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LVII…

Part 6 of 9 · Dumas, Alexandre, Maquet, Auguste · Public domain text

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Contents (88)
  1. Opening under 1 min
  2. I about 14 min
  3. II about 12 min
  4. III about 18 min
  5. IV about 13 min
  6. V about 6 min
  7. VI about 8 min
  8. VII about 11 min
  9. VIII about 9 min
  10. IX about 10 min
  11. X about 8 min
  12. XI about 13 min
  13. XII about 8 min
  14. XIII about 11 min
  15. XIV about 8 min
  16. XV about 12 min
  17. XVI about 11 min
  18. XVII about 14 min
  19. XVIII about 8 min
  20. XIX about 15 min
  21. XX about 15 min
  22. XXI about 13 min
  23. XXII about 18 min
  24. XXIII about 20 min
  25. XXIV about 11 min
  26. XXV about 14 min
  27. XXVI about 11 min
  28. XXVII about 7 min
  29. XXVIII about 11 min
  30. XXIX about 9 min
  31. XXX about 10 min
  32. XXXI about 7 min
  33. XXXII about 13 min
  34. XXXIII about 9 min
  35. XXXIV about 13 min
  36. XXXV about 7 min
  37. XXXVI about 7 min
  38. XXXVII about 15 min
  39. XXXVIII about 12 min
  40. XXXIX about 7 min
  41. XL about 10 min
  42. XLI about 8 min
  43. XLII about 11 min
  44. XLIII about 6 min
  45. XLIV about 11 min
  46. XLV about 15 min
  47. XLVI about 10 min
  48. XLVII about 24 min
  49. XLVIII about 13 min
  50. XLIX about 7 min
  51. L about 10 min
  52. LI about 15 min
  53. LII about 8 min
  54. LIII about 8 min
  55. LIV about 13 min
  56. LV about 16 min
  57. LVI about 11 min
  58. LVII about 13 min
  59. LVIII about 11 min
  60. LIX about 11 min
  61. LX about 6 min
  62. LXI about 8 min
  63. LXII about 10 min
  64. LXIII about 10 min
  65. LXIV about 11 min
  66. LXV about 14 min
  67. LXVI about 9 min
  68. LXVII about 9 min
  69. LXVIII about 14 min
  70. LXIX about 12 min
  71. LXX about 11 min
  72. LXXI about 10 min
  73. LXXII about 12 min
  74. LXXIII about 9 min
  75. LXXIV about 13 min
  76. LXXV about 15 min
  77. LXXVI about 18 min
  78. LXXVII about 10 min
  79. LXXVIII about 12 min
  80. LXXIX about 10 min
  81. LXXX about 11 min
  82. LXXXI about 18 min
  83. LXXXII about 14 min
  84. LXXXIII about 11 min
  85. LXXXIV about 7 min
  86. LXXXV about 6 min
  87. LXXXVI about 9 min
  88. LXXXVII about 1 h 24 min

Continue:

LVII

Vengono notizie d’Athos e d’Aramis.

D’Artagnan s’era recato a dirittura alle scuderie; si faceva giorno; riconobbe il suo cavallo e quello di Porthos legati alla mangiatoja, ma mangiatoja vuota; ebbe pietà delle povere bestie, e s’incamminò verso un cantone ove distingueva un po’ di paglia senza dubbio sottrattasi alla razzia notturna. Ma nel radunare col piede la paglia, la punta del suo stivale incontrò un corpo rotondo, il quale, tocco di certo in un luogo sensibile, diede un grido e si rizzò sulle ginocchia stropicciandosi gli occhi.

Era Mousqueton, che non avendo più paglia per sè si era giovato di quella dei cavalli.

«Mousqueton! disse d’Artagnan, animo, in viaggio!»

Colui, riconosciuta la voce dell’amico del suo padrone, si alzò precipitosamente, e con quell’atto si lasciò cadere alcuni dei luigi guadagnati illecitamente nella notte scorsa.

«Oh oh! fece d’Artagnan annasando un luigi raccattato, ecco dell’oro che ha un odore singolare, puzza di paglia».

Mousqueton arrossì tanto onestamente, e parve sì confuso, che il guascone si mise a ridere, e seguitò:

«Mio caro Mouston, Porthos andrebbe in collera, ma io vi perdono; soltanto ricordiamoci che codest’oro dee servire di farmaco per la nostra ferita, e stiamo allegri, su via!»

Il domestico assunse subito un aspetto gioviale, pose con grande attività la sella al palafreno del suo signore, e si piantò sul suo proprio senza far boccaccia.

Frattanto capitò Porthos con viso burbero, e si maravigliò non poco di trovare d’Artagnan e Mousqueton quasi che in brio.

«Ehi! domandò, abbiamo dunque, voi il grado ed io la baronia?

«Andiamo a cercarne i brevetti, rispose d’Artagnan, ed al nostro ritorno Mazzarino li firmerà.

«E dove si va?

«Prima a Parigi; voglio regolare colà alcune faccende.

«A Parigi sia pure».

Ed entrambi partirono pella capitale.

Giunti alle porte, stupirono nel mirare l’attitudine minacciosa della città. Attorno ad una carrozza rotta in pezzi, il popolo mandava imprecazioni, mentre le persone che aveano tentato di fuggire erano prigioniere, cioè un uomo e due donne.

Quando al contrario d’Artagnan e Porthos chiesero l’accesso, furono ricevuti con mille carezze; erano stati presi per disertori del partito realista, e si voleva affezionarseli.

«Che fa il re? fu loro domandato.

«Dorme.

«E la Spagnuola?

«Si sogna.

«E quel maladetto Italiano?

«Sta desto. E perciò mantenetevi saldi; perchè se sono partiti, è di sicuro per qualche fine. Ma siccome in sostanza voi siete i più forti, continuò d’Artagnan, non vi accanite addosso a donne e a vecchi; lasciate andare quelle signore, e attaccatevi alle vere cause».

Il popolo udì con piacere tal discorso, e liberò le signore, le quali con un’occhiata eloquente ringraziarono il tenente.

«Ora avanti! disse questo».

E proseguirono il lor cammino, traversando le barricate, saltando di sopra alle catene, spingendo o spinti, interrogati o interrogando.

Nella piazza del Palazzo Reale, d’Artagnan adocchiò un sergente che facea fare l’esercizio a cinque o sei cento borghesi: era Planchet, il quale metteva in opra a vantaggio della milizia urbana le sue rimembranze del reggimento di Piemonte.

Esso, nel passare davanti a d’Artagnan, ravvisò il suo antico padrone.

«Buon dì, signor d’Artagnan, disse Planchet con sussiego.

«Buon dì, signor Delaurier, rispose il tenente dei moschettieri».

Planchet si fermò di botto fissando sopra d’Artagnan gli occhi attoniti; la prima fila, vedendo fermare il suo capo, si fermò parimente, e così di seguito sino all’ultima.

«Son pur ridicoli quei borghesi! disse d’Artagnan a Porthos».

E andarono innanzi.

Dopo cinque minuti smontavano all’albergo del Granchio.

La bella Maddalena corse incontro a d’Artagnan.

«Cara signora Turquaine (così costui le parlò), se avete soldi, nascondeteli presto; se avete gioje, rimpiattatele prontamente; se avete crediti, fatevi pagare; se avete debiti, non li pagate.

«E perchè? chiese Maddalena.

«Perchè Parigi sarà ridotta in cenere nè più nè meno che Babilonia, di cui sicuramente avrete inteso a discorrere.

«E mi lasciate in un momento simile?

«Sull’atto.

«E dove andate?

«Ah! se voi potete dirmelo, mi renderete un vero servizio.

«Mio Dio! mio Dio!

«Avete lettere per me? domandò d’Artagnan facendo cenno colla mano all’ostessa che si risparmiasse le lamentazioni attesochè sarebbero superflue.

«Ve n’è una arrivata appunto adesso».

Ed ella gliela porse.

«D’Athos! esclamò il tenente osservando lo scritto lungo e fermo dell’amico.

«Ah! fece Porthos, vediamo un po’ che ci dice».

D’Artagnan aprì il foglio e lesse:

«Caro d’Artagnan, caro Du Vallon.

«Miei buoni amici, voi forse ricevete mie notizie per l’ultima volta. Aramis ed io siam molto infelici, ma Iddio, il nostro coraggio e la memoria della nostra amistà ci sostengono. Pensate bene a Raolo. Vi raccomando le carte che sono a Blois, e fra due mesi e mezzo se non avete mie nuove, prendetene cognizione. Abbracciate di tutto cuore il visconte pel vostro affezionatissimo

ATHOS».

«Lo credo, per bacco! che lo abbraccerò; disse d’Artagnan, è digià sul nostro stesso sentiero, e se ha la disgrazia di perdere il nostro povero Athos, da quel giorno diventa mio figlio.

«Ed io, aggiunse Porthos, lo fo mio legatario universale.

«Vediamo che altro dice egli, Athos?»

«Se per la strada incontrate un tale Mordaunt, non ve ne fidate. Non posso colla presente spiegarmi di più».

«Mordaunt! fece con sorpresa d’Artagnan.

«Mordaunt, va bene, seguitò Porthos, ce ne ricorderemo.... Ma guardate là, v’è una poscritta di Aramis.

«Sì sì», rispose il tenente.

E lesse:

«Amici cari, vi teniamo celato il luogo di nostra permanenza, conoscendo il vostro affetto fraterno, e ben sapendo che verreste a morire con noi».

«Corpo di una bomba! interruppe Porthos con un impeto di collera che fe’ balzare Mousqueton all’altra estremità della stanza; che siano in pericolo di morte?»

D’Artagnan tirò innanzi:

«Athos vi lascia per eredità Raolo, ed io per eredità vi lascio una vendetta. Se per buona sorte mettete le mani sopra un certo Mordaunt, dite a Porthos che se lo porti in un canto e gli torca il collo. In una lettera non oso dirvi di più.

ARAMIS».

«Se non v’è altro, disse Porthos, è cosa facile a farsi.

«Anzi, rispose accigliato d’Artagnan, è impossibile».

«E perchè?

«Perchè è appunto quel Mordaunt che noi andiamo a raggiungere a Boulogne, e passiamo seco in Inghilterra.

«Ebbene! se invece di quel signor Mordaunt ci portassimo a raggiungere i nostri amici? esclamò Porthos con un gesto capace di spaventar un’armata.

«Ci ho pensato, replicò d’Artagnan, ma la lettera non ha data nè bollo.

«È vero», approvò Porthos.

E si mise a correre per la camera come un uomo fuori di sè, gestendo e ad ogni poco levando la spada sino a due terzi fuori del fodero.

D’Artagnan rimaneva in piedi come chi sia nella massima costernazione e sul viso gli appariva somma angoscia.

«Ah! va male, ei diceva, Athos ci insulta; vuol morir solo, va male».

Mousqueton vedendo quelle due grandi disperazioni, piangeva in un cantone.

«Orsù, fece d’Artagnan, tutto questo non giova a nulla; partiamo, si vada ad abbracciar Raolo, come abbiamo detto, ed egli forse avrà ricevuto notizie di Athos.

«Veh! codesta è un’idea, rispose Porthos; in verità, caro d’Artagnan, non so come facciate, ma siete pieno d’idee. Si vada a dare un amplesso a Raolo.

«Guai a colui che in questo momento guardasse bieco il mio padrone! disse Mousqueton, non gli darei un danaro della sua pelle».

Montarono a cavallo e si avviarono. Alla porta S. Dionigi, i due amici trovarono gran concorso di popolo. Arrivava il signor di Beaufort dal Vendomese, ed il Coadjutore lo mostrava ai Parigini stupefatti ed esultanti, che con il detto di Beaufort si reputavano oramai invincibili!

I due compagni presero da una piccola strada onde non incontrare il principe, e furono alla barriera S. Dionigi.

«È vero, domandarono ad essi le guardie, che il signor di Beaufort sia giunto in Parigi?

«Verissimo, replicò d’Artagnan, e la prova si è che ci manda incontro al signor di Vendome suo padre, il quale deve pur capitare quanto prima.

«Evviva il signor di Beaufort!» gridarono le guardie.

E si trassero da parte rispettose a lasciar passare gl’inviati del gran principe.

Una volta fuor dalla barriera, si divorarono la strada coloro che non conoscevano nè stanchezza nè scoraggimento; i loro cavalli volavano, ed eglino non cessavano dal parlare di Athos e d’Aramis.

Mousqueton soffriva ogni tormento immaginabile, ma l’ottimo servo si consolava nel pensare che i suoi due padroni pativano ben altre pene.... conciossiachè era già al punto di considerare d’Artagnan qual suo secondo padrone, e gli obbediva anche più pronto ed esattamente che a Porthos.

Il campo era fra Saint Omer e Lambe. I due compagni fecero un mezzo giro sino al campo, e parteciparono minutamente all’armata la fuga del re e della regina pervenuta colà confusamente. Trovarono Raolo vicino alla sua tenda disteso sur un fascio di fieno di cui il suo cavallo tirava a sè di soppiatto alcuni fili. Il giovanetto aveva gli occhi rossi e sembrava abbattuto; ch’essendo tornati a Parigi il maresciallo di Grammont ed il conte di Guiche, egli poveretto! rimaneva isolato.

Indi a un momento Raolo alzando gli occhi vide i due cavalieri che lo esaminavano, e corse ad essi a braccia aperte.

«Oh! siete voi, cari amici? venite a prendermi? mi conducete via con voi? mi recate notizie del mio tutore?

«Non ne avete forse ricevute? gli domandò d’Artagnan.

«No, ahimè! e non so che sia di lui.... e ne sento un’inquietudine che mi fa piangere».

Realmente, sulle guancie imbrunite del visconte di Bragelonne scorrevano due grosse lacrime.

Porthos si volse da parte per non dimostrare dall’ottima faccia quel che provava nel cuore.

«Diamine! disse d’Artagnan più commosso che nol fosse stato da gran tempo, non vi disperate.... se non avete lettere del conte.... ne abbiamo noi.... una....

«Ah! davvero?

«E anche da tranquillarvi, aggiunse il tenente, visto il giubilo che dava a Raolo il suo annunzio....

