ah! quest’anno i re sono sfortunati, rispose la più attempata posando la testa sulla di lei spalla, e nessuno in questo paese pensa a noi, chè ognuno pensa ai propri affari. Sino a tanto che fu con noi vostro fratello, ei mi sostenne, ma è partito, ed ora non può dar nuove di sè nè a me nè a suo padre. Io ho impegnate le ultime mie gioje, venduti i miei panni ed i vostri, onde pagare il salario a’ suoi servi, che ricusavano di accompagnarlo se non avessi fatto un tale sacrifizio. E noi siamo ridotte a vivere a spese delle figlie del Signore; siamo poverelle soccorse da Dio.

«Ma perchè non vi rivolgete alla regina vostra sorella? domandò la zittella.

«Ahimè! la regina mia sorella non è più regina, e un altro regna in nome di lei. Un giorno potrete comprendere questo.

«Or bene, allora al re vostro nepote. Volete ch’io gli parli? Sapete quanto mi ama!

«Ah! il re mio nepote non è ancor re, ed egli stesso, non lo ignorate, e venti volte ce lo disse Laporte, egli stesso è sprovvisto di tutto.

«Dunque, volgiamoci a Dio» soggiunse la meschinella.

E s’inginocchiò accanto alla genitrice.

Le due donne così in orazione ad un medesimo inginocchiatojo erano la figlia e la nepote di Enrico IV, la moglie e la figliuola di Carlo I.

Terminavano la duplice preghiera, quando una religiosa battè pian piano all’uscio della cella.

«Entrate, sorella» disse la più attempata alzatasi ed asciugandosi gli occhi.

La monaca schiuse la porta rispettosamente.

«Vostra Maestà si compiacerà scusarmi se la disturbo nelle sue meditazioni, essa disse, ma v’è nel parlatorio un signore straniero arrivato dall’Inghilterra, che domanda l’onore di presentarle una lettera.

«Oh! una lettera! forse del re!... Notizie di vostro padre, al certo! sentite, Enrichetta?

«Sì, l’odo, e lo spero.

«E chi è quel signore?

«Un gentiluomo di quaranta a quarantacinque anni.

«Il suo nome? ha detto il suo nome?

«Milord di Winter.

«Milord di Winter! l’amico del mio sposo! Ah, fatelo entrare!...»

E la regina corsa incontro al messaggiero, gli prese la mano con la massima premura.

Lord di Winter s’inginocchiò e porse un foglio arrotolato dentro un astuccio d’oro.

«Ah! disse la regina, voi ci recate tre cose che da gran tempo non vedemmo: oro, un amico zelante, ed una lettera del nostro sposo e signore».

Di Winter fece un altro saluto, ma non potè rispondere per la troppa commozione.

«Milord, continuò la sovrana accennando la missiva, capite che ho ansietà di sapere che contenga questo foglio.

«Signora, io mi ritiro.

«No, trattenetevi: leggeremo davanti a voi: non capite che ho da farvi mille domande?»

Di Winter retrocedè di alcuni passi, e rimase in piedi e in silenzio.

Madre e figlia dal canto loro eransi ricovrate nel vano della finestra, e scorrevano la seguente epistola:

«Signora e cara sposa

«Eccoci giunti al termine. Tutte le risorse che mi ha lasciate Iddio sono concentrate in questo campo di Naseby, d’onde vi scrivo in fretta. Qua aspetto l’armata de’ miei sudditi ribelli, e vo a contrastare con essi anco una volta. Vincitore, fo perpetuar la lotta; vinto, sono del tutto rovinato. In quest’ultimo caso (ahimè! quando si è nel grado a cui noi siamo, tutto si dee prevedere) voglio tentare di arrivare alle coste di Francia. Ma si potrà, si vorrà ivi accogliere un infelice re che rechi sì funesto esempio in un paese digià sollevato dalle civili discordie? Mi serviranno di guida la vostra saviezza e il vostro affetto. Il latore della presente vi dirà ciò ch’io non posso affidare a’ rischi di un incidente qualunque. Esso vi spiegherà quali diligenze mi aspetto da voi. Gli commetto puranco di recare la mia benedizione a’ miei figli, insieme colle espressioni più cordiali per voi, signora e diletta sposa».

La lettera era firmata, non già Carlo re, ma Carlo ancora re.

La trista lettura, di cui di Winter osservava tutte le impressioni sul volto della regina, portò pur non ostante nelle di lei pupille un lampo di speme.

«Che non sia pur re! ella esclamò, sia vinto, esule, proscritto, ma viva!... Ah! il trono è oggi un posto troppo periglioso per ch’io desideri ch’ei vi rimanga.... Ma ditemi, milord, non mi occultate nulla, dov’è egli? la sua situazione è tanto disperata quanto egli si crede?

«Più disperata ch’ei non lo pensi, o signora. Sua Maestà ha il cuore sì buono che non comprende l’odio, sì leale che non si figura il tradimento. L’Inghilterra è attaccata da uno spirito di vertigine, ch’io temo non si estingua se non nel sangue.

«Ma lord Montrose? Io aveva udito a parlare di grandi e rapidi successi, di battaglie guadagnate ad Inverlashy, ad Auldone, ad Alfort e a Kilsyth. Avevo inteso dire marciasse alla frontiera per riunirsi al suo re.

«Sì, ma alla frontiera ha incontrato Lesly. Egli aveva stancata la vittoria a forza d’imprese sovrumane, e la vittoria lo ha abbandonato. Montrose battuto a Phillippaugh è stato costretto a licenziare i resti della sua armata ed a fuggire travestito da lacchè. Egli è a Bergen in Norvegia.

«Dio lo salvi! disse la Regina. Almeno è una consolazione il sapere che siano in sicuro quei che tante volte arrischiarono per noi la propria vita. Ed ora che veggo la posizione del re quale essa è, cioè senza scampo, ditemi ciò di che siete incaricato dal mio regio sposo.

«Or bene, rispose di Winter, il re brama che procuriate di penetrare le disposizioni del re e della regina a suo riguardo.

«Ma lo sapete pure! il re è un bambinello, e la regina è una donna anche ben debole: il signor di Mazzarino è tutto.

«Vorrebbe forse fare in Francia la parte che fa Cromvello in Inghilterra?

«No no; è un Italiano scaltro e basso, che probabilmente sogna il delitto, ma non oserà mai commetterlo; ed al contrario di Cromvello che dispone di ambo le Camere a suo talento, Mazzarino non ha altro appoggio che la regina nel suo conflitto col Parlamento.

«Allora, ragione di più perchè protegga un re contro il quale sono accaniti i Parlamenti».

La regina scosse il capo, e disse con qualche amarezza:

«Milord, se ho da giudicare da me stessa, il ministro non farà cosa alcuna, o forse anco sarà contro a noi. Già gli sono di peso la presenza mia e quella di mia figlia in Francia: tanto più quella del re. Milord! è cosa trista e quasi vergognosa a dirsi; ma noi abbiamo passato l’inverno al Louvre, senza danaro, senza panni, quasi senza pane, e spesso non alzandoci dal letto per mancanza di fuoco!

«Orrore! esclamò di Winter, la figlia di Enrico IV, la moglie del re Carlo! E perchè non vi rivolgeste a qualunque di noi?

«Ecco l’ospitalità che dà ad una regina il ministro a cui vuole il re ora richiederla.

«Io però aveva udito a discorrere di un matrimonio tra monsignore principe di Galles e madamigella d’Orleans.

«Sì, lo sperai per un momento; essi si amavano, ma la regina che sul principio avea secondato questo amore ha cangiato idee, ma il duca d’Orleans, che aveva incoraggito il cominciamento della loro familiarità, ha proibito alla figliuola di più pensare ad una tale unione. Ah! (continuava la regina senza nemmeno badare a tergere le lacrime) è meglio combattere come ha fatto il re, e morire come forse ei morrà, che vivere mendicando come fo io.

«Coraggio, signora, coraggio! non disperate; gl’interessi della corona di Francia in questo punto tanto compromessi, sono di combattere la ribellione presso il popolo il più vicino. Mazzarino è uomo di Stato, e comprenderà questa necessità.

«Ma siete sicuro, domandò la regina in atto di dubbio, di non essere prevenuto?

«Da chi? fece di Winter.

«Dai Joyce, dai Priedge, dai Cromvello.

«Da un sartore! da un carrettiere! da un birrajo!... Oh! mi lusingo che il ministro non entrerebbe in alleanza con simili uomini.

«Ed egli stesso che cos’è? seguitò Enrichetta.

«Ma per l’onore del re, per quello della regina....

«Animo, lusinghiamoci che faccia qualche cosa per questo onore; disse Enrichetta. Milord, un amico possiede una sì buona eloquenza che voi mi riconfortate. Sicchè datemi la mano, e andiamo dal ministro.

«Signora, replicò di Winter inchinandosi, tanto onore mi confonde.

«Però, alfine, se egli ricusasse, obiettò la regina, ed il re perdesse la battaglia?

«Allora Sua Maestà si rifugierebbe in Olanda, dove ho inteso dire ch’era monsignore principe di Galles.

«E Sua Maestà potrebbe per la sua fuga riposarsi sopra molti servi eguali a voi?

«Ahimè! no; ma il caso è preveduto, ed io vengo a cercare in Francia degli alleati.

«Alleati! ripetè la regina scuotendo il capo.

«Pur ch’io ritrovi antichi amici ch’ebbi in passato, ribattè di Winter, e tutto garantisco.

«Si vada, milord, riprese Enrichetta colla dolorosa dubitanza delle persone che furono per lungo tempo infelici, si vada, e Dio vi ascolti!»

Ella salì in carrozza, e di Winter a cavallo, seguito da due domestici l’accompagnò vicino allo sportello.

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XL

Lettera di Cromvello.

Nel momento in cui Enrichetta lasciava il convento per recarsi al Palazzo Reale, smontava da cavallo al portone di quella dimora un tale che avvisava alle guardie aver cose importanti da dire al ministro.

Sebbene Mazzarino avesse sempre paura, siccome aveva però anche più sovente bisogno d’informazioni e consigli, era molto accessibile. Non alla prima porta si trovava la vera difficoltà, facilmente si passava pure la seconda, ma alla terza invigilava oltre la guardia e gli uscieri il fido Bernouin, cerbero cui non rimuoveva parola alcuna, cui non incantava alcun ramo nemmeno se fosse stato d’oro.

E quindi alla terza che accenniamo dovea subire l’interrogatorio formale quegli che chiedeva o reclamava un’udienza.

L’uomo arrivato allora avendo lasciato il suo palafreno legato alle inferriate del cortile, salì la scala grande, e domandò alle guardie nella prima sala:

«Il signor ministro?

«Passate» quelle risposero senza alzare gli occhi, chi di su le carte e chi di su i dadi, e d’altronde contentissime di far capire che non toccava a loro il far l’uffizio di servitori.

Il cavaliero entrò nella sala seconda. A questa stavano in custodia i moschettieri e gli uscieri.

Ed egli ripetè la richiesta.

«Avete una lettera d’udienza? disse un usciere avanzandosi incontro a lui.

«Ne ho una, ma non del ministro.

«Entrate, e fate ricerca del signor Bernouin».

Ciò detto, l’usciere aprì la porta della terza stanza.

Dietro a quella, o per caso o per abitudine, stava in piedi Bernouin, ed aveva inteso tutto.

«Son io quello che cercate, egli disse; di chi è la lettera che recate a Sua Eccellenza?

«Del generale Oliviero Cromvello; favorite dir questo nome a Sua Eccellenza, e riferirmi se vuol ricevermi o no» disse il sopraggiunto.

E rimase là ritto nell’attitudine altera e triste, particolare ai puritani.

Bernouin, dopo aver vôlto su tutta la persona del giovane uno sguardo indagatore, passò di nuovo nel gabinetto del ministro, a cui trasmise le parole del messaggiero.

«Un uomo latore di una lettera di Oliviero Cromvello? disse Mazzarino, e che specie d’uomo?

«Un vero Inglese, monsignore; capelli biondi rossicci, piuttosto rossicci che biondi; occhio grigio, turchino, piuttosto grigio che turchino, e in quanto al resto orgoglio e faccia tosta.

«Dia il dispaccio.

«Monsignore chiede il dispaccio, disse Bernouin venendo fuori dal gabinetto.

«Monsignore non vedrà il dispaccio senza il portatore; rispose il giovane, ma per convincervi che realmente io l’ho, ecco, guardatelo».

Bernouin guardò il suggello, e visto che il plico veniva veramente dal generale Oliviero Cromvello, si disponeva a tornare presso a Mazzarino.

«Aggiungete, disse il forestiero, ch’io sono, non un semplice messaggiero, ma un inviato straordinario».

Bernouin passò da capo di là, ed indi a pochi minuti secondi ricomparve, dicendo:

«Entrate».

E teneva l’uscio schiuso.

Mazzarino aveva avuto d’uopo di tutte quelle gite in su ed in giù onde calmare l’emozione cagionatagli dall’annunzio di quel piego, ma per quanta perspicacia si avesse, cercava invano qual motivo potesse indurre Cromvello a porsi seco in comunicazione.

Lo straniero si mostrò sulla soglia del gabinetto; teneva in una mano il cappello e nell’altra la lettera.

Mazzarino si alzò.

«Signore, disse, avete una lettera di raccomandazione per me?

«Eccola, Eccellenza» rispose il giovine.

Il ministro prese il foglio, lo dissigillò, e lesse:

«Il signor Mordaunt, uno dei miei segretarj, consegnerà la presente lettera d’introduzione a Sua Eccellenza il signor ministro Mazzarino in Parigi; ed è latore puranco per Sua Eccellenza di una seconda lettera confidenziale».

«Oliviero Cromvello».

«Benissimo, signor Mordaunt, disse il ministro, datemi la seconda, e sedete».

Il giovanetto si levò di tasca l’altro foglio, e lo diede e si assise.

Intanto Mazzarino tutto assorto nelle sue riflessioni aveva presa la missiva, e senza disigillarla se la girava tra le dita; ma per confondere il messaggiero si mise ad interrogarlo al suo solito, e convinto com’era dall’esperienza che pochi potevano occultargli qualche cosa quando guatava fisso interrogando, disse a colui:

«Signor Mordaunt, siete molto giovane per questo scabroso mestiere di ambasciatore; in cui male riescono talvolta i più vecchi diplomatici.

«Monsignore, ho ventitrè anni, ma Vostra Eccellenza fa sbaglio nel dirmi che son giovane; ho maggiore età che l’Eccellenza Vostra, sebbene non abbia la di lei saviezza.

«Come, come? replicò Mazzarino, non vi capisco.

«Dico che gli anni del soffrire contano per doppi, ed io soffro da venti anni.

«Ah sì, v’intendo, mancanze di fortune; siete povero, è vero?»

Ed il ministro aggiunse fra sè:

«Questi rivoluzionarj inglesi sono tutti miserabili e villani.

«Monsignore, dovevo aver un giorno un patrimonio di sei milioni, ma mi fu preso.

«Dunque non siete un uomo del volgo?

