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XXIII…

Part 3 of 9 · Dumas, Alexandre, Maquet, Auguste · Public domain text

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Contents (88)
  1. Opening under 1 min
  2. I about 14 min
  3. II about 12 min
  4. III about 18 min
  5. IV about 13 min
  6. V about 6 min
  7. VI about 8 min
  8. VII about 11 min
  9. VIII about 9 min
  10. IX about 10 min
  11. X about 8 min
  12. XI about 13 min
  13. XII about 8 min
  14. XIII about 11 min
  15. XIV about 8 min
  16. XV about 12 min
  17. XVI about 11 min
  18. XVII about 14 min
  19. XVIII about 8 min
  20. XIX about 15 min
  21. XX about 15 min
  22. XXI about 13 min
  23. XXII about 18 min
  24. XXIII about 20 min
  25. XXIV about 11 min
  26. XXV about 14 min
  27. XXVI about 11 min
  28. XXVII about 7 min
  29. XXVIII about 11 min
  30. XXIX about 9 min
  31. XXX about 10 min
  32. XXXI about 7 min
  33. XXXII about 13 min
  34. XXXIII about 9 min
  35. XXXIV about 13 min
  36. XXXV about 7 min
  37. XXXVI about 7 min
  38. XXXVII about 15 min
  39. XXXVIII about 12 min
  40. XXXIX about 7 min
  41. XL about 10 min
  42. XLI about 8 min
  43. XLII about 11 min
  44. XLIII about 6 min
  45. XLIV about 11 min
  46. XLV about 15 min
  47. XLVI about 10 min
  48. XLVII about 24 min
  49. XLVIII about 13 min
  50. XLIX about 7 min
  51. L about 10 min
  52. LI about 15 min
  53. LII about 8 min
  54. LIII about 8 min
  55. LIV about 13 min
  56. LV about 16 min
  57. LVI about 11 min
  58. LVII about 13 min
  59. LVIII about 11 min
  60. LIX about 11 min
  61. LX about 6 min
  62. LXI about 8 min
  63. LXII about 10 min
  64. LXIII about 10 min
  65. LXIV about 11 min
  66. LXV about 14 min
  67. LXVI about 9 min
  68. LXVII about 9 min
  69. LXVIII about 14 min
  70. LXIX about 12 min
  71. LXX about 11 min
  72. LXXI about 10 min
  73. LXXII about 12 min
  74. LXXIII about 9 min
  75. LXXIV about 13 min
  76. LXXV about 15 min
  77. LXXVI about 18 min
  78. LXXVII about 10 min
  79. LXXVIII about 12 min
  80. LXXIX about 10 min
  81. LXXX about 11 min
  82. LXXXI about 18 min
  83. LXXXII about 14 min
  84. LXXXIII about 11 min
  85. LXXXIV about 7 min
  86. LXXXV about 6 min
  87. LXXXVI about 9 min
  88. LXXXVII about 1 h 24 min

Continue:

XXIII

L’abate Scarron.

Nella via des Tournelles v’era una casa nota a tutti i conduttori di portantine e lacchè della capitale; eppure, essa non era nè di un gran signore nè di un finanziere; non vi si mangiava, non vi si giuocava mai, nè vi si ballava.

E contuttociò era il punto di riunione della gentil società, e v’andava tutta Parigi.

Io parlo dell’abitazione dell’abate Scarron.

Dallo spiritosissimo abate si rideva tanto, si spacciavano tante novità, e sì presto si commentavano, si sminuzzavano, e si trasformavano o in novellette o in epigrammi, che ciascuno voleva andare a passar un’ora col piccolo Scarron, udir ciò ch’ei diceva, e questo riferir poi altrove. Molti ancora avevano smania di lanciarvi le loro parolette, e se queste erano graziose, quei tali rimanevano ben accolti ed accetti.

L’abate Scarron, il quale era abate soltanto perchè possedeva un’abbazia, e non già perchè fosse negli ordini, era stato in addietro uno dei più eleganti canonici della città del Mans ove dimorava. Un giorno di carnevale gli saltò in capo di tenere allegra quella buona città di cui egli era propriamente l’anima; si fece ungere tutto di miele dal suo cameriere, e poi aperto un letto pien di piume e rotolatosi dentro a questo, diventò il più ridicolo volatile che si potesse vedere. Allora cominciò a far visite agli amici ed alle amiche in codesto arnese grottesco. Si principiò col seguitarlo attoniti, indi colle fischiate, poscia i facchini lo insultarono, dopo i ragazzi gli tirarono dei sassi, ed alla fine fu costretto a scappare per iscansare i projettili. Fuggito che fu, tutti gli corsero dietro, lo incalzarono, lo circuirono. Egli non trovò altro mezzo ond’evitare la scorta che di gettarsi nel fiume. Nuotava come un pesce, ma l’acqua era ghiaccia. Scarron era sudante, lo prese il freddo, ed arrivato all’opposta riva era attrappito.

Allora si procurò con ogni mezzo conosciuto di rendergli l’uso delle membra. Tanto lo fecero soffrire nella cura, ch’ei licenziò tutti i medici, dichiarando che preferiva starsene ammalato. Tornò a Parigi, dov’era già fissata la sua fama d’uomo di grande spirito. Là si fece fare una sedia o portantina di sua invenzione; ed una volta che trascinato su quella andò a far visita alla regina Anna, questa che lo teneva in gran pregio gli addimandò se desiderasse qualche titolo.

«Sì, Maestà, rispose Scarron, ne ambisco uno.

«E quale?

«Quello di vostro infermo» ei replicò.

E Scarron fu nominato infermo della regina, con mille cinquecento lire di pensione.

Da quel momento, non più inquieto per lo avvenire, condusse allegrissima vita, mangiandosi il capitale e la rendita.

Bensì un giorno un emissario del ministro gli fece capire che aveva torto di ricever da lui il signor Coadjutore.

«E perchè? egli richiese, non è uomo di alta nascita?

«Sì, cospetto!

«Amabile?

«Senza dubbio.

«Spiritoso?

«Pur troppo!

«E allora, perchè volete ch’io cessi di frequentar un soggetto simile?

«Perchè pensa male.

«Davvero! e di chi?

«Del ministro.

«Come! continuò Scarron, io seguito a bazzicare il signor Gilles Despréaux che pensa male di me, e pretendete che smetta di frequentare il Coadjutore perchè pensa male di un altro? non è possibile!»

La conversazione finì là, e Scarron per picca si trovava più spesso che mai col signor di Gondy.

Ora, la mattina appunto del giorno al quale noi siamo giunti, e ch’era la scadenza del suo trimestre, Scarron secondo il solito mandò il suo servitore con la ricevuta a riscuotere i tre mesi dalla Cassa delle pensioni; ma gli fu risposto:

«Che lo Stato non aveva più danari pel signor abate Scarron».

Quando il lacchè recò a lui questa risposta egli aveva presso di sè il duca di Longueville, che si offerse ad assegnargli una pensione del doppio di quella toltagli dal Mazzarino; ma lo accortissimo gottoso non l’accettò, e fece tanto che alle quattro ore pomeridiane tutta la città era istrutta del rifiuto del ministro. Precisamente era giovedì, giorno di ricevimento in casa dell’abate; la gente v’intervenne in folla, e per tutta Parigi fu uno sparlare e un susurro indiavolato.

Nella contrada di Sant’Onorato, Athos incontrò due gentiluomini a lui ignoti, a cavallo come era egli pure, seguiti anch’essi da un lacchè, e che seco facevano il medesimo cammino. Un di coloro togliendosi il cappello, gli disse:

«Crederete, signore, che quel furfante di Mazzarino ha soppressa la pensione al povero Scarron?

«È stravagante! replicò Athos salutando i cavalieri.

«Si vede che voi siete un onest’uomo, soggiunse lo stesso che aveva già parlato, e che il Mazzarino è propriamente un flagello.

«Ohimè! fece Athos, e a chi lo dite!»

E si separarono dopo molti scambievoli atti di cortesia.

«Cade bene in acconcio, disse poi Athos al visconte, giacchè dovevamo andarci, presenteremo le nostre condoglianze a quel povero uomo.

«E chi è quello Scarron, che così mette a soqquadro Parigi? domandò Raolo, forse qualche ministro in disgrazia?

«Oh! no, mio caro, è semplicemente un piccolo gentiluomo, di grande spirito, che sarà in disgrazia del ministro per aver fatta qualche quartina contra di lui.

«I gentiluomini compongono versi? richiese Raolo ingenuamente; credevo che questo fosse un derogare.

«Sì, visconte, replicò Athos ridendo, così è quando e’ si fanno cattivi, ma se si fan buoni illustrano anche di più. Vi sia d’esempio il signor di Rotrou. Ciò non ostante (continuò col tuono in cui uno darebbe un buon consiglio) io penso che sia meglio il non farne.

«Sicchè quel signore Scarron è poeta?

«Sì; ormai siete avvertito, e in quella casa state guardingo, non parlate che a gesti, o piuttosto ascoltate soltanto.

«Sì signore.

«Mi vedrete a discorrere molto con un mio amico: sarà l’abate d’Herblay, del quale spesso mi udiste a ragionare.

«Me ne rammento.

«Avvicinatevi a noi qualche volta come per parlarci, ma non dite nulla; non ascoltate tampoco: codesto lavorìo gioverà perchè gli importuni non ci disturbino».

Athos andò a far due visite. Alle sette ore s’incamminarono verso la via des Tournelles. Ingombravano la strada portantine, cavalli e servitori. Athos si fece largo ed entrò insieme col giovanetto. La prima persona che osservò fu Aramis, piantatosi accanto ad un largo seggiolone con le ruotine, avente sopra una cupola di drappo, sotto la quale si agitava, avvolta in una coperta di broccato, una figura piccola, giovane ancora e allegra, ma di quando in quando più pallida, di cui gli occhi però esprimevano sempre un sentimento o vivace o grazioso. Era l’abate Scarron, ognora ridente, che burlava, faceva complimenti, e soffriva, e si grattava con una bacchetta.

Attorno a quella sorta di tenda mobile si affollavano molte dame e gentiluomini. La stanza era pulitissima e bene addobbata. Grandi cortine di seta lavorate a fiori state già di colori accesi, ma ormai alquanto smorti cadevano giù dalle ampie finestre. Il parato non era di lusso ma di ottimo gusto. Due domestici assai civili ed accostumati a trattare con decenza facevano delicatamente il loro servizio.

Aramis non sì tosto ebbe visto Athos gli venne incontro, e presolo per la mano lo presentò a Scarron, che dimostrò al nuovo ospite piacere e rispetto, e fece al visconte un complimento gentilissimo. Raolo restò sbigottito, perocchè non si era preparato alla maestosità del bello spirito, ma salutò con tutto garbo. Indi Athos ricevè le più cortesi espressioni di due o tre signori a cui lo presentò Aramis, e cessato a poco a poco il tumulto cagionato dal suo arrivo, la conversazione diventò generale.

Passati quattro o cinque minuti, che bastarono a Raolo per mettersi a sesto e pigliar cognizione topografica dell’adunanza, fu aperto l’uscio ed annunziata da un lacchè madamigella Paulet.

Athos con una mano toccò sulla spalla il visconte.

«Raolo, gli disse, guardate quella donna, poichè è un personaggio storico; da lei si recava il re Enrico IV allorchè fu assassinato».

Raolo si scosse; da alcuni giorni si alzava ad ogni istante per lui qualche portiera a discoprirgli un aspetto eroico: la femmina ancor giovine e bella allora capitata colà, aveva conosciuto Enrico IV e gli aveva parlato!

Ciascuno si appressò premuroso alla sopraggiunta, secondochè essa era tuttavia in gran voga. Era alta, di statura svelta, con un bosco di capelli color d’oro, come piacevano tanto a Raffaello e come ne diede il Tiziano alle sue Maddalene. E quel color rossiccio, o forse pare la superiorità quasi regale da lei acquistata su le altre donne, le aveva procacciato il soprannome di Leonessa (la Lionne).

Quindi le nostre leggiadre signore d’oggi giorno che ambiscono a questo titolo di moda, sapranno che proviene non già dall’Inghilterra, secondo probabilmente si credevano, ma dalla vaga e spiritosa lor concittadina madamigella Paulet.

La Paulet se ne andò direttamente fino a Scarron tra mezzo al bisbiglio che surse da ogni lato al di lei ingresso.

«Ebbene, mio caro abate, disse con voce tranquilla, eccovi povero; lo abbiamo saputo oggi; ce lo ha detto il signor di Grasse.

«Sì, disse Scarron, ma adesso lo Stato è ricco; bisogna sapersi sacrificare al proprio paese.

«Il signor ministro si comprerà da mille cinquecento lire più di pomate e profumerie all’anno, aggiunse un tale, cui Athos riconobbe pel gentiluomo che aveva incontrato in via Sant’Onorato.

«Ma che dirà la musa? continuò Aramis con voce sdolcinata, la musa che ha bisogno dell’aurea mediocrità? giacchè in sostanza:

Si Virgilio puer aut tolerabile desit, Hospitium, caderent omnes a crinibus Hydri.

«Bene, seguitò Scarron porgendo la destra alla Paulet, ma se non ho più la mia idea, mi resta almeno la mia lionessa».

In quella sera tutti i detti di Scarron parevano egregi: tale è il privilegio della persecuzione. Il signor Menage saltava e balzava dall’entusiasmo.

Madamigella Paulet andò al suo solito posto; ma innanzi di sedersi volse da cima a fondo e da tutta la sua grandezza uno sguardo da regina, sulla riunione, ed i suoi occhi si fermarono sovra Raolo.

Athos sorrise.

«Visconte, ei disse, madamigella Paulet vi ha osservato; andate a riverirla; datevi per quello che siete, per un franco provinciale, ma non vi venisse in testa di discorrerle di Enrico IV».

Raolo si avvicinò alla Lionessa facendosi rosso, e in breve si trovò confuso tra i signori che circondavano la sua sedia.

Questi formavano digià due comitive assai distinte, quella che attorniava Menage e l’altra che attorniava la Paulet.

Scarron correva dall’una all’altra, manovrando con la sua poltrona a ruotine in fra tanta gente colla medesima destrezza che adoprerebbe un esperto piloto con una barca in mezzo a un mare ingombro di scogli.

«Quando ciarleremo un poco? domandò Athos ad Aramis.

«Or ora, questi rispose, non v’è ancora abbastanza gente, e saremmo presi di mira».

Nel momento fu aperta la porta ed annunziato il signor Coadjutore.

Tutti si girarono a quel nome che digià principiava a divenir celebre.

Athos seguì l’esempio; egli non conosceva se non di nome l’abate di Gondy.

Vide entrare un uomo piccolo, nero, mal fatto, miope, sgarbato in ogni movimento delle mani, tranne nel tirare di spada e di pistola, che andò ad inciampare sur un tavolino ed ebbe a buttarlo in terra, ma che ciò non ostante aveva nella ciera qualche cosa di elevato e di fiero.

Scarron si volse dalla sua parte e gli si fece incontro col suo seggiolone. La Paulet dal proprio posto fece un saluto colla mano.

«Ebbene! disse il Coadjutore quando ebbe visto Scarron, cioè quando gli fu addosso, siete dunque in disgrazia?»

Cotesta era la frase sacramentale; era stata profferita cento volte nella serata, e cento detti arguti si erano già pronunziati sullo stesso soggetto da Scarron; in conseguenza questi fu in procinto di restar in tronco, ma si salvò con uno sforzo disperato.

«Il signor ministro Mazzarino, egli disse, si è compiaciuto di pensare a me.

«Oh bene! oh bellissima! esclamò Menage.

«Ma come farete per continuare a riceverci? seguitò il Coadjutore. Se vi scemano le entrate, mi toccherà farvi nominare canonico di Nostra Donna.

«Oh no! disse Scarron, vi comprometterei di troppo.

«Dunque avete dei mezzi che noi non conosciamo?

«Prenderò a prestito dalla regina.

«Ma la regina non ha niente del suo, fece Aramis, non vive ella sotto il sistema della comunione?»

Il signor di Gondy si volse sorridendo ad Aramis, facendogli un piccol segno amichevole colla punta del dito.

«Scusate, caro abate (così gli parlò poi), siete tuttora indietro, e bisogna ch’io vi faccia un regalo.

«E di che? domandò Aramis».

Tutti si girarono verso il Coadjutore, che si levò di tasca un cordone di seta di forma singolare.

«Oh! esclamò Scarron, ma codesta è una fronda!

«Precisamente, rispose il Coadjutore, adesso si fa tutto a uso fronda. Madamigella Paulet, tengo per voi un ventaglio a fronda. D’Herblay, vi manderò il mio guantajo, che fa i guanti a fronda. E a voi Scarron, il mio fornajo con un credito senza limite; impasta dei pani a fronda che sono eccellenti».

Aramis prese il cordone e se lo cinse al cappello.

Nel momento fu schiuso l’uscio, ed il lacchè gridò forte:

«La signora duchessa di Chevreuse!»

A quel nome ciascuno si alzò. Scarron avviò prestamente la poltrona dal lato della porta. Raolo arrossì. Athos fece un cenno ad Aramis, che andò a rannicchiarsi nel vano di una finestra.

Fra mezzo ai rispettosi complimenti che la accoglievano ben si scorgeva che la duchessa cercasse qualcuno o qualche cosa.

Alfine adocchiò Raolo, e le brillarono le pupille; adocchiò Athos, e si fece pensierosa; adocchiò Aramis nel suo cantone, e dietro al ventaglio fe’ un atto quasi impercettibile di stupore.

«A proposito, disse come per iscacciare le idee che l’assalivano a suo malgrado, come va il povero Voiture? lo sapete, Scarron?

«Che! il signor Voiture è ammalato? chiese il signore che aveva discorso con Athos in via Sant’Onorato, e che altro ha egli fatto?

«Ha giuocato senza badare a far preparare dal servitore le camicie per cambiarsi, disse il Coadjutore, talmente che ha acchiappata una costipazione e se ne muore lesto lesto.

«Dove?

«Dio buono! in casa mia. Figuratevi che Voiture avea fatto voto solenne di non giuocar più. A capo a tre giorni non può più reggere, e s’incammina all’arcivescovado perchè io lo sciolga dal voto. Disgraziatamente, in quel momento ero in affari serj col buon consigliere Broussel in fondo al mio appartamento, quando Voiture vede il marchese di Luynes a un tavolino ad aspettare un giuocatore. Il marchese lo chiama e lo invita a porsi a tavolino. Egli risponde che non può toccare le carte se io non lo libero dall’impegno. Luynes si obbliga in nome mio, si assume il peccato. Voiture si mette alla partita e perde quattrocento scudi, nell’uscire piglia freddo, e va a letto per non più alzarsi.

«E sta proprio tanto male, il caro Voiture? domandò Aramis, mezzo nascosto dietro alla portiera.

«Oimè! rispose il signor Menage, sta malissimo, e il grand’uomo è forse sul punto di lasciarci, deseret orbem.

«E sì! obiettò aspramente la Paulet, vi par che muoja? non ci pensa neppure! ha attorno tante sultane quante ne potrebbe avere un Turco. Madama di Saintot è corsa a dargli dei brodi, la Benadaut gli scalda le lenzuola, e persino la nostra amica marchesa di Rambouillet gli manda i decotti.

«Ecco, voi non gli volete bene, mia diletta Partenia? disse scherzando Scarron.

«Uh! che ingiustizia, mio caro infermo! gli ho anzi tanto poco odio che volentieri farei dire delle messe pel riposo dell’anima sua.

«Non v’hanno mica chiamata per nulla la Lionessa, amor mio! gridò dal suo posto la Chevreuse! e mordete ben bene!

«Madama, azzardò Raolo, mi pare che maltrattiate di molto un gran poeta.

«Un gran poeta? eh via! si vede che venite dalla provincia, conforme dicevate pocanzi, e che non lo avete mai conosciuto. Egli, gran poeta!... oh! s’è alto appena di cinque piedi!

«Brava, brava! strillò un tale, lungo, secco e nero, con i mostacci da smargiasso e lo spadone enorme al fianco, brava, bella Paulet! è tempo una volta di rimettere quel Voiture al suo posto. Io dichiaro altamente che credo d’intendermi di poesia, e che ho trovata sempre pessima la sua.

«Chi è quel bravaccio? domandò Raolo ad Athos.

«Il signor di Scudery.

«L’autore della Clelia e del Gran Ciro?

«Che lo compose in conto a metà con sua sorella, la quale adesso discorre con quella bella signorina laggiù, vicino al signore Scarron».

Raolo volgendosi vide infatti due faccie nuove capitate d’allora: una gentile, gracile, mesta, contornata da bei capelli neri, occhi soavi come quei vaghi fiori di viole sotto a cui brilla un calice d’oro; l’altra pareva tenesse colei sotto la sua tutela, ed era fredda, secca e gialla, vero viso da matrona.

Raolo fece conto di non muoversi di sala senza aver favellato alla leggiadra giovanetta dagli occhietti dolcissimi, che per uno stranissimo giuoco del pensiero, e sebbene senza alcuna somiglianza, gli rammentava la sua misera Luigia da lui lasciata ammalata nel castello di La Vallière, e che fra mezzo a tanta moltitudine aveva egli per un momento obbliata.

Nell’intervallo Aramis si era avvicinato al Coadjutore, che con ciera assai gioviale gli aveva insinuata qualche paroletta all’orecchio. Aramis, ad onta del dominio che aveva sopra sè stesso, non seppe frenare un piccolo movimento.

«Sì! ridete! gli disse il signor di Retz, e’ ci guardano».

E lo piantò per andar a ciarlare con madama di Chevreuse, che aveva intorno numerosissimo crocchio.

Aramis finse di ridere per disviare l’attenzione di parecchi uditori curiosi, ed accortosi che Athos alla sua volta era ito a cacciarsi nel vano della finestra dov’egli era rimasto non poco tempo, se ne andò a raggiungerlo senza far mostra di nulla dopo aver lanciate alcune parole da una parte e dall’altra.

E costoro appena riunitisi intavolarono una conversazione, accompagnata da moltissimi gesti.

Raolo si appressò ad essi, conforme avevagli raccomandato Athos.

«Il signor abate, disse Athos, mi ripete un rondeau di Voiture, che a me sembra impareggiabile».

Il visconte si trattenne alcuni istanti vicino a loro, indi si mischiò alla comitiva di madama di Chevreuse, a cui si erano accostate da un lato la Paulet e dall’altro la Scudery.

«Ebbene! fece il Coadjutore, io mi farò lecito di non essere per l’appunto del parere del signore Scudery; io trovo all’incontro che Voiture è un poeta, ma puro poeta. Gli mancano affatto le idee politiche.

«Sicchè? domandò Athos.

«Domani, rispose precipitosamente Aramis

«A che ora?

«Alle sei.

«Dove?

«A San-Mandé.

«Chi ve lo ha detto?

«Il conte di Rochefort!»

Si appressava qualcuno.

«E le idee filosofiche erano quelle che mancavano all’infelice Voiture. Io cedo alla opinione del signor Coadjutore: puro poeta.

«Sì, di certo, soggiunse Menage, per poesia egli era stupendo, portentoso, eppure la posterità per quanto lo ammiri gli darà una taccia, cioè di aver messo nella fattura de’ suoi versi una soverchia licenza; egli ha uccisa la poesia senza saperlo.

«Uccisa! così va detto, confermò Scudery.

«Ma che capolavori sono le sue lettere! obiettò la Chevreuse.

«Oh! sotto quell’aspetto, continuò madamigella di Scudery, è assolutamente illustre.

«È vero, replicò la Paulet, ma fino a tanto che scherza; giacchè nel genere epistolare serio è insoffribile, e se non dice le cose con molta durezza, converrete bensì che le dice malissimo.

«Andrete d’accordo però che nella facezia non ha chi sappia imitarlo.

«Sì, sì, rispose Scudery arricciandosi le basette, trovo soltanto che in lui la comica è forzata e la facezia troppo familiare. Guardate un po’ la sua lettera del Carpione al laccio.

«Senza notare, appoggiò Menage, che le migliori inspirazioni gli venivano dal palazzo Rambouillet. Vedi Zelida e Alcidolea.

«In quanto a me, disse Aramis appressandosi al circolo e salutando ossequiosamente madama di Chevreuse, la quale gli rispose con un grazioso sorriso, lo taccerò inoltre di essere stato troppo libero con i grandi. Ha mancato talvolta di riguardo alla signora principessa, al signor maresciallo d’Albret, al signor di Schonberg, e persino alla regina.

«Come, alla regina? domandò Scudery cacciando avanti la gamba diritta quasi volesse porsi in guardia, cospettone! questa non la sapevo. E in che modo, in che modo ha egli mancato a Sua Maestà?

«Non conoscete la sua operetta: Je pensais?

«No, disse madama di Chevreuse.

«No, ripetè madamigella di Scudery.

«No, fece pure la Paulet.

«In sostanza, io credo che la sovrana l’abbia comunicata a poche persone; ma io l’ho avuta da fonte sicura.