«L’avete?

«Cioè, l’avevo.... (e d’Artagnan fingeva di cercare) aspettate, deve esser qui.... nella saccoccia.... mi parla del suo ritorno, non è così, Porthos?»

Per quanto fosse Guascone, d’Artagnan non voleva assumersi solo tutto il carico di quella menzogna.

«Sì, disse Porthos con un poco di tosse.

«Ah, datemela!

«Uhm!... la leggevo dianzi, che l’avessi perduta?... oh che miracoli!... ho la tasca rotta!...

«Oh sì, signor Raolo.... confermò Mousqueton, la lettera era consolantissima; questi signori me l’hanno letta, ed ho pianto dall’allegrezza.

«Ma almeno, signor d’Artagnan, sapete dove sia? domandò Raolo mezzo rasserenato.

«Ah! ecco....: certo lo so, cospetto! ma è un mistero.

«Non già per me, spererei?

«No, per voi no.... e perciò ora ve lo dico....»

Porthos guardava l’amico con istupore.

«Dove diavolo dirò che è, perchè egli non tenti di andare a ritrovarlo? borbottava il tenente.

«Or bene, dov’è? chiese Raolo con voce dolce e carezzevole.

«È a Costantinopoli.

«Presso i Turchi, oh Dio, che mi dite mai!

«Veh! avete forse paura? Ohibò! che cosa sono i Turchi per uomini simili al conte di la Fère e all’abate d’Herblay?

«Ah! il suo amico è con lui?... ciò mi quieta alcun poco....

«Che spirito ha questo demonio di d’Artagnan! diceva Porthos incantato dall’astuzia del camerata.

«Adesso, fece d’Artagnan che desiderava cambiar soggetto di conversazione, ecco cinquanta doppie che col medesimo corriere vi mandava il conte. Mi figuro che non abbiate più danari, e ch’esse vi vengano opportune.

«Ho tuttavia venti doppie.

«Pigliatele ciò non ostante, così saranno settanta.

«E se ne bramate di più.... offeriva Porthos ponendo mano al borsellino.

«Grazie.... mille grazie....» rispose Raolo, ed arrossiva.

In quel punto comparve all’orizzonte Olivain.

«A proposito, chiese d’Artagnan in maniera che il lacchè lo udisse, siete contento di Olivain?

«Sì.... così così...»

Olivain finse di non aver inteso ed entrò nella tenda.

«Di che lo tacciate, quel briccone?

«È un ghiottone, replicò Raolo.

«Oh signore! disse Olivain, che a tale accusa si mostrò subito.

«È un po’ ladro.

«Oh signore! oh!

«E specialmente è molto codardo.

«Oh, oh, oh, signore! voi mi disonorate.

«Capperi! esclamò d’Artagnan, sappiate, messer Olivain, che genti come noi non si fanno servire da codardi. Rubate al vostro padrone, mangiategli le conserve e bevetegli il vino, ma per Diana! non siate codardo, o che vi taglio le orecchie. Guardate Mouston, pregatelo di mostrarvi le onorevoli ferite che ha ricevute, e vedete qual dignità gli ha posta sul sembiante il suo coraggio».

Mousqueton era al terzo cielo, e se avesse osato avrebbe dato un bacio a d’Artagnan, e frattanto si proponeva di farsi ammazzare per esso se mai si presentasse l’occasione.

«Licenziate quel furfante, disse d’Artagnan a Raolo, poichè s’è vigliacco, un giorno o l’altro si disonorerà.

«Il padrone mi tiene per vigliacco, gridò il servitore, perchè l’altro giorno volle battersi con un alfiere del reggimento di Grammont ed io ricusai di accompagnarlo.

«Signor Olivain, un lacchè non deve mai disobbedire; rispose il tenente con severità».

Poi traendolo in disparte:

«Facesti benissimo, se il tuo padrone aveva torto, ed eccoti uno scudo per te; ma se una volta egli è insultato e tu non ti fai fare a pezzi al suo fianco, ti taglio la lingua e te la batto sul muso. Tienlo a mente per bene!»

Il domestico s’inchinò e si pose in tasca la moneta.

«Ora, amico Raolo, disse d’Artagnan, il signor du Vallon ed io partiamo come ambasciadori; non posso dirvi con che scopo, non lo so nemmen io: ma se avete bisogno di qualche cosa, scrivete alla signora Maddalena Turquaine, al Granchio, in via Tiquetonne, e traete su quella cassa come su quella di un banchiere.... pianino però, giacchè vi avverto che non è provvista quanto quella del d’Emery».

E dato un amplesso al suo pupillo provvisorio, lo passò fra le robuste braccia di Porthos, le quali sollevandolo da terra lo tennero sospeso un momento sul nobil petto del terribile gigante.

«Si vada» disse d’Artagnan.

E ripartirono per Boulogne, dove fermarono verso sera i loro cavalli bagnati di sudore e bianchi di spuma.

Dieci passi distante dal luogo ove si riposavano avanti di entrare in città, stava un giovane vestito a nero che pareva attendesse qualcuno, e che da quando gli avea veduti a comparire non cessava di guardarli fisso.

D’Artagnan gli si accostò, e poichè quegli non finiva di osservarlo, gli disse:

«Ehi, amico! non mi piace essere squadrato così da capo ai piedi.

«Signore, fece l’altro senza rispondere alla interpellazione, di grazia, non venite da Parigi?»

Il tenente si pensò fosse colui un curioso che desiderasse aver nuove della capitale.

«Signor sì, replicò in tuono più mite.

«Non dovete alloggiarvi alle Armi d’Inghilterra?

«Sì.

«Non avete un’incombenza di Sua Eccellenza il ministro Mazzarino?

«Sì sì....

«Dunque avete da far con me: son io Mordaunt».

D’Artagnan disse piano:

«Ah ah! quello di cui Athos mi raccomanda di non fidarmi!

«Oh! mugolò Porthos, quello a cui Aramis vuole ch’io tiri il collo!»

Ambedue considerarono con attenzione il giovanotto.

Questi s’illuse sul motivo delle loro occhiate.

«Dubitate della mia parola? domandò, in tal caso sono pronto a darvene qualunque prova.

«No signore, rispose d’Artagnan, e siamo a vostra disposizione.

«Dunque, signori, partiremo senza indugio, perchè oggi è l’ultimo giorno del termine richiestomi dal ministro. Il mio bastimento è all’ordine, e se non foste venuti mi preparavo ad andarmene senza di voi, mentre il generale Oliviero Cromvello deve attendermi con impazienza.

«Ah! fece d’Artagnan, siamo dunque spediti al generale Oliviero Cromvello?

«Non avete per esso una lettera?

«Ho una lettera da non lacerarne il doppio inviluppo se non a Londra; ma poichè mi dite a chi è diretta è inutile ch’io aspetti fino allora».

E d’Artagnan lacerò il foglio disopra al dispaccio.

Difatti v’era scritto:

— Al signor Oliviero Cromvello, generale delle truppe della nazione inglese —.

«Singolare incarico! fece il tenente.

«Chi è questo Cromvello? gli domandò sotto voce Porthos.

«Un antico birraio.

«Che il Mazzarino voglia fare una speculazione sulla birra come noi l’abbiam fatta sulla paglia?

«Andiamo, signori! pregava Mordaunt impaziente.

«Oh! senza cena? disse Porthos, messer Cromvello non può aspettare un pochino?

«Sì, ma io? rispose Mordaunt.

«Ebbene, voi? e poi?

«Io, ho fretta.

«Ah! s’è per voi soltanto, soggiunse Porthos, è cosa che non mi riguarda, e cenerò col vostro permesso o senza».

Al giovanotto si accesero gli occhi e parve vicino ad uscirne un lampo; ma egli si frenò.

«Signore, continuò d’Artagnan, bisogna compatire dei viaggiatori affamati; d’altronde il nostro pasto non vi tratterrà molto. Noi corriamo di trotto alla locanda; andate a piedi sino al porto, mangieremo un boccone e ci saremo nello stesso tempo che voi.

«Come vi piace, purchè si vada, replicò Mordaunt.

«Manco male! bucinò Porthos.

«Il nome del naviglio? chiese d’Artagnan.

«Lo Standard.

«Ottimamente: fra mezz’ora saremo a bordo».

E tutti e due dato di sprone ai cavalli si avviarono all’albergo delle Armi d’Inghilterra.

«Che dite di quel giovane? domandava correndo d’Artagnan.

«Dico che non mi piace punto, rispose Porthos, e che mi sentivo un gran prurito di seguire il consiglio di Aramis.

«Guardatevene bene, mio caro Porthos! è un inviato del generale Cromvello, e sarebbe la maniera di farci ricevere malamente, secondo me, l’annunziargli di avere strozzato il suo confidente.

«Non serve: ho sempre osservato che Aramis era uomo di buon consiglio.

«Sentite, quando sarà terminata la nostra ambasceria....

«E poi?

«S’egli ci riaccompagna in Francia....

«Ebbene?

«Allora vedremo».

Con questo i due gentiluomini arrivarono all’albergo; vi cenarono con molto appetito, e tosto si trasferirono sul porto. Era pronto a salpare un brigantino, e sul ponte riconobbero Mordaunt che camminava su e giù infastidito.

«È incredibile, diceva d’Artagnan mentre la lancia lo portava sino allo Standard, come quel ragazzo somiglia a un tale che ho conosciuto, ma non so dire a chi».

Giunsero alla scala, e in un momento s’imbarcarono.

L’imbarco dei cavalli fu più lungo che quel degli uomini, e il brigantino non potè levar l’áncora che la sera alle otto.

Il Mordaunt batteva i piedi impaziente e comandava si sciogliessero le vele.

Porthos, spossato da tre notti senza sonno e da un tragitto di settanta leghe a cavallo, erasi ritirato nel camerino e dormiva.

D’Artagnan, superando la sua repugnanza per Mordaunt, passeggiava seco sul ponte e inventava cento fandonie per obbligarlo a parlare.

Mousqueton pativa del mal di mare.

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LVIII

Lo Scozzese spergiuro alla fè, Un danajo vendette il suo re.

È d’uopo adesso che i nostri leggitori lascino navigare tranquillamente lo Standard, non però verso Londra dove si credevano di andare d’Artagnan e Porthos, ma inverso Durham, ove da certe lettere ricevute d’Inghilterra nella sua permanenza a Boulogne era venuto a Mordaunt l’ordine di trasferirsi, e che indi ci seguano sino al campo realista di qua dalla Tyne presso alla città di Newcastle.

Colà, situate in fra due fiumi, su la frontiera di Scozia, ma sul suolo d’Inghilterra, sono le tende di una picciola armata. È mezza notte. Uomini riconoscibili per tanti highlanders dalle gambe ignude, dai gonnellini corti, dai pastrani a righe e dalla penna che hanno sulla berretta, se ne stanno vegliando nella massima indolenza. La luna, che penetra fra grossi nuvoli, rischiara ad ogni spazio che trova sulla strada i moschetti delle sentinelle e fa risaltare le mura, i tetti e i campanili della città che Carlo I rendeva poc’anzi alle truppe del Parlamento, egualmente che Oxford e Newark, le quali si sostenevano tuttavia per la parte di lui nella lusinga di un accomodamento.

Ad una delle estremità di quel campo, vicino ad una vastissima tenda, piena di uffiziali Scozzesi, i quali tengono una specie di consiglio sotto la presidenza del loro capo vecchio conte di Lewen, dorme disteso sull’erba un uomo vestito da cavaliere, ferma la mano sulla spada.

Cinquanta passi più in là, un altro, abbigliato pure da cavaliere, va discorrendo con una sentinella scozzese; e mercè l’abitudine che par ch’egli abbi dell’idioma inglese, comunque straniero, giunge a comprendere le risposte che a lui dà il suo interlocutore in dialetto della contea di Perth.

Mentre suonava l’un’ora a Newcastle il dormiente si destò, e dopo aver fatti tutti quanti i gesti di uno che apra gli occhi al finir di lunghissimo sonno, si guardò attorno attentissimo, e vistosi solo, si alzò e andò a passare accanto a colui che ragionava colla sentinella. Questo di certo aveva terminato le sue interrogazioni, poichè di là a un momento si accommiatò da quell’uomo, e senza affettazione seguì la stessa strada che il primo cavaliere di cui noi femmo menzione.

L’altro aspettava all’ombra di una tenda situata su quella strada.

«Ebbene, mio caro amico? gli disse in francese, ma del più pretto che mai siasi usato da Roano a Tours.

«Ebbene, non v’è tempo da perdere, e bisogna prevenire il re.

«Ma che mai succede?

«Sarebbe lungo il raccontarvelo. E poi fra poco lo udrete. Inoltre la minima parola pronunciata qui può rovinare ogni cosa. Si vada a trovare milord di Winter».

Ed entrambi s’incamminarono all’estremità opposta del campo; ma siccome questo non prendeva di più che una superficie di cinquecento passi quadrati, così ben presto giunsero alla tenda di colui che cercavano.

«Tomby, il vostro padrone dorme? domandò in inglese uno dei due cavalieri a un domestico coricato in un primo compartimento che serviva d’anticamera.

«No, signor conte, rispose il servo, non credo; oppure, sarebbe da poco in qua, giacchè ha camminato più di due ore dopo aver lasciato il re, e sono appena dieci minuti che è cessato il rumore de’ suoi passi.... E poi (aggiunse alzando la portiera) potete vedere».

Realmente di Winter stava seduto davanti ad un’apertura fatta a foggia di finestra, da cui penetrava l’aria notturna, e a traverso alla quale osservava malinconicamente la luna, perdutasi, come poc’anzi dicemmo, fra grossi nuvoli neri.

I due amici si appressavano a di Winter che guardava il cielo tenendosi la testa appoggiata sulla mano; ei non gl’intese arrivare, e restò nella stessa positura sino al momento che sentì toccarsi la spalla.

Allora si girò, ravvisò Athos ed Aramis, e porse ad essi la destra.

«Avete badato, ei disse loro, come questa sera la luna è di color sanguigno?

«No, rispose Athos, e mi è sembrata secondo il suo solito.

«Guardate, cavaliere, seguitò di Winter.