«Se portassi il mio titolo, sarei lord; se portassi il mio nome, avreste udito uno dei nomi più illustri dell’Inghilterra

«Come vi chiamate?

«Mi chiamo Mordaunt, rispose il forestiero inchinandosi».

Mazzarino si accorse che l’inviato di Cromvello bramava mantenersi incognito.

Si tacque per un momento, ma in quel momento l’osservò anche con più attenzione di prima.

L’altro se ne stava impassibile.

«Maledetti questi puritani! brontolò piano il ministro, e’ son fatti di marmo».

E poi ad alta voce:

«Ma vi rimangono dei parenti.

«Uno, monsignore.

«E allora, vi ajuta?

«Tre volte mi sono presentato per implorare il suo appoggio, ed altrettante mi ha fatto cacciar via da’ suoi domestici.

«Oh mio Dio! caro signor Mordaunt, esclamò Mazzarino lusingandosi di far cadere in qualche laccio il suo interlocutore mediante la sua finta pietà, quanto m’interessa il vostro racconto! Sicchè non conoscete la vostra nascita?

«Non la conosco se non da poco in qua.

«E sino al momento che ne aveste cognizione?...

«Mi consideravo come un fanciullo abbandonato.

«Dunque non vedeste mai vostra madre?

«Sì! quando ero bambino essa venne tre volte dalla mia balia; dell’ultima mi ricordo come se fosse oggi.

«Avete buona memoria.

«Oh sì, monsignore! replicò il giovane con un accento tanto singolare che il ministro si sentì un brivido nelle vene.

«E chi vi allevava? domandò questi.

«Una nutrice francese, la quale mi mandò via quando ebbi cinque anni, perchè nessuno la pagava più, nominandomi quel parente di cui spesso le aveva parlato mia madre.

«E che faceste?

«Mentre piangevo e mendicavo sulla strada maestra, un ministro di Kingston mi ricovrò, m’istruì nella religione calvinista, mi trasfuse tutta la scienza che aveva egli stesso, e mi ajutò nelle ricerche ch’io feci della mia famiglia.

«E le ricerche?....

«Sortirono infruttuose: il caso fece tutto.

«Scopriste che ne fosse della vostra genitrice?

«Seppi ch’era stata assassinata da quel congiunto ajutato da quattro amici suoi; ma già sapevo ch’ero stato degradato dalla nobiltà e spogliato di tutti i miei beni da Carlo I.

«Ah! comprendo adesso perchè servite il signor Cromvello. Voi odiate il re.

«Sì, monsignore, io l’odio».

Mazzarino stupì nel mirare l’espressione diabolica apparsa sul viso al giovane mentre pronunciò queste parole; come i volti ordinarj si colorano di sangue e si arrossano, così il suo colorandosi di fiele diventò quasi livido.

«È terribile la vostra storia, signor Mordaunt, e m’interessa oltremodo; ma per vostra buona sorte voi servite un padrone potentissimo. Esso deve ajutarvi nelle vostre indagini. Abbiamo tante maniere d’informazioni noi altri!

«Monsignore, a un buon cane da caccia basta mostrare il principio di un’orma perchè arrivi di certo al fine della via.

«Ma al congiunto del quale mi discorrevate, volete voi ch’io gli parli? domandò Mazzarino a cui premeva di farsi un amico presso a Cromvello.

«Grazie, Eccellenza, gli parlerò da per me.

«Ma non diceste che vi trattava male?

«Mi tratterà meglio alla prima volta che lo vedrò.

«Avete dunque un mezzo d’intenerirlo?

«Ho un mezzo di farmi temere».

Il ministro guardava il giovane che così favellavagli, ma al lampo che gli uscì dagli occhi egli abbassò la fronte, ed imbarazzato per continuare una tal conversazione, aperse la lettera di Cromvello.

A poco a poco si oscurarono di nuovo le pupille del messaggiero, ed esso piombò in profonda meditazione. Mazzarino, dopo aver letti i primi versi, si azzardò a guardare sott’occhi se Mordaunt stesse attento ai cambiamenti della sua fisonomia, e vedutolo anzi indifferente, borbottò stringendosi nelle spalle:

«Oh! andate a far fare le vostre faccende da genti che nello stesso tempo fan le loro proprie! Orsù, vediamo che si vuole da me con questo foglio».

Noi ne riproduciamo il tenore preciso:

«A Sua Eccellenza il ministro signor Mazzarino.

«Monsignore,

«Io ho voluto conoscere le vostre intenzioni in proposito degli affari attuali dell’Inghilterra. Troppo sono vicini i due regni perchè la Francia non si occupi della nostra situazione, siccome noi ci occupiamo di quella di lei. Gl’Inglesi sono quasi tutti unanimi per combattere la tirannia del re Carlo e dei suoi partigiani. Io, posto dalla pubblica fiducia alla testa di questo movimento, ne apprezzo meglio di chiunque la natura e le conseguenze. Oggi io fo la guerra, vo a dare una battaglia decisiva al re Carlo. La vincerò, perocchè ho meco la speranza della nazione e lo spirito del Signore. Vinta questa battaglia, il re non ha più risorse in Inghilterra nè in Iscozia, e se non è preso od ucciso, tenterà di passare in Francia onde reclutare soldati e riprovvedersi di armi e danaro. La Francia ha digià ricevuta la regina Enrichetta, e, senza dubbio involontariamente ha mantenuto un fuoco inestinguibile di guerra civile nel mio paese; ma Enrichetta è figlia della Francia, e dalla Francia le era dovuta l’ospitalità. Per il re Carlo la questione cambia di aspetto: accogliendolo e soccorrendolo, la Francia disapproverebbe gli atti del popolo inglese, e nuocerebbe cotanto all’Inghilterra, ed in particolare ai procedimenti del governo ch’essa vuol seguire, che un tale stato sarebbe equivalente a ostilità manifeste.

A questo punto Mazzarino, inquietissimo per l’andamento che prendeva la missiva, cessò da capo di leggere e osservò alla sfuggita il Mordaunt.

Questi stava tuttavia pensieroso, ond’egli seguitò:

«È quindi urgente, monsignore, ch’io sappia quale idea farmi delle vedute della Francia. Gl’interessi di questo regno e quei dell’Inghilterra, sebbene diretti in senso inverso, sono fra loro più collegati che non possa credersi. L’Inghilterra ha bisogno di tranquillità interna per compiere l’espulsione del suo re; la Francia ha bisogno di questa tranquillità per consolidare il trono del suo giovane monarca. Voi avete d’uopo al pari di noi di quella pace interiore a cui noi siamo prossimi mercè l’energia del nostro governo.

«Le vostre contese col parlamento, le clamorose vostre dissensioni coi principj che oggi combattono per voi e domani contro voi combatteranno, la tenacità popolare diretta dal coadjutore, dal presidente Blancmesnil e dal consigliere Broussel; finalmente tutto quel disordine che va percorrendo i diversi gradini dello stato, deve farvi considerare con inquietudine l’eventualità di una guerra estera, poichè allora l’Inghilterra agitata dall’entusiasmo delle idee nuove farebbe alleanza colla Spagna che digià brama questa unione. Io ho pensato adunque, monsignore, conoscendo la vostra prudenza e la situazione individuale in cui vi pongono oggi gli avvenimenti, che preferireste concentrare le vostre forze nell’interno del regno di Francia, ed abbandonare alle sue proprie il nuovo governo dell’Inghilterra. Questa neutralità consiste soltanto ad allontanare il re Carlo dal territorio di Francia, e non soccorrere nè con armi, nè con danari, nè con truppe, quel re affatto straniero al vostro paese.

«Così la mia lettera è del tutto confidenziale, e perciò ve la spedisco per mezzo di un soggetto avente l’intima mia fiducia. Per un sentimento che Vostra Eccellenza apprezzerà, essa precederà le misure che io prenderò secondo le circostanze. Oliviero Cromvello ha stimato che fosse meglio far intendere la ragione ad una mente intelligente com’è quella di Mazzarino, che ad una regina, certamente ammirabile per la sua fermezza, ma troppo sottomessa ai vani pregiudizi della nascita e del regio diritto.

«Addio, monsignore; se non ho risposta fra quindici giorni, terrò questa mia come non avvenuta.

«Oliviero Cromvello».

«Signor Mordaunt, disse alzando la voce il ministro, quasi per destare il gran meditatore, la mia risposta a questo dispaccio sarà tanto più soddisfacente pel generale Cromvello quanto io sarò più sicuro che non si sappia avergliela io data. Sicchè andate ad attenderla a Boulogne-sur-mer, e promettetemi di partire domattina.

«Ve lo prometto, monsignore; ma quanti giorni Vostra Eccellenza me la farà attendere?

«Se non l’avete ricevuta fra dieci giorni, potete partire».

Mordaunt fece un inchino.

«Questo non basta, continuò Mazzarino, le vostre particolari avventure mi hanno interessato al sommo; inoltre il dispaccio del signor Cromvello vi rende agli occhi miei importante come ambasciadore. Ditemi pure, ve lo ripeto, che posso fare per voi?»

Il giovane riflettè un momento, e dopo una visibilissima titubanza era per aprir bocca e parlare, ma entrò colà precipitosamente Bernouin, e chinatosi all’orecchio al ministro gli discorse piano.

«Monsignore, gli disse, la regina Enrichetta accompagnata da un gentiluomo inglese arriva in questo punto al palazzo reale».

Mazzarino fece un balzo sulla seggiola, e questo osservato da Mordaunt gli trattenne sul labbro la confidenza che a fare si accingeva.

«Signore, disse il ministro, avete inteso, non è vero? io vi prefiggo Boulogne, nell’idea che qualunque città di Francia vi sia indifferente; se un’altra ne preferite, nominatela; ma comprenderete facilmente che in mezzo a tante influenze alle quali non mi sottraggo se non a forza di segretezza, desidero che non sia nota la vostra presenza in Parigi.

«Partirò, Eccellenza, rispose Mordaunt, muovendo alcuni passi verso l’uscio da cui era entrato.

«Non di là, no! esclamò con impeto il Mazzarino, compiacetevi passare da questa galleria da dove arriverete nell’atrio. Bramo che non siate veduto ad uscire. Il nostro abboccamento deve rimaner segreto».

Mordaunt andò con Bernouin, che lo fece passare in un salotto contiguo e lo consegnò ad un usciere indicandogli la porta d’onde avesse da andarsene.

E Bernouin tornò in fretta dal suo padrone per introdurre presso di lui la regina Enrichetta, che già traversava dalla galleria dei cristalli.

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XLI

Mazzarino ed Enrichetta.

Il ministro si alzò e si fece sollecito a ricevere la regina d’Inghilterra. La raggiunse in mezzo alla galleria che precedeva il gabinetto.

Ei dimostrava tanto maggior rispetto a quella sovrana senza seguito nè vestiario di lusso, in quanto che aveva da farsi qualche rimprovero sulla sua avarizia e sul suo cattivo cuore.

Ma i supplicanti sanno forzare il proprio volto ad assumere qualunque sembianza, e la figlia di Enrico IV sorrideva venendo dinanzi a colui che abborriva e disprezzava.

«Ah! fece tra sè Mazzarino, che viso dolce! venisse mai a chiedermi danaro a prestito?»

E diede un’occhiata di mal umore al suo forziere; tirò anche in dentro il castone del magnifico diamante il di cui fulgore attraeva gli sguardi sulla sua mano che d’altronde era bianca e ben fatta. Disgraziatamente quell’anello non aveva la virtù di quello di Gygés che rendeva il suo padrone invisibile quando faceva l’atto allora fatto da Mazzarino.

Ora, il ministro avrebbe bramato assai di essere invisibile in quell’istante, giacchè indovinava ch’Enrichetta si recasse da lui a domandargli qualche cosa: tosto che una regina da esso trattata tanto male compariva col sorriso sul labbro, invece che in tuono minaccioso, arrivava di certo a supplicare e non altro.

«Signore, disse l’augusta visitante, sul primo avevo idea di ragionare dell’affare che qui mi conduce colla regina mia sorella, ma ho riflettuto che le faccende politiche riguardano innanzi a tutto gli uomini.

«Vostra Maestà creda pure, rispose il ministro, che ella mi confonde con questa lusinghiera distinzione.

«È assai grazioso, pensò la regina; che avesse capito tutto?»

Erano nel gabinetto. Mazzarino fece sedere Enrichetta, e poi le disse:

«Date gli ordini vostri al più rispettoso dei vostri servi.

«Ohimè! ella replicò, ho perduta l’abitudine di dar ordini, e ho preso quella di far delle preghiere. Ed una vengo ad avanzare a voi, ben fortunata se può essere esaudita.

«Vi ascolto, signora.

«Si tratta della guerra che il re mio consorte sostiene contro i suoi sudditi ribelli. Forse ignorate che in Inghilterra v’hanno continui combattimenti, ed altri ve ne avranno tra poco, molto più decisivi che sinora non fossero?

«Lo ignoro del tutto. (Ed il ministro si stringeva nelle spalle nel pronunziare queste parole) eh! le guerre nostre occupano abbastanza il tempo e la mente di un povero ministro inetto ed infermo quale io sono.

«Or bene, io dunque vi dirò che Carlo I mio sposo è alla vigilia d’impegnare un’azione decisiva. In caso di perdita (Mazzarino fece un movimento).... bisogna preveder tutto.... in caso di perdita, desidera ritirarsi in Francia e viver quivi da semplice suddito. Che dite di tal progetto?»

Mazzarino aveva ascoltato senza che alcuna fibra del suo viso manifestasse l’impressione ch’ei risentiva; intanto il suo sorriso si manteneva al solito finto e carezzevole, ed allorchè Enrichetta ebbe terminato, ei rispose con la voce più melliflua che potesse:

«E credete, signora, che la Francia agitata e bollente com’è per sè stessa, sia un porto di salvezza per un re balzato dal soglio? La corona sta digià poco solida sulla testa al re Luigi XIV, come potrebbe egli sopportare un duplice peso?...

«Codesto peso non è stato molto grave in quanto concerne me, interruppe Enrichetta, ed io non chiedo che pel mio consorte si faccia più di ciò che per me fu fatto. Vedete che siamo re assai modesti!

«Oh! voi, signora, si affrettò a soggiungere Mazzarino onde troncare le spiegazioni che vedeva prossime, per voi è tutt’altro; una figlia di Enrico IV, una figlia di quel re, grande, sublime....

«Lo che non v’impedisce di ricusare ospitalità al suo genero, non è così? Eppure dovreste ricordarvi che quel re, grande, sublime, proscritto un giorno secondo ora sarà il mio marito, andò a chiedere soccorso all’Inghilterra, e questa glielo diede: vero è però che la regina Elisabetta non era sua nepote.

«Peccato! fece Mazzarino imbrogliato da quella logica sì semplice, Vostra Maestà non mi capisce; giudica male le mie intenzioni, e senza dubbio perchè mi spiego poco bene in francese.