«E la sapete?

«Me la ricorderò, mi pare.

«Sentiamo! sentiamo! gridarono tutti.

«Ecco in quale occasione la fu fatta, disse Aramis. Voiture era nella carrozza della regina, che andava a spasso sola con lui nella foresta di Fontainebleau. Ei fece mostra di pensare, acciò la sovrana gli richiedesse a che pensasse, e tanto avvenne.

«A che pensate, signor Voiture?» lo interrogò Sua Maestà.

Egli sorrise, finse di riflettere per alcuni minuti secondi onde si credesse che improvvisasse, e poi rispose:

Je pensais que le destinée, Après tant d’injustes malheurs, Vous a justement couronnée De gloire, d’éclat et d’honneurs; Mais que vous étiez plus heureuse Lorsque vous étiez autrefois, Je ne dirai pas amoureuse.... La rime le veut toutefois....[11]

Scudery, Menage e madamigella Paulet si strinsero nelle spalle.

«Aspettate! disse Aramis, sono tre le strofe.

«Oh! fece la Scudery, dite tre stanze; se è tutto al più una canzone!»

Aramis ricominciò:

Je pensais que le pauvre Amour, Qui toujours vous prête ses armes, Est banni loin de votre cour, Sans ses traits, son arc et ses charmes; Et de quoi je pois profiter En passant près de vous, Marie, Si vous pouvez si maltraiter Ceux qui vous ont si bien servie?[12]

«Oh! osservò madama di Chevreuse, quanto a questo ultimo tratto, non so se stia nelle regole poetiche, ma chiedo grazia a suo favore come verità, e la signora di Hautefort, e la signora di Senacey si uniranno meco se occorre senza contare il signor di Beaufort.

«Tirate pure innanzi, disse Scarron, non son cose che mi riguardino più; da stamane in qua io non sono più il suo infermo.

«E l’ultima stanza? disse madamigella di Scudery, sentiamola!

«Eccola, ribattè Aramis, questa ha il vantaggio che va avanti coi nomi propri, dimodochè non v’è da prendere abbaglio.

Je pensais, nous autres poëtes, Nous pensons extravagamment, Ce qui dans l’humeur où vous êtes Vous feriez, si dans ce moment Vous avisiez en cette place Venir le duc de Buckingham, El lequel serait en disgrace, Du duc ou du père Vincent[13].

A questa terza strofa, si levò un grido generale sull’impertinenza di Voiture.

«Ma, disse pianino la signorina dagli occhietti soavissimi, io ho però la sfortuna di trovarli stupendi quei versi!»

E tale era pure l’idea di Raolo, che avvicinatosi a Scarron, lo pregò timidamente:

«Signore Scarron, fatemi l’onore di dirmi chi è quella damina che è sola della sua opinione contro tutta l’illustre comitiva.

«Ah ah! visconte mio, quegli rispose, se non m’inganno avete voglia di proporle un’alleanza offensiva e difensiva».

Raolo diventò più rosso di prima, e replicò:

«Confesso che quei versi mi sembrano graziosissimi.

«E realmente lo sono, soggiunse Scarron, ma zitto! tra poeti queste cose non si dicono.

«Io però, riprese il visconte, non ho il bene di esser poeta, e vi domandavo....

«Sicuro, chi era quella giovane dama? È la bella Indiana.

«Scusatemi, continuò Raolo più vermiglio che mai, ma ne so quanto prima. Ohimè! sono provinciale.

«Lo che significa, che capite poco il guazzabuglio che qui scorre da tutte le bocche. Meglio! giovanotto mio, meglio così! non cercate di comprenderlo, ci perdereste il vostro tempo, e quando lo intenderete bisogna sperare che non sia più in uso il parlarlo.

«Sinchè mi compatite, signore, insistè il visconte, e vi degnerete dirmi chi è colei, che chiamate la bella Indiana.

«Sì, certo: è una delle più amabili persone ch’esistano: madamigella Francesca d’Aubigné.

«È forse della famiglia del famoso Agrippa amico del re Enrico IV?

«È sua nepote. Viene dalla Martinica, ed ecco perchè la chiamo la bella Indiana».

Raolo aprì tanto d’occhi, e gli occhi suoi si incontrarono in quelli della signorina, la quale sorrise.

Si seguitava frattanto, a discorrere di Voiture.

«Signore, richiese madamigella d’Aubigné a Scarron come per entrare nella conversazione ch’esso aveva col visconte, non ammirate gli amici del povero Voiture? ma udite un po’ come lo spennano nel tempo che lo lodano! Uno gli toglie il buon senso, l’altro la poesia, questo l’originalità, quello il gusto comico, uno l’indipendenza, un altro.... Dio buono! e che gli lasceranno, all’assolutamente illustre, come ha detto madamigella di Scudery?»

Scarron si mise a ridere, e Raolo pure. La bella Indiana sorpresa dell’effetto da lei prodotto abbassò il ciglio e ritornò nell’ingenuo suo aspetto.

«È molto spiritosa!» disse Raolo.

Athos sempre nel vano della finestra osservava tutta la scena con un sorriso di disprezzo sul labbro.

«Chiamate un poco il conte de la Fère, disse madama di Chevreuse al Coadjutore, ho bisogno di parlargli.

«Ed io, rispose il Coadjutore, ho bisogno che tutti credano che non gli parlo. Lo amo e lo ammiro, giacchè conosco le sue antiche avventure, almeno parecchie, ma non ho idea di salutarlo che doman l’altro la mattina.

«E perchè doman l’altro?

«Lo saprete domani sera, replicò ridendo il signor di Gondy.

«Ma, in coscienza, voi discorrete a suon di geroglifici. Signor d’Herblay, aggiunse volgendosi ad Aramis, favorite anche una volta esser mio servente questa sera?

«E come, duchessa! disse Aramis, questa sera, domani, sempre!

«Or bene, andate a chiamarmi il conte di la Fère».

Aramis si accostò ad Athos e ritornò indietro seco.

«Signor conte, fece la duchessa consegnando ad Athos una lettera, ecco ciò che vi avevo promesso; il nostro protetto sarà benissimo ricevuto.

«Madame, egli è ben fortunato di esservi debitore di qualche cosa.

«In quanto a questo voi non avete invidia, di certo, giacchè io debbo a voi l’averlo conosciuto».

La maliziosa donna diede una tal risposta con un sorrisetto che ad Athos rammentò Maria Michon.

E indi si alzò e chiese la carrozza.

Madamigella Paulet era già partita; madamigella di Scudery se ne andava.

«Visconte, ordinò Athos a Raolo, seguitate la duchessa di Chevreuse; pregatela di accettare la vostra mano per scendere, e andando giù con lei ringraziatela».

La bella Indiana si appressò a Scarron per prender da esso commiato.

«Ve n’andate digià? domandò Scarron.

«Vo via una delle ultime, come vedete. Se avete notizie del signor Voiture, e specialmente se son buone, fatemi grazia di mandarmele domani.

«Oh! oramai può morire.

«Come!

«Senza dubbio: è bell’e fatto il suo panegirico».

E si separarono ridendo, la giovanetta girandosi a guardare il povero paralitico con premura, il paralitico seguendola con occhi amorosi.

A poco a poco si diradavano i crocchi. Scarron non fece mostra di vedere che taluni si erano parlato misteriosamente, che per diversi erano giunte delle lettere, e che il suo trattenimento serale pareva avesse avuto uno scopo occulto lontanissimo dalla letteratura di cui però si era trattato con tanto calore. Ma a Scarron che importava di ciò? ormai in casa sua si poteva sparlare (fronder) a bell’agio: dalla mattina in poi, conforme aveva detto, egli non era più l’infermo della regina.

Raolo accompagnò difatti la duchessa sino alla carrozza, in cui essa salì dandogli a baciare la mano; poi per uno di quei capriccetti che la rendevano sì adorabile, e soprattutto sì pericolosa, lo afferrò improvvisamente per la testa e lo baciò in fronte, dicendogli:

«Visconte, deh! i miei voti e questo bacio vi portino fortuna».

Indi lo rispinse, e ordinò al cocchiere di trottare sino al palazzo di Luynes.

La carrozza era corsa via; la signora di Chevreuse aveva fatto dallo sportello un piccolo cenno a Raolo, e questi rimaneva là confuso.

Athos comprese quanto era avvenuto.

«Venite, visconte, egli disse; è tempo che vi ritiriate: domani partirete per l’armata del signor Principe; dormite bene per l’ultima vostra notte di cittadino.

«Sarò dunque soldato? oh, grazie, grazie di cuore.

«Addio, conte, disse l’abate d’Herblay, me ne torno in convento.

«Addio, abate, fece il Coadjutore, domani predicherò, e questa sera ho da consultare una ventina di testi.

«Addio, signori, aggiunse Athos, io vo a dormire per ventiquattro ore di seguito; non mi reggo dalla stanchezza».

I tre si salutarono, ed uscirono dopo aver ricambiato un ultimo sguardo.

Scarron li seguitava con la coda dell’occhio attraverso alle portiere del suo salone.

«Nessun di loro farà quel che dice, borbottò col suo sogghigno da scimmia, ma vadano pure, bravi gentiluomini! chi sa se non lavorano a farmi restituire la mia pensione? essi possono muovere le braccia, e questo è molto; io ahimè! non ho altro che la lingua, ma procurerò di provare ch’è pure qualcosa. Ehi, Champenois! venite a trascinarmi verso il mio letto.... In verità, è molto amabile la signorina d’Aubigné!»

E il povero paralitico disparve nella sua camera dormitoria, fu chiuso l’uscio, ed i lumi si spensero l’un dopo l’altro nel salone della via des Tournelles.

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XXIV

San Dionigi.

Principiava ad esser giorno quando Athos si alzò e si fece vestire. Dalla sua pallidezza maggiore del consueto, e dai segni che lascia sul volto la veglia, si scorgeva che doveva aver passata quasi tutta la notte senza dormire. Contro l’abitudine di quest’uomo tanto fermo e deciso, esisteva in quella mattina in tutta la sua persona qualche cosa di lento e d’irresoluto.

Egli è che si occupava ai preparativi di partenza di Raolo e cercava di acquistar tempo. Prima forbì da sè una spada che trasse da un astuccio di cuojo profumato, esaminò se la impugnatura era ben in guardia, e se la lama reggeva a questa assai solidamente.

Dipoi gettò in fondo ad una valigia destinata al giovanetto un sacchetto pieno di luigi, chiamò Olivain (il lacchè che lo aveva accompagnato da Blois), e gli fece fare davanti a sè i fagotti, invigilando che vi fossero tutti gli oggetti necessarj ad uno che si mette in campagna.

Ed avendo impiegato un’ora circa in tali diligenze, aprì l’usciale che conduceva in camera del visconte e vi entrò leggermente.

Il sole digià brillante penetrava nella stanza dalla larga finestra di cui Raolo, tornato tardi, aveva trascurato di chiudere le portiere la sera precedente. Dormiva esso ancora, con la testa graziosamente posata sul braccio. I lunghi capelli neri gli cuoprivano per metà la bella fronte umida tuttavia di quel vapore che scorre in placide perle giù per la guancia dello stanco fanciullo.

Athos si avvicinò, e chinatosi in atto ricolmo di tenera malinconia, stette lunga pezza a considerare il giovanetto dal labbro sorridente, dalle palpebre quasi chiuse, di cui i sogni dovevano essere dolcissimi e lieve il sonno, tanto era l’affetto e la sollecitudine che poneva l’angiolo suo protettore nella tacita sua custodia. A grado a grado Athos si lasciò trasportare dall’incanto della sua meditazione al cospetto di quella gioventù sì ricca e pura, e a lui ricomparve la gioventù sua propria, seco recando tutte le sue soavi rimembranze, le quali sono piuttosto fragranze che pensieri. Da quel passato al presente correva un abisso. Ma l’immaginazione ha il volo dell’angiolo e del lampo; varca i mari ove noi fummo presso a naufragare, le tenebre in cui si perderono le nostre illusioni, i pregiudizj in cui si sommerse la nostra felicità. Ei riflettè che la prima parte della sua vita era stata distrutta da una donna; riflettè atterrito a quanta influenza aver possa l’amore sovra ad una organizzazione sì delicata e vigorosa a un tempo stesso.

Ricordandosi tutto ciò ch’egli aveva sofferto, previde ciò che soffrir poteva Raolo, e l’espressione della profonda e tenera pietà penetratagli in cuore si risvegliò nell’umido sguardo che ei tenne fisso sul fanciullo.

Nel momento Raolo si destò, con quel risveglio scevro da nuvoli, da tenebre e da fatiche che caratterizza certi naturali delicati al pari di quello degli augelli. I suoi occhi si fermarono su quelli di Athos, ed egli senza dubbio comprese quanto passava nell’interno dell’uomo che attendeva il suo destarsi nella guisa in cui un amante attende quello della sua bella, giacchè gli corse nello sguardo l’espressione di un amore infinito.

«Eravate costì, signore! disse in tuono del massimo rispetto.

«Sì, Raolo, era qua, rispose il conte.

«E non mi svegliavate!

«Volevo lasciarvi ancor qualche momento del vostro buon sonno; dovete essere stanco della giornata di jeri prolungatasi tanto tardi.

«Oh! quanto siete buono!

«Come vi sentite?

«Benissimo, e quieto e in forze.

«Egli è che crescete tuttora; continuò Athos con interesse paterno e da uomo già maturo, e le fatiche all’età vostra son doppie.

«Ah! vi chiedo scusa, signore, disse Raolo confuso da tanta premura, ma fra un momento sarò vestito».

Athos chiamò Olivain, e dopo dieci minuti, il suo pupillo con la puntualità che gli era stata trasfusa da lui già avvezzo al servizio militare, si trovò bell’e pronto.

«Adesso, disse il visconte al domestico, occupatevi del mio bagaglio.

«Il vostro bagaglio vi aspetta, gli rispose Athos; io ho fatto fare la valigia sotto i miei occhi, e nulla vi mancherà. Dev’essere digià posta addosso ai cavalli, ugualmente che la sacca del servitore, se il mio comando si è eseguito esattamente.

«Con ogni precisione e secondo la vostra volontà, signor conte, avvertì Olivain, e i cavalli attendono.

«Ed io stava a dormire! esclamò Raolo, mentre voi avevate la bontà di provvedere a tutte queste cose! ma davvero mi colmate di tratti d’immensa bontà!

«Sicchè mi amate un poco, almeno io lo spero, replicò Athos con molta commozione.

«Oh! signore, disse Raolo, che per non manifestare tutta la sua tenerezza faceva sforzi onde pativa oltremodo; mi è testimone Iddio che vi amo e vi venero!

«Badate di non dimenticar roba alcuna, fece Athos figurando di cercarsi attorno per celare la sua agitazione.

«No, no.... signore».

Il lacchè, accostatosi allora ad Athos con un tal qual titubanza, gli disse piano:

«Il signor visconte non ha spada, perchè jeri sera vossignoria mi fece portar via quella ch’ei si era levata.

«Va bene, ci penso io», rispose il padrone.

Raolo non mostrò accorgersi del breve dialogo. Scese guardando ad ogni poco il conte per conoscere se era giunto l’istante dell’addio; ma Athos non faceva moto.

Arrivato sul verone, il giovine vide tre corsieri.

«Oh! esclamò esultante, dunque mi accompagnate?

«Voglio condurvi un poco in là, disse il conte».

E negli occhi al garzoncello brillò sommo giubilo, e saltò egli svelto a cavallo.

Athos si pose lentamente sul suo dopo aver dette poche parole sotto voce al servo, il quale invece di andar subito appresso, salì di nuovo a casa. Raolo, contentissimo di essere insieme col conte, non si accorse di niente, o di niente parve almeno si accorgesse.

I due gentiluomini presero dal Ponte Nuovo, continuarono su per gli scali, o piuttosto da quel che si chiamava inallora l’Abreuvoir Pépin, e rasente alle mura del Gran Castelletto. Quando entravano nella contrada di San Dionigi li raggiunse il lacchè.

Fecero il tragitto in silenzio. Il giovanetto capiva che si approssimava il momento della separazione: la sera innanzi il conte aveva date diverse istruzioni per cose che lo riguardavano nel corso della giornata. D’altronde i suoi sguardi divenivano ognora più affettuosi, e così pure le poche parole ch’ei si lasciava sfuggire. Tratto tratto gli usciva di bocca una riflessione o un consiglio, e la sua favella dava indizio di estrema premura.

Oltrepassata la porta San Dionigi, e mentre erano arrivati all’altura dei Certosini, Athos diede un’occhiata al palafreno di Raolo.

«Badate, disse al giovane, avete la mano grave; ve l’ho detto più volte, e non dovreste dimenticarlo, giacchè è un gran difetto in un cavallerizzo. Vedete! il vostro cavallo è digià stanco e butta la spuma, intanto che il mio sembra uscito or dianzi dalla scuderia. Gl’indurite la bocca stringendogli di troppo il morso, e non potete più farlo agire colla prontezza necessaria. La salvezza di un cavalcante dipende talora dalla sollecita obbedienza dell’animale ch’egli ha sotto. E fra otto giorni, rifletteteci, non avrete da manovrare alla cavallerizza, ma sibbene sul campo di battaglia».

In un subito però, e per non dare soverchia importanza alla sua osservazione, ei soggiunse:

«Guardate, Raolo, che bella pianura per inseguire le pernici!»

Il fanciullo approfittava della lezione, ed ammirava la delicatezza con cui venivagli data.

«L’altro giorno notai anche un’altra cosa, riprese Athos, cioè che nello sparare la pistola tenevate il braccio troppo steso. Con questo la botta va meno sicura, e realmente mancaste il bersaglio tre volte su dodici.

«E voi lo coglieste tutte e dodici, rispose sorridendo Raolo.

«Perchè piegavo il pugno, e riposavo così la mano sul gomito. Mi capite bene, mio caro?

«Oh sì; dipoi ho tirato da me solo, attenendomi a questo suggerimento, ed ho avuto buonissimo esito.

«Ecco, ricominciò Athos, anco battendovi di scherma incalzate di soverchio l’avversario. È difetto proprio dell’età vostra, lo so, ma il movimento del corpo in ciò troppo frequente scompone sempre la spada dalla linea, e se aveste che fare con un uomo di sangue freddo, vi fermerebbe al primo vostro passo con una semplice svolta del ferro, o pure con una botta diritta.

«Sì, sì, conforme voi faceste spessissimo, ma non tutti hanno la vostra destrezza ed il vostro coraggio.

«Che vento fresco!... è un ricordo dell’inverno.... Appunto, se andate al fuoco, e vi andrete perchè siete raccomandato ad un generale assai portato pella polvere, sovvenitevi in un impegno da solo a solo, secondo accade sovente a noi altri di cavalleria, di non essere mai il primo a tirare: chi tira primo tocca di rado l’altro, perchè va col timore di essere disarmato davanti ad un nemico armato; indi quando quegli vibra il colpo, fate che il vostro cavallo s’impenni: è questa una manovra che due o tre fiate mi ha salvata la vita.

«Ed io l’adoprerò, quando non fosse che per gratitudine.

«Oh! fece Athos, non sono cacciatori di contrabbando coloro che son laggiù arrestati?... Ma un altro avviso importante: se siete ferito, se cadete di sella e vi rimane ancora un po’ di forza, toglietevi dalla linea che ha seguitata il vostro reggimento; diversamente esso può esser ricondotto indietro e voi calpestato dai cavalli. In ogni caso, qualora siate ferito, scrivetemi sul momento o fatemi scrivere; c’intendiamo di ferite, noi altri!»

E il conte così dicendo sospirava.

«Grazie, rispose Raolo commosso.

«Eccoci a San Dionigi», balbettò Athos.

Erano appunto alla porta della città custodita da due sentinelle. Una di esse disse all’altra:

«Ecco ancora un giovine gentiluomo che mi ha la cera di andare all’armata».

Athos si volse: tutti quei che si occupavano anche in modo indiretto di Raolo prendevano tosto per lui il maggiore interesse.

«Da che ve ne avvedete? domandò al soldato.

«Dal suo aspetto, colui rispose, e poi egli è dell’età voluta; per oggi è il secondo.

«È già passato stamane uno simile a me? richiese Raolo.

«Sì signore, di nobil figura e in bellissimo equipaggio; mi è sembrato figliuolo di qualche gran signore.

«Sarà per me un compagno di viaggio, disse il giovanetto ad Athos, ma ohimè! non mi farà obliare quello che io perdo.

«Non credo che lo raggiungiate, replicò il conte, perchè io ho da parlarvi qua, e ciò che ho da dirvi esigerà forse tanto tempo che quel gentiluomo vi preceda di molto.

«Come vi piace, signore».

Così favellando i due traversavano le strade che erano piene di gente a motivo della solennità della festa, ed arrivavano di faccia alla basilica ove dicevasi una prima Messa.

«Smontiamo, fece Athos, e voi Olivain, custodite i cavalli e date a me la spada».

E presa la spada che il servo gli porgeva entrò assieme col visconte.

Athos offerse l’acqua benedetta a Raolo. In certi cuori di padri v’è un poco di quel premuroso amore che ha per l’amante sua l’innamorato.

Il giovinetto toccò al conte la destra, salutò, e si fece il segno della croce.

Athos disse poche parole ad uno dei custodi, il quale dopo un inchino si avviò verso i sotterranei.

«Venite, Raolo, disse Athos, e seguitiamo quell’uomo».

Il guardiano aprì il cancello delle tombe regie, e stette sul gradino più alto, mentre i due forestieri discendevano. Le profondità della scala sepolcrale erano rischiarate da una lampada d’argento posta sull’ultimo gradino, e precisamente sotto quel lume stava avvolto in un ampio manto di velluto paonazzo con umili gigli d’oro, un catafalco sorretto da cavalletti di ebano.

Raolo, preparato a quella situazione dallo stato del proprio cuore ricolmo di mestizia, dalla maestà dei tempio che aveva tutto percorso, era sceso con passo lento e solenne; e si teneva in piedi e nuda la testa dinanzi a quella spoglia mortale dell’ultimo re, la quale non doveva andare a raggiungere gli avi suoi se non quando il suo successore verrebbe a raggiungere lui stesso, e che pareva restasse colà per dire all’umano orgoglio, facile tanto ad esaltarsi sul trono: «Polve terrestre, ti aspetto».

Fuvvi un momento di silenzio.

Dopo di che Athos alzando la mano, e additato il sepolcro, disse:

«Questa incerta sepoltura è quella di un uomo debole e senza alcuna grandezza, e che pur non ostante ebbe un regno pieno di avvenimenti.... perchè al disopra di questo re vegliava lo spirito di un altro uomo, come la lampada che qui mirate veglia sopra alla bara e le dà la luce. Quegli era re vero; l’altro non era che una larva in cui egli poneva l’anima sua. E bensì, tanto è possente presso di noi la maestà monarchica, che quell’uomo non ebbe tampoco l’onore di una tomba ai piedi di colui per la cui gloria adoprò la sua vita, imperocchè, e di ciò vi sovvenga, o Raolo, s’ei fece piccolo il re, fe’ ben grande la regale dignità. Codesto regno passò; il ministro temuto, terribile, odiato dal suo padrone, calò nella tomba, traendovi seco il re, cui non voleva lasciar viver solo, per tema al certo che distruggesse l’opera sua, dacchè un re non erige, non edifica, se non quando abbia seco o Dio, o lo spirito di Dio. Allora però, tutti considerarono la morte di Richelieu come una salvezza, ed io pure, tanto sono ciechi i contemporanei! spesso mi opposi ai disegni del gran uomo che teneva nelle sue mani la Francia, e che secondo queste apriva o stringeva, la soffocava o le dava aria a suo talento. Se non ci annientò me e gli amici miei, nella tremenda ira sua, fu di sicuro onde oggi io potessi dirvi: Raolo, sappiate sempre rispettare il re e la regale dignità. Raolo, ei mi sembra di vedere il vostro avvenire come traverso ad un nuvolo. Esso è, per quanto io creda, migliore del nostro. All’opposto da noi, che avemmo un ministro senza re, voi avrete un re senza ministro. Quindi potrete servire, amare e rispettare il sovrano. Se il sovrano divien mai un tiranno, imperciocchè il sommo potere ha tali vertigini che lo spingono talvolta alla tirannide, servite, amate e rispettate in lui la dignità regale, quella scintilla che fa la polve tanto grande e santa, che noi, pur gentiluomini d’alto grado, siamo sì poco davanti a quel corpo steso sull’ultimo gradino di questa scala com’è il corpo medesimo dinanzi al trono del Signore.

«Adorerò Iddio, disse Raolo, rispetterò la regia potestà, e se muojo procurerò di morire pel re, pella potestà regia e per Dio. Vi intesi io bene, o signore?»

Athos sorrise.

«Siete d’indole nobilissima, rispose, ed eccovi la vostra spada».

