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XLVII…

Part 5 of 9 · Dumas, Alexandre, Maquet, Auguste · Public domain text

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Contents (88)
  1. Opening under 1 min
  2. I about 14 min
  3. II about 12 min
  4. III about 18 min
  5. IV about 13 min
  6. V about 6 min
  7. VI about 8 min
  8. VII about 11 min
  9. VIII about 9 min
  10. IX about 10 min
  11. X about 8 min
  12. XI about 13 min
  13. XII about 8 min
  14. XIII about 11 min
  15. XIV about 8 min
  16. XV about 12 min
  17. XVI about 11 min
  18. XVII about 14 min
  19. XVIII about 8 min
  20. XIX about 15 min
  21. XX about 15 min
  22. XXI about 13 min
  23. XXII about 18 min
  24. XXIII about 20 min
  25. XXIV about 11 min
  26. XXV about 14 min
  27. XXVI about 11 min
  28. XXVII about 7 min
  29. XXVIII about 11 min
  30. XXIX about 9 min
  31. XXX about 10 min
  32. XXXI about 7 min
  33. XXXII about 13 min
  34. XXXIII about 9 min
  35. XXXIV about 13 min
  36. XXXV about 7 min
  37. XXXVI about 7 min
  38. XXXVII about 15 min
  39. XXXVIII about 12 min
  40. XXXIX about 7 min
  41. XL about 10 min
  42. XLI about 8 min
  43. XLII about 11 min
  44. XLIII about 6 min
  45. XLIV about 11 min
  46. XLV about 15 min
  47. XLVI about 10 min
  48. XLVII about 24 min
  49. XLVIII about 13 min
  50. XLIX about 7 min
  51. L about 10 min
  52. LI about 15 min
  53. LII about 8 min
  54. LIII about 8 min
  55. LIV about 13 min
  56. LV about 16 min
  57. LVI about 11 min
  58. LVII about 13 min
  59. LVIII about 11 min
  60. LIX about 11 min
  61. LX about 6 min
  62. LXI about 8 min
  63. LXII about 10 min
  64. LXIII about 10 min
  65. LXIV about 11 min
  66. LXV about 14 min
  67. LXVI about 9 min
  68. LXVII about 9 min
  69. LXVIII about 14 min
  70. LXIX about 12 min
  71. LXX about 11 min
  72. LXXI about 10 min
  73. LXXII about 12 min
  74. LXXIII about 9 min
  75. LXXIV about 13 min
  76. LXXV about 15 min
  77. LXXVI about 18 min
  78. LXXVII about 10 min
  79. LXXVIII about 12 min
  80. LXXIX about 10 min
  81. LXXX about 11 min
  82. LXXXI about 18 min
  83. LXXXII about 14 min
  84. LXXXIII about 11 min
  85. LXXXIV about 7 min
  86. LXXXV about 6 min
  87. LXXXVI about 9 min
  88. LXXXVII about 1 h 24 min

Continue:

XLVII

Il Te Deum della vittoria di Lens.

Il movimento osservato da Enrichetta, e di cui invano ella ricercava il motivo, era cagionato dall’annunzio della vittoria di Lens del quale il signor Principe aveva fatto messaggiero il duca di Chatillon che in essa aveva avuta nobilissima parte, e che inoltre avea l’incarico di appendere alle vôlte di Nostra-Donna ventidue bandiere prese ai Lorenesi ed agli Spagnuoli.

La notizia era decisiva: troncava il litigio intavolato col Parlamento a favore della corte. Tutte le imposte sommariamente registrate ed a cui faceva opposizione il Parlamento si motivavano sempre con la necessità di sostenere l’onor della Francia e la speranza di battere il nemico. E siccome, dopo Nordlingen non si erano avute che delle sconfitte, restava campo al Parlamento onde interpellare Mazzarino su le vittorie ognor promesse e differite. Ma questa volta era seguita la pugna, v’era stato completo trionfo, e quindi ciascuno comprendeva esservi pella corte doppia vittoria, cioè all’interno e all’esterno, talmentechè persino il giovanetto re all’udire la nuova esclamava:

«Ah ah! signori del Parlamento, sentiremo ora che cosa direte!»

Per cui la regina si strinse al seno il regio fanciullo, i di lui sentimenti alteri e indomiti tanto bene si combinavano co’ suoi. E nella serata ebbe luogo un consiglio, chiamandosi a questo il maresciallo di La Meilleraie e il signor di Willeroy perchè dediti al Mazzarino, Chavigny e Seguier perchè odiavano il Parlamento, e Guitaut e Comminges perchè divoti alla regina.

Nulla si penetrò di quanto fosse deciso in quel consiglio, e solo si seppe che alla seguente domenica vi sarebbe Te Deum cantato a Nostra-Donna in onore della vittoria di Lens.

Nella domenica suddetta i Parigini si destarono in somma allegrezza. In quell’epoca un Te Deum era cosa grandissima; era molto accetta nel pubblico tal cerimonia, ed essa produceva il dovuto effetto. Il sole, come prendesse parte alla festa, sorgeva bello e splendido a indorare le oscure torri della metropoli digià piena d’immensa quantità di popolo, le strade le più buje della città-vecchia avevano una cert’aria da festa, e lungo gli argini si vedevano lunghe file di borghesi, artieri, donne e bambini, recarsi a Nostra-Donna, simili a un fiume che risalisse verso la sua sorgente.

Le botteghe erano abbandonate, le case chiuse, ciascuno aveva voluto mirare il giovine re con sua madre ed il famoso signor Mazzarino, pel quale si aveva tant’odio che nessuno intendeva privarsi della sua presenza.

Del resto fra l’immensa folla regnava la maggior libertà; tutte le opinioni si esprimevano apertamente, e per dir così suonavano a sommossa, conforme le mille campane di tutte le chiese suonavano a Te Deum. La polizia della città essendo esercitata dalla città stessa, nulla di minaccioso veniva a turbare il concerto dell’odio generale o a gelare le parole su quelle labbra maldicenti.

Frattanto, sin dalla mattina alle otto, il reggimento delle guardie della regina, comandato da Guitaut, e per secondo dal suo nepote Comminges, era venuto, preceduto da tamburi e trombe, a schierarsi dal Palazzo Reale fino a Nostra-Donna, la quale manovra i Parigini aveano veduta tranquillissimamente, curiosi com’e’ sono di splendide uniformi e di musica militare.

Friquet era in gran gala, e col pretesto di una flussione, che si era procurata momentaneamente col cacciarsi una quantità di noccioli di ciriegie da una parte della bocca, aveva ottenuto dal suo superiore Bazin la vacanza per tutta la giornata. Sul principio Bazin gliel’aveva ricusata, essendo di mal umore, prima per la partenza di Aramis ch’era andato via senza dirgli dove andasse, e poi per dover assistere a una messa detta in favore di una vittoria che non istava d’accordo colle sue opinioni (Bazin, noi ce lo rammentiamo, era un della Fronda, e se vi fosse stato caso che in tale solennità il bidello si assentasse come un semplice cantore, egli avrebbe di sicuro avanzata al superiore la stessa domanda che a lui si faceva); aveva ricusato, noi dicevamo, la richiesta vacanza, ma alla sua presenza si accrebbe cotanto la flussione di Friquet, che per l’onore del corpo dei cantori il quale sarebbe stato compromesso da siffatta deformità, finì col cedere benchè brontolando. Friquet arrivato sull’uscio aveva sputata la sua flussione, e mandato dalla parte di Bazin uno di quei gesti che rendono i monelli di Parigi superiori a tutti gli altri monelli dell’universo. E dell’osteria poi si era disbrigato naturalmente col dire che doveva servire la messa a Nostra-Donna.

Sicchè Friquet era libero, e conforme accennammo si era vestito col suo maggior lusso; teneva specialmente, come ornamento rimarchevole della sua persona una di quelle buffe indescrivibili che stanno framezzo al berretto del medio evo e al cappello dei tempi di Luigi XIII. La madre gli aveva fabbricato quel curioso copri-zucca, e forse per ghiribizzo o per mancanza di roba uniforme, si era mostrata poco premurosa di assortire i colori, in guisa che quel capolavoro di berretteria del secolo decimosettimo era da un lato giallo e verde, e dall’altro bianco e rosso. Bensì Friquet, stato sempre propenso per la varietà dei tuoni, se lo portava, ad onta di tutto questo, glorioso e trionfante.

Uscito d’appresso a Bazin, si mise a correre verso il Palazzo Reale; vi arrivò nel momento che ne veniva fuori il reggimento delle guardie; e siccome non era là per altro che per godere della vista di questo e profittare della musica, si piantò alla testa della truppa, battendo il tamburo con due pezzi di lavagne, e da tale esercizio passando a quello della trombetta, che contraffaceva naturalmente con la bocca in sì bella maniera da averne riscosso più di una volta grandi elogi per parte degli amatori dell’armonia imitativa.

Cotesto divertimento durò dalla barriera dei Sergenti sino alla piazza Nostra-Donna, e Friquet v’ebbe veramente piacere; ma quando il reggimento si fermò, e le compagnie distendendosi penetrarono fino nel cuore della città-vecchia, mettendosi in fila all’estremità della via San Cristoforo, vicino alla strada Cocatrix dove abitava Broussel, allora Friquet, ricordandosi di non aver fatto colazione, cercò da che lato potrebbe volgere il passo onde adempiere a quell’atto importantissimo della giornata, ed avendovi maturamente riflettuto decise che dovesse toccare al consigliere Broussel di provvedere a quel suo piccolo pasto.

In conseguenza prese lo slancio, giunse ansante e affannoso davanti al portone del consigliere, e bussò forte.

Sua madre, vecchia serva di Broussel, venne subito ad aprire.

«Che vieni tu a far qui, biricchino? essa disse, e perchè non sei a Nostra-Donna?

«C’ero, mamma mia, rispose Friquet, ma ho visto che succedevano cose che andavano avvisate a messer Broussel, e col permesso del signor Bazin, sapete pure, mamma, Bazin il bidello, son corso qua per parlare al signor Broussel.

«E che gli vuoi dire, scimmiotto?

«Vuo’ discorrere proprio con lui.

«Non è possibile, è al lavoro.

«Dunque aspetterò».

E Friquet a cui questo tornava in acconcio, dacchè troverebbe modo d’impiegare il tempo, salì alla lesta la scala, che la madre faceva molto più adagio andandogli dietro.

«Ma insomma, domandò questa, che vuoi dal signor Broussel?

«Gli vuo’ dire, rispose Friquet urlando quanto più forte potesse, che v’è tutto l’intero reggimento delle guardie che se ne viene per in qua; e siccome ho sentito a dir dappertutto che in corte v’erano cattive disposizioni contro di lui, lo voglio avvertire perchè stia ben cauto».

Broussel udì le grida di quel bricconcello, e, contentissimo del di lui zelo, scese al primo piano, giacchè infatti lavorava nel suo gabinetto del secondo.

«Eh! caro mio, gli disse, che c’importa del reggimento delle guardie? sei matto a venire a far tanto chiasso? non sai che è uso di agire come agiscono quei signori, e che il reggimento è solito a schierarsi ove deve passare il re?»

Friquet s’infinse da nescio, e girandosi fra le dita la berretta nuova, rispose:

«Non è miracolo che le sappiate voi, signor Broussel, che sapete ogni cosa, ma io, in verità di Dio benedetto, non lo sapevo, e ho creduto di darvi un buon avviso; non v’avete ad adirar con me, signor Broussel.

«Anzi, ragazzo mio, al contrario, mi piace la tua premura.... Ehi! (ordinò alla serva) pigliate un po’ le albicocche che ci mandò jeri da Noisy madama di Longueville, e datene una mezza dozzina al vostro figliuolo con un pezzo di pan fresco.

«Ah! grazie grazie, signor Broussel! giusto! mi piaccion tanto le albicocche!»

Il consigliere allora passò dalla moglie, e chiese la colazione. Erano le nove e mezza.

Si affacciò alla finestra. La strada era deserta, ma da lontano si udiva, come il rumore della marea, il susurrare delle onde popolari che già già crescevano attorno a Nostra Donna.

E lo strepito si raddoppiò allorchè d’Artagnan capitò con una compagnia di moschettieri ad impostarsi alle porte della chiesa per far della medesima il servizio interno. Egli aveva detto a Porthos di profittare dell’occasione per essere spettatore della cerimonia, e Porthos in gran tenuta, si mise sul più bello de’ suoi cavalli, facendo da moschettiere onorario, secondo in addietro spesso avea fatto d’Artagnan. Il sergente della compagnia, vecchio soldato delle guerre di Spagna, aveva riconosciuto Porthos suo antico compagno, ed informati prestamente tutti quanti eran sotto ai suoi ordini delle alte gesta di quel gigante, onore dei moschettieri di Tréville, e Porthos non solo era stato bene accolto, ma anco considerato con ammirazione.

Alle dieci ore il cannone del Louvre annunziò l’uscire del re.

Un movimento, simile a quello di alberi, le cui cime sieno tormentate e curvate da un vento burrascoso, corse in fra la moltitudine, che si agitò di dietro ai fucili immobili delle guardie.

Comparve finalmente il re con la regina in una carrozza tutta dorata. Lo seguivano altre dieci carrozze che racchiudevano le dame d’onore, gli ufficiali del regio palazzo e tutta la corte.

«Viva il re!» fu gridato per ogni banda.

Il giovine sovrano mise gravemente il capo fuor dello sportello, fece un cenno di riconoscenza, e salutò anco un tantino, lo che aumentò gli urli della folla.

Il corteggio avanzò con lentezza, ed impiegò quasi mezz’ora per passare lo spazio che separa il Louvre dalla piazza di Nostra-Donna; ed ivi giunto, si recò a poco a poco sotto l’immensa vôlta dell’oscura metropoli, e si diede principio al servizio divino.

Nel punto in cui la corte si poneva al suo posto, una carrozza con le armi di Comminges abbandonò la fila di quelle della corte stessa, e venne adagio a situarsi in fondo alla via di San Cristoforo del tutto deserta. Colà arrivata, quattro guardie ed un birro, che la scortavano, vi salirono dentro e ne serrarono le stuoje, e poi prevalendosi della poca luce prudentemente riserbatasi, il birro si applicò a far la posta su per la strada Cocatrix, quasi attendesse che avesse a capitare qualcuno.

Tutti erano occupati della cerimonia, talmente che non si badò alla vettura, nè alle precauzioni di coloro che in essa stavano.

Friquet, i di cui occhi sempre attenti erano i soli che potessero accorgersene, era andato a godersi le albicocche sul cornicione di una casa dell’atrio di Nostra Donna, e di là vedeva il re, la regina e il signor Mazzarino, e sentiva la messa come l’aveva servita.

Verso il finir della funzione, la regina osservando che Comminges in piedi vicino a lei attendeva la conferma dell’ordine da essa già datogli avanti di partirsi dal Louvre, gli disse sotto voce:

«Andate, Comminges, e Dio vi assista».

E Comminges si mosse subito, uscì di chiesa, ed entrò nella via di San Cristoforo.

Friquet, ch’ebbe adocchiato quel bell’offiziale a camminare così seguito da due guardie, si divertì a andargli appresso, e ciò con tanto più di allegria dacchè la cerimonia essendo appunto terminata il re saliva di nuovo nel suo cocchio.

Il birro, appena vide apparire Comminges all’estremità della via Cocatrix, disse due paroline al cocchiere, e questi, messa tosto in moto la sua macchina, lo condusse dinanzi alla porta di Broussel.

Comminges bussava al portone precisamente nell’atto che vi si fermava la vettura.

E Friquet, dietro a Comminges, attendeva che quello si aprisse.

«Che fai costà, sguajato? domandò Comminges.

«Aspetto per entrare da messer Broussel, signor uffiziale, disse Friquet col tuono carezzevole che sanno assumere all’occorrenza i ragazzacci di Parigi.

«Abita veramente qua?

«Signor sì.

«E che piano occupa?

«Tutto il casamento.... gli è tutto suo.

«Ma per solito dove sta?

«Per lavorare al secondo piano, ma per mangiare scende al primo; adesso dev’essere a pranzo, giacchè è mezzogiorno.

«Bene, bene».

Nell’istante fu aperto. L’ufficiale interrogò il servitore, e seppe che Broussel era in casa e realmente desinava. Egli salì appresso il servitore, e Friquet salì appresso a lui.

Broussel era a tavola con la sua famiglia, avendo dirimpetto la moglie, accanto le due figliuole, ed in fondo alla mensa suo figlio, Louvieres, che noi già vedemmo nella circostanza della disgrazia accaduta per la strada al consigliere, e da cui questi erasi già rimesso in salute.... E appunto perchè tornato in sanità, assaggiava le ottime frutta mandategli da madama di Longueville.

Comminges, che aveva trattenuto il braccio al domestico mentre questo voleva schiudere l’uscio per annunziarlo, lo schiuse da per sè e si trovò davanti a quel quadro di famiglia.

All’aspetto dell’uffiziale Broussel si agitò alquanto, ma poichè esso lo salutava cortesemente, si alzò e salutò egli pure. Ciò non ostante, e ad onta delle scambievoli cortesie, in viso alle donne comparve qualche inquietezza, Louvieres impallidì ed attese che l’uffiziale si spiegasse.

«Signore, disse Comminges, io son latore di un ordine del re.

«Benissimo, rispose Broussel, che ordine è egli?»

E porgeva la mano.

«Ho l’incarico d’impossessarmi della vostra persona, continuò l’altro col medesimo tuono e con la stessa gentilezza, e se date ascolto a me, vi risparmierete l’incomodo di leggere questa lunga lettera e verrete meco».

Una saetta che fosse caduta framezzo a quelle buone genti tranquillamente radunate non avrebbe prodotto effetto più terribile.

Broussel retrocedè tremando. Era in quell’epoca cosa funestissima l’essere carcerato per nimicizia del re. Louvieres fece un atto come per afferrare la sua spada ch’era sopra una sedia in un canto del salotto, ma un’occhiata del bravo consigliere, che fra tutto quell’imbroglio non perdeva il giudizio, l’obbligò a trattenersi; la signora Broussel, lontana dal marito soltanto di quanto era larga la mensa, diede in dirotto pianto; le fanciulle si tenevano stretto il padre fra le braccia.

«Orsù, disse Comminges, sollecitiamoci; bisogna obbedire al re.

«Signore, rispose Broussel, sono indisposto di salute, e non posso costituirmi prigione in questo stato: domando tempo.

«Non è possibile, l’ordine è formale, e deve eseguirsi subito.

«Non è possibile! replicò Louvieres; signore, badate di non ridurci alla disperazione!

«Non è possibile!» urlò una voce acuta di fondo alla stanza.

Comminges si girò, e vide la Gervasia con la granata in mano e gli occhi infuocati dalla collera.

«Gervasia cara, siate quieta, ve ne prego! disse il consigliere.

«Star quieta, io, quando arrestano il mio padrone, il sostegno, il liberatore, il padre del povero popolo!.... Oh sì, mi conoscete benino! Volete andar via? gridò la serva a Comminges».

Questi sorrise.

«Animo, signore, disse a Broussel, fate tacere questa donna, e seguitemi.

«Farmi tacere! me?.... ripicchiava Gervasia, oh, ci vuol altro che voi, bell’uccello del re! ora vedrete».

E si slanciò alla finestra e la spalancò, e con voce sì penetrante da udirsi fino nell’atrio di Nostra-Donna, strillò:

« Ajuto! arrestano il mio padrone! arrestano il consigliere Broussel! ajuto!

«Signor mio, fece Comminges, dichiaratevi prontamente: obbedite, o volete far ribellione al re?

«Obbedisco! obbedisco! esclamò Broussel: procurando liberarsi dagli amplessi delle figliuole e con lo sguardo frenare il figlio sempre pronto a sfuggirgli.

«Allora dunque imponete silenzio a questa vecchia.

«Ah! vecchia, vecchia! strepitò Gervasia».

Ed affacciatasi, e reggendosi alle sbarre della finestra, strillava più che mai:

«Ajuto, ajuto! per messer Broussel! lo arrestano perchè ha difeso il popolo! ajuto!»

Comminges prese la serva per la vita e pretendeva levarla dal suo posto; ma nel momento si udì in guisa di falsetto da una sorta di mezzanino scaturire le strida:

«Fuoco! assassini! ammazzano il signor Broussel! scannano il signor Broussel!»

Era Friquet. E la Gervasia, sentendosi meglio sostenuta, rinforzò gli urli e fece coro completo.

Già a’ balconi si mostravano visi curiosi; accorreva la plebe richiamata alla fine della contrada; prima uomini, poi comitive, e dopo la calca; si sentiva lo strepito, si vedeva una vettura, e nessuno capiva. Friquet saltò dal mezzanino sull’imperiale del legno.

«Vogliono arrestare il signor Broussel! gridò; nella carrozza vi sono le guardie, e l’uffiziale è lassù!»

La moltitudine, raccoltasi, mormorò, susurrò, e si accostò ai cavalli. Le due guardie rimaste nell’andito salirono a dar soccorso a Comminges; quelle ch’erano nel legno aprirono lo sportello ed incrociarono le lancie.

«Li vedete! esclamava Friquet, li vedete? eccoli! eccoli!»

Il cocchiere, voltatosi, diede a Friquet una buona frustata che lo fece urlare dal dolore.

«Ah! vetturino del diavolo! disse questo, ti ci mescoli anco tu! aspetta, aspetta!»

E reduce nel mezzanino, scagliò sul degno auriga quanti projettili potè ritrovare.

A malgrado delle ostili dimostrazioni delle guardie, e forse anzi a motivo di tali dimostrazioni, la folla si diede a schiamazzare e si appressò ai cavalli. Le guardie fecero indietreggiare i più facinorosi a suon di lanciate.

E cresceva il tumulto; e la strada non era più capace a contenere gli spettatori che pullulavano da ogni banda; e la calca ingombrava persino lo spazio che fra loro e la carrozza formavano le terribili picche. I soldati, respinti come da muraglie viventi, sarebbero a momenti schiacciati: fra le assi delle ruote e li sportelli delle vetture. Il grido: «In nome del re!» ripetuto ben venti fiate dal birro, a nulla giovava contro quella tremenda moltitudine, ed al contrario pareva vieppiù la esacerbasse; ed ecco udendo: «In nome del re!» scagliarsi un cavaliero, ed al mirare uniformi maltrattate, avventarsi fra la mischia, con la spada in mano, e recare alle guardie inattesa assistenza.

Il cavaliere era un giovane di quindici a sedici anni, fatto pallido dalla collera. Smontò al pari delle altre guardie, si appoggiò al timone del legno, del suo cavallo si fece un baluardo, cavò dalle saccoccie le pistole e se le pose alla cintura, e cominciò a dar di spada come uno a cui fosse familiare il maneggiar codest’arme.

Per una diecina di minuti, esso solo e da sè, resse agli sforzi di tutta la gente.

Allora fu visto arrivare Comminges che spingeva avanti Broussel.

«Facciamo in pezzi la carrozza! gridava il popolo.

«Ajuto! gridava la vecchia.

«Assassini! gridava Friquet, buttando addosso alle guardie quanto gli capitava fra le mani.

«In nome del re! gridava Comminges.

«Il primo che si avanza è morto! gridò Raolo, il quale, veggendosi incalzato, fe’ sentire la punta della sua spada ad una specie di gigante ch’era in procinto di schiacciarlo, e che per la ferita fattagli rinculò mugolando».

Imperciocchè era appunto Raolo, che tornando da Blois, conforme avea promesso al conte di la Fère, dopo un’assenza di cinque giorni, avea voluto godere del colpo d’occhio della cerimonia, ed aveva preso dalle strade che più direttamente lo avrebbero condotto a Nostra-Donna. Giunto nelle vicinanze della via Cocatrix, erasi trovato trascinato dall’onda popolare, e al detto di: «In nome del re!» ricordandosi quello di Athos: «servite al re», accorreva a combattere pel re di cui si maltrattavano le guardie.

Comminges gettò per dir così Broussel nella carrozza e si slanciò dietro a questi. Nel momento s’intese una archibugiata, una palla attraversò da cima a fondo il cappello a Comminges e ruppe il braccio ad une guardia. Comminges alzò il capo, e vide in mezzo alla finestra la faccia minacciosa di Louvieres che lo guardava dal secondo piano.

«Ah ah! gli disse, va bene, sentirete parlare di me!

«E anche voi, rispose Louvieres, e si vedrà chi parlerà più forte».

Friquet e la Gervasia strillavano sempre; le grida, lo sparo, l’odore della polvere, tanto atto ad eccitare, facevano effetto.

«A morte l’uffizlale! a morte! urlò la folla».

E vi fu grande agitazione.

«Un passo di più, esclamò Comminges calando le stuoje onde si distinguesse bene dentro al legno ed appoggiando la spada sul petto al consigliere; un passo di più e ammazzo il prigioniero. Ho ordine di portarlo o vivo o morto, lo porterò morto e sarà finita».

Echeggiò un grido terribile. La moglie e le figlie di Broussel stendevano in atto supplice le mani verso il popolo.

Il popolo comprese che l’uffiziale tanto pallido, ma che parea sì risoluto, farebbe come aveva detto; seguitò a minacciare, ma si trasse indietro.

Comminges fece salir seco nel legno la guardia ferita, e ordinò alle altre di chiudere lo sportello.

«Di galoppo al palazzo!» ordinò poi al cocchiere mezzo morto.