«Parlate in italiano. La regina Maria dei Medici nostra madre ne insegnò quell’idioma innanzi che Richelieu vostro predecessore la mandasse a morire nell’esiglio. Se alcun che è pur rimasto di quel grande e sublime re Enrico del quale testè faceste menzione, oh! deve meravigliare al sommo di codesta ammirazione profonda per lui congiunta a così poca pietà per la sua famiglia».

A Mazzarino colavano dalla fronte grosse goccie di sudore.

«Anzi, signora, ripigliò senza accettare l’offerta della sovrana di esprimersi in altra lingua, questa ammirazione è tanto grande e verace, che se il re Carlo I, che Iddio lo salvi da ogni disgrazia! venisse in Francia, io gli esibirei la mia casa, sì, la mia; ma ohimè! sarebbe un ricovero poco sicuro. Un giorno o l’altro il popolo incendierà questa abitazione come fece con quella del maresciallo d’Ancre. Povero Concino Concini! eppure ei voleva soltanto il bene della Francia.

«Sì, Eccellenza, come voi», fece ironicamente la regina.

Mazzarino finse di non capire il doppio senso della frase detta da lui stesso, e continuò a commiserare la sorte di Concino Concini.

«Ma insomma, che mi rispondete? domandò Enrichetta impazientitasi.

«Ah signora! egli esclamò più intenerito che mai, Vostra Maestà mi permetterebbe di darle un consiglio? bene inteso che innanzi di prendermi tanto ardire, comincio dal pormi ai piedi della Maestà Vostra per ciò che a lei piaccia.

«Dite pure; il consiglio di un uomo sì prudente come voi siete deve essere indubitatamente buonissimo.

«Credete a me, signora, il re deve difendersi sino alla fine.

«Lo ha fatto, e quest’ultima battaglia che è per dare con mezzi di gran lunga inferiori a quelli de’ suoi nemici, prova che non ha intenzione di arrendersi senza aver pugnato; ma in conclusione, nel caso che fosse vinto?...

«In tal caso, so che ardisco di troppo esternando a Vostra Maestà la mia opinione, ma io penso che il re non deve abbandonare il suo regno; si dimenticano presto i re assenti: s’ei passa in Francia, è perduta la sua causa.

«Ma allora, se questo è il vostro parere, se veramente vi interessate a lui, mandategli qualche soccorso in uomini e in danari, perchè io nulla posso più fare a suo pro; per aiutarlo ho venduto sino all’ultimo diamante che possedevo; nulla più mi rimane, e voi lo sapete meglio di chiunque. Se mi fossero restate delle gioje, avrei col prodotto di queste comperata la legna necessaria per riscaldar me e mia figlia in questo inverno.

«Ah! replicò il ministro, Vostra Maestà, non sa qual domanda mi faccia! Dal giorno in cui un soccorso di esteri entra al servizio di un re onde porlo nuovamente sul trono, si viene a riconoscere ch’ei non abbia più ajuto nell’amore dei suoi sudditi.

«Alla sostanza, signor Mazzarino, alla sostanza! disse la regina infastidita di seguire quello spirito scaltrissimo nel laberinto di parole fra cui si smarriva, rispondetemi o sì o no. Se il re persiste a rimanere in Inghilterra, gli invierete dei soccorsi? se viene in Francia, gli darete ospitalità?

«Signora, conchiuse il ministro ostentando la maggiore franchezza, spero mostrare adesso a Vostra Maestà quanta sia la mia devozione per lei, e quanto io brami di terminare un affare che tanto le sta a cuore; dopo di che, mi figuro che ella non dubiterà più del mio zelo a servirla».

Enrichetta si mordeva le labbra, e si agitava smaniosa sulla sedia ov’era assisa.

«Ebbene, che farete? sentiamo, parlate!

«Vado immediatamente a consultare la regina su questa questione, e indi rimetteremo subito la cosa al Parlamento.

«Col quale voi siete in guerra, non è così? Incaricherete come relatore Broussel? Eh basta, basta, signor mio! Vi comprendo, ed ho agito male. Andate infatti al Parlamento, poichè da quel Parlamento nemico del re sono venuti alla figlia del grande, del sublime Enrico IV, che tanto ammirate, i soli sussidj che le abbiano impedito di morir di fame e di freddo in questo inverno!»

Ed Enrichetta si alzò in atto di maestosa indignazione.

Il ministro stese le mani giunte verso di lei.

«Ah signora! mio Dio, come poco mi conoscete!»

Ma la regina, senza nemmeno voltarsi dalla parte di quello che spargeva finte lacrime, s’incamminò sino all’uscio del gabinetto, lo aperse, ed in mezzo alle numerose guardie dell’Eccellenza, ai cortigiani assidui a farle la corte, al lusso di una regina rivale, andò a prendere per mano di Winter, rimasto solo, in piedi ed isolato.... povera sovrana ormai decaduta davanti alla quale tutti s’inchinavano ancora per mera etichetta, ma che infatti non aveva più che un braccio su cui potesse appoggiarsi.

«Non importa, disse Mazzarino quando fu solo, mi ha dato non poco tormento, e mi tocca una parte assai difficile.... Io però non ho detto niente nè all’uno nè all’altra.... Uhm! il Cromvello è un terribile cacciatore di re; compiango i suoi ministri, qualora arrivi mai a prenderne.... Bernouin!»

Comparve Bernouin.

«Si veda subito se il giovane con il giubbetto nero e i capelli corti che dianzi introduceste da me è tuttora in palazzo».

Bernouin uscì.

Mazzarino impiegò il tempo della sua assenza a girare di nuovo in fuori il castone dell’anello, a stropicciare il brillante, ad ammirarne la bellissima acqua, e siccome aveva ancora negli occhi una lagrima che gli offuscava la vista, scosse il capo per farla cadere.

Tornò Bernouin con Comminges ch’era di guardia.

«Monsignore, disse quest’ultimo, mentre accompagnava il giovane di cui Vostra Eccellenza fa ricerca, egli si è accostato alla porta coi cristalli della galleria, ed ha guardato con meraviglia qualche cosa, sicuramente il bel quadro di Raffaello che le sta dirimpetto: poi ha pensato un poco, ed ha scesa la scala. Mi è sembrato di vederlo montare sopra un cavallo grigio ed uscire dal cortile del palazzo. Ma Vostra Eccellenza non va dalla regina?

«A che fare?

«Il signor di Guitaut, mio zio, mi ha detto adesso che Sua Maestà aveva ricevuto notizie dall’armata.

«Va bene, vado subito».

Nell’istante capitò il signor di Villequier; veniva infatti a chiamare il ministro a nome della regina.

Comminges avea veduto bene, e Mordaunt aveva agito precisamente com’egli raccontava. Traversando la galleria paralella a quella co’ cristalli adocchiò di Winter, il quale attendeva ch’Enrichetta avesse terminate le sue trattative.

A tal vista Mordaunt si fermò ritto, non già ad osservare il quadro di Raffaello, ma come affascinato dall’aspetto di un oggetto tremendo; gli si dilatarono le pupille, gli corse un brivido in tutte le membra, pareva che volesse penetrare fra quell’argine di vetro che lo separava dal suo nemico, imperocchè se Comminges avesse abbadato all’espressione di odio con cui il giovane fissava il ciglio sopra di Winter, di leggieri si sarebbe accorto che quel signore inglese era suo mortale nemico.

Ma egli si fermò, e certamente per riflettere, poichè invece di lasciarsi trasportare dal suo primo impulso, ch’era di andare direttamente incontro a milord di Winter, scese lentamente la scala, uscì dal palazzo a testa bassa, si pose in sella, si trasse col cavallo sul canto della via Richelieu, ed ivi con gli occhi fissi sul cancello, attese che dal cortile si partisse la carrozza della regina.

Nè fu lunga la sua aspettativa, mentre Enrichetta erasi trattenuta da Mazzarino appena un quarto d’ora; ma il quarto d’ora parve un secolo a lui che aspettava. Finalmente la grave macchina che in allora chiamavasi carrozza venne fuori con gran rumore, e di Winter sempre a cavallo si chinò di nuovo allo sportello per discorrere con Sua Maestà.

I cavalli si mossero di trotto, s’incamminarono al Louvre, ed ivi entrarono. Innanzi di partirsi dal convento dei Carmelitani, Enrichetta aveva detto alla sua figlia che venisse ad attenderla al palazzo, dove aveva dimorato per molto tempo, e indi da lei abbandonato perchè la lor miseria pareva ad esse più grave ancora nelle sue sale dorate.

Mordaunt seguitò il cocchio, e quando lo ebbe veduto entrare sotto l’arcata oscura, andò col suo corsiero ad accostarsi ad un muro su cui stendevasi l’ombra, e restò immobile in mezzo alle modanature di Giovanni Goujon, non dissimili da un bassorilievo che rappresenti una statua equestre.

Aspettava, conforme avea già fatto al palazzo reale.

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XLII

Come gl’infelici confondono talvolta il caso con la Provvidenza.

«Ebbene, signora? domandò di Winter allorchè la regina ebbe licenziati i servitori.

«Ebbene, milord, accadde quel che avevo preveduto.

«Ricusa?

«Non ve lo avevo detto prima?

«Il ministro ricusa di ricevere il re, la Francia ricusa ospitalità ad un principe infelice? è questa la prima volta!

«Non dissi la Francia, milord, dissi il ministro, ed il ministro non è tampoco francese.

«Ma la regina l’avete vista?

«È inutile, rispose Enrichetta scuotendo mestamente la testa, non dirà di sì la regina quando Mazzarino ha detto di no. Non sapete che quell’italiano guida tutto, e nell’interno e fuori? V’è di più, ed io ritorno a quel che vi ho avvertito: non mi sorprenderebbe che fossimo stati prevenuti da Cromvello. Nel parlarmi egli era in sommo imbarazzo, e nulladimeno saldo nella volontà di negar tutto. E poi, avete osservato la grande agitazione al palazzo reale, l’andare e venire di tanta gente affaccendata? Che avessero ricevuta qualche notizia, milord?

«Non certo d’Inghilterra, o signora; io ho operato con tal sollecitudine da starmi sicuro di non essere stato prevenuto; sono partito tre giorni fa, sono passato per miracolo in mezzo all’armata puritana, ho presa la posta con Tony, mio lacchè, ed i cavalli che abbiamo furono da noi comprati a Parigi. D’altronde son sicuro che il re, avanti di arrischiar niente, attenderà la risposta di Vostra Maestà.

«Milord, replicò disperata la regina, voi gli riferirete che nulla io posso fare, che ho sofferto al pari di lui e più; costretta qual sono a mangiare il pane dell’esigilo e chiedere l’ospitalità a falsi amici che si ridono delle mie lacrime, e che in quanto alla sua regia persona, sarà d’uopo che si sacrifichi generosamente e muoja da re. Ed io ne andrò a morire al di lui fianco.

«Signora, signora! esclamò di Winter, Vostra Maestà si abbandona allo scoraggiamento, e forse ancor ci rimane qualche lusinga.

«Non più amici, milord! non più amici nel mondo intero, fuori che voi.... Mio Dio, mio Dio! gridò Enrichetta alzando le braccia verso il cielo, ritraeste a voi tutti i cuori generosi ch’esistevano sulla terra!

«Io spero di no...., seguitò di Winter pensoso, vi ho parlato di quattro uomini.

«Che volete fare con quattro uomini?

«Quattro pieni di zelo, quattro pronti a morire, possono molto, signora, e quelli di che io vi discorro fecero molto in un certo tempo.

«E dove son essi?

«Ah! questo è quello che non so. Da quasi venti anni gli ho perduti di vista; eppure in tutte le occasioni in cui ho veduto il re in pericolo ho ripensato a loro.

«Ed erano vostri amici?

«Uno di essi ebbe tra le sue mani la mia vita, e me la rese; ignoro se sia rimasto mio amico, ma io almeno da quell’epoca sono restato amico suo.

«E sono in Francia coloro?

«Così credo.

«Ditene i nomi! forse gli avrò intesi menzionare, e potrò ajutarvi nelle vostre ricerche.

«Uno chiamavasi cavaliere d’Artagnan.

«Oh milord! se non m’inganno, quel cavaliere d’Artagnan è tenente delle guardie.... ho udito, sì, nominarlo.... ma badate.... quegli mi fa paura, è tutto del ministro.

«Allora poi, fece di Winter, sarebbe l’ultima sciagura, e comincierei a credere che avessimo davvero la maledizione addosso.

«Ma gli altri, gli altri! continuò la regina che si afferrava a quest’ultima speme come un naufrago ai rottami della nave, gli altri, gli altri!

«Il secondo.... lo seppi per caso, giacchè innanzi di battersi contro a noi i gentiluomini ci avevano dato i loro nomi, il secondo era il conte di la Fère... Per i due rimanenti, l’abitudine che avevo a chiamarli con nomi posticci mi fece dimenticare quelli veri.

«Ohimè! e sarebbe però urgente di ritrovarli, soggiunse la regina, poichè stimate che quei degni gentiluomini possano essere tanto utili al re!

«Oh sì, signora! perchè sono quegli stessi, ascoltatemi bene e riproducetevi tutte le vostre rimembranze. Non vi fu narrato come la regina Anna fosse in addietro salvata dal maggior periglio a cui mai si esponesse una sovrana?

«Sì, a tempo de’ suoi amori con Buckingham, e non so per quale scrignetto di gioje.

«Appunto, appunto.... coloro sono quegli stessi che la salvarono, ed in me muove un sorriso di pietà il pensare che se i lor nomi noti non sono a voi, o signora, egli è perchè Anna li dimenticò, mentre avrebbe dovuto farli primi signori del suo reame.

«Or dunque, milord, è d’uopo rintracciarli; ma che potranno fare quattro uomini, o piuttosto tre, poichè ve lo dico, non dobbiamo contare sopra d’Artagnan.

«Sarebbe una buona spada di meno, non lo nego, ma ne resterebbero sempre tre altre, senza far caso della mia; e quattro zelanti attorno al re a guardarlo da’ suoi nemici, ad assisterlo in battaglia, ad ajutarlo in consiglio, a scortarlo nella fuga, sarebbero bastanti, non per rendere vincitore il re, ma per salvarlo se fosse vinto, per dargli mano a tragittare il mare; e, per quanto ne dica Mazzarino, il vostro regio sposo, giunto una volta sulle coste di Francia, vi troverebbe asili e ricoveri quanti ne trova l’augello marino in tempo di procella.

«Milord, cercate, cercate quei gentiluomini, e se li rinvenite, e se aderiscono a recarsi con voi in Inghilterra, io darò a ciascuno di essi un Ducato nel giorno in cui ascenderemo nuovamente sul trono, ed inoltre tant’oro quanto ne occorrerebbe a rifare il pavimento del castello di White-Hall. Oh, cercate, milord! cercate! ve ne scongiuro.

«E lo farei, signora, e di sicuro li rinverrei, ma mi manca il tempo. Si è forse scordata Vostra Maestà che il re attende, e nella massima angoscia, la sua risposta?

«Allora siamo perduti! esclamò la regina in tutto lo sfogo di un cuore squarciato».