Raolo pose in terra un ginocchio, ed il conte seguitò:

«La portò mio padre, leale gentiluomo; io la portai, e qualche volta le feci onore quando in mia mano era l’elsa e mi pendeva al fianco il fodero. Se la vostra destra è ancor debole per maneggiare questa spada, meglio così! avrete maggior tempo onde imparare a non isguainarla se non quando essa debba mostrarsi.

«Signore, replicò il giovanetto, tutto io vi devo, ma questo brando è il più prezioso di tutti i vostri doni; lo terrò, ve lo giuro, come si spetta ad un uomo riconoscente».

E accostate all’impugnatura le labbra la baciò rispettoso.

«Alzatevi, visconte, ed abbracciamoci», disse Athos.

Raolo si gettò con trasporto nelle sue braccia.

«Addio, balbettò il conte che si sentiva venir meno il cuore, addio, e pensate a me.

«Oh sempre! oh, in eterno! sì, lo giuro, e se mi avvenga qualche sciagura, il vostro nome sarà l’ultima mia parola, e la memoria di voi l’ultimo mio pensiero».

Athos risalì in fretta onde celare la sua emozione, diede una moneta d’oro al custode delle tombe, s’inchinò davanti all’altare, e corse al loggiato della chiesa, fuori del quale Olivain attendeva con gli altri due cavalli.

«Olivain, gli disse, additando il budriere di Raolo, stringete la fibbia di questa spada ch’è troppo lenta. Bene.... Adesso accompagnerete il signor visconte fintanto che Grimaud vi abbia raggiunto, ed allora lo lascerete seco. Intendete, Raolo? Grimaud è un vecchio servo pieno di coraggio e di prudenza, egli vi seguirà.

«Come vi piaccia, mio signore.

«Animo, a cavallo, ch’io vi vegga partire».

Raolo obbedì.

«Addio Raolo, addio, figlio caro!

«Addio, signore, addio, mio benefattore!

Athos fe’ un cenno colla mano, chè non osava parlare, e Raolo si allontanò tenendo nella destra il cappello.

Athos rimase immobile a guardarlo sinchè ei disparve alla svolta di una strada. Allora gettata ad un villico la briglia del suo corsiero, salì piano i gradini, rientrò in chiesa, andò ad inginocchiarsi nel luogo più oscuro, ed ivi pregò.

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XXV

Uno dei quaranta mezzi di fuga del sig. di Beaufort.

Frattanto passava il tempo per il prigioniero come per quelli che occupavansi della sua fuga; se non che per lui trascorreva più lentamente. Al contrario degli altri uomini, i quali prendono con calore una risoluzione pericolosa e si raffreddano a misura che avvicinasi il momento di eseguirla, il duca di Beaufort, il di cui coraggio era ormai passato per proverbio ed incatenato da una inazione di cinque anni, sembrava spingesse innanzi il tempo e co’ suoi voti chiamasse l’ora di agire. Esisteva nella sua fuga, indipendentemente dai progetti che faceva per l’avvenire, e, confessiamolo, molto vaghi ed incerti, un principio di vendetta che gli consolava il cuore. In primo luogo la sua clandestina partenza era un imbroglio pel signor di Chavigny, ch’egli aveva preso ad abborrire a motivo delle piccole persecuzioni in cui lo aveva assoggettato; poi un grave imbarazzo per Mazzarino che detestava ed esecrava a cagione dei grandi rimproveri che avea da fargli. Come ognun vede si manteneva l’opportuna proporzione tra i sentimenti del signor di Beaufort verso il governatore ed il ministro, il subalterno ed il padrone.

Di più il duca, che conosceva tanto bene lo interno del palazzo reale, e non ignorava le relazioni della regina col ministro, metteva in scena dalla sua carcere tutto quel movimento drammatico che succederebbe allorchè dal gabinetto di Mazzarino alla camera di Anna echeggiasse il grido «È scappato di Beaufort!» E ripensando a tutto questo, se la rideva fra sè, e gli pareva già di esser fuori a respirar l’aria delle pianure e delle selve, dando di sprone a un robusto corsiero, ed esclamando ben forte: «Son libero!»

È vero che ritornato poi in sè stesso si trovava tra quattro mura, vedeva dieci passi distante la Ramée che rigirava un dito pollice sull’altro, e nell’anticamera le otto guardie che scherzavano o bevevano.

L’unica cosa che lo riposava da quadro sì odioso, tanto è grande l’instabilità della mente umana, era la faccia arcigna di Grimaud, quella faccia che in sul principio egli aveva presa ad odiare e che indi era diventata tutta la sua speranza. Grimaud gli sembrava bello a pari d’un Antinoo.

È superfluo il dire che tutto questo era un giuoco dell’immaginazione riscaldata del nostro detenuto. Grimaud era sempre lo stesso; e quindi si conservava l’intera fiducia del suo superiore. La Ramée che ormai avrebbe contato più su di lui che sopra sè medesimo, giacchè, come accennammo, la Ramée provava in fondo al cuore una tal qual debolezza a favore del sig. di Beaufort.

E perciò il buon la Ramée godeva anticipatamente della cena da fare da solo a solo col prigioniero. Ei non aveva che un difetto, la gola; aveva trovate squisite le robe del successore di Marteau, e questi gli aveva promesso un pasticcio ripieno di fagiani anzi che di galletti, e del vino di Chambertin invece del Macon. Lo che abbellito dalla presenza dell’ottimo principe, che inventava sì graziose burlette contro il Chavigny, e lepidissimi scherzi addosso al Mazzarino, formava della bella Pentecoste vicinissima una delle più brillanti feste per messer la Ramée.

Sicchè esso attendeva le sei ore di sera con impazienza uguale a quella del duca.

Sino dalla mattina si era occupato di tutti i dettagli, e non fidandosi di alcuno avea fatta in persona una visita al successore di mastro Marteau. Costui aveva operato portenti: gli mostrò un vero pasticcio mostro, adorno sul coperchio con le armi del signor di Beaufort; era vuoto, ma accanto si vedevano un fagiano e due pernici lardellate e tonde che parevano tre torsellini da spilli.

Per maggior fortuna, noi già lo avvertimmo, il signor di Chavigny riposandosi su la Ramée era andato a fare un piccolo viaggio, e partitosi la mattina stessa avea lasciato lui come si direbbe, sotto-governatore del castello.

Grimaud poi sembrava in viso più arcigno che mai.

Nel giorno il signor di Beaufort aveva giuocato alla palla con la Ramée; un cenno di Grimaud gli avea dato a capire che dovesse badar bene a tutto.

Grimaud andando avanti insegnava la strada che doveva farsi la sera. Il giuoco della palla era in quello che chiamava il recinto del piccolo cortile del castello; luogo assai deserto ove non si ponevano sentinelle se non nel momento in cui il duca faceva la partita, ed anco a motivo dell’altezza del muro pareva codesta una precauzione superflua.

V’erano da aprire tre porte innanzi d’arrivare a quel recinto. Ad ognuna serviva una chiave diversa. La Ramée teneva tutte e tre le chiavi.

Giunto al locale predetto, Grimaud andò come alla spensierata a sedersi vicino ad una feritoja, con le gambe penzoloni fuor della muraglia. Diveniva chiaro che in quel punto sarebbe fissata la scala di corde.

Questa manovra, facile a comprendersi pel signor di Beaufort, era però, secondo ciascuno lo riconosce, impossibile a intendersi per la Ramée.

S’incominciò la partita. Questa volta il duca era in vena, e v’era quasi da dire che posasse colle dita le pillotte dove voleva ch’elle andassero. La Ramée fu battuto compiutamente.

Quattro dei guardiani del signor di Beaufort lo avevano accompagnato e raccoglievano le palle. Terminato il giuoco, egli burlando la Ramée pella sua poca abilità, offerse ai guardiani due luigi acciò andassero a bere alla sua salute con gli altri quattro loro camerati.

Coloro chiesero l’autorizzazione a la Ramée, il quale la concesse, ma soltanto per la sera. Sino allora egli aveva da occuparsi di faccende importanti, e dovendo far varie gite desiderava che in assenza sua il prigioniero non si perdesse di vista.

Qualora il signor di Beaufort avesse disposte le cose di per sè, probabilmente le avrebbe fatte meno a sua convenienza di quello che le accomodasse il suo custode.

Finalmente suonarono le sei! sebbene non s’avesse da porsi a tavola sino a sette ore, il pasto era pronto e apparecchiato. Sopra una credenza stava il pasticcio colossale con le armi del duca, che pareva cotto appuntino, da quanto si poteva giudicare al color dorato della crosta.

E tutto il rimanente era sul medesimo genere.

Tutti avevano grande impazienza, le guardie d’ire a bere, la Ramée dì mettersi a mensa, e il signor di Beaufort di scappare.

Il solo Grimaud se ne stava impassibile. Avreste detto che Athos lo avesse educato nella previdenza di quella grande circostanza.

In certi momenti il duca guardandolo domandava fra sè se pur sognava, e se quella figura di marmo era realmente al suo servizio, e se si animerebbe arrivato l’istante opportuno.

La Ramée licenziò le guardie, ad esse raccomandando di bere alla salute del principe, e indi partite ch’esse si furono serrò le porte, si mise in tasca le chiavi, e additò la tavola al duca in modo che significava:

«Quando vorrà monsignore».

Il principe guardò Grimaud, Grimaud guardò l’orologio a pendolo; erano appena sei ore e un quarto; la fuga era fissata per le sette, talchè restava da aspettare tre quarti d’ora.

Il signor di Beaufort per acquistare uno di quei tre quarti, addusse a mo’ di pretesto una certa sua lettura e chiese di finire il capitolo. La Ramée si accostò, allumò di su la spalla che libro fosse quello avente tanta influenza sopra Sua Altezza da impedirle di sedersi a mensa imbandita la cena.

Erano i Commentarj di Cesare, ch’egli stesso ad onta delle istruzioni del signor di Chavigny, procacciati gli aveva tre giorni innanzi.

E la Ramée si propose fermamente di non più porsi in contravvenzione coi regolamenti della torre.

Intanto sturò le bottiglie, e andò ad annusare un tantino il pasticcio.

Alle sei e mezza il duca si alzò dicendo in aria grave:

«Assolutamente Cesare era l’uomo più grande dell’antichità.

«Vi par proprio così, monsignore? fece la Ramée.

«Sì.

«Ebbene, io ho più caro Annibale.

«E perchè, messer la Ramée?

«Perchè non ha lasciato commentarj», replicò il birro col suo solito sorriso assai comune.

Il signor di Beaufort capì l’allusione, e si mise a tavola ammiccando a la Ramée si situasse dirimpetto.

E il birro non se lo fece mica dire due volte.

Non v’è faccia tanto espressiva come quella di un vero ghiottone che stia davanti a lauta mensa; e la faccia di la Ramée, mentre dalle mani di Grimaud ei riceveva la sua scodella di minestra, offeriva il sentimento della vera beatitudine.

Il duca lo guatò sogghignando.

«Per bacco! egli disse, ma sapete che se qualcuno mi asserisse esservi al mondo un uomo più felice di voi, io non lo crederei?

«E in coscienza avreste ragione, monsignore. Per me confesso che quando ho fame non conosco veduta più piacevole che una tavola bene imbandita; e se aggiungete che quegli che tratta è il nepote d’Enrico il Grande, comprenderete che l’onore che si riceve raddoppia il diletto che si gode».

Il principe s’inchinò colla vita, ed apparve un sorriso impercettibile sul volto di Grimaud che stava dietro a la Ramée.

«Mio caro la Ramée, disse il signor di Beaufort, non v’è uno eguale a voi per far un complimento.

«No, monsignore, rispose l’altro nel calore dell’animo suo, no davvero, dico quello che penso, e in questo che vi dico non c’è complimento.

«Dunque mi siete affezionato?

«Cioè, non mi consolerei più se Vostra Altezza uscisse da Vincennes.

«Stranissima maniera di dimostrarmi la vostra afficione (il principe voleva dire: la vostra affezione).

«Ma, Altezza, soggiunse la Ramée, fuori di qui che fareste? qualche pazzia che vi metterebbe in dissapori con la corte e vi farebbe piantare alla Bastiglia invece di Vincennes. Il signor di Chavigny non è garbato, ne convengo (seguitò trincando un bicchierino di Madera), ma il signor du Tremblay è anco di peggio!

«Veramente? fece il duca, il quale aveva genio all’andamento che prendeva il colloquio, e tratto tratto osservava l’orologio la di cui lancetta progrediva con tal lentezza da farlo disperare.

«Che volete aspettarvi dal fratello di uno ch’è avvezzato alla scuola del Richelieu? Ah! Altezza, date retta a me, l’è una gran sorte che la regina, che per quanto ho inteso dire vi ha voluto sempre bene, abbia avuta l’idea di mandarvi qui, dove abbiamo passeggio, giuoco di palla, buoni pasti ed aria ottima.

«Sicchè a sentir voi, continuò il principe, sono molto ingrato per aver concepito un sol momento il pensiero d’uscir di qua?

«È il colmo dell’ingratitudine! ma Vostra Altezza non vi ha mai pensato sul serio.

«Sì, anzi, ribattè il Beaufort, e debbo confessarlo, sarà follia, non dico di no, ma di quando in quando ci penso tuttora.

«Sempre, con uno dei vostri quaranta mezzi, monsignore?

«Eh sì!

«Ecco, via, giacchè siamo a sfogarci, ditemi una delle quaranta maniere inventate da Vostra Altezza.

«Volentieri, rispose il duca, Grimaud, datemi il pasticcio.

«Sto ad ascoltare», disse la Ramée, e buttandosi giù sulla seggiola, alzava il bicchiere, e faceva occhiolino per guardare il sole al tramonto a traverso al liquore color di rubino che in quello si conteneva.

Il signor di Beaufort diede un’occhiata all’orologio: tra dieci minuti sonerebbe le sette.

Grimaud recò il pasticcio davanti al principe. Questi pigliò il suo coltello con la lama d’argento per togliere il coperchio; ma la Ramée per timore che accadesse uno sconcerto a quella bella vivanda, gli porse il suo coltello che avea la lama di ferro.

«Grazie, la Ramée, disse il duca prendendolo.

«Ebbene? domandò il birro, quel bellissimo mezzo?

«V’ho io da dire quello su cui facevo maggior conto, e che avevo deciso d’impiegare prima d’ogni altro?

«Sì, giusto.

«Or bene! seguitò il signor di Beaufort, con una mano bucando il pasticcio e coll’altra segnando dei circoli col coltello, innanzi a tutto speravo di avere per guardiano una buona creatura come voi, la Ramée.

«Benissimo! l’avete; e poi?

«E me ne congratulo».

La Ramée fece una riverenza.

«E fra me dicevo: se una volta fo tanto d’avere presso di me un buon figliuolo come la Ramée, procurerò di fargli raccomandare da qualche suo amico, del quale gli siano ignote le relazioni meco, un uomo che mi sia dedito affatto e con cui io possa intendermi onde disporre la mia fuga.

«Via, via! fece la Ramée, non era immaginato male!

«Non è così? per esempio, il servitore di qualche bravo gentiluomo, nemico del Mazzarino, come dev’essere ogni gentiluomo...

«Zitto, monsignore! non discorriamo di politica!

«Quando avrò quel tale vicino a me, purchè sia un poco accorto ed abbia saputo inspirar fiducia al mio guardiano, questo si riposerà su di lui, e allora avrò notizie di fuori.

«Ah sì! ma come, notizie di fuori?

«Oh! è facilissimo; per esempio, giuocando alla palla.

«Giuocando? domandò la Ramée, e cominciava a prestare la massima attenzione alle parole del duca.

«Sicuramente! ecco, io mando una palla nel fosso; v’è un uomo che la raccoglie; dentro v’e una lettera; invece di rimandare quella pillotta che gli ho chiesta di su dalle mura, me ne manda un’altra; questa racchiude una lettera. Così abbiamo ricambiate le nostre idee, e nessuno ha veduto un ette.

«Diamine! rispose la Ramée grattandosi l’orecchio, fate bene a dirmi codesto, monsignore! invigilerò su coloro che raccolgono le pillotte».

Il duca sorrise.

«Ma, riprese la Ramée, alla fin dei conti questo non è che un mezzo di corrispondenza.

«È molto, mi pare.

«Non basta.

«Domando scusa. Mettiamo il caso; dico agli amici miei: trovatevi il tal giorno, alla tal’ora, dall’altra parte del fosso con due cavalli scossi.

«Ebbene? e poi? fece la Ramée, a meno che i cavalli abbiano le ali per salire sul bastione e venirvi a prendere!

«Eh mio Dio! non si tratta ch’essi abbiano le ali per salire, ma ch’io abbia un mezzo per scendere.

«E quale?

«Una scala di corde.

«Sì, ripigliò il guardiano procurando di ridere, però una scala simile non si manda come un biglietto dentro una palla.

«No, ma si trasmette in qualche altra cosa.

«Altra cosa! altra cosa! e in che?

«Per esempio, in un pasticcio.

«In un pasticcio?

«Sì: supponete.... là! che il mio maestro di casa Noirmont abbia trattato l’acquisto della bottega di maestro Marteau....

«Ebbene? chiese la Ramée tremando.

«Ebbene, la Ramée ch’è un ghiottone, vede i suoi pasticci, gli sembrano migliori di quelli de’ suoi antecessori, e mi esibisce di farmeli assaggiare; io accetto, col patto ch’egli li provi insieme con me; la Ramée per esser più libero allontana i guardiani e non trattiene se non Grimaud per servirci; Grimaud è l’uomo datomi da un mio amico, il servo col quale io m’intendo e pronto a secondarmi in tutto; il momento della mia fuga è stabilito per sette ore. Ed io a sette ore meno pochi minuti....

«A sette ore meno pochi minuti? ripetè la Ramée, a cui cominciava a bagnarsi di sudore la fronte.

«A quel punto, ripigliò a dire il duca unendo l’atto alle parole, tolgo via la crosta al pasticcio; vi trovo due pugnali, una scala di corde e una sbarra; metto uno dei pugnali sul petto a la Ramée, e gli dico: Caro mio, me ne dispiace, ma se tu fai un gesto, se dai un grido, sei morto!»

Come indicavamo or dianzi, il signor di Beaufort univa l’azione alla favella; stava in piedi accanto a la Ramée, e gli posava la punta dell’arme sul seno con tale accento che non permetteva a costui di aver il menomo dubbio in quanto alle sue intenzioni.

Frattanto Grimaud, sempre mutolo, levava dal pasticcio l’altra arme, la scala e la pera di angoscia.

La Ramée aveva osservato ognuno di quegli oggetti con il più fiero terrore.

«Oh monsignore! esclamò guardando il duca in atto di tanta stupefazione che lo avrebbe fatto scoppiare dalle risa in qualunque altra circostanza, non avrete cuore di uccidermi!

«No, se non ti opponi alla mia fuga.

«Ma, se vi lascio scappare, sono un uomo rovinato!

«Ti rimborserò il prezzo della tua carica.

«E siete propriamente deciso ad abbandonare il castello?

«Per bacco!

«Quanto potessi dirvi non muterebbe la vostra risoluzione?

«Questa sera voglio esser libero.

«E se mi difendo, se chiamo, se strillo?

«Ti ammazzo, da gentiluomo ch’io sono».

L’orologio suonò.

«Sette, disse Grimaud che non aveva ancora proferita una parola.

«Le sette! disse il signor di Beaufort, vedi, è tardi oramai».

La Ramée fece un movimento come per isgravio di coscienza.

Il duca inarcò le ciglia, ed il birro sentì la lama che dopo forati i suoi panni era in procinto di bucarli il petto.

«Bene, monsignore, balbettò, basta così, non mi muovo.

«Sbrighiamoci, rispose il principe.

«Altezza, un’ultima grazia!

«E quale? di’ su, presto!

«Legatemi stretto.

«Legarti, perchè?

«Perchè non si creda ch’io sia vostro complice.

«Le mani, pronunciò Grimaud.

«Non mica davanti, di dietro, di dietro!

«Ma con che? domandò il signor di Beaufort.

«Colla vostra cintura», replicò la Ramée.

Il duca si levò la cintura e la diede a Grimaud, il quale avvinse il birro in maniera da contentarlo.

«I piedi» disse Grimaud.

La Ramée porse le gambe, ed egli preso un tovagliuolo e fattone tante striscie lo legò con esse bene e meglio.

«Adesso la mia spada, soggiunse la Ramée, fermate l’impugnatura».

Il duca toltosi un nastro dai calzoni adempiè il desiderio del guardiano.

«Ora, continuò il poveretto, la pera di angoscia; ve la domando; se no, sarei processato per non aver urlato. Cacciatela ben dentro, monsignore».

Grimaud si accinse ad appagare le brame del custode. Questi ammiccò che aveva da dire qualche altra cosa.

«Parlate, fece il principe.

«Monsignore, se per cagion vostra mi succedono de’ guaj, non vi scordate che ho moglie e quattro figliuoli.

«Sta pur quieto. Caccia dentro, Grimaud!»

In un attimo fu messa la sbarra a la Ramée; si gettarono in terra due o tre sedie per dare indizio di lotta accanita; Grimaud prese dalle saccoccie del birro tutte le chiavi che contenevano, aprì subito l’usciale della stanza ove si trovavano, ed essendone usciti egli e il duca si avviarono solleciti alla galleria che conduceva al piccolo recinto; le tre porte furono aperte una dopo l’altra con lestezza che faceva onore all’abilità di Grimaud; i due arrivarono al giuoco della palla; questo era deserto, non sentinelle, nessuno alle finestre.

Il principe corse al muro di bastione, e adocchiò dal lato opposto dei fossi tre uomini con tre cavalli scossi; ricambiò con essi un cenno; stavano colà assolutamente per lui.

Frattanto Grimaud fissava il filo conduttore. Non era già una scala di fune, ma un gomitolo di seta, con un bastone che doveva passarsi tra le gambe e dipanarsi da sè mediante il peso che stesse disopra a cavalcioni.

«Va, ordinò il duca.

«Primo io? domandò Grimaud.

«Certo; se mi agguantano, arrischio soltanto la carcere; se ti agguantano sei tosto impiccato.

«È giusto».

E Grimaud postosi cavalcioni sul bastone principiò la scesa perigliosa. Il duca lo seguitava cogli occhi in un involontario timore. Giunto ai tre quarti del muro, si ruppe la corda. Grimaud cascò precipitato nel fosso.

Il signor di Beaufort mandò un grido. Grimaud non mandò tampoco un lamento, eppure doveva essersi ferito gravemente, poichè restava disteso nel luogo ov’era caduto.

Subito uno degli uomini che attendevano si calò nel fossone, legò sotto alle spalle di Grimaud la cima di una fune, e gli altri due che reggevano la cima opposta tirarono su il disgraziato.

«Scendete, monsignore! disse quegli che era andato abbasso, non v’è di distanza che una quindicina di piedi, e l’erbetta è morbida».

Il duca era digià all’opra. Per lui la faccenda riusciva più difficile, non avendo più bastone a cui sostenersi, e dovendo calarsi a forza di pugno da un’altezza di venticinque braccia. Ma era svelto, robusto e pieno di sangue freddo, e in meno di cinque minuti fu in fondo al cordone: lasciò l’appoggio che lo reggeva sino allora, e cadde ritto senza farsi male.

Tosto si arrampicò alla scarpa del fosso, ed arrivato sopra trovò Rochefort. Gli altri due gentiluomini gli erano ignoti. Grimaud, svenuto, stava legato sur un cavallo.

«Signori, disse il duca di Beaufort, vi ringrazierò poi: adesso non v’è da perdere un momento, via, presto! chi mi vuol bene mi segua!»

Saltò a cavallo, si partì di galoppo, respirando comodamente, e gridando con espressione di giubilo indescrivibile:

«Libero!.... libero!.... libero!....»

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XXVI

D’Artagnan giunge opportuno.

D’Artagnan riscosse a Blois la somma che Mazzarino, bramoso di riaverlo presso di sè, si era deciso a dargli pe’ suoi futuri servigi.

Da Blois a Parigi v’erano quattro giornate di cammino per un cavalcante ordinario. Al terzo giorno verso le ore quattro pomeridiane d’Artagnan giunse alla barriera di S. Dionigi. Noi già vedemmo come Athos, partito tre ore dopo di lui, v’era arrivato ventiquattr’ore innanzi.

Planchet aveva perduto l’uso di quelle passeggiate forzate; d’Artagnan lo rimproverò della sua inerzia.

«Eh signor mio! quaranta leghe in tre giorni.... e’ mi pare un bel fare per un venditore di confetti!

«Sei realmente diventato mercante, Planchet? e adesso che ci siamo ritrovati, ti proponi sul serio di vegetare nella tua botteguccia?

«Oh! in verità, voi solo siete nato per la vita attiva. Guardate un po’ il signor Athos, chi direbbe che fosse l’azzardoso cercatore di avventure già da noi conosciuto? vive oggidì da signorone campagnuolo, da fattore gentiluomo.... Sentite veh! non v’è di meglio che un’esistenza quieta.