Questo frustò, e gli animali si apersero ampio varco tra la calca. Però, arrivati allo scalo, bisognò fermarsi. La vettura ribaltò, i cavalli erano trasportati, pigliati, acciaccati dalla gente. Raolo a piedi, non avendo avuto agio di montar di nuovo in sella, stanco di menar colpi di piatto della spada, come le guardie di darne col piatto delle lame, cominciavano a far uso della punta. Però questo tremendo ed ultimo compenso non poteva far altro che inasprire la moltitudine. Tratto tratto si principiava a veder anche a rilucere tra questa o la canna di un moschetto o la lama di una sciabola; si udivano delle schioppettate, che, quantunque tirate per aria, scuotevano il cuore a tutti, e proseguivano a piovere dai balconi i projettili. Si ascoltavano voci che si odono soltanto nei giorni di sommossa, si miravano volti che solo si veggono nei giorni più sanguinolenti. Le grida: a morte le guardie! nel fiume l’uffiziale! ricoprivano quel tumulto ancorchè immenso. Raolo, con il cappello tutto guastato, il viso insanguinato, sentiva che non solo le forze ma anco la ragione cominciavano ad abbandonarlo; i suoi occhi si avvolgevano in densa nebbia rossiccia, ed a traverso a questa scorgeva cento braccia accanite stendersi incontro a lui pronte ad afferrarlo appena cadesse. Comminges si strappava per la rabbia i capelli nella vettura ribaltata. Le guardie non potevano dar ajuto a veruno, occupate ciascune alla propria difesa. Era finita! il legno, cavalli, militi, satelliti e prigioniero forse anche tutti, stavano sul punto di esser ridotti in pezzi.... Ma ad un tratto suonò una voce a Raolo ben cognita, e brillò per aria una larga spada, e nel medesimo istante la folla si diradò, bucata, atterrata, schiacciata, e un ufficiale dei moschettieri, battendo e tagliando a destra e a manca, corse inverso a Raolo, e lo prese fra le sue braccia nel momento ch’esso era per cadere.

«Cospettone! esclamò l’ufficiale, lo hanno dunque assassinato! oh in tal caso, guai a loro! guai!»

E si volse in atto sì spaventevole per forza e per collera, che i più accaniti ribelli si buttarono uno sull’altro onde fuggire, e ve ne furono taluni che rotolarono persino nella Senna.

«Signor d’Artagnan! balbettò Bragelonne.

«Sì, cospettone! io in persona, e, secondo pare, per vostra buona sorte, amico mio.... Ehi! qua voi altri! urlò d’Artagnan, drizzatosi sulle staffe ed alzando la spada, chiamando colla voce e col gesto i moschettieri, che non aveano potuto seguirlo tanto era stata rapida la sua corsa; Ehi! animo! sgombrate tutta questa gente! ai moschetti! portate, armi! caricate, armi!»

A quei comando i monti di plebe si abbassarono sì improvvisamente che d’Artagnan non potè frenarsi dal ridere.

«Grazie, d’Artagnan, disse Comminges, mostrandosi per metà dello sportello della vettura andata giù, grazie, mio giovane gentiluomo.... Il vostro nome? acciò io lo riferisca alla regina».

Raolo si accingeva a rispondere. D’Artagnan gli si chinò all’orecchio.

«Tacete, gli disse, e lasciate che risponda io».

E girandosi a Comminges:

«Comminges, non perdete il tempo; uscite dal legno se potete, e fatene avanzare un altro.

«Ma quale?

«Per Diana! il primo che passi sul Ponte-Nuovo; quei che vi saran dentro si stimeranno fortunatissimi di prestare la loro carrozza pel servizio del re.

«Ma non saprei.... fece Comminges.

«Andate, andate! o che fra cinque minuti torneranno tutti que’ villani con spade o fucili; vi ammazzeranno e libereranno il vostro prigioniero.... Andate!.... Oh! appunto, ecco una vettura che viene di laggiù».

Ed abbassatosi da capo, d’Artagnan avvertì Raolo all’orecchio:

«E soprattutto, non date il vostro nome!»

Bragelonne lo guardava attonito.

«Va benissimo, io corro, replicò Comminges, e se ritornano fate fuoco.

«No, no! si oppose d’Artagnan, anzi, nessuno si muova; uno sparo fatto in questo momento si pagherebbe troppo caro domani».

Comminges prese seco le sue quattro guardie e altrettanti moschettieri, e volò incontro alla vettura; ne fece smontare quei che l’occupavano e li ricondusse vicino all’altra ribaltata.

Ma quando si dovè trasportare Broussel dal legno rotto nell’altro, il popolo, al vedere colui che chiamava suo liberatore, diede urli da non idearsi, e si avventò nuovamente addosso alla carrozza.

«Partite, disse d’Artagnan, ecco dieci moschettieri per accompagnarvi, io ne ritengo venti per tenere a freno la gente; andate, non perdete un istante! Dieci uomini pel signor di Comminges!»

E tanti uomini, quanti ei ne avea destinati, separatisi dalla truppa si fecero attorno alla nuova vettura, e mossero di galoppo con essa.

Al partirsi della quale crebbero le strida; e più di diecimila uomini si affollavano sull’argine, ingombrando il Ponte-Nuovo e le strade adjacenti.

Vi furono alcune schioppettate, un moschettiere restò ferito.

«Avanti! avanti! gridò il nostro tenente arrabbiato e mordendosi i baffi».

E co’ suoi venti soldati fece una scarica su tutto quel popolo, che scappò spaventato.

Un solo uomo rimase al suo posto coll’archibugio in mano.

«Ah! disse, sei tu che già volevi assassinarlo! aspetta!»

Ed abbassò l’arme verso d’Artagnan, il quale gli correva incontro di triplice galoppo.

D’Artagnan si chinò sul collo del proprio destriero. Il giovane fece fuoco; la palla tagliò la penna del suo cappello.

Il corsiero, infuriato, urtò l’imprudente che credeva di poter trattenere da solo una tempesta, e lo mandò a cadere a ridosso al muro.

D’Artagnan fermò in tronco il suo cavallo, e mentre i suoi moschettieri continuavano a caricare, tornò, alzando la spada, su colui che aveva atterrato.

«Ah signore! esclamò Raolo, ravvisando il giovane per averlo veduto nella via Cocatrix, abbiategli riguardo, è suo figlio!»

D’Artagnan si frenò; aveva il braccio pronto a colpirlo.

«Ah! siete suo figlio? esso disse, allora è tutt’altro.

«Signore, mi arrendo, rispose Louvieres, porgendo all’ufficiale il suo fucile scarico.

«Eh no, per Dio! non vi arrendete; anzi scappate e alla lesta; se vi prendono, sarete impiccato».

Quegli non se lo fece dire due volte; passò sotto il collo del destriero e disparve sul canto della via Guénégaud.

«Affè! disse d’Artagnan a Raolo, mi avete trattenuto a tempo; era un uomo bell’e morto, e davvero, quando avessi saputo chi egli era, avrei provato rammarico di averlo ucciso.

«Ah signore! replicò Bragelonne, permettete che dopo avervi ringraziato per quel povero ragazzo io vi ringrazii per me; anch’io era in procinto di morire quando siete capitato.

«Piano, piano, amico mio, disse d’Artagnan, non vi stancate a parlare».

E tolta dalla sacca della sella una boccia ricolma di vino di Spagna, soggiunse:

«Bevete un sorso di questa roba».

Raolo bevve, e voleva rinovare i ringraziamenti.

«Mio caro, disse d’Artagnan, ne parleremo poi».

Ed accortosi che i moschettieri aveano sgombrato l’argine del Ponte-Nuovo sino a quel di San Michele, e tornavano indietro, levò su la spada acciò si sollecitassero.

Coloro arrivarono di trotto; nel medesimo tempo, dal lato opposto, giungevano i dieci di scorta dati da d’Artagnan a Comminges.

«Olà, gridò d’Artagnan a costoro, v’è qualcosa di nuovo?

«Signore, rispose il sergente, la loro carrozza è ita in pezzi da capo; l’è una vera maledizione!»

D’Artagnan si strinse nelle spalle.

«Non han giudizio, disse; quando si sceglie una vettura la deve esser buona e forte; quella con cui si arresta un Broussel deve essere capace a portare dieci mila uomini.

«Che ci comandate, tenente?

«Prendete il distaccamento, e conducetelo al quartiere.

«E voi, vi ritirate solo?

«Sicuro! non crederete mica che abbia bisogno di scorta!

«Ma per altro....

«Andate là!....»

I fucilieri si partirono, e d’Artagnan restò solo con Raolo.

«E adesso, soffrite? gli domandò.

«Si, ho la testa grave, e che mi piglia fuoco.

«E che avete su codesta testa?...»

D’Artagnan tirò su il cappello, e disse:

«Ah! ah! una contusione!

«Sì.... credo che mi sia stato gettato sul capo un vaso di fiori.

«Canaglia!.... Ma avete gli sproni!.... dunque eravate a cavallo?

«Sì, ma ero smontato per difendere il signor di Comminges, ed il cavallo mi è stato tolto.... Oh! eccolo!....»

Difatti nel momento passava il corsiero di Raolo su cui era Friquet, il quale, andando di galoppo, agitava per aria la berretta di quattro colori, e gridava:

«Broussel! Broussel!

«Ehi, briccone! fermati! urlò d’Artagnan, e porta qua codesta bestia!....»

Friquet udì benissimo, ma fece da sordo, e procurò di seguitare avanti.

Per un poco d’Artagnan ebbe voglia di andargli appresso; ma non gli parve opportuno lasciar solo Raolo; e quindi si limitò a cavar fuori una pistola e caricarla.

Friquet aveva l’occhio accorto e l’orecchio fino; vide il gesto del tenente, udì il rumore del grilletto, fermò di botto il palafreno.

«Oh! siete voi, signor uffiziale, esclamò venendo inverso d’Artagnan! davvero, ho caro d’incontrarvi».

Il tenente guardò attento Friquet, e ravvisò il ragazzaccio della via della Calandra.

«Ah! disse, sei tu, briccone? vien qua.

«Sì, son io, signor militare, rispose lo sguajato con i suoi modi sdolcinati.

«Dunque hai cambiato mestiere? dunque non sei più cantore di chiesa? dunque non sei più garzone di osteria? dunque sei ladro di cavalli?

«Uh, signor uffiziale! e s’ha egli a dir codesto? s’ha egli a dire? esclamò Friquet, cercavo il gentiluomo padrone di questo animale, bel cavaliero veh! coraggioso come un Cesare. (E fingeva veder allora Bragelonne per la prima volta) Ohi! non m’inganno, eccolo qua!.... Signore, non vi scorderete mica del garzone, eh?»

Raolo si mise la mano nel borsellino.

«Che volete fare? gli domandò d’Artagnan.

«Dar dieci lire a questo buon ragazzo, rispose Raolo».

E cavava fuori di tasca una doppia.

«Dieci pedate nella pancia! urlò d’Artagnan. Va via, monello! e rammentati che so dove tu abiti».

Friquet, che non si aspettava di uscirne tanto bene, fece un salto solo dall’argine alla via Delfina, e là sparì affatto.

Raolo montò a cavallo; d’Artagnan avea cura di lui come fosse suo figlio, ed entrambi, andando di passo, s’incamminarono verso la Strada Tiquetonne.

Durante il tragitto, vi furono e mormorio e minaccie da lontano, ma all’aspetto di quell’ufficiale, di portamento tanto militare, al mirare la terribile spada che gli pendeva dal pugno, tutti si discostarono, e non fu fatto sul serio verun tentativo contro i due cavalcanti.

Talchè giunsero dessi, senza disgrazie, all’albergo del Granchio.

La bella Maddalena partecipò a d’Artagnan qualmente era tornato Planchet conducendo con sè Mousqueton, che aveva sopportata eroicamente l’estrazione della palla e stava bene per quanto lo comportava la sua situazione.

Allora d’Artagnan ordinò si chiamasse Planchet; ma Planchet, benchè chiamato, non comparve. Era sparito.

«Dunque si porti del vino, comandò d’Artagnan».

E il vino essendogli recato, ed egli rimasto solo con Raolo, domandò a questo guatandolo sottocchi:

«Siete contento di voi stesso?

«Eh sì! rispose Bragelonne, e’ mi pare di aver fatto l’obbligo mio. Non ho difeso il re?

«E chi vi ha detto di difendere il re?

«Oh! il signor conte di la Fère in persona.

«Sì, il re; ma oggi non avete difeso il re, ma bensì il Mazzarino, lo che non è lo stesso.

«Però, signore....

«Giovanotto, avete fatto uno sproposito, vi siete ingerito in cose che non vi riguardano.

«Eppure voi....

«Oh! per me gli è tutt’altro; io ho dovuto obbedire agli ordini del mio capitano. Il capitano vostro è il signor Principe: lo capite? non ne avete altri... Ma s’è visto mai (continuava il tenente) una testa sventata simile, che è per farsi partigiano del Mazzarino e dà ajuto ad arrestare Broussel?.... almeno non fate motto su questo imbroglio, o che il conte di la Fère andrebbe sulle furie.

«Credete che il signor conte sarebbe meco adirato?

«Se lo credo! ne sono sicuro. Se no vi ringrazierei, giacchè in sostanza avete lavorato per noi. E perciò vi rimprovero in luogo e vece di lui, e statene persuaso, la tempesta sarà più mite. E poi, mio caro giovanotto, io mi prevalgo del privilegio concessomi dal vostro tutore.

«Non v’intendo, disse Raolo».

D’Artagnan si alzò, e tolta dallo stipo una lettera, a lui la porse.

Tosto che Raolo v’ebbe data una scorsa gli si fe’ torvo lo sguardo.

«Oh mio Dio! (e volgeva sul tenente i begli occhi gonfi di pianto) dunque il signor conte ha abbandonato Parigi senza vedermi!

«È partito da quattro giorni.

«Ma dalla sua lettera sembra si accenni ch’ei si espone a rischio mortale?....

«Oh sì! rischio mortale a lui!.... non ci pensate: viaggia per affari, e sarà reduce in breve.... spero che non abbiate ripugnanza ad accettarmi come suo facente funzioni.

«Ah no, signor d’Artagnan! voi siete un sì prode gentiluomo! il conte di la Fère vi ama tanto!

«Or bene, amatemi anche voi; non vi tormenterò, ma con patto che siate addetto alla Fronda, e per bene addetto alla Fronda!

«Posso bensì seguitare a frequentare la signora di Chevreuse?

«Eh sì, per Bacco! e anche il Coadjutore, e anche madama di Longueville; e se fosse qua il buon uomo Broussel, al di cui arresto avete contribuito sconsideratamente, vi direi: Fate presto le vostre scuse a messer Broussel e dategli un bacio sopra ognuna delle guancie.

«Allora, signor mio, vi obbedirò sebbene non vi capisca.

«È inutile che m’intendiate. A voi (disse d’Artagnan volgendosi verso l’uscio apertosi nel momento), ecco il signor du Vallon che capita qui con le vesti tutte lacere.

«Sì, fece Porthos, che grondava di sudore ed era carico di polvere, sì, ma in compenso ho lacerata la pelle a molti.... Quei prepotenti non mi volevano levare la spada? Capperi! che agitazione popolare! (proseguiva il gigante con la sua calma usitata), ma io ne ho accoppata una ventina e più col pomo di Balizarda.... D’Artagnan, qua un dito di vino.

«Oh! mi rapporto a voi; gli rispose il Guascone empiendogli il bicchiere sino all’orlo, bensì dopo che avrete bevuto, ditemi la vostra opinione».

Porthos inghiottì tutto in un sorso; e posato il bicchiere sulla tavola, e succiatesi le basette, domandò:

«Su che cosa?

«Sentite, disse d’Artagnan: ecco il signor di Bragelonne che ad ogni patto voleva dar mano all’arresto di Broussel, e che a stento io ho potuto trattenere dal difendere Comminges.

«Perdinci! esclamò Porthos, e che avrebbe detto il tutore se lo avesse saputo?....

«Vedete? interruppe d’Artagnan, amico mio, datevi alla Fronda, e pensate che io sono subentrato al conte in tutto e per tutto».

E fece suonare la borsa.

Indi giratosi verso il compagno:

«Venite, Porthos, sì o no?

«Dove? chiese questi mescendosi un bicchier di vino.

«A presentare i nostri omaggi al ministro».

Porthos s’ingojò il secondo bicchiere con la medesima pace che il primo, riprese il cappello che avea posato sopra una seggiola, e andò con d’Artagnan.

Raolo restò là sbalordito da quanto aveva veduto, essendogli vietato da d’Artagnan di muoversi dalla stanza prima che fosse calmata ogni agitazione.

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XLVIII

Il mendico di Sant’Eustachio.

D’Artagnan aveva calcolato ciò che faceva non recandosi immediatamente al Palazzo Reale; aveva dato tempo a Comminges di trasferirvisi prima di lui, e in conseguenza di dar parte al ministro degli eminenti servigi ch’egli stesso, d’Artagnan ed il suo amico, avevano renduti nella mattinata al partito della regina.

Quindi ambedue furono accolti egregiamente da Mazzarino, il quale fece ad essi moltissimi complimenti, ed annunziò come ciascun di loro era più che a mezza strada di quel che bramava, cioè a dire d’Artagnan del capitanato, e Porthos della baronia.

D’Artagnan avrebbe preferito a tutto questo danari, perocchè sapeva che il Mazzarino era facile a promettere e duro a mantenere, talchè stimava le promesse di Sua Eccellenza come cibo di poca sostanza; ma non ostante si mostrò soddisfatto davanti a Porthos cui bramava di non far perdere il coraggio.

Intanto che i due amici erano presso al ministro, la regina li fe’ ricercare. Mazzarino pensò che sarebbe un mezzo di accrescere lo zelo de’ suoi due difensori il procacciare ad essi i ringraziamenti della sovrana in persona, e accennò loro che andassero seco. D’Artagnan e Porthos gli mostrarono i loro abiti polverosi e laceri, ma il Mazzarino, tentennando il capo, rispose:

«Codesto vestiario è da meglio di quello di quanti cortigiani troverete dalla regina, poichè è vestiario da battaglia».

D’Artagnan e Porthos obbedirono.

La corte della regina Anna era allegra e clamorosa, conciossiachè, in conclusione, dopo riportata una vittoria sullo Spagnuolo, un’altra se n’era ottenuta sul popolo; Broussel era stato condotto fuori di Parigi senza resistenza, ed oramai doveva essere nelle prigioni di San Germano, e Blancmesnil, arrestato nel medesimo tempo, ma senza chiasso nè difficoltà, era carcerato nel castello di Vincennes.

Comminges se ne stava al fianco alla regina, la quale lo interrogava sui dettagli della sua impresa, e ciascuno ascoltava il suo racconto, quando ecco gli venne fatto di vedere all’uscio, dietro al ministro ch’entrava, d’Artagnan e Porthos.

«Ah signora! disse correndo inverso d’Artagnan, questo signore può dirvi il tutto meglio di me, giacchè è il mio salvatore. Senza di lui, forse in questo momento sarei acchiappato nelle reti di San Cloud, giacchè non si discorreva di niente meno che di buttarmi nel fiume. Parlate voi, d’Artagnan».

D’Artagnan, dacchè era tenente dei moschettieri, si era trovato forse cento volte nel medesimo appartamento che la sovrana, ma questa mai nè poi mai gli avea rivolto il discorso.

«Ebbene? disse Anna, dopo avermi renduto un tal servigio, voi tacete?

«Ah! egli rispose, nulla ho da dire se non che la mia vita è ai comandi di Vostra Maestà, e non sarò pago se non nel giorno in cui per Lei io la perda.

«Lo so, lo so, replicò la regina, e da un pezzo. E perciò mi è grato potervi dare questa pubblica dimostrazione della mia stima e della mia riconoscenza.

«Permettetemi, Maestà, soggiunse d’Artagnan, di cederne porzione al mio amico, antico moschettiere della compagnia di Tréville, al pari di me (e calcava su queste parole) e che fece prodigi.

«Il suo nome? chiese Anna.

«Ne’ moschettieri si chiamava Porthos....»

La regina si scosse.

«Ma il suo vero nome, terminava d’Artagnan, si è cavaliere du Vallon.

«Di Bracieux di Pierrefonds, aumentò Porthos.

«Sono troppi nomi perch’io me li ricordi tutti, e non vuo’ rammentarmi che del primo, ribattè graziosamente la regina».

Porthos s’inchinò.

D’Artagnan mosse due passi indietro.

Nel momento fu annunziata la venuta del Coadjutore.

Nella regia comitiva fuvvi un grido di sorpresa. Benchè il Coadjutore avesse predicato la mattina, tutti sapevano ch’ei propendeva per la Fronda, e Mazzarino invitando l’arcivescovo di Parigi a far predicare suo nepote, aveva avuto di sicuro l’intenzione di dare al signor di Retz una di quelle botte all’italiana che tanto lo divertivano.

Realmente, all’uscire da Nostra-Donna il Coadjutore aveva saputo il fatto. Sebbene fosse impegnato coi principali soggetti della Fronda, non lo era tanto da non poter battere la ritirata se la corte gli offeriva i vantaggi da lui ambiti ed ai quali la dignità di Coadjutore non era che un semplice avviamento. Il signor di Retz voleva essere arcivescovo e rimpiazzare suo zio, e quindi cardinale. Il partito popolare difficilmente poteva accordargli questi favori assolutamente regali. Egli dunque si recava al palazzo per fare i suoi complimenti alla regina sopra la battaglia di Lens, determinato anticipatamente ad agire a pro o contro la corte secondo che il suo complimento fosse ricevuto o bene o male.

Fu annunziato, entrò; ed al suo aspetto, in tutta la corte trionfante si accrebbe la curiosità onde udire le sue parole.

Il Coadjutore aveva di per sè solo tanto spirito quanto tutti coloro che stavano là riuniti per burlarlo. E quindi mise tale abilità nel suo discorso, che gli astanti vogliosi di ridere non ne trovavano modo nè motivo. Egli finì col dire che poneva il debole suo potere al servizio di Sua Maestà.

La regina mostrò gustare assai l’arringa del Coadjutore sin che questa durò; ma terminata che fu con quella frase, l’unica che diè campo a molte facezie, Anna si volse, ed una occhiata che lanciò verso i suoi favoriti, indicò ad essi qualmente ella abbandonava in balìa di loro il Coadjutore. Tosto i più giovani individui della corte si scagliarono nelle burle e nell’ironia.

Nogent-Beautin, buffone del palazzo, esclamò che la regina era molto fortunata di trovare i soccorsi del Coadjutore in simile momento.

Vi fu una grandissima risata generale.

Il duca di Villeroy disse che non sapeva come mai si fosse avuto timore, mentre per difendere Parigi contro il parlamento e i borghesi, si aveva là il signor Coadjutore, che con un cenno poteva mettere su un’armata di svizzeri e di bidelli.

Il maresciallo di la Meilleraye aggiunse, che dato il caso di venire alle mani e di dovere il signor Coadjutore far egli pure una scarica, era peccato ch’ei non potesse esser riconosciuto nella mischia da un cappello rosso, come era stato Enrico IV dal pennacchio bianco alla battaglia d’Ivry.

Gondy, al cospetto di tale tempesta, che avrebbe potuto rendere funesta a quei che lo schernivano, rimase quieto e severo. Allora la regina gli domandò se avesse qualche cosa da aggiungere al bel discorso che già le aveva fatto.

«Sì, Maestà, egli le rispose, ho da pregarvi di pensarci ben bene prima di mettere nel regno la guerra civile».

La sovrana gli voltò le spalle, e tutti ricominciarono a ridere.

Il Coadjutore se n’andò, dando però a Mazzarino che l’osservava uno di quegli sguardi che si comprendono fra acerrimi nemici. Lo sguardo fu sì acuto che penetrò sino in fondo al cuore del ministro, il quale sentendo ch’era una dichiarazione di guerra, afferrò per un braccio d’Artagnan e gli disse:

«All’occorrenza, riconoscereste quell’uomo ch’è uscito dianzi, non è vero?

«Sì, monsignore, rispose questi».

E voltatosi verso Porthos continuò:

«Ohimè! la faccenda s’imbroglia.... non mi piacciono le contese fra persone di tal fatta».

Gondy si ritirò spargendo benedizioni dovunque passava e procurandosi maliziosamente il piacere di far inginocchiare ai suoi piedi ancora i servi de’ suoi nemici.

«Oh! mormorò quando fu alla porta del palazzo, corte ingrata, corte perfida, corte vile! domani t’insegnerò a ridere, ma in ben altra maniera!»

Però, mentre al Palazzo Reale si facevano stravaganze di allegrezza per aumentare il buon umore della sovrana, Mazzarino, uomo di senno, e che d’altronde aveva tutta la previdenza della paura, non perdeva già il tempo in ischerzi vani e pericolosi; era uscito subito dopo al Coadjutore, chiudeva i suoi conti, serbava il suo oro, e da operaj di confidenza faceva fare dei nascondigli nelle pareti.

Il Coadjutore, tornato alla propria dimora, intese che un giovane colà venuto, dopo ch’ei si era partito, lo attendeva tuttavia. Domandò il nome di colui, e balzò di giubilo all’udire che si chiamava Louvieres.

Corse tosto nel suo gabinetto. Difatto era là il figlio di Broussel, ancor furibondo e disperato pel contrasto avuto con le genti del re. L’unica precauzione che avesse presa per venire all’arcivescovado era stata di lasciare l’archibugio in casa di un amico.

Il Coadjutore gli si fe’ incontro e gli porse la mano. Il giovanetto lo guatò come se avesse voluto leggergli nel cuore.

«Caro Louvieres, disse Gondy, siate persuaso che prendo molto interesse alla vostra disgrazia.

«Davvero? parlate sul serio?

«Con tutta l’anima.

«In tal caso, monsignore, è passato il tempo delle parole, e siamo nell’ora di agire; purchè il vogliate, mio padre fra tre giorni sarà fuori del carcere, e voi fra tre mesi sarete cardinale».

Di Gondy si scosse.