«Vi confesso, replicò Aramis, che io sono come il conte di la Fère, e non ci veggo niente di particolare.

«Conte, soggiunse Athos, in una situazione precaria qual è la nostra, bisogna esaminare la terra e non il cielo. Avete studiati i nostri Scozzesi e ne siete sicuro?

«Gli Scozzesi, domandò di Winter, che Scozzesi?

«I nostri, poffare! quelli a cui si è affidato il re; gli Scozzesi del conte di Lewen.

«No, rispose di Winter».

E indi a poco:

«Sicchè, ditemi, non iscorgete al pari di me quella tinta rossiccia che ricopre il cielo?

«Nulla affatto, fecero insieme Athos ed Aramis.

«Ma, continuava l’altro sempre occupato dalla medesima idea, non è in Francia una tradizione, che Enrico IV il giorno innanzi a quello in cui fu assassinato, e mentre giuocava a scacchi col signor di Bassompierre, vide delle macchie di sangue sullo scacchiere?

«Sì, approvò Athos, e il maresciallo lo raccontò varie volte a me in persona.

«Appunto, e all’indomani Enrico IV fu ucciso.

«Ma, chiese Aramis, che rapporto ha con voi codesta visione del re Enrico?

«Nessuno, ed io sono pur pazzo a discorrervi di tali cose, quando la vostra venuta in questa tenda mi è indizio che siate latori di qualche importante notizia.

«Sì milord, disse Athos, vorrei parlare al re.

«Al re? egli dorme.

«Ho da manifestargli cose di gran peso.

«E non si possono differire a domani?

«Bisogna ch’ei le sappia subito, ed è forse digià tardi.

«Entriamo dunque, signori».

La tenda di di Winter era posta accanto a quella regia; dall’una all’altra comunicava una sorta di corridojo. Questo corridojo era custodito non da una sentinella ma da un domestico di confidenza di Carlo I, acciò in caso urgente il re potesse nel momento abboccarsi col suo servo fedele.

«Questi signori sono con me», disse di Winter.

Il domestico, fatto un inchino, lasciò libero il passo.

Il re Carlo, cedendo ad un irresistibile bisogno di sonno, erasi addormentato sopra un letto da campo, vestito col suo giubbetto nero, con gli stivali lunghi, allentata la cintola, e con accanto il cappello. I tre uomini si avanzarono, ed Athos, che andava primo a tutti, considerò per un momento in silenzio quel nobile volto tanto pallido, contornato dalla lunga chioma nera, cui gli appiccicava alle tempie il sudore, e segnata da grosse vene turchine, le quali sembravano gonfie di lacrime sotto gli occhi affaticati.

Athos diede un sospiro; il sospiro destò il re, tanto era lieve il suo sonno.

Esso aprì gli occhi.

«Ah! disse sollevandosi sul gomito, siete voi, conte di la Fère?

«Sì, sire.

«Vegliate intanto ch’io riposo, e venite a recarmi qualche nuova?

«Ahimè! rispose Athos, Vostra Maestà ha indovinato.

«Dunque è cattiva nuova? seguitò il re con un melanconico sorriso.

«Sì, o sire.

«Non serve, il messaggiero sia pur ben venuto, ed entrando da me mi fate sempre piacere, voi che pel vostro zelo non conoscete nè patria nè sventura; voi che mi siete inviato da Enrichetta; e così qualunque sia la notizia che mi portate, parlate senza esitare.

«Sire, il signor Cromvello è giunto questa notte a Newcastle.

«Ah! fece Carlo, per combattermi?

«No, Maestà, per comprarvi!

«Che dite!

«Dico, che all’armata scozzese sono dovute quattrocento mila lire sterline.

«Per paga arretrata, sì, lo so. Da quasi un anno i miei prodi e fidi Scozzesi si battono per l’onore».

Athos sorrise.

«Or bene, sire, sebben l’onore sia una bella cosa, e’ si sono stancati di battersi per esso, e questa notte vi hanno venduto per duecento mila lire, cioè per la metà di quel che loro si doveva.

«Impossibile! e qual è il Giuda che ha fatto quest’infame contratto?

«Il conte di Lewen.

«Ne siete certo?

«L’ho inteso colle mie proprie orecchie».

Il re diede un profondo sospiro come gli si spezzasse il cuore, e si lasciò cadere la testa fra le mani.

«Oh, gli Scozzesi che chiamavo i miei fedeli! gli Scozzesi a cui mi ero affidato quando potevo fuggire ad Oxford! gli Scozzesi, miei compatriotti, gli Scozzesi miei fratelli! Ma ne siete sicuro?

«Coricato dietro alla tenda del conte di Lewen, di cui avevo sollevata la cortina, tutto ho veduto, ho udito tutto.

«E quando deve consumarsi l’orribile negoziato?

«Oggi nella mattina. E come vede Vostra Maestà, non v’è tempo da perdere.

«Per che fare, se dite che sono venduto?

«Per traversare la Tyne, per trasferirvi in Iscozia, per raggiungere lord Montrose, che non vi venderà, no!

«Ed in Iscozia che farei? una guerra di partigiani: una tal guerra è indegna di un re.

«Vi assolverà, o sire, l’esempio di Roberto Bruce.

«No no! da troppo tempo io contrasto; se mi venderono, mi consegnino: e su di loro ricada l’eterna vergogna del lor tradimento.

«Maestà, disse Athos; forse così deve agire un re, ma non così uno sposo ed un padre. Io qui venni in nome della vostra consorte e di vostra figlia, e in nome di esse e degli altri due figli che ancora avete in Londra vi dico: Vivete, o sire! Iddio vuole che viviate».

Carlo I si alzò, si strinse la cintola, cinse la spada, ed asciugandosi la fronte molle di sudore, domandò:

«Ebbene, che si ha da fare?

«Vostra Maestà ha ella in tutta l’armata un reggimento sul quale possa contare?

«Di Winter, chiese il re, credete fedele il vostro?

«Sire, son uomini, e gli uomini son diventati o molto deboli o molto perversi. Io credo nella lor fedeltà, ma non la garantisco; affiderei ad essi la mia vita, ma esito ad affidar loro quella di Vostra Maestà.

«Or via, seguitò Athos, in mancanza di un reggimento, noi siamo tre uomini devoti, zelanti, e basteremo noi soli. La Maestà Vostra salga pure a cavallo, si ponga in mezzo a noi, traversiamo la Tyne, andiamo in Iscozia e siamo salvi.

«È tale la vostra opinione? domandò il re a di Winter.

«Appunto.

«E la vostra, signor d’Herblay?

«Parimente.

«Dunque si faccia come volete. Di Winter, date gli ordini opportuni».

Di Winter uscì. Frattanto il re terminò di vestirsi. Mentre cominciavano a penetrare i primi raggi del giorno dalle aperture della tenda, ritornò di Winter, e disse:

«Sire, tutto è pronto.

«E noi? fece Athos.

«Grimaud e Blaison reggono i vostri cavalli con la sella addosso.

«Allora non si perda un momento e si parta.

«Si parta, ripetè il re.

«Sire, soggiunse Aramis, non prevenite i vostri amici?

«I miei amici! replicò Carlo I scuotendo afflitto il capo, non ne ho più altri che voi tre. Un amico da venti anni che di me non si dimenticò giammai; due da otto giorni, ch’io mai non dimenticherò. Venite, signori».

Il re uscì dalla tenda, e trovò pronto il suo palafreno: era un caval sauro che cavalcava da tre anni, e che gli era assai caro.

Il quale nel vederlo nitrì dal contento.

«Ah! disse Carlo, ero ingiusto, ed ecco ancora, se non un amico, almeno un essere che mi ama. Tu, Arturo, mi sarai fedele, non è vero?»

E il corsiero, quasi comprendesse quelle parole, avvicinò le nari fumanti al volto del padrone, alzando le labbra e lietamente mostrando le zanne bianchissime.

«Sì sì, continuò il re toccandolo come per accarezzarlo, sì, Arturo, va bene, sono contento di te».

E con quella leggerezza che lo rendeva uno dei migliori cavalcanti d’Europa, Carlo si pose in sella, e volgendosi ad Athos, Aramis e di Winter, disse loro:

«Signori, vi aspetto».

Ma Athos stava in piedi, immobile, con gli occhi fissi e la mano stesa verso una linea nera, che seguitando lungo la riva della Tyne andava sino ad uno spazio doppio a quello del campo.

«Che linea è quella? jeri non la vidi! disse Athos a cui le ultime tenebre della notte a conflitto coi primi raggi del giorno non anco permettevano di ben distinguere.

«Sarà la nebbia che sorge dal fiume, rispose il re.

«Sire, è oggetto più compatto che un vapore.

«Difatti, scorgo come un argine rossastro! osservò di Winter.

«È il nemico ch’esce da Newcastle e ci circuisce! esclamò Athos.

«Il nemico! ripetè Carlo.

«Sì, è troppo tardi!... Mirate! sotto quel raggio di sole, là, dalla parte della città, vedete rilucere le coste di ferro?»

Così chiamavansi i corazzieri di cui Cromvello aveva fatte le sue guardie.

«Ah! disse il re, ora sapremo s’è vero che gli Scozzesi mi tradiscono.

«Che fate, o sire? gridò Athos.

«Do a loro l’ordine di caricare, e passo con essi addosso a quei disgraziati ribelli».

Ed il re, dato di sprone al destriero, si slanciò verso la tenda del conte di Lewen.

«Seguitiamolo, fece Athos.

«Si vada, confermò Aramis.

«È forse ferito il re? chiese di Winter, veggo in terra delle macchie di sangue».

E si scagliò appresso ai due amici.

Athos lo trattenne dicendogli:

«Andate a raccogliere il vostro reggimento, io presagisco che fra poco ne avremo bisogno».

Di Winter voltò la briglia, e i due amici continuarono il loro cammino. In due minuti secondi Carlo I arrivava alla tenda del generale in capo dell’armata scozzese; smontò ed entrò immediatamente.

Stavano allora d’intorno al generale i primarj capi.

«Il re!» esclamarono alzandosi e guardandosi stupefatti.

Carlo, ritto dinanzi a loro, col cappello in testa, aggrottava le ciglia e si batteva lo stivale col frustino.

«Sì, egli disse; il re in persona; il re, che viene a chiedervi conto di quanto accade.

«Che v’è mai, sire? domandò il conte di Lewen.

«V’è, rispose il re lasciandosi trasportare dallo sdegno, che il generale Cromvello è giunto in questa notte a Newcastle, che voi lo sapevate ed io non sono avvertito; v’è, che il nemico esce dalla città e ci chiude il passaggio della Tyne, che le vostre sentinelle debbono aver veduto questo movimento ed io non sono avvertito; v’è, che mediante un infame contratto, voi mi avete venduto per duecentomila lire al Parlamento, ma che almeno di questo contratto io sono avvertito. Ecco, signori, quel che v’è; rispondetemi e discolpatevi, poichè io vi accuso.

«Sire...., balbettò il conte di Lewen, Vostra Maestà sarà stata ingannata da qualche falso rapporto.

«Ho veduto coi miei occhi l’armata nemica distendersi fra me e la Scozia, rispose Carlo, e posso quasi dire di aver udito colle mie proprie orecchie discutere le clausole del contratto».

I capi Scozzesi si guardavano inarcando essi pure le ciglia.

«Sire, fece il conte di Lewen oppresso dalla vergogna, siam pronti a darvi qualunque prova.

«Ne chiedo una sola; ponete l’esercito in battaglia, e marciamo contro al nemico.

«Vostra Maestà sa che v’è tregua fra noi e l’armata inglese.

«Se v’è tregua, l’armata inglese l’ha rotta uscendo dalla città contro le convenzioni che la tenevano ivi rinchiusa; ora, io vel dico, è d’uopo passar meco a traverso quell’armata e rientrare in Iscozia, e se non lo fate, or bene! scegliete fra i due nomi che pongono gli uomini in disprezzo e in esecrazione agli altri uomini: o siete vili, o siete traditori!»

Dagli occhi degli Scozzesi scaturivano delle fiamme, e secondo sovente avviene in simili occasioni, essi passarono dall’estrema vergogna all’estrema impudenza, e due capi di clans avanzandosi a ciascun lato del re, dissero:

«Or bene, sì, noi promettemmo di liberare la Scozia e l’Inghilterra da colui che da venticinque anni succhia il sangue e l’oro dell’Inghilterra e della Scozia; promettemmo e mantenevamo l’impegno. Re Carlo Stuart, voi siete nostro prigioniero».

Entrambi stesero nel medesimo tempo la mano onde afferrare il re; ma avanti che con la punta del dito toccassero la sua persona, entrambi eran caduti, uno svenuto e l’altro morto.

Chè uno era sbalordito da un colpo di pomo di pistola di Athos, ed all’altro Aramis avea passata la spada a mezzo il corpo.

Indi, mentre il conte di Lewen e gli altri capi retrocedevano atterriti da quell’inatteso soccorso che pareva scendesse dal cielo a lui che già credevano lor prigioniero, Athos ed Aramis trascinarono il re fuori dalla tenda inospitale, ove imprudentemente egli si era avventurato, e saltando sui cavalli che i lacchè tenevano preparati, tutti e tre si avviarono alla tenda reale.

Correndo videro venir di Winter alla testa del suo reggimento, ed il re gli accennò di accompagnargli.

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LIX

Il vendicatore.

Entrarono tutti e quattro. Nessun piano si era ancor fatto e bisognava combinarne uno.

Il re si lasciò cadere sopra una sedia dicendo:

«Sono perduto!

«No sire, rispose Athos, siete soltanto tradito».

Carlo sospirò.

«Tradito dagli Scozzesi, fra’ quali io nacqui, che sempre preferii agli Inglesi, oh sciagurati!

«Sire, riprese Athos, non è momento da rampogne, ma da mostrare che siete re e gentiluomo. Sorgete, sire! qui almeno avete tre uomini che non vi tradiranno, tenetelo per certo.... Ah se fossimo solamente cinque! mormorava Athos pensando a d’Artagnan ed a Porthos.

«Che dite mai? domandò Carlo alzandosi.