«Ipocrita! disse d’Artagnan, ben si vede che ti avvicini a Parigi, e che a Parigi v’è una corda e una forca che ti aspettano!»

Mentre così conversavano, i due viaggiatori giunsero alla barriera. Planchet si calava giù il cappello pensando che passerebbe da strade dov’era molto conosciuto, e d’Artagnan si arricciava i baffi rammentandosi che Porthos doveva attenderlo in via Tiquetonne, e ruminava il modo di fargli dimenticare la sua signoria di Bracieux e le omeriche cucine di Pierrefonds.

Voltato il canto della strada Montmartre vide, ad una finestra dell’albergo del Granchio, Porthos vestito con uno splendido giubbetto celeste tutto ricamato d’argento, che sbadigliava in maniera da sganasciarsi, a segno che i viandanti contemplavano con una certa ammirazione rispettosa quel signorone così bello e ricco, il quale sembrava tanto infastidito della sua grandezza e opulenza.

Ed appena che d’Artagnan e Planchet girarono da quell’angolo, Porthos gli ebbe ravvisati ed esclamò:

«D’Artagnan! sia ringraziato Iddio! siete voi?

«Buon dì! buon dì, caro amico!» rispose il tenente dei moschettieri.

In breve si radunò un mucchio di scioperati attorno ai cavalli che già i camerieri dell’albergo tenevano per la briglia, ed ai gentiluomini che si parlavano di su a giù; ma un brutto cipiglio di d’Artagnan e due o tre tristi gesti di Planchet benissimo compresi diradarono la folla che tanto più si era accresciuta quanto meno sapeva ella stessa perchè là raccoglievasi.

Porthos era digià sceso al portone della locanda.

«Ah! mio caro, egli disse, come stanno male qui i miei cavalli!

«Davvero? fece d’Artagnan, me ne duole assai per quei nobili animali.

«Anch’io stavo maluccio, seguitò Porthos tentennandosi col suo solito aspetto d’uomo contento di sè, e se non fosse la locandiera, ch’è graziosetta e regge gli scherzi, avrei cercato altro alloggio».

La bella Maddalena, che durante il dialogo si era avvicinata, diventò pallida come una morta e mosse un passo indietro udendo le parole di Porthos, giacchè temè si rinnovasse la scena dello Svizzero; ma con suo grande stupore d’Artagnan non si accigliò, ed anzi sorridendo rispose all’amico:

«Sì, sì, capisco, l’aria della via Tiquetonne non è pari a quella della valle di Pierrefonds; ma non dubitate, io ve ne farò prendere una migliore.

«E quando?

«Oh! prestissimo, io spero.

«Ah, meglio così!»

All’esclamazione di Porthos succedè un gemito lungo e sommesso che si partiva dall’angolo di una porta. D’Artagnan ch’era appunto smontato vide comparire l’enorme pancia di Mousqueton, dalla mesta bocca del quale uscivano dolorosi lamenti.

«E voi pure, povero signor Mouston, vi trovate scomodo in questo meschino albergo? domandò d’Artagnan con un tuono comico che poteva essere tanto di compassione come di dileggio.

«Trova pessima la cucina, rispose Porthos.

«E perchè non la fa egli da sè come a Chantilly?

«Oh, signore! replicò Mousqueton, qui non avevo come laggiù i paduli del signor principe dove pescare i bei carpioni, e le macchie di Sua Altezza per pigliarvi le ottime pernici; la cantina poi l’ho visitata minutamente, e in verità è cosa di poco.

«Messer Mouston, ribattè d’Artagnan, in coscienza vi compiangerei, se nel momento non avessi a far cose di maggior premura».

E preso in disparte Porthos, continuò:

«Mio caro du Vallon, siete bell’e vestito, e si combina a proposito, mentre vi conduco subito dal ministro.

«Veh! propriamente?

«Sì, amico mio.

«Una presentazione!

«E che, vi fa paura?

«No, ma mi agita.

«State quieto; non avete più che fare con l’altro ministro, e questo non vi opprimerà colla sua maestosità.

«Non importa.... capite d’Artagnan, la corte!

«Eh! non vi è più corte.

«La regina!

«Ero là per dire: non c’è più regina.... ma no no, non dubitate non la vedremo.

«E dite che si va sul momento al palazzo reale?

«Sul momento. Soltanto per non tardare, vi tolgo a prestito uno de’ vostri cavalli.

«Servitevi: son tutti e quattro a vostra disposizione.

«Oh! uno mi basta per adesso.

«Non verranno con noi i nostri domestici?

«Sì; prendete Mousqueton, non vi sarà male. Planchet ha delle ragioni per non recarsi alla corte.

«È perchè?

«Eh! sta poco bene con Sua Eccellenza.

«Mouston, ordinò Porthos, mettete la sella a Vulcano e a Bojardo.

«Ed io, signore, ho da pigliare Rustaud?

«No, un altro di lusso, o Febo o Superbo, si va in cerimonia.

«Ah! respirò Mousqueton, non si tratta che di una visita?

«Sì, Mouston, questo solo.... non ostante, ad ogni evento, ponete nelle tasche le pistole; troverete sulla mia sella le mie belle e cariche».

Mouston diede un sospiro, capiva poco le visite di cerimonia con armi addosso da capo a piedi.

«Realmente, soggiunse Porthos guardando con compiacenza allontanarsi il famiglio, avete ragione d’Artagnan, Mouston ci batterà; fa un’ottima figura».

Il tenente sorrise.

«E voi, domandò Porthos, non vi vestite meglio?

«No, resto come sono.

«Ma siete molle di sudore e carico di polvere, e avete il fango agli stivali.

«Lo stato da viaggio mostrerà la mia premura di correre ai comandi del ministro».

Tornò Mousqueton coi tre palafreni. D’Artagnan si rimise in sella come se fosse in riposo da una settimana.

«Oh! disse a Planchet, la mia spada lunga.

«Io, disse Porthos, facendo vedere una piccola spada con l’impugnatura indorata, io ho la mia da corte.

«Prendete la grande, amico mio.

«E perchè?

«Non so, ma fate a mio modo.

«Ehi Mouston! la grande, ordinò Porthos.

«Ma signore! fece questi, codesto è un apparecchio da guerra! dunque si va a far campagna? Allora ditemelo subito, e piglierò le mie precauzioni secondo la circostanza.

«Lo sapete pure, gli rispose d’Artagnan, con noi altri le precauzioni sono sempre buone. O non avete gran memoria, o vi siete scordato che non siamo soliti passar le nottate tra feste da ballo e serenate.

«Ohimè, gli è vero, disse Mousqueton armandosi benissimo, ma lo avevo dimenticato».

Partirono velocemente, ed arrivarono al palazzo verso le sette ore e un quarto. Nelle strade era gran folla, essendo il giorno della Pentecoste, e si osservava con meraviglia passare quei due cavalieri, che uno sembrava fresco uscito da uno scatolino, e l’altro sì polveroso che potevasi credere proveniente da un campo di battaglia.

Anche Mousqueton richiamava gli sguardi degli scioperati, e siccome il romanzo di Don Chisciotte era allora nella massima sua voga, alcuni dicevano esser quegli Sancio, il quale perduto un padrone ne aveva ritrovati due.

Entrato nell’anticamera d’Artagnan si vide fra’ conoscenti. V’erano dei moschettieri della sua compagnia che precisamente erano di guardia. Fece chiamare l’usciere, e gli mostrò la lettera del ministro che gl’ingiungeva di ritornare senza perdita di un minuto secondo. L’usciere s’inchinò e passò da Sua Eccellenza.

D’Artagnan si volse a Porthos, e gli parve osservare che lo agitasse un lieve tremore. Laonde, accostatosi, gli disse all’orecchio:

«Coraggio, mio prode amico! non vi sgomentate: state su di me, l’occhio dell’aquila è chiuso, e non abbiamo più da fare che con un semplice avvoltojo. Tenetevi ritto e impettito come nel giorno del bastione di S. Gervasio, e non v’inchinate di troppo a quell’italiano, chè ne avrebbe mal concetto di voi.

«Bene, bene! rispose Porthos».

Ricomparve l’usciere.

«Entrate, signori, egli disse, Sua Eccellenza vi aspetta».

Di fatti Mazzarino era seduto nel suo gabinetto, affaticato a cancellare più nomi che potesse da una nota di pensioni e benefizj. Vide con la coda dell’occhio entrare d’Artagnan e Porthos, e quantunque si fosse consolato all’annunzio del messo, non figurò di cambiarsi minimamente.

«Ah! siete voi, signor tenente? disse, avete fatto alla lesta, ottimamente! siate il ben venuto.

«Grazie, monsignore; eccomi ai comandi di Vostra Eccellenza, ugualmente che il signor du Vallon, quello fra i miei antichi amici che celava la sua nobiltà sotto il nome di Porthos».

Porthos riverì il ministro.

«Bellissimo cavaliero! fece Mazzarino».

Porthos girò la testa a mano diritta e sinistra, e fece moti di spalle pieni di dignità.

«La migliore spada del regno, disse d’Artagnan, e lo sanno molti che nol dicono e che non possono dirlo».

Porthos salutò d’Artagnan.

Mazzarino aveva forse tanto genio per i bei soldati quanto n’ebbe in appresso Federico di Prussia. Si applicò ad ammirare le mani nerborute, le ampie spalle e l’occhio fisso di Porthos. Gli parve avere dinanzi la salvezza del suo ministero e del regno tagliata in carne e in ossa. E questo gli ricordò come l’antica associazione dei moschettieri si formava di quattro individui.

«E gli altri due vostri amici?» domandò Mazzarino.

Porthos apriva bocca credendo fosse momento da dire il fatto suo. D’Artagnan gli ammiccò un pocolino coll’occhio.

«Gli altri nostri amici per ora sono impediti; ci raggiungeranno dipoi».

Mazzarino ebbe un tantino di tosse.

«E il signore, più libero di loro, seguitò, tornerà volentieri al servizio?

«Sì, Eccellenza, e soltanto per zelo, giacchè il signor di Bracieux è ricco.

«Ricco? fece Mazzarino, a cui quel vocabolo per vero privilegio inspirava per solito somma considerazione.

«Cinquantamila lire di rendita», ribattè Porthos.

Erano le prime parole che avesse pronunziate.

«Soltanto per zelo? ripetè il ministro col suo scaltro sorrisetto.

«Dunque Vostra Eccellenza non crede in quella parola? chiese d’Artagnan.

«E voi, signor Guascone? fece Mazzarino appoggiando ambe le gomita sullo scrittojo, ed il mento sulle due mani.

«Io, disse d’Artagnan, credo in codesta specie di devozione come in un nome che dev’essere accompagnato da un casato appartenente a qualche tenuta. Certo, si è per naturale più o meno devoti, ma bisogna che in fondo a tal divozione vi sia poi qualche cosa.

«E, per esempio, in fondo alla sua che bramerebbe il vostro amico?

«Monsignore, egli ha tre tenute magnifiche: quella del Vallon, a Corbeil; quella di Bracieux nel Soissonese, e quella di Pierrefonds nel Valois.... E desidererebbe che di una di esse si facesse una baronìa.

«Non v’è altro che questo? rispose Mazzarino a cui brillavano di allegrezza le pupille nel vedere che potrebbe premiare le premure di Porthos senza por mano alla borsa, non vi è altro? Si potrà combinare.

«Sarò barone! esclamò Porthos muovendo un passo avanti.

«Ve lo avevo detto, ripigliò d’Artagnan trattenendolo con una mano, e monsignore ve lo ripete.

«E voi, d’Artagnan, che bramate?

«Eccellenza, saranno per lo meno venti anni a settembre che il signor ministro di Richelieu mi fece tenente.

«Sì; e vorreste che il ministro Mazzarino vi facesse capitano?»

D’Artagnan fece una riverenza.

«Ebbene, tutto questo non è già impossibile. Si vedrà, signori miei, si vedrà.... E adesso, signor du Vallon, qual servizio preferite? di città, di campagna?»

Porthos schiuse le labbra per rispondere.

«Monsignore, disse d’Artagnan, il signor du Vallon è come son io, gli piace il servizio straordinario, cioè le imprese che vengono reputate stolte e impossibili».

La frase di Guascone non dispiacque al Mazzarino, il quale si diede a riflettere.

«Bensì vi confesso che vi avevo fatto venire per darvi un impiego.... ho certi motivi d’inquietudini.... Eh! che roba è questa?»

Si udiva grande strepito nell’anticamera, e quasi nello stesso tempo fu aperto l’usciale del gabinetto ed entrò in fretta un uomo tutto polveroso gridando:

«Il signor ministro? dov’è il signor ministro?»

Mazzarino si pensò che volessero assassinarlo, e indietreggiò traendo seco la sua poltrona. D’Artagnan e Porthos eseguirono un movimento che li situò tra lui e il sopraggiunto.

«Ehi, gridò il ministro, che c’è egli, perchè entriate qui come si farebbe al mercato?

«Monsignore, rispose l’ufficiale a cui era diretto il rimbrotto, due paroline sole, ma vorrei dirvele presto e segretamente. Io sono de Poins, ufficiale delle guardie di servizio alla torre di Vincennes».

Colui era tanto pallido e sbigottito, che Mazzarino, persuaso dover egli essere latore d’importante notizia, accennò a d’Artagnan e a Porthos di dar posto al messaggiero.

E quelli si ritirarono in un canto del gabinetto.

«Parlate, e subito! fece il ministro, che v’è egli?

«V’è, che il signor di Beaufort è scappato dalla prigione di Vincennes».

Il Mazzarino cacciò un urlo, e diventò più smorto in viso di quello che gli recava la nuova. Ricascò sul seggiolone quasi annichilito.

«Scappato! esclamò, scappato di Beaufort!

«Eccellenza, l’ho veduto fuggire di su dalla terrazza.

«E non gli avete fatto sparare addosso?

«Era fuori di tiro.

«Ma il signor di Chavigny che cosa faceva?

«Era assente.

«Ma la Ramée?

«Si è trovato legato in camera del prigioniero, con la sbarra in bocca e uno stiletto accanto.

«E l’uomo che gli si era posto appresso per ajuto?

«Complice del duca, e fuggito con lui.»

Mazzarino diè fuori un gemito doloroso.

«Eccellenza.... disse d’Artagnan appressandosi.

«Che c’è?

«Mi pare, monsignore, che perdiate un tempo prezioso.

«In che modo?

«Se l’Eccellenza Vostra ordinasse di correre dietro al prigioniere, forse vi sarebbe ancor da raggiungerlo. La Francia è grande, e la frontiera più prossima è distante di qua sessanta leghe.

«E chi gli andrebbe appresso? gridò Mazzarino.

«Io, cospettaccio!

«E lo arrestereste?

«Perchè no?

«Come! il duca di Beaufort, armato da battaglia?

«Monsignore, se mi comandaste di arrestare il diavolo, lo piglierei per le corna e ve lo porterei.

«Anch’io, confermò Porthos.

«Anco voi? domandò Mazzarino considerando attonito quei due; ma il duca non si arrenderà senza accanito combattimento.

«Or bene! replicò d’Artagnan a cui prendevano fuoco gli occhi, battaglia! da lunga pezza non ci siamo battuti, non è così, Porthos?

«Battaglia! ripetè Porthos.

«E credete di arrivarlo?

«Di certo, se siamo in miglior equipaggio di lui.

«Dunque pigliate quante guardie trovate qui, e correte.

«Tale è il vostro ordine, monsignore?

«E ve lo firmo», rispose Mazzarino.

E tolto un foglio vi scrisse alcuni versi.

«Eccellenza, aggiungete costà, che potremo prender tutti i cavalli che incontriamo per istrada.

«Sicuramente!... servizio regio.... prendete e trottate!

«Ottimamente!

«Signor du Vallon, seguitò il ministro, la vostra baronia sia in groppa dietro al Beaufort; non v’è altro che agguantarla. A voi, mio caro d’Artagnan, nulla prometto, ma se lo riportate vivo o morto, chiederete quel che vi pare.

«A cavallo, Porthos! disse il tenente afferrata la mano all’amico.

«Eccomi», replicò Porthos col sublime suo sangue freddo.

E scesero la scala grande, seco traendo le guardie che scontravano per via, e gridando:

«A cavallo! a cavallo!»

Si trovarono riuniti circa dieci uomini.

D’Artagnan e Porthos saltarono uno su Vulcano e l’altro su Bojardo. Mousqueton si mise addosso a Febo.

«Seguitemi! urlò d’Artagnan.

«In cammino! strillò Porthos».

E cacciarono gli sproni ne’ fianchi ai loro nobili destrieri, i quali si partirono per la contrada di S. Onorato colla rapidità di un lampo.

«Ebbene, signor barone, diceva d’Artagnan, vi avevo promesso di porvi in esercizio; vedete che vi mantengo la parola.

«Sì, capitano», rispose Porthos.

Si volsero indietro. Mousqueton, più sudante che la bestia che cavalcava, stava a doverosa distanza. A tergo a lui galoppavano le dieci guardie.

I borghesi storditi comparivano sulla soglia delle case, e i cani istizziti correvano appresso ai cavalli abbajando.

Sul canto del cimitero S. Giovanni, d’Artagnan buttò in terra un uomo, ma era un avvenimento troppo piccolo per trattenere genti che avevano tanta fretta; sicchè la comitiva continuò pel suo viaggio come se i corsieri avessero avuto le ali.

Ahimè! avvenimenti piccoli non vi sono in questo mondo, e noi vedremo che quello fu in procinto di rovinare la monarchia.

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XXVII

La strada maestra.

Andarono in tal guisa quanto era lungo il sobborgo S. Antonio e la via di Vincennes; in breve furono fuori di città, presto nella macchia, e dopo poco alle viste di un villaggio.

Sembrava che i cavalli ad ogni passo si animassero maggiormente, e le loro nari principiavano ad arrossarsi come ardenti fornaci. D’Artagnan ficcando gli sproni nel ventre al suo, precedeva Porthos di un braccio circa. Mousqueton li seguitava, e poi le guardie a varie distanze secondo la bontà dei loro animali.

Di cima ad un’eminenza d’Artagnan vide una riunione di persone ferme dall’altro lato della torre che dà sopra S. Mauro. Comprese che di là fosse fuggito il prigioniero, e che ivi potrebbe egli ottenere schiarimento. In cinque minuti arrivò sino a quel punto e le guardie là pure lo raggiunsero.

Occupatissimi erano tutti coloro così radunatisi; guardavano la corda tuttora pendente dalla feritoja e rottasi dieci braccia più su di terra, misuravano cogli occhi l’altezza, e facevano un diluvio di congetture. Sulla sommità del bastione andavano e venivano sentinelle affaccendate.

Un posto militare comandato da un sergente allontanava la gente dal luogo dove il duca era montato a cavallo.

D’Artagnan corse fino al sergente.

«Mio uffiziale, disse questi, qui non è permesso fermarsi.

«Codesti ordini non sono per me, rispose d’Artagnan. Sono stati inseguiti i fuggiaschi?

«Sì, ma pur troppo hanno buone bestie.

«E quanti sono?

«Quattro validi ed un ferito.

«Quattro! fece d’Artagnan osservando Porthos, hai inteso, barone? sono quattro soltanto!»

Sul labbro a Porthos apparve un allegro sorriso.

«E quanto sono innanzi?

«Due ore e un quarto, mio uffiziale.

«Due ore e un quarto è nulla; noi abbiamo buoni cavalli, non è vero, Porthos?»

Porthos diede un sospiro pensando a quel che si preparava pei poveri animali.

«Benissimo, continuò d’Artagnan, e da che parte sono andati via?

«Questo poi è proibito di dirlo».

D’Artagnan si levò di tasca un foglio e disse:

«Ordine regio.

«Allora, parlate al governatore.

«E dov’è egli?

«In campagna».

Salì la collera sul volto a d’Artagnan, gli si rugò in fronte, gli si colorirono le tempie.

«Ah birbante! gridò al sergente, mi pare che tu mi burli!... aspetta, aspetta».

Con una mano gli presentò la carta spiegata e coll’altra prese dalle saccoccie una pistola e la caricò.

«Ordine regio, ti dico! leggi e rispondi, o che ti brucio le cervella! Che direzione hanno presa?»

Il sergente si accorse che d’Artagnan diceva davvero.

«La strada del Vendomese, rispose.

«E da qual porta sono usciti?

«Da quella di S. Mauro.

«Furfante! se m’inganni, domani sarai impiccato.

«E voi, se li raggiungete, non tornerete indietro a farmi impiccare», brontolò il soldato.

Il tenente si strinse nelle spalle, fece un cenno alla scorta e tirò innanzi.

«Di qua, signori, di qua!» disse avviandosi verso la porta del parco indicatagli.

Ma ormai che il duca era scappato, il custode aveva stimato opportuno di chiudere la porta a due mandate. Bisognò obbligarlo ad aprirla, e si perdettero altri dieci minuti.

Superato quest’ultimo ostacolo, la compagnia si rimise alla corsa velocissima.

Ma non tutti i cavalli seguitarono col medesimo ardore; alcuni non poterono reggere lungamente a quell’andatura sfrenata; tre si fermarono dopo aver camminato un’ora, ed uno cascò.

D’Artagnan, che non si voltava, neppur se ne accorse. Porthos tranquillamente glielo disse.

«Purchè arriviamo in due, rispose d’Artagnan, gli è quanto basta, giacchè son quattro soli.

«È vero, sì», confermò Porthos.

E diede di sprone ben forte.

A capo a due ore i cavalli aveano fatte dodici leghe senza ristarsi un momento; cominciavano a piegarsi loro le gambe, e la spuma che gettavano marezzava i giubbetti de’ padroni, mentre il sudore bagnava ad essi le brache.

«Riposiamoci un poco a far ripigliar fiato a queste disgraziate bestie, propose Porthos.

«Anzi, ammazziamole, ma si arrivi! rispose d’Artagnan, veggo delle orme recenti; devono esser passati di qua da un quarto d’ora e non più».

Realmente agli ultimi raggi diurni si distinguevano le tracce delle pedate.

Ripartirono; ma dopo un pajo di leghe cascò il palafreno di Mousqueton.

«Bene! fece Porthos, ecco Febo sciupato!

«Il ministro ve lo pagherà mille doppie.

«Oh! sono superiore a queste cose, lo!

«Dunque si vada di galoppo!

«Sì, se pure potremo».

Il cavallo di d’Artagnan ricusava però di andar più oltre; non respirava più, ed un’ultima bucatura degli sproni, invece di farlo avanzare, lo fe’ cadere.

«Oh diamine! disse Porthos, ecco Vulcano attrappato!

«Cospettone! gridò d’Artagnan, strappandosi i capelli, e bisogna dunque fermarsi? Porthos, datemi il vostro.... Ehi, che diavolo fate?

«Eh diavolo!... vo giù...., fece Porthos, o piuttosto è Bojardo che va in terra».

D’Artagnan tentò di far rialzare l’animale, intanto che Porthos si levava alla meglio di sulle staffe, ma si avvide che dalle nari gli colava il sangue.

«E tre! esclamò, ora tutto è finito!»

In quell’istante si udì un nitrito.

«Zitto! disse d’Artagnan.

«Che v’è egli?

«Un cavallo!

«Sarà di qualcuno de’ nostri compagni che ci raggiunge.

«No, no.... è avanti.

«Allora è tutt’altro».

Ed anche Porthos si mise ad ascoltare verso la parte accennatagli dall’amico.

«Signore, disse Mousqueton, che lasciata la sua bestia sulla strada maestra se ne veniva correndo a piedi, Febo non ha potuto resistere, e...

«Silenzio! gli ordinò Porthos».

Chè passava un secondo nitrito trasportato dal venticello notturno.

«È cinquecento passi più innanzi di noi, osservò d’Artagnan.

«Difatti, a codesta distanza, disse Mousqueton, v’è una casetta da caccia.

«Mousqueton, le tue pistole!

«Le ho in mano.

«Porthos, pigliate le vostre!

«Le ho qua.

«Bene! seguitò d’Artagnan, mi capite, Porthos?

«Non molto.

«Noi corriamo pel servizio del re.

«Ebbene?

«Pel regio servizio vogliamo quei cavalli.

«Giustissimo!

«Allora, non più parole, e all’opra!»

Tutti e tre s’inoltrarono, fra ’l bujo e taciti come tante larve. Ad una svolta videro brillare un lume in mezzo agli alberi.

«Ecco la casa, avvertì piano d’Artagnan, lasciatemi fare, e fate come fo io».

Arrivarono a venti passi lontano dall’abitazione senza esser visti. Lì, mercè un lampione appeso sotto una tettoja distinsero quattro bei corridori. Li puliva un servitore: accanto a questi erano le selle e le briglie.

D’Artagnan si avvicinò con impeto, accennando ai compagni si trattenessero indietro.

«Ti compro i tuoi cavalli, disse al domestico».

Colui si volse attonito, ma senza parlare.

«Non mi hai inteso, mascalzone?

«Sicuro!

«E perchè non rispondi?

«Perchè e’ non sono da vendersi.