Nel momento fu aperto l’uscio; comparve la giovane Enrichetta, e la regina, con quella forza sublime che è tutto l’eroismo delle madri si rimandò in fondo al petto le lacrime facendo cenno a di Winter di cambiar discorso.

Quella variazione però, comunque fatta abilmente, non isfuggì alla principessina; essa si fermò sulla soglia, e dando un sospiro, domandò:

«Madre mia, e perchè sempre piangete senza di me?»

La genitrice sorrise, e invece di risponderle disse:

«A voi, di Winter, almeno ad esser regina soltanto per metà ha guadagnato qualche cosa, cioè che i miei figli mi chiamino madre mia anzi che dirmi signora».

E voltasi alla fanciulla:

«Che volete, Enrichetta?

«Entra ora appunto al Louvre un cavaliero, e chiede di presentare i suoi ossequj a Vostra Maestà; viene dall’armata, e dice avere una lettera da consegnarvi, se non isbaglio, per parte del maresciallo di Grammont.

«Ah! fece la regina indirizzandosi a di Winter, è uno dei miei fidi.... Ma non osservate, caro lord, che stiamo tanto meschinamente riguardo a servitù, che la mia figliuola adempie le funzioni d’introduttrice?

«Signora! disse di Winter, abbiate pietà di me, voi mi straziate l’anima!

«E chi è quel cavaliero, Enrichetta?

«L’ho veduto dal balcone; è un giovane che mostra avere appena sedici anni, chiamato visconte di Bragelonne».

La regina fe’ un cenno col capo, la principessa riaprì la porta, e presentossi Raolo.

Il quale mossi tre passi verso la sovrana, s’inginocchiò dicendo:

«Io reco a Vostra Maestà una lettera del mio amico signor conte di Guiche, che mi ha detto aver l’onore di essere fra i vostri servi; questa contiene una importante notizia e le proteste del suo rispetto».

Al nome del conte di Guiche si copersero di rossore le guancie della giovinetta; la genitrice la guardò in atto alquanto severo.

«Ma Enrichetta, ella le disse, mi avete riferito essere la lettera del maresciallo di Grammont.

«Così credevo, signora, quella balbettò.

«È mia la colpa, replicò Raolo, difatti io mi annunziai come venuto per incarico del maresciallo; ma egli ferito nel braccio diritto, non fu in grado di scrivere, ed il conte di Guiche gli fece da segretario.

«Vi è stata dunque battaglia? chiese la regina indicando a Bragelonne con un gesto di alzarsi.

«Sì signora», costui rispose.

E diè il foglio a di Winter, che già avanzatosi a riceverlo lo trasmetteva alla sovrana.

Alla nuova di un combattimento la giovane principessa schiuse il labbro per fare una domanda che senza dubbio la interessava, ma non proferì un accento, e le belle rose venutele dapprima sul volto a grado a grado si dileguarono.

La regina osservò tutti quei moti, e convien dire che il materno suo cuore li traducesse in parole, poichè interrogò così Raolo:

«E non è accaduto alcun danno al contino di Guiche? chè non solo è fra’ nostri servi, conforme vi disse, ma è ancora nostro amico.

«No signora, al contrario, si è acquistata in questa giornata grandissima gloria, ed ha avuto l’onore di ricevere un solenne abbraccio dal signor Principe sul campo di battaglia».

La principessina battè palma a palma, ma indi vergognandosi di essersi portata a tale dimostrazione di allegrezza si girò verso un vaso di fiori, e si chinò come a respirarne la fragranza.

«Si veda cosa ci partecipa il conte, disse la regina.

«Ho prevenuta Vostra Maestà ch’egli scriveva in nome di suo padre, fece Raolo.

«È vero, ella replicò».

E disigillò il piego.

«Mia signora e regina.

«Non potendo aver l’onore di scrivervi da per me, per ragione di una ferita statami fatta al braccio destro, vi supplisco per mano di mio figlio, conte di Guiche, che voi conoscete esser vostro servo pari di me, onde annunziarvi che abbiamo vinta la battaglia di Lens, e che questa vittoria non potrà a meno di dar molto potere al ministro Mazzarino ed alla regina sugli affari dell’Europa. Vostra Maestà, adunque, ove le piaccia attenersi al mio consiglio, approfitti del momento per insistere in favore del suo augusto sposo presso al governo del re. Il signor di Bragelonne, che avrà l’onore di consegnarvi il presente dispaccio, è amico di mio figlio, a cui secondo ogni probabilità ha egli salvata la vita; è un gentiluomo, al quale la Maestà Vostra può totalmente fidarsi in caso che avesse da farmi pervenire qualche ordine verbale o in iscritto.

«Mi rassegno rispettosamente, ec.

«Maresciallo di Grammont».

Nel punto in cui si trattava del servigio renduto al conte, Raolo non aveva potuto astenersi dal volgere la testa verso la giovane principessa, e per sè stesso avea visto passare nei di lei occhi un’espressione d’immensa gratitudine. Non v’era dunque più dubbio, la figlia del re Carlo I amava l’amico di lui.

«Vinta la battaglia di Lens! disse la regina, son fortunati, qui; vincono delle battaglie!... Sì, il maresciallo di Grammont ha ragione, con ciò cangieranno aspetto i loro affari; ma io temo che non faccia niente ai nostri, se pure non nuoce. Questa nuova è recente, vi sono grata, signore, di avermela recata con tal sollecitudine; senza di voi, senza la lettera, non l’avrei saputa che domani, domani l’altro, forse l’ultima in tutta Parigi.

«Signora, rispose Raolo, il Louvre è il secondo palazzo ove sia giunta la notizia; nessuno la conosce ancora, ed io aveva giurato al signor conte di Guiche di consegnare il plico a Vostra Maestà anche innanzi di avere abbracciato il mio tutore.

«Il vostro tutore è come voi un Bragelonne? domandò lord di Winter; io conobbi in passato un Bragelonne: vive egli sempre?

«No signore, è morto, e da lui il mio tutore di cui era prossimo parente, a quanto io creda, ha ereditata quella tenuta della quale porto il nome.

«E il vostro tutore, interrogò la regina, non potendo a meno di interessarsi a quel bel giovane, come si chiama?

«Conte di la Fère, replicò questi».

Di Winter fece un atto di sorpresa; la sovrana lo guardò, lieta oltre ogni segno.

«Il conte di la Fère! essa esclamò, non diceste così?»

Di Winter non poteva dar fede a ciò che aveva udito.

«Il conte di la Fère! ripetè egli pure, ve ne prego, ditemi, il conte di la Fère non è un signore ch’io conobbi bello e prode, che fu moschettiere di Luigi XIII, e può avere adesso quarantasette o quarantotto anni?

«Sì signore, precisamente.

«E che serviva sotto un nome da lui assunto....

«Sotto nome di Athos. Anche ultimamente intesi il suo amico signor d’Artagnan a chiamarlo in tal guisa.

«Appunto, signora, appunto! seguitò il conte. Ah sia lodato Iddio!... Ed è in Parigi? (richiese a Raolo).... Sperate, sperate ancora! (disse ad Enrichetta) la Provvidenza si manifesta a favor nostro, poichè fa ch’io ritrovi questo prode gentiluomo in modo tanto miracoloso. E dove abita, signore? dove abita, di grazia?

«Il signor conte di la Fère è alloggiato in via Guénégaud, all’albergo del gran re Carlomagno.

«Grazie.... Prevenite il mio degno amico acciò rimanga nelle sue stanze.... tra poco andrò ad abbracciarlo.

«Obbedisco con sommo piacere, se Sua Maestà si degna licenziarmi.

«Andate, signor visconte di Bragelonne, disse la regina, e siate certo di tutto il nostro affetto».

Raolo, riverite ossequiosamente le due principesse, salutò di Winter e partì.

Questo e la regina continuarono a discorrere qualche tempo sotto voce acciò la principessa non li udisse; ma la precauzione era superflua, dacchè essa era tutta occupata dei propri pensieri.

Indi, mentre di Winter si accingeva a tor commiato, la regina gli disse:

«Milord, ascoltate: io aveva conservato questa croce di diamanti venutami da mia madre, e questa placca di S. Michele avuta dal mio sposo; valgono circa cinquanta mila lire. Avevo giurato di morir di fame con questi preziosi ricordi prima che disfarmene; ma oggi che possono esser utili a lui od a’ suoi difensori, tutto devesi sacrificare a tale speranza. Prendeteli, e se bisogna danaro per la vostra impresa, vendeteli liberamente; bensì, se trovate mezzo di serbarli, pensate, milord, ch’io lo terrò come il servigio più grande che render possa un gentiluomo ad una regina, e nei giorni di mia prosperità quegli che mi riporti e la placca e la croce sarà benedetto da me e da’ miei figli.

«Signora, soggiunse di Winter, Vostra Maestà sarà servita da un uomo a lei devoto. Io corro a depositare in luogo sicuro questi due oggetti, i quali non accetterei se ci restassero risorse delle antiche nostre fortune; ma i nostri beni sono confiscati, esausto il contante, e siamo arrivati noi pure a trar costrutto da tutto ciò che possediamo. Fra un’ora vo dal conte di la Fère, e domani Vostra Maestà avrà una risposta definitiva».

La regina porse la mano a di Winter, che la baciò rispettosamente, ed accennando la figliuola, seguitò:

«Milord, eravate incaricato di consegnare a questa fanciulla qualche cosa da parte di suo padre».

Di Winter rimase attonito: non sapeva che si volesse dirgli.

Allora la giovane Enrichetta si avanzò sorridendo, eppure arrossendo, e porse la fronte al gentiluomo.

«Dite a mio padre che re o fuggiasco, vincitore o vinto, possente o misero, proferì la principessina, ha in me la figlia più sommessa ed amorosa.

«Lo so, lo so», rispose di Winter toccando con le labbra la fronte ad Enrichetta.

Poi se ne andò senza che alcuno lo accompagnasse, traversando i vasti appartamenti bui e deserti, ed asciugandosi le lacrime, che sebbene divenuto indifferente mediante i cinquanta anni vissuti in corte, non poteva a meno di spargere al mirare quel regio infortunio a un tempo stesso sì profondo e dignitoso.

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XLIII

Zio e nepote.

Lord di Winter era aspettato al portone dal lacchè e dal cavallo. S’incamminò alla propria dimora, pensoso e guardandosi dietro tratto tratto a contemplare la nera e silenziosa facciata del Louvre. Allora fu che vide un cavaliere distaccarsi, per così dire, dal muro, e seguitar lui a qualche distanza, e si rammentò di aver osservato nell’uscir dal palazzo reale un’ombra a un dipresso consimile.

Il servo di lord Winter, ch’era a tergo a questo di pochi passi, esaminava esso pure inquietissimo il cavaliero.

«Tony! chiamò il gentiluomo accennando al domestico di avvicinarsi.

«Eccomi, monsignore».

E il domestico si pose accanto al padrone.

«Avete badato a colui che ci seguita?

«Sì, milord.

«E chi è?

«Non lo so; ma viene appresso a Vostra Grazia sino dal Palazzo Reale, si è fermato al Louvre per attendere ch’ella uscisse, ed al Louvre si è mosso nuovamente con lei.

«Qualche spione del ministro! fece tra sè di Winter, fingiamo non accorgerci della sua sorveglianza».

E dato di sprone s’inoltrò nel laberinto di strade che conducevano al suo palazzo situato dalla parte del Marais; avendo abitato lungo tempo sulla piazza Reale, era tornato naturalmente ad alloggiarsi in prossimità dell’antica sua dimora.

L’incognito spinse al galoppo il suo cavallo.

Di Winter smontò all’albergo, e salì al suo quartiere, proponendosi di far osservare quella spia con ogni premura. Ma intanto che posava i guanti e il cappello sul tavolino, vide ad uno specchio che aveva dinanzi una figura che compariva sulla soglia della camera.

Si volse: gli stava davanti Mordaunt.

Di Winter impallidì e restò immobile.

Mordaunt rimaneva sull’uscio, freddo, minaccioso, e simile alla statua del Commendatore.

Fuvvi un momento di silenzio fra i due individui.

«Signore, disse poscia di Winter, credevo avervi digià fatto intendere ch’ero stanco di codesta persecuzione. Ritiratevi, o chiamerò gente per farvi cacciar via come a Londra. Non sono vostro zio, non vi conosco!

«Zio mio, rispose Mordaunt con la sua voce solita rauca e dileggiatrice, v’ingannate; questa volta non mi farete scacciare come a Londra; no, non vi ci ardirete. In quanto al negare ch’io sia vostro nepote, ci penserete ben bene, or che ho sapute molte cose che ignoravo un anno addietro.

«E che mi cale di ciò che avete saputo?

«Vi cale, vi cale assai, zio mio, ne son certo; e ora sarete del mio parere (aggiunse il giovane con un sorriso che fece passare il brivido nelle vene di quello a cui era diretto). Quando mi presentai da voi in Londra la prima volta, era per domandarvi che fosse avvenuto de’ miei beni; quando mi presentai la seconda, era per domandarvi da chi mai fosse stato denigrato, avvilito il mio nome. Oggi vengo per farvi una richiesta molto più terribile di tutte quelle, per dirvi, siccome disse Iddio al primo omicida: — Caino, che facesti del fratel tuo Abele? — Milord, che faceste di vostra sorella, di vostra sorella ch’era mia madre?»

Di Winter retrocedè atterrito dal fuoco che brillava negli occhi del giovane.

«Di vostra madre!

«Sì, di mia madre, milord.....»

E Mordaunt così rispondendo scuoteva la testa.

L’altro fece uno sforzo, e immergendosi nelle sue rimembranze come per attingere in esse un odio nuovo esclamò:

«Cercate che fu di lei, e domandatene all’inferno; l’inferno forse vi risponderà».

Mordaunt si avanzò nella stanza sino a trovarsi faccia a faccia con lord di Winter, ed incrociate le braccia, in tuono truce, livido il volto per ira ed affanno, gli disse:

«Io ne ho chiesto al boja di Bethune, e il boja mi ha risposto».

Di Winter cadde sopra una sedia come colpito da un fulmine, ed invano tentò di parlare.

«Sì! non è vero? proseguì il giovane, con queste parole tutto si spiega, con questa chiave si apre l’abisso. La mia genitrice aveva ereditato dal suo consorte, e voi, la mia genitrice, assassinaste! Il mio nome mi assicurava il patrimonio paterno, e voi del nome mio mi degradaste. E poi mi spogliaste de’ miei beni. Ora non più stupisco che non mi riconosciate, non più stupisco che ricusiate riconoscermi! Mal si addice chiamar nepote, quando uno è ladro infame, l’uomo che si rese povero, quando uno è omicida, l’uomo che si rese orfano!»

Questi detti produssero l’effetto contrario a quello atteso da Mordaunt. Di Winter si ricordò qual mostro fosse milady. Surse quieto e grave frenando quasi col suo sguardo severo lo sguardo infiammato del figlio di milady.

«Volete, ei disse, penetrare questo orribile arcano? Or bene! sia pure. Sappiate adunque qual’era la donna di cui oggi venite a chiedermi ragione: essa, secondo ogni probabilità, aveva avvelenato mio fratello, e per aversi la mia eredità si accingeva ad assassinar me. Io ne ho la prova. A ciò che direte?