«Oh! seguitò Louvieres, parliamoci schietto, giuochiamo a carte scoperte. Non si seminano trentamila scudi di elemosine conforme voi avete fatto per mera carità cristiana; sarebbe azione troppo bella. Voi siete ambizioso, e questo è naturale; siete uomo d’ingegno, e sapete quanto valete. Io aborro la corte, e in questo punto non ho che un sol desiderio, quello della vendetta. Dateci i vostri seguaci e il popolo di cui disponete; io vi do il ceto borghese e il parlamento; con questi quattro elementi, fra otto giorni Parigi è nostra, e credetemi pure, la corte concederà per paura quel che non accorderebbe per amorevolezza».

Il Coadjutore fissò sopra Louvieres l’occhio penetrante.

«Ma sapete che codesto che mi proponete è a dirittura la guerra civile?

«Voi, monsignore, la preparate assai da lungo tempo perchè noi l’accogliamo bene.

«Non serve, capirete che questo esige qualche riflessione.

«E quante ore chiedete a riflettere?

«Dodici.... sono forse troppe?

«È mezzogiorno, sarò da voi a mezzanotte.

«S’io non vi fossi, attendetemi.

«Ottimamente: a mezzanotte, monsignore.

«A mezzanotte, Louvieres carissimo».

Il Coadjutore, rimasto solo, chiamò a sè tutti i sottoposti con cui aveva più stretta relazione. A capo a due ore ne ne aveva radunati trenta addetti alle parrocchie più popolose di Parigi.

Raccontò ad essi l’insulto fattogli nel Palazzo Reale, e riferì le celie di Beautin, del duca di Villeroy e del maresciallo di la Meilleraye. E coloro gli domandarono che si avesse da fare.

«La cosa è semplice, ei disse, buttate giù quel miserabile pregiudizio del timore e del rispetto pei re; rendete noto che la regina ci tiranneggia; ripetete forte, in guisa che ciascuno lo sappia, che le sciagure della Francia provengono tutte dal Mazzarino suo amante e corruttore; principiate l’opera vostra, oggi, subito, e fra tre dì vi aspetto al resultato. Inoltre, se qualcuno di voi ha da darmi un consiglio si trattenga e lo ascolterò con piacere».

Rimasero tre dei convocati: quelli di S. Mery, di S. Sulpizio e di S. Eustachio.

Gli altri si ritirarono.

«Voi dunque opinate di potermi ajutare anco più efficacemente che i vostri colleghi? disse di Gondy.

«Lo speriamo.

«Animo, voi da S. Mery, cominciate.

«Monsignore, nella mia contrada ho un tale che potrebbe esservi utilissimo.

«E chi è?

«Un mercatante della via dei Lombardi, avente grande influenza sui piccoli negozianti del suo quartiere.

«Come lo chiamate?

«È un certo Planchet; circa sei settimane sono produsse da sè solo una sollevazione, ma in seguito di questa lo cercavano per impiccarlo ed è sparito.

«E lo ritroverete?

«Me ne lusingo.... Non credo che sia stato arrestato, e se sua moglie sa dov’è potrò farmelo dire.

«Bene, cercatelo, e se lo rinvenite conducetelo da me.

«A che ora?

«Alle sei: vi fa comodo?

«Alle sei ore, monsignore, saremo da voi.

«Andate, e Dio vi assista».

Quello di S. Mery se ne andò.

«E voi? disse Gondy all’altro di S. Sulpizio.

«Io, conosco un uomo che ha fatto grandi servigi a un principe molto popolare, e sarebbe un ottimo capo di ribellione, e posso porlo a disposizione vostra, monsignore.

«Come si chiama?

«Conte di Rochefort.

«Lo conosco anch’io; disgraziatamente non è a Parigi.

«Eh sì! sta in via Cassette.

«Da quando in qua?

«Da tre giorni.

«E perchè non è venuto a vedermi?

«Gli hanno detto.... monsignore, mi perdonerete....

«Sì, sì, dite pure....

«Ch’eravate in trattative colla corte».

Gondy si morse il labbro.

«L’hanno ingannato; menatelo da me alle otto, e Dio vi benedica».

Dopo un inchino, quello di S. Sulpizio uscì.

«Ora a voi; disse il Coadjutore all’ultimo rimasto, avete pure da offerirmi tanto bene come quei signori di poc’anzi?

«Di meglio.

«Diamine! badate che vi assumete un grave impegno: uno mi ha esibito un mercante e l’altro un conte; voi dunque mi offrirete un principe?

«Un mendico, e nulla più, monsignore.

«Ah ah! fece di Gondy riflettendo, avete ragione: uno che sollevasse tutta quella legione di poveri che ingombrano i chiassuoli della capitale, e sapesse far loro gridare a voce abbastanza sonora per che la Francia intera lo sentisse, che Mazzarino è quello che gli ha ridotti alla miseria....

«Precisamente: ho quel che vi occorre.

«Bravo! e chi è colui?

«Un semplice accattone, come vi dicevo; che chiede la carità e dà l’acqua benedetta sui gradini della chiesa di Sant’Eustachio da circa sei anni.

«E dite che ha molta influenza sopra i suoi simili?

«È la mendicità un corpo organizzato, una specie di associazione di quei che non possiedono contro quei che possiedono, una compagnia nella quale ciascuno porta la sua tangente, e che dipende da un capo!

«Sì, codesto l’ho già inteso dire.

«Or bene, l’individuo che vi propongo è sindaco generale.

«E di lui che sapete?

«Nulla, se non che mi sembra straziato da qualche rimorso.

«Da che ve lo figurate?

«Al dì 28 di ogni mese fa dire una messa pel riposo di una persona morta di morte improvvisa.

«E ha nome?

«Maillard, ma m’immagino non sia il suo vero nome.

«E vi pensate che adesso lo troviamo al suo posto?

«Oh! di sicuro.

«Andiamo a vedere il vostro mendico, e se è qual me lo dipingete, avete ragione, voi siete quello che ha raccapezzato il vero tesoro».

Gondy si vestì da cavaliero, si mise un cappellone largo con la penna rossa, e alla cintola una lunga spada, e gli sproni agli stivali, ed avvoltosi in un ampio ferrajuolo andò col suo subalterno.

Il Coadjutore ed il compagno traversarono tutte le strade che separano l’arcivescovado dalla chiesa di Sant’Eustachio, esaminando attentamente lo spirito e le disposizioni del popolo. Il popolo era agitato, ma simile ad uno sciame di api aizzate, pareva non sapesse su qual luogo piombare, ed era evidente che se non gli si trovavano dei capi tutto sarebbe finito con un vano ronzio.

Arrivati in via des Prouvaires, quegli che andava col coadjutore stese la mano verso l’atrio della chiesa, e disse:

«Eccolo.... è al suo posto».

Gondy guardò dalla parte indicatagli, e vide un povero seduto sopra una seggiola ed appoggiato a uno dei cornicioni; aveva desso una piccola secchia, e teneva in mano un aspersorio.

«Sta egli là per privilegio? chiese Gondy.

«No, monsignore: si è combinato col suo predecessore per l’incarico di dar l’acqua benedetta.

«Combinato?

«Sì, sono incumbenze che qui si affidano a questa classe di persone, tra le quali avvi alcuno talvolta che se la passa benone.

«Dunque è forse anche ricco il briccone?

«Taluni di costoro muojono lasciando alle volte venti mila, venticinque e trenta mila lire, e anco più!

«Uhm! disse ridendo Gondy, non credevo d’impiegare tanto bene le mie limosine».

Frattanto si avanzavano; nel punto che i due ponevano il piede sul primo gradino, il mendico si alzò a porgere l’aspersorio.

Era un uomo di sessantasei o sessantotto anni, piccolo, grosso, di capelli grigi, occhi scuri. Sul suo sembiante appariva il conflitto di due opposti principj: un cattivo naturale, forse domo dalla volontà, forse dal pentimento.

Vedendo il cavaliero insieme col compagno, si scosse alquanto e lo considerò attonito.

Entrambi allora si fecero il segno della croce; uno di essi gettò una moneta nel cappello che stava in terra.

«Maillard, disse il Curato, questo signore ed io siam venuti per discorrere un momento con voi.

«Con me! fece il mendico, è un grande onore codesto».

Nella voce dell’accattone esisteva un che di ironia ch’ei non seppe nascondere, e che fece meraviglia al signor di Gondy.

«Sì, continuò il Curato che sembrava avvezzo a quel tuono suo ironico, abbiamo voluto sapere che pensiate degli avvenimenti di quest’oggi, e che abbiate inteso dire dalle persone che entrano in chiesa o che n’escono».

Il mendico scosse la testa.

«Sono tristi avvenimenti, rispose, e che al solito ricadono addosso al povero. Che si dice? tutti sono malcontenti e si lagnano; ma chi dice tutti è come dicesse nessuno.

«Spiegatevi, mio caro, soggiunse il Coadjutore.

«Dico che tutte quelle grida, quei lamenti, quelle maledizioni non produrranno altro se non burrasca e baleni; ma la saetta non cascherà che quando vi sia un capo a dirigerla.

«Voi mi sembrate un uomo abile, replicò di Gondy; sareste disposto a mescolarvi in una piccola guerra civile in caso che l’abbiamo, e mettere a disposizione di quel capo, se lo troviamo, il vostro potere individuale e l’influenza che avete acquistata sui vostri camerati?

«Sì signore, purchè questa guerra fosse approvata dalla Chiesa, e in conseguenza mi conducesse allo scopo ch’io bramo di raggiungere, cioè alla remissione de’ miei peccati.

«Sarà più che approvata, in quanto alla remissione dei peccati, il signor Arcivescovo di Parigi tiene grandi poteri dalla Corte di Roma, il signor Coadjutore ancora possiede delle indulgenze particolari, e noi vi raccomanderemmo ad esso.

«Riflettete, Maillard, seguitò l’ecclesiastico, che da me siete stato raccomandato a questo potentissimo signore ch’è qui meco, e che mi sono fatto per voi garante.

«So, rispose il mendico, che aveste sempre per me molta bontà, e perciò dal canto mio sono pronto a secondarvi.

«E credete la vostra influenza sui vostri colleghi così di peso come dianzi mi si accertava?

«Credo che mi abbiano una qualche stima, ribattè non senza orgoglio l’accattone, e che non solo faranno quanto loro io comandi, ma anche mi seguiranno dovunque io vada.

«E potete assicurarmi di cinquanta uomini ben risoluti, anime buone e calorose, capaci di far cadere le mura del Palazzo Reale gridando; Abbasso il Mazzarino! come avvenne in passato di quelle di Gerico?

«Io ritengo esser tale da potermisi dare degli incarichi assai più difficili e importanti.

«Ah ah! vi assumereste dunque in una notte di fare una diecina di barricate?

«Di farne cinquanta, e, giunto il giorno, difenderle.

«Per Bacco! disse Gondy, parlate con tal fiducia che mi fa piacere, e poichè il signor Curato mi garantisce per voi....

«Oh! lo garantisco, fece l’altro.

«Ecco un sacco di cento cinquanta doppie in oro; fate tutti i vostri preparativi, e ditemi dove vi troverò questa sera alle dieci.

«Bisognerebbe che fosse in un luogo alto, di dove un segnale che si facesse fosse da vedersi in tutti i quartieri della città.

«Volete ch’io vi dia due versi pel vicario di Sant’Jacques-La Boucherie? egli v’introdurrà in una stanza della torre, disse il Curato.

«Ottimamente! approvò il povero.

«Sicchè, continuò il Coadjutore, a dieci ore; e se sono contento di voi, vi sarà un altro sacco di cinquecento doppie».

Al mendico brillarono gli occhi per la cupidigia, ma si frenò, e disse soltanto:

«Signore, tutto sarà pronto».

Riposta in chiesa la sua sedia, accanto vi pose la secchia e l’aspersorio, andò alla pila a pigliare l’acqua benedetta, ed uscì dal tempio.

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XLIX

La torre di Saint-Jacques-la-Boucherie.

Alle cinque ore e tre quarti, il signor di Gondy eseguite tutte le sue gite, era tornato all’arcivescovado.

Alle sei fu annunziato il Curato di S. Mery.

Il Coadjutore guardò con impeto dietro ad esso, e vide che appresso gli veniva un altro uomo.

«Fate passare», ordinò.

Fu introdotto il prete, e seco pure Planchet.

«Monsignore, ecco l’individuo del quale ho avuto l’onore di parlarvi».

Planchet salutò colle maniere di uno che abbia frequentato case di riguardo.

«Siete disposto a servire alla causa del popolo? domandò Gondy.

«Lo credo! sono della Fronda in corpo e in anima. Così come mi vedete, monsignore, sono condannato ad essere impiccato.

«E perchè?

«Ho levato di mano ad uno dei sergenti di Mazzarino un nobile signore che riconducevano alla bastiglia, dov’era stato digià cinque anni.

«E lo chiamate?

«Oh monsignore! lo conoscete: è il conte di Rochefort.

«Ah sì... ne avevo inteso discorrere; metteste a soqquadro tutta la contrada, mi fu detto.

«Eh! all’incirca, disse Planchet contento di sè stesso.

«E di mestiere, voi siete?...

«Confettiere, in via dei Lombardi.

«Spiegatemi come va ch’esercitando una professione sì pacifica abbiate inclinazioni tanto bellicose.

«E come Vostra signoria, appartenendo alla Chiesa, ora mi riceve in abito da cavaliero, con la spada al fianco e gli stivali cogli sproni?

«Non è brutta risposta in coscienza; replicò ridendo Gondy; ma lo sapete, che ho avuto sempre delle tendenze guerresche.

«Ed io, prima d’esser confettiere, stetti tre anni sergente nel reggimento di Piemonte, e avanti di essere per tre anni sergente in quel reggimento fui diciotto mesi servitore del signor d’Artagnan.

«Del tenente dei moschettieri? chiese Gondy.

«Per l’appunto.

«Ma dicesi che sia accanito partigiano di Mazzarino.

«Uhm!... fece Planchet.

«Che volete dire?

«Nulla: il signor d’Artagnan è al servizio, e fa il suo mestiere a difendere Mazzarino che ci assassina.

«Siete un giovane di giudizio, mio caro: si può contare su di voi?

«Credevo, monsignore, che vi fosse stata garantita la mia premura.

«Sì, di sicuro, ma mi è grato sentirmelo confermare da voi.

«Monsignore, potete far caso su di me, purchè si tratti di fare uno sconvolgimento per la città.

«E di questo precisamente siamo in discorso. Quanti uomini sperate mettere assieme nella nottata?

«Duecento moschetti e cinquecento alabarde.

«Che vi sia uno per quartiere che faccia altrettanto, e domani formeremo un’armata considerevole.

«Oh sì.

«Inclinereste ad obbedire al conte di Rochefort?

«Lo seguirei sino all’inferno, e con questo non dico poco, giacchè lo reputo capace di scendervi.

«Bravo!

«Da qual segno si distingueranno domani gli amici dai nemici?

«Ognuno che sia della Fronda può porsi un fiocco di paglia al cappello.

«Benissimo: date gli ordini.

«Abbisognate di danaro?

«Il danaro non fa mai male. Se non se ne ha, si farà a meno; avendone, le cose andranno meglio e più presto».

Gondy avvicinatosi ad un forziere ne levò fuori un sacchetto.

«Ecco, disse, ecco cinquecento doppie, e se il fatto riesce bene, tenetevi per certa domani egual somma.

«Io renderò conto fedelmente a vostra signoria di questi danari, disse Planchet ponendosi la borsa sotto il braccio.

«Va bene, vi raccomando il ministro.

«Non dubitate, è in buone mani».

Planchet sorrise; il prete restò un poco indietro.

«Siete contento, monsignore? ei domandò.

«Sì, colui mi pare un soggettaccio risoluto.

«Veh! farà più di quel che ha promesso.

«Allora è un prodigio».

Il Curato andò a ritrovare Planchet, che lo attendeva sulla scala. Di là a dieci minuti fu annunziato quello di San Sulpizio.

Appena fu aperta la bussola del gabinetto di Gondy, vi si scagliò un uomo: era il conte di Rochefort.

«Siete voi, carissimo conte! disse Gondy porgendogli la mano.

«In somma, monsignore, siete deciso? fece Rochefort.

«Lo fui sempre.

«Non se ne parli più; lo dite, ed io lo credo: ora daremo da sospirare al Mazzarino.

«Lo spero anch’io.

«E quando si principia il ballo?

«Gl’inviti sono per questa notte, mormorò il Coadjutore; ma i violini principieranno a suonare domattina.

«Potete far conto su di me e su cinquanta soldati promessimi dal cavaliere d’Humieres qualora mi abbisognino.

«Cinquanta soldati?

«Sì, egli fa delle reclute e me le impresta; finita la festa, se glie ne mancano, io vi rimpiazzerò.

«Bene, mio caro Rochefort, ma ciò non basta.

«E che altro v’è egli? domandò sorridendo Rochefort.

«Del signor di Beaufort, che ne avete fatto?

«È nel Vendomese, dove attende ch’io gli scriva di tornare a Parigi.

«Scrivetegli, è già tempo.

«Sicchè siete sicuro del fatto vostro?

«Sì, ma conviene che si solleciti, giacchè appena il popolo di Parigi si ribelli avremo dieci principi, anzi che uno, che vorranno porsi alla testa di esso: se tarda, troverà posto preso.

«Posso dargli l’avviso a nome vostro?

«Sì, chiaramente.

«Posso dirgli che deve contare su di voi?

«A meraviglia.

«E gli lascerete ogni facoltà?

«Per la guerra sì; in quanto alla politica....

«Sapete che quello non è il suo forte.

«Mi lascerà trattare a modo mio pel mio cappello da Cardinale.

«Vi preme di molto?

«Di molto.

«Ognuno ha il suo genio; mi fo responsabile di ottenervi il suo consenso.

«Gli scrivete stassera?

«Fo di meglio, gl’invio un messaggiero.

«Fra quanti giorni può esser qui?

«Fra cinque.

«Venga, e ci troverà dei cambiamenti.

«Lo desidero.

«Ve lo accerto.

«Dunque?...

«Andate a radunare i vostri cinquanta uomini, e state pronto.

«A che?

«A tutto.

«V’è un segno di riunione?

«Un fiocco di paglia al cappello.

«Va bene. Addio, monsignore.

«Addio, mio caro Rochefort.

«Oh, messer Mazzarino! messer Mazzarino! disse Rochefort strascinando via il Curato che non aveva trovato modo di mettere una parola in quel dialogo, vedrete se sono troppo vecchio per essere un uomo d’azione!»

Erano le nove e mezza; ci voleva una mezz’ora al Coadjutore per trasferirsi dall’arcivescovado alla torre di Saint-Jacques-la-Boucherie.

Di Gondy osservò esservi lume alle finestre più alte della torre.

«Bene! disse fra sè, il nostro sindaco è al suo posto!»

Bussò, e gli fu aperto. Il vicario lo attendeva e lo guidò facendogli lume sino in cima alla torre; là gli additò una porticella, posò la candela in un angolo del muro, e discese.

Benchè fosse la chiave all’uscio, il Coadjutore picchiò.

«Entrate!» disse una voce ch’ei riconobbe esser quella del mendico.

Di Gondy passò innanzi. Era realmente il poverello di Sant’Eustachio. Aspettava disteso sopra un lettuccio.

Al veder comparire il coadjutore egli si alzò.

Suonarono le dieci.

«Ebbene, domandò Gondy, mi hai mantenuta la parola?

«Non del tutto, disse il mendico.

«Come mai?

«Mi avevate richiesti cinquecento uomini, non è vero?

«Sì; e poi?

«E poi ne avrò due mila.

«Non esageri?

«Ne bramate una prova?

«Sì».

Erano accese tre candele, ciascuna davanti ad una finestra, che davano, questa su la Città-Vecchia, quella sul Palazzo Reale, l’altra sopra la contrada San Dionigi.

Colui in silenzio andò sino ad ognuno dei tre moccoli, e li spense un dopo l’altro.

Il Coadjutore si trovò al bujo, alla stanza non dava più chiarore se non se il dubbio raggio della luna, perdutasi sotto a grossi nuvoli negri di cui poneva su gli orli una frangia argentea.

«Che hai tu fatto? disse Gondy.

«Ho dato il segnale.

«E quale?

«Quello delle barricate.

«Ah ah!

«Quando uscirete di qui, vedrete i miei uomini all’opra. Soltanto badate a non rompervi le gambe inciampando in qualche catena o cadendo in qualche buca.

«Orsù, ecco la somma, uguale a quella che già ricevesti. Adesso rammentati che sei un capo, e non andarteli a bere.

«Da venti anni non ho bevuto altro che acqua».

L’uomo prese la borsa dalle mani del Coadjutore, il quale udì il rumore che facevano le dita frugando addentro e tasteggiando le monete d’oro.

«Ah ah! disse di Gondy, sei avaro bricconaccio?»

L’accattone diede un sospiro e gittò via il sacchetto.

«E sarò sempre lo stesso? mormorò, e non perverrò giammai a spogliarmi del vecchio esser mio? Oh miseria! oh vanità!

«Ma tanto lo prendi!

«Sì, ma fo voto d’innanzi a voi d’impiegare in opere pie quel che mi avanzerà».

Aveva la faccia pallida e in contrazione come quella di uno che di recente abbia sofferto internamente grandissimo contrasto.

«Che uomo singolare! pensò Gondy».

E prese il cappello per andarsene, ma nel girarsi vide il mendico fra sè e la porta.

Prima sua idea si fu che colui gli avesse rancore.

Ma, al contrario, lo vide unire insieme le mani e inginocchiarsi.

«Monsignore! disse il povero, avanti di lasciarvi, deh! ve ne prego, la vostra benedizione!

«Monsignore! esclamò Gondy, ma mio caro, tu mi prendi per un altro.

«No no, vi piglio per quello che siete, cioè pel signor coadjutore; vi ho riconosciuto alle prime».

Gondy sorrise.

«E vuoi la mia benedizione? diss’egli.

«Ah sì!... ne ho bisogno».

Il mendico proferì queste parole in tuono di sì grande umiltà e di sì profondo pentimento, che Gondy stese la mano per dargli la sua benedizione.

«Ora, soggiunse il Coadjutore, fra noi v’è una certa relazione.... Orsù, dimmi, hai commesso qualche delitto a cui stia contro l’umana giustizia e da cui io possa garantirti?»

L’accattone tentennò il capo.

«Monsignore, il delitto da me commesso, non è soggetto alla giustizia umana, e voi non potete liberarmene se non che col benedirmi spesso come ora faceste.

«Animo, via, sii schietto, fece il Coadjutore, non hai fatto tutta la vita il mestiere che fai?

«No, monsignore, lo fo soltanto da sei anni.

«E prima, dov’eri?

«Alla Bastiglia.

«E innanzi di essere alla Bastiglia?

«Ve lo dirò a suo tempo.

«Basta così. A qualunque ora mi troverai pronto ad ascoltarti.

«Grazie, monsignore; disse il mendico in tuono truce, ma non è ancora il tempo.

«Addio.

«Addio», ripetè il poverello inchinandosi.

Il Coadjutore prese la candela, e scese, e se ne andò tutto assorto ne’ suoi pensieri.

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L

La sommossa.

Erano all’incirca le undici di notte.

Gondy ebbe fatti appena cento passi nelle vie di Parigi, che si accorse del singolare cambiamento avvenuto.

Pareva che tutta la città fosse abitata da esseri fantastici; si vedevano tacite e squallide ombre che smovevano il selciato delle strade, altre che trascinavano e buttavano giù delle carrette, e parecchie che scavavano fosse capaci a seppellire intere compagnie di cavalcanti. Tutte quelle persone tanto attive andavano, e venivano, e correvano, alla guisa di tanti demoni che compissero qualche opra loro a tutti incognita: erano gli accattoni del cortile dei Miracoli, erano gli agenti del dispensatore d’acqua benedetta dell’atrio di Sant’Eustachio, i quali apparecchiavano le barricate per l’indomani.

Gondy considerava quegli uomini delle tenebre, quegli operai notturni, con un tal quale spavento: in fra sè domandava se dopo aver fatto uscire dalle loro tane tutte quelle immonde creature, avrebbe tanto potere da farvele tornare. Quando alcuno di quegli esseri gli si avvicinava, stava lì lì per farsi il segno di croce.

Arrivò in via Sant’Onorato, e seguitò lunghessa fino verso quella della Ferronnerie. Ivi cangiò l’aspetto: vi erano mercatanti che correvano da una bottega all’altra; le porte sembravano chiuse come li sportelli, ma erano soltanto accoste, in guisa che si aprivano e si rinserravano subito per dare accesso ad uomini che pareva temessero di lasciar vedere ciò che recavano... e cotesti erano i bottegai, i quali avendo delle armi ne imprestavano a coloro che non ne avevano.

Un tale correva da un uscio all’altro, cedendo sotto al peso delle spade, degli archibugi, de’ moschetti, e d’armi d’ogni genere, che di mano in mano andava posando. E al lume di un lampione il Coadjutore ebbe in esso ravvisato Planchet.

Il signor di Gondy giunse sull’argine della strada della Zecca; colà comitive di borghesi co’ ferrajuoli neri o bigi, secondo che appartenevano al ceto alto o basso dei cittadini, se ne stavano immobili, mentre diversi uomini soli e isolati si trasferivano da una combriccola all’altra. Tutti quei pastrani neri e bigi erano tirati in su di dietro dalla punta di una spada, e davanti dalla canna di un archibugio o di un moschetto.

Arrivato sul Ponte Nuovo, il Coadjutore trovò un uomo che vi stava di guardia.

Il quale gli si appressò dicendo:

«Chi siete? io non vi riconosco per uno dei nostri.

«Perchè non riconoscete i vostri amici, mio caro signor Louvieres», disse il sig. di Gondy levandosi il cappello.

Louvieres allora ravvisatolo fece un inchino.