«Dunque io li prendo».

E d’Artagnan mise la mano su quello che aveva più prossimo. All’istante comparvero i due camerati e fecero lo stesso.

«Ma, signori! gridò il lacchè, hanno fatto una tirata di sei leghe, e non è mezz’ora che son fermi.

«Mezz’ora di riposo basta, replicò d’Artagnan, e anzi così saranno più vivaci».

Il palafreniere chiamò ajuto. Uscì una specie di maggiordomo, mentre appunto d’Artagnan ed i compagni mettevano le selle addosso ai destrieri.

Il maggiordomo voleva far da bravo.

«Amicone, gli urlò d’Artagnan, se dite una parola, v’abbrucio le cervella».

E gli mostrò la canna d’una pistola, che tosto si pose poi sotto il braccio onde continuare la sua bisogna.

«Ma, signore, disse l’intendente, sapete che questi animali appartengono al signor di Montbazon?

«Tanto meglio! devono esser buone bestie.

«Ehi! rispose il poveretto camminando all’indietro per procurar di arrivare sino alla porta, vi prevengo che chiamerò i miei uomini.

«Ed io pure i miei. Sono tenente de’ moschettieri del re, ho dieci guardie che mi seguono, e a voi! le sentite galoppare? ora vedremo».

Non si udiva nulla, ma al maggiordomo impaurito sembrò di aver inteso.

«Ci siete, Porthos? domandò d’Artagnan.

«Ho terminato.

«E voi, Mouston?

«Anch’io.

«Dunque si parta!»

Tutti e tre saltarono su i cavalli.

«Qua i servi! qua le carabine! strillò l’intendente.

«Via presto! fece d’Artagnan, vi saranno delle fucilate».

E i nostri tre scapparono come il vento.

«Qua! qua! urlava colui, mentre il palafreniere correva alla casa vicina.

«Badate di non ammazzare le vostre bestie! gli gridò d’Artagnan con uno scroscio di risa.

«Fuoco! ordinò il maggiordomo».

Un chiarore simile a quello del lampo illuminò la strada; poi i cavalcanti udirono lo scoppio e il fischio delle palle che si perderono per l’aria.

«Tirano come tanti lacchè, disse d’Artagnan, oh! si sparava meglio a tempo di Richelieu. Vi ricordate della strada di Crevecoeur, Mousqueton?

«Ah! signor mio! mi duol sempre la natica diritta!

«Siete sicuro che siamo sull’orme di coloro, d’Artagnan? domandò Porthos.

«Per bacco! non avete inteso?

«Che cosa?

«Che questi animali sono di Montbazon.

«Ebbene?

«Montbazon è marito di madama di Montbazon....

«E poi?....

«E madama di Montbazon è amica del signor di Beaufort.

«Ah! comprendo, essa aveva disposte le cambiature.

«Precisamente.

«E noi andiamo appresso al duca con i cavalli da lui lasciati?

«Caro Porthos, avete un giudizio straordinario! disse d’Artagnan col suo solito tuono, come suol dirsi, mezzo uva e mezzo fico.

«Eh! io sono così, replicò Porthos».

Corsero un’ora a quel modo.

«Ohe! che vedo laggiù? fece d’Artagnan ad un tratto.

«Buon per voi se vedete qualcosa a questo bujo!

«Delle faville!

«Le ho viste ancor io! seguitò Mousqueton.

«Ah! gli abbiamo forse raggiunti?

«Ohimè! un cavallo morto! gridò d’Artagnan, rialzando il suo corsiero da un movimento di paura che questo aveva fatto, pare ch’essi pure non ne possano più.

«Sembra udir rumore di una brigata di cavalieri! osservò Porthos, chinatosi sulla criniera.

«Non può essere.

«Sono molti.

«Allora è tutt’altro.

«Un altro cavallo! fece d’Artagnan.

«Morto?

«No, moribondo.

«Con la sella, o senza?

«Con la sella.

«Allora son essi.

«Coraggio! son nostri.

«Ma se son molti non saran nostri, e noi saremo di loro, obiettò Mousqueton.

«Oibò! rispose d’Artagnan, ci crederanno più forti di loro stessi, poichè l’inseguiamo, e sbigottiti si disperderanno.

«È sicuro! approvò Porthos.

«Ah, vedete! esclamò d’Artagnan.

«Sì, nuove faville! questa volta le ho viste anch’io, disse Porthos.

«Avanti! avanti! ordinò d’Artagnan colla sua voce stridula, e fra cinque minuti rideremo».

E tornarono a slanciarsi. I cavalli infuriati dal dolore e dalla gara volavano sull’oscura via, in mezzo alla quale si cominciava a distinguere una mole più compatta e negra che il rimanente dell’orizzonte.

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XXVIII

L’incontro.

Continuossi la corsa per anco dieci minuti su quel fare medesimo.

D’improvviso dalla mole che noi menzionavamo, i punti neri si avanzarono e crebbero, e crescendo furono due uomini a cavallo.

«Oh oh! disse d’Artagnan, vengono verso di noi.

«Peggio per loro! disse Porthos.

«Chi va là?» gridò una voce rauca.

I tre cavalcanti che avean già preso lo slancio non si ristettero nè risposero. Ma si udì il rumore delle spade che uscivano dal fodero e il battito del grilletto delle pistole che caricavano i due spettri neri.

«All’arme! fece d’Artagnan; le briglie sui denti!»

Porthos comprese, ed esso e d’Artagnan messo mano ciascuno ad una pistola caricarono pure.

«Chi va là? fu ripetuto, non fate un passo di più, o siete morti!

«Oibò! replicò Porthos quasi strangolato dalla polvere e masticando la briglia come il suo corsiero si masticava il morso, oibò! ne abbiam vedute di più belle!»

A tali detti le ombre chiusero il passo, e alla luce delle stelle si vide abbassata la canna delle pistole.

«Indietro! strillò d’Artagnan, o siete morti voi altri!»

Dopo la minaccia vi furono due pistolettate, ma i due assalitori venivano con tanta velocità che in un attimo furono addosso agli avversarj. Al terzo sparo di d’Artagnan cadde il suo nemico. Porthos poi urtò il suo con tal violenza, che lo mandò a ruzzolare dieci passi più là del suo destriero.

«Rifiniscilo, Mousqueton! urlò Porthos».

E si scagliò al fianco all’amico che aveva principiato ad agire.

«Ebbene? chiese Porthos.

«Gli ho fracassata la testa, rispose d’Artagnan, e voi?

«L’ho soltanto gittato in terra, ma ecco!»

Si udì un colpo di carabina. Era Mousqueton, che così di volo adempieva al comando del padrone.

«Addosso! addosso! continuò d’Artagnan, va bene, e abbiamo la prima mano.

«Ah ah! esclamò Porthos, ecco altri due giuocatori!»

Realmente comparivano due nuovi cavalcanti distaccatisi dal gruppo principale, e venivano innanzi rapidissimamente per ingombrare da capo la via.

Questa volta d’Artagnan non aspettò nemmeno che gli fosse parlato.

«Largo! largo! gridò.

«Che volete? domandò una voce.

«Il duca!» strepitarono insieme d’Artagnan e Porthos.

Rispose loro una risata; ma ella finì con un gemito: d’Artagnan aveva trapassato da parte a parte colla spada colui che rideva.

Nel tempo stesso due spari fecero un sol colpo: erano Porthos ed il suo avversario che tiravano uno sull’altro.

D’Artagnan, volgendosi, si vide vicino Porthos.

«Bravo! gli disse, lo avete ucciso, mi pare?

«Credo di non aver toccato che il cavallo.

«Che volete, mio caro? non si fanno mica subito le cinque carte allo stesso seme.... Oh! cospettaccio che ha egli il mio ronzino?

«Che cos’ha? non può più reggere, e cade», disse Porthos, trattenendo il suo.

Veramente il cavallo di d’Artagnan inciampava, e andava giù sulle ginocchia; diede un rantolo e si stese.

Aveva ricevuta nel petto la prima palla dell’emulo di d’Artagnan.

Il quale mandò una tal bestemmia da fare inorridire.

«Signore, volete un cavallo?» chiese Mousqueton.

«Capperi! se lo voglio!

«Ecco.

«E come diavolo hai tu queste bestie scosse? interrogò d’Artagnan saltando sopra ad uno.

«I lor padroni sono morti, io ho pensato che potessero esserci utili, e le ho prese».

Frattanto Porthos aveva ricaricato le armi.

«Attenti! disse d’Artagnan, eccone altri due!

«Ma per Diana! ne avremo così fino a domani? mormorò Porthos».

Infatti si avanzavano due cavalcanti.

«Ohi! signore, avvertì Mousqueton, quello che avete atterrato si rialza.

«Perchè non facesti a lui come al primo.

«Ero imbarazzato, reggevo i cavalli».

Fuvvi uno sparo. Mousqueton cacciò un urlo dal dolore:

«Ah signore! nell’altra natica! là, per l’appunto.... questa botta sarà di pendente a quella della strada di Amiens!»

Porthos si volse alla guisa di un leone, piombò sul nemico; questi tentò di sguainare la spada, ma avanti che l’avesse tolta dal fodero, Porthos, col pomo della sua, gli aveva data sulla testa una percossa sì terribile ch’egli era caduto come un bue sotto la mazzuola del beccajo.

Mousqueton, lagnandosi e sospirando, si era calato giù di sella adagio adagio, chè la ferita non gli permetteva di restarvi.

D’Artagnan, nel mirare i sopraggiunti si era fermato a ricaricare la pistola; inoltre il suo nuovo cavallo aveva agli arcioni una carabina.

«Eccomi! gli disse Porthos, si aspetta, o si tira?

«Tiriamo! fece d’Artagnan.

«Tiriamo! ripetè l’altro».

E cogli sproni bucavano la pancia ai poveri quadrupedi che avevano sotto.

Gli avversarj erano ormai distanti di soli venti passi.

«In nome del re! esclamò d’Artagnan, lasciateci passare!

«Qui il re non ha che vedere, rispose una voce sonora e acuta, che sembrava scaturisse fuori da un nuvolo, imperciocchè chi la mandava arrivava tutto coperto da un turbine di polvere.

«Va benone! ora vedremo se il re non passa da per tutto.

«Vedete!» fece la medesima voce.

Ed in un botto vi furono due spari di pistola, uno da d’Artagnan ed uno dall’antagonista di Porthos. La palla di d’Artagnan portò via il cappello al nemico; quella di lui entrò in gola al cavallo di Porthos che cascò intirizzito.

«Per l’ultima volta, dove andate? domandò la stessa voce.

«A casa al diavolo! replicò adirato d’Artagnan.

«Oh! allora, non dubitate, ci arriverete».

D’Artagnan vide abbassarsi in verso lui la canna di un fucile. Non aveva tempo di frugare nelle saccoccie; si ricordò di un consiglio datoli in addietro da Athos, e fece che il suo corsiero s’impennasse.

«Ehi! gridò il solito uomo in tuono di dileggio, ma noi facciamo così un macello di puledri e non un combattimento tra persone. Di spada, signor mio, di spada!»

E smontò in un attimo.

In un balzo d’Artagnan fu sopra all’avversario, e sentì sopra al suo il di lui ferro. Egli, con la sua consueta destrezza, aveva messa la spada in terza, sua posizione prediletta.

In quell’intervallo, Porthos, inginocchiato dietro al suo palafreno, che tremava nelle convulsioni dell’agonia, reggeva in ogni mano una pistola.

Ed intanto era principiata la battaglia fra d’Artagnan ed il suo avversario. D’Artagnan aveva assalito quello fieramente conforme alla sua usanza, ma questa volta aveva incontrato un pugno ed un tal giuoco che gli diedero da pensare. Rimesso due volte in quarta, fece un passo addietro; l’altro non si mosse; egli tornò a impegnare la spada in terza posizione.

Vi furono due o tre botte da ambo i lati senza risultato veruno; scaturivano faville dai ferri in gran copia.

Alla fine il nostro tenente stimò opportuno di cavar partito dalla finta sua favorita, la diresse abilmente, la eseguì con la rapidità del baleno, e scagliò il colpo con un vigore a cui credeva non si potesse resistere.

Ma a questo fu parato.

«Cappiterina!» ei gridò nel suo linguaggio guascone.

Ed a codesta esclamazione il suo avversario fece un salto all’indietro, e, chinando la testa scoperta, si sforzò di distinguere fra le tenebre il volto di d’Artagnan.

Il quale, per timore di un’altra finta, si teneva sulla difesa.

«Badate! disse Porthos al suo emulo, ho ancora due pistole cariche.

«Ragion di più perchè dobbiate essere il primo a tirare» colui rispose.

Porthos sparò; un lampo illuminò il campo di battaglia.

A quella luce gli altri due combattenti diedero ognuno un grido:

«Athos! fu quello di d’Artagnan.

«D’Artagnan! quel di Athos».

Quest’ultimo alzò il brando, l’altro lo abbassò.

«Aramis! urlò Athos, non tirate!

«Ah ah! Aramis, siete voi?» fece Porthos.

E buttò via l’arme.

Aramis ripose la sua pistola, e mise nel fodero la draghinassa.

«Figlio mio!» disse Athos porgendo la destra a d’Artagnan.

Così lo chiamava ne’ tempi trascorsi ne’ momenti di maggior tenerezza.

«Athos! disse d’Artagnan, e si torceva le mani, voi dunque lo difendete? ed io aveva giurato di riportarlo o vivo o morto! ah, sono disonorato!

«Uccidete me, Athos rispose scuoprendosi il petto, se all’onor vostro è d’uopo della mia morte.

«Guai a me! guai! un uomo solo eravi al mondo che potesse trattenermi, e la fatalità mi pose dinanzi quest’uomo! Oh! che dirò io al ministro?

«Gli direte, signore, replicò una voce che dominava sul campo di battaglia, ch’egli aveva inviati contro a me i due soli uomini capaci di atterrarne quattro, di pugnare da soli a soli senza svantaggio contro al conte di la Fère e al cavaliere d’Herblay, e di non arrendersi che a cinquanta uomini.

«Il principe! esclamarono a un tempo Athos ed Aramis facendo un movimento per discuoprire il duca di Beaufort, mentre d’Artagnan e Porthos retrocedevano di un passo.

«Cinquanta cavalieri! mormorarono questi due ultimi.

«Guardatevi attorno, signori, se ne avete dubbio» seguitò il duca.

Eglino si mirarono attorno; realmente li circuiva una truppa a cavallo.

«Allo strepito della vostra lotta, continuò il signor di Beaufort, io ho creduto che foste venti, e sono ritornato con quelli che mi circondavano, stanco di fuggir sempre, e bramoso di sguainare io pure la spada: ed eravate due e non più!

«Sì, monsignore, disse Athos, ma conforme diceste, che vagliono per venti.

«Orsù, signori, le vostre spade! riprese il duca.

«Oh mai! no, mai! esclamò d’Artagnan tornato in sè stesso ed alzando la testa.

«No, mai!» confermò Porthos.

Alcuni uomini fecero un movimento.

«Un momento, monsignore! gridò Athos, due parole!»

E si accostò al principe, che si chinò verso di lui, ed al quale disse piano qualche cosa.

«Conte, come vorrete, gli rispose il signor di Beaufort. Vi ho troppi obblighi per negarvi la vostra prima richiesta. Allontanatevi, signori (ordinò a quei della sua scorta); signori d’Artagnan e du Vallon, siete liberi».

Fu eseguito il comando, e d’Artagnan e Porthos si trovarono a formare il centro di un ampio circolo.

«Adesso, voi d’Herblay, fece Athos, scendete da cavallo e venite».

Aramis, essendo smontato, si avvicinò a Porthos, frattanto che Athos si appressava a d’Artagnan. E tutti quattro si videro riuniti.

«Amico, domandò Athos, vi duole ancora di non aver versato il nostro sangue?

«No, replicò d’Artagnan, duolmi di veder noi uno contro all’altro dopo essere stati tanto bene uniti; duolmi d’incontrarci in due campi opposti. Ah! a nulla più riusciremo.

«Oh no, è finita! aggiunse Porthos.

«Or bene, allora siate de’ nostri, progettò Aramis.

«Silenzio, d’Herblay! gridò Athos, non si fanno tali proposizioni a soggetti simili a questi. S’essi sono entrati nel partito di Mazzarino, è perchè ivi gli ha spinti la lor coscienza, come la nostra ci spinse a quello dei principi.

«Ed intanto eccoci nemici! disse Porthos, cospetto! chi lo avrebbe mai creduto!»

D’Artagnan non parlò, ma diede un sospiro.

Athos prese ad entrambi la mano, dicendo:

«Signori, l’affare è gravissimo, ed il mio cuore ne soffre come se trafitto lo aveste da parte a parte. Sì, noi siamo separati, ecco la grande, la trista verità, ma non peranco ci dichiarammo guerra; forse abbiamo da stabilire le nostre condizioni, ed è indispensabile un supremo colloquio.

«Io lo reclamo, fece Aramis.

«Io lo accetto», aggiunse alteramente d’Artagnan.

Porthos abbassò il capo in segno di assenso.

«Sicchè si fissi il luogo del convegno adattato a noi tutti, proseguì Athos, ed in un’ultima conferenza regoliamo definitivamente la nostra situazione reciproca e la condotta che scambievolmente dovremo tenere.

«Bene! approvarono gli altri tre.

«Siete dunque del mio parere?

«Intieramente!

«Or bene, il luogo?

«La Piazza Reale vi accomoda? domandò d’Artagnan.

«A Parigi?

«Sì».

Athos ed Aramis si guardarono. Questo colla testa accennò di sì.

«Sia pure la Piazza Reale! affermò Athos.

«E quando?

«Domani sera, se vi aggrada.

«Sarete di ritorno?

«Certo.

«A che ora?

«Alle dieci: vi conviene?

«A meraviglia.

«Di là, disse Athos, uscirà la pace o la guerra, ma almeno, amici, sarà salvo l’onor nostro.

«Ahimè, mormorò d’Artagnan, il nostro onore di soldati è perduto.

«D’Artagnan, gli rispose gravemente Athos, vi giuro che mi fate male pensando a codesto, quando io non penso se non ad una cosa, cioè che abbiamo testè incrociato il ferro uno contro all’altro.... Sì, sì, voi lo diceste, sta su noi la sventura. Aramis, venite.

«E noi, Porthos, fece d’Artagnan, ritorniamo a portare la nostra vergogna al ministro.

«E soprattutto gli direte, gridò una voce, ch’io non sono ancora troppo vecchio per non essere un uomo da azione».

D’Artagnan riconobbe a quelle parole Rochefort.

«Poss’io fare qualche cosa per voi, signori? chiese il principe.

«Dar testimonianza come facemmo quanto per noi si poteva, monsignore.

«Non dubitate, io la darò. Addio, tra qualche tempo ci rivedremo, io spero, sotto Parigi, e forse pure in Parigi, ed allora potrete avere la vostra rivincita».

Il duca fe’ con la mano un saluto, rimise al galoppo il cavallo e disparve seguito dalla sua scorta, di cui andò a perdersi la vista nell’oscurità: ed il rumore nello spazio.

D’Artagnan e Porthos si trovarono soli su la strada maestra con un uomo che reggeva due cavalli scossi.

Crederono che fosse Mousqueton, e gli si avvicinarono.

«Che vedo! esclamò d’Artagnan, sei tu, Grimaud?

«Grimaud!» disse Porthos.

Quegli fece segno ai due amici che non s’ingannavano.

«I corsieri di chi sono? domandò d’Artagnan.

«Chi ce li dà? interrogò Porthos.

«Il signor conte di la Fère.

«Athos, Athos, balbettò d’Artagnan, voi pensate a tutto, e siete veramente un gentiluomo.

«Manco male, bucinò Porthos, avevo paura di far la tappa a piedi».

E si pose in sella. D’Artagnan vi era digià salito.

«Ebbene, Grimaud, dove vai? chiese questo, lasci forse il tuo padrone?

«Sì, per ordine suo vado a raggiungere il signor visconte di Bragelonne all’armata di Fiandra».

Mossero allora alcuni passi in silenzio sulla via maestra venendo verso Parigi, ma ad un tratto udirono un lamento che sembrava scaturisse da un fosso.

«Ch’è mai questo? fece d’Artagnan.

«È Mousqueton, disse Porthos.

«Eh! sì signore, son io», seguitò una voce querula, mentre sorgeva una specie d’ombra dal basso della strada.

Porthos corse appresso al suo maggiordomo, a cui era realmente affezionato.

«Sei ferito gravemente, Mouston?

«Mouston! ripetè Grimaud, spalancando gli occhi con istupore.

«No signore, non credo, ma lo sono in maniera che mi dà molto fastidio.

«Dunque non puoi montare a cavallo?

«Ah! che mai mi proponete!

«Puoi tu andare a piedi?

«Procurerò, sino alla prima casa.

«Come si fa? disse d’Artagnan, bisogna pure che ritorniamo alla capitale.

«Penserò io a Mousqueton, fece Grimaud.

«Grazie, mio buon Grimaud, rispose Porthos».

Grimaud smontò e andò a dar braccio al suo antico amico, il quale lo accolse colle lagrime agli occhi, senza ch’ei potesse però sapere se cagione di quel pianto fosse il piacere di rivederlo o il dolor della ferita.

D’Artagnan e Porthos continuarono in silenzio il lor viaggio verso la capitale.

A capo a tre ore furono oltrepassati da una specie di corriere tutto carico di polvere: era un uomo mandato dal duca, che recava al ministro una lettera nella quale il principe a tenore della sua promessa attestava quanto avevano fatto Porthos e d’Artagnan.

Mazzarino aveva passata una nottata pessima, quando ricevè quel dispaccio, in cui il duca di Beaufort gli annunziava di per sè stesso qualmente era libero, e farebbe a lui guerra accanita.

Il ministro lo lesse due o tre volte, indi piegandolo e riponendolo nella saccoccia, disse:

«Quel che mi consola, giacchè d’Artagnan non lo ha potuto cogliere, si è che almeno correndo dietro a lui ha ammazzato Broussel. Il Guascone è assolutamente un uomo prezioso, e mi giova anche quando la sbaglia».

Mazzarino alludeva a quel tale che d’Artagnan avea buttato in terra sul canto del cimitero San Giovanni in Parigi, e ch’era per l’appunto il consigliere Broussel.

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XXIX

Il buon uomo Broussel.

Ma disgraziatamente pel signor Mazzarino, che in quel momento aveva proprio disdetta, il buon uomo Broussel non era stato ammazzato.

Diffatti, esso traversava tranquillamente la via sant’Onorato, quando il focosissimo cavallo di d’Artagnan lo percosse sulla spalla e lo gittò fra la mota. Secondo noi avvertimmo, il nostro tenente dei moschettieri non pose mente a così piccolo avvenimento. D’altronde egli nutriva la stessa profonda e sprezzante indifferenza che la nobiltà, e particolarmente la nobiltà militare, in quell’epoca professava pel ceto borghese. Era dunque rimasto più che insensibile alla disgrazia accaduta all’omiciattolo nero (quantunque fosse sua colpa) ed anche avanti che il povero Broussel avesse tempo di dare un grido era transitata tutta la tempesta dei corridori armati. Ed allora soltanto il ferito potè essere inteso e rialzato.

Si affollò gente, si vide quel meschinello che gemeva, gli si richiese il suo nome, la dimora, il titolo, ed appena ebbe detto chiamarsi Broussel, esser consigliere al Parlamento, ed abitare in via di San Landry, sorse un grido tra la moltitudine, sì minaccioso e terribile, che fece gran paura al caduto quanto l’uragano passatogli sul corpo.

«Broussel! Broussel! tutti esclamavano, nostro padre! quello che difende i nostri diritti contro al Mazzarino! Broussel, l’amico del popolo! ucciso, calpestato dagli scellerati seguaci del ministro! soccorso! all’armi! a morte! a morte!»

In un attimo la folla diventò immensa; fu arrestata una carrozza per mettervi dentro il piccolo Broussel: ma avendo uno del volgo fatto osservare che nello stato in cui esso era il moto del legno potrebbe peggiorare il suo male, vari fanatici proposero di portarlo a braccia, lo che fu accolto con entusiasmo, ed accettato a voti unanimi. Detto e fatto. Il popolo lo sollevò di peso, in aspetto insieme docile e minaccioso, e lo trasportò, simile a quel gigante delle novelle fantastiche che mugghia accarezzando e cullando fra le braccia un nano.

Broussel si figurava digià tanta affezione dei Parigini per la sua persona. Non aveva durante tre anni seminata l’opposizione senza un’occulta speranza di raccogliere la popolarità. Codesta dimostrazione, capitata appuntino, gli fu dunque gratissima e lo fe’ insuperbire, imperocchè gli dava un’idea esatta del suo potere. Ma da un altro lato v’era qualche inquietezza che turbava un tal trionfo. Oltre alle contusioni che lo facevano soffrire di molto, temeva ad ogni angolo di strada di vedere sboccare uno squadrone di guardie e di moschettieri per dare addosso a quella moltitudine, ed allora nel parapiglia che succederebbe al trionfatore?