«Dirò ch’era mia madre!

«Ella fece trafiggere da un uomo, stato in prima giusto, buono, puro, l’infelice duca di Buckingham. Che direte di questo delitto? io ne ho la prova!

«Era mia madre!

«Reduce in Francia, avvelenò nel convento degli Agostiniani di Bethune una giovane donna amata da un di lei nemico. Questo delitto vi persuaderà che giusto fosse il gastigo? e di questo io ho la prova!

«Era mia madre! ripetè Mordaunt, che alle sue tre esclamazioni aveva data una forza sempre progressiva.

«Finalmente sozza di uccisioni, di crapula, a tutti odiosa, minacciante tuttavia come una pantera sitibonda di sangue, soccombè sotto i colpi di uomini che avea ridotti alla disperazione e che mai non le avevano recato il menomo danno; trovò dei giudici, che contro lei richiamarono gli esecrandi suoi attentati; e quel carnefice che voi vedeste, quel carnefice che tutto vi narrò, deve avervi pur detto ch’egli stesso balzava di gioja nel vendicare su di lei il vituperio ed il suicidio di suo fratello. Zitella corrotta, moglie adultera, sorella snaturata, omicida, avvelenatrice, orribile a tutti quanti conosciuta l’avevano, a tutte le nazioni che l’avevano accolta nel lor seno, morì maledetta dal cielo e dalla terra.... Ecco, ecco qual’era quella donna!»

Un violento singulto più forte che la volontà di Mordaunt straziò a questo la gola e gli rimandò il sangue sul pallido volto; strinse egli le pugna, e con la guancia molle di sudore, e i capelli irti sulla fronte come quelli di Amleto, ei gridò furibondo:

«Tacete! era mia madre! i suoi disordini non mi son noti; i suoi vizj non mi son noti; i suoi delitti non mi son noti! Ma quel ch’io so, è che avevo una madre, è che uomini uniti in lega contro una donna la uccisero clandestinamente, crudelmente, da vili, da vili! quel ch’io so, è che fra costoro eravate ancor voi, signore! voi, mio zio, e che diceste al pari degli altri, e più forte degli altri: — È d’uopo ch’ella muoja! — E quindi ve ne avverto, e date ascolto a queste parole, e vi si scolpiscano nella memoria in guisa che giammai non le obbliate: l’assassinio che tutto mi tolse, l’assassinio che mi privò del mio nome, l’assassinio che m’impoverì, l’assassinio che mi rese depravato, malvagio, implacabile, di questo assassinio vi chiederò ragione, prima a voi, e poi a quelli che furon vostri complici, quando io venga a conoscerli».

Con l’odio nelle pupille, la spuma sulla bocca, il pugno teso, Mordaunt aveva mosso un passo di più, passo terribile, passo minaccioso incontro a di Winter.

Questi diè mano alla spada, e disse col sogghigno proprio di un uomo che da trent’anni già scherzi con la morte:

«Signore, volete assassinarmi? allora vi riconoscerò per mio nepote, perocchè siete veramente figlio di vostra madre.

«No! ribattè Mordaunt, e sforzava a frenarsi e a tornare nel loro stato naturale tutte le fibre del volto, tutti i muscoli del corpo, no! non vi ucciderò, almeno pel momento, perchè senza di voi non iscuoprirei gli altri; ma quando noti essi mi siano, oh tremate! io trafissi col mio pugnale il boja di Bethune; senza pietà lo trafissi, senza misericordia, ed egli fra tutti era il meno colpevole».

Ciò detto, il giovanetto uscì e scese la scala con calma bastante per non essere osservato; indi sul pianerottolo d’abbasso passò davanti a Tony, che chinato sulla branca non aspettava se non un grido del padrone per correr su da lui.

Ma di Winter non chiamò; oppresso, abbattuto, restò in piedi, porgendo l’orecchio.... e soltanto quando ebbe inteso allontanarsi il cavallo cadde sopra una sedia dicendo:

«Mio Dio! vi ringrazio.... deh! non conosca egli mai altri che me!»

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XLIV

Paternità.

Mentre aveva luogo presso lord di Winter la scena tremenda, Athos assiso accanto alla finestra della sua camera, appoggiando il gomito sul tavolino e sulla mano la testa, ascoltava, quasi diremmo con le orecchie e cogli occhi, Raolo che gli narrava le avventure del suo viaggio e i dettagli della battaglia.

Il bello e nobile viso del gentiluomo esprimeva indicibile contento al racconto di quelle prime pure e fresche emozioni; traeva a sè fin anco i suoni di quella voce giovanile che gli si appassionava pei sentimenti elevati e grandiosi, siccome suolsi ad una musica armoniosissima. Dimenticato egli aveva quanto di oscuro era nel passato e nuvoloso nell’avvenire. Pareva che il ritorno di quel fanciullo prediletto avesse persino convertiti i suoi timori in speranze. Athos era pago, più pago che non fosse stato giammai.

«Ed assisteste, e prendeste parte alla grande battaglia, Bragelonne? domandava l’antico moschettiere.

«Sì, signore.

«E fu terribile, mi dite?

«Il signor Principe caricò in persona undici volte.

«È un gran guerriero!

«È un eroe! non l’ho perduto un momento di vista... Bella cosa, o signore, è il chiamarsi Condé e portar così un tal nome!

«Quieto e brillante, non è vero?

«Quieto come alla parata, brillante come in una festa. Quando andammo incontro al nemico movevamo di passo; ci era vietato d’essere i primi a tirare, e marciavamo col moschetto posato sulla coscia verso gli Spagnuoli che stavano sopra un’altura. Arrivati a distanza da loro di trenta passi, il principe si volse ai suoi soldati. «Figliuoli, disse, avrete da soffrire una scarica terribile, ma poi, non dubitate, vi rifarete facilmente su coloro». Era tale il silenzio, che amici e nemici udivano quei di lui detti. Indi alzata la spada gridò: «Suonate, trombe!»

«Bene! bene! all’occasione fareste altrettanto, eh, Raolo?

«Ah! ne dubito, perchè a me quei tratti parvero assolutamente magnifici. Giunti a minor distanza forse di un terzo, mirammo tutti i moschetti abbassarsi come una sola linea splendentissima, giacchè il sole ne faceva rilucere le canne. Ed il principe disse: «Al passo, figliuoli! ecco il momento.

«Raolo, aveste paura? chiese il conte.

«Sì signore, rispose ingenuamente il giovanetto, mi sentii come un gran freddo al cuore, e alla parola: «Fuoco!» che eccheggiò in spagnuolo tra le file nemiche, chiusi gli occhi e pensai a voi.

«Davvero? disse Athos stringendogli la destra.

«Oh sì! nell’istante medesimo furono tali spari che si sarebbe creduto fosse il cielo per aprirsi, e quei che non restarono uccisi, oh! sentirono il calore della fiamma. Io schiusi il ciglio, meravigliando di non essere estinto o per lo meno ferito; un terzo dello squadrone giaceva al suolo mutilato e insanguinato. In quel punto incontrai le pupille del principe, e non badai che a una cosa, cioè ch’ei mi guardava. Diedi di sprone, e mi trovai framezzo ai nemici.

«E Sua Altezza fu contenta di voi?

«Così almeno mi disse, quando m’incaricò di accompagnare a Parigi il signor di Chatillon, ch’è venuto a dar questa notizia alla regina e portare le bandiere grigie. «Andate, mi diceva il prence, il nemico non si sarà riunito per una quindicina di giorni, e sino allora non ho bisogno di voi; andate ad abbracciare quelli che vi amano, e dite a mia sorella di Longueville che la ringrazio del regalo da lei fattomi dandovi a me». Ed io (seguitava Raolo volgendo sul conte un sorriso di amore profondo) sono venuto, nella certezza che a voi fosse caro di rivedermi».

Athos si trasse vicino il garzoncello, e lo baciò in fronte siccome avrebbe fatto ad una fanciulla.

«Sicchè, Raolo mio, eccovi digià slanciato; avete amici dei duchi, compare un maresciallo di Francia, capitano un principe del sangue, in una stessa giornata di ritorno siete stato ricevuto da due regine: è un bel fare per un novizio!

«Ah! appunto, aggiunse Bragelonne ad un tratto, mi rammentate una cosa di cui mi scordava: che presso Sua Maestà la regina d’Inghilterra si trovava un gentiluomo, il quale quando io proferii il vostro nome mandò un grido di sorpresa e di gioja; si diede per vostro amico, mi domandò il vostro indirizzo, e tra poco verrà a vedervi.

«Come si chiama?

«Non ho osato ricercarglielo; ma quantunque si esprima con eleganza, dalla pronunzia l’ho giudicato per inglese.

«Ah! disse Athos».

E chinò il capo quasi volesse riprodursi qualche rimembranza. Indi allorchè lo alzò nuovamente lo sorprese la presenza di un uomo che ritto davanti all’uscio mezz’aperto lo esaminava con molta commozione.

«Lord di Winter! esclamò il conte.

«Athos! mio caro Athos!»

E i due gentiluomini stettero alquanto abbracciati; dopo di che Athos prese ambe le mani a di Winter, gli disse:

«Che avete milord? sembrate tanto afflitto quanto io sono lieto.

«Sì, amico, è vero; e dirò anche di più: che il vostro aspetto accresce il mio timore».

Di Winter si osservava d’intorno, come per cercare la solitudine. Bragelonne capì che i due avevano da discorrere, ed uscì senza mostrare di mettervi importanza.

«Orsù, cominciò Athos, adesso che siam soli, parliamo di voi.

«Mentre siam soli, parliamo di noi, rispose di Winter. Egli è qui.

«Chi mai?

«Il figlio di milady».

Athos colpito anche una volta da quel nome che sembrava lo perseguitasse come un eco funesto, esitò un poco, inarcò le ciglia, ed in tuono di tutta calma pronunciò:

«Lo so.

«Lo sapete?

«Sì: Grimaud lo ha incontrato fra Bethune ed Arras, ed è corso a briglia sciolta ad avvertirmi della sua venuta.

«Grimaud dunque lo conosceva?

«No, ma ha assistito al letto di morte uno che lo conosceva.

«Il carnefice di Bethune! gridò di Winter.

«Lo sapete? esclamò attonito Athos.

«Mi ha lasciato adesso, mi ha detto tutto.... ah, che scena orribile! Perchè non annientammo con la madre il figliuolo!»

Athos al pari di tutte le indoli nobilissime non rendeva altrui le spiacevoli impressioni che riceveva; ma all’incontro le assorbiva sempre in sè stesso, ed invece di esse rimandava speranze e consolazioni. Avreste detto che i suoi particolari affanni gli uscissero dall’anima trasformati in contento per gli altri.

«Di che paventate? chiese poi superando mediante la ragione il terrore d’istinto provato dapprima, non siamo qua per difenderci? Quel giovine si è forse fatto assassino di mestiere, omicida a sangue freddo? Può aver ucciso il boja di Bethune in un moto di rabbia, ma ormai è sazio il suo furore».

Di Winter con un mesto sorriso scuoteva la testa.

«Voi dunque non conoscete più quel sangue?

«Oibò! replicò Athos procurando parer tranquillo, avrà perduta la sua ferocia alla seconda generazione. D’altronde la Provvidenza ci ha prevenuti onde siamo guardinghi. Null’altro possiam fare che attendere; si attenda. Ma come poc’anzi io diceva, discorriamo di voi. Qual motivo vi conduce a Parigi?

«Affari importanti di che in breve sarete sciente. Ma che mai ho inteso da Sua Maestà la regina d’Inghilterra? D’Artagnan è del Mazzarino? Perdonate la mia franchezza, io non odio nè amo il ministro, e le vostre opinioni mi saranno sempre sacre. Sareste voi per caso dedito a colui?

«D’Artagnan è al servizio, rispose Athos, è soldato, ed obbedisce al potere costituito. D’Artagnan non è ricco, e per vivere ha d’uopo del suo grado di tenente. Milord, in Francia sono rari i milionarj come voi!

«Ahimè! replicò di Winter, oggi io sono tanto povero e più ancora che lui... Ma torniamo a voi.

«Ebbene, volete sapere se io sono del Mazzarino? No, no, le mille volte! Scusate voi pure o milord, la mia franchezza».

Di Winter si alzò e si strinse al seno l’amico.

«Oh! disse, grazie conte! grazie di sì fausta notizia. Eccomi, mi vedete or contento e ringiovanito.... Non siete del Mazzarino? benissimo. E poi, non poteva mai essere.... Ma compatite ancora; siete libero?

«Che intendereste per libero?

«Domando se non siete ammogliato.

«Oh! per questo poi no».

Ed Athos sorrideva.

«È che quel giovanetto, sì bello, gentile, grazioso...

«È un fanciullo ch’io educo, e che neppur conosce suo padre.

«Ottimamente; siete sempre lo stesso, grande e generoso.

«Orsù, milord, che mi richiedete?

«Avete tuttora amici i signori Porthos ed Aramis?

«E aggiungete d’Artagnan. Siamo tutti e quattro affezionati scambievolmente come in passato; ma quando si tratta di servire il ministro o di batterlo, d’esser di Mazzarino o della Fronda, allora siamo due soli.

«Aramis è con d’Artagnan?

«No, il signor Aramis mi fa l’onore di associarsi alle mie opinioni.

«Potete rimettermi in relazioni con quell’amico sì cortese e spiritoso?

«Certo, appena lo bramiate.

«Si è egli cambiato?

«Si è fatto abate, non v’è altro.

«Mi spaventate; il suo stato deve averlo indotto a rinunziare alle grandi imprese.

«All’opposto: disse Athos scherzando, non è stato mai tanto moschettiere com’è adesso, ed in lui troverete un vero Galaor. Volete ch’io lo mandi a chiamare per mezzo di Raolo?

«No, conte; potrebbe darsi che a quest’ora non fosse reperibile; ma poichè credete di poter garantire per lui....

«Quanto per me medesimo.

«Potete impegnarvi a condurmelo domani a dieci ore sul ponte del Louvre?

«Ah, ah! fece Athos, avete un duello?

«Sì, e bellissimo; duello, in cui spero sarete anche voi.

«Dove andremo, milord?

«Da Sua Maestà la regina d’Inghilterra, che mi ha incaricato di presentarvi a lei.

«Sua Maestà dunque mi conosce?

«Io, vi conosco.

«Enigma; ma non serve, tosto che a voi è noto il motivo, non vi domando di più. Mi farete l’onore di cenare con me, milord?

«Vi ringrazio, conte; ma confesso che la visita di quel giovane mi ha tolto l’appetito, e probabilmente mi leverà il sonno. Che intrapresa vuol egli compiere in Parigi? non per incontrar me vi è venuto, poichè era ignaro del mio viaggio... Ah! egli mi spaventa, in lui v’è un avvenire di sangue.

«Che fa esso in Inghilterra?

«È uno dei più caldi seguaci d’Oliviero Cromvello.