Gondy continuò la sua ispezione, e scese fino alla torre di Nesle. Là vide una lunga fila di gente che andava rasente alle muraglie. L’avreste detta una processione di fantasime, perocchè erano tutti avvolti in manti bianchi. Pervenuti a un certo punto, tutti quegli uomini sembravano annientarsi un dopo l’altro quasi che fosse loro mancato il terreno sotto i piedi. Gondy posatosi colle gomita sur un angolo della strada, li osservò sparire dal primo sino al penultimo. L’ultimo alzò gli occhi, senza dubbio per accertarsi che non si facesse la posta a lui ed ai compagni, e ad onta dell’oscurità potè distinguere Gondy. S’incamminò direttamente verso a lui, e gli piantò la pistola alla gola.

«Olà, signor di Rochefort! disse ridendo il Coadjutore, non burliamo con le armi da fuoco».

Rochefort riconobbe la voce.

«Ah! disse, siete voi, monsignore!

«Io, sì... ma che genti conducete così nelle viscere della terra?

«Le mie cinquanta reclute del cavaliere di Humieres, destinate ad entrare nei cavalleggeri, e che hanno per unica montura ricevuti i pastrani bianchi.

«E andate?...

«Da uno scultore mio amico.... ma scendiamo da una botola per dove introduce i suoi lavori di marmo.

«Benissimo!» disse Gondy.

E diede una stretta di mano a Rochefort, il quale andò d’abbasso e si chiuse dietro la botola.

Il Coadjutore se ne tornò alla sua dimora. Era l’un’ora dopo mezzanotte. Aprì la finestra e si chinò ad ascoltare.

In tutta la città era un susurro straordinario, inaudito, sconosciuto. Si comprendeva che in quelle oscure strade, oscure come tanti abissi, succedevano cose terribili ed insolite. Tratto tratto si udiva un fragore simile a quello della procella che si viene ammucchiando, o dell’onde che ascendono, ma nulla di chiaro, di distinto, da spiegarsi, da comprendersi, si affacciava alla mente; sembravano quei rumori misteriosi e sotterranei che precedono i tremuoti.

Così durò tutta la notte l’apparecchio della sollevazione.

Alla domane sembrava che Parigi destatasi si spaventasse del suo proprio aspetto. Pareva una città assediata. Uomini armati stavano sulle barricate, con l’occhio minaccioso e lo schioppo in spalla.

Parole d’ordine, pattuglie, arresti, ed anche esecuzioni, erano quanto ad ogni passo incontrasse il viandante; si arrestavano coloro che avevano il cappello colle penne o la spada indorata, per obbligarli a gridare: viva Broussel! abbasso il Mazzarino! e chiunque vi si ricusava era fischiato, tormentato e talora percosso. Non si uccideva per anco, ma si vedeva che non ne mancava la voglia.

Le barricate eransi portate sino in prossimità del Palazzo Reale. Dalla strada des Bon-Enfans a quella della Ferronnerie, dalla via San Tommaso del Louvre al Ponte Nuovo, dalla contrada Richelieu alla porta Sant’Onorato, v’erano più di dieci mila uomini armati, i più avanzati dei quali sfidavano urlando le sentinelle impassibili del reggimento delle guardie impostate attorno attorno al Palazzo Reale, i di cui cancelli erano chiusi dietro di loro, lo che rendeva molto precaria la loro situazione. In mezzo a tutto questo circolavano in comitive di cinquanta, di cento, di centocinquanta, e di due cento, uomini pallidi, abbronzati, cenciosi, portando certe sorte di bandiere ov’era scritto: «Vedete la miseria del popolo!» Dovunque e’ passavano si udivano grida frenetiche, ed erano tante le comitive di questo genere che dappertutto le grida si spargevano.

Fu grande lo stupore della regina Anna e di Mazzarino, allorchè alzatisi dal letto si venne ad annunziare ad essi, qualmente la città, da loro lasciata quieta la sera innanzi, ormai si destava agitata e in istato di febbre, e quindi nè l’uno nè l’altra volevano credere a ciò che loro veniva riferito, e dicevano che non darebbero fede se non se a’ propri occhi ed alle proprie orecchie. Fu dunque spalancato un balcone, videro, intesero, e restarono convinti.

Mazzarino si strinse nelle spalle, e fece mostra di sprezzare moltissimo quella plebe, ma in sostanza impallidì fuor di modo, e corse tremando nel suo gabinetto a rinchiudere nelle cassette il suo oro e le sue gioje, ed infilarsi alle dita i più begli anelli di brillanti. La regina, poi, furibonda e abbandonata alla sua volontà, chiamo a sè il maresciallo di La Meilleraye, gli ordinò di prendere quanti uomini gli piacesse e andare a vedere che burla era quella.

Il maresciallo era per solito azzardoso, e di nulla avea paura, avendo per il volgo l’altissimo disprezzo che per esso professavano le genti di spada; pigliò centocinquanta uomini, e divisò di uscire dal ponte del Louvre; ma là incontrò Rochefort e i suoi cinquanta cavalleggieri accompagnati da più di mille cinquecento persone. Non v’era modo di forzare una simile barriera; il maresciallo neppur vi si provò e ritornò su per l’argine.

Però al Ponte Nuovo trovò Louvieres ed i suoi borghesi. Questa volta tentò una scarica, ma fu ricevuto a suon di schioppettate, mentre da tutte le finestre venivano giù pietre come grandine. Ei vi lasciò tre de’ suoi.

Battè la ritirata verso il quartiere dei mercanti; e là s’intoppò in Planchet e nei di lui alabardieri. Le alabarde si distesero minacciose dalla sua parte; voleva passare addosso a tutti quei cappotti bigi, ma i cappotti bigi stettero saldi, ed il maresciallo retrocedè verso la strada Sant’Onorato, lasciando sul campo quattro delle sue guardie ch’erano state ammazzate pian pianino coll’arme bianca.

Allora si avviò nella contrada Sant’Onorato. Ivi scontrò le barricate del mendico di S. Eustachio. Erano queste custodite non solo da uomini armati, ma anche da donne e ragazzi. Messer Friquet possessore di una pistola e di una spada dategli da Louvieres aveva ordinata una truppa di monelli simili a lui, e faceva un susurro da sbalordire.

Il maresciallo reputò quel punto guardato meno bene degli altri, e fissò di forzarlo. Fece smontare venti uomini per aprire e sfondare la barricata, mentre egli e il resto della sua truppa a cavallo proteggerebbero gli assalitori. I venti camminarono direttamente verso l’ostacolo, ma là, di dietro ai travi, di fra le ruote dei barrocci, di su dalle pietre, si partì una fucilata terribile, ed allo strepito di questa gli alabardieri di Planchet comparvero sul canto del cimitero degli Innocenti, ed i borghesi di Louvieres sul canto della via della Zecca.

Il maresciallo di La Meilleraye era sorpreso in fra due fuochi.

Era coraggioso, e in conseguenza decise di morire là dove si trovava. Rese botte per botte, e tra la folla cominciarono ad eccheggiar urli di dolore. Le guardie, meglio esperte, tiravano più a segno; i borghesi, però, più numerosi le opprimevano con una vera burrasca di ferro. Attorno a lui cadevano gli uomini conforme avrebbero potuto fare a Rocroy od a Lerida. A Fontrailles, suo ajutante di campo, era stato rotto un braccio; il cavallo di questo aveva ricevuto una palla nel collo, ed egli stentava a frenarlo, dacchè la doglia lo faceva diventare quasi matto. Insomma egli era in quel momento supremo in cui il più prode si sente il brivido nelle vene e il sudore della fronte, quando ecco ad un tratto diradarsi la folla sulla parte di via dell’Albero secco esclamando: «Viva il Coadjutore!» e comparve Gondy, tranquillo in mezzo alle schioppettate, distribuendo a diritta e a sinistra le sue benedizioni colla stessa calma che se conducesse la processione del Corpus Domini.

Tutti s’inginocchiarono.

Il maresciallo, riconosciutolo, gli corse incontro.

«In nome del cielo! gli disse, levatemi di qua, o ci lascio la pelle insieme con tutti i miei».

Era tale tumulto che non avrebbe dato campo a sentire tuoni e saette. Gondy alzò la mano e reclamò il silenzio: ognuno si tacque.

«Figliuoli, ei disse, ecco il signor maresciallo di La Meilleraye, sulle di cui intenzioni voi vi siete ingannati, e che s’impegna al suo ritorno al Louvre di chiedere in nome vostro alla regina la libertà del nostro Broussel. Vi c’impegnate, maresciallo? continuò rivolgendosi a La Meilleraye.

«Capperi! Io credo, che mi ci obbligo! esclamò questi, non isperavo di scapolarla con tanto poco!

«E vi dà la sua parola da gentiluomo, disse Gondy».

Il maresciallo alzò la mano in segno di assenso.

«Evviva il Coadjutore!» urlò la moltitudine.

Alcune voci aggiunsero pure:

«Evviva il maresciallo!»

Ma tutte fecero in coro:

«Abbasso il Mazzarino!»

Si diradò la calca; la più breve via era per la strada di Sant’Onorato. Si aprirono le barricate, e il maresciallo ed il resto della sua truppa si ritirarono, preceduti da Friquet e da’ suoi compagni bricconi, che alcuni facevano finzione di battere il tamburo, ed altri imitavano il suono delle trombette.

Fu quasi una marcia trionfale, se non che dietro alle guardie si chiudevano da capo le barricate, e il maresciallo si mordeva le pugna.

Frattanto, secondo noi accennammo, Mazzarino nel suo gabinetto poneva a sesto i propri affaretti. Avea fatto ricercare d’Artagnan, ma fra tutto quello schiamazzo non isperava vederlo, non essendo egli di servizio. Dopo dieci minuti arrivò sulla soglia il tenente, seguito dal suo inseparabile Porthos.

«Ah! venite, signor d’Artagnan! gridò il ministro, e siate il benvenuto, ugualmente che il vostro amico. Ma che succede mai in questa maladetta Parigi?

«Che vi succede, monsignore? nulla di buono, disse d’Artagnan scuotendo il capo; la città è in completa sommossa, e poc’anzi, mentre io traversavo la via di Montorgueil, col signor du Vallon vostro servo qui presente, non ostante la mia uniforme, e chi sa? forse per cagione di essa, ci volevano far gridare: «Evviva Broussel!» E poi, ho da dire che cosa ci volevano far gridare di più?

«Dite, dite...

«Abbasso il Mazzarino!.... Oh per Bacco! è detta».

Mazzarino fece un sorrisetto, ma diventò giallo.

«E avete urlato? domandò.

«No davvero, non ero in voce: e nemmeno il signor du Vallon ch’è infreddato.... E allora, monsignore....

«Allora che?....

«Guardatevi il cappello e il ferrajuolo!»

D’Artagnan mostrò quattro buchi di palle sul ferrajuolo e due sul cappello. Porthos aveva l’abito lacerato sul fianco da un colpo di alabarda, e lo spennacchio scorciato da una pistolettata.

«Diavolo! io avrei strillato! disse il ministro pensieroso e guardando i due amici con ingenua ammirazione».

Nel momento si udì più vicino il tumulto.

Mazzarino si asciugò la fronte osservandosi d’intorno. Aveva voglia di affacciarsi alla finestra, e non si ardiva.

«Vedete un po’ che cosa c’è», ordinò a d’Artagnan.

Questi andò al balcone con la sua consueta noncuranza.

«Oh oh! fece poi, che roba è questa? il Maresciallo di la Meilleraye che torna senza cappello, Fontrailles col braccio legato al collo, guardie ferite, cavalli insanguinati.... Ehi! che diavolo fanno le sentinelle? vogliono tirare!....

«Hanno ordine di tirare sul popolo, disse il Mazzarino, se questo si accosta al Palazzo Reale.

«Ma se fanno fuoco, tutto è rovinato! esclamò il tenente.

«Noi abbiamo i cancelli.

«I cancelli? son buoni per cinque minuti; i cancelli? saranno torti, staccati, spezzati!.... Non tirate, cospettone! urlò d’Artagnan spalancando la finestra».

Ad onta della sua raccomandazione che fra il grande susurro non poteva essere intesa, si udirono tre o quattro spari di moschetto; poi succedè una fucilata terribile; si sentivano battere le palle su la facciata del Palazzo Reale; una di esse passò sotto al braccio a d’Artagnan, ed andò a rompere uno specchio in cui si guardava Porthos con la massima compiacenza.

«Ohimè! brontolò il ministro, uno specchio di Venezia!

«Ah monsignore! disse d’Artagnan chiudendo tranquillamente le imposte, non piangete ancora, non merita il conto, giacchè è probabile che in tutto il Palazzo Reale fra un’ora non ne resti più uno de’ vostri specchi, o siano di Venezia o di Parigi.

«Ma allora di che parere sareste? chiese tremando Mazzarino.

«Per Diana! di render loro Broussel, poichè ve lo domandano. Che diavolo volete farvi di un consigliere del parlamento? e’ non è buono a nulla!

«E voi, signor du Vallon, di che opinione siete? che fareste?

«Restituirei Broussel, rispose Porthos.

«Venite, venite!.... ne vuo’ parlar subito alla regina».

Mazzarino giunto in fondo alla galleria si fermò.

«Signori, disse, posso contare su di voi?

«Noi non ci diamo due volte, replicò d’Artagnan; ci siamo dati a voi, comandate e obbediremo.

«Or bene! soggiunse il ministro, entrate in quel gabinetto ed aspettate».

Ed egli entrò in sala da un altro uscio.

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LI

La sommossa diventa ribellione.

Il gabinetto in cui erano stati mandati d’Artagnan e Porthos era separato dal salone ove trovavasi la regina, soltanto da cortine di drappo di tappezzeria; sicchè la poca grossezza della divisione permetteva di udir tutto, e l’apertura esistente fra le due portiere concedeva di vedere ogni cosa.

La sovrana stava in piedi, pallida per la collera; eppure aveva tanto potere sopra sè stessa che avremmo detto non provasse emozione veruna. Dietro di lei erano Comminges, Villequier e Guitaut, e dietro agli uomini le donne.

Davanti alla regina, il cancelliere Seguier, quello stesso che venti anni prima l’aveva perseguitata tanto, raccontava che la sua carrozza era stata fatta in pezzi, ch’egli era stato inseguito, che si era ricovrato nel palazzo d’O...., che il palazzo erasi tosto ingombrato, devastato, saccheggiato; egli per fortuna aveva avuto tempo di cacciarsi in uno stanzino celato dai parati, dove una vecchia lo aveva rinchiuso insieme col suo fratello vescovo di Meaux. Là il pericolo era divenuto sì terribile, e i forsennati si avvicinavano allo stanzino con tali minacce, che il cancelliere avea creduta giunta per lui l’ultim’ora, e si era confessato a suo fratello onde esser pronto a morire qualora fosse scoperto. Per buona sorte ciò non era accaduto; il popolo, supponendolo fuggito da qualche porta di dietro, ritirandosi gli aveva lasciato la libertà di andarsene. Allora egli si era travestito con gli abiti del marchese d’O...., ed era uscito dal palazzo, saltando sulla pancia ad un suo birro e a due guardie rimaste uccise nel voler difendere il portone di strada.

Durante codesto racconto, Mazzarino entrato senza far rumore, si accostava alla sovrana ed ascoltava.

«Ebbene? domandò Anna quando il cancelliere ebbe terminato, che pensate di tutto questo?

«Ch’è un affare gravissimo.

«Che consiglio mi proponete?

«Ne proporrei uno a Vostra Maestà, ma non ardisco.

«Ardite, ardite, signore, disse la regina con un amaro sorriso; vi ardiste pure a ben altro!»

Seguier arrossì e balbettò alcune parole.

«Non si tratta del passato, ma del presente, replicò Anna; diceste che avevate un consiglio a darmi: qual è?

«Signora, fece titubando Seguier, sarebbe di liberare Broussel».

La regina digià pallida lo divenne maggiormente.

«Liberar Broussel! essa rispose, no, mai!»

Nell’istante si udì camminare nella sala contigua, e senza essere annunziato comparve sulla soglia il maresciallo di la Meilleraye.

«Ah! maresciallo, siete qua! esclamò Anna lietissima; spero che abbiate ridotta alla ragione tutta quella canaglia?

«Signora, ho lasciati tre uomini al Ponte-Nuovo, quattro ai mercati, sei sul canto di via dell’Albero secco e due alla porta del vostro palazzo, quindici in tutto; riconduco meco dieci o dodici feriti; il mio cappello è rimasto non so dove portato via da una palla, e secondo ogni probabilità sarei restato senza ferrajuolo se non fosse venuto il signor Coadjutore a darmi ajuto e levarmi dall’impaccio.

«Già! fece la regina, mi avrebbe fatto meraviglia di non vedere quel cagnuolo colle gambe torte intricato in questa faccenda!

«Maestà, soggiunse ridendo la Meilleraye, non ne dite molto male davanti a me, giacchè il servizio che mi ha renduto è ancora caldo caldo.

«Va bene, siategli grato quanto volete, ma io non sono obbligata a niente; siete sano e salvo, ed ecco quel che bramavo; siate dunque non solo ben venuto, ma anche ben tornato.

«Sì, ma ben tornato con un patto, cioè di trasmettere alla Maestà Vostra i voleri del popolo.

«Voleri! disse Anna inarcando le ciglia. Oh! signor maresciallo, bisogna che vi siate trovato in grandissimo rischio per incaricarvi di sì strana ambasciata!»

Tali parole furono pronunziate con un tuono d’ironia, di che ben si accorse la Meilleraye.

«Perdonate, signora, ei rispose, io non sono avvocato, son uomo di guerra, e in conseguenza forse comprendo malamente il valore delle parole: desiderio, e non volere, del popolo, avrei dovuto dire. In quanto a ciò che mi fate l’onore di rispondermi, credo intendiate dirmi che ho avuto paura».

La regina sorrise.

«Ebbene! sì, ho avuto paura; è questa la terza volta in vita mia che tanto mi accade; eppure mi sono trovato a dodici grandi battaglie e non so quanti fra combattimenti e scaramucce; sì, ho avuto timore, e mi è più caro esser davanti a Vostra Maestà, sebbene sia molto minaccioso il suo sorriso, che davanti a quei demoni dell’inferno che mi hanno accompagnato sin qua e che scaturivano neppur so di dove.

«Bravo! disse sotto voce d’Artagnan a Porthos, bella risposta!

«Orsù, seguitò la regina mordendosi le labbra frattanto che i cortigiani si guardavano attoniti, che desiderio è quello del mio popolo?

«Che gli si renda Broussel, fece il maresciallo.

«No, mai! no, mai.

«Vostra Maestà è la padrona».

La Meilleraye s’inchinava e muoveva un passo indietro.

«Dove andate, Maresciallo?

«Vo a dar la risposta di Vostra Maestà a quei che l’attendono.

«Trattenetevi: io non voglio mostrare di trattare con dei ribelli.

«Signora, ho data la mia parola.

«Come sarebbe a dire?....

«Che se voi non mi fate arrestare, io sono in obbligo di scendere».

Dalle pupille di Anna schizzaron fuori due lampi.

«Oh! non v’è difficoltà, signor mio; ne ho fatti arrestare più grandi di voi.... Guitaut!»

Mazzarino si slanciò.

«Signora! ei disse, se osassi io adesso darvi un consiglio?

«E parimente di restituire Broussel? in tal caso, potete dispensarvene.

«No, fece Mazzarino, quantunque sarebbe da stare a petto a qualche altro.

«E qual è, dunque?

«Di chiamare il Coadjutore.

«Il Coadjutore! ripetè la sovrana, quel tremendo imbroglione! egli è che ha fatta tutta la sommossa.

«Ragion di più: se l’ha fatta, può disfarla....

«Oh, Maestà! interruppe Comminges che guardava da una finestra; ecco, l’occasione è ottima; appunto dà la benedizione sulla piazza del Palazzo Reale».

La regina corse al balcone.

«È vero! esclamò, messer ipocrita! guardate là!

«Vedo, disse Mazzarino, che dinanzi a lui tutti s’inginocchiano benchè non sia altro che Coadjutore, mentre s’io fossi nelle sue veci mi farebbero a pezzi. Quindi persisto nel mio desiderio (e il ministro calcava su questo vocabolo) che Vostra Maestà riceva il Coadjutore.

«Perchè non dite anche voi nel vostro volere? replicò piano la regina».

Mazzarino s’inchinò.

Anna stette alquanto pensosa. Indi alzando la testa:

«Maresciallo, andate a chiamare il Coadjutore, e a me conducetelo.

«E che dirò al popolo? domandò La Meilleraye.

«Che abbia pazienza; ne ho tanta io!»

Nel tuono della superba Spagnuola eravi un che d’imperioso a tal segno, che il maresciallo uscì senza far veruna osservazione.

D’Artagnan si volse così a Porthos:

«Come finirà?

«Lo vedremo» ribattè Porthos tranquillamente.

Intanto Anna avvicinatasi a Comminges gli favellava sommesso.

Mazzarino inquieto guatava alla parte dov’erano d’Artagnan e Porthos.

Gli altri individui là presenti ricambiavano qualche discorso.

Fu riaperta la porta; venne il maresciallo, e lo seguiva Gondy.

La sovrana mosse quattro passi a incontrarlo e si fermò, fredda, severa, immobile e sporgendo sprezzantemente il labbro inferiore.

Gondy fece una rispettosa riverenza.

«Ebbene, gli chiese la regina, che dite di questa sommossa?

«Maestà, che non è più semplice sommossa, ma bensì ribellione.

«La ribellione sta in coloro che pensano che il mio popolo possa ribellarsi! gridò Anna incapace di dissimulare davanti al Coadjutore, cui considerava, e forse con ragione, come promotore di tutta l’agitazione. Ribellione! ecco come quei che la bramano chiamano il movimento cagionato da loro stessi; ma aspettate! vi porrà buon ordine l’autorità del re.

«Per dirmi forse codesto, rispose freddamente Gondy, Vostra Maestà mi ha ammesso all’onore della sua presenza?

«No, caro Coadjutore, riprese Mazzarino; era per domandarvi il vostro parere nella spiacevole circostanza in cui siamo.

«È vero, seguitò di Gondy fingendosi maravigliato, che Sua Maestà mi abbia chiamato per domandarmi consiglio?

«Sì, replicò la regina, così hanno voluto».

Il Coadjutore s’inchinò.

«Sua Maestà dunque desidera?...

«Che le diciate ciò che fareste ne’ suoi piedi» sollecitossi a terminare Mazzarino.

Di Gondy fissò in volto la sovrana, la quale fe’ un cenno affermativo.

«Nei piedi di Sua Maestà, non esiterei punto, e renderei Broussel.

«E se non lo rendo, gridò ella, che credete che succeda?

«Io credo, disse il maresciallo, che domani in Parigi non vi sarà una pietra sull’altra.

«Non interrogo voi, ripicchiò Anna aspramente e senza tampoco girarsi, ma il signor di Gondy.

«Se Sua Maestà interroga me, rispose con tutta calma il Coadjutore, dichiarerò essere appieno del sentimento del signor maresciallo».

Salì il rossore sul volto alla regina; i begli occhi turchini sembravano sul punto di uscirle dal posto, le labbra di corallo, di cui i poeti dell’epoca fecero sì magnifiche comparazioni, si scolorirono tremando di rabbia: ella mise persino spavento a Mazzarino, che però era avvezzo ai furori domestici di quella casa tanto tormentata.

«Render Broussel! ella esclamò finalmente con un sorriso da far paura; bel consiglio, davvero! degno di chi osa avanzarlo!»

Gondy stette saldo; pareva che le ingiurie del giorno scorressero leggiere su di lui come i sarcasmi del dì precedente, ma l’odio e la vendetta si accumulavano in fondo al suo cuore nel silenzio e a stilla a stilla. Guardò freddamente la sovrana, la quale spingeva Mazzarino per far sì che dicesse egli pure qualche cosa.

Il ministro, al suo solito, pensava molto e parlava poco.

«Eh eh! disse, buon consiglio, da amico.... Anch’io lo restituirei, quel caro Broussel, o vivo o morto, e sarebbe finito tutto.

«Se lo rendeste morto, sarebbe finito tutto come voi dite, monsignore; ma diversamente da quel che voi intendete.

«Ho detto morto o vivo? riprese Mazzarino, è un modo di parlare; sapete che io capisco malamente il francese, che voi signor Coadjutore comprendete e scrivete tanto bene.

«Ecco un consiglio di Stato, osservò d’Artagnan a Porthos; ma noi li tenevamo migliori a La Rochelle con Athos ed Aramis.

«Al bastione San Gervasio, continuò Porthos.

«E là ed altrove».

Il Coadjutore lasciò passare il diluvio, e indi soggiunse con la medesima flemma:

«Se Vostra Maestà non gusta l’opinione che io le sottopongo, è di certo perchè ne ha qualcuna di meglio a cui attenersi; io conosco troppo la saviezza della regina e de’ suoi consiglieri per immaginarmi che si lasci molto tempo la città capitale in un’agitazione che può portare alla rivoluzione.

«Sicchè, secondo voi altri, seguitò la Spagnuola stringendo le labbra per l’ira estrema, la sommossa di jeri, che oggi è ribellione, può diventar rivoluzione domani?

«Sì, Maestà, rispose gravemente di Gondy.

«Ma a sentir voi, i popoli sarebbero dimentichi d’ogni freno?

«È una cattiva annata per i re! disse Gondy tentennando la testa; guardate un po’ in Inghilterra, signora.

«Sì, rispose la regina; ma per buona sorte in Francia non abbiamo un Oliviero Cromvello.

«Chi sa?... gli uomini sono simili al fulmine: non si conoscono se non quando colpiscono».

Ciascuno rabbrividì, e fuvvi un momento di silenzio.

Frattanto Anna si teneva ambo le mani sul petto; si scorgeva che tentava reprimere i palpiti precipitosi del cuore.