«Dico che non v’è più altro che un mezzo. Milord di Winter garantisce pel suo reggimento o poco meno; non stiamo a sofisticare sui termini; egli si pone alla testa de’ suoi uomini; noi ci mettiamo al fianco di Sua Maestà; facciamo un vacuo nell’armata di Cromvello, ed arriviamo in Scozia.

«Vi sarebbe anche un altro mezzo, propose Aramis, cioè che uno di noi prendesse e il vestimento e il cavallo del re; intanto che si accanissero addosso a quel tale, forse il re passerebbe.

«Buono è il suggerimento, fece Athos, e ove Sua Maestà voglia concedere a uno di noi quest’onore gliene saremo grati.

«Che pensate di questo consiglio, di Winter? chiese Carlo guardando con ammirazione quei due uomini che di null’altro occupavansi se non di trarre sopra sè stessi i pericoli che a lui sovrastavano.

«Penso che se v’è un modo per salvare Vostra Maestà è quello proposto dal signor d’Herblay. Supplico dunque umilmente la Maestà Vostra di far prontamente la scelta, poichè non abbiam tempo da perdere.

«Ma se accetto, è morte, o almeno prigionia sicura per quello che prenda il mio posto.

«E l’onore di aver salvato il suo re!» esclamò di Winter.

Carlo considerava il suo vecchio amico con le lacrime agli occhi; si tolse il cordone dello Spirito-Santo che portava onde far onore ai due Francesi che lo accompagnavano, e lo infilò al collo a di Winter, il quale ricevè genuflesso questo tremendo contrassegno dell’amistà e della fiducia del suo sovrano.

«È giusto, disse Athos; egli lo serve da più tempo di noi».

Il re lo udì, e si volse ancor pieno il ciglio di lacrime.

«Signori, attendete un momento, ho ancora un cordone da dare ad ognuno di voi».

Andò ad un armadio ove stavano rinchiusi i suoi propri ordini, e ne levò due cordoni della Giarrettiera.

«Quegli ordini non possono essere per noi, disse Athos.

«E perchè? domando Carlo.

«Sono ordini quasi regi, e noi siam semplici gentiluomini.

«Ah! passate in rivista tutti i troni della terra, rispose il re, e trovatemi cuori più grandi dei vostri.... No, no, signori, voi non rendete giustizia a voi stessi; ma a rendervela sono qua io. Conte, inginocchiatevi».

Athos obbedì, il re gli passò il cordone da sinistra a diritta secondo l’uso, e alzata la spada, invece della formula consueta: — Io vi fo cavaliere, siate prode, fedele e leale, — gli disse: «Signor conte, voi siete prode, fedele e leale, io vi fo cavaliero».

Indi ad Aramis.

«Adesso a voi, signor cavaliere».

E la medesima cerimonia ricominciò colle parole medesime, mentre di Winter, ajutato dagli scudieri, si scioglieva la corazza di rame per esser meglio preso per il re.

Poi, quando Carlo ebbe terminato con Aramis come con Athos, li abbracciò amendue.

«Sire, disse di Winter, che al cospetto di tanta divozione aveva riacquistata tutta la sua forza e il suo coraggio, noi siamo pronti».

Il re guatò i tre gentiluomini.

«Sicchè, disse, è d’uopo fuggire?

«Maestà, rispose Athos, fuggire a traverso a un’armata, in tutti i paesi del mondo si chiama combattere.

«Dunque morrò con la spada in pugno. Signor conte, signor cavaliere, se mai io sono re....

«Sire, già ci onoraste ben più che non si spettasse a semplici gentiluomini: quindi dal lato nostro è la gratitudine. Ma non si perda più tempo, chè troppo n’è perduto».

Carlo prese a tutti tre per l’ultima volta la mano, cambiò il suo cappello con quello di di Winter, ed uscì.

Il reggimento di di Winter stava schierato sur una piattaforma che sovrastava al campo; il re seguito dai tre amici, in verso a quella si diresse.

Pareva alfine che il campo scozzese si fosse risvegliato; gli uomini venuti fuori dalle tende aveano preso il loro rango come per ordine di battaglia.

«Vedete, disse il re, forse si pentono e sono pronti a marciare!

«Se si pentono, sire, Athos rispose, ci verranno appresso.

«Bene! disse Carlo I, che facciamo?

«Esaminiamo l’esercito nemico».

Tosto si fissarono gli sguardi della piccola comitiva su quella linea che all’alba era stata creduta effetto della nebbia, e che i primi raggi solari ormai indicavano come un’armata disposta pel combattimento. L’aria era pura e limpida siccome suole in quell’ora del mattino; si distinguevano benissimo reggimenti, bandiere, e persino il colore delle uniformi e de’ corsieri.

Videsi allora sovra un piccolo colle, un poco innanzi alla fronte nemica, apparire un uomo basso, grasso e pesante. Aveva intorno parecchi officiali; e diresse l’occhialetto su la riunione in cui era anche il re.

«Quello là, domandò Aramis, conosce personalmente la Maestà Vostra?»

Carlo sorrise.

«Quello là, rispose, è Cromvello.

«Dunque, sire, calate giù il cappello, che non si accorga della sostituzione.

«Ah! fece Athos, quanto tempo abbiamo sprecato!

«Se così è, disse il re, l’ordine, e si parta!

«Lo date voi, o sire? domandò Athos.

«No; vi nomino mio luogotenente generale.

«E allora, seguitò Athos, milord di Winter ascoltate; sire, ve ne prego, allontanatevi; ciò che siamo per dire non concerne Vostra Maestà».

Il re, sorridendo mosse tre passi indietro.

«Ecco quel ch’io propongo, tirò innanzi il conte di la Fère; noi dividiamo il vostro reggimento in due squadroni: voi vi ponete alla direzione del primo; Sua Maestà e noi a quella del secondo; se non viene alcuno ad ingombrarci il passo, carichiamo tutti insieme per forzare la linea avversaria e scagliarci nella Tyne, che varchiamo anche occorrendo a nuoto; se al contrario ne vien mandato sul nostro cammino qualche ostacolo, voi ed i vostri vi fate uccidere sino all’ultimo; noi ed il re continuiamo per la nostra via; giunti una volta in riva al fiume, fossero anche tutti di tre file, qualora il vostro squadrone faccia l’obbligo suo, pensiamo noi al rimanente.

«A cavallo! disse di Winter.

«A cavallo! ripetè Athos, tutto è già preveduto e deciso.

«Dunque, signori, avanti! fece il re, e riuniamoci all’antico grido di Francia: Montjoie e S. Dionigi! il grido dell’Inghilterra è omai ripetuto da troppi traditori».

Tutti montarono a cavallo, il re su quello di di Winter, di Winter su quel del re; poi di Winter si mise alla prima fila del primo squadrone, e il re, avendo a man destra Athos ed a manca Aramis, alle prime file del secondo.

L’armata scozzese osservava codesti preparativi nella immobilità e nel silenzio della vergogna.

E furon visti alcuni capi uscire dai ranghi e spezzare le spade.

«Animo, fece Carlo, questo mi riconforta; non sono tutti traditori».

Echeggiò in quell’istante la voce di di Winter, che gridava:

«Innanzi! innanzi!»

Si mosse il primo squadrone, il secondo gli fu appresso e scese dalla piattaforma. Un reggimento di corazzieri all’incirca eguale pel numero si estendeva a tergo alla collina e gli veniva incontro rapidissimo.

Carlo additò ad Athos ed Aramis quanto ivi accadeva.

«Sire, disse Athos, è preveduto il caso, e se gli uomini di di Winter fanno il loro dovere, questo avvenimento ci salva invece di rovinarci».

Nel momento s’intese dominare su tutto il rumore dei cavalli che galoppando nitrivano, il grido di di Winter:

«In mano la sciabola!»

Al qual comando tutte le sciabole levate dal fodero rilucevano come baleni.

«Orsù, signori, urlò il re inebriato e dalla vista e dallo strepito, orsù, in mano la sciabola!»

Ma al comando, di che il re diè l’esempio, obbedirono soli Athos ed Aramis.

«Siamo traditi, balbettò pian piano Carlo.

«Aspettiamo ancora un poco, disse Athos; può darsi che non abbiano riconosciuta la voce di Vostra Maestà, e che attendano il cenno del loro capo di squadrone.

«E non hanno udito quello del loro colonnello? fece Carlo, ma vedete, vedete!»

E fermò il suo palafreno con tal impeto che gli fece piegare il garretto, ed afferrava la briglia di quello di Athos.

«Ah vili! ah sciagurati! ah iniqui!» strillava di Winter intanto che i suoi, abbandonate le file, si sperdevano sulla pianura.

Quindici uomini appena gli stavano ragunati attorno ed attendevano l’assalto dei corazzieri di Cromvello.

«Si vada a morte con loro! disse il re.

«Si vada a morire! fecero Athos ed Aramis.

«Qua a me i cuori fidi! gridò di Winter».

Quella voce giunse fino ai due amici, i quali si partirono di galoppo.

«Non v’è quartiere!» urlò in francese e rispondendo a di Winter qualcuno che li fece scuotere.

Di Winter a quel suono rimase pallido e come impietrito.

Era un cavaliero sopra un bellissimo corsiero nero, che accorreva alla testa del reggimento inglese, e nell’estremo ardore lo precedeva di dieci passi.

«È desso! mormorò di Winter con le pupille fisse e lasciandosi pendere al fianco la spada.

«Il re! il re! strillarono parecchi illusi dal cordone turchino e dal cavallo sauro di di Winter, prendetelo vivo!

«No! non è il re! esclamò il cavalcante, non v’illudete!... non è vero, milord di Winter, che voi non siete il re! non è vero che siete mio zio?»

E Mordaunt, che era egli stesso, diresse verso di di Winter la pistola. Scoccò la botta, la palla trapassò il petto al vecchio gentiluomo, il quale balzando sulla sella ricadde fra le braccia di Athos balbettando:

«Il vendicatore!...

«Rammentati mia madre! urlò Mordaunt continuando a correre di galoppo con tutta la forza del cavallo che aveva sotto.

«Sciagurato!» strillò Aramis.

E gli tirò una pistolettata, quando appunto gli passava accanto; ma non lo colse.

All’istante l’intero reggimento piombò addosso ai pochi che aveano resistito, e i due Francesi furono circondati, avviluppati, incalzati.

Athos, assicuratosi che di Winter era morto, lasciò andare il cadavere, e sguainato il ferro disse:

«Orsù, Aramis, per l’onore della Francia!»

E i due inglesi che si trovavano più prossimi ai due gentiluomini caddero ferriti mortalmente.

Nel medesimo punto echeggiò un susurro terribile, e brillarono trenta lame più su delle loro teste.

Ad un tratto un uomo si scaglia di fra gli Inglesi, e gli atterra, e si avventa sopra Athos, e lo stringe colle sue braccia nerborute, e toltogli il brando, gli dice all’orecchio:

«Silenzio! arrendetevi; arrendendovi a me, non vi arrendete».

Un gigante ha afferrati i due pugni ad Aramis, che invano tenta sottrarsi alla stretta formidabile.

«Arrendetevi! colui gli dice guardandolo fisso».

Aramis alza il capo, Athos si volge.

«D’Art!...»

Così esclama Athos, che il Guascone con una mano gli chiude la bocca.

«Mi arrendo! fa Aramis porgendo l’arme a Porthos.

«Fuoco! fuoco! gridava Mordaunt tornando addosso alla comitiva dov’erano i due amici.

«E perchè fuoco? disse il colonnello, tutti si sono arresi.

«È il figlio di milady! avvertì Athos a d’Artagnan.

«Sì, l’ho riconosciuto.

«È il finto monaco, avvertì Porthos ad Aramis.

«Lo so, lo so».

Cominciarono a diradarsi le file. D’Artagnan reggeva per la briglia il cavallo di Athos, e Porthos quello di Aramis. Ciascuno di essi procurava di trarre il suo prigioniero lungi dal campo di battaglia.

Quel movimento discoperse il luogo ov’era caduto il corpo di di Winter. Coll’istinto dell’odio, Mordaunt lo aveva ritrovato, e lo considerava, chinato sul suo destriero con un orribile sorriso.

Athos, per quanto fosse di carattere quieto, pose mano alle saccoccie ancor provviste di pistole.

«Che fate? domandò d’Artagnan.

«Lasciate ch’io lo uccida!

«Non fate un gesto che dia da credere che lo conoscete, o siamo perduti tutti e quattro».

E poscia volgendosi al giovanotto.

«Buona presa! esclamò, buona presa, amico Mordaunt! abbiamo ognuno il nostro, il signor du Vallon ed io: cavalieri della Giarrettiera, niente altro, no!

«Ma, gridò Mordaunt mirando Athos ed Aramis con occhi rossi dal sangue, ma sono Francesi, mi pare?

«Non lo so io!... Siete francese? domandò ad Athos.

«Sì, sono francese.

«Ebbene, mio caro, eccovi prigioniero di un vostro concittadino.

«Ma il re? ma il re?» chiese con somma angoscia Athos.

D’Artagnan strinse con forza la mano del prigioniere e gli disse:

«Eh! il re è in nostro potere.

«Sì, disse Aramis, per un infame tradimento».

Porthos, premendo il pugno all’amico, fece sorridendo:

«Eh! signor mio, la guerra si fa tanto con la forza che con l’arte: guardate».

Infatti, si scorgeva in tal momento lo squadrone che doveva proteggere la ritirata di Carlo avanzarsi ad incontrare il reggimento inglese, avvolgendo il re, che camminava solo e a piedi in un grande spazio vuoto. Il principe era in apparenza tranquillo, ma si discerneva bene quanto dovesse patire per sembrar tale; gli colava il sudore dalla fronte, e si asciugava le tempie e le labbra con un fazzoletto, che ad ogni volta gli si scostava dalla bocca macchiato di sangue.

«Ecco Nabucodonosor! strillò uno dei corazzieri di Cromvello, vecchio puritano a cui s’infiammarono le pupille all’aspetto di colui che veniva chiamato il tiranno.

«Che dite mai, Nabucodonosor? fece Mordaunt con uno spaventoso sogghigno. No! è il re Carlo I, il buon re Carlo, che spoglia i suoi sudditi per farsi loro erede!»