«E chi lo ha collegato a quella causa? Sua madre e suo padre, per quanto io creda, erano cattolici.

«L’odio che nutre contro il re.

«Contro il re!

«Sì, il re lo dichiarò bastardo, lo spogliò de’ suoi beni, gli proibì di portare il nome di Winter.

«Ed ora come si chiama?

«Mordaunt.

«Puritano e travestito da monaco, viaggiando solo per le strade della Francia!

«Da monaco?

«Sì: non lo sapete?

«Non so se non ciò ch’ei mi ha detto.

«E come tale, e per caso, egli intese le spiegazioni del carnefice di Bethune.

«Allora tutto comprendo: viene inviato da Cromvello.

«A chi?

«A Mazzarino; e la regina lo aveva indovinato, noi fummo prevenuti; ormai tutto mi si fa chiaro. Conte, addio a domani.

«Ma è notte molto buja, disse Athos osservando di Winter più agitato che non volesse apparire, e voi forse non avete servi?

«Ho Tony, buono e semplice ragazzo.

«Olà! Olivain, Grimaud, Blaisois, qualcuno prenda il moschetto e chiami il signor visconte».

Blaisois era quel grazioso garzone, mezzo lacchè e mezzo contadino, che noi vedemmo di volo nel castello di Bragelonne entrato ad avvisare che il pranzo era pronto, e da Athos battezzato col nome della sua provincia.

Cinque minuti dopo dato l’ordine, giunse Raolo.

«Visconte, scorterete milord sino al suo albergo e non lascerete che alcuno gli si appressi.

«Ah conte! disse di Winter, e per chi mi prendete?

«Per un forestiero, che non conosce Parigi, ed a cui il visconte insegnerà la strada».

Di Winter strinse ad Athos la mano.

«Grimaud! comandò quest’ultimo, mettiti alla testa della comitiva, e bada al finto frate!»

Grimaud si scosse, indi fe’ un cenno col capo ed aspettò la partenza toccando con tacita eloquenza il calcio del moschetto.

«Addio a domani, ripetè di Winter.

«Sì, milord».

La piccola brigata s’incamminò verso la via San Luigi, Olivain tremando come Sosia ad ogni riflesso del lume un po’ dubbio, Blaisois assai saldo perchè ignorava che vi fosse qualunque pericolo, Tony guardando a destra e a manca, ma senza poter dire una parola attesochè non parlava francese.

Di Winter e Raolo andavano uno accanto all’altro, e discorrevano insieme.

Grimaud, che secondo eragli ingiunto da Athos precedeva il corteggio con una torcia in una mano e nell’altra il moschetto, arrivò alla locanda di di Winter, bussò col pugno alla porta, e quando venne gente ad aprire salutò milord senza fiatare.

Lo stesso fu al ritorno. I di lui occhi nulla videro di sospetto, tranne una specie d’ombra appiattatasi sul canto della via di Guénégaud e dell’argine; gli sembrò di aver anche nel passare osservato colui che stava in aspettativa. Si diresse incontro ad esso, ma innanzi che lo avesse raggiunto l’ombra era sparita in una straduzza ove Grimaud non giudicò prudente d’inoltrarsi.

Si rese conto ad Athos del successo della spedizione, ed essendo le dieci ore di sera ciascuno si ritirò nel proprio appartamento.

All’indomani nel destarsi il conte si trovò Raolo vicino al letto. Questi era bell’e vestito, e leggeva un libro nuovo di Chapelain.

«Digià alzato Raolo? disse il conte.

«Sì, rispose il giovanetto titubando, ho dormito male....

«Dormito male? voi! qualche pensiero vi occupava?

«Signore, direte che ho molta fretta di lasciarvi quando sono appena arrivato, ma....

«Dunque la vostra licenza era per due soli giorni?

«Anzi, per dieci... e non bramerei già di andare al campo.

«E dove? fece Athos sorridendo, purchè non sia un segreto, visconte? Siete quasi un uomo, poichè avete fatte le prime armi, ed avete acquistato il diritto di andare ove vogliate senza dirmelo.

«Giammai, replicò Raolo, finchè avrò la sorte di avervi per mio protettore, non crederò essere in diritto di sottrarmi ad una tutela che tanto mi è cara.... Desidererei recarmi a passare un giorno e non più a Blois.... mi guardate, vi riderete di me!

«No, rispose Athos reprimendo un sospiro, non rido, no... avete voglia di riveder Blois, è naturale!

«Sicchè lo permettete? esclamò allegro Bragelonne.

«Certamente.

«In fondo al cuore, non ve n’incresce?

«Niente affatto: perchè deve increscermi ciò ch’è a voi di piacere?

«Oh quanto siete buono!»

Raolo era per saltare al collo ad Athos, ma lo trattenne il rispetto.

Athos gli aprì teneramente le braccia.

«E posso partir subito?

«Quando vi aggrada».

Il giovane mosse tre passi per uscire.

«Signore, disse poi, ho pensato ad una cosa, cioè che alla signora duchessa di Chevreuse tanto buona per me, son debitore della mia introduzione presso al signor Principe.

«E che dovete ringraziarla, non è vero?

«Mi sembrerebbe.... però a voi spetta il decidere.

«Passate dal palazzo di Luynes, Raolo, e fate domandare se la duchessa può ricevervi. Mi piace rivelare che non dimentichiate le convenienze. Prenderete con voi Grimaud e Olivain.

«Tutti due?» domandò Raolo attonito.

«Tutti due».

Il visconte salutò ed uscì.

Nel guardarlo chiudere la porta e udirlo a chiamare forte ed allegramente Grimaud e Olivain, Athos sospirò.

«Mi abbandona pur presto! pensava, ma obbedisce alla legge comune. La natura è così; essa guarda sempre innanzi. Oh! di sicuro egli ama quella fanciulla; ma amerà me men di prima perchè ami altre persone?»

Il conte di la Fère confessava che non si era aspettato a sì sollecita partenza, ma in lui dileguavasi ogni trista cura considerando che Raolo era contento.

Alle dieci ore tutto era pronto per il viaggio. Mentre Athos guardava Raolo montare a cavallo, venne un lacchè a riverirlo a nome della signora di Chevreuse: era esso incaricato di dire al conte di la Fère che avendo ella saputo il ritorno del suo giovine protetto e il suo contegno nella recente battaglia, le sarebbe caro di fargliene le sue congratulazioni.

«Direte a madama la duchessa, rispose Athos, che il visconte s’incamminava appunto al palazzo di Luynes».

E dopo aver rinnovate le sue raccomandazioni a Grimaud, fe’ cenno a Raolo che poteva partire.

D’altronde, riflettendo meglio, Athos pensava non esser male che in quel momento Raolo si allontanasse da Parigi.

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XLV

Un’altra regina che chiede soccorso.

Athos aveva mandato a prevenire Aramis sino dalla mattina, dando la sua lettera a Blaisois, unico servitore che gli fosse rimasto. Blaisois trovò Bazin che indossava la sua giubba da bidello; in quel giorno era di servizio a Nostra Donna.

Athos aveva fatto premura a Blaisois, onde tentasse parlare ad Aramis in persona. Blaisois, giovanotto grande e sempliciotto che non conosceva altro che il comando, aveva quindi domandato dell’abate d’Herblay, e non ostante che Bazin gli protestasse ch’ei non v’era, aveva insistito in tal modo che Bazin si era adirato sul serio. Blaisois vedendo Bazin in abito ecclesiastico non aveva curate le sue negative, ma insistito ben anzi a andare avanti, supponendo colui con il quale aveva che fare dotato di pazienza e cristiana carità.

Ma il Bazin, sempre servitore dei moschettieri quando gli andava il sangue al capo, prese un bel manico di granata, e picchiò Blaisois dicendogli:

«Avete insultata la Chiesa, caro mio, insultata la Chiesa!»

Nel momento, all’insolito frastuono, era comparso Aramis schiudendo con cautela l’usciale della sua camera dormitoria.

Ed allora il suddetto Bazin avea posata rispettosamente la sua granata in terra sur una delle punte, conforme gli era accaduto di veder fare a Nostra Signora dallo Svizzero colla alabarda, e Blaisois con un’occhiataccia di rampogna diretta al cerbero si era levata di tasca la lettera e presentatala ad Aramis.

«Del conte di la Fère, disse Aramis, va bene».

E indi ritornò dentro senza tampoco richiedere la causa di tanto subbuglio.

Blaisois se ne venne indietro malinconico all’albergo del Gran Re Carlomagno. Athos gli domandò ragguaglio della sua commissione, ed egli raccontò la sua avventura.

«Imbecille! fece Athos ridendo, e non dicesti ch’eri là da parte mia?

«Signor no.

«E che ha detto Bazin sapendo ch’eravate mio?

«Oh! mi ha fatto un diluvio di scuse, e mi ha obbligato a bere due bicchieri di vin moscato eccellente, con inzupparvi tre o quattro biscotti squisiti; ma che serve? è brutale fuor di maniera! un bidello! oibò!

«Bene! pensò Athos, una volta che Aramis ha avuta la lettera, per quanti impedimenti si abbia e’ verrà».

Alle dieci ore, Athos colla sua solita puntualità si trovava sul ponte del Louvre. V’incontrò lord di Winter arrivato appunto allora.

Essi aspettarono circa dieci minuti.

Di Winter cominciava a temere che Aramis non capitasse.

«Pazienza! disse Athos che teneva gli occhi fissi nella direzione della via del Bac, pazienza; ecco un abate che dà una spinta a un uomo e saluta una donna, dev’essere Aramis».

Difatti era desso: un giovinotto che guardava per aria ed aveva schizzato di mota Aramis era ito dieci passi più in là per un pugno datogli da quest’ultimo, il quale, essendo passata allora una sua penitente, l’aveva salutata col suo più grazioso sorrisetto.

Aramis fu dunque da loro in un momento.

E là, com’è da credere, grandissimi amplessi fra lui e di Winter.

«Dove andiamo? domandò Aramis, v’è forse da battersi? stamane non ho spada, bisognerà che torni da me a pigliarla.

«No, rispose di Winter, si va a far visita a Sua Maestà la regina d’Inghilterra.

«Ottimamente! (ed Aramis si chinava all’orecchio ad Athos) e in quale scopo questa visita?

«Affè, forse qualche testimonianza che da noi si reclama.

«Non sarebbe per quel maledetto affare? In tal caso non avrei troppa voglia di andarvi, perchè vi sarebbe da prendersi qualche bella predica, e dacchè le fo agli altri, non ho caro di averle io.

«Se ciò fosse, non ci condurrebbe da sua Maestà milord di Winter, mentre gliene toccherebbe la sua parte, essendo stato dei nostri.

«Ah sì! dite bene. Si vada».

Giunti al Louvre, di Winter passò il primo. D’altronde non istava al portone che un solo custode. Alla luce del giorno, Athos, Aramis e l’Inglese poterono osservare l’orribile miseria dell’abitazione che un’avara carità concedeva all’infelice sovrana. Grandi sale spoglie di mobili, mura sconquassate su cui rilucevano ad intervalli antiche guarnizioni d’oro che aveano resistito all’incuria, finestre che non si chiudevano più e mancanti di vetri; non tappeti, non guardie, non famigli, ecco quanto colpì subito gli occhi ad Athos, e ch’ei fece tacitamente notare al suo compagno spingendolo col gomito ed accennandogli quell’estrema povertà.

«Mazzarino ha migliore alloggio, disse Aramis.

«Mazzarino è quasi re, rispose Athos, ed Enrichetta non è più regina.

«Se vi degnaste di mostrarvi spiritoso, fece Aramis, credo in coscienza che lo sareste più che non lo era il disgraziato signor di Voiture».

Sembra che la regina attendesse con impazienza, poichè al primo movimento che udì nel salone che precedeva la sua camera venne da sè sulla soglia a ricevere i cortigiani del suo infortunio.

«Entrate e siate ben venuti, signori; essa disse».

I gentiluomini passarono, e sul principio rimasero in piedi, ma ad un gesto della sovrana che l’invitava a sedersi Athos diede l’esempio dell’obbedienza. Egli era tranquillo e grave, ma Aramis all’incontro adiratissimo perchè esacerbato da quella regia miseria, di cui studiava con lo sguardo ogni nuova traccia che gli si offriva alla vista.

«Esaminate il mio lusso? disse Enrichetta con la massima angustia.

«Chiedo scusa a Vostra Maestà, replico Aramis, ma non saprei nascondere la mia indignazione mirando che alla corte di Francia si tratti così la figlia di Enrico IV.

«Questo signore non è cavaliere? chiese la regina a lord di Winter.

«È l’abate d’Herblay, questi rispose».

Aramis arrossì.

«Signora, sono abate, ma a mio malgrado e contro mia vocazione, e sono sempre pronto a diventar da capo moschettiere. Io dunque sarò l’uomo che la Maestà Vostra troverà più zelante a servirla in qualunque cosa voglia ordinarmi.

«Il signor cavaliere d’Herblay, soggiunse di Winter, è uno dei valorosi moschettieri del re Luigi XIII di cui vi ho parlato, signora».

E volgendosi ad Athos seguitò:

«Questi è il nobile conte di la Fère, la di cui alta rinomanza è ben nota a Vostra Maestà.

«Signori, disse la regina, alcuni anni sono io aveva d’intorno gentiluomini, tesori, armate; tutti questi ad un mio cenno si adopravano in servizio mio. Oggi, guardate qui a me vicino, forse ne stupirete, ma per compiere un disegno che dee salvarmi la vita non ho altro che lord di Winter, un amico da venti anni, e voi, o signori, che veggo per la prima volta e conosco soltanto come miei concittadini.

«E basta, fece Athos con un profondo saluto, se la vita di tre uomini può riscattare la vostra.

«Grazie, signori. Ma ascoltatemi: non solo io sono la più misera delle regine, sono anche la più sventurata fra le madri, la più disperata fra le mogli; i miei figli, due per lo meno, il duca d’York e la principessa Carlotta, sono da me lontani, esposti ai colpi degli ambiziosi e dei nemici; il re mio consorte conduce in Inghilterra una sì dolorosa esistenza che poco io vi dico asserendovi che cerca la morte come cosa per lui da bramarsi. Ecco la lettera che mi fece pervenire per mezzo di milord di Winter: leggete».

Athos ed Aramis si scusavano.

«Leggete, ripetè la regina».

Athos lesse ad alta voce la missiva a noi nota, nella quale il re Carlo domandava se in Francia gli sarebbe accordata l’ospitalità.

«Ebbene? fece poi Athos.

«Ebbene, ribattè Enrichetta, ha ricusato».

I due amici ricambiarono fra loro un sorriso di disprezzo.

«Ed ora che si dee fare? continuò il conte di la Fère.

«Sentite voi qualche compassione per tanta sventura?

«Ho avuto l’onore di domandarvi, Maestà, ciò che desiderate si faccia per servirvi da me e dal signor d’Herblay: siamo pronti.

«Ah! avete infatti un cuor nobile! esclamò la regina con uno slancio di gratitudine, mentre di Winter la guardava come dicesse: Non vi ero forse rimasto garante per loro?