«Porthos, mormorò d’Artagnan, mirate attento il Coadjutore.

«Lo vedo.... ebbene?

«Ebbene! è un uomo».

Porthos meravigliato fissò gli occhi sul tenente dei moschettieri; era evidente che non lo capiva.

«Vostra Maestà, continuò senza pietà di Gondy, prenderà dunque le misure opportune; ma io le preveggo terribili e tali da irritare maggiormente i rivoltosi.

«Or bene; allora, voi signor Coadjutore che avete un sì gran potere su di loro, e siete nostro amico, disse ironicamente la sovrana, li calmerete dando ad essi le vostre benedizioni.

«Sarà forse troppo tardi, disse Gondy sempre di ghiaccio, ed è probabile che abbia perduta io pure ogni influenza: laddove restituendo Broussel, la Maestà Vostra tronca la radice a qualunque sedizione, ed acquista il diritto di punire crudelmente ogni nuovo principio di ribellione.

«E non l’ho, questo diritto? esclamò Anna.

«Se lo avete, prevaletevene, fece Gondy.

«Capperi! disse d’Artagnan a Porthos, ecco uno di quei caratteri come piacciono a me. Perchè non è ministro, e perchè non son io il suo d’Artagnan invece di esser di quel furfante di Mazzarino? Per Bacco! che bei colpi faremmo insieme!

«Sì» rispose Porthos.

La regina con un cenno licenziò la corte, eccettuato Mazzarino.

Gondy inchinandosi era per ritirarsi al pari degli altri.

«Trattenetevi! gli ordinò Anna.

«Bene! pensò di Gondy, ora cede.

«Ora lo fa ammazzare, disse d’Artagnan a Porthos, ma in ogni caso non sarà mai per mio mezzo. Giuro, anzi, sopra a Dio! che se alcuno gli va addosso, io piombo addosso agli assalitori.

«Anch’io, confermò Porthos.

«Bene! bucinò Mazzarino prendendo una sedia, ne vedremo delle nuove».

La regina seguiva con gli occhi le persone che uscivano. Quando l’ultima di esse ebbe chiusa la porla, ella si voltò. Si scorgeva che si sforzava all’eccesso onde frenare lo sdegno: si faceva vento, annasava ghiandine odorose, andava in su ed in giù. Mazzarino restava assiso mostrando riflettere. Gondy, che principiava a sgomentarsi, scandagliava collo sguardo tutti i parati, palpeggiava l’usbergo che teneva sotto la toga, e tratto tratto si cercava in seno il manico di un buon pugnale spagnuolo che si teneva nascosto a portata della mano.

«Animo, signor Coadjutore, disse la regina, animo, or che siamo soli, ripetete il vostro suggerimento.

«Eccolo, Maestà; fingere di averci pensato meglio, convenire pubblicamente di un abbaglio, nel che sta la forza dei governi forti; fare uscire Broussel dal suo carcere e renderlo al popolo.

«Oh! esclamò Anna, umiliarmi in tal guisa! Sono io, sì o no, la regina? tutta quella canaglia che strepita è ella, sì o no, una turba di miei sudditi? ho io amici, ho io guardie? Ah per Nostra Donna! come diceva la regina Caterina, piuttosto che dar loro l’infame Broussel, lo scannerei colle mie mani!»

E si scagliò chiudendo il pugno verso Gondy, cui in quel momento aborriva di certo almeno quanto Broussel.

Gondy non si mosse; non agì verun muscolo del suo volto: se non che il gelido suo sguardo s’incrociò come un brando collo sguardo furibondo della sovrana.

«Questo è un uomo bell’e morto, disse il Guascone, se in corte v’è ancora qualche Vitry e il Vitry capita adesso, ma io, prima che tocchi quel buon Coadjutore, ammazzo il Vitry!... messer Mazzarino me ne sarà grato al sommo.

«Zitto! disse Porthos, state a sentire.

«Signora, esclamò il ministro afferrando pel braccio la regina e tirandola indietro, signora, che fate mai?»

Poscia soggiunse in ispagnuolo:

«Anna, siete pazza? fate qui dispute da particolari, da borghesi, voi una regina! e non vedete che avete dinanzi, nella persona del Coadjutore, tutto il popolo di Parigi che in questo punto è pericolosissimo lo insultare, e che se il Coadjutore vuol così, fra un’ora non avrete più corona? Animo, animo! in appresso, in altra occasione starete ferma, ma oggi non è il momento; oggi accarezzate e lusingate, o che siete soltanto una donna volgare».

Dalle prime parole di questo discorso, d’Artagnan aveva preso per un braccio Porthos e glielo andava vieppiù stringendo; indi, quando il ministro si tacque, egli disse piano:

«Porthos, non dite mai davanti a Mazzarino ch’io intendo lo spagnuolo, o che sono un uomo rovinato e voi pure.

«Bene» fece Porthos.

Quella forte ramanzina, ornata di una certa eloquenza, che caratterizzava Mazzarino quando ei parlava italiano o spagnuolo, e che perdeva affatto quando parlava in francese, fu pronunziata con un aspetto impenetrabile, il quale non diede sospetto a Gondy, quantunque abilissimo fisionomista, d’altro che di un mero avvertimento ad esser più moderata.

La regina così strapazzata, dal canto suo si fe’ più mite; lasciò, diremmo, cadersi dagli occhi il fuoco, e dalle guancie il sangue, e dalle labbra la collera loquace: si assise, e con voce molle dal pianto, buttando giù le braccia, disse tosto:

«Perdonatemi, signor Coadjutore, e attribuite l’impeto mio a quel che soffro. Donna, e in conseguenza soggetta alle debolezze del mio sesso, mi sbigottisco della guerra civile; regina ed assuefatta ad essere obbedita, mi adiro alla prima resistenza.

«Vostra Maestà s’inganna, rispose dolcemente di Gondy, qualificando come resistenza il mio sincero suggerimento. Vostra Maestà non ha se non sudditi rispettosi e sottomessi. Il popolo non ha rancore contro la regina, chiama Broussel, e non altro, fortunatissimo di vivere sotto le leggi della Maestà Vostra.... ove però Ella gli renda Broussel» aggiungeva sorridendo Gondy.

Mazzarino all’udire il popolo non ha rancore contro la regina aveva già drizzate le orecchie, credendo che il Coadjutore fosse per discorrere delle grida: abbasso il Mazzarino! egli fu anzi grato della soppressione fatta, e con la ciera sua più sdolcinata e gentile disse:

«Signora, date ascolto al Coadjutore ch’è uno dei più abili politici che abbiamo; il primo cappello di cardinale vacante sembra fatto per la nobile sua testa.

«Ah briccone! tu hai bisogno di me! disse fra sè di Gondy.

«E che cosa prometterà a noi, disse d’Artagnan, il giorno in cui vorranno ucciderlo? Per Diana! se dà a questo modo dei cappelli, prepariamoci, Porthos, e chiediamo ciascuno un reggimento domani subito.... Cospettone! duri soltanto un anno la guerra civile, e fo indorare a nuovo per me la spada di connestabile!

«Ed io? domandò Porthos.

«A te? ti farò dare il bastone di maresciallo del signor di La Meilleraye, che in questo punto non mi par molto in favore.

«Dunque, riprese la sovrana, voi temete sul serio l’agitazione popolare?

«Sul serio, replicò Gondy meravigliato di non esser avanzato di più; temo, allorchè il torrente ha rotto l’argine, che cagioni gravissimi danni.

«Ed io, replicò Anna, stimo che in questo caso gli si debbano opporre argini nuovi».

Gondy guardò attonito il Mazzarino; il Mazzarino si accostò alla sovrana onde discorrerle; all’istante si udì orribile tumulto sulla piazza del Palazzo Reale.

Gondy sorrise, alla regina s’infiammarono le pupille, a Mazzarino impallidì la faccia.

«Che altro v’è egli? chiese quest’ultimo».

Entrò in sala precipitosamente Comminges.

«Perdonate, Maestà, esso disse; ma il popolo ha pestate le sentinelle a ridosso ai cancelli, ed ora forza le porte: che ordinate?

«Ascoltate!» disse Gondy alla regina.

Il mugghiare delle onde, lo strepito del fulmine, il fragore di un vulcano infiammato, non sono da paragonarsi alla tempesta di grida che sorse in tal momento.

«Quel che ordino? disse Anna.

«Sì, il tempo stringe.

«Quanti uomini all’incirca avete al Palazzo Reale?

«Seicento.

«Ponetene cento attorno al re, e col rimanente sgombrate quella plebaglia.

«Ah signora! che fate? osservava Mazzarino.

«Andate!» comandò Anna.

Comminges uscì con l’obbedienza passiva del soldato.

S’intese un rumore spaventevole; cominciava una porta a cadere.

«Oh Maestà! urlò il ministro, ci perderete tutti, il re, voi e me!»

A quel grido partitosi dall’anima del ministro sgomentato ebbe paura ancor la regina; richiamò indietro Comminges.

«È troppo tardi! disse Mazzarino strappandosi i capelli, è troppo tardi!»

La porta cessò di resistere. Si udirono urli di allegrezza della plebe. D’Artagnan mise mano alla spada, ed accennò a Porthos d’imitarlo.

«Salvate la regina! strillò Mazzarino al Coadjutore».

Gondy corse al balcone e lo aprì; riconobbe Louvieres alla testa di una truppa di forse tre o quattro mila uomini.

«Non muovete un passo di più! egli disse, la regina sottoscrive.

«Che dite? domandò Anna.

«La verità, rispose il ministro porgendole carta e penna; così fa d’uopo....»

Ed aggiunse:

«Anna, firmate, ve ne prego, voglio così!»

La sovrana cadde sopra una sedia, e firmò.

Il popolo frenato da Louvieres non avea fatto un passo di più, ma sempre continuava il tremendo mormorio che dà indizio dello sdegno della moltitudine.

La regina scrisse:

«Il custode della prigione di San Germano porrà in libertà il consigliere Broussel».

Ed appose il suo nome.

Il Coadjutore, che cogli occhi si divorava ogni menomo suo movimento, prese subito il foglio, tornò alla finestra, ed agitandolo con la mano, esclamò:

«Ecco l’ordine!»

Parve che tutta Parigi desse unanime un gran grido di gioja; indi si udì:

«Evviva Broussel! evviva il Coadjutore!

«Evviva la regina! disse il Coadjutore».

Alcune voci ripeterono questo, ma rade e fiacche. Forse di Gondy aveva dato quell’urlo unicamente per far sentire ad Anna quanto ella fosse debole.

«E adesso, essa disse, che avete ciò che voleste, andate, signor di Gondy.

«Quando la regina avrà bisogno di me, rispose inchinandosi il Coadjutore, Sua Maestà sa che sono a’ suoi cenni».

Mazzarino le si avvicinava.

«Lasciatemi! ella strillò, voi non siete un uomo».

Ed uscì.

«Voi, non siete una donna! brontolò il ministro».

Indi, avendo pensato un poco ei si rammentò che d’Artagnan e Porthos dovevano esser colà e in conseguenza aver visto ed inteso tutto. Aggrottò le ciglia, andò prontamente verso il parato e lo sollevò: il gabinetto era vuoto.

Alle ultime parole della regina, d’Artagnan preso per mano Porthos, lo trascinava verso la galleria.

Mazzarino, pure entrò nella galleria e trovò i due amici che passeggiavano.

«Perchè vi siete partiti dal gabinetto? chiese il ministro.

«Perchè, rispose d’Artagnan, Sua Maestà ha ordinato a tutti di andarsene, ed io ho pensato che l’ordine fosse per noi come per gli altri.

«Talchè siete qui da....

«Da un quarto d’ora circa, replicò il tenente accennando a Porthos non ismentirlo».

Mazzarino si accorse del segno fatto, si convinse che il Guascone avesse veduto e udito ogni cosa, ma gli fu grato della bugia.

Laonde gli disse:

«Signor d’Artagnan, siete assolutamente l’uomo ch’io cercava, e potete ugualmente, che il vostro amico, contare sopra di me».

E salutatili entrambi col suo più grazioso sorriso, se ne tornò più quieto nel proprio gabinetto, sendochè alla partenza di Gondy era cessato come per incanto lo schiamazzo.

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LII

Con le disgrazie viene la memoria.

Anna era entrata furibonda nel suo oratorio.

«Come! esclamò torcendosi le bellissime braccia, come il popolo vide il sig. di Condé, il primo principe del sangue arrestato dalla mia suocera Maria de’ Medici; vide la mia suocera sua antica reggente, discacciata dal ministro; vide il signor di Vendome, cioè il figlio di Enrico IV, prigioniero a Vincennes, e nulla disse, nulla, mentre s’insultavano, si carceravano, si minacciavano que’ grandi personaggi; e per un Broussel!... Gesù! ch’è mai diventata la dignità regale?»

Anna senza pensarvi toccava la questione caldissima del momento. Nulla aveva detto il popolo per i principi, e si sollevava per Broussel: perchè si trattava di un plebeo, ed esso difendendolo sentiva per un certo istinto che difendeva sè medesimo.

Frattanto Mazzarino camminava su e giù nel gabinetto, guardando tratto tratto il suo bello specchio di Venezia tutto rotto.

«Eh! diceva, è trista faccenda, lo so, esser costretti a cedere in tal modo; ma via! ci piglieremo la rivincita: che importa di Broussel? gli è un nome, e non una cosa».

Quantunque fosse abile politico, questa volta il ministro la sbagliava: Broussel era una cosa, e non un nome.

E perciò alla mattina vegnente, allorchè Broussel fece il suo ingresso in Parigi in una grande carrozza, avendo accanto Louvieres suo figlio, e Friquet dietro al legno, tutta la folla armata si scagliò dove passava; da ogni banda echeggiavano le grida: evviva Broussel! evviva il nostro padre! e portavano la morte alle orecchie di Mazzarino; per ogni parte gli spioni del ministro e della sovrana riferivano spiacevoli notizie, le quali trovavano quello agitatissimo e questa assai quieta. Sembrava che Anna maturasse nel suo cervello una grande risoluzione, lo che appunto accresceva le smanie di Mazzarino: chè egli conosceva l’orgogliosa donna, e delle sue risoluzioni paventava di molto.

Il Coadjutore era tornato al Parlamento, più re che non lo fossero il re, la regina e il ministro tutti insieme. Dietro un suo consiglio, un editto del Parlamento aveva invitati i borghesi a deporre le armi e demolire le barricate; costoro ormai sapevano che bastava un’ora per riprendere le armi, ed una notte per rifare le barricate.

Planchet si era rimesso nella sua bottega: la vittoria porta amnistia: sicchè egli non avea più paura di essere appiccato, e si persuadea che se alcuno mostrasse soltanto voler arrestarlo il popolo si solleverebbe per lui conforme aveva fatto per Broussel.

Rochefort aveva restituiti i suoi cavalleggieri al cavalier d’Humieres; ne mancavano due all’appello, ma il cavaliere tutto della Fronda in anima e in corpo non aveva voluto sentir discorrere di risarcimento.

Il mendico avea ripreso il suo posto nell’atrio di Sant’Eustachio, dando sempre l’acqua benedetta con una mano, coll’altra chiedendo elemosina; e nessuno s’immaginava quelle due mani aver prestato ajuto onde cavare dal sociale edifizio la pietra fondamentale della regia dignità.

Louvieres era contento e superbo: si era vendicato del Mazzarino, ed aveva contribuito molto a fare scarcerare il proprio genitore; il suo nome erasi ripetuto con terrore nel Palazzo Reale, ed egli ridendo diceva al consigliere restituito alla famiglia:

«Credete, padre mio, che se adesso io chiedessi alla regina il comando di una compagnia, ella me lo concederebbe?»

D’Artagnan aveva profittato del momento di calma per rimandar indietro Raolo, cui a stento avea tenuto rinchiuso durante la sommossa, e che intendeva assolutamente sguainare la spada o per l’uno o per l’altro — Raolo sul principio fece qualche obbiezione, d’Artagnah gli parlò in nome del conte di la Fère, ed egli, dopo essere andato a fare una visita alla signora di Chevreuse, partì per raggiungere l’armata.

Rochefort solo trovava le cose terminate malissimo; scrisse al signor duca di Beaufort di venire; il duca arriverebbe quanto prima e troverebbe Parigi tranquillo.

Andò dal Coadjutore per domandargli se si dovesse dare avviso al principe di fermarsi per la via; ma Gondy riflettè un poco e gli disse:

«Lasciatelo continuare il suo viaggio.

«Ma dunque non è finita? disse Rochefort.

«Eh vi pare! caro conte, siamo ancora al principio.

«Da che lo arguite?

«Dalla cognizione che ho del cuore della regina: non vorrà rimaner battuta.

«Apparecchia ella forse qualche cosa?

«Spero di sì.

«Animo, là, che sapete?

«So che ha scritto al signor Principe di tornare sollecitamente dall’armata.

«Ah, ah! disse Rochefort, avete ragione; bisogna lasciar venire il signor di Beaufort.»

La sera stessa di quella conversazione si sparse voce esser giunto il Principe.

Era codesta una notizia semplicissima, naturale, eppure fece uno strepito immenso; si diceva essere stata commessa qualche imprudenza di parole da madama di Longueville, a cui aveva fatte delle confidenze il signor Principe, il quale tutti accertavano nutrisse per la sorella una tenerezza anche più grande che l’affetto fraterno, e queste confidenze svelavano tristi progetti per parte della regina.

La sera stessa dell’arrivo del signor Principe molti borghesi più avanzati degli altri, scabbini, capitani di quartiere, se ne andavano dai loro conoscenti dicendo:

«E perchè non dobbiamo prendere il re e metterlo nel palazzo della comunità?.... È mal fatto lasciarlo educare dai nostri nemici che gli danno cattivi consigli, mentre se fosse diretto dal signor Coadjutore succhierebbe massime nazionali ed amerebbe il popolo.»

La notte passò in una sorda agitazione; all’indomani si rividero i pastrani bigi e neri, le pattuglie di mercanti armati e le truppe di accattoni.

La regina era stata tutta la nottata a conferenza col signor Principe, che introdotto a mezzanotte nel di lei oratorio non l’aveva lasciata sino alle cinque ore.

Alle cinque Anna si recò nel gabinetto di Mazzarino; s’ella non si era ancor coricata, egli però era digià alzato.

Ei redigeva una risposta per Cromvello: erano già trascorsi sei giorni dei dieci che aveva presi di tempo da Mordaunt.

«Eh! diceva, l’avrò fatto aspettare un poco; ma il signor Cromvello sa troppo bene che cosa sono le rivoluzioni perchè non abbia a scusarmi.»

E rileggeva con tutta compiacenza il primo paragrafo del suo scritto, quando fu toccato pianino l’usciale che comunicava agli appartamenti della regina. Di là non potea venire altri che Anna. Il ministro si alzò e si fece ad aprire.

La sovrana era vestita in succinto, ma questo le stava sempre bene, giacchè al pari di Diana di Poitiers e di Ninon, Anna conservò il privilegio di rimanere ognora bella; e quella mattina era più bella del solito, avendo negli occhi tutto il fulgore che dà allo sguardo l’interna allegrezza.

«Che avete, signora? disse inquieto Mazzarino, mi parete superba.

«Sì, Giulio, superba e contenta, che ho trovato il mezzo di soffocare quell’idra.

«Siete una grande politica, regina mia; sentiamo il mezzo.»

E Mazzarino nascose la lettera incominciata sotto un foglio bianco.

«Vogliono prendermi il re, come sapete, principiò la sovrana.

«Ohimè sì! e impiccar me.

«Non avranno il re.

«E non m’impiccheranno. Benone!

«Ascoltate: voglio portar via ad essi mio figlio e me stessa, e voi meco. Voglio che questo fatto, il quale da un giorno all’altro cambierà l’aspetto delle cose, abbia luogo senza che altri lo sappiano fuor che voi ed io ed una terza persona.

«E chi è la terza persona?

«Il signor Principe.

«Dunque è giunto, come mi avevano detto?

«Jeri a sera.

«Lo avete veduto?

«L’ho lasciato dianzi.

«E dà mano a questo progetto?

«È suo consiglio.

«E Parigi?

«Lo riduce alla fame, e lo costringe a rendersi a discrezione.

«V’è del grandioso in codesto piano, ma non ci vedo che un ostacolo.

«E quale?

«L’impossibilità.

«Parola vuota di senso. Nulla v’è d’impossibile.

«Per progetto.

«Per esecuzione. Abbiamo danaro?

«Un poco, disse Mazzarino, temendo che Anna chiedesse di attingere alla sua borsa.

«Abbiamo truppe?

«Cinque o sei mila uomini.

«Abbiamo coraggio?

«Molto.

«Allora la cosa è fatta. Oh comprendete voi, Giulio? Parigi, l’odioso Parigi, destarsi una mattina senza regina e senza re, circuito, assediato, affamato, non avendo altra risorsa che il suo stupido Parlamento, e il magro Coadjutore colle gambe torte?

«Bello, bello! comprendo l’effetto, ma non vedo il modo di giungervi.

«Lo troverò io!

«Sapete ch’è guerra, guerra civile, ardente, accanita, implacabile?

«Oh sì, sì, la guerra, rispose la sovrana; sì, voglio ridurre in cenere questa città ribelle; voglio estinguere il fuoco nel sangue; voglio che da un esempio spaventoso si eterni la memoria del delitto e del castigo; Parigi, io l’odio! lo aborro!

«Piano piano, Anna, eccovi digià sanguinaria! badate, non siam mica al tempo di Malatesta e dei Castruccio Castracani; vi farete decapitare, mia bella regina, e sarebbe peccato!

«Ridete!

«Rido pochissimo, io; la guerra è pericolosa contro un intero popolo; vedete vostro fratello Carlo I, sta male, male assai.

«Noi siamo in Francia, ed io sono spagnuola.

«Peggio, per Bacco! peggio! avrei più caro che voi foste Francese, ed io pure: saremmo meno odiati ambedue.

«Non ostante approvate?

«Sì, se scorgo possibile la faccenda.

«Lo è, ve lo dico io; fate i vostri preparativi per la partenza.

«Io, sono sempre pronto a partire; solamente, lo sapete, non parto mai... e probabilmente, questa volta niente più delle altre.

«Ma se io parto, partirete?

«Mi proverò.

«Giulio, mi fate morire d’impazienza coi vostri timori; ma di che avete paura?

«Di molte cose.

«Di quali?»

A Mazzarino si fece trista la cera, stata fino allora ironica, ed egli disse:

«Anna, voi non siete altro che una donna, e come donna potete insultare liberamente gli uomini, sicura dell’impunità. Mi accusate di aver timore: non ne ho tanto quanto ne avete voi, poichè non fuggo. Contro chi gridano coloro? contro di voi o di me? Di chi si vuol la rovina? la vostra o la mia? Eppure, faccio fronte alla burrasca, io che incolpate di paura: non già da bravaccio, chè quella non è la mia maniera, ma mi reggo. Imitatemi: non tanta apparenza, e più effetto. Voi gridate forte, e nulla concludete. Parlate di fuggire!...»

E Mazzarino fece un moto delle spalle, prese per mano la regina, e la condusse alla finestra dicendole.

«Guardate!

«Ebbene? fece Anna acciecata dalla sua ostinazione.

«Che vedete da questa finestra? Sono, se io non isbaglio, borghesi con la corazza, con l’elmo e con buoni moschetti come a tempo della lega, e che guardano tanto bene a questo balcone come li guardate voi, che tra un momento sarete vista se scuotete sì forte la cortina. Adesso, venite a quest’altra. Che mirate? genti del volgo con alabarde in mano a custodia delle vostre porte. Ad ogni apertura del palazzo dov’io vi guidassi scorgereste altrettanto: son custodite le porte, custoditi anco gli spiragli delle cantine, e vi dirò come diceva a me il caro la Ramée del sig. di Beaufort: se non diventate uccello o topo, non uscirete.

«Egli però uscì!

«Fareste conto di andarvene nella medesima guisa?

«Dunque sono prigioniera?

«Perdinci! è un’ora che ve lo provo!»

E Mazzarino riprese tranquillamente il dispaccio incominciato, al punto ove lo aveva sospeso.

Anna tremante di collera, rossa d’umiliazione, si partì dal gabinetto spingendosi dietro con impeto l’usciale.

Mazzarino non voltò tampoco il capo.

La regina entrata nel proprio appartamento si gettò sur un seggiolone, e si mise a piangere.

Poi, ad un tratto, ad un idea improvvisa, alzandosi disse:

«Sono salva!.... Oh! sì, sì, conosco un uomo che saprà trarmi fuori di Parigi, un uomo che troppo a lungo dimenticai».

E pensosa, benchè con un sentimento di gioja, seguitò:

«Ingrata! per venti anni ho obliato quel soggetto che avrei dovuto fare maresciallo di Francia. La mia suocera prodigò oro, dignità e lusinghe a Concini che la perdè; il re fece Vitry maresciallo di Francia per un assassinio, ed io lascio nell’oblìo, nella miseria, quel nobile d’Artagnan che mi salvò!»

E corse a un tavolino su cui erano carta ed inchiostro, e si mise a scrivere.

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LIII

Abboccamento.

D’Artagnan in quella mattina era a letto in camera di Porthos. Tale era l’abitudine presa dai due amici dopo le insorte turbolenze; tenevano sotto il capezzale la spada, e sul tavolino, vicinissimo alla mano, le pistole.

D’Artagnan dormiva tuttavia, e si sognava che il cielo si cuoprisse di un gran nuvolo giallo, e dal quel nuvolo cadesse una pioggia d’oro, e ch’egli porgesse il cappello sotto una grondaja.

Porthos dal canto suo si sognava che lo sportello della sua carrozza non fosse abbastanza largo per contenere le armi e gli stemmi che ei vi faceva dipingere.