Aveva egli sempre dinanzi agli occhi il turbine d’uomini, quell’uragano dal piè di ferro da cui era stato atterrato con un soffio.

E perciò ripeteva con voce languidissima:

«Facciamo presto, figliuoli, chè in verità patisco assai!»

Ed a ciascuno di questi suoi lamenti si accrescevano a lui d’intorno ed i gemiti e le maledizioni.

Si giunse non senza fatica fino alla casa di Broussel. La calca che già ingombrava la via richiamava a’ balconi e su le porte tutta la gente del quartiere. Alla finestra di una casa a cui dava ingresso una porta strettissima si vedeva agitarsi una vecchia serva la quale urlava con quanta forza si avesse, ed una donna pure attempata che piangeva. Quelle due femmine, con un’inquietudine visibile abbenchè espressa in modo diverso interrogavano il popolo, il quale mandava loro per unica risposta urli confusi impossibili ad intendersi.

Ma quando il consigliere, portato da otto uomini, comparve pallido e guardando con occhio da moribondo la sua abitazione, la sua moglie e la sua serva, la buona signora Broussel svenne, e la serva, levando al cielo le mani, si slanciò sulla scala per farsi incontro al padrone strillando: «Dio mio! Dio mio! se almeno ci fosse Friquet per andar a chiamare un cerusico!»

E v’era Friquet. Dove non è egli, il biricchino di Parigi?

Friquet aveva profittato naturalmente della giornata di Pentecoste per chiedere vacanza al padrone dell’osteria, la qual vacanza non gli si poteva negare sendochè stava ne’ suoi patti di esser libero alle quattro feste principali dell’anno.

Era egli alla testa del corteggio. Gli era venuta, sì, l’idea di correr per un medico, ma in sostanza gli pareva più divertevole lo strillar fuor di modo: «Hanno ammazzato il signor Broussel padre del popolo! evviva il signor di Broussel!» che girare da mille straduzze e dir semplicemente ad un uomo nero: «Venite, signor dottore, il consigliere Broussel ha bisogno di voi».

Per sua sfortuna, Friquet che nell’accompagnamento faceva una parte importante, ebbe l’imprudenza di aggrapparsi all’inferriata della finestra a pian terreno per sovrastare alla folla. Quest’ambizione lo rovinò: sua madre lo vide e lo mandò pel chirurgo.

Poi pigliò essa in collo il brav’uomo e voleva metterlo così fino al primo piano; però in fondo alla scala il consigliere si rimise un poco in gambe e dichiarò sentirsi assai forte per salire da sè. Inoltre ei pregava la Gervasia (così aveva nome la fantesca) di procurare che la gente si ritirasse, ma la Gervasia non gli dava retta.

«Oh povero padrone! oh il mio caro padrone! ella badava a gridare.

«Sì, cara, sì Gervasia, balbettava Broussel onde calmarla, sta quieta, non sarà nulla.

«Ch’io stia quieta, quando siete sciupato, rotto, troncato!

«Ma no, ma no! non è niente, o quasi niente!

«Niente! e siete tutto carico di mota! niente, e avete sangue sui capelli!.... mio Dio! misero mio padrone!

«Zitto! faceva Broussel, zitto!

«Sangue! santo Dio, sangue! ripeteva la vecchia.

«Un medico! un chirurgo! un dottore! strepitava il popolo, il consiglier Broussel è vicino a morire! i Mazzarini l’hanno ammazzato.

«Dio buono! si smaniava Broussel, quei disgraziati faranno dar fuoco al casamento!

«Signore! consigliò la Gervasia, affacciatevi alla finestra, che vi veggano.

«Fossi gonzo! rispose il tribolato, è cosa buona per il re di farsi vedere a quel modo.... Gervasia, di’ loro che sto meglio, di’ loro che mi metterò, non mica al balcone, ma in letto, e che se ne ne vadano.

«Ma perchè se n’hanno da andare? E’ vi fa onore, che stiano là!

«Oh! non l’intendi, che mi faranno arrestare, mi faranno impiccare? esclamava il vecchietto fuor di sè, ah! ecco che mia moglie è svenuta!

«Broussel! seguitavano di sotto, evviva Broussel! un chirurgo per Broussel!»

Fecero tanto schiamazzo che accadde ciò che avea previsto il consigliere; un mucchio di guardie scacciò a calciate di fucile quella turba, bensì del tutto innocua. Ma alle prime strida di: «soldati! pattuglia!» Broussel tremando lo avessero a prendere per istigatore del tumulto, si rimpiattò bell’e vestito nel letto.

Mercè lo sgombro fatto dalle guardie, la Gervasia per comando reiterato tre volte dall’ammalato, riuscì a chiudere il portone. Ma non sì tosto l’ebbe serrato e fu salita presso all’infermo, che venne bussato fortemente.

La signora Broussel tornata in sè levava le calze al marito tremando come una foglia.

«Guardate chi picchia, disse il consigliere, e non aprite che dopo schiarimento».

La Gervasia guardò, e rispose:

«È il signor presidente Blancmesnil.

«Allora aprite, non v’è inconveniente.

«Ebbene! fece nell’entrare il presidente, che v’hanno fatto, mio caro Broussel? sento dire che foste in procinto d’essere assassinato!

«Fatto sta, che secondo è probabile, si è tramato qualche cosa contro la mia vita, replicò il consigliere con una fermezza che pareva stoica.

«Amico mio, sì, hanno voluto cominciare da voi; però toccherà a noi, ciascuno a sua volta, e non potendoci vincere in massa cercheranno di distruggerci un dopo l’altro.

«Se la scapolo, disse Broussel, li vuo’ schiacciare sotto il peso della mia parola.

«Sì, sì, guarirete, e per far che paghino cara la loro aggressione».

Madama Broussel piangeva dirottamente; Gervasia si tapinava.

«Ch’è stato? esclamò un bello e robusto giovine entrando in camera, mio padre ferito!

«Vedete qua una vittima della tirannia, giovanotto! ribattè il signor Blancmesnil da vero Spartano.

«Oh padre mio! guai a coloro che vi hanno toccato!»

E il signorino si volgeva verso l’uscio.

«Giacomo, disse il genitore trattenendolo, va piuttosto a cercare un medico, mio caro.

«Sento grandi clamori del popolo; avvertì la vecchia, sarà Friquet che ce lo conduce.... ma no, è una carrozza».

Blancmesnil si affacciò alla finestra.

«Il signor coadjutore! egli disse.

«Il signor coadjutore! ripetè Broussel, aspettate ch’io vada ad incontrarlo!»

E dimentico de’ suoi dolori si avviava verso il signor di Retz, se non lo avesse fermato Blancmesnil.

«Ebbene, caro Broussel, disse il coadjutore colà giunto, che c’è? che c’è? si discorre di agguati, d’assassinio!... Buon giorno, signor Blancmesnil.... Nel passare ho preso meco il mio dottore, e ve l’ho condotto.

«Ah! fece Broussel, quanto vi sono obbligato! è vero che sono stato crudelmente buttato in terra e calpestato dai moschettieri del re....

«Avete a dire del Mazzarino, ripicchiò il signor di Retz, avete a dire del ministro.... Ma gliela faremo pagare, non dubitate.... Non è così, signor di Blancmesnil?»

Il presidente s’inchinava, ed ecco spalancarsi ad un tratto l’uscio spinto da un corriere. Lo seguiva un lacchè in gran livrea che annunziò ad alta voce:

«Il signor duca di Longueville!

«Come! esclamò Broussel! è qui il signor duca? che onore è questo per me!... ah, monsignore!...

«Vengo a condolermi, rispose il duca, della sorte del nostro prode difensore.... siete ferito, consigliere carissimo?

«Se lo fossi, la vostra visita mi risanerebbe, monsignore.

«Soffrite però?

«Molto.

«Ho qui con me il mio dottore; permettete che passi?

«E come!» fece Broussel.

Il signor di Longueville fe’ un cenno al suo lacchè, il quale introdusse un uomo nero.

«Io aveva avuta la stessa idea che voi, mio principe», disse il coadjutore.

I due professori si guardarono.

«Oh! siete voi, signor coadjutore? continuò il duca. Gli amici del popolo s’incontrano sul loro vero terreno.

«Il tumulto mi aveva spaventato e sono accorso; ma parmi che il più urgente sarebbe che i cerusici visitassero il nostro buon consigliere.

«Davanti a voi, signori? domandò timidamente Broussel.

«E perchè no? vi giuro che siamo ansiosi di sapere come vada.

«Ohimè, Dio santo! disse madama Broussel, che cos’è questo nuovo schiamazzo?

«Sembrano applausi, rispose Blancmesnil andando al balcone.

«Come! che altro v’è egli? chiese il consigliere pallido, morto.

«La livrea del signor principe di Conti! urlò Blancmesnil, il principe in persona!»

Il coadjutore e Longueville avevano la gran voglia di ridere.

I professori si accingevano ad alzare la coperta a Broussel; l’ammalato li trattenne.

Capitò il principe di Conti.

«Ah! signori, disse al vedere il signor di Retz, voi mi avete prevenuto; ma caro Broussel, non dovete già esser meco sdegnato; quando ho intesa la vostra disgrazia, ho pensato che vi mancasse un dottore e sono ito a prendere il mio.... Come state, e che assassinio è questo del quale si parla?»

Broussel voleva discorrere, ma non ebbe parole, l’oppressero i tanti onori che riceveva.

«Orsù, dottore, vedete, disse il principe di Conti a un uomo nero che lo accompagnava.

«Oh oh! fece uno dei medici, allora gli è un consulto.

«Sarà quel che volete, ma ponetemi in quiete sulla salute del bravo consigliere».

I tre professori si accostarono al letto. Broussel tirava a sè con tutta forza la coperta. Ad onta della sua opposizione fu spogliato ed esaminato.

V’era soltanto una contusione al braccio ed una alla coscia.

I dottori si guardarono in viso, mal comprendendo come si fossero riuniti tre soggetti fra i più dotti della Facoltà di Parigi per una simile inezia.

«Ebbene? domandò il coadjutore.

«Ebbene? il duca.

«Ebbene? il principe.

«Speriamo che l’accidente non abbia conseguenze; disse uno dei seguaci d’Esculapio; ci ritireremo nella stanza vicina per concertare le ricette.

«Broussel! notizie di Broussel! strillava la folla, come sta Broussel?»

Il coadjutore corse alla finestra. Al suo aspetto la turba fe’ silenzio.

«Amici, ei disse, riconfortatevi, egli è fuor di pericolo; ma la ferita è grave e abbisogna riposo».

Subito echeggiarono sulla strada altri urli:

«Viva Broussel! viva il coadjutore!»

Longueville per astio si affacciò esso pure.

«Viva il signor di Longueville! fu gridato al momento.

«Amici, ei disse facendo un saluto con la mano, ritiratevi in pace, e non date ai nemici nostri il piacere del disordine.

«Bravo, signor duca! approvò dal letto Broussel, codesto è parlare da buon Francese.

«Sì, signori Parigini, seguitò il principe di Conti andato ugualmente alla finestra onde avere la sua parte degli applausi. E poi il signor Broussel ve ne prega, ha necessità di quiete, ed il chiasso potrebbe dargli incomodo.

«Viva il principe di Conti!» esclamò la gente di sotto.

E il principe salutò.

Allora tutti tre si accomiatarono dal consigliere, e ad essi fece scorta la moltitudine che licenziata avevano a nome di Broussel.

La vecchia serva stupefatta osservava il padrone con ammirazione.

Per lei il consigliere era cresciuto di un palmo.

«Ecco che cos’è servire il proprio paese secondo la sua coscienza», disse Broussel con soddisfazione.

I medici uscirono dopo un’ora di consulto, e ordinarono si lavassero le contusioni con acqua e sale.

In tutta la giornata fu processione di carrozze. Tutti quei della fronda si fecero scrivere per visita in casa Broussel.

«Che bel trionfo, padre mio!» disse il giovine, il quale non comprendendo il vero motivo che traeva tutti coloro nella sua abitazione, pigliava sul serio le dimostrazioni dei grandi, dei principi e degli amici.

«Ohimè! Giacomo mio, gli rispose il genitore, ho paura di pagarlo caro questo trionfo; e o m’inganno, o a quest’ora il signor di Mazzarino mi apparecchia il conto degli affanni ch’io gli cagiono».

Friquet tornò a casa a mezza notte. Non aveva potuto trovar medici.

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XXX

Quattro antichi amici si dispongono a rivedersi.

«Ebbene! disse Porthos, seduto nel cortile dell’albergo del Granchio, a d’Artagnan che di mal umore, accigliato, tornava dal Palazzo Reale, vi ha ricevuto male, mio buon d’Artagnan?

«Oh sì, è assolutamente una brutta bestia, colui.... che mangiate costì, Porthos?

«Vedete, inzuppo un biscotto in un bicchiere di vin di Spagna: fate lo stesso anche voi.

«Dite benissimo. Gimblou, un bicchiere!»

Il cameriere chiamato con quel nome armonioso, recò ciò ch’eragli chiesto, e d’Artagnan si assise accanto all’amico.

«Come è andata?

«Eh! comprenderete che non v’erano due modi di dir le cose; sono entrato, mi ha guardato bieco, mi sono stretto nelle spalle, e gli ho detto: Monsignore, in conclusione non siamo stati noi i più forti.

«Sì, so tutto questo, ma raccontatemi i dettagli.

«Intendete, Porthos, che non potevo raccontare i dettagli senza nominare i nostri amici, e il nominarli era comprometterli.

«Per Diana!

— Monsignore, ho soggiunto, essi erano cinquanta, e noi due.

— Sì, mi ha risposto, ma ciò non toglie che si siano ricambiate delle pistolettate, per quanto ho inteso.

— Realmente sono state abbruciate alcune cariche di polvere e da una parte e dall’altra.

— E le spade han veduta la luce?

— Cioè le tenebre, Eccellenza.

— Ah ah! ha soggiunto il ministro, vi credevo Guascone, mio caro?

— Non son Guascone se non quando riesco.

— La mia replica gli è piaciuta, giacchè si è messo a ridere.

— Da questo imparerò, ha continuato, a far dare migliori cavalli alle mie guardie, mentre s’esse avessero potuto seguitarvi ed avessero fatto ciascuna quanto voi e il vostro amico, avreste mantenuta la vostra parola e condottolo a me morto o vivo.

«Eh! disse Porthos, mi pare che non vi sia male.

«No, ma tutto sta nella maniera di dirlo.... Non è da credere quanto vino prendono questi biscotti! sono assolutamente spugne. Gimblou, un’altra bottiglia».

Fu eseguito il comando con tal prontezza da provare l’alta considerazione di che godeva d’Artagnan nella locanda. Ed esso continuò:

«Mi ritiravo, ed egli mi chiamò indietro.

— Aveste tre cavalli fra morti e attrappati? mi domandò.

— Sì, monsignore.

— Quanto valevano?

«Eh! interruppe Porthos, mi sembra questa una buona idea.

— Mille doppie, io risposi.

«Mille doppie! fece Porthos.... è molto! e se s’intende di cavalli, deve aver tirato di prezzo.

«Ne aveva voglia, lo spilorcio, poichè ha fatto un balzo terribile e mi ha guardato fisso. Lo guardai io pure, e allora comprese tutto e pigliò da un armadio dei biglietti sulla banca di Lione.

«Per mille doppie?

«Appunto, l’usurajo! nemmeno una di più!

«E le avete?

«Eccole.

«Affè, trovo ch’è agire benissimo.

«Benissimo? con persone che non solo hanno arrischiata la vita, ma che gli hanno reso un gran servigio!

«E quale?

«Veh! per quanto pare gli ho ammazzato un consigliere del Parlamento.

«Come! quel piccolo uomo nero che gettaste in terra sull’angolo del cimitero San Giovanni?

«Precisamente. Ei gli dava gran fastidio; ma disgraziatamente non l’ho propriamente ucciso; sembra che abbia a guarire e tornare a dargli molestia.

«Oh vedete! disse Porthos, ed io sviai il mio corsiero che gli andava veramente addosso! Sarà per un’altra volta.

«Avaraccio! avrebbe dovuto pagarmi il consigliere.

«Eh! se non è ucciso affatto.

«Il signor di Richelieu avrebbe detto subito: cinquecento scudi per il consigliere.... Basta, non ne parliamo più. Quanto vi costano le vostre bestie, Porthos?

«Ah! se fosse qui il povero Mousqueton, ve lo direbbe a lira, soldo e danaro.

«Non serve! all’incirca?

«Vulcano e Bajardo mi costavano intorno a duecento doppie per uno, e mettendo Febo a cento cinquanta siamo vicini al conto.

«Rimangono dunque quattrocento cinquanta, azzardò contentissimo d’Artagnan.

«Sì, ma vi sono i finimenti.

«Capperi! è vero.... e per quanto?

«Calcolando cento doppie di tutti e tre....

«Sia pure.... allora restano trecento cinquanta».

Porthos abbassò il capo in atto di adesione.

«Diamo le cinquanta alla locandiera per tutta la nostra spesa, propose d’Artagnan, e dividiamoci le altre trecento.

«Dividiamocele, approvò Porthos.

«Meschino negozio! borbottò d’Artagnan riponendo i biglietti.

«Uh tant’è, disse Porthos, ma ditemi....

«Che?

«Non vi parlò in alcun modo di me?

«Ah sì! esclamò d’Artagnan, perocchè temeva di scoraggire il camerata manifestandogli che il ministro non gli aveva aperto bocca su di lui, sì, mi ha detto....

«Che cosa?

«Aspettate.... mi preme ricordarmi le sue proprie parole: ha detto.... In quanto al vostro amico, annunziategli che può dormire su due guanciali.

«Bene! osservò Porthos, prova chiarissima che ha sempre idea di farmi barone».

Nel momento suonarono nove ore alla chiesa vicina. D’Artagnan si scosse.

«Ah! è vero, fece Porthos, ecco che suonano le nove, e alle dieci, come vi rammentate, abbiamo appuntamento alla Piazza Reale.

«Ah tacete! gridò d’Artagnan con impazienza, non mi ricordate codesto; è ciò che da jeri mi tiene di mal umore. Non ci andrò.

«E perchè?

«Perchè mi è doloroso il rivedere quei due uomini che fecero andare a vuoto la nostra impresa.

«Eppure, ribattè Porthos, nè uno nè l’altro ne hanno avuto il vantaggio. Io aveva ancora una pistola carica, e voi eravate l’uno in faccia all’altro con la spada in mano.

«Sì, rispose d’Artagnan, però se in quel convegno è celata qualche cosa?

«Ah! voi non lo credete, disse Porthos».

Ed aveva ragione: d’Artagnan non supponeva Athos capace d’impiegare l’astuzia, ma cercava un pretesto per non recarsi all’appuntamento.

«Bisogna andarvi, continuò l’altero signor di Bracieux; si penserebbero che avessimo avuto paura.... Eh! mio caro, abbiamo affrontati cinquanta nemici su la strada maestra; affronteremo pure due amici sulla Piazza Reale.

«Sì, sì, replicò d’Artagnan, lo so; ma hanno abbracciato il partito dei principi senza prevenircene; ma Athos ed Aramis hanno fatto meco un giuoco che mi spaventa. Jeri scoprimmo la verità. A che giova andar oggi a saper qualche altra cosa!

«Realmente siete in diffidenza? domandò Porthos.

«Di Aramis sì, dacchè è abate. Non potete figurarvi com’è diventato; egli par che siamo contrarj al suo avanzamento, e forse non gli increscerebbe di levarci di mezzo.

«Ah! per Aramis è tutt’altro, confermò Porthos, e non mi sorprenderebbe.

«Il signor di Beaufort può tentare alla sua volta di far arrestar noi.

«Oibò! subito che ci aveva nelle mani e ci ha lasciati liberi! E poi mettiamoci in guardia, e conduciamo Planchet colla sua carabina.

«Planchet è della Fronda.

«Maledette le guerre civili! non si può più far conto nè su gli amici nè su’ propri servi. Ah! se fosse qua il misero Mousqueton! Quegli non mi abbandonerà mai!

«Finchè sarete ricco! eh! non sono le guerre civili che ci disuniscono; è che non abbiamo più venti anni ciascuno, è che i leali impulsi della gioventù sono spariti per dar luogo al mormorio degli interessi, al soffio delle ambizioni, ai consigli dell’egoismo. Sì, avete ragione, Porthos: andiamoci, ma ben armati. Se no, direbbero che abbiam timore. Olà, Planchet!»

Planchet accorse alla chiamata di d’Artagnan.

«Fate porre la sella ai cavalli, e pigliate la vostra carabina.

«Ma, signore, prima di tutto, contro a chi si va?

«Non si va contro ad alcuno, disse d’Artagnan, è una semplice misura di precauzione per il caso che fossimo assaliti.

«Sapete, signore, ch’è stato tentato di uccidere il consigliere Broussel, il padre del popolo?

«Eh! davvero?

«Sì, ma è stato ben vendicato, poichè il popolo lo ha riportato a casa a braccia. Da jeri in qua la sua abitazione è sempre piena. Ha ricevuto visita dal coadjutore, dal signor di Longueville e dal principe di Conti. Le signore di Chevreuse e di Vendome si son fatte dare in nota alla porta, e adesso quando vorrà....

«Ebbene, quando vorrà?...»

Planchet si diede a cantarellare:

Un vent de Fronde S’est levé ce matin; Je crois qu’il gronde Contre le Mazarin. Un vent de fronde S’est levé ce matin.

«Non mi sorprende più, osservò sotto voce d’Artagnan a Porthos, che il Mazzarino avesse avuto più caro ch’io avessi distrutto affatto il suo consigliere.

«Comprendete dunque, soggiunse Planchet, che se mi ordinate di pigliare la mia carabina per qualche intrapresa simile a quella tramata contro il signor Broussel....

«No, no, sta quieto.... Ma da chi avesti tutti questi dettagli?

«Oh da fonte buona! gli ho avuti da Friquet.

«Da Friquet? fece d’Artagnan, codesto nome mi è noto.

«È il figliuolo della serva del signor Broussel, un certo tomo che, vi assicuro, in una sommossa non rimarrà indietro.

«Non è egli cantore a Nostra Signora?

«Sì, appunto: è protetto da Bazin.

«Ah! lo so.... e poi cameriere all’osteria della Calanda?

«Precisamente.

«Che v’interessa di quel ragazzaccio? domandò Porthos.

«Eh! mi ha dato digià de’ buoni schiarimenti, e all’occorrenza potrebbe somministrarmene degli altri.

«A voi, che foste vicino ad ammazzare il suo padrone?

«E chi glie lo dirà?

«È vero».

Nel momento stesso entravano in Parigi Athos ed Aramis dal sobborgo sant’Antonio. Si erano rinfrescati per la strada, e si affrettavano onde non mancare al convegno. Li accompagnava il solo Bazin. Grimaud, conforme ci rammentiamo, era restato per assistere Mousqueton, e doveva raggiungere direttamente il giovine visconte di Bragelonne che si recava all’armata di Fiandra.

«Adesso, disse Athos, ci conviene entrare in qualche albergo per vestirci da città, posare le pistole e le spade, e disarmare il nostro servo.

«Nulla, nulla, caro conte, ed in questo mi permetterete, non solo di non essere del vostro parere, ma anche di procurare di condurvi al mio.

«E perchè?

«Perchè andiamo ad un convegno di guerra.

«Aramis, che volete mai dire?

«Che la Piazza Reale è un seguito della strada maestra del Vendomese e non altro.

«Come! i nostri amici?...

«Sono diventati i nostri nemici più pericolosi; Athos, credete a me; diffidiamo, e diffidate voi specialmente.

«Oh! mio caro d’Herblay!

«Chi vi dice che d’Artagnan non abbia gettata addosso a noi la sua sconfitta e prevenuto il ministro? chi vi dice che il ministro non profitti di questo appuntamento per farci arrestare?

«E che! v’immaginate che d’Artagnan e Porthos diano mano ad una tale iniquità?

«Tra amici, dite benissimo, sarebbe iniquità; fra nemici, ch’è astuzia».

Athos incrociate le braccia calò la testa sul petto.

«Che volete? seguitò Aramis, gli uomini son fatti così, e non son sempre in età di venti anni. Noi abbiamo offeso crudelmente, voi lo sapete, quell’amor proprio che guida ciecamente le azioni di d’Artagnan. Egli è stato vinto. Non lo udiste forse disperarsi sulla strada? In quanto a Porthos, la sua baronia dipendeva probabilmente dal di lui buon esito in questo affare. Ebbene! esso ha incontrati noi come intoppi, e neppur questa volta sarà barone. Chi vi assicura che la famosa Baronia non vada collegata col nostro abboccamento di stassera? Athos, prendiamo le nostre precauzioni.

«Ma se essi venissero senz’armi, Aramis, che vergogna per noi!

«Non dubitate, vi garantisco che ciò non succederà. D’altronde noi abbiamo una scusa: arriviamo da un viaggio, e siamo ribelli.