«E voi? domandò Enrichetta ad Aramis.

«Io, egli rispose, ovunque vada il signor conte, quando fosse anche a morte, lo seguo senza ricercare il perchè; ma allorchè si tratta di un comando di Vostra Maestà (aggiungeva fissandola in volto con tutta la grazia di gioventù) io precedo il signor conte.

«Or bene, signori, poichè così è, poichè consentite ad adoprarvi a pro di una povera principessa abbandonata dal mondo intero, ecco ciò che per me occorre di fare. Il re è solo con alcuni gentiluomini, che ogni giorno teme di perdere, in mezzo a Scozzesi dei quali diffida benchè egli stesso sia Scozzese. Dacchè lord Winter lo ha lasciato, io più non vivo. Ora, domando forse troppo, mentre per domandare non ho verun titolo: trasferitevi in Inghilterra, raggiungete il re, siate suoi amici, siate suoi custodi, marciate al di lui fianco nelle battaglie, camminate presso di lui nell’interno della sua dimora, dove ogni dì crescono inganni e insidie anco più perigliose che tutti i rischi della guerra; ed in cambio di questo sacrifizio che mi farete, io vi prometto non di ricompensarvi, credo che questa parola vi offenderebbe, ma di amarvi come una sorella, e di preferirvi a chiunque, tranne al mio sposo ed ai miei figli; lo giuro dinanzi a Dio!»

E la regina alzava in atto lento e solenne gli occhi al cielo.

«Maestà, fece Athos, quando convien che partiamo?

«Dunque acconsentite? esclamò con giubilo Enrichetta.

«Certamente. Soltanto la Maestà Vostra va troppo oltre, a parer mio, impegnandosi a ricolmarci di un’affezione tanto superiore a’ nostri meriti. Noi serviamo a Dio, servendo un principe sì sfortunato e una regina tanto virtuosa.... Signora, siamo vostri in corpo e in anima.

«Ah! disse la regina commossa fino al pianto, ecco il primo momento di gioja e di speranza che provo da cinque anni. Sì, voi servite a Dio, e siccome il poter mio sarà troppo poco per riconoscere un tal servigio, Egli vi premierà. Egli che legge nel mio cuore quanta v’ha gratitudine e per Lui e per voi. Salvate il mio sposo, salvate il re, e sebbene non siate sensibili al premio che può venirvi su questa terra per un’azione così bella, lasciatemi la lusinga di rivedervi per ringraziarvene io stessa. Frattanto io mi trattengo qui. Avete da farmi qualche raccomandazione? Da ora io sono vostra amica, e giacchè voi fate i miei affari io deggio occuparmi dei vostri.

«Signora, rispose Athos, non ho da chiedere alla Maestà Vostra altro che le sue preci.

«Ed io, aggiunse Aramis, son solo al mondo, e non ho altro che Vostra Maestà da servire».

La sovrana porse loro al bacio la destra, e disse piano a di Winter:

«Se vi mancano denari, non esitate, rompete le gioje che vi ho date, staccatene i diamanti e vendeteli ad un usurajo; ne ricaverete cinquanta o sessanta mila lire; spendetele s’è necessario, ma questi gentiluomini siano trattati conforme si meritano, cioè come tanti re».

La regina aveva apparecchiate due lettere, scritte l’una da lei e l’altra dalla principessa Enrichetta sua figlia. Entrambe erano dirette al re Carlo. Una ne diede ad Athos ed una ad Aramis, onde se il caso li separava, potessero dessi farsi riconoscere dal re. Indi eglino si ritirarono.

In fondo alla scala di Winter si soffermò.

«Signori, disse, andiamo, voi dalla vostra parte ed io dalla mia, acciocchè non risvegliamo sospetti, e questa sera alle nove troviamoci alla porta San Dionigi. Dipoi andremo avanti co’ miei cavalli finchè essi possano, e dopo prenderemo la posta. Grazie di nuovo, grazie in nome mio, grazie in nome della regina».

I tre gentiluomini si strinsero la mano. Il conte di Winter si avviò dalla contrada di Sant’Onorato, e Athos e Aramis rimasero insieme.

«Ebbene, disse allora Aramis, che vi pare di questo affare, mio caro conte?

«Cattivo, rispose Athos, cattivissimo!

«Ma lo accoglieste con entusiasmo!

«Come accoglierò sempre la difesa di un gran principio, mio buon d’Herblay. I re non possono esser forti che mediante la nobiltà, ma la nobiltà non può esser grande se non mediante i re. Sosteniamo adunque le monarchie, che così sosterremo noi stessi.

«Ci andiamo a fare assassinare laggiù, continuò Aramis; ho in odio gl’Inglesi, sono grossolani come tutti quelli che bevono birra.

«Era forse meglio restar qui, e andare a fare un giro alla Bastiglia, o alla torre di Vincennes, per aver favorita la fuga del signor di Beaufort? Affè, credetemi, non v’è da aver alcun rammarico. Noi scansiamo la prigione, e si agisce da eroi: è facile la scelta.

«È vero, ma in tutte le cose bisogna ritornare a questa prima domanda, molto sciocca, lo so, ma assai necessaria: avete soldi?

«Un centinajo circa di doppie, che il mio fattore mi aveva spedite il giorno innanzi alla mia partenza da Bragelonne; ma devo lasciarne una cinquantina a Raolo; bisogna pure che un giovane si mantenga decorosamente: sicchè ho a un dipresso cinquanta doppie. E voi?

«Io, son certo che a rivoltarmi le tasche ed aprire tutte le mie cantere non troverò in casa mia dieci luigi. Fortunatamente lord di Winter è ricco.

«De Winter per il momento è rovinato, poichè Cromvello riscuote le sue rendite.

«Ecco dove sarebbe opportuno il barone Porthos, osservò Aramis.

«Ecco dove mi duole di non avere con noi d’Artagnan; fece Athos.

«Che borsa piena!

«Che spada pronta!

«Seduciamoli.

«Il segreto non è nostro; non poniamo veruno nella confidenza. D’altronde con un tal passo sembrerebbe che dubitassimo di noi medesimi.... Doliamoci pure fra noi, ma non si parli.

«Dite bene, che farete da adesso a stassera? Io sono costretto a differire due cose.

«Sono da differirsi?

«Eh! bisognerà adattarvisi.

«E quali erano?

«La prima una bucata di spada al Coadjutore che jeri sera incontrai nella società di madama di Rambouillet, e che mi parve usasse a mio riguardo maniere singolari.

«Oibò! duello fra colleghi!

«Che volete? egli è traditore, e lo sono anch’io; egli frequenta amabili signore, ed io pure. Talvolta mi sembra ch’ei sia Aramis ed io il Coadjutore, tanta è l’analogia ch’esiste fra noi. È una specie di Sosia, che mi annoja e mi dà ombra. Di più è un imbroglione che comprometterà il nostro partito. Sono persuaso che se gli dessi uno schiaffo, come ho fatto a quel particolare che mi aveva schizzato di mota, gli affari muterebbero aspetto.

«Ed in quanto a me, replicò tranquillamente Athos, penso che non si muterebbe se non l’aspetto del signor di Retz. Sicchè datemi retta, lasciamo le cose come stanno. E poi non appartenete più l’uno all’altro: voi siete della regina d’Inghilterra, ed esso della Fronda. Dunque se la seconda faccenda che v’incresce di non potere eseguire non è più importante della prima....

«Oh! quella era importantissima.

«Allora fatela subito.

«Pur troppo non sono libero di effettuarla nell’ora che voglio... Era di sera, assolutamente di sera.

«Capisco, disse Athos sorridendo, a mezza notte.

«All’incirca.

«Che volete, caro mio? quelle sono faccende che si rimettono ad un altro tempo, e così farete voi, soprattutto avendo una tale scusa da dare al vostro ritorno.

«Sì, se torno.

«Se non tornate chi v’interessa? Siate un po’ ragionevole; animo, Aramis, non siete più un giovanotto di venti anni.

«Pur troppo, cospettaccio! oh se lo fossi!

«Sì sì, secondo me fareste delle belle pazzie. Ma convien che ci lasciamo: io ho da fare una visita o due e da scrivere una lettera; venite dunque a prendermi alle otto ore, o piuttosto gradite ch’io vi aspetti a cena alle sette?

«Benone; rispose Aramis, io ho da far venti visite e da scrivere altrettante lettere».

E gli amici si separarono. Athos andò a riverire madama di Vendome, lasciò il suo nome da madama di Chevreuse, e scrisse questo biglietto diretto a d’Artagnan.

«Amico carissimo.

«Parto con Aramis per affare di premura. Vorrei dirvi addio, ma mi manca il tempo. Non vi scordate che vi scrivo per ripetervi quanto vi sono affezionato.

«Raolo è andato a Blois, e non è istrutto della mia partenza. Invigilate su di esso nella mia assenza meglio che possiate, e se per caso di qui a tre mesi non aveste mie notizie ditegli che apra un piego sigillato ed al suo indirizzo che troverà a Blois nel mio cassettino di bronzo di cui vi mando la chiave.

«Abbracciate Porthos per Aramis e per me. A rivederci, e forse addio».

Athos fece recare il biglietto da Blaisois.

Giunse Aramis all’ora stabilita: era vestito da cavaliere, ed aveva al fianco l’antica spada che tanto spesso aveva sguainata ed a sguainare la quale era più pronto che mai.

«Orsù, disse, mi pare che facciamo male ad andarcene così senza lasciare due versi di addio a Porthos e d’Artagnan.

«Ci ho pensato io, rispose Athos, ed ho mandato a tutti due un amplesso per voi e per me.

«Siete un uomo ammirabile! pensate a tutto.

«Ebbene, vi siete deciso per questo viaggio?

«Sicuramente, e adesso che ci ho riflettuto ho piacere di abbandonar Parigi in questo momento.

«Lo stesso succede a me, replicò Athos, se non che mi duole di non aver abbracciato d’Artagnan; ma è un demonio sì scaltro che avrebbe indovinati i nostri progetti».

Alla fine della cena venne Blaisois, dicendo:

«Signore, ecco la risposta del signor d’Artagnan.

«Scimunito! non ti avevo mica detto che vi dovesse esser risposta.

«E me m’ero andato senza aspettarla; mi ha fatto richiamare indietro, e mi ha dato questo, ribattè Blaisois».

E parse ad Athos un sacchetto di pelle ben rotondetto e sonante.

Questi lo aperse, e principiò da levarne un bigliettino concepito in questi termini:

«Caro conte.

«Quando si viaggia, ed in ispecie per tre mesi, non si ha mai denaro bastante: io mi rammento dei nostri tempi di penuria, e vi spedisco metà della mia borsa. Sono soldi che mi è riuscito di far sudare al Mazzarino. Vi prego di non farne cattivo uso.

«In quanto a non più rivedervi, io non ci credo; col vostro cuore e colla vostra spada, si passa dappertutto. E perciò a rivederci, e non addio.

«Già s’intende che dal primo giorno che conobbi Raolo lo amai come mio figlio; siate però persuaso che chiedo sinceramente a Dio di non diventar suo padre, benchè andrei superbo di un figlio simile.

«Il vostro

«D’Artagnan».

«P. S. Ben intesi, i cinquanta luigi che vi invio sono vostri come di Aramis, e di Aramis come vostri».

Ad Athos oscurò le pupille una lagrima. D’Artagnan, da lui sempre amato teneramente, lo amava dunque ognora ancorchè datosi a Mazzarino!

«Ecco davvero le cinquanta monete d’oro, disse Aramis vuotando il sacchetto sul tavolino, tutte con l’effigie del re Luigi XIII. Or bene, conte, che ne fate? le tenete o le rimandate?

«Le ritengo, e le riterrei quando anche non ne avessi bisogno; ciò ch’è offerto con gran cuore deve pure con cuor grande accettarsi. Prendetene venticinque, e date a me le altre.

«Manco male; son contento di trovarvi della stessa mia opinione. Ora, si parte?

«Quando vorrete. Ma non avete servitori?

«No, quell’imbecille di Bazin, essendosi fatto bidello, non può muoversi da Nostra Donna.

«Bene, piglierete Blaisois, che mi è inutile poichè io ho digià Grimaud.

«Volentieri, fece Aramis».

Comparve sulla soglia Grimaud.

«Pronti, disse col suo consueto laconismo.

«Si vada, soggiunse Athos».

I cavalli avevano addosso la sella. I due amici saltarono ciascuno sul suo; e i due domestici l’imitarono.

Sul canto incontrarono Bazin che correva affannoso.

«Ah Signore! diss’egli, sia lodato Dio! arrivo a tempo.

«Che v’è mai?

«Il signor Porthos, uscito adesso di casa, ha lasciato per voi questo, dichiarando ch’era cosa di premura da consegnarvisi avanti che partiste.

«Oh! esclamò Aramis prendendo una borsa che Bazin gli porgeva, e che sarà?

«Aspettate, signor abate, c’è una lettera.

«Sai che ti ho avvisato che se mai mi chiamavi altrimenti che cavaliere ti romperei le ossa? Vediamo la lettera.

«Come farete a leggerla? domandò Athos, qui è bujo come in un forno.

«Ecco, ecco, disse Bazin».

E battuto l’acciarino, accese un moccolo che aveva sempre in saccoccia pel suo servizio di chiesa.

Al lume del quale, Aramis lesse:

«Mio caro d’Herblay.

«Sento da d’Artagnan, il quale mi saluta da parte vostra e da quella del conte di la Fère, che partite per una spedizione da durar forse due o tre mesi, e siccome so che non vi va a genio di chiedere a’ vostri amici, io vi esibisco da per me. Ecco duecento doppie di cui potete disporre, e che mi renderete quando capiti l’occasione. Non temete di scomodarmi; se ho bisogno di numerario ne farò venire da una delle mie tenute; a Bracieux soltanto ho ventimila lire in oro. E così, se non vi spedisco di più, è per dubbio che non accettiate una somma troppo considerevole.

«Mi rivolgo a voi, perchè secondo sapete, il conte di la Fère mi dà sempre a mio malgrado un po’ di soggezione, sebbene io lo ami di cuore; ma s’intende che quel che a voi offro è offerto nel tempo stesso a lui.

«Sono, come spero che terrete per sicuro Vostro Affezionatissimo Duvallon de Bracieux di Pierrefonds.

«Eh! fece Aramis, che ne dite?

«Dico, d’Herblay mio, ch’è un sacrilegio di dubitare della Provvidenza, soprattutto quando essa ci dà simili amici.

«Sicchè?

«Sicchè, dividiamoci le doppie di Porthos nella guisa medesima che i luigi di D’Artagnan».

Fatta la divisione al lume del moccolino di Bazin, i due compagni s’incamminarono di nuovo.

E dopo un quarto d’ora erano alla porta San Dionigi, ove gli attendeva lord di Winter.

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XLVI

Ove si prova che il primo impulso è sempre il migliore.

I nostri gentiluomini presero la strada della Piccardia, ad essi tanto nota e che ad Athos ed Aramis riproduceva alcune fra le più pittoresche rimembranze di loro gioventù.