Gli destò entrambi a sett’ore un servo senza livrea che recava una lettera a d’Artagnan.

«Da parte di chi? domandò il Guascone.

«Della regina, rispose colui.

«Eh? fece Porthos sollevandosi sulle lenzuola, che cosa dice?»

D’Artagnan invitò il servo a passare in una stanza contigua, e chiusa che quegli ebbe la bussola, ei saltò dal letto, e lesse prestamente, intanto che Porthos lo guardava cogli occhi spalancati senza osare interrogarlo.

«Porthos, disse d’Artagnan dandogli il foglio, questa volta ecco il tuo titolo di barone e il mio brevetto di capitano. Tieni, leggi, e giudica».

L’altro stese la mano, pigliò la carta, e pronunziò tremando queste parole in essa contenute:

— «La regina vuol parlare al signor d’Artagnan; esso segua il latore. —

«Ebbene! fece Porthos, in ciò non vedo che una cosa ordinaria.

«Io all’opposto, ce ne veggo di molte straordinarie. Se mi chiamano, è segno che gli affari sono assai imbrogliati! Pensa un po’ che disordine dev’essere accaduto nella mente della regina, perchè dopo venti anni vi ritorni a galla la memoria di me.

«È vero, confermò Porthos.

«Barone, affila la spada, carica le pistole, dà la biada ai cavalli; ti garantisco che prima di domani vi saranno delle novità, e zitto!

«Ehi! non fosse poi un laccio teso per isbarazzarsi di noi? obiettò Porthos, pensando sempre alla soggezione che dovrebbe dare altrui la sua futura grandezza.

«S’è un laccio, io lo fiuterò; sta pur quieto. Se Mazzarino è italiano, io son guascone», riprese d’Artagnan.

E si vestì in un attimo.

Mentre Porthos tuttora in letto gli affibbiava il ferrajuolo, fu bussato per la seconda volta.

«Passate! disse d’Artagnan».

Entrò un altro domestico, dicendo:

«Da parte di Sua Eccellenza il ministro Mazzarino».

D’Artagnan guardò Porthos.

«L’affare si va complicando! mormorò questo, di dove principieremo?

«Cade benissimo in acconcio; rispose il tenente, Sua Eccellenza mi dà l’appuntamento fra mezz’ora.

«Bene.

«Dite a Sua Eccellenza che fra mezz’ora sarò a’ suoi comandi, disse d’Artagnan al servitore».

Colui salutò e andò via.

«Fortuna che non abbia veduto l’altro! osservò il tenente.

«Credi dunque che non ti mandino a cercare tutti due per lo stesso oggetto?

«Non lo credo, ne son sicuro.

«Animo, animo, fa presto! pensa che la sovrana ti attende; dopo di lei il ministro, e dopo il ministro io».

D’Artagnan chiamò indietro il servo della regina.

«Eccomi, disse, conducetemi».

Quegli lo guidò dalla via des Petits-Champs, e voltando a sinistra lo fece entrare dalla porticella del giardino che dava sulla strada Richelieu; poi salita una scala segreta, ei fu introdotto nell’oratorio.

Al nostro tenente faceva balzare il cuore una certa emozione che non sapeva spiegarsi. Egli non aveva più la fiducia della gioventù, e coll’esperienza aveva imparata tutta la gravità dei passati avvenimenti.

Sapeva ormai che si fossero la nobiltà dei principi e la nobiltà dei re; si era assuefatto a classare la propria mediocrità dopo le illustrazioni della fortuna e della nascita. In addietro si sarebbe fatto innanzi ad Anna come un giovane che saluta una donna; allora era tutt’altro, e si recava da lei come un umile soldato presso un capo illustre.

Un lieve rumore turbò il silenzio dell’oratorio. D’Artagnan si scosse, e vide una bianca mano sollevare il parato, e dalla forma, dalla bianchezza, dalla beltà di quella riconobbe la regia mano che un giorno eragli stata data a baciare.

Entrò la regina.

«Siete voi, signor d’Artagnan? disse fissando sull’ufficiale uno sguardo ricolmo di affettuosa malinconia, siete voi, e bene io vi ravviso. Guardatemi pur voi, io sono la regina: mi riconoscete?

«No, mia signora, rispose d’Artagnan.

«Ma non vi ricordate, continuò Anna con delizioso accento che dar sapeva alla sua voce quando voleva, che in passato la regina ebbe bisogno di un giovane cavaliero prode e zelante, e lo trovò, e che sebbene questi potesse indi credersi da lei dimenticato ella gli serbò un posto in fondo al suo cuore?

«No mia signora, questo m’è ignoto, disse il moschettiere.

«Tanto peggio! fece Anna, almeno tanto peggio per la regina, poichè essa ha d’uopo ancor oggi di quello stesso coraggio, di quel medesimo zelo.

«E che! replicò d’Artagnan, la regina, circondata com’è da servitori sì devoti, da sì saggi consiglieri, da uomini infine tanto grandi per merito o per situazione, si degna volgere gli occhi sopra un oscuro soldato?»

Anna comprese il velato rimprovero, e ne fu commossa più che irritata. Cotanto disinteresse ed annegazione nel gentiluomo Guascone l’avevano parecchie volte umiliata; ella si era lasciata superare in generosità.

«Tutto ciò che mi dite di quelli che ho d’intorno, signor d’Artagnan, essa soggiunse, sarà forse vero, ma io non ho fiducia che in voi. So che siete del signor ministro, ma siate altresì mio, ed io mi assumo di far la vostra fortuna. Orsù, fareste oggi per me ciò che fece in addietro per la regina il gentiluomo a voi ignoto?

«Farò quanto mi sia imposto da Vostra Maestà».

La sovrana riflettè un momento, ed osservando la circospezione in cui tenevasi il moschettiere domandò:

«Forse vi piace il riposo?

«Non so, poichè mai mi sono riposato.

«Avete amici?

«Ne avevo tre: due abbandonarono Parigi, nè so dove siano andati. Uno me ne rimane; ma è, a creder mio, uno di coloro che conoscono il cavaliere di cui Vostra Maestà mi faceva testè l’onore di parlarmi.

«Va bene: voi ed il vostro amico valete per un’intera armata.

«Che debbo fare, signora?

«Tornate alle cinque ore, e ve lo dirò; ma non discorrete a chicchessia del convegno ch’io vi fisso.

«No.

«Giuratelo sul Cristo.

«Non ho mai mancato alla mia parola; quando dico no, è no».

La sovrana, comunque meravigliasse di un tal linguaggio a cui non l’avevano accostumata i suoi cortigiani, ne trasse buon presagio per l’impegno col quale d’Artagnan la servirebbe nell’effettuazione del suo progetto. Era uno degli artifizi del nostro Guascone il celare talora la sua somma accortezza sotto le apparenze di una leale brutalità.

«La regina, ei richiese, non ha altro da comandarmi per adesso?

«No signore, e potete ritirarvi sino al momento che vi ho indicato».

Il tenente s’inchinò ed uscì.

«Diamine! borbottò quando fu alla porta, pare che qui abbiano gran bisogno di me!»

Ed essendo passata la mezz’ora, traversò la galleria e andò a bussare dal ministro.

Lo introdusse Bernouin.

«Sono qui ai vostri cenni, monsignore, egli disse».

E secondo il suo solito d’Artagnan si diede attorno una rapida occhiata, ed osservò che Mazzarino aveva dinanzi una lettera sigillata.... questa però era posata sul tavolino dalla parte dello scritto, talchè non si poteva distinguere a chi fosse diretta.

«Venite d’appresso alla regina? domandò Mazzarino guardando fisso d’Artagnan.

«Io, monsignore? chi ve lo ha detto?

«Nessuno, ma lo so.

«Mi duole assai di dire a Vostra Eccellenza che prende un abbaglio, rispose sfacciatamente il Guascone, forte per la promessa data alla sovrana.

«Io stesso ho aperto l’anticamera, e vi ho visto venire di fondo alla galleria.

«Perchè sono stato introdotto dalla scala segreta.

«E come mai?

«Lo ignoro; vi sarà stato un mal inteso».

Mazzarino sapeva non esser facile di far dire al tenente ciò ch’ei voleva occultare, e quindi renunziò a dilucidare per allora il mistero che gli veniva da esso fatto.

«Parliamo degli affari miei, seguitò, giacchè non gradite discorrere dei vostri».

D’Artagnan s’inchinò.

«Vi piacciono i viaggi?

«Ho passata tutta la vita sulle strade maestre.

«V’è alcuna cosa che vi trattenga in Parigi?

«Nulla mi ci tratterrebbe se non se un ordine superiore.

«Bene. Ecco una lettera da consegnare al suo indirizzo.

«Monsignore, l’indirizzo non v’è».

Realmente la parte opposta era intatta da qualunque carattere.

«Vale a dire, replicò Mazzarino, che v’è doppia sopraccarta.

«Intendo; e devo lacerare la prima, arrivato in un luogo determinato.

«Ottimamente. Prendete qua, e partite. Avete un amico, il signor du Vallon ch’io amo assai, lo condurrete con voi.

«Diavolo! fece fra sè d’Artagnan, sa che abbiamo udito la sua conversazione di jeri, e vuole allontanarci da Parigi.

«Titubate, forse?

«No, Eccellenza, e parto subito.... soltanto bramerei una cosa.

«E quale?

«Che l’Eccellenza Vostra passasse dalla regina.

«Quando?

«Sul momento.

«A che fare?

«A dirle solamente così: Io mando in un luogo d’Artagnan, lo fo partire immediatamente.

«Ecco dunque che avete veduta la regina?

«Monsignore, ho avuto l’onore di dirvi che vi poteva essere stato un mal inteso.

«Che significa codesto?

«Oserò rinnuovare il mio priego a Vostra Eccellenza?

«Va bene; io ci vado: attendetemi qui».

Mazzarino guardò attentamente di non essersi scordata veruna chiave sugli armadj, e sparì.

Per dieci minuti d’Artagnan tentò invano di leggere a traverso alla seconda sopraccarta le parole vergate sulla prima.

Tornò il ministro, pallido ed accigliato; andò a sedere a tavolino.

D’Artagnan lo esaminava come avanti avea fatto alla lettera, ma la sopraccarta del suo viso era quasi impenetrabile quanto quella del dispaccio.

«Eh eh! fece il Guascone, pare adirato: che lo sia contro di me? Medita: fosse mai per mandarmi alla Bastiglia! Bel bello, monsignore! alla prima parola che ne dite vi scanno e mi do tutto alla Fronda; sarò portato in trionfo come Broussel, ed Athos mi proclamerà il Bruto francese.... Oh sarebbe pur curiosa!»

Il Guascone con la sua immaginazione sempre avviata al galoppo distingueva digià tutto il partito che poteva trarre dalla situazione.

Ma il ministro non diede verun ordine di questo genere, e anzi si mise ad allisciare il tenente:

«Avete ragione, caro signor d’Artagnan, non potete peranco partire.

«Ah ah!

«Sicchè, di grazia rendetemi il dispaccio».

D’Artagnan obbedì. Mazzarino si assicurò che il suggello fosse intatto.

«Avrò bisogno di voi questa sera; tornate fra due ore.

«Monsignore, fra due ore ho un appuntamento a cui non posso mancare.

«Non ve ne pigliate briga, è tutt’uno, disse il ministro.

«Buono! me le figuravo, pensò il moschettiere.

«Dunque, venite alle cinque, e conducetemi quel caro signor du Vallon; lasciatelo però in anticamera; voglio parlare con voi solo».

D’Artagnan fece una riverenza. Ed intanto diceva tra sè:

«Tutti due lo stesso ordine, tutti due la stessa ora, tutti due al Palazzo Reale. Oh! la indovino. Ecco un segreto che il signor di Gondy avrebbe pagato cento mila lire!

«Riflettete? domandò inquieto Mazzarino.

«Sì, pensavo se dovessimo o no essere armati.

«Armati da capo ai piedi.

«Va benissimo, Eccellenza: lo saremo».

E d’Artagnan corse a ripetere le lusinghiere promesse del ministro a Porthos, il quale ne provò un’allegrezza inesprimibile.

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LIV

Fuga.

Ad onta dei segni di agitazione che dava la città, il Palazzo Reale presentava il suo più lieto aspetto verso le cinque ore quando vi si recò d’Artagnan. Nè v’era da meravigliarsene: la regina aveva restituito al popolo Broussel e Blancmesnil, e quindi quello nulla aveva da richiedere. L’emozione della sovrana era soltanto un resto di turbamento a cui era d’uopo dar tempo a calmarsi, conforme abbisognano talora dopo una tempesta più giornate perchè cali la marea.

Eravi stato gran banchetto, al quale serviva di pretesto il ritorno del vincitore di Lens. V’erano invitati i principi e le principesse, e le loro carrozze ingombravano da mezzogiorno in poi il cortile. Dopo il pranzo vi sarebbe giuoco dalla regina.

Anna brillava di grazia e di spirito; nessuno l’aveva mai veduta di umore più allegro. La vendetta sul fiore le sfolgorava negli occhi e le schiudeva il bel labbro.

Al momento che tutti si alzarono da mensa, Mazzarino sparì.

D’Artagnan stava digià in anticamera ad attenderlo. Mazzarino vi si presentò in aria sorridente, lo prese per mano, e lo introdusse nel suo gabinetto.

«Carissimo signor d’Artagnan, gli disse, essendosi seduto, vi darò adesso la maggior prova di fiducia che possa dare un ministro ad un ufficiale.

«Spero, fece d’Artagnan, che monsignore me la dia senza secondo fine, e con intima convinzione ch’io ne sia degno.

«Degno più di chiunque, amico mio, giacchè a voi mi rivolgo.

«Or bene, Eccellenza! ve lo confesso, da molto tempo aspetto una simile occasione. E perciò ditemi presto quel che avete da dirmi.

«Signor d’Artagnan mio caro, questa sera avrete nelle vostre mani la salvezza dello Stato».

E là il ministro si tacque.

«Monsignore, spiegatevi; io aspetto.

«La regina ha risoluto di fare col re un viaggetto a San Germano.

«Ah ah! vuol dire che la regina intende abbandonar Parigi!

«Capite, capricci di donne!

«Sì, intendo benone.

«Per questo vi aveva fatto venire stamane, e vi ha richiesto di tornare alle cinque.

«Meritava il conto di farmi giurare che non parlerei ad alcuno di quell’appuntamento! bucinò d’Artagnan. Oh donne, donne! siano anco regine, le son sempre donne!

«Disapprovereste questo piccolo viaggio, carissimo signor d’Artagnan? domandò il Mazzarino nelle smanie.

«Io, monsignore! e perchè?

«Vedo che crollate le spalle!

«L’è una maniera che ho presa di discorrere fra me.

«Dunque, la gita l’approvate?

«Nè approvo nè disapprovo, monsignore; aspetto i vostri cenni.

«Or bene: sopra di voi ho messo gli occhi per portare il re e la regina a San Germano.

«Briccone ipocrita! fece tra sè stesso il tenente.

«Vedete, soggiunse il ministro notando la flemma di quest’ultimo, che secondo avvertivo, la salvezza dello Stato riposerà nelle vostre mani.

«Sì, Eccellenza, e sento tutta la responsabilità di un tal peso.

«Ma però, accettate?

«Accetto sempre.

«Credete che sia possibile?

«Tutto è possibile.

«Sarete assalito per la via?

«È probabile.

«Ma in tal caso come farete?

«Passerò tramezzo a coloro che mi assalgono.

«E se non ci passate?

«Peggio per loro; passerò ad essi addosso.

«E metterete il re e la regina sani e salvi a San Germano?

«Sì.

«Sulla vostra vita?

«Sulla mia vita.

«Siete un eroe!» disse Mazzarino guardando incantato il moschettiere.

Questi sorrise.

«Ed io?... ripigliò il ministro dopo breve pausa guatandolo fisso.

«Come, Eccellenza, voi?

«Io, se volessi partire?

«Oh! sarà più difficile.

«In che modo?

«L’Eccellenza Vostra può essere riconosciuta.

«Anche così travestito?» disse Mazzarino.

Ed alzò una coperta di sulla poltrona, e sotto la quale era un completo vestimento da cavaliere grigio perlato e color di granato, coi passamani d’argento.

«Se Vostra Eccellenza si traveste e’ diventa più facile.

«Ah! respirò il Mazzarino.

«Ma bisognerà fare ciò che l’altro giorno dicevate, monsignore, che avreste fatto nelle nostre veci.

«E che mai?

«Gridare: abbasso Mazzarino!

«Griderò.

«In francese, pretto francese, veh! badate alla pronunzia; ci furono uccisi seimila angiovini in Sicilia perchè pronunziavano malamente l’italiano; badate che i Francesi non si abbiano a pigliar su di voi la rivincita del vespro siciliano!

«Farò meglio che possa.

«Vi sono molte persone armate nelle strade, continuò d’Artagnan, siete certo che nessuno conosca il progetto della regina?»

Il ministro riflettè.

«Monsignore, sarebbe un buon affare per un traditore cotesto che mi proponete; i rischi di un assalto scuserebbero tutto».

Mazzarino raccapricciò; ma pensò che uno che avesse intenzione di tradire non ne darebbe avviso.

«E perciò, disse con impeto, non mi fido mica di tutti, e la prova si è che ho scelto voi per essermi di scorta.

«Non andate colla regina?

«No, fece Mazzarino.

«Dunque, dopo di lei?

«No, egli ripetè.

«Ah! disse d’Artagnan che principiava ad intendere.

«Sì, prosegui il ministro, ho fatto i miei calcoli: con la regina, accresco per lei le probabilità sfavorevoli; dopo di essa aumento le mie; e poi, salvata la corte, posso esser posto in oblìo: i grandi sono ingrati.

«È vero» confermò il tenente volgendo a suo malgrado le pupille sul brillante della sovrana che aveva in dito il ministro.

Mazzarino seguitò la direzione di quello sguardo, e adagio adagio girò in dentro il castone.

«E voglio dunque, terminò Mazzarino col suo scaltro sorriso, impedire che siano meco ingrati.

«È carità cristiana, borbottò d’Artagnan, il non indurre il suo prossimo alla tentazione.

«E appunto per questo, finì Mazzarino, vuo’ partire prima di loro».

D’Artagnan sorrise: era uomo da capire egregiamente quell’astuzia italiana.

Il ministro che vide quell’atto, profittò del momento.

«Dunque comincerete da farmi uscire di Parigi, carissimo signor d’Artagnan?

«Difficile incombenza, monsignore! rispose il moschettiere rimessosi in serietà.

«Ma, fece l’Eccellenza osservandolo attento, acciò non gli sfuggisse la menoma espressione della fisonomia, non faceste tutte queste obbiezioni pel re e per la regina.

«Il re e la regina sono la mia regina ed il mio re: la mia vita è di loro, ad essi io la debbo. Me la richiedono, io non ho che ripetere.

«Va d’incanto, mormorò pian piano Mazzarino, ma siccome la tua vita non è mia, bisogna che io la compri, non è così?»

E con un grosso sospiro, ritirò infuori il castone dell’anello.

D’Artagnan sogghignava.

Quei due si combinavano da un punto, da quel dell’astuzia. Se ugualmente si fossero combinati pel coraggio, l’uno avrebbe fatto eseguire all’altro cose grandi.

«Ma anche, soggiunse Mazzarino, intendete che se vi domando questo servigio è coll’intenzione di esserne riconoscente.

«Vostra Eccellenza, chiese d’Artagnan, è ancora soltanto all’intenzione?

«Ecco, fece il ministro levandosi dal dito il cerchietto, ecco, mio caro signor d’Artagnan, un brillante che tempo addietro fu vostro, ed è giusto che ritorni a voi: prendetelo, ve ne supplico».

D’Artagnan non diede campo al Mazzarino d’insistere; lo pigliò, mirò ben bene se la pietra fosse la stessa, ed accertatosi dell’acqua pura e identica, se lo infilò al dito con soddisfazione indicibile.

«Mi premeva di molto, disse Mazzarino accompagnandolo con un ultimo sguardo, ma non serve, ve lo do con gran piacere.

«Ed io, monsignore, lo ricevo come mi è dato.... Orsù, ragioniamo dei vostri affaretti: bramate partire prima di tutti?

«Sì, lo desidero.

«A che ora?

«Alle dieci.

«E la regina, a che ora se ne va?

«A mezza notte.

«Allora può essere; io vi fo uscire da Parigi, vi lascio fuori della barriera, e torno a prender lei.

«Ottimamente! ma come mi conducete fuor di Parigi?

«Oh! per questo bisogna lasciarmi agire.

«Vi do piene facoltà: pigliate una scorta considerevole quanto vi pare».

D’Artagnan tentennò il capo.

«Eppure mi sembra che sia il mezzo più sicuro, seguitò Mazzarino.

«Sì, Eccellenza, per voi: ma non per la regina».

Il ministro si morse le labbra.

«E allora, disse, come operiamo?

«Conviene lasciar fare a me, monsignore.

«Uhm!

«E darmi l’intera direzione dell’intrapresa....

«Peraltro....

«O cercare un altro, finì d’Artagnan, volgendo le spalle.

«Ohi! fece piano Mazzarino, non se ne avesse da andar via col diamante!»

E lo richiamò indietro con modo carezzevole.

«Signor d’Artagnan! mio caro signor d’Artagnan!

«Eccellenza?

«Mi garantite di tutto?

«Garantisco di nulla, io; farò meglio che possa.

«Meglio che possiate?

«Sì.

«Ebbene, mi affido a voi.

«E anche assai! disse fra sè il tenente.

«Dunque sarete qui alle nove e mezza?

«E troverò pronta Vostra Eccellenza?

«Prontissima.

«Sicchè siamo d’accordo. Adesso, monsignore, volete farmi vedere la regina?

«A che giova?

«Bramerei ricevere gli ordini di Sua Maestà dal suo proprio labbro.

«Ha incaricato me di darveli.

«Potrebbe aver dimenticato qualche cosa.

«V’importa di vederla?

«È indispensabile».

Mazzarino stette alquanto perplesso, e d’Artagnan fermo e impassibile nella sua volontà.

«Or via, disse il ministro, vi ci condurrò, ma non fate parola del nostro dialogo.

«Ciò che fra noi è stato detto riguarda noi soltanto, monsignore.

«Mi giurate di star mutolo?

«Non giuro mai; dico sì e no, e siccome son gentiluomo mantengo la mia parola.

«Animo, veggo che mi tocca fidarmi di voi senza restrizioni.

«Eccellenza, questa è la miglior via.

«Venite» disse Mazzarino.

E fatto entrare d’Artagnan nell’oratorio, gli prescrisse di aspettare.

Ma d’Artagnan non aspettò molto. Dopo cinque minuti capitò la regina nella massima gala. Così adorna mostrava appena trentacinque anni, ed era sempre bella.

«Siete voi, signor d’Artagnan? disse graziosamente sorridendo; vi ringrazio di avere insistito per vedermi.

«Chiedo perdono a Vostra Maestà, ma ho voluto ricevere di bocca sua i di lei comandi.

«Sapete di che si tratta?

«Sì, mia signora.

«Accettate l’incarico che vi affido?

«Con riconoscenza.

«Dunque, siate qua a mezzanotte.

«Vi sarò.

«Troppo mi è noto il vostro disinteresse per parlarvi in tal momento della mia gratitudine; ma vi giuro che non dimenticherò questo secondo servizio come dimenticai il primo.

«Vostra Maestà è padrona di ricordarsi e di obliare, nè so che intenda dirmi.

«Andate, replicò Anna con tutta gentilezza, e tornate a mezzanotte».

Fece con la mano un gesto d’addio al tenente, ed esso si ritirò; ma nell’uscire volse il ciglio verso la cortina per dove era entrata la sovrana, e in fondo a quella distinse la punta di una scarpa di velluto.

«Bene! disse fra sè, il Mazzarino stava in ascolto per iscuoprire se io lo tradivo.... davvero, quel burattino d’Italia non merita di essere servito da un onest’uomo».

Ciò non ostante il nostro moschettiere fu puntuale: alle nove e mezza era nell’anticamera.

Lo attendeva e lo introdusse Bernouin.

Egli trovò il ministro vestito da cavaliero. Questi aveva un bellissimo aspetto sotto quell’abbigliamento, che come già avvertimmo, portava con molta eleganza; soltanto era assai pallido e tremava un pochino.

«Solo? fece Mazzarino.

«Sì, monsignore.

«E il bravo signor du Vallon? non godremo della sua compagnia?

«Oh sì! attende nella sua carrozza.

«E dove?

«Alla porta del giardino del Palazzo Reale.

«Sicchè partiamo nella sua carrozza?

«Eccellenza sì.

«Senza altra scorta che voi due?

«E non basta? sarebbe sufficiente uno solo di noi.

«In verità, caro signor d’Artagnan, mi fate paura col vostro sangue freddo.

«Credevo anzi che dovesse darvi fiducia.

«E Bernouin, non verrà meco?

«Non v’è posto per lui; verrà a raggiungere Vostra Eccellenza.

«Si vada, disse il ministro, giacchè in tutto bisogna operare a modo vostro.

«Monsignore, rispose il tenente, v’è ancora tempo a pentirsi, e siete affatto libero.

«No no, andiamo pure».

Scesero entrambi dalla scala segreta, Mazzarino appoggiando il braccio su quello di d’Artagnan, ma con un tremore continuo.

Traversarono i cortili del Palazzo Reale ove stavano tuttavia ferme le carrozze di parecchi commensali trattenutisi più degli altri, passarono nel giardino, ed arrivarono alla porticella.

Mazzarino si provò ad aprirla con una chiave trattasi di tasca; ma tale era il tremito della mano, che non trovò il buco della serratura.

«Date qua» disse d’Artagnan.

Da Mazzarino gli fu data la chiave; egli schiuse, e si rimise quella in saccoccia, perocchè divisava ritornar dentro da quella via.