Carlo alzò il ciglio verso l’insolente che favellava in tal guisa, ma nol riconobbe.

Eppure la serena e religiosa maestà del suo volto fece abbassare lo sguardo a Mordaunt.

«Buon dì, signori, disse Carlo ai due gentiluomini che vide uno nelle mani di d’Artagnan e l’altro in quelle di Porthos; la giornata è stata infausta, ma non è vostra colpa, lode al cielo! Dov’è il mio vecchio di Winter?»

I due gentiluomini si girarono da parte e stettero cheti.

«Cerca dove sia Strafford! urlò la voce stridula di Mordaunt».

Il re palpitò, il demone avea colpito nel segno: Strafford era il suo rimorso eterno, l’ombra dei giorni suoi, lo spettro delle sue notti.

Si guardò vicino, vide a’ suoi piedi un cadavere.

Il cadavere di di Winter.

Non diede un grido, non versò una lacrima; soltanto gli si cosparse sulla guancia un pallore più livido, pose in terra un ginocchio, sollevò la testa di di Winter e lo baciò sulla fronte, e ripreso il cordone dello Spirito Santo che passato gli aveva al collo, religiosamente se lo mise sul petto.

«Dunque di Winter fu ucciso? domandò d’Artagnan affiggendo sul morto le pupille.

«Sì, disse Athos, e dal suo nepote.

«Or via! borbottò d’Artagnan, è il primo di noi altri che se ne va, riposi in pace, era un prode.

«Carlo Stuart, disse allora il colonnello del reggimento inglese facendosi innanzi al re che aveva riprese le regie divise, vi rendete voi nostro prigioniero?

«Colonnello Thomlinson, rispose Carlo, il re non si rende; l’uomo cede alla forza, e non v’è altro.

«La vostra spada».

Il re levò fuori la spada e la ruppe sul suo ginocchio.

In quell’istante un cavallo senza cavalcante, grondante di schiuma, l’occhio infuocato, aperte le nari, che veniva correndo, riconosciuto il padrone, gli si fermava accanto: era Arturo.

Il re sorrise, lo accarezzò colla mano, e leggermente si pose sulla sella.

«Animo, signori! gli disse, guidatemi dove vi aggrada.»

Ma voltosi con impeto, soggiunse:

«Eh! aspettate! mi pare di aver veduto muovere di Winter: se ancora vive, deh! per quanto vi avete di più sacro, non abbandonate questo nobile gentiluomo!

«Oh! non dubitate, re Carlo, fece Mordaunt, la palla ha trapassato il cuore!

«Ahi! disse d’Artagnan ad Athos e ad Aramis, non proferite un accento, non azzardate uno sguardo per me nè per Porthos, giacchè milady non è morta, e vive l’anima sua nel corpo di quel demone!»

Il distaccamento si avviò alla città conducendo seco la regale sua preda; ma a mezza strada un ajutante di campo del generale Cromvello recò l’ordine al colonnello Thomlinson di condurre il re a Holdenby-Castle.

Nello stesso tempo partivano corrieri per ogni parte, onde annunziare all’Inghilterra e a tutta Europa come il re Carlo Stuart era prigioniero del generale Oliviero Cromvello.

E gli Scozzesi stavano ad osservare, col fucile al piede, e la claymore nel fodero.

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LX

Oliviero Cromvello.

«Venite voi dal generale? disse Mordaunt a d’Artagnan e Porthos; sapete che vi ha fatti chiamare per dopo l’azione.

«Prima di tutto andiamo a porre in luogo sicuro i nostri prigionieri, rispose d’Artagnan; sapete, signor mio, che quei gentiluomini vagliono mille cinquecento doppie ciascuno!

«Oh! non dubitate, replicò Mordaunt guardandoli con certi occhi di cui invano tentava nascondere la ferocia, i miei uomini a cavallo li custodiranno, e anche bene, ve lo garantisco!

«Io li custodirò anco meglio, ribattè il tenente dei moschettieri; e poi, che ci bisogna? una buona stanza con delle sentinelle, o la semplice loro parola che non cercheranno di fuggire. Io vado a provvedere a tutto questo, dopo di che avremo l’onore di presentarci dal generale e chiedergli i suoi comandi per Sua Eccellenza.

«Vi proponete dunque di partir presto?

«Il nostro incarico è terminato, e non altro ci ritiene in Inghilterra, che la volontà del grand’uomo presso il quale fummo inviati».

Il giovanotto si morse le labbra, si chinò all’orecchio al sergente, e gli disse:

«Seguiterete questi uomini, non li perderete di vista, e quando saprete ove siano alloggiati tornerete ad attendermi alla porta di città».

Il sergente accennò che obbedirebbe.

Allora Mordaunt, invece di andar dietro ai prigionieri che venivano ricondotti in città, si incamminò verso la collina da cui Cromvello aveva osservata la battaglia, e dove aveva fatto erigere una tenda.

Cromvello aveva proibito che si lasciasse penetrare alcuno presso di lui: ma la sentinella conoscendo Mordaunt per uno dei più intimi confidenti del generale, pensò che il divieto non lo risguardasse.

Sicchè Mordaunt schiuse un poco la tela, e vide Cromvello seduto davanti a un tavolino, con la testa nascosta fra le mani, e che a lui volgeva le spalle.

E questi, o udisse o no il rumore da lui fatto nell’entrare, non si girò nemmeno.

Il giovane rimase in piedi accanto all’uscio.

Dopo un momento Cromvello alzò la fronte, e come avesse sentito per istinto che ivi fosse qualcuno, volse il capo lentamente.

«Avevo detto che volevo esser solo! esclamò.

«Non si è creduto che la proibizione concernesse me; disse Mordaunt, non ostante, se l’ordinate, sono pronto a ritirarmi.

«Ah! siete voi, Mordaunt! e il generale diradava come per la forza della sua volontà il velo che gli ricuopriva le pupille; poichè siete qui, va bene, trattenetevi.

«Vi porto le mie congratulazioni.

«Congratulazioni! e di che?

«Della presa di Carlo Stuart. Ormai voi siete padrone dell’Inghilterra.

«Lo ero anche meglio due ore addietro.

«Come mai, generale?

«L’Inghilterra aveva d’uopo di me per prendere il tiranno: adesso il tiranno è preso. Lo avete veduto?

«Sì signore.

«Qual è la sua attitudine?»

Mordaunt esitò, ma parve che la verità gli uscisse per forza dal labbro.

«Quieta e decorosa, ei rispose.

«Che ha egli detto?

«Poche parole d’addio a’ suoi amici.

«A’ suoi amici! borbottò Cromvello, dunque ha degli amici!»

E indi più forte:

«Si è difeso?

«No, è stato abbandonato da tutti, eccetto da tre o quattro uomini; sicchè non v’era modo di difendersi.

«A chi ha consegnata la sua spade?

«Non l’ha consegnata, l’ha rotta.

«Ha fatto bene; ma invece di spezzarla, avrebbe operato meglio servendosene più utilmente».

Vi fu breve silenzio. Poscia Cromvello, osservando fisso Mordaunt, domandò:

«Se non isbaglio, il colonnello del reggimento che faceva scorta al re Carlo è stato ucciso?

«Sì signore.

«Da chi?

«Da me.

«Come si chiamava?

«Lord Winter.

«Vostro zio! gridò Cromvello.

«Mio zio? i traditori all’Inghilterra non sono di mia famiglia».

Cromvello stette alquanto pensieroso considerando il giovanetto; e poi colla profonda malinconia che tanto bene è dipinta da Shakspeare, gli disse:

«Mordaunt, voi siete un terribile servo!

«Quando il Signore ordina, l’altro rispose, non si sta titubanti. Abramo alzò il coltello sopra ad Isacco, eppur questi era suo figlio.

«Sì, ma il Signore non lasciò che si compiesse il sagrifizio.

«Io mi guardai intorno, e non vidi tra i cespugli della pianura verun capro che fosse fermo, replicò Mordaunt.

«Siete forte tra i forti, soggiunse Cromvello. E i Francesi, come si sono contenuti?

«Da gente di gran cuore.

«Sì sì, mormorò Cromvello, i Francesi si battono; e di fatto, se il mio cannocchiale è buono, mi pare di averli visti alla prima fila.

«V’erano realmente.

«Ma dopo di voi.

«Per colpa dei lor cavalli, e non di loro».

Vi fu una nuova pausa.

«E gli Scozzesi? chiese il generale.

«Hanno mantenuta la parola, e non si sono mossi.

«Sciagurati!

«Signore, i loro ufficiali domandano di vedervi.

«Non ho tempo. Sono stati pagati?

«Questa notte.

«Dunque partano, ritornino nei loro monti, celino colà la loro vergogna, se i monti sono per ciò atti abbastanza; io non ho più che fare con essi, nè essi con me. Andate, Mordaunt.

«Innanzi di andarmene, signore, ho da farvi qualche interrogazione.... ed anche una richiesta, mio padrone.

«A me?»

Mordaunt s’inchinò:

«Vengo da voi, mio eroe, mio protettore, mio padre, e vi dico: Padrone, siete contento di me?»

Cromvello guatò fisso Mordaunt.

Questi restò impassibile.

«Sì, dacchè vi conosco, faceste non solo il vostro dovere, ma anche di più: foste amico fedele, accorto negoziatore e buon soldato.

«Vi sovviene, mio signore, ch’io fui il primo ad aver l’idea di trattare cogli Scozzesi per la consegna del loro re?

«Sì, fu vostro il pensiero: io non portava ancora sino a tal punto il disprezzo degli uomini.

«Fui buon ambasciadore in Francia?

«Sì, ed otteneste da Mazzarino ciò ch’io bramava.

«Combattei sempre con calore per la vostra gloria ed i vostri interessi?

«Forse con troppo calore, e di questo appunto io poc’anzi vi faceva rimprovero. Ma a che volete arrivare con tante interrogazioni?

«Milord, a dirvi ch’è giunto il momento in cui potete con una sola parola ricompensare tutti i miei servigi.

«Ah! fece Oliviero con un piccol moto di sdegno, è vero; dimenticavo che ogni servigio merita premio, che voi mi serviste nè ancor foste premiato.

«Posso esserlo adesso, subito, ed oltre ad ogni mio desiderio.

«E come?

«Ho vicino alla mano il premio, quasi lo tocco.

«E qual è? vi è stato offerto dell’oro? bramate un grado? bramate un governo?

«Signore, mi accorderete la mia domanda?

«Sentiamo prima qual è.

«Quando mi diceste: Eseguirete un mio ordine, vi risposi io mai: sentiamo l’ordine?

«Ma se il vostro desiderio fosse impossibile a realizzarsi?

«Quando aveste un desiderio e m’incaricaste di compierlo, vi risposi mai: è impossibile?

«Però una richiesta preparata con tanto esordio....

«State pur quieto, signore! disse Mordaunt con un’espressione truce, non vi rovinerà.

«Ebbene, vi prometto di aderire alla vostra domanda per quanto sia in mia facoltà; esponetela.

«Questa mane furono fatti due prigionieri: questi io vi chieggo.

«Dunque hanno offerto un riscatto considerevole?

«Al contrario, li credo poveri.

«Ma allora, sono vostri amici?

«Sì, signore! esclamò Mordaunt, amici miei, carissimi amici, e darei per la lor vita la mia.

«Bene! disse Cromvello riprendendo con qualche gioja migliore opinione del giovanetto, io le li dono; neppur voglio sapere chi siano, fanne quel che a te piace.

«Oh grazie! grazie! da ora innanzi la mia vita è vostra, e anche perdendola, vi sarò sempre debitore; grazie, voi date un premio magnifico alla mia servitù».

Mordaunt si gettò ai ginocchi di Cromvello, e ad onta di ogni sforzo del generale puritano, il quale non voleva o fingeva non volere, lasciarsi rendere quell’omaggio quasi regale, gli prese la destra e la baciò.

«Come! disse Cromvello fermandolo mentre egli si alzava, non altra ricompensa! non oro! non gradi!

«Milord, voi mi deste quanto potevate darmi, ed io da questo giorno, vi sciolgo da ogni debito».

E Mordaunt balzò fuori dalla tenda con un giubilo che gli straboccava dal cuore e gli brillava nelle pupille.

Il generale lo seguitò con gli occhi.

«Ha ucciso suo zio! balbettò, ahimè! che servi sono i miei! Forse questo che nulla reclama, o nulla par che reclami, ha domandato di più dinanzi a Dio che quelli che verranno a chieder l’oro delle provincie e il pane degl’infelici; nessuno mi serve per niente. Carlo ch’è mio prigioniero, ha forse ancora degli amici, ed io non ne ho!»

E sospirando tornò nelle meditazioni che aveva sospese l’arrivo di Mordaunt.

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LXI

I gentiluomini.

Mentre Mordaunt s’incamminava alla tenda di Cromvello, d’Artagnan e Porthos riconducevano i lor prigionieri nella casa a loro assegnata per alloggio in Newcastle.

Non era già sfuggita al Guascone la raccomandazione fatta da Mordaunt al sergente, e quindi esso con un cenno raccomandò ad Athos ed Aramis la massima prudenza. In conseguenza, questi andarono in silenzio accanto ai loro vincitori, nè ciò riusciva loro difficile, imperciocchè ciascuno aveva da fare abbastanza a rispondere a’ suoi propri pensieri.

Se mai vi fu un uomo attonito, si fu Mousqueton, quando di sulla soglia vide avanzare i quattro amici accompagnati dal sergente e da una diecina d’uomini. Si stropicciò gli occhi, non potendosi decidere a riconoscere Athos ed Aramis; ma alla fine gli toccò cedere all’evidenza; ed era per dar fuori in grandi esclamazioni, se Porthos non gli avesse chiusa la bocca con uno di quegli sguardi che non danno campo a discutere.

Mousqueton rimase piantato accanto alla porta attendendo la spiegazione di cosa tanto singolare; e quel che più lo confondeva si era che i quattro amici mostravano perfino di non più riconoscersi fra loro.