«Se fosse con noi Mousqueton, disse Athos arrivando al luogo in cui aveano avuto contesa con varj selciatori, oh come raccapriccerebbe nel passar di qua! ve ne ricordate? qua gli venne quella palla famosa.

«Davvero, glielo menerei buono, fece Aramis, poichè mi sento imbrividire nel rammentarmene.... ecco, più là dell’albero un posticino ove credei di esser morto a dirittura».

Continuarono innanzi. In breve toccò a Grimaud a scendere col pensiero nella propria memoria. Giunto di faccia all’albergo in cui esso ed il suo padrone avevano fatta già tempo una sì enorme gozzoviglia, si accostò ad Athos, ed accennandoli lo spiraglio della cantina pronunziò.

«Salsicciotti!»

Athos si mise a ridere, e quella follia degli anni suoi giovanili gli sembrò divertevole come se taluno gliela narrasse avvenuta ad un altro.

Finalmente dopo due giorni e una notte arrivarono, verso sera e con bellissimo tempo, a Boulogne, città in allora poco men che deserta, costrutta affatto sull’altura; quella che chiamasi la città bassa non esisteva. Boulogne stava in una posizione formidabile.

Quando furono alle porte, di Winter disse:

«Signori, facciamo qui come a Parigi: separiamoci per evitare i sospetti; io ho una locanda poco frequentata, ma di cui il padrone è tutto dedito a me, ed io ci vado, perchè là devono aspettarmi delle lettere; voi, andate al primo albergo della città, per esempio alla Spada del grande Enrico; rinfrescatevi, e tra due ore trovatevi sullo scalo, vi sarà ad attenderci la nostra barca».

Così fu stabilito. Lord di Winter continuò lungo i bastioni esterni onde entrare da un’altra porta, mentre i due amici entrarono da quella davanti alla quale si trovavano. Dopo duecento passi s’imbatterono nella locanda indicata.

Fecero rinfrescare i cavalli, ma senza toglier loro la sella; i servi cenarono, giacchè cominciava ad esser tardi, ed i padroni, impazienti d’imbarcarsi diedero ad essi il convegno sullo scalo, con ordine di non barattar parole con chi si fosse. Ci s’intende che tale raccomandazione riguardava unicamente Blaisois; per Grimaud da gran tempo era superflua.

Athos ed Aramis scesero verso il porto.

Entrambi, per gli abiti polverosi che avevano addosso, e per quell’aria disinvolta che sempre fa riconoscere un uomo assuefatto a viaggiare, richiamarono l’attenzione di alcuni che erano colà a spasso.

Ed uno specialmente ne videro a cui il loro arrivo aveva prodotta una certa impressione. Quest’uomo, ch’essi erano stati i primi ad osservare pelle medesime cause che avevano fatto osservar loro dagli altri, andava su e giù malinconico; appena gli ebbe adocchiati non cessò più di esaminarli, e si mostrò bramosissimo di rivolger loro la parola.

Era giovane e pallido; aveva gli occhi di un color turchino tanto dubbio che pareva variassero come quelli della tigre secondo i colori che riflettevano; l’andatura, ancorchè lenta ed incerta, aveva un non so che d’ardito; era vestito di nero, e portava con molto garbo la spada.

Athos ed Aramis si fermarono a guardare una piccola lancia legata ad un piuolo e come apparecchiata per attender gente.

«Sarà la nostra, disse Athos.

«Sì, rispose Aramis, e lo sloop che si mette laggiù alla vela sembra sia quello che deve condurci al nostro destino... eh! almeno di Winter non si facesse aspettare! non è punto piacevole lo star qui, non passa neanche una donna.

«Zitto! fece Athos, v’è chi ci ascolta».

In fatti colui che accennammo, e che considerando attentamente i due compagni era passato più volte dietro ad essi, s’era fermato di botto udendo il nome di Winter; ma siccome non sembrava che questo nome avesse in lui prodotta emozione alcuna, poteva darsi che per caso soltanto ei sospendesse il suo cammino.

Però, salutando con somma civiltà, egli disse:

«Signori, compatite la mia curiosità, ma vedo che venite da Parigi, o che almeno qui in Boulogne siete forestieri.

«Veniamo da Parigi, signor sì; rispose Athos con uguale cortesia, che possiam fare per servirvi?

«Avreste la bontà di dirmi, continuò il giovanotto, s’è vero che il signor Mazzarino non sia più ministro?

«Singolare domanda! fece Aramis.

«Lo è, e non lo è, replicò Athos, cioè la metà della Francia lo scaccia, e dall’altra metà egli si fa sostenere a suon di raggiri e di promesse.... e può durare un pezzo a questo modo, secondo intenderete.

«Ma in somma, non è nè fuggito nè in carcere?

«Oh no.... almeno per il momento.

«Vi ringrazio della vostra compiacenza».

E quegli si allontanò.

«Che vi pare di questo interrogatore? disse Aramis ad Athos.

«Ch’è qualche provinciale annojato o pure una spia.

«E gli avete parlato così?

«Non avevo diritto di parlargli diversamente: usava meco ogni pulitezza, ed io l’ho usata con lui.

«Ma peraltro se fosse uno spione....

«Che vorreste che facesse? Non siamo più ai tempi di Richelieu, che al minimo sospetto faceva chiudere i porti.

«Non serve, avete fatto male a rispondergli in quella guisa, insistè Aramis seguitando a guardare il signorino che spariva a tergo alle dune.

«E voi, disse Athos, non pensate che avete commesso ben altra imprudenza, cioè di profferire il nome di lord di Winter; non riflettete che allora soltanto colui si è fermato?

«Ragione di più, quando vi ha discorso, d’invitarlo a tirare innanzi pel suo viaggio.

«Attaccar lite?....

«E da quando in qua vi mette paura una lite?

«Una disputa mi fa sempre paura, quando sono aspettato in qualche luogo e la disputa può impedirmi di andarvi. E poi volete che vi confessi una cosa? anch’io ero curioso di veder da vicino quel giovane.

«E perchè?

«Aramis, ora mi burlerete; direte che ripeto ognora lo stesso; mi chiamerete il più timoroso di tutti i visionarj....

«E poi?

«A chi vi pare ch’ei somigli?

«In bello o in brutto? fece ridendo Aramis.

«In brutto, e per quanto un uomo possa somigliare a una donna.

«Oh per Diana! esclamò Aramis, adesso mi ci fate pensare. No, per Diana! non siete visionario, e ora che ci rifletto, sì, sì, avete ragione; quel bocchino ritirato, quegli occhi che sembrano al comando della mente e non mai al comando del cuore.... è qualche bastardo di milady.

«Voi ridete, Aramis?

«Per abitudine e non altro, giacchè vi giuro che non avrei più genio di voi d’incontrarmi con quel serpentello!

«Ah! disse Athos, ecco di Winter.

«Bene; ora non mancherebbe che una cosa, che i nostri lacchè si facessero attendere.

«No no, li veggo.... vengono, sono dietro a milord di una ventina di passi. Riconosco Grimaud dalla testa dritta e le gambe lunghe, Tony porta le nostre carabine.

«Dunque c’imbarcheremo di notte? chiese Aramis dando un’occhiata verso ponente, ove il sole non lasciava più altro che un nuvolo indorato, il qual pareva a poco a poco si estinguesse tuffandosi in mare.

«Può essere di sì.

«Diamine! mi piace poco il mare di giorno, ma di notte anco meno; il rumore delle onde, lo strepito dei venti, il terribile moto del bastimento.... oh! confesso che preferisco il convento di Noisy».

Athos sorrise mestamente, perchè ascoltando Aramis pensava però a tutt’altro, e s’incamminò verso di Winter. Aramis gli andò appresso.

«Che cos’ha il nostro amico? disse quest’ultimo, somiglia ai dannati del Dante a cui Satanno ha dislogato il collo e che si guardano le calcagna. Che diavolo ha egli per guardarsi dietro a quel modo?»

Di Winter avendo visti i due compagni si sollecitò a venir loro incontro, ma con rapidità veramente sorprendente.

«Che avete, milord? domandò Athos, perchè così affannoso?...

«Nulla, nulla.... bensì, nel passare vicino alle dune mi è sembrato!...» rispose di Winter.

E si voltò di nuovo. Athos fissò in viso Aramis.

«Partiamo, continuò di Winter, il batello deve aspettarci, lo sloop è là all’áncora.... lo vedete? vorrei esservi di già sopra!»

E ritornava a girarsi.

«Ehi! fece Aramis, vi siete forse scordata qualche cosa?

«No no.... è un’idea....

«Lo ha visto, avvertì piano Athos ad Aramis».

Erano giunti alla scala che conduceva alla barca: di Winter fe’ scendere prima i domestici che recavano le armi e i facchini che portavano i bauli, e cominciò ad andar abbasso egli pure.

Nel momento Athos osservò un uomo che seguitava la riva del mare paralella allo scalo, e che correva, come per esser presente dall’altra parte del porto separata di appena venti passi, al loro imbarco.

Tra l’ombra che cominciava a calare credè di ravvisare il giovane che lo aveva interrogato.

«Oh oh! disse fra sè, fosse realmente una spia, e intendesse di opporsi alla nostra partenza?»

Ma siccome in caso che lo straniero avesse un tal progetto era digià un po’ tardi per eseguirlo, Athos scese anch’esso la scala, quantunque senza lasciar d’occhio il giovanotto.

Costui per finirla era comparso sopra una cateratta.

«Di certo è qui per noi, disse Athos; ma imbarchiamoci, e una volta che saremo in mare venga, venga!»

E saltò nel battello, il quale subito si partì spinto da quattro robusti remiganti.

Il forestiero però si diede a seguitare, o meglio a precedere la lancia. Questa doveva passare fra la punta dello scalo a cui sovrastava il fanale acceso appunto d’allora, ed uno scoglio ch’era da parte. Egli fu veduto da lontano salire sullo scoglio onde sovrastare alla lancia quando di là transitasse.

«Cospetto! disse Aramis ad Athos, quel ragazzo è assolutamente uno spione.

«Qual ragazzo? domandò di Winter volgendosi.

«Quello che ci ha seguitati, che ci ha parlato, e che ci fa la posta lassù. Guardatelo!»

Di Winter osservò nella direzione del dito di Aramis. Il fanale spandeva grandissimo chiarore sopra lo stretto per dove si doveva transitare e sulla roccia ove rimaneva il giovane, ritto, a testa scoperta e colle braccia incrociate.

«È desso! gridò di Winter afferrando Athos per un braccio, è desso! credevo pure di averlo ravvisato, non m’ingannavo.

«Chi mai? domandò Aramis.

«Il figlio di milady, rispose Athos.

«Il finto monaco! urlò Grimaud».

Il forestiero udì tali parole. Avreste detto volesse precipitarsi abbasso, tanto era venuto sulla punta della rupe e chino verso il mare.

«Sì, son io, mio zio, il figlio di milady; io monaco, io segretario e amico di Cromvello, e vi conosco voi ed i vostri compagni».

Nel battello erano tre uomini, valorosi al certo, e dei quali nessuno avrebbe osato porre in dubbio il coraggio; ebbene! a quella voce, a quell’accento, a quel gesto, si sentirono scorrere nelle vene un brivido di terrore.

A Grimaud si erano drizzati in testa i capelli, e dalla fronte gli colava il sudore.

«Ah! disse Aramis, è il nepote, è il finto frate, è il figliuol di milady, come dice da sè!

«Ohimè, sì! borbottò di Winter.

«Dunque aspettate».

Ed Aramis, col terribile sangue freddo che aveva nelle occasioni supreme, prese uno dei due moschetti che reggeva Tony, lo caricò, e pigliò di mira quell’uomo che stava in piedi sullo scoglio perseguitandolo con la mano e con lo sguardo come l’angiolo delle maledizioni.

«Fuoco!» gridò Grimaud fuori di sè.

Athos si slanciò sulla canna della carabina ad impedire la botta.

«Il diavolo vi porti! esclamò Aramis, l’avevo tanto bene messo a punto, gli avrei piantata la palla in mezzo al petto.

«Basta aver uccisa la madre, disse truce Athos.

«La madre era una scellerata che ci aveva colpiti in noi stessi o in quelli che ci erano cari.

«Sì, ma il figlio nulla ci fece».

Grimaud che si era sollevato alquanto per mirare l’effetto della botta, ricadde scoraggito battendo le mani.

Il giovinotto diede in uno scroscio di risa, ed urlò:

«Ah! siete voi, siete voi! ora vi riconosco».

Il suo riso stridulo e le parole sue minacciose passarono di sopra alla lancia trasportata dal vento, e andarono a perdersi nella profondità dell’orizzonte.

Aramis raccapricciò.

«Calma, calma! disse Athos, che diamine! non siamo più uomini?

«Noi, sì, riprese Aramis, ma egli è un demonio.... E a voi, domandate allo zio se avevo torto a volerlo sbarazzare di un simile nepote».

Di Winter non replicò che con un sospiro.

«Tutto sarebbe finito, continuò Aramis. Athos! io temo che colla vostra saviezza mi abbiate fatto fare una pazzia».

Athos prese per mano di Winter, e procurando disviare il discorso gli domandò:

«Quando approderemo in Inghilterra?»

Ma il gentiluomo non lo intese nè fece motto.

«Ecco, proseguì Aramis, forse sarebbe ancora tempo; guardate, è là nello stesso posto».

Athos si girò con dispiacere, l’aspetto di quel giovane eragli assai penoso.

Chè realmente egli rimaneva in piedi sullo scoglio, ed il faro gli mandava attorno come un’aureola di luce.

«Ma che fa egli a Boulogne? chiese Athos, il quale tutto senno, cercava di ogni cosa la causa e poco curava l’effetto.

«Mi seguitava, mi seguitava, disse di Winter che questa volta aveva udita la voce di Athos, voce che rispondeva ai suoi pensieri.

«Per ciò, amico mio, ribattè Athos, bisognava che sapesse la nostra partenza; e d’altronde, secondo tutte le probabilità, egli ci aveva anzi preceduti.

«Allora nulla comprendo, disse l’Inglese scuotendo la testa come uno che rifletta essere inutile contrastare contro una forza soprannaturale.

«Davvero, approvò Athos ad Aramis, credo di aver avuto torto non lasciandovi fare.

«Ah state zitto! borbottò questi, mi fareste piangere se potessi!»

Grimaud mandò fuori un brontolio che somigliava quasi ad un ruggito.

Nel momento li chiamò una voce dal naviglio. Il piloto seduto al timone le rispose, e il battello si accostò al bastimento.

In un attimo furono a bordo gentiluomini, servi e bagaglio. Il capitano non attendeva se non loro; e tosto ch’ebbero messo piede sul ponte si volse la prora in verso Hasting per dove era la destinazione.

Ed i tre amici, a lor malgrado, mandarono un ultimo sguardo dal lato dello scoglio, su cui tuttora appariva visibile l’ombra minacciosa.

E minacciosa fu pure una voce che giunse fino ad essi gridando:

«Signori, a rivederci in Inghilterra!»

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