Era calato il montatojo, spalancato lo sportello, e accanto a questo Mousqueton e Porthos in fondo al legno.

«Salite, monsignore» disse il tenente.

Mazzarino non se lo fece dir due volte e si slanciò nel cocchio.

D’Artagnan vi salì dopo di lui; Mousqueton serrò lo sportello, e con sospiri e gemiti si arrampicò dietro alla vettura. Aveva esso opposta qualche obbiezione alla partenza, ma d’Artagnan gli aveva parlato così:

«Caro signor Mouston, restate qua se volete, ma vi prevengo che stanotte sarà incendiato Parigi».

Dopo di che Mousqueton senza ricercar altro dichiarava esser pronto a seguitare il suo padrone e il signor tenente sino alla fin del mondo.

Il legno si mosse a un trotto discreto, tale da non indicare minimamente che contenesse persone che avean fretta. Il ministro si asciugò la fronte col fazzoletto, e si guardò attorno.

Vide a sinistra Porthos, e a destra d’Artagnan; ciascuno d’essi stava a far guardia da una parte, ognuno di loro gli serviva di baluardo.

Dirimpetto, sul sedile davanti, due paja di pistole, uno dinanzi a Porthos ed uno dinanzi a d’Artagnan, che avevano inoltre ambedue la spada al fianco.

Alla distanza di cento passi dal Palazzo Reale una pattuglia fermò la carrozza.

«Chi va là? disse il capo.

«Mazzarino!» rispose d’Artagnan con uno scroscio di risa.

Il ministro si sentì drizzare in testa i capelli.

Lo scherzo sembrò bellissimo ai borghesi, che mirando un legno senz’armi nè scorta, non avrebbero creduta mai una simile imprudenza.

«Buon viaggio!» gridarono.

E li lasciaron passare.

«Eh! fece il tenente, che pensa Vostra Eccellenza di questa mia risposta?

«Uomo di spirito! esclamò Mazzarino.

«Realmente, seguitò Porthos, comprendo....»

Verso la metà della via des Petits-Champs una seconda pattuglia fermò il cocchio.

«Chi va là? urlò il capo.

«Tiratevi da parte, monsignore!» raccomandò d’Artagnan.

E Mazzarino si cacciò talmente fra i due amici, che sparì del tutto da essi nascosto.

«Chi va là?» ripetè la voce impazientita.

E d’Artagnan sentì correr gente dalla parte della testa dei cavalli.

Allora si trasse a mezzo corpo fuori dal legno.

«Ehi Planchet!» disse tosto.

Il capo si avvicinò: era infatti Planchet: il tenente avea riconosciuta la voce del suo antico lacchè.

«Come, signore! siete voi? disse questi.

«Eh sì, amico mio; questo caro Porthos ha ricevuta una stoccata, e lo accompagno alla sua villa di San Cloud.

«Oh! davvero?

«Porthos, mio carissimo, seguitò d’Artagnan, se ancor potete, parlate, dite una parola al nostro buon Planchet.

«Planchet, amico, fece Porthos in tuono dolente, sto molto male, e se tu incontri un medico, mi farai piacere a mandarmelo.

«Gran Dio! continuò Planchet, che disgrazia! e com’è avvenuto?

«Te lo racconterò io» disse Mousqueton.

Porthos cacciò fuori un gemito.

«Ah Planchet! disse piano d’Artagnan, facci far largo, o ch’ei non arriverà vivo, è attaccato il polmone....»

Planchet tentennò la testa come uno che borbotti: «allora è un brutto impaccio!»

E voltosi ai suoi uomini ordinò:

«Lasciate passare, sono amici».

La vettura riprese il suo cammino, e Mazzarino che avea tenuto a sè il fiato si azzardò a respirare.

«Bricconi» brontolò.

Pochi passi avanti alla porta sant’Onorato si incontrò un’altra truppa; questa componevasi di genti di tristo aspetto, che somigliavano più ad assassini che ad altro: erano gli uomini del mendico di sant’Eustachio.

«Attento, Porthos!» disse d’Artagnan.

Porthos allungò la mano verso le pistole.

«Che c’è? domandò Mazzarino.

«Monsignore, credo che siamo in pessima compagnia».

Si avanzò un tale allo sportello tenendo in mano una specie di falce.

«Chi va là? urlò costui.

«Eh furfante! disse d’Artagnan, non riconoscete la carrozza del signor Principe?

«Principe o no, aprite! siamo a far guardia alla porta, nessuno la oltrepasserà fin che non sappiamo chi sia.

«Che s’ha da fare? chiese Porthos.

«Oh bella, passare! rispose d’Artagnan.

«Ma come? fece Mazzarino.

«O fra mezzo, o addosso. Cocchiere, di galoppo!»

Il cocchiere alzò la frusta.

«Non fate un passo di più, gridò quegli che pareva il capo, o che tronco i garretti a’ vostri cavalli.

«Per dinci! disse Porthos, sarebbe peccato, bestie che mi costano cento doppie l’una.

«Io ve le pagherò due cento, disse Mazzarino.

«Sì, ma tagliate i garretti a loro taglieranno a noi il collo.

«Ne viene uno da uno parte, fece Porthos, l’ho da ammazzare?

«Sì, con un pugno se potete; non facciam fuoco sino all’ultime estremità.

«Posso, rispose Porthos.

«Dunque venite ad aprire» disse d’Artagnan all’uomo della falce, pigliando una pistola dalla canna accingendosi a percuotere col calcio.

Quegli si accostò.

A misura che ei si accostava, d’Artagnan, per essere più libero di muoversi, usciva mezzo fuor dallo sportello; si fissarono i suoi occhi su quelli del mendico a cui dava la fiaccola di un lampione.

Di certo colui ravvisò il moschettiere, poichè impallidì; di certo il moschettiere lo ravvisò, poichè gli si drizzarono sulla testa i capelli.

«Signor d’Artagnan! egli esclamò rinculando alquanto, lasciatelo passare!...»

E d’Artagnan si preparava forse a rispondere; ma s’intese un colpo simile a quel di una mazzuola che cada sul capo ad un bue: Porthos aveva accoppato quello che gli si appressava.

D’Artagnan voltatosi vide il disgraziato disteso in terra.

«Adesso trotta a rolla di collo!» gridò al vetturino.

Il quale scagliò in largo una frustata ai suoi nobili animali. Questi balzarono via. Si udirono urli come d’uomini gettati sul suolo. Poi si sentì una doppia scossa: due ruote erano passate sopra un corpo rotondo e flessibile.

Vi fu breve silenzio. La carrozza varcò la porta.

«Al Corso-la-Regina!» strillò d’Artagnan al cocchiere.

E girandosi verso Mazzarino:

«Ora, monsignore, potete dire cinque Pater e cinque Ave per ringraziare Iddio della vostra liberazione; siete salvo! siete libero!»

Mazzarino non rispose che con una specie di gemito; non sapeva credere a tanto miracolo.

Dopo cinque minuti la vettura si fermò: era giunta al Corso la Regina.

«Monsignore, siete contento della vostra scorta? domandò il moschettiere.

«Contentissimo, replicò il ministro; adesso fate altrettanto per la regina.

«Sarà meno difficile, disse d’Artagnan. Signor du Vallon, vi raccomando Sua Eccellenza.

«Non dubitate» fece Porthos stendendo la mano.

D’Artagnan presa la mano a Porthos gliela scosse con forza.

«Ahi!» strillò questi.

Ma egli lo guardò attonito, domandandogli:

«Che avete?

«Mi par di avere un pugno rotto.

«Eh diamine! se picchiate come un cieco!

«Per necessità; quel birbante era per darmi una pistolettata; ma voi, in che modo vi siete distrigato del vostro?

«Oh! il mio, disse d’Artagnan, non era un uomo.

«E ch’era mai?

«Uno spettro.

«E voi...?

«L’ho scongiurato».

D’Artagnan senza ulteriore spiegazione prese le pistole ch’erano sul sedile davanti, se le infilò alla cintola, si avvolse nel ferrajuolo, e non volendo tornare dalla stessa barriera d’onde era uscito, s’incamminò verso la porta Richelieu.

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LV

La carrozza del Coadjutore.

In vece di rientrare dalla porta sant’Onorato, d’Artagnan avendo ancor tempo fece il giro, e venne da quella di Richelieu. Tutti accorsero a riconoscerlo, e quando dal cappello colle penne e dal ferrajuolo, o piuttosto dal manto ingallonato si vide esser egli uffiziale dei moschettieri, ognuno gli si fece attorno con intenzione di obbligarlo a gridare: abbasso Mazzarino! Cominciò ad inquietarsi di tale dimostrazione, ma allorchè seppe di che si trattava, urlò con sì bella voce da soddisfare anche i più esigenti.

Andava lungo la strada di Richelieu, ripensando alla maniera di portarsi via pure la regina, giacchè condurla in una carrozza colle armi di Francia era impossibile, quando ad un tratto vide un bellissimo legno al portone del palazzo di madama di Guemenée.

Lo illuminò un’idea subitanea, e disse:

«Per Diana! questa sarebbe azione di buona guerra».

Si avvicinò alla carrettella, osservò le armi ch’erano su gli sportelli e la livrea del cocchiere seduto a cassetta.

E l’esame gli fu tanto più facile dacchè il cocchiere se ne dormiva colle pugna chiuse.

«È propriamente la carrozza del signor Coadjutore, continuò; in parola, principio a credere che la Providenza sia a favor nostro».

Salì piano dentro al legno, e tirando il cordone di seta corrispondente al dito mignolo del vetturino ordinò:

«Al Palazzo Reale».

Quegli, destatosi ad un tratto, si diresse verso il luogo indicatogli, senza figurarsi che il comando fosse dato da un altro che dal suo padrone.

Lo svizzero si accingeva a serrare i cancelli, ma visto il magnifico cocchio, si persuase fosse una visita importante, e lasciò passare la carrettella, la quale si fermò sotto il loggiato.

Ivi soltanto il cocchiere si accorse che dietro al legno non erano i servitori.

S’immaginò che il Coadjutore avesse di essi disposto; saltò giù senza abbandonare le guide, e venne ad aprire.

D’Artagnan balzò a terra, e nel momento che il vetturino spaventato per non aver in lui riconosciuto il signor di Gondy retrocedeva un poco, egli lo afferrò pel collo con la mano sinistra, e con la diritta gli mise sul petto una pistola.

«Se ti provi a dire una parola, sei morto!» gli gridò.

L’altro dalla faccia di quello che gli parlava capì di esser caduto in un agguato, e restò con gli occhi aperti e la bocca spalancata.

Passeggiavano nel cortile due moschettieri; d’Artagnan li chiamò per nome.

«Signor di Belliere, disse ad uno, fatemi il piacere di prendere le redini da quel buon uomo, salire a cassetta, condurre la carrozza alla porta della scala segreta, e là aspettarmi; è per affare di premura, e relativo al regio servizio».

Il moschettiere, che sapeva essere il suo tenente incapace di scherzare in proposito di servizio, obbedì senza fiatare, abbenchè l’ordine gli sembrasse singolarissimo.

E d’Artagnan al collega di questo:

«Signor du Verger, ajutatemi a porre in sicuro quest’uomo».

Il du Verger credè che il tenente avesse arrestato qualche principe travestito, s’inchinò, e sguainata la spada accennò che era pronto.

D’Artagnan salì la scala, seguito dal suo prigioniero, e con a tergo il moschettiere, traversò l’atrio ed entrò nell’anticamera di Mazzarino.

Bernouin attendeva impaziente notizia del suo signore.

«Ebbene? domandò.

«Tutto va a maraviglia, caro Bernouin; ma ecco un uomo che va messo in sicuro.

«Dove?

«Dove volete, purchè il luogo che presceglierete abbia imposte da chiudersi a chiavistello ed una porta da serrarsi a chiave.

«Abbiamo l’occorrente, rispose Bernouin».

E fu menato il povero cocchiere in uno stanzino che aveva le finestre coll’inferriata, e somigliava di molto a una prigione.

«Ora, mio caro, disse a costui d’Artagnan, v’invito a disfarvi in favor mio del cappello e del pastrano».

Secondo ognuno intende, il cocchiere non fece opposizione; d’altronde, era così attonito che barcollava e balbettava come un ubbriaco. D’Artagnan mise ogni cosa sotto il braccio al cameriere. E poi soggiunse:

«Signor du Verger, rinchiudetevi con quest’uomo sinchè il signor Bernouin venga ad aprirvi; la guardia sarà piuttosto lunga e poco divertevole, lo so; ma capite, servizio regio.

«Ai vostri comandi, tenente, replicò il moschettiere vedendo che si trattava di affari serj.

«A proposito, terminò d’Artagnan, se colui procurasse fuggire o gridare, passategli la spada a traverso la pancia».

Il sottoposto fe’ un moto della testa che indicava che obbedirebbe puntualmente alle istruzioni.

Il tenente se ne andò con Bernouin.

Suonava la mezzanotte.

«Conducetemi nell’oratorio della regina, esso disse, avvertitela che io ci sono, e andate a piantare questo fagotto con un moschetto ben carico sul sedile della carrozza che attende appiè della scala segreta».

Bernouin introdusse nell’oratorio d’Artagnan, il quale vi si assise pensieroso.

Nel Palazzo Reale tutto era ito secondo il consueto: a dieci ore, conforme notammo, i commensali eransi ritirati; quelli che dovevano fuggire colla corte ebbero la parola d’ordine, e ciascuno fu avvisato di trovarsi fra mezzanotte e l’un’ora al Corso-la-Regina.

Alle dieci Anna si recò nelle stanze del re; Monsieur era stato appunto posto al letto, ed il giovine Luigi, rimasto ultimo, si divertiva a schierare in battaglia dei soldatini di piombo, esercizio che lo svagava di molto. Seco si trastullavano due fanciulli d’onore.

«Laporte, disse la regina, sarebbe tempo di far coricare il re».

Il re chiese di restar alzato, giacchè non aveva voglia di dormire.

Ma la regina insistè:

«Luigi, non dovete andare domattina alle sei a bagnarvi a Conflans? voi stesso lo avete domandato, mi pare.

«Avete ragione, signora, rispose Luigi e sono pronto a ritirarmi nella mia camera quando vi sarà piaciuto di baciarmi. Laporte, date il candeliere al cavaliere di Coislin».

La madre posò le labbra su la fronte bianca e liscia che l’augusto bambino le porgeva con una gravità che già sapeva alquanto di etichetta.

«Addormentatevi presto, ella disse, perchè sarete destato di buon’ora.

«Farò meglio che possa per obbedirvi, signora; ma non ho la minima volontà di dormire.

«Laporte, ordinò piano la sovrana, cercate qualche libro nojoso da leggere a Sua Maestà, ma non vi spogliate».

Il re uscì accompagnato dal cavaliere di Coislin, che gli portava il lume. L’altro fanciullo d’onore fu ricondotto al suo appartamento.

Allora la regina entrò nelle proprie stanze. Le sue donne, cioè la di Bregy, la di Beaumont, la di Motteville e Socratina sua sorella, chiamata così a motivo della sua saggezza, le avevano recato nella guardaroba alcuni avanzi del pranzo, che usualmente le servivano di cena.

Anna diede i suoi ordini, parlò di un gran pasto offertole per il posdomani dal marchese di Villequier, indicò le persone che ella ammetteva all’onore di prendervi parte, annunziò per l’indomani pure una visita alla Val-de-Grace, dove aveva intenzione di far le sue devozioni, e diede a Beringhen, suo primo cameriere, le istruzioni acciò ve l’accompagnasse.

Terminata la cena delle dame, Anna finse di esser molto stanca e passò nella sua camera. La Motteville, che quella sera era di servizio particolare, vi andò pur seco e l’ajutò a spogliarsi. La regina si mise a letto, le discorse affettuosamente qualche minuto, e la licenziò.

In quel punto d’Artagnan giungeva nel cortile del Palazzo Reale con la carrettella del Coadjutore.

Dopo un momento ne uscivano le carrozze delle dame d’onore, e si chiudevano i cancelli.

Suonava mezzanotte.

Indi a cinque minuti, Bernouin bussava alla camera della regina, venendo dal passaggio segreto del ministro.

Anna andò ad aprire da sè.

Era digià vestita, cioè, si era rimesse le calze ed avvolta in una lunga mantellina.

«Siete voi, Bernouin? ella disse, v’è il signor d’Artagnan?

«Maestà, è nel vostro oratorio, ed attende che siate pronta.

«Sono pronta. Dite a Laporte che desti e vesta il re; poi andate dal maresciallo di Villeroy ed avvertitelo da parte mia».

Bernouin, fatta una riverenza, uscì subito.

La regina passò nell’oratorio, a cui dava lume una semplice lampada di cristalli di Venezia. Vide d’Artagnan in piedi ad aspettarla.

«Siete voi? ella disse.

«Sì signora.

«Siete all’ordine?

«Ma sì!

«E il ministro?

«È andato via senza disgrazie; attende la Maestà Vostra al Corso-la-Regina.

«Ma con qual legno si parte?

«Ho preveduto tutto, v’è giù una carrozza ad aspettare la Maestà Vostra.

«Andiamo dal re».

D’Artagnan seguitò la regina.

Il giovinetto Luigi era digià vestito, meno che le scarpe e il giubbetto; si lasciava accomodare, là, stupefatto, caricando di domande Laporte, il quale non gli rispose se non con queste parole:

«Sire, per comando della regina».

Il letto era aperto, e si scorgevano le lenzuola del re talmente logore, che in alcuni luoghi v’erano dei buchi.

Uno degli effetti della lesina di Mazzarino.

La regina entrò, e d’Artagnan stette sulla soglia. Il fanciulletto, al vedere la sovrana, scappò di mano a Laporte e corse verso di lei.

Anna ammiccò a d’Artagnan di accostarsi.

E tanto esso fece.

«Figlio mio, disse Anna additando al re il moschettiere, quieto, in piedi, e scoperta la testa, ecco il signor d’Artagnan, prode quanto quei prodi antichi di cui tanto vi è grato che le mie ancelle vi narrino la storia. Ricordatevi il suo nome e guardatelo bene, per non dimenticarvi le sue sembianze, giacchè in questa sera ci renderà un grandissimo servigio».

Il giovanetto guatò superbamente l’ufficiale e ripetè:

«Signor d’Artagnan.

«Per l’appunto, figlio mio».

Il re alzò lentamente la manina e la porse al moschettiere, il quale gliela baciò posto in terra un ginocchio.

«D’Artagnan, ripetè Luigi, va bene, signora».

Nell’istante si udì avvicinarsi gran clamore.

«Ch’è mai? chiese Anna.

«Oh oh! fece d’Artagnan prestando a un tempo l’orecchio attento e l’occhio intelligente, è susurro del popolo sollevato.

«Bisogna fuggire, disse la regina.

«Vostra Maestà ha data a me la direzione di tutto: bisogna trattenersi e sapere ciò che voglia.

«Signor d’Artagnan!

«Di tutto io resto responsabile».

Non v’è cosa che si comunichi presto quanto la confidenza.

Anna, piena di forza e di coraggio sentiva al più alto grado queste due virtù negli altri.

«Fate pure, ella replicò, io mi rapporto a voi.

«Vostra Maestà mi permette in tutto questo affare, di dare degli ordini in nome suo?

«Ordinate.

«Che altro vuole quel popolo? domandò il re.

«Sire, tra poco lo sapremo, rispose d’Artagnan».

E si partì sollecito dalla stanza.

Andava crescendo il tumulto, e pareva avvolgesse tutto quanto il Palazzo Reale. Dall’interno si udivano grida di cui non si poteva comprendere il senso: erano però evidenti clamori a sedizione.

Il re mezzo vestito, la regina e Laporte, rimasero ciascuno nello stato e quasi nel posto in cui erano, ad ascoltare ed attendere.

Comminges, il quale in quella sera era di guardia al Palazzo Reale, accorse subito; aveva circa duecento uomini nei cortili e nelle scuderie, e li poneva a disposizione della sovrana.

«Ebbene? chiese Anna vedendo comparir di nuovo d’Artagnan, che v’è egli?

«Signora, ecco ciò che v’è: si è sparsa voce che la regina avesse abbandonato il Palazzo Reale conducendo via il re, ed il popolo domanda di aver la prova del contrario, e minaccia di demolire il palazzo.

«Oh! questa volta è troppo, ed io proverò loro che non sono partita».

Dalla cera della sovrana il tenente si accorse ch’era per dare qualche comando violentissimo, e le disse sotto voce:

«Vostra Maestà ha sempre fiducia in me?»

Ella si scosse.

«Sì, piena fiducia: dite pure.

«Vostra Maestà si degnerà regolarsi dietro i miei suggerimenti?

«Dite.

«Si compiaccia licenziare il signor di Comminges, imponendogli di rinchiudersi non meno che i suoi nel corpo di guardia e nelle scuderie».

Comminges diede a d’Artagnan una di quelle occhiate invidiose che vibra qualunque cortigiano veggendo spuntare una nuova fortuna.

«Udiste, Comminges? fece la regina».

D’Artagnan si appressò a lui: colla sua consueta sagacia aveva riconosciuto lo sguardo inquieto, onde gli disse:

«Signor di Comminges, perdonatemi: noi siamo ambedue servitori della regina, non è così? adesso tocca a me ad esserle utile, non m’invidiate adunque questa sorte».

L’altro fece un inchino ed uscì.

«Or via! pensò d’Artagnan, eccomi con un nemico di più!

«Ed ora, disse Anna a questo, che si dee fare? lo sentite, in vece di calmarsi raddoppia lo strepito.

«Signora, il popolo vuol vedere il re, è d’uopo che lo vegga.

«Come, che lo vegga? e dove? sul balcone?

«No, ma qui nel suo letto, addormentato.

«Ah Maestà! esclamò Laporte, il signor d’Artagnan ha molta ragione».

La regina riflettè e sorrise, da donna in cui non sia nuova la finzione.

«Di fatti.... balbettò.

«Signor Laporte, disse d’Artagnan, andate a traverso ai cancelli del Palazzo Reale ad annunziare al popolo che a momenti sarà soddisfatto; che fra cinque minuti non solo vedrà il re, ma lo vedrà nel suo letto; aggiungete che il re dorme, e la regina prega si faccia silenzio onde non destarlo.

«Ma non già tutti, una deputazione di due o quattro persone....

«Tutti, Maestà.

«Ma pensate che ci terranno qua sino a giorno!

«Ne avremo per un quarto d’ora. Io tutto garantisco, signora; credete a me, conosco il popolo, è un gran fanciullo, e basta accarezzarlo; dinanzi al re dormiente sarà muto, docile e timido come un agnello.

«Andate, Laporte, disse Anna».

Il giovinetto re si accostò alla madre.

«E perchè fare mi domandano quelle genti?

«Così bisogna, figlio mio.

«Oh! allora, se mi si dice: bisogna, dunque non sono più re?»

La regina rimase ammutolita.

«Sire, replicò d’Artagnan, vostra Maestà mi permetterà di farle una domanda?»

Luigi XIV si volse, sorpreso che alcuno osasse dirigergli la parola. La madre gli strinse la mano, ed ei rispose:

«Signor sì.

«La Maestà Vostra si rammenta di aver veduto, mentre scherzava nel parco di Fontainebleau o nei cortili del palazzo di Versailles, ad un tratto oscurarsi il cielo, e udito scoppiare i tuoni?

«Sì, senza dubbio.

«Or bene, quello scoppio del tuono, per quanta volontà avesse Vostra Maestà di continuare a scherzare, le diceva: Sire, tornate dentro, così bisogna.

«Sì, ma anche mi fu detto che il fragore del tuono era la voce di Dio.

«Ebbene, sire, ascoltate il fragore del popolo che ha pure la sua forza».

Nel momento appunto passava uno strepito terribile come trasportato dal vento notturno.

E cessò d’improvviso.

«Ecco, sire, disse il tenente, è stato detto al popolo che voi dormite: vedete bene che siete sempre re».

La regina considerava con meraviglia quell’uomo singolare, che pel luminoso suo coraggio facevasi uguale ai più prodi, che per lo spirito accorto si faceva uguale a tutti.

Tornò Laporte.

«Che v’è? disse Anna.

«Signora, rispose Laporte, si è compiuta la predizione del signor d’Artagnan, e si sono calmati come per magia. Si apriranno loro le porte, e fra cinque minuti saranno qui.

«Laporte, continuò la regina, se metteste uno de’ vostri figli nel posto del re? frattanto noi partiremmo.

«Se sua Maestà lo comanda, i miei figli sono al pari di me al servizio della regina.

«No, disse d’Artagnan, chè se uno di loro conoscesse Sua Maestà e si accorgesse del sotterfugio, tutto sarebbe perduto.

«Avete ragione, ragione sempre, replicò Anna. Laporte, mettete a letto il re».

Laporte vi pose in fatti il re, vestito com’era, e lo cuoprì sino alle spalle col lenzuolo.

La madre si chinò su di lui e lo baciò in fronte.

«Luigi, fingete di dormire, essa gli disse.

«Sì, rispose Luigi XIV, ma non voglio esser toccato neppur da uno di quegli uomini.

«Sire, sono qua io, fece d’Artagnan, e vi accerto che se uno solo a tanto si ardisse pagherebbe l’ardire con la sua vita.

«Adesso che si ha da fare? li sento! chiese la regina.

«Signor Laporte, andate loro incontro, e raccomandate di nuovo il silenzio. Signora, attendete là, alla porta. Io sto a capo del letto del re pronto a morire per lui».

Laporte uscì; la regina stette accanto al parato, d’Artagnan si cacciò dietro al cortinaggio.

Poi si udì il camminare contenuto di grande moltitudine. La regina sollevò ella stessa la portiera ponendosi un dito sul labbro.

Al vederla, gli uomini si fermarono in attitudine rispettosa.