La casa in cui d’Artagnan e Porthos condussero Athos ed Aramis era quella dove abitavano dal giorno innanzi e a loro data dal generale Cromvello; formava l’angolo di una strada, ed aveva una specie di giardino e le scuderie che giravano sulla via attigua.

Le finestre del pian terreno, secondo accade spesso nelle piccole città di provincia, avevano le inferriate, talchè somigliavano di molto a quelle di una carcere.

I due amici fecero entrare avanti i prigionieri, e si stettero sull’ingresso, dopo avere ordinato a Mousqueton di menare alla stalla i quattro cavalli.

«Perchè non entriamo con loro? domandò Porthos.

«Perchè prima, rispose d’Artagnan, convien vedere che cosa vogliono da noi quel sergente e gli otto o dieci uomini che sono seco».

Il sergente e que’ suoi sottoposti si piantarono nel piccolo giardino.

D’Artagnan li richiese di che cosa bramassero e perchè stessero colà.

«Abbiamo ordine, disse il sergente, di ajutarvi a custodire i vostri prigionieri».

Su ciò non v’era da ripetere, ed anzi era un’attenzione assai gentile di cui bisognava mostrarsi grati. D’Artagnan ringraziò il militare, e gli diede una corona per bere alla salute del general Cromvello.

Colui rispose che i puritani non bevevano, e si mise in tasca la moneta.

«Ah, caro d’Artagnan! fece Porthos, che trista giornata!

«Che dite mai, Porthos! chiamate trista la giornata in cui abbiamo ritrovati i nostri amici!

«Sì, ma in qual circostanza?

«È vero che la situazione è scabrosa, replicò d’Artagnan; ma non importa, entriamo e procuriamo di veder chiaro nelle nostre faccende.

«Sono imbrogliatissimo, e adesso capisco perchè Aramis mi raccomandava tanto di strozzare l’orribile Mordaunt.

«Zitto! non pronunziate quel nome.

«E che fa, se io parlo francese ed essi sono Inglesi?»

D’Artagnan fissò in viso Porthos con quell’aria di ammirazione che un uomo ragionevole non può negare agli spropositi di qualunque genere siano.

E mentre Porthos fissava lui pure senza comprendere il suo stupore, ei lo spinse dicendogli:

«Entriamo».

Porthos fu il primo a passare, e d’Artagnan secondo. Questi chiuse bene la porta, e si strinse un dopo l’altro al seno i due amici.

Athos era mesto all’eccesso, Aramis guardava i due sopraggiunti senza parlare, ma con tanta espressione che d’Artagnan lo capì.

«Volete sapere com’è che siamo qui? è facilissimo l’indovinarselo: Mazzarino ci ha incaricati di recare una lettera al generale Cromvello.

«Ma in che modo vi trovate accanto a Mordaunt, fece Athos, del quale vi avevo raccomandato di diffidare?

«E che io vi pregai di scannare, continuò Aramis.

«Sempre per Mazzarino. Cromvello lo aveva inviato a Mazzarino; Mazzarino ha inviati noi a Cromvello: in tutto questo v’è una fatalità.

«Sì, avete ragione, d’Artagnan, una fatalità che ci divide e ci rovina. Sicchè mio caro Aramis, non ne discorriamo più, e apparecchiamoci a subire la nostra sorte.

«Cospetto! al contrario, discorriamone, giacchè una volta per tutte è convenuto che siamo sempre insieme benchè in cause opposte.

«Ah sì! molto opposte, seguitò sorridendo Athos, giacchè qui, ve lo domando, a qual causa servite? D’Artagnan, vedete a che v’impiega quel miserabile Mazzarino. Capite di qual delitto oggi vi rendeste colpevole? dell’arresto del re, della sua morte.

«Oh oh! fece Porthos, lo credete davvero?

«Esagerate, disse d’Artagnan, non siamo ancora a tanto.

«Eh, anzi ci avviciniamo, per Bacco! Perchè si arresta un re? Quando si vuole rispettarlo come padrone non si compra come uno schiavo. Vi pensate che per porlo sul trono, Cromvello lo abbia pagato duecento mila lire sterline? Lo uccideranno, siatene certi, ed anche è questo il minimo delitto che possono commettere.

«Non dico di no, e in sostanza potrebbe darsi, rispose d’Artagnan, ma a noi che interessa? Io sono qui perchè sono soldato, perchè servo i miei padroni, cioè quelli che mi pagano il mio soldo. Ho giurato di obbedire e obbedisco; ma voi che non faceste giuramenti, a qual causa servite, e perchè siete qua?

«La causa la più sacra che esista al mondo, disse Athos, quella della sventura, della regale dignità e della religione. Un amico, una sposa, una figlia ci fecero l’onore di chiamar noi in loro ajuto; noi li secondammo a tenore dei nostri deboli mezzi, e Dio ci terrà conto della volontà in difetto del potere. Voi siete libero di pensare altrimenti, d’Artagnan, di considerare le cose in altra guisa; io non vuo’ dissuadervene, ma vi biasimo.

«Oh! oh! replicò d’Artagnan, e che mi fa in conclusione che il signor Cromvello, che è Inglese, si ribelli contro il suo re ch’è Scozzese? Io sono Francese, e tutte queste cose non mi riguardano: perchè me ne vorreste render responsabile?

«Realmente!.... aggiunse Porthos.

«Perchè tutti i gentiluomini son fratelli, perchè voi siete gentiluomo, perchè i re di tutti i paesi sono primi fra i gentiluomini; perchè la plebe cieca, ingrata, ignorante, si prende sempre piacere ad abbassare ciò ch’è a lei superiore, e siete voi, voi, d’Artagnan, uomo della vecchia signoria, uomo di bel nome, uomo di buona spada, che contribuiste a dare un re in balia a birraj, a sartori, a carrettaj! Ah! d’Artagnan, come soldato forse faceste l’obbligo vostro, ma come gentiluomo siete reo: io ve lo dico!»

D’Artagnan masticava il gambo di un fiore, non rispondeva, e si sentiva conturbato, poichè quando distoglieva lo sguardo da quello di Athos incontrava quello di Aramis.

«E voi, Porthos, continuò il conte quasi avesse pietà dell’imbarazzo di d’Artagnan, voi il miglior cuore, il miglior amico, il soldato migliore ch’io conosca; voi che l’anima vostra faceva degno di nascere sui gradini di un soglio, e che presto o tardi sarete premiato da un sovrano intelligente; voi, caro Porthos, gentiluomo pei costumi, per le inclinazioni e pel coraggio, siete reo al pari di d’Artagnan».

Porthos arrossì, ma di piacere anzi che di confusione, e chinando la testa come se fosse molto umiliato, rispose:

«Sì, conte, sì, credo che abbiate ragione».

Athos si alzò.

«Orsù, disse appressandosi a d’Artagnan e porgendogli la destra, non vi adirate, figliuol mio; quanto vi ho detto ve l’ho detto se non colla voce, col cuore almeno di un padre. Ben mi sarebbe stato più facile, siatene pur persuaso, di ringraziarvi per avermi salvata la vita e non pronunziare una parola de’ miei sentimenti.

«Senza dubbio, replicò d’Artagnan premendo anche esso la mano ad Athos; ma egli è che avete certi benedetti sentimenti che non da tutti possono aversi. Chi si va ad immaginare che un uomo di giudizio abbandoni la sua casa, la Francia, il suo pupillo, amabile giovanetto (chè lo vedemmo al campo) per correre dove? in ajuto ad una regia autorità vacillante e tarlata, la quale una di queste mattine crollerà come una vecchia baracca? Il sentimento che voi dite è bello sicuramente, e tanto bello ch’è sovrumano.

«Qualunque sia, rispose Athos, senza incappare nel laccio che con arte da Guascone il suo amico stendeva al paterno suo affetto per Raolo, voi in fondo al cuore sapete ch’egli è giusto.... Ma io ho torto di discutere col mio padrone. D’Artagnan, io sono vostro prigioniero, e come tale trattatemi.

«Per Diana! sapete pure che non lo sarete per molto tempo, disse il tenente dei moschettieri.

«No, no, ripicchiò Aramis, perchè si farà a noi come a quei prigionieri presi a Philipphaus.

«E che fu fatto a coloro? domandò d’Artagnan.

«Eh! la metà impiccata, e l’altra metà fucilata.

«Ed io vi garantisco, soggiunse d’Artagnan, che sinchè mi rimanga nelle vene una stilla di sangue non sarete fucilati nè appiccati. Vengano, vengano, cospettone! E poi, Athos, vedete quella porta?

«Ebbene?

«Da quella voi passerete quando vogliate, giacchè da questo punto voi ed Aramis siete liberi come l’aria.

«Qui ben riconosco l’indole vostra, mio prode d’Artagnan, fece Athos, ma non siete più padrone di noi; la porta è custodita, vi è pur noto.

«Or bene, la sforzerete; seguitò Porthos, chi v’è egli? tutto al più dieci uomini.

«Sarebbero nulla per noi quattro, sono troppi per noi due. No, no, sentite; come siamo, ci è forza perire. Vedete l’esempio fatale: su la strada del Vendomese, voi d’Artagnan, sì coraggioso, voi Porthos sì valoroso, foste battuti; oggi lo siamo Aramis ed io, tocca a noi. E ciò non ci avvenne giammai quando eravamo tutti e quattro riuniti; si muoja dunque conforme è morto Winter: per me, lo dichiaro, non acconsento a fuggire se non tutti e quattro insieme.

«È impossibile, disse d’Artagnan, noi siamo sotto gli ordini di Mazzarino.

«Lo so, e non vi pungo maggiormente; i miei ragionamenti nulla hanno prodotto; bisogna che siano stati cattivi se non hanno avuto alcun dominio sopra intelletti tanto giusti come i vostri.

«D’altronde, continuò Aramis, quando anche avessero fatto effetto, la migliore si è di non compromettere due ottimi amici quali sono d’Artagnan e Porthos. Non dubitate, signori, noi morendo vi faremo onore. In quanto a me, mi sento superbo di andare incontro alle palle ed anco alla corda con voi, Athos, giacchè mai non mi sembraste sì grande come quest’oggi».

D’Artagnan non diceva niente, ma dopo aver rosicato il gambo del fiore si rosicava le dita.

«Vi figurate forse, riprese alfine, che si voglia uccidervi? e perchè fare? che interesse si ha alla vostra morte? E d’altronde siete nostri prigionieri.

«Pazzo, pazzo! rispose Aramis, non conosci dunque Mordaunt? Ebbene, io ho ricambiata con lui una sola occhiata, ed in quella sua ho visto ch’eravamo condannati.

«Fatto sta che mi rincresce di non averlo strangolato secondo mi suggeriste, replicò Porthos ad Aramis.

«Eh, m’importa assai di Mordaunt! esclamò d’Artagnan, cospetto! se mi stuzzica un po’ troppo, lo schiaccierò io, quell’insetto! Non iscappate, è inutile, mentre, ve lo giuro, siete qui in sicuro quanto lo eravate venti anni addietro, Athos, voi in via di Feron, Aramis, voi nella via di Vaugirard.

«Oh! disse Athos stendendo la mano verso una delle due finestre colle inferriate che davano luce alla stanza, tra poco saprete che pensare, giacchè eccolo che corre in qua.

«E chi?

«Mordaunt».

Diffatti, seguendo la direzione accennata da Athos, d’Artagnan vide un cavaliero che veniva di galoppo.

Era realmente Mordaunt.

D’Artagnan si scagliò fuori dalla camera.

E perchè Porthos voleva irgli appresso, ei gli disse:

«Restate costì, e non venite se non quando mi udrete battere il tamburo colle dita sulla porta».

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LXII

Gesù Signore!

Allorchè Mordaunt arrivò di faccia alla casa, distinse d’Artagnan sulla soglia e i soldati distesi qua e là con le loro armi sopra l’erbetta del giardino.

«Olà! gridò con voce soffocata dalla precipitazione della corsa, i prigionieri sono sempre costà?

«Sì, signore, disse il sergente».

E si drizzò subito, ugualmente che i suoi uomini, e si toccò come essi il cappello.

«Bene. Quattro uomini per prenderli e condurli sul momento al mio alloggio».

Si apparecchiarono i quattro richiesti.

«Che c’è? fece d’Artagnan con quell’aria beffarda che i nostri leggitori debbono aver in lui riscontrata molte volte dacchè lo conoscono, che c’è, di grazia?

«V’è, signor mio, rispose Mordaunt, che ordino a quattro soldati di pigliare i prigionieri da noi fatti stamani a menarli al mio alloggio.

«E perchè mo’? domandò d’Artagnan. Scusate la curiosità, ma capite che bramo essere schiarito su quest’oggetto.

«Perchè adesso i prigionieri sono miei, fece con alterigia Mordaunt, ed io ne dispongo a mio capriccio.

«Con permesso, mio giovane signorino, e’ mi pare che sbagliate; questi per solito sono di quelli che gli hanno presi, e non di coloro che sono stati a vederli prendere. Voi potevate prendere milord Winter, che per quanto si dice era vostro zio, ed avete preferito ucciderlo: va benone; il signor du Vallon ed io potevamo uccidere quei due gentiluomini, ed abbiamo preferito prenderli: ciascuno ha il suo gusto».

A Mordaunt diventarono bianche le labbra.

D’Artagnan capì che le cose non tarderebbero a guastarsi, e si mise a suonare sull’usciale la marcia delle guardie.

Al primo tempo battuto uscì Porthos, e si pose dall’altra parte della porta, di cui toccava coi piedi la soglia e col capo la cima.

Nè Mordaunt mancò già di accorgersene, onde disse, principiando a mostrare la collera che lo rodeva:

«Signore, fareste una resistenza inutile: i prigionieri mi sono stati donati in questo punto dal generale in capo mio illustre proiettore, dal signor Oliviero Cromvello».

Queste parole colpirono d’Artagnan alla guisa di un fulmine. Gli salì il sangue alle tempie, gli passò una nube avanti agli occhi, comprese la feroce speranza del giovanotto, e la sua mano scese per un moto naturale sull’impugnatura della sua spada.

Porthos poi lo osservava onde sapere ciò che avesse da fare e regolare i propri atti a tenore de’ suoi.