«Scuse! ci tocca prevedere il caso in cui avessimo bisogno di scuse dirimpetto a d’Artagnan, a Porthos! Oh, Aramis! (continuava Athos scuotendo mestamente il capo) sull’anima mia, voi mi rendete il più disgraziato di tutti gli uomini! togliete ogni dolce illusione ad un cuore che non era morto affatto all’amicizia! Ecco, preferirei, ve lo giuro, che uno me lo strappasse dal petto. Andateci come vi piace, io vi andrò inerme.

«Ed io non lascerò che veniate così. Non più un uomo, non più Athos, nemmeno più il conte di la Fère, tradireste con tal debolezza, ma un intero partito a cui appartenete e che conta su di voi.

«Sia fatto come voi dite» riprese Athos addolorato.

E proseguirono il loro cammino.

Appena arrivavano dalla via del Passo della Mula ai cancelli della piazza deserta, videro sotto l’arcata e sullo sbocco della contrada di santa Caterina tre uomini a cavallo.

Erano d’Artagnan e Porthos avvolti nei ferrajuoli, che tenevano in alto le spade, e dietro ad essi Planchet col moschetto sulla coscia.

Athos ed Aramis scesero da cavallo scorgendo d’Artagnan e Porthos. Questi fecero lo stesso. D’Artagnan osservò che i tre corsieri invece di esser retti da Bazin erano legati agli anelli del loggiato, e ordinò a Planchet di far come faceva Bazin.

Allora a due per due, seguiti dai rispettivi servi, si avanzarono, e salutaronsi scambievolmente con molta cortesia.

«Signori, dove gradite che discorriamo?» domandò Athos.

Egli si era accorto che parecchie persone si fermavano a guardarli come si trattasse di uno di quei famosi duelli tuttavia viventi nella memoria dei Parigini, e soprattutto di coloro che abitavano sulla Piazza Reale.

«Il cancello è chiuso, disse Aramis, ma se questi signori amano il fresco sotto gli alberi ed una solitudine inviolabile, piglierò la chiave al palazzo di Rohan e staremo egregiamente».

D’Artagnan cacciò lo sguardo fra l’oscurità della piazza, e Porthos arrischiò la testa fra due regoli per iscandagliare quelle tenebre.

«Se preferite un altro luogo, seguitò Athos con la sua maniera nobile e insinuante, scegliete pure.

«Io credo che codesto posto, qualora il signor d’Herblay possa procurarsene la chiave, sarà il migliore di ogni altro».

Aramis si discostò subito, avvertendo Athos di non restar solo così vicino a d’Artagnan e Porthos; ma quegli a cui veniva dato tal consiglio sorrise in atto sprezzante, e mosse un passo verso i suoi antichi amici.

Realmente Aramis era andato a bussare al palazzo di Rohan, e in breve ricomparve con un uomo che gli diceva:

«Me lo giurate, signore?

«A voi, fece Aramis dandogli un luigi.

«Ah! mio gentiluomo, non volete giurare? disse il custode di mal umore.

«E si può giurare di nulla?... vi asserisco soltanto che adesso quei signori sono amici nostri.

«Sì, certamente» confermarono freddamente Athos, d’Artagnan e Porthos.

D’Artagnan aveva udito il dialogo, e capito ogni cosa.

«Vedete? domandò a Porthos.

«Che ho da vedere?

«Che non ha voluto giurare.

«Giurare di che?

«Quell’uomo intendeva che Aramis gli giurasse che non andavamo sulla Piazza Reale per batterci.

«Ed egli vi si è ricusato?

«Sì.

«Dunque attenti!»

Athos non perdeva di vista i due interlocutori. Aramis aprì la porta e si trasse da parte acciò potessero entrare d’Artagnan e Porthos. Il primo di questi due nel passare impegnò la impugnatura della sua spada nei ferri del cancello, e fu costretto a disvolgersi dal ferrajuolo, lo che facendo, discoperse il calcio rilucente delle pistole su cui si rifletteva un raggio di luna.

«Vedete? disse Aramis, con una mano toccando Athos sulla spalla e con l’altra additandogli l’arsenale che portava d’Artagnan alla cintola.

«Ohimè, si!» rispose Athos con un sospiro.

E passò avanti per terzo. Aramis entrò ultimo, e si chiuse dietro il cancello. I due domestici rimasero fuori, ma quasi che essi pure diffidassero un dell’altro si trattennero a qualche distanza.

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XXXI

La Piazza Reale.

Camminarono in silenzio sino al centro della piazza, ma siccome in quel momento era uscita la luna di sotto un nuvolo, rifletterono che in luogo tanto scoperto sarebbero veduti, e si diressero verso i tigli ove l’ombra era più folta.

Stavano distribuiti a varj spazj dei sedili. I quattro gentiluomini si fermarono dinanzi ad uno, Athos fe’ un cenno, d’Artagnan e Porthos si assisero; Athos ed Aramis rimasero in piedi davanti ad essi.

Indi a breve pausa, durante la quale ciascuno sentiva la difficoltà d’incominciare la spiegazione, Athos disse:

«Signori, una prova del potere dell’antica nostra amicizia si è la nostra comparsa al convegno; nessuno v’ha mancato, sicchè nessuno aveva da farsi rimproveri.

«Ascoltate, signor conte, rispose d’Artagnan, invece di farci dei complimenti che forse non meritiamo, spieghiamoci da uomini di cuore.

«Non bramo di meglio. Vi conosco schietto; parlate con tutta franchezza: avete qualche cosa di cui far rampogna a me od al signor abate d’Herblay?

«Sì; disse d’Artagnan, quando ebbi l’onore di vedervi al castello di Bragelonne, vi recavo delle proposizioni che voi comprendeste; in luogo di rispondermi come a un amico, mi burlaste come un bambino, e l’amistà che tanto vantate non fu troncata jeri dall’urto delle nostre spade, ma dalla vostra dissimulazione nella vostra propria dimora.

«D’Artagnan! fece Athos in dolcissimo tuono di lagnanza.

«Mi chiedete franchezza, ed eccola; domandate che cosa io pensi, e ve lo dico; ed ora ho altrettanto per voi, signor abate d’Herblay; con voi ho agito egualmente, e parimente m’ingannaste.

«In verità, siete singolare! disse Aramis, veniste per farmi delle proposizioni: ma me le faceste? signor no; mi scandagliaste, e niente altro. Che vi dissi? che Mazzarino era un mascalzone e che non servirei Mazzarino. Ma non più di così. Vi dichiarai forse che non avrei servito un altro? Al contrario, mi pare che vi feci intendere ch’ero tutto dei principi. Anzi, se non m’inganno, scherzammo piacevolmente sul caso probabilissimo in cui riceveste dal ministro l’incarico di arrestarmi. Siete uomo di parte? sì, senza alcun dubbio. Or bene, e perchè noi non dobbiamo essere uomini di parte? Voi avete il vostro segreto come noi abbiamo il nostro; non ce li siamo ricambiati, meglio così! è prova che sappiamo custodire i nostri segreti.

«Di nulla vi fo rimprovero, signore; ribattè d’Artagnan, solo perchè il signor conte di la Fère parlava di amistà, sono passato ad esaminare il vostro contegno.

«E in questo che trovate?» domandò con alterigia Aramis.

Corse il sangue alle tempie a d’Artagnan, ed egli si alzò dicendo:

«Trovo ch’è quello di un ipocrita».

Porthos ancora si era levato in piedi; talchè i quattro signori stavano diritti e minacciosi uno di faccia all’altro.

Alla risposta di d’Artagnan, Aramis fece un movimento come per metter mano alla spada.

Athos lo trattenne.

«D’Artagnan, esso disse, voi qui venite questa sera, tuttavia furibondo per la nostra avventura di jeri. Io vi stimava di cuore assai grande perchè in voi un’amicizia di venti anni resistesse ad una disfatta di amor proprio di un quarto d’ora. Orsù, ditelo a me: vi sembra di avere di che incolparmi? Se sono in fallo, io lo riconoscerò».

La voce grave ed armoniosa di Athos aveva sempre sovra d’Artagnan l’usata influenza, laddove quella di Aramis diventata aspra e stridula ne’ suoi momenti di mal umore lo irritava. Quindi ci replicò al primo:

«Mi pare, signor conte, che voi avevate da farmi una confidenza nel castello di Bragelonne, e che questo signore (ed accennava Aramis) aveva da farmene una nel suo convento; io allora non mi sarei slanciato in un’avventura in cui dovevate chiudermi la strada. Bensì perchè sono stato prudente, non avete già a prendermi per uno stolido. Se avessi voluto esaminare a fondo la condotta che tiene il signor d’Herblay, lo avrei costretto a parlare.

«Di che cosa v’ingerite? esclamò Aramis pallido dalla collera sicuramente pel dubbio che gli nacque che d’Artagnan lo avesse veduto con madama di Longueville.

«M’ingerisco di ciò che mi riguarda, e so far mostra di non aver visto quel che non mi riguarda; ma aborrisco gl’ipocriti, ed in questa categoria pongo i moschettieri che fanno da abati e gli abati che fanno da moschettieri, ed il signore qui presente (seguitò volgendosi verso Porthos) è della mia opinione».

Porthos che non aveva ancor parlato, non rispose se non con una parola ed un gesto.

Disse sì, e diè mano alla spada.

Aramis fece un salto all’indietro e sguainò la sua. D’Artagnan s’incurvò, pronto ad attaccare o a difendersi.

Allora Athos stese la destra con quell’atto di supremo comando tutto proprio di lui, cavò lentamente e ferro e fodero insieme, spezzò nel fodero il ferro battendoselo sul ginocchio, e gettò i due pezzi a man dritta.

Indi voltosi ad Aramis gli disse:

«Aramis, troncate la vostra spada».

Questi però titubava.

«Così bisogna» soggiunse Athos.

E poi con voce più bassa e dolce:

«Così voglio».

Aramis, ancor più pallido, ma soggiogato da quel gesto, dominato da quella voce, ruppe la lama pieghevole, incrociò le braccia, ed aspettò bollendo di rabbia.

Questo movimento fece retrocedere d’Artagnan e Porthos; il primo non cavò fuori il brando, l’altro ripose il suo.

«Giammai, disse Athos alzando verso il cielo la destra, giammai, lo giuro innanzi a Dio che ne vede e ne ascolta, durante la solennità di questa nottata, l’arme mia non toccherà le vostre; giammai il mio occhio non avrà per voi uno sguardo d’ira, nè il mio cuore un sol palpito d’odio. Noi vivemmo insieme, insieme odiammo ed insieme amammo; tra noi si sparse il nostro sangue, e si confuse, e forse aggiungerò pure, fra noi v’ha un vincolo più possente di quello dell’amistà, forse v’ha il contratto e l’unione del delitto; imperciocchè tutti e quattro abbiamo condannato, giudicato, giustiziato un essere umano che non avevamo probabilmente diritto di torre da questo mondo, per quanto, meglio che a questo mondo sembrasse appartenere all’inferno. D’Artagnan, io sempre vi amai come un mio figlio; Porthos, per dieci anni dormimmo uno a fianco dell’altro; Aramis è vostro fratello come mio, giacchè vi ha amati come io vi amo e vi amerò sempre. Che può essere Mazzarino, per noi, che sapemmo forzare la mano e il cuore di un uomo qual era Richelieu? Ch’è egli questo o quel principe, per noi che abbiamo consolidata la corona sul capo ad una regina? D’Artagnan, io vi domando perdono di aver incrociato il ferro con voi; altrettanto fa Aramis per Porthos. E adesso, aborritemi, se potete, ma io vi giuro che ad onta dell’odio vostro, non avrò per voi se non stima ed amicizia.... Aramis, ripetete le mie parole, e indi, s’essi il vogliono e voi pure il volete, si abbandonino per sempre gli antichi nostri amici».

Fuvvi un istante di silenzio solenne. Così lo troncò poscia Aramis:

«Io giuro (e favellava con la fronte serena e sguardo leale, ma con tal voce in cui sentivasi un ultimo tremito di agitazione) giuro che non ho più verun odio contro a coloro che furono miei amici; giuro che provo rammarico, o Porthos, di aver toccato la vostra spada; giuro alfine, che non solo la mia non sarà più rivolta al vostro petto, ma anche nelle più arcane profondità del mio pensiero non rimarrà nell’avvenire tampoco apparenza di sentimenti ostili contro di voi. Venite, Athos».

Athos fece un moto per ritirarsi.

«Oh no, no! non ve ne andate! esclamò d’Artagnan trasportato da uno di quegli impulsi irresistibili che discuoprivano il calore del suo sangue e l’ingenua rettitudine dell’animo suo, non ve ne andate! chè anch’io ho da fare un giuramento. Giuro che darei fino all’ultima goccia del mio sangue, sino all’ultimo brano delle mie carni, per conservare la stima di un uomo simile a voi, Athos, l’amicizia di un par vostro, Aramis».

E si gettò nelle braccia di Athos.

«Figlio mio! disse Athos premendoselo al seno.

«Ed io, fece Porthos, non giuro niente, ma scoppio, cospettone! Se dovessi battermi con voi, credo che mi lascerei infilzare da parte a parte, giacchè non ho voluto bene al mondo altro che a voi».

Ed il buon Porthos proruppe in pianto buttandosi fra le braccia di Aramis.

«Amici miei, disse Athos, ecco ciò che speravo, ecco ciò che attendevo da due cuori come i vostri. Sì, l’ho detto e lo ripeto, i nostri destini sono irrevocabilmente congiunti, abbenchè noi seguiamo un sentiero diverso. Io rispetto la vostra opinione, d’Artagnan; rispetto la vostra convinzione, Porthos; ma quantunque combattiamo per cause opposte, manteniamoci amici; i ministri, i principi, i re, passeranno come un torrente, la guerra civile a modo di una fiamma, ma noi rimarremo, oh sì! ne ho un presentimento.

«Sì, approvò d’Artagnan, siamo pur sempre moschettieri, e serbiamo per unica bandiera quel famoso tovagliuolo del bastione di San Gervasio dove il gran ministro aveva fatto ricamare tre gigli.

«Sì! esclamò Aramis, o del ministro o della Fronda, a noi che monta? Ritroviamo i nostri buoni padrini pei duelli, gli amici zelanti per gli affari, i lieti compagni pei piaceri!

«Ed ogni volta, seguitò Athos, che c’incontreremo nella mischia, alle sole parole di: Piazza Reale! trasportiamo le spade alla mano sinistra, e ci porgiamo la diritta, quando anche fossimo in mezzo alle più orribili carneficine.

«Voi parlate divinamente, disse Porthos.

«Siete il più grande fra gli uomini! seguitò d’Artagnan, e ci superate almeno di dieci cubiti».

Athos sorrise di gioja ineffabile.

«Sicchè, egli disse, è concluso? Animo, signori, la mano. Siete un pochino cristiani?

«E come! rispose d’Artagnan.

«Lo saremo in questa occasione per mantenerci fedeli al nostro giuramento, fece Aramis.

«Ah! continuò Porthos, per me sono pronto a giurare. Il diavolo mi porti se sono stato mai contento come in questo istante.»

Ed il buonissimo uomo si asciugava gli occhi.

«V’è uno di voi altri che abbia una croce?» domandò Athos.

Porthos e d’Artagnan si guardarono tentennando il capo come gente presa alla sprovvista.

Aramis, sorridendo, si trasse di seno una croce di diamanti che teneva sospesa al collo con un filo di perle.

«Eccone una, egli disse.

«Or bene, riprese Athos, giuriamo su questa croce di essere uniti sempre e a qualunque costo, e possa questo giuramento vincolare non solo noi, ma anco i nostri discendenti. Questo giuro vi accomoda?

«Traditore! mormorò piano d’Artagnan chinatosi all’orecchio ad Aramis, ci avete fatto giurare sul crocifisso di una della Fronda!»

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XXXII

La barca dell’Oise.

Noi speriamo che il leggitore non abbia dimenticato del tutto il giovane viaggiatore che lasciammo su la strada di Fiandra.

Raolo, perduto di vista il suo protettore che era rimasto attento a seguirlo cogli occhi di faccia alla basilica reale, spronò il suo cavallo, prima per sottrarsi agli angosciosi suoi pensieri, e indi per occultare ad Olivain la commozione che gli alterava il sembiante.

Un’ora di rapido cammino ebbe presto dissipati tutti i cupi vapori che attristata avevano l’immaginazione tanto ricca del giovanetto. Il piacere ignoto di esser libero, piacere ch’è dolce per sino a quelli che mai non soffersero la dipendenza, al cospetto di Raolo indorò terra e cielo, e soprattutto il lontano ed azzurro orizzonte della vita che appellasi avvenire.

Bensì, dopo varie tentate conferenze con Olivain, ei si accorse che molte giornate trascorse in cotal guisa riuscirebbero triste, e gli tornò alla memoria la favella del conte, sì persuadente e interessante, in proposito delle città che si percorrevano, e sulle quali nessuno poteva più dargli le preziose notizie che avrebbe ricavate da Athos, la più dotta e divertevole di quante guide vi fossero.

Ed un’altra rimembranza pure affliggeva Raolo: al suo giungere a Louvres, aveva egli veduta, perduto dietro ad un gruppo di pioppi, una piccola villa o castello, la quale gli aveva talmente rammentata quella di La Vallière, ch’ei si era fermato per dieci minuti a contemplarla, ed aveva ricominciato il suo viaggio sospirando, senza nemmeno rispondere ad Olivain che rispettosamente lo aveva interrogato su la causa di tanta sua attenzione. L’aspetto degli oggetti esteriori è un conduttore misterioso che corrisponde alle fibre della memoria e talvolta va a risvegliarle a nostro malgrado; ridestato quel filo alla guisa di quello di Arianna, e’ conduce in un labirinto di pensieri dove uno si smarrisce seguitando l’ombra del passato che nomasi rimembranza. E l’aspetto di quel castello avea respinto Raolo lontano cinquanta leghe dal lato d’occidente, e fatta risalire la sua vita al momento in cui egli avea tolto commiato dalla piccola Luigia sino a quello in che l’avea veduta pella prima volta, ed ogni gruppo di querce, ogni banderuola distinta in cima ad un tetto di lavagne, gli ricordava qualmente, anzi che riedere verso gli amici di sua fanciullezza, se ne allontanava ad ogni momento di più, e forse ancora abbandonati li aveva per sempre.

Gonfio il cuore, grave la testa, ordinò a Olivain di menare i cavalli sino a un piccolo albergo che scorgeva sulla strada a mezzo tiro di schioppo circa più innanzi del luogo dove erano giunti. Egli smontò, soffermossi sotto un bel gruppo di castagni in fiore intorno a’ quali ronzavano le api, e domandò ad Olivain di fargli recare dall’oste carta da lettere e inchiostro sopra un tavolino che ivi pareva bello e apparecchiato per iscrivere.

Olivain obbedì e continuò il suo viaggio, intanto che Raolo sedeva appoggiando il gomito sul tavolino, ed i suoi sguardi si perdevano confusi sull’ameno paesetto cosparso di verdi campi e gruppi d’alberi, e tratto tratto facendosi cadere dai suoi capelli quei fiori che scendevano sopra di lui come fiocchi di neve.

Raolo stava colà da quasi dieci minuti, e da cinque circa si smarriva nelle sue meditazioni, allorchè nel circolo che abbracciavano i suoi sguardi distratti vide muovere una figura rossa, la quale, con un tovagliuolo attorno alla vita ed uno sul braccio, ed in testa un berretto bianco, gli si avvicinava, tenendo in mano carta inchiostro e penna.

«Ah, ah! disse la figura così apparsa, si vede che tutti i gentiluomini hanno idee consimili, poichè non è un quarto d’ora che un giovane signore a cavallo come voi, di nobile aspetto pari vostro, e a un dipresso della stessa età, si è fermato in questo posto, ci ha fatto portare codesta tavola e la seggiola, e vi ha pranzato insieme a un vecchio che sembrava un ajo, con un pasticcio senza lasciarne un pezzetto, e una bottiglia di Macon senza scordarsene una goccia. Ma per fortuna abbiamo ancora della roba eguale, e se vossignoria mi comanda.....

«No, mio caro, rispose sorridendo Raolo, vi ringrazio; per adesso non ho bisogno che delle cose che vi ho fatto chiedere; solamente mi sarebbe grato che l’inchiostro fosse nero e la penna buona, e a questo patto pagherei quello a prezzo di pasticcio e questa a prezzo di vino.

«Ebbene, soggiunse l’oste, darò la pietanza e la bottiglia al vostro domestico, e così avrete per di più l’occorrente per iscrivere.

«Fate come vi pare», replicò il giovane.

Ei cominciava allora ad aver relazione con quella classe assolutamente particolare della società, che quando v’erano dei ladri sulle strade era con essi associata, e da quando non ve ne son più li rimpiazza.

L’oste, quieto oramai pel suo introito, posò il foglio e il calamajo, e Raolo principiò la sua lettera.

Il locandiere era rimasto davanti a lui, e considerava con una sorta di ammirazione quel bel volto insieme serio e dolcissimo. La bellezza è stata sempre e sarà sempre regina.

«Questo non è un commensale come quello di poc’anzi; disse l’oste ad Olivain che tornava presso al visconte per vedere se avesse bisogno di nulla; il vostro padrone non ha appetito.

«Tre giorni addietro ne aveva, ma che volete? lo ha perduto da jeri l’altro in qua».

Ed Olivain e il taverniere s’incamminarono verso la locanda, e quegli a questo raccontava, siccome è uso dei lacchè contenti del loro impiego, quanto credeva di poter dire relativamente al giovanetto.

Frattanto Raolo scriveva:

«Signore,

«Dopo quattro ore di viaggio mi fermo per iscrivervi, giacchè ad ogni momento sento di più la vostra assenza, e sono sempre pronto a girar il capo come per rispondere quando voi mi parlavate. Mi ha tanto stordito ed afflitto la vostra partenza e la nostra separazione, che debolmente vi espressi la tenerezza e la riconoscenza che provavo per voi. Ma mi scuserete, mentre il vostro cuore è assai generoso per comprendere ciò che passava nel mio. Scrivetemi, signore, ve ne prego, perchè i vostri consigli sono una parte della mia esistenza: e d’altronde, io oso dirvelo, sono inquieto; mi è sembrato che voi stesso vi accingeste a qualche gita perigliosa, su cui non vi ho interrogato una volta che non ne discorrevate. Sicchè ho grandissima necessità di ricevere vostre nuove. Dacchè non vi ho più vicino, ad ogni istante ho paura di mancare; voi mi sostenevate potentemente, ed oggi, ve lo giuro, mi trovo pur solo!

«Vi compiacerete, se aveste notizie di Blois, di dirmi qualche parola sulla mia piccola amica madamigella de La Vallière, la di cui salute, quando noi partimmo, era in grado di dar pensiero! Capirete, signore, e mio caro protettore, quanto preziose, indispensabili mi siano le rimembranze del tempo che passai al vostro fianco. Spero che alcune volte penserete anche a me, e se in certe ore vi fo mancanza, se risentite un piccolo rincrescimento della mia assenza, mi ricolmerà di gioja l’idea che abbiate compreso il mio affetto e la mia premura per voi, e ch’io abbia avuta la sorte di persuadervene, mentre avevo la fortuna di vivere presso di voi».

Terminata la lettera, Raolo si sentì più in calma; badò attentamente che il servo e l’oste non l’osservassero, e diede un bacio a quel foglio, tacita e commuovente carezza cui il cuore di Athos era capace d’immaginare nello schiudere la lettera.

Nell’intervallo Olivain avea mangiato e bevuto; anco i cavalli si erano rinfrescati. Raolo chiamò a sè con un cenno il taverniere, gittò uno scudo sul tavolino, saltò a cavallo, ed a Senlis mise alla posta la carta.

Il riposo, preso ormai dagli uomini e da’ corsieri, permetteva loro di proseguire il cammino senza trattenersi a Verberie. Raolo impose ad Olivain di raccor notizie del giovine gentiluomo che lo precedeva. Era esso stato veduto a passare tre quarti d’ora prima, e montato sur un buon destriero se n’andava alla lesta.

«Procuriamo di raggiungere quel gentiluomo, disse Raolo ad Olivain, va come noi all’armata, e ci sarà di gradevole comitiva».

Erano le quattro pomeridiane allorchè Raolo arrivò a Compiegne; vi pranzò con ottimo appetito, e nuovamente s’informò del signore che gli era avanti. Erasi desso fermato egualmente che Raolo all’albergo della Campana e della Bottiglia, ch’era il migliore di Compiegne, ed aveva proseguito il tragitto dicendo che voleva andare a pernottare a Noyon.

«Si vada a pernottare a Noyon, fece Raolo.

«Signore, rispose rispettosamente Olivain, permettetemi di farvi osservare che questa mattina abbiamo digià stancato di molto i cavalli. Sarebbe bene, secondo me, di dormir qui e ripartire domattina presto. Bastano diciotto leghe per una prima tappa.