«Entrate, entrate, signori, disse Anna».

Fuvvi allora fra tutta quella gente un movimento di titubanza che somigliava a vergogna; essa si aspettava a opposizione, a resistenza; si figurava di dovere sforzare i cancelli e atterrare le guardie; i cancelli erano tutti aperti, ed il re, almeno ostensibilmente, non aveva vicino al suo letto altra guardia che la madre.

Quelli ch’erano alla testa della turba balbettarono e cominciavano a retrocedere.

«Passate, signori, disse Laporte, poichè la regina lo permette».

Uno de’ più arditi passò la soglia e si avanzò in punta di piedi; tutti lo imitarono, e la camera si empiè col maggiore silenzio, quasi che tutti coloro fossero stati i cortigiani più umili e devoti. Molto indietro alla porta si vedevano le teste di quelli che non avendo potuto introdursi si rizzavano in punta di piede.

D’Artagnan osservava tutto da un’apertura che aveva fatta al cortinaggio. Nel primo entrato riconobbe Planchet.

«Signore, disse la sovrana a questo che comprese essere il capo della turba; voi bramaste di vedere il re, ed io volli mostrarvelo da me stessa. Appressatevi, guardatelo, e dite se vi sembriamo persone intenzionale a fuggire.

«No certo, rispose Planchet alquanto sorpreso dell’inatteso onore che riceveva.

«Riferite dunque a’ miei buoni e fedeli Parigini, continuava Anna con un sorriso di cui d’Artagnan capiva appieno il senso, che avete visto il re addormentato, e la regina sul punto di coricarsi.

«Lo riferirò, signora, e lo diranno pure quei che sono meco, ma....

«Ma che? domandò la sovrana.

«Vostra Maestà mi perdoni, ma è veramente il re quello disteso nel letto?»

Anna rabbrividì.

«Se fra voi v’è alcuno che conosca il re, ella rispose, si accosti e dica se è sua Maestà».

Un uomo avvolto in un ferrajuolo col quale si cuopriva anche il viso, si avvicinò, si chinò sul letto e guardò.

Per un momento d’Artagnan credè che colui avesse qualche tristo progetto, e mise mano alla spada; ma ad un moto che fece l’inferrajuolato nell’abbassarsi scuoprendosi parte della faccia, d’Artagnan ebbe presto ravvisato il Coadjutore.

«È di fatti il re, disse quegli rialzandosi, Dio benedica Sua Maestà».

E tutti quanti, entrati furibondi, e passati da ira a pietà, benedirono un dopo l’altro il regio fanciullo.

«Adesso, amici, disse Planchet, ringraziamo la regina e ritiriamoci».

Tutti s’inchinarono ed uscirono a poco a poco senza far rumore, siccome erano venuti. Planchet capitato il primo, se ne andava l’ultimo.

Anna lo trattenne.

«Come vi chiamate?» gli disse.

Planchet si voltò attonito alla domanda.

«Sì, continuò la sovrana, mi tengo a onore di avervi qui ricevuto quanto se foste un principe, e bramo sapere il vostro nome.

«Oh sì! pensò Planchet, per trattarmi come un principe... grazie, grazie».

D’Artagnan temè che Planchet, allettato alla maniera del corvo della favola, dicesse il proprio nome, e che nell’udir questo la regina sapesse pure che Planchet era stato a lui addetto.

«Maestà, rispose costui rispettosamente, mi chiamo Dulaurier; a’ vostri comandi.

«Bene, signor Dulaurier; e che cosa fate?

«Sono mercante di panni, in via dei Bordonesi.

«Ecco quanto volevo conoscere.... obbligatissima, signor Dulaurier; vi sarà parlato di me.

«Animo, borbottò d’Artagnan toltosi di dietro alle cortine, assolutamente messer Planchet non è uno sciocco, e si vede che ha imparato ad una buona scuola».

I diversi attori di quella stranissima scena stettero un momento uno davanti all’altro senza dir più parola, la regina in piedi accanto alla porta, d’Artagnan mezzo fuori del suo nascondiglio, il re appoggiato sul gomito e pronto a sdrajarsi di nuovo al menomo chiasso che indicasse il ritorno di tutta la folla; ma il chiasso invece di avvicinarsi si allontanò, e poi si estinse.

Anna sospirò: d’Artagnan si asciugò la fronte: Luigi si calò giù dal letto dicendo:

«Partiamo».

Ricomparve Laporte.

«Ebbene! fece la sovrana.

«Li ho seguitati sino ai cancelli, rispose il cameriere, hanno annunziato ai compagni che avevano veduto il re, e la regina aveva a loro parlato, talchè se ne vanno gloriosi e trionfanti.

«Miserabili! mormorò la regina; pagheranno ben caro il loro ardire, io lo prometto».

Indi volgendosi a d’Artagnan:

«Signore, in questa sera voi mi avete dati i migliori consigli che mai ricevessi in vita mia. Continuate: adesso che dobbiam fare?

«Signor Laporte, disse il tenente, terminate di vestire Sua Maestà.

«Allora possiamo partire? chiese la regina.

«Quando vuole Vostra Maestà; scenda pure dalla scala segreta, e mi troverà alla porta.

«Andate, replicò Anna, io vi seguo».

D’Artagnan scese; la carrozza era al suo posto; il moschettiere a cassetta.

D’Artagnan prese il fagotto che aveva incaricato Bernouin di porre a’ piedi del moschettiere. Questo conteneva, come ben ci rammentiamo, il cappello ed il pastrano del cocchiere del signor di Gondy.

Si mise sulle spalle il pastrano, ed in testa il cappello.

Il moschettiere smontò.

«Voi, gli ordinò d’Artagnan, andate a rendere la libertà al vostro camerata che fa guardia al cocchiere; monterete tutt’e due a cavallo, anderete in via Tiquetonne all’albergo del Granchio a prendere il mio cavallo e quello del signor du Vallon, porrete loro la sella e i fornimenti da guerra, poi uscirete da Parigi conducendoli a mano, e vi recherete al Corso-la-Regina. Se colà non trovaste alcuno, proseguirete sino a San Germano. Servizio regio».

Il soldato salutò, e partì per adempiere agli ordini ricevuti.

D’Artagnan salì in serpa.

Aveva un pajo di pistole alla cintola, un moschetto sotto i piedi, la spada nuda dietro.

Venne la regina; e appresso ad essa il re e il signor duca d’Angiò suo fratello.

«La carozza del Coadjutore! ella esclamò muovendo indietro un passo.

«Sì, rispose d’Artagnan, ma entratevi liberamente; la guiderò io».

Anna diede un grido di sorpresa ed entrò nella carrettella. Il re e Monsieur fecero lo stesso e sederono accanto a lei.

«Venite Laporte, disse la regina.

«Come! fece il cameriere, nella medesima carrozza che le Maestà Vostre!

«Questa sera non si tratta di regia etichetta, ma della salvezza del re. Salite Laporte».

E quegli obbedì.

«Chiudete le stuoje, disse d’Artagnan.

«Ma con ciò, fece Anna, non si darà qualche sospetto?

«Vostra Maestà stia pur quieta, io ho pronta la risposta».

Si serrarono le stuoje, e si andò di galoppo dalla via Richelieu.

Arrivati alla porta, si avanzò il capo della guardia con una dozzina d’uomini, e tenendo in mano una lanterna.

D’Artagnan gli accennò di avvicinarsi.

«Riconoscete la carrettella? disse al sergente.

«No.

«Guardate le armi».

Il sergente accostò il lanternino.

«Del signor Coadjutore!

«Zitto! egli è dentro a testa a testa con madama di Guemenée».

Il capo della guardia si mise a ridere.

«Aprite la porta, ordinò agli altri, so che roba è».

Ed appressatosi alla stuoja calata:

«Buon pro faccia, monsignore!

«Imprudente! gridò d’Artagnan, mi farete licenziare».

La barriera girò stridendo sui cardini, e d’Artagnan vedendosi far largo frustò i cavalli, i quali si mossero di trotto steso.

Dopo cinque minuti aveano raggiunto la carrozza del ministro.

«Mousqueton! gridò d’Artagnan, alzate le stuoje del legno di Sua Maestà!

«È desso! fece Porthos.

«Vestito da vetturino! esclamò Mazzarino.

«E col legno del Coadjutore! disse la regina.

«Per Bacco! signor d’Artagnan, terminò Mazzarino, valete tant’oro quanto pesate».

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LVI

Come a vendere della paglia, d’Artagnan e Porthos guadagnassero, uno duecentodiciannove luigi e l’altro duecentoquindici.

Mazzarino voleva sul momento avviarsi a San Germano, ma Anna dichiarò che attenderebbe le persone a cui avea fissato l’appuntamento. Soltanto essa esibì il posto di Laporte al ministro, il quale, avendolo accettato, passò dall’uno nell’altro legno.

Non senza ragione erasi sparsa voce che il re dovesse nella nottata abbandonar Parigi: dalle sei ore di sera erano messi alla confidenza dieci o dodici individui, e per quanta segretezza avessero usata, non aveano questi potuto dar gli ordini per la partenza senza che traspirasse qualche cosa. D’altronde ciascuna di tali persone ne aveva una o due altre a cui s’interessava, e siccome si teneva per certo che la regina lascerebbe Parigi con dei progetti di vendetta, così ognuno aveva avvertito gli amici o i parenti, e quindi la voce della fuga corse come un fumo di polvere per tutte le strade della capitale.

La prima carrozza arrivata, dopo quella della regina, fu quella del signor Principe; conteneva il signor di Condé, la signora Principessa e la Principessa vedova. Queste due erano state destate nella notte, e nemmeno sapevano di che si trattasse.

La seconda racchiudeva il duca d’Orleans, la duchessa, la grande Madamigella, e l’abate di la Rivière favorito inseparabile ed intimo consigliere del Principe.

Nella terza stavano il signor di Longueville e il principe di Conti fratello e cognato del signor Principe. Essi smontarono, si avvicinarono al legno del re e della regina, e presentarono a Sua Maestà i loro omaggi.

Anna cacciò lo sguardo sino in fondo alla carrozza di cui era rimasto aperto lo sportello e vide ch’era vuota.

«Ma dov’è mai madama di Longueville? domandò.

«Appunto, dov’è mia sorella? fece il Principe.

«Madama di Longueville è indisposta, rispose il duca, e mi ha incombenzato di scusarla presso Vostra Maestà».

Anna lanciò una rapida occhiata a Mazzarino, il quale rispose con un cenno impercettibile della testa.

«Che ne dite? chiese a questo la regina.

«Dico ch’ella è un ostaggio per i Parigini, ribattè il ministro.

«Perchè non è venuta? interrogò pianino il signor Principe a suo fratello.

«Zitto! disse questo, ha di certo le sue ragioni.

«Ci rovina! mormorò il Principe.

«Ci salva», ripicchiò Conti.

Giungevano in folla le vetture; vennero in fila il maresciallo di La Meilleraye, il maresciallo di Villeroy, Guitaut, Villequier, Comminges; capitarono pure i due moschettieri conducendo a mano i cavalli di d’Artagnan e di Porthos. Porthos e d’Artagnan saltarono in sella. Al secondo di questi subentrò il cocchiere di Porthos a cassetta del regio cocchio. Mousqueton pigliò il posto del cocchiere guidando in piedi, per ragioni a lui cognite, e simile all’antico Automedonte.

La regina, benchè occupandosi di mille cosarelle, cercava cogli occhi d’Artagnan; ma il Guascone, colla sua consueta prudenza, si era di già cacciato fra la moltitudine.

«Facciamo da vanguardia, esso disse a Porthos, e procuriamoci buoni alloggi a San Germano, poichè nessuno penserà a noi. Mi sento stanco all’eccesso.

«Ed io casco dal sonno, rispose Porthos. E a dire che non abbiamo avuto il minimo combattimento! assolutamente i Parigini sono molto sciocchi!

«Non è forse piuttosto perchè noi siamo molto abili?

«Forse sì.

«E il vostro pugno come va?

«Meglio. Ma credete che questa volta li abbiamo?

«Che cosa?

«Voi il vostro grado, ed io il mio titolo?

«Oh! sì; quasi ci scommetterei. E poi, se non si rammentano, li farò rammentar io.

«Sento la voce della regina, disse Porthos; mi pare che chieda di montare a cavallo.

«Oh! ella vorrebbe, ma....

«Ma che?

«Ma il ministro non vuole, disse d’Artagnan».

E poi a’ due moschettieri:

«Signori, accompagnate la carrozza della regina, non ve ne scostate; noi andiamo a far apparecchiare i locali».

Dopo di che il tenente e Porthos diedero di sprone per recarsi a San Germano.

«Partiamo», fece la sovrana.

Ed il suo cocchio si avviò, con appresso molti altri e da cinquanta o più cavalcanti.

Giunsero a San Germano; ivi scesa dal montatoio, Anna trovò il signor Principe che attendeva in piedi e a testa scoperta per offrirle la mano.

«Come resteranno destandosi i Parigini! disse lietissima la regina.

«È guerra, rispose il prence.

«Or bene, guerra sia pure. Non abbiamo con noi il vincitore di Rocroy, di Nordlingen e di Lens?»

Il principe fece un inchino in segno di ringraziamento.

Erano le tre dopo mezzanotte. La regina entrò la prima nel castello; tutti la seguirono; circa duecento persone erano seco fuggite.

«Signori, disse Anna scherzando, alloggiatevi nel castello; è vasto, e nulla vi ci mancherà, ma siccome non si aveva idea di venirci sono avvertita che vi sono soltanto tre letti: uno pel re, uno per me....

«Ed uno per Mazzarino, terminò sotto voce il signor Principe.

«Ed io dunque dormirò in terra? domandò Gastone d’Orleans sorridendo ma di mala voglia.

«No, monsignore, rispose Mazzarino, giacchè il terzo letto è destinato a vostra Altezza.

«Ma voi?

«Io non mi coricherò; ho da lavorare».

Gastone si fece indicare la sua camera, senza curarsi del modo in cui starebbero sua moglie e la figlia.

«Io sì, mi coricherò, disse d’Artagnan; Porthos, venite con me».

Porthos andò appresso all’amico con quella somma fiducia che aveva nel di lui senno.

Camminavano l’uno accanto all’altro sulla piazza del castello, Porthos guardando attonito d’Artagnan, che contava colle dita:

«Quattrocento, a una doppia, fanno quattrocento doppie.

«Sì, diceva Porthos, ma chi è che fa quattrocento doppie?

«Una doppia non basta; vale un luigi.

«Che cosa vale un luigi?

«Quattrocento a un luigi, formano quattrocento luigi.

«Quattrocento? fece Porthos.

«Sì; sono duecento, e ce ne vogliono almeno due per ciascuno. Sicchè si viene a quattrocento.

«Ma che quattrocento?

«Sentite», disse d’Artagnan.

E siccome v’erano d’ogni sorta di persone, che meravigliate osservavano l’arrivo della corte, egli terminò la frase all’orecchio.

«Capisco benissimo, rispose Porthos, duecento luigi ognuno, va ottimamente, ma che diranno poi?

«Diranno quel che vogliono. E d’altronde, si saprà forse che siamo noi?

«Ma chi s’incaricherà della distribuzione?

«Non v’è Mousqueton?

«E la mia livrea! esclamò Porthos, riconosceranno la mia livrea.

«Si rivolterà l’abito.

«Avete sempre ragione, mio caro d’Artagnan; ma dove diavolo scavate tutte le idee che avete?»

D’Artagnan sorrise.

I due amici presero dalla prima strada che incontrarono. Porthos bussò alla casa a mano destra, mentre d’Artagnan faceva lo stesso a quella a sinistra.

«Paglia! essi dissero.

«Signore, non ne abbiamo, risposero quei che vennero ad aprire, ma rivolgetevi al mercante di foraggi.

«E dov’è colui?

«L’ultimo portone in questa via.

«A diritta o a manca?

«A manca.

«E vi sono altri a San Germano da chi si possa procurarsene?

«V’è il locandiere del Montone Coronato, e il fattore Gros-Luis.

«Dove abitano?

«In via delle Orsoline.

«Tutt’e due?

«Sì.

«Benone».

I due gentiluomini si fecero spiegare il secondo ed il terzo indirizzo esattamente quanto il primo; indi d’Artagnan andò dal mercante di foraggi, e trattò seco per cinquanta fasci di paglia che possedeva, il tutto per tre doppie; di là passò dal locandiere, ove trovò Porthos che aveva combinato per duecento fasci per una somma quasi eguale; finalmente ottanta ne mise a loro disposizione il fattore Gros-Luis.

Totale quattrocento trenta.

In San Germano non ve n’erano di più.

In tutta la radunata non impiegarono più di mezz’ora. Mousqueton, debitamente ammaestrato, fu posto alla direzione di quel traffico improvviso; gli fu raccomandato di non lasciarsi uscire di mano un filo di paglia al disotto di un luigi per ogni fascio.

Gli veniva affidata tanta paglia per il valore di luigi quattrocento e trenta.

Mousqueton tentennava il capo, e non intendeva un ette di quella speculazione.

D’Artagnan, portando tre fasci, ritornò al castello, dove tutti tremavano di freddo e cascando dal sonno guardavano con astio il re, la regina e Monsieur sui loro letti da campo.

All’entrare di d’Artagnan nel gran salone fu uno scroscio di risa generale; ma esso non mostrò tampoco di accorgersi d’esser l’oggetto dell’attenzione degli astanti, e si mise a disporre con tanta destrezza e buon umore il suo lettuccio di paglia, che faceva venire l’acquolina in bocca ai poveri insonniti, che non poteano dormire.

«Paglia! gridarono costoro; paglia! dove si trova un po’ di paglia?

«Ora vi ci conduco, disse Porthos».

E guidò gli avventori da Mousqueton, il quale dispensava generosamente i suoi fasci a un luigi l’uno. Questi pensarono essere un po’ caro, ma quando si ha molta volontà di dormire, chi non pagherebbe due o tre luigi qualche ora di un buon sonno?

D’Artagnan cedeva ad ognuno il suo letto, e quindi se lo rifece per sè dieci volte consecutive, e siccome si supponeva ch’egli avesse pagato da quanto gli altri il suo pacco di paglia, si cacciò in tasca così una trentina di luigi in meno di mezz’ora. Alle cinque ore della mattina la paglia valeva ottanta lire il pacco, ed anche non se ne raccapezzava più.

D’Artagnan aveva avuto cura di serbarsi da parte quattro fasci per sè; prese la chiave dello stanzino ove gli aveva nascosti, ed insieme con Porthos se ne andò a fare i conti con Mousqueton, il quale candidamente e da degno maggiordomo com’era, consegnò loro quattrocentotrenta luigi e se ne ritenne altri cento.

Mousqueton, che nulla sapeva di quanto era accaduto nel palazzo, non comprendeva come non fosse a lui venuta più presto l’idea di vender la paglia.

D’Artagnan si pose l’oro nel cappello, e tornando indietro, faceva i conti con Porthos. Spettavano ad ognuno di essi duecento quindici luigi.

Allora soltanto Porthos si avvide di non aver paglia per suo uso.

Andò da Mousqueton. Questo avea venduto sino all’ultimo filo, non serbandosi niente per sè stesso.

Porthos si recò presso a d’Artagnan, il quale, mediante i suoi quattro fasci era occupato a prepararsi, godendone anticipatamente la vista deliziosa, un letto così morbido, grosso da capo, coperte da’ piedi, che avrebbe fatto invidia anche al re, se il re non avesse riposato egregiamente nel suo.

D’Artagnan a nessun costo volle guastarlo, ma essendogli contati da Porthos quattro luigi, acconsentì che questi vi si adagiasse con lui.

Accomodò la spada da capo, si posò le pistole accanto, si distese a’ piedi il ferrajuolo, su questo mise il cappello e si sdrajò maestosamente sopra la paglia che cedeva e scricchiolava. Si pasceva digià dei dolci sogni che genera il possesso di duecento diciannove luigi guadagnati in un quarto d’ora, quando lo fece scuotere una voce alla porta della sala.

«Signor d’Artagnan! questa gridava, signor d’Artagnan!

«Qui, disse Porthos, qui!»

Porthos intendeva che se d’Artagnan se ne andava, il letto resterebbe a lui solo.

Si avvicinò un ufficiale.

D’Artagnan si sollevò sul gomito.

«Siete voi il signor d’Artagnan? quegli domandò.

«Sì, signore: che volete da me?

«Vengo a chiamarvi.

«Da parte di chi?

«Di Sua Eccellenza.

«Dite a monsignore che voglio dormire, e lo consiglio da amico a fare altrettanto.

«Sua Eccellenza non si è coricata, e non si coricherà, e vi vuole sul momento.

«Sia maledetto il Mazzarino, che non sa dormire quando bisogna! brontolò d’Artagnan, ma che vuole! È forse per farmi capitano? in tal caso glielo perdono».

E si alzò mormorando, pigliò la spada, il cappello, le pistole e il ferrajuolo, e andò coll’uffiziale, mentre Porthos, rimasto solo ed unico possessore del letto, si provava ad imitare le belle disposizioni dell’amico.

Mazzarino, vedendosi avvicinare colui che avea mandato a ricercare in momento sì inopportuno, gli disse:

«Signor d’Artagnan, non mi sono dimenticato con quanto zelo voi mi serviste, ed ora ve ne darò una prova.

«Buono! pensò il tenente, si comincia bene!»

Il ministro, che l’osservava, notò la sua contentezza.

«Ah, monsignore!

«Signor d’Artagnan, avete molto desiderio di esser capitano?

«Sì, Eccellenza.

«E il vostro amico brama sempre di esser barone?

«Monsignore, in questo istante si sogna di esserlo digià.

«Dunque, fece Mazzarino, togliendo da un portafogli la lettera già mostrata al nostro moschettiere, prendete questo dispaccio e portatelo in Inghilterra».

D’Artagnan guardò: non v’era indirizzo.

«Non posso sapere a chi debbo consegnarlo?

«Lo saprete giunto che siate a Londra; in Londra solamente lacererete la doppia sopraccarta.

«E quali saranno le mie istruzioni?

«D’obbedire in tutto e per tutto a quello a cui va questo plico».

D’Artagnan era per fare altre domande; il ministro soggiunse:

«Voi partite per Boulogne, troverete alle Armi d’Inghilterra un giovane gentiluomo chiamato Mordaunt.

«Sì, e di lui che devo farmi?

«Seguitarlo sin dove vi condurrà».

D’Artagnan guardava attonito il ministro.

«Eccovi istruito, disse questo, andate!

«Andate si dice presto, rispose il tenente, ma per andare bisognano danari, ed io non ne ho....

«Ah! fece Mazzarino grattandosi l’orecchio, dite di non aver danari?

«No, monsignore.

«Ma il diamante che vi diedi jeri sera?

«Bramo di conservarlo come un ricordo di Vostra Eccellenza».

Mazzarino sospirò.

«Monsignore, in Inghilterra il vivere costa caro, e specialmente in qualità d’inviato straordinario.

«Oibó! è un paese molto sobrio, e che campa di semplicità dalla rivoluzione in poi, ma non importa».

E Mazzarino, aperto un cassettino, ne cavò una borsa.

«Che dite di questi mille scudi?»

D’Artagnan sporse in fuori smisuratamente il labbro inferiore.

«Dico che son pochi, poichè di certo non partirò solo.

«Sicuro! replicò il ministro, sarà con voi il signor du Vallon, degno gentiluomo.... chè dopo di voi, caro signor d’Artagnan, egli è positivamente l’uomo che in Francia io ami e stimi più d’ogni altro.

«Allora, monsignore, fece d’Artagnan, accennando il sacchetto non ancor datogli da Mazzarino; se tanto lo amate e lo stimate, capirete....

«Là, a riguardo suo, aggiungerò duecento scudi.

«Spilorcio!» bucinò il tenente.

E domandò poi ad alta voce:

«Ma almeno, al nostro ritorno, potremo contare il signor Porthos sulla sua baronia, ed io sul mio grado, non è così?

«Sì, da Mazzarino che sono.

«Avrei più caro un altro giuramento, disse fra sè il Guascone».

E indi più forte:

«Non posso presentare i miei ossequi a Sua Maestà la regina?

«Sua Maestà dorme, rispose con impeto l’Eccellenza, e occorre che partiate senza indugio; orsù, andate!

«Monsignore, due altre parole: se là dove io vado e’ si battono, mi batterò anch’io?

«Farete quanto vi ordini la persona a cui vi dirigo.

«Va bene, seguitò d’Artagnan allungando la mano per pigliare il sacchetto, e vi presento i miei rispetti».

E postasi lentamente la borsa in tasca, disse all’ufficiale:

«Favorireste passare a destar pure il signor du Vallon e dirgli che lo attendo nelle scuderie?»

L’uffiziale si mosse tosto con una premura nella quale sembrò al nostro tenente vi fosse qualche cosa d’interessato.

Porthos si era appena sdrajato, e cominciava a russare armoniosamente secondo il suo consueto, ed eccolo sentirsi battere sulla spalla.

Credè che fosse d’Artagnan, e non si mosse.

«Da parte del ministro, disse l’uffiziale.

«Eh? che dite? domandò Porthos aprendo tanto d’occhi.

«Che Sua Eccellenza vi manda in Inghilterra, e il signor d’Artagnan vi aspetta nelle scuderie».

Porthos diede un sospiro, si alzò, prese il cappello, le pistole, la spada e il ferrajuolo, ed uscì mandando uno sguardo pien di rincrescimento al letto in cui si era proposto di riposare tanto bene.

Appena avea volte le spalle vi si era disteso sopra l’ufficiale; e non aveva egli passata la soglia, che il suo successore russava in modo da sbalordire. E ciò era naturale, dappoichè in quella riunione era egli il solo, oltre al re, alla regina e a Gastone d’Orleans, che dormisse gratis.

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