Gli sguardi di Porthos diedero più timore che quiete a d’Artagnan, il quale principiò a dolersi di aver richiamata la forza brutale del suo compagno in un affare che gli sembrava specialmente andasse maneggiato coll’astuzia.

«La violenza, ei diceva fra sè, ci rovinerebbe tutti. D’Artagnan, prova a quel serpentello che sei non solo più forte, ma anche più scaltro di lui.... Ah ah! signor Mordaunt (disse poscia con un profondo saluto), come! venite da parte del signor Oliviero Cromvello, il più illustre capitano di questi tempi?

«L’ho lasciato poc’anzi, rispose Mordaunt mettendo piedi a terra e dando a reggere il suo cavallo ad uno de’ suoi soldati.

«E perchè non lo dicevate subito, mio caro? tutta l’Inghilterra è del signor Cromvello, e poichè mi chiedete in suo nome i prigionieri, io m’inchino, signor mio, sono vostri, pigliateli».

Mordaunt si avanzò tutto allegro, e Porthos guardando d’Artagnan col massimo stupore apriva bocca per parlare.

Ma quest’ultimo montò sullo stivale a Porthos, il quale allora conobbe che l’amico faceva da burla.

Mordaunt mise il piede sul primo gradino accanto alla porta, e col cappello in mano si accinse a passare fra i due camerati, accennando a’ suoi quattro uomini che lo seguissero.

«Per altro scusate, disse il tenente con un grazioso sorriso e posando la mano sulla spalla al giovane, se l’illustre generale Oliviero Cromvello ha disposto in favor vostro di quegli individui, vi avrà fatta di certo cotesta donazione per iscritto».

L’altro si fermò di botto.

«Vi ha dato qualche letterina per me, un fogliaccio qualunque, in somma che attesti qualmente siete qui in nome suo? Favorite consegnarmelo, acciò almeno io scusi con un pretesto l’abbandono de’ miei compatriotti. Diversamente, intendete, quantunque io sia sicuro che il generale Oliviero Cromvello non possa volere ad essi alcun male, ciò farebbe un pessimo effetto».

Mordaunt retrocedè, e sentendo la botta diede un’occhiata terribile a d’Artagnan; questi però vi rispose con la ciera più garbata e amichevole che potesse immaginarsi.

«Quando vi dico una cosa, fece Mordaunt, mi fate l’ingiuria di dubitarne?

«Io! io dubitare di ciò che voi dite? Dio me ne liberi, mio caro! anzi vi tengo per degno e perfetto gentiluomo, secondo le apparenze.... E poi, volete che vi parli schietto?

«Parlate.

«Il signor du Vallon qui presente è ricco, ha quarantamila lire di entrata, ed in conseguenza non tira ai denari; sicchè non discorro per lui, ma per me.

«E poi?

«Ebbene, io non sono ricco; in Guascogna questo non fa disonore, non v’è alcuno che lo sia, ed Enrico IV di gloriosa memoria, ch’era il re delle Guascogne, siccome Sua Maestà Filippo IV è il re di tutte le Spagne, non aveva mai un soldo in tasca.

«Terminate, vedo a che punto bramate arrivare, e se vi trattiene quel ch’io suppongo, sarà una difficoltà da togliersi di mezzo.

«Ah! lo sapevo, disse d’Artagnan, ch’eravate un ragazzo di spirito. Orsù, ecco la sostanza, ecco dove il dente duole. Sono ufficiale di fortuna, e non altro. Non ho se non quel che mi frutta la mia spada, cioè più busse che biglietti di banca. Ora, stamani prendendo due Francesi che mi pajono d’alta nascita, due cavalieri della Giarrettiera, dicevo fra di me: È fatta la mia fortuna. Dico due, perchè in simile circostanza, il signor du Vallon ch’è facoltoso, cede sempre a me i suoi prigionieri».

Mordaunt, illuso appieno dalla loquace bonarietà del suo interlocutore, sorrise da uomo che intende benissimo le ragioni addottegli, e con dolcezza rispose:

«Fra un momento avrò l’ordine firmato, ed insieme con questo duemila doppie; ma intanto lasciatemi condurre via i due Francesi.

«No no; che v’importa di un indugio di mezz’ora? sono molto assestato io, facciamo le cose in regola.

«Eppure, soggiunse Mordaunt, potrei forzarvi, qui comando io.

«Oh! signore, fece d’Artagnan gentilmente, si vede che sebbene il signor du Vallon ed io abbiamo avuto l’onore di viaggiare in vostra compagnia, non ci conoscete. Siamo gentiluomini, siamo Francesi, siamo capaci fra noi due soli di uccidere voi ed i vostri otto sottoposti. Signor Mordaunt, non fate da caparbio, perchè quando uno si ostina mi ostino io pure, e sono un caparbio feroce.... ed ecco questo signore ch’è più caparbio ancora di me.... senza contare che siamo inviati dal signor ministro Mazzarino, il quale rappresenta il re di Francia: ne resulta che in questo istante noi rappresentiamo il re ed il ministro, il che fa sì che nella nostra qualità di ambasciadori siamo inviolabili, cosa ch’è in grado di capire egregiamente il signor Cromvello, grande politico al pari che gran generale. Quindi richiedetegli l’ordine scritto. Che cosa vi costa, caro signor Mordaunt?

«Sì, l’ordine scritto, seguitò Porthos che cominciava a capire l’intenzione di d’Artagnan, non vi si ricerca altro».

Per quanta voglia avesse Mordaunt di ricorrere alla violenza, era uomo da riconoscere per buone le ragioni addottegli da d’Artagnan. D’altronde la di lui fama gl’imponeva, e aggiungendosi a quella ciò che gli aveva veduto operare la mattina, vi riflettè seriamente. Di più, ignaro totalmente delle relazioni d’intrinseca amicizia esistenti fra i quattro Francesi, eransi dileguate tutte le sue inquietezze di faccia al motivo assai plausibile del loro riscatto.

Decise adunque di andare non soltanto a prendere il mandato, ma anche le duemila doppie per cui aveva egli stesso valutati i due prigionieri.

E così montò a cavallo, raccomandò al sergente di far buona guardia, e sparì.

«Bene! fece d’Artagnan, un quarto d’ora per andare alla tenda, per tornare indietro mezz’ora, è più che non ci bisogni».

E venutosene inverso Porthos senza dare indizio al sembiante di verun cambiamento, in modo che quei che lo consideravano attenti potessero credere ch’ei continuasse la medesima conversazione, e mirandolo ben fisso, gli disse:

«Amico Porthos, statemi a sentire. Prima di tutto, nemmeno una parola ai nostri amici di ciò che avete udito testè: è inutile che sappiano qual servizio ad essi noi rendiamo.

«Bene, capisco.

«Andate alla scuderia, vi troverete Mousqueton, porrete la sella ai cavalli e le pistole nelle sacche, e li condurrete nella strada di giù affinchè non vi sia più da salir sopra; al resto penserò io».

Porthos non fece obbiezioni, ed obbedì con la sublime fiducia che aveva sempre nell’ex-collega.

«Vado subito, rispose; ma, dico, ho da entrare nella stanza dove sono quei signori?

«Eh no! non giova a niente.

«Dunque, fatemi il piacere di pigliare la mia borsa che ho lasciata sul caminetto.

«State pur tranquillo».

Porthos si avviò con la sua flemma consueta alla scuderia, e passò framezzo ai soldati, i quali, comunque ei fosse Francese, non poterono astenersi dall’ammirare di lui l’alta statura e le membra robuste.

Sul canto incontrò Mousqueton, e lo menò via seco.

Allora d’Artagnan tornò dentro, fischiando un’arietta che aveva incominciata alla partenza di Porthos.

«Carissimo Athos, ho riflettuto ai vostri ragionamenti, ed essi mi hanno persuaso; m’incresce assolutamente di essermi trovato in questo affare. Voi lo diceste; Mazzarino è un furfante; sicchè io sono risoluto a fuggire con voi. Non fate calcoli, ma state pronti; le vostre due spade sono in un cantone, non le dimenticate, sono tali arnesi che nelle circostanze nostre possono essere utilissimi.... appunto questo mi fa ricordare della borsa di Porthos: eccola!»

D’Artagnan si ripose in tasca la borsa. Gli altri due lo stavano a guardare stupefatti.

«Ebbene, che v’è di sorprendente? disse il Guascone, lo domando a voi. Ero cieco, e Athos mi ha fatto veder chiaro: non v’è altro; venite qua».

I due gli si avvicinarono.

«Vedete questa strada? ei seguitò, là saranno i cavalli; uscirete dalla porta, girerete a sinistra, balzerete in sella, e sarà bell’e finita: non vi date pensiero d’altro se non se di ascoltar bene il segnale. E il segnale sarà quando io griderò: «Gesù Signore!»

«Ma voi, disse Athos, dateci parola che verrete.

«Ve lo giuro sopra Iddio, rispose d’Artagnan.

«Basta così! esclamò Aramis, al grido «Gesù Signore!» si vien fuori, si atterra tutto quanto ci si oppone, si va incontro ai nostri palafreni, si cavalcano, e si dà di sprone! va bene?

«A meraviglia!

«Ma se ve lo dico sempre, Aramis! fece Athos, d’Artagnan è il migliore di quanti siamo.

«Ahi! mormorò il tenente, complimenti? scappo subito: addio.

«E fuggite con noi, non è così?

«Di certo. Non vi scordate del segnale».

D’Artagnan se n’andò col medesimo passo con che era venuto riprendendo l’arietta che fischiava al punto stesso a cui l’aveva sospesa.

I soldati giocavano o dormivano; due stuonavano in un angolo il salmo: Super flumina.

Il Guascone chiamò il sergente.

«Caro mio, gli disse, il generale Cromvello ha fatto ricercare di me dal signor Mordaunt; ve ne prego, invigilate a modo sui prigionieri».

Quegli ammiccò che non intendeva il francese.

Ed egli allora tentò fargli capire co’ gesti ciò che non aveva potuto colla favella.

E il sergente accennò di sì.

D’Artagnan scese versò la stalla: trovò i cinque corsieri apparecchiati, il suo siccome gli altri.

«Prendetene uno a mano per ciascheduno, suggerì a Porthos e a Mousqueton, e voltate a manca in guisa che Athos ed Aramis vi scorgano dalla finestra.

«E allora verranno? domandò Porthos.

«In un attimo.

«Non vi siete dimenticata la mia borsa?

«No, non dubitate.

«Benissimo».

Porthos e Mousqueton, guidando a mano un destriero per uno, si trasferirono al loro posto.

D’Artagnan rimasto solo battè l’acciarino, accese un pezzo d’esca grande per due volte quanto una lente, saltò in sella, e venne a fermarsi davanti ai soldati dirimpetto alla porta.

Là, accarezzando con la mano la sua bestia, le introdusse un bricciolino d’esca infuocata nell’orecchio.

Bisognava essere buon cavallerizzo com’egli era per avventurare un tal mezzo, perocchè appena l’animale ebbe sentita la scottatura cacciò un urlo dal dolore, s’impennò e balzò quasi fosse ammattito.

I soldati, che pareva volesse schiacciare, si allontanarono precipitevolmente.

«Qua! qua! strillava il tenente de’ moschettieri, fermate! il mio cavallo ha un giracapo!»

E di fatti in un momento sembrò gli schizzasse il sangue dagli occhi e diventò tutto bianco di spuma.

«Qua! qua! gridava sempre d’Artagnan senza che i soldati si arrischiassero a dargli ajuto, mi lascerete ammazzare? Gesù Signore!»

Non sì tosto ebbe egli profferita questa esclamazione, si aperse la porta, e si scagliarono con la spada in pugno Athos ed Aramis.

E mercè l’astuzia di d’Artagnan era libero il varco.

«I prigionieri che scappano! gridò il sergente.

«Ferma! ferma! gridò d’Artagnan allentando la briglia al suo corsiero, il quale si slanciò buttando in terra due o tre uomini.

«Stop! stop!» urlarono i militari correndo a prender le armi.

Ma i due detenuti erano già in sella, e non perderono tempo avviandosi verso la porta più prossima.

A mezza strada videro Grimaud e Blaisois che tornavano in cerca di loro.

Athos con un cenno fece comprendere ogni cosa a Grimaud, il quale si mise a seguitare la piccola comitiva che andava via come un turbine, e che d’Artagnan correndole dietro stimolava vieppiù con la voce.

Passarono sotto la porta come ombre senza che i guardiani pensassero tampoco ad arrestarli, e furono in aperta campagna.

Frattanto i soldati badavano a gridare:

«Stop! stop!»

Ed il sergente cominciando ad accorgersi di essere stato gabbato, si strappava i capelli.

Ed ecco giungere uno a cavallo con un foglio in mano.

Mordaunt che se ne veniva coll’ordine del generale.

«I prigionieri?» strillò smontando sollecito.

Il sergente non ebbe fiato da rispondergli: gli additò la porta spalancata e la stanza vuota.

Mordaunt salì qualche scalino, comprese tutto, diede un urlo quasi gli avessero squarciate le viscere, e cadde svenuto sulla pietra.

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LXIII

In cui si prova qualmente nelle più scabrose situazioni i cuori grandi non perdono mai il coraggio, nè gli stomachi buoni l’appetito.

La piccola comitiva, senza ricambiare una parola, senza guardarsi a tergo, andò così di galoppo, traversando un fiumicello di cui nessuno sapeva il nome, e lasciandosi a sinistra una città che Athos ebbe in idea fosse Durham. Vide al fine un picciol bosco, e diè l’ultimo colpo di sprone a quella parte.

Quando i compagni furono dietro ad una stesa di verdura abbastanza folta per nasconderli a chi poteva inseguirli, si ristettero alquanto onde tener consiglio, dettero a reggere le bestie a due lacchè acciò si riposassero senza spogliarli della sella e delle briglie, e misero in sentinella Grimaud.

«Prima di tutto venite qua, ch’io vi abbracci, amico mio, disse Athos a d’Artagnan; voi nostro salvatore, voi che fra di noi tutti siete il vero eroe.

«Athos ha ragione, ed io vi ammiro, continuò Aramis dandogli pure un amplesso. A che mai non dovreste pretendere, con un padrone intelligente, voi occhio infallibile, braccio di ferro, mente vincitrice!