«Il signor conte di la Fère desidera ch’io mi solleciti, disse Raolo, e che io abbia raggiunto il signor Principe nella mattinata del quarto giorno; affrettiamoci dunque sino a Noyon, sarà una tappa simile a quella che abbiamo fatta andando da Blois a Parigi. Arriveremo alle otto ore. Le nostre bestie avranno la nottata per riposarsi, e domattina alle cinque ci rimetteremo in viaggio».

Olivain non osò opporsi a questa determinazione, ma lo seguitò brontolando.

«Andate, andate! diceva fra’ denti, sparate tutto il vostro fuoco alla prima giornata; domani invece di venti leghe ne farete dieci; domani l’altro cinque, e al dì successivo sarete a letto. E là vi toccherà pur riposarvi. Tutti i giovanotti sono veri millantatori!»

Dal che si rileva come Olivain non fosse educato alla scuola dei Planchet e dei Grimaud.

Raolo infatti si sentiva stanco; ma bramava esperimentare le proprie forze, e pasciuto delle massime d’Athos, sicuro di averlo inteso mille fiate a discorrere di tappe di venticinque ore, non voleva restare inferiore al suo modello. D’Artagnan, quell’uomo ferreo che sembrava tutto costrutto di nervi e di muscoli, gli cagionava somma ammirazione.

Andava dunque innanzi, affrettando ognor più il suo destriero non ostante le osservazioni di Olivain, e seguitando per un bel sentiero che conduceva a una barca ed abbreviava di una lega la strada, secondo eragli stato assicurato, quando ecco giungendo in cima ad un colle si vide davanti il fiume. Una piccola comitiva di uomini a cavallo ferma sulla sponda stava pronta ad imbarcarsi. Raolo si figurò che fossero il gentiluomo e la sua scorta; diede un grido di chiamata, ma era ancor troppo lontano per farsi udire; allora, per quanto fosse affaticato il suo corsiero, ei lo mise al galoppo; ma un’ondulazione di terreno tolse in breve a’ suoi sguardi i viaggiatori, e quando egli pervenne sopra una nuova altura, la barca aveva abbandonata la riva e remigava verso il lido opposto.

Raolo, accortosi che non potrebbe arrivare a tempo per passare la chiatta nel medesimo momento che i forestieri, si ristette ad attendere Olivain.

In quel punto s’intese un urlo che sembrava si partisse dal fiume. Raolo si volse dalla parte onde questo veniva, e, mettendosi la mano sugli occhi abbagliati dal sole sul tramonto, esclamò:

«Olivain, che veggo laggiù?»

Fuvvi un secondo grido più penetrante del primo.

«Eh! fece il servo, la corda della barca si è rotta, e la chiatta va alla deriva.... Ma, oh Dio! che v’è mai nell’acqua, che tanto si dibatte?

«Oh sì! disse Raolo guardando verso un dato punto del fiume illuminato oltremodo da’ raggi solari, un cavallo, un cavaliero!....

«Affondano! sommergono!» strillò Olivain.

Ed era vero, ed anche Raolo si accertava che fosse accaduta una disgrazia e che uno si annegasse. Allentò la briglia al suo destriero, gli cacciò gli sproni nella pancia, e l’animale, tormentato dal dolore e sentitosi aperto il varco, balzò di sopra a una specie di parapetto che contornava lo scalo, e cadde nell’acqua, mandando in lontananza grossi flutti di spuma.

«Ah signore! urlò Olivain, che fate mai, Signore Iddio!»

Raolo guidava il suo cavallo verso il disgraziato in pericolo. Era quello però un esercizio a cui egli era già avvezzo. Allevato sulle rive della Loira, era stato per così dire cullato fra le sue onde; cento volte l’aveva tragittata cavalcando, e mille a nuoto: chè Athos, prevedendo l’epoca in cui sarebbe soldato il visconte, lo aveva accostumato a tutte quelle imprese.

«Oh mio Dio! continuava Olivain disperato, che direbbe il signor conte se fosse qui!

«Avrebbe fatto come fo io! rispose Raolo spingendo innanzi vigorosamente la sua bestia.

«Ma io, ma io! strepitava Olivain pallido e dolente agitandosi sulla riva, io come passerò?

«Salta, vigliacco!» replicò Raolo nuotando sempre.

Poi rivoltosi al viaggiatore, che si dibatteva a venti passi di distanza da lui, gli disse:

«Coraggio, signore! coraggio! eccovi ajuto!»

Olivain avanzò, rinculò, fece impennare l’animale che aveva sotto, e indi, punto nel cuore da vergogna, si slanciò come avea fatto il padrone, ma ripetendo:

«Sono morto, siamo perduti!»

Frattanto la chiatta andava rapidamente, trasportata dalla corrente, e si udivano le strida di quei ch’erano sopra.

Un uomo coi capelli grigi si era buttato giù dalla barca, e andava a nuoto assai vigorosamente incontro a quello che affogava; ma avanzava di poco, dovendo muover contro la corrente.

Raolo proseguiva il suo corso ed acquistava assai, ma il cavallo e l’uomo, cui non lasciava mai d’occhio, affondavano! Il destriero non aveva più altro che le nari fuori dell’acqua, ed il padrone, allentate del tutto le redini, stendeva le braccia e mandava indietro la testa. Un minuto di più, e sarebbero spariti amendue.

«Coraggio! fece Raolo, coraggio!

«Troppo tardi! balbettò il giovane, troppo tardi!»

Gli passava l’acqua di sul capo e gli estinse la voce in bocca.

Raolo si slanciò dal cavallo, a cui lasciò il pensiero di salvarsi da sè, ed in tre o quattro bracciate fu vicino al gentiluomo. Afferrò tosto l’animale pel barbazzale, e sollevò la testa fuor dell’acqua; quello allora respirò più liberamente, e quasi avesse compreso che si veniva a dargli ajuto accrebbe oltre misura i suoi sforzi. Nel medesimo tempo Raolo pigliava una mano al giovinotto e la riportava sulla criniera, alla quale essa si aggrappò con la tenacità del misero ch’è presso ad annegarsi. E poi, Raolo, sicuro che il cavaliero non lascerebbe più libera la bestia, si occupò di questa e la diresse verso il lido.

Ad un tratto il palafreno inciampò in un basso fondo e si fermò sull’arena.

«Salvo! gridò colui dai capelli grigi ristandosi egli pure.

«Salvo!» ripetè macchinalmente il gentiluomo, togliendo la destra di sulla criniera e di sopra la sella calandosi fra le braccia di Raolo.

Raolo era lontano due passi e non più dalla sponda; vi portò il viaggiatore svenuto, lo distese sull’erba, gli sciolse i cordoni del collare e gli sfibbiò il giubbetto.

Dopo un minuto, quel tale dalla chioma bigia stavagli accanto.

Olivain, dopo essersi fatto più volte il segno della croce, era alfine approdato, e le genti della chiatta si avviavano meglio che potessero alla riva, ajutandosi con una pertica che per casualità si trovava nella barca.

A poco a poco, mercè l’assistenza di Raolo e di colui che accompagnava il giovine cavalcante, ritornò a mostrarsi la vita sulle pallide guancie del moribondo, il quale aprì gli occhi in principio erranti e smarriti, ma che ben presto si fissarono su colui che lo aveva salvato.

«Ah signore! esclamò, di voi cercavo! senza di voi ero morto!

«Ma si risuscita, come vedete, rispose Raolo, e tutto il male sarà di aver fatto un bagno.

«Oh quanta gratitudine! disse l’uomo dai capelli grigi.

«Eh! siete voi, mio buon d’Arminges! vi ho fatto molta paura, non è così? ma è colpa vostra: eravate mio precettore, perchè non mi faceste imparare a nuotar meglio?

«Signor conte, fece il vecchio, se vi fosse accaduta una disgrazia, non avrei osato giammai presentarmi al maresciallo.

«Ma come fu? domandò Raolo.

«Nel modo il più semplice, replicò quegli a cui erasi dato il titolo di conte; eravamo a circa un terzo del fiume, quando si ruppe la fune. Agli urli e ai movimenti dei barcaruoli il mio cavallo si è spaventato ed è saltato giù. Io nuoto male e non ho ardito slanciarmi. In vece di secondare i moti del povero animale li rendevo inutili, l’impedivo, ed ero in procinto di affogare graziosamente, quando voi siete capitato a puntino per trarmi fuori. Sicchè, signore, ove vogliate, fra noi da ora innanzi sarà amicizia costante sino alla morte.

«Sono in tutto e per tutto vostro servo, ve lo accerto, disse Raolo.

«Io ho nome conte di Guiche, continuò l’altro, mio padre è il maresciallo di Grammont. E adesso che sapete chi sono, mi accorderete l’onore di dirmi chi voi siete?

«Io sono il visconte di Bragelonne, riprese Raolo, ed arrossiva di non poter nominare suo padre conforme aveva fatto il signor di Guiche.

«Visconte, il vostro aspetto, la bontà vostra e il vostro coraggio mi attraggono verso di voi; digià vi avete tutta la mia riconoscenza. Abbracciamoci, vi chieggo la vostra amicizia.

«Signore, soggiunse Raolo rendendo al conte l’amplesso, vi amo già di tutto cuore; quindi, fate conto su di me come sopra un amico zelante.

«Dove andate, visconte?

«All’armata del signor Principe.

«E anch’io! esclamò il gentiluomo esultante; meglio, meglio, faremo insieme il primo sparo di pistola!

«Ottimamente, ottimamente! disse l’ajo, vogliatevi bene; giovani tutti due, non avete di certo che una medesima stella, e dovevate incontrarvi».

I due signorini sorrisero con la fiducia degli anni giovanili.

«Ora, seguitò l’ajo, vi conviene mutar panni; i vostri domestici, ai quali ho dati degli ordini appena sono usciti dalla chiatta, debbono essere digià arrivati alla locanda; e si saranno messi a scaldare biancheria e vino. Venite».

I bei gentiluomini non avevano obiezioni da allacciare alla proposta ed anzi la trovarono buonissima. Saltarono subito a cavallo, guardandosi e ammirandosi scambievolmente. Erano in fatti due eleganti cavalieri, di personale snello e alto, e volti nobili, fronte aperta, sguardo dolce eppur altero, sorriso gentile e accorto. De Guiche poteva aver diciotto anni, ma era poco più grande di Raolo, il quale ne aveva quindici. Si porsero la destra con un moto spontaneo, e dando di sprone fecero l’uno accanto all’altro il tragitto dal fiume all’albergo, quegli, stimando buona e lieta la vita ch’era stato in procinto di perdere, questi, ringraziando Iddio di aver vissuto già abbastanza per aver fatto qualche cosa ch’esser dovesse gradita al suo protettore.

Olivain poi era il solo non molto soddisfatto della bellissima azione del suo padrone. Si torceva le maniche e le falde del giustacuore, pensando che una fermata a Compiegne gli avrebbe risparmiato non soltanto l’accidente dal quale era egli scapolato, ma anco il mal di petto ed i reumatismi che naturalmente dovevano resultarne.

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XXXIII

Scaramuccia.

Fu breve la permanenza a Noyon, ed ivi tutti dormirono di sonno profondo. Raolo aveva raccomandato che lo destassero se giungeva Grimaud, ma Grimaud non giunse.

I cavalli dal canto loro apprezzarono senza dubbio le ott’ore di assoluto riposo e lo strame abbondante che furon loro concessi. Il conte di Guiche fu destato la mattina alle cinque da Raolo che venne ad augurargli il buon giorno. Fecero colazione prestissimo, ed alle sei avevano già fatto un pajo di leghe.

Il conversare del giovane conte era molto interessante per Raolo. Perciò questi ascoltava attento, e quegli raccontava sempre. Di Guiche, educato in Parigi, dove Raolo non era stato che una volta, in corte, che Raolo non avea mai veduta, le sue scappataggini da paggio, due duelli che avea saputo procurarsi a dispetto degli editti e particolarmente del suo ajo, erano cose curiosissime pel visconte di Bragelonne. Raolo non era stato se non in casa di Scarron, e nominò a Guiche le persone da lui viste colà. Guiche le conosceva tutte, la Neuillan, la d’Aubigné, la Scudery, la Paulet, la Chevreuse; le burlò quasi tutte col massimo spirito, e Raolo temeva che burlasse anche madama di Chevreuse, per cui egli nudriva vera e profonda simpatia; ma, o fosse per istinto, o per affetto verso la duchessa, ei ne disse molto bene, e da cotali elogi si accrebbe per lui l’amicizia di Raolo.

Venne poi il capitolo delle galanterie e degli amori. Su questo rapporto pure Bragelonne aveva assai più da ascoltare che da discorrere, e così fece, e fra tre o quattro avventure, che diremmo un po’ trasparenti, gli sembrò di distinguere che il conte avesse in cuore a pari di lui un’occulta passione.

Di Guiche, secondo noi accennammo, era stato allevato in corte, e di questa conosceva tutti gli intrighi. Era la corte di cui Raolo aveva inteso a parlare dal conte di la Fère, se non che aveva mutato faccia moltissimo dall’epoca stessa in cui Athos l’aveva veduta. Talchè tutta la narrazione di Guiche fu cosa nuova pel suo compagno di viaggio. Il contino, spiritoso e maldicente, passò in rivista tutti quanti; dettagliò gli antichi amori di madama di Longueville con Coligny, il duello di questo sulla Piazza Reale, che gli fu sì funesto, e che la Longueville contemplava di dietro alle persiane; e i di lei nuovi amori col principe di Marsillac, che, a quanto dicevasi, era tanto geloso da voler far ammazzare una quantità di gente, ed anco il d’Herblay; gli amori del signor principe di Galles con Madamigella, la quale in appresso fu chiamata la Grande Madamigella, tanto celebre dappoi pel suo matrimonio segreto con Lauzun; neppur fu risparmiata la regina, e toccò la sua parte anche al ministro Mazzarino.

La giornata passò rapida come un’ora. L’ajo del conte, uomo di mondo, alla buona, sapientissimo fino ai denti (conforme diceva l’alunno), rammentò varie volte a Raolo la somma erudizione e le graziose e pungenti ironie di Athos; ma per la delicatezza e la nobiltà delle maniere nessuno poteva stare a confronto col signor di la Fère.

I cavalli, strapazzati meno del dì precedente, si fermarono vergo le quattro pomeridiane ad Arras. Si avvicinavano al teatro della guerra, e fu risoluto di trattenersi in quella città sino all’indomani, perocchè alcune brigate di Spagnuoli profittavano spesse fiate della notte per far delle corse sino nei dintorni di Arras.

L’armata francese occupava da Pont-à-Marc sino a Valenciennes ritornando sopra Douai. Si diceva che il signor Principe fosse in persona a Bethune.

L’armata nemica si estendeva da Cassel a Courtray; e siccome commetteva ogni sorta di violenze e di saccheggio, le povere genti delle frontiere abbandonarono le proprie abitazioni isolate venendo a rifugiarsi nelle città forti che promettevano loro un asilo. Arras era piena di fuggiaschi.

Si parlava di una prossima battaglia, la quale esser doveva decisiva, avendo il signor Principe manovrato fino allora soltanto nell’aspettativa dei rinforzi che alla fine erano giunti. I nostri giovanotti si rallegravano di esser capitati così a puntino.

Cenarono insieme e dormirono nella stessa camera. Erano nell’età delle pronte amicizie, e a lor pareva di conoscersi sin dalla nascita e di non potersi lasciare mai più.

S’impiegò la serata a discorrere di guerra; i servidori forbirono le armi; i padroni caricarono le pistole pel caso di qualche scaramuccia, e alla domane si destarono smaniosi perchè ambedue si erano sognati che arrivavano troppo tardi per prender parte alla battaglia.

Nella mattina si sparse la voce che il principe di Condé avesse evacuata Bethune per ritirarsi a Carvin, lasciando però guarnigione nella prima di queste città; ma siccome codesta notizia nulla presentava di positivo, i due giovani risolsero di continuare il loro cammino verso Bethune, salvo a voltare a diritta viaggio facendo e dirigersi poi a Carvin.

L’ajo del conte di Guiche conosceva perfettamente il paese; in conseguenza ei propose di pigliare una scorciatoia ch’era in mezzo fra la via di Lens e quella di Bethune. Ad Ablain si ricercherebbero le informazioni opportune. Per Grimaud fu lasciato un itinerario.

La partenza ebbe luogo intorno alle sette della mattina.

Guiche, piuttosto caldo, diceva a Raolo:

«Eccoci in tre padroni e tre servi; i nostri servi sono ben armati, ed il vostro mi sembra deciso.

«Non l’ho mai veduto all’opra, rispose Raolo, ma è Bretone, e ciò promette assai.

«Sì, sì, e son certo che all’occasione tirerebbe la sua schioppettata. Io per me ho due uomini sicuri che hanno guerreggiato con mio padre; talchè insieme rappresentiamo sei combattenti. Se trovassimo una piccola truppa di partigiani uguale per numero alla nostra ed anco superiore, forse non faremmo una scarica?

«Sì, signore, rispose il visconte.

«Olà, giovanotti! disse l’ajo immischiandosi nella conversazione, cospetto! come andate alla lesta! e le mie istruzioni, signor conte? vi dimenticate che ho l’ordine di condurvi sano e salvo presso al signor Principe? Una volta che sarete all’armata, fatevi ammazzare se così vi piace, ma di qua a là vi prevengo che nella mia qualità di generale d’esercito comando la ritirata e volto le spalle al primo spennacchio che vedo».

Di Guiche e Bragelonne si guardarono sott’occhi e sorridendo. Tratto tratto s’incontravano piccole comitive che si ritiravano mandando avanti i loro bestiami, e trascinando nelle carrette o portando a braccia le lor robe più preziose.

Si giunse senza disgrazie sino ad Ablain. Ivi si cercarono notizie, e si seppe che il signor Principe aveva realmente abbandonato Bethune e se ne stava fra Cambrin e la Venthie. Allora si riprese, sempre lasciando a Grimaud la sua carta, una scorciatoja che in mezz’ora mise la piccola compagnia sulla sponda di un ruscelletto il quale va a gettarsi nella Lys.

Era un’amena contrada, troncata da belle valli verdi al pari dello smeraldo. Di quando in quando si trovavano piccoli boschi traversati dal sentiero su cui si andava. Ad ognuno di que’ boschi, in previsione di qualche imboscata l’ajo faceva ire innanzi i lacchè del conte che così formavano la vanguardia. L’ajo stesso e i due signorini rappresentavano il corpo d’armata, ed Olivain con la carabina sul ginocchio e gli occhi attenti invigilava da tergo.

Da un poco di tempo si scorgeva all’orizzonte una folta macchia. Il signor d’Arminges, pervenuto che fu a distanza di cento passi da quella, prese le sue precauzioni consuete, e mandò avanti i due domestici di Guiche.

Costoro dunque erano spariti sotto gli alberi; i due amici e il precettore, ciarlando e scherzando, li seguitavano da un centinaio di passi indietro. Olivain si manteneva a tergo ad ugual lontananza, quando ecco in un subito udirsi cinque o sei spari di moschetto. L’ajo gridò di far alto; i gentiluomini obbedirono e fermarono i cavalli. E nel medesimo momento si videro tornare indietro i due servi.

Guiche e Raolo, impazienti di conoscere la causa di quella fucilata, diedero di sprone per andar verso i domestici. D’Arminges correva appresso.

«Siete stati arrestati? domandarono con impeto il contino e il visconte.

«No, risposero i lacchè, è anzi probabile che nessuno ci abbia visti; gli spari hanno avuto luogo da cento passi più innanzi di noi, nel più folto della macchia, e siamo venuti in qua per domandar consiglio.

«Il mio consiglio, ed in caso di bisogno la mia volontà, fece il signor d’Arminges, si è di batter la ritirata; in questo bosco può celarsi un agguato.

«Dunque nulla avete veduto? chiese il conte ai suoi famigli.

«Mi è sembrato, rispose uno di costoro, di scorgere due cavalieri vestiti di giallo che scorrevano giù nel letto del ruscello.

«Così è! disse l’ajo, siamo caduti in una banda di Spagnuoli. Indietro, signori!»

I due giovani si consultarono con uno sguardo furtivo, e nell’istante si udì una pistolettata e tre o quattro grida che chiamavano ajuto.

Guiche e Bragelonne con un’altra occhiata fra loro ricambiata si accertarono che ognun di loro fosse nell’intenzione di non retrocedere, e siccome l’ajo aveva già fatto voltare il suo cavallo, si slanciarono avanti, urlando, Raolo: «Qua, Olivain, a me!» e il conte di Guiche: «Qua a me, Urbano e Blanchet!»

E prima che il precettore si fosse calmato dall’estremo stupore, erano già spariti nella selva.

Nell’atto che cacciavano gli sproni nel ventre ai palafreni impugnavano le pistole.

A capo a cinque minuti furono sul sito d’onde pareva fosse venuto il rumore. Allora cominciarono ad inoltrarsi più adagio e cautamente.

«Zitto! disse di Guiche, gente a cavallo!

«Sì, tre a cavallo, e tre smontati.

«Che fanno? lo vedete?

«Sì, direi che frugassero addosso ad un morto o ferito.

«Qualche vile assassinio!

«Eppure son soldati, fece Bragelonne.

«Ma partigiani, cioè ladroni.

«Tiriamo! disse Raolo.

«Tiriamo! ripetè di Guiche.

«Signori! esclamò l’ajo, in nome del cielo!....»

Ma quelli non gli davano retta; si erano già mossi a gara, e gli urli di d’Arminges non ebbero altro resultato che di far mettere all’erta gli Spagnuoli.

Tosto i tre cavalcanti si scagliarono ad incontrare i due nostri gentiluomini, mentre gli altri tre a piedi terminavano di spogliare i due viaggiatori.

Che in vece di un corpo disteso in terra ve n’erano due.

A distanza, di Guiche sparò pel primo, ma non colse l’uomo a cui mirava. Lo Spagnuolo che facevasi innanzi a Raolo sparò esso pure, e Raolo si sentì al braccio sinistro un dolore simile a quello di una frustata. Mandò egli la botta, e lo Spagnuolo, preso in mezzo al petto, stese le braccia e cadde supino sulla groppa del suo destriero, che, vinta la mano, girò da una parte e lo trasportò via.

Nel momento Raolo vide come a traverso a un nuvolo la canna di un moschetto che su di lui dirigevasi. Gli tornò in mente la raccomandazione di Athos, e con un moto rapido quanto il baleno fece impennare il suo animale e scoccò la botta.

Il cavallo fece un balzo, mancò dalle quattro zampe, e cascò imbarazzando sotto di sè la gamba di Raolo.

Lo Spagnuolo si slanciò afferrando lo schioppo dalla canna onde rompere col calcio la testa a Bragelonne.

Disgraziatamente, Raolo, nella sua situazione, non poteva levare la spada dal fodero, nè la pistola dalle saccoccie della sella; vide il calcio del fucile che gli stava più su del capo, e a suo malgrado era per chiuder gli occhi, ma di Guiche arrivò in un balzo addosso allo Spagnuolo e gli mise la pistola alla gola.

«Arrendetevi! gli disse, o siete morto!»

Al soldato scivolò di mano il moschetto, ed ei si arrese.

Guiche, chiamato uno dei suoi domestici, gli affidò la custodia del prigioniero, con ordine di abbruciargli il cervello se facesse il minimo atto onde fuggire; smontò sollecito e si accostò a Raolo.

«Affè, signor mio, gli disse Raolo ridendo, benchè nella sua pallidezza s’appalesasse la commozione inevitabile di un primo fatto; voi pagate prestissimo i vostri debiti, e non avete voluto restarmi obbligato per un pezzo. Senza di voi ero morto! aggiunse ripetendo le parole del conte.

«Il mio nemico, fuggendo, replicò di Guiche, mi ha data ogni facilità di venirvi a soccorrere. Siete ferito gravemente? vi veggo tutto insanguinato!

«Credo, rispose Raolo, di avere al braccio come uno sgraffio. Ajutatemi dunque a cavarmi di sotto al cavallo, e spero, che non vi sarà impedimento a che si continui il nostro viaggio».

Il signor d’Arminges ed Olivain erano digià a terra, e sollevavano il corsiero, il quale si dibatteva nell’agonia. Raolo riuscì a trarre il piede dalla staffa e la gamba di sotto all’animale, ed in un attimo si trovò ritto.

«Nulla di rotto? chiese di Guiche.

«No, grazie al cielo.... Ma che n’è stato dei disgraziati che quei manigoldi assassinavano?

«Siamo arrivati troppo tardi, gli hanno uccisi, secondo me, e sono scappati portando seco il loro bottino; i miei due servi sono accanto ai cadaveri.

«Andiamo a vedere se sono veramente morti o se si potesse dar loro assistenza, disse Raolo; Olivain, abbiamo ereditato due cavalli, ma io ho perduto il mio; prendete il migliore dei due per voi, e date a me l’altro».

E si appressarono al luogo ove giacevano le due vittime.

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