«Adesso, rispose il Guascone, tutto ciò va bene; accetto tutto per me e per Porthos, abbracciamenti e ringraziamenti; oh abbiamo tempo da perdere, non dubitate!»

I due, richiamati da d’Artagnan a ciò che dovevano ancora a Porthos, strinsero ad esso pure la destra.

«Ormai, osservò Athos, bisognerebbe non più andare a caso e come tanti pazzi, ma stabilire un piano. Che faremo?

«Che faremo, caspita! non è mica difficile a dirsi.

«Or dunque, dite, d’Artagnan.

«Eccoci: arrivare al porto di mare più vicino, riunire tutte le nostre tenui risorse, noleggiare un bastimento e recarci in Francia. Per me, c’impiegherò sino all’ultimo mio soldo. Il primo tesoro è la vita, e la nostra, è forza dichiararlo, sta attaccata ad un filo.

«Du Vallon, che ve ne pare? domandò Athos.

«Io sono del medesimo parere che d’Artagnan; egli è un triste paese, l’Inghilterra!

«Sicchè siete assolutamente deciso ad abbandonarla? chiese Athos al Guascone.

«Per diana! fece questi, non so che cosa mi ci possa trattenere».

Athos ricambiò uno sguardo con Aramis.

«Dunque andate, amici miei! disse quindi, e sospirò.

«Come, andate! replicò d’Artagnan, andiamo, mi pare.

«No, mio caro, disse Athos, è d’uopo che ci lasciamo.

«Lasciarci! ripetè il tenente attonito.

«Eh via! seguitò Porthos, e perchè mai, una volta che siamo insieme?

«Perchè il vostro incarico è adempiuto, e potete, anzi dovete, ritornare in Francia; ma il nostro non lo è già.

«Il vostro no? fece d’Artagnan vieppiù stupefatto.

«No, amico, replicò Athos con la sua voce per solito sì dolce eppur salda. Noi qui venimmo a difendere il re Carlo, lo difendemmo male, e ci rimane di salvarlo.

«Salvare il re!» esclamò il tenente.

E guatò Aramis.

Questi si limitò ad un cenno colla testa.

Sul volto a d’Artagnan comparve un che di compassione profonda; ei principiava a credere di aver da fare con due insensati.

«Athos, egli disse, non può essere che parliate da senno. Il re è in mezzo ad un’armata che lo conduce a Londra. Questa è comandata da un macellajo, o figlio di macellajo, poco importa, il colonnello Harrison. A Sua Maestà sarà fatto il processo appena giunto a Londra, io ve lo accerto; ho inteso abbastanza dalla bocca del generale Cromvello per sapere a che aspettarmi».

Athos ed Aramis ricambiarono un’altra occhiata.

«E fatto il processo, continuò d’Artagnan, non tarderà ad eseguirsi la sentenza. Oh sono genti che si disbrigano presto, quei signori puritani!

«Ed a qual pena supponete che il re sia condannato? chiese Athos.

«Temo assai che sia a morte. Troppo fece contro di lui per ch’egli li perdoni, ed a loro non rimane che un mezzo, cioè di ucciderlo. Non vi è forse noto quel detto di Oliviero Cromvello allorchè venne a Parigi e gli fu mostrata la torre di Vincennes dov’era rinchiuso il signor di Vendome?

«Sì, che mi è noto quel detto tremendo, e mel rammento pur troppo, fece Athos.

«E credete che non ponga in esecuzione la sua massima, or che tiene il re nelle mani?

«Sì, anzi ne sono sicuro; ma è una ragione di più per non abbandonare l’augusta testa minacciata.

«Athos, voi impazzite!

«No, amico; rispose dolcemente il gentiluomo, ma Winter è venuto a cercarci in Francia, e ci ha condotti presso Enrichetta. Sua Maestà ne ha fatto l’onore, a d’Herblay ed a me, di richiederci il nostro ajuto a pro del suo sposo; noi abbiamo impegnato con essa la nostra parola: la nostra parola racchiudeva tutto; a lei vincolavamo la nostra forza, il nostro intelletto, la nostra vita, e dobbiamo mantenere l’impegno. Pensate voi così, d’Herblay?

«Sì, disse Aramis, abbiamo promesso.

«E poi, seguitò Athos, v’è un’altra ragione, ed eccola: ascoltatemi. In questo momento tutto in Francia è meschino e povero; abbiamo un re di dieci anni, che ancor non sa che si voglia — una regina acciecata da una tarda passione — un ministro, che amministra la Francia conforme farebbe di una vasta fattoria, cioè non curandosi se non dell’oro che può cavarvi, coltivandone il terreno con astuzia e raggiro italiano — principi che sostengono un’opposizione tutta loro individuale ed egoistica, e non giungeranno ad altro che ad estorcere da Mazzarino qualche gruppo d’oro, qualche avanzo di potere. Io gli ho serviti, non per entusiasmo (Dio sa che gli stimo per quel che vagliono), ma per principio. Oggi la cosa è diversa: m’incontro dinanzi un altro infortunio, un regio infortunio, un infortunio europeo, ed a questo io mi lego. Se perveniamo a salvare il re, sarà un bel tratto; e grande sarà se per esso moriamo.

«Dunque sapete anticipatamente di potervi perire? disse d’Artagnan.

«Lo temiamo, e l’unico nostro dolore è di morire lungi da voi.

«Che farete in un paese estero, nemico?

«Da giovane io viaggiai in Inghilterra; parlo l’inglese come un Inglese, ed Aramis pure ha qualche cognizione di quella lingua. Ah se avessimo anche voi, amici miei! Con voi, d’Artagnan e Porthos, tutti e quattro, e riuniti per la prima volta dopo venti anni, faremmo fronte non solo all’Inghilterra ma ai tre regni!

«E prometteste a quella regina, riprese d’Artagnan di mal umore, di forzare la torre di Londra, di uccidere centomila soldati, di contrastare vittoriosamente contro il voto di una nazione e l’ambizione di un uomo, quando quest’uomo si chiama Cromvello! Voi nol vedeste, quest’uomo, Athos! nè voi, Aramis! Egli è un uomo di genio che assai mi ha rammentato il nostro ministro, l’altro, il grande! sapete pure, Richelieu. Or dunque non vi fate un’idea esagerata dei vostri obblighi. Athos, in nome del cielo, non vi date ad un inutile zelo. Quando vi guardo, in verità mi pare di vedere un soggetto ragionevole; quando mi rispondete, mi sembra di aver che fare con un pazzo. Orsù, Porthos, unitevi a me: che pensate di tutto questo? ditelo schiettamente.

«Nulla di buono, rispose Porthos.

«Animo, continuò d’Artagnan impaziente dacchè Athos invece di ascoltarlo mostrava quasi ascoltare una voce interna che gli parlasse, non vi trovaste giammai scontento de’ miei consigli. Ebbene! credetemi, Athos, la vostra missione è terminata, e nobilmente; tornate in Francia con noi.

«Amico, replicò Athos, la nostra risoluzione è immutabile.

«Ma avrete allora altri motivi a noi ignoti?»

Athos sorrise.

D’Artagnan si battè con collera sulla coscia, e balbettò le ragioni più convincenti che potè rinvenire; ma l’altro rispondeva a tutte con un quieto e dolce sorriso, come Aramis con semplici cenni della testa.

«Or via, esclamò alfine il Guascone furibondo, or via, giacchè così volete, si lascino le nostre ossa in questo triste paese dove fa sempre freddo, ed il bel tempo è nebbia, la nebbia, pioggia, la pioggia diluvio, e dove il sole somiglia alla luna, e la luna ad una forma di cacio.... Realmente, morir qua o in altro luogo, poichè si deve morire, poco ci cale!

«Bensì, pensateci, mio caro, disse Athos, egli è morire più presto.

«Eh! un po’ più presto o un poco più tardi, non merita il conto di sofisticare.

«Se di alcuna cosa io stupisco, aggiunse sentenziosamente Porthos, è che non si sia digià fatto.

«Oh! si farà, non dubitate! rispose d’Artagnan».

Indi seguitò:

«Sicchè tutto è stabilito, e se Porthos non vi si oppone....

«Io, interruppe Porthos, farò ciò che vogliate. D’altronde trovo bellissimo ciò che ha detto poc’anzi il conte de la Fère.

«Ma il vostro avvenire, d’Artagnan? la vostra ambizione, Porthos?

«Il nostro avvenire, la nostra ambizione! ribattè il Guascone con una celerità di favella quasi febbrile, e abbiam bisogno di occuparcene, poichè salviamo il re? Salvato il re, raduniamo i suoi amici, battiamo i puritani, riconquistiamo l’Inghilterra, rientriamo seco in Londra, e lo rimettiamo comodamente sul suo trono.

«Ed egli ci fa duchi e pari, terminò Porthos, a cui brillavano gli occhi di allegrezza anco vedendo quel tempo futuro a traverso a una favola.

«O si scorda di noi, disse d’Artagnan.

«Oh! fece Porthos.

«Eh! se ne son visti dei casi, caro mio, e mi sembra che in addietro rendemmo alla regina Anna un servigio non molto inferiore a quello che or vogliamo rendere a Carlo I, lo che non tolse che Anna ci obliasse per quasi venti anni.

«Ma ciò non ostante, domandò Athos, vi rincresce forse di averglielo reso?

«No davvero; ed anzi, confesso che nei momenti di mia maggior mestizia ho trovato un conforto in quella rimembranza.

«Vedete, d’Artagnan, che quei principi ci furono ingrati, ma Iddio non lo è mai.

«Sentite, Athos, io credo che se incontraste il diavolo sulla terra, fareste tanto che ve lo portereste, starei per dire, con voi su in cielo.

«Sicchè...., disse Athos porgendo la destra a d’Artagnan.

«Sicchè è finita; l’Inghilterra mi pare un paese delizioso, e vi rimango, ma con un patto.

«E quale?...

«Di non essere obbligato ad imparare l’inglese.

«Or bene, adesso, soggiunse Athos trionfante, ve lo giuro, per quel Dio che ci ode, pel nome mio che reputo scevro da ogni macchia, son d’opinione che vi sia una potenza la quale invigili su di noi, ed ho speranza che tutti e quattro rivediamo la Francia.

«Sarà, replicò d’Artagnan, ma confesso che son persuaso del contrario.

«Questo caro d’Artagnan, disse Aramis, in mezzo a noi rappresenta l’opposizione dei Parlamenti, che dicon sempre di no e fanno sempre sì.

«Sì, ma che intanto salvano la patria, ripicchiò Athos.

«Ora che tutto è fissato, propose Porthos stropicciandosi le mani, se pensassimo a desinare? mi pare che nelle più critiche circostanze di nostra vita abbiamo sempre pranzato.

«Oh sì! discorrete di pranzo in un paese ove per gran banchetto non si mangia se non del castrato cotto nell’acqua, e per gran trattamento non si beve che birra! Come diavolo veniste in un luogo simile, Athos?... Ah, scusate (aggiunse d’Artagnan sorridendo), mi dimenticavo che non siete più Athos.... Basta, sentiamo il vostro piano per desinare, Porthos.

«Il mio piano?

«Sì, lo avete?

«Io no; ho fame, e non altro.

«Per Bacco! s’è tutto questo, anch’io ho fame; ma ciò non basta, bisogna trovare da mangiare, e ammenochè andiamo a pascolar l’erba come i nostri cavalli....

«Ah! osservò Aramis, il quale non aveva fatto un tanto distacco dalle cose terrestri come Athos, quando eravamo al Parpaillot, vi ricordate che belle ostriche c’ingoiavamo?

«E quei cosciotti di montoni delle paludi saline! fece Porthos strisciando la lingua sulle labbra.

«Ma, disse d’Artagnan, non abbiamo il nostro Mousqueton che ci faceva campare tanto bene a Chantilly?

«Giusto! fece Porthos, abbiamo Mousqueton; ma dacchè è maggiordomo è rimminchionito.... che serve? si chiami».

E per esser sicuro che colui rispondesse volentieri, gridò:

«Ehi, Mouston!»

Questi comparve; aveva la cera mesta, afflitta.

«Che avete, caro signor Mouston? gli domandò il Guascone, vi sentile forse male?

«Ho fame....

«E appunto per questo v’invitiamo a venir qua. Non potreste procurarvi a lacciuolo qualcuno di quei bei conigli, o qualcheduna di quelle care pernici con cui facevamo lo stufato e il salmì.... alla locanda di.... perdinci, non mi sovviene più il nome della locanda.

«All’albergo di.... fece Porthos, affè neppur io me ne ricordo....

«Non importa.... e di soppiatto qualche bottiglia di quel vin vecchio di Borgogna che tanto spesso guariva il vostro padrone?

«Ahimè! sospirò Mousqueton, ho paura che le robe che voi ricercate siano molto rare in questo brutto paese, e che faremmo meglio andando a chiedere ospitalità al padrone di una casuccia che si scorge dall’orlo del bosco.

«Che! v’è una casa nelle vicinanze? disse d’Artagnan.

«Signor sì.

«Or bene, secondo voi suggerite, si vada là a domandare da pranzo. Che ne pensate, signori? il consiglio di messer Mouston non vi sembra giudiziosissimo?

«Eh eh! obbiettò Aramis, e se il padrone è puritano?

«Meglio così, caspita! s’è puritano gli annunzieremo la presa del re, e in onore di tal notizia ci darà di belle galline di penne bianche.

«Ma s’è cavaliere? bucinò Porthos.

«Allora, ci porremo in aria da lutto e gli spenneremo i polli neri.

«Avete la gran sorte voi, rispose Athos sorridendo della scappata del Guascone, poichè vedete tutto in bell’aspetto.

«Che volete? replicò d’Artagnan, io sono di una terra ove non si distingue sul cielo un nuvolo.

«Non è come in questa! disse Porthos».

E stendeva la mano onde accertarsi che una certa freschezza da lui sentita sulla guancia fosse propriamente prodotta da una goccia di pioggia.

«Andiamo, andiamo! seguitò d’Artagnan, ragione di più per avviarci.... Olà, Grimaud!»

Grimaud si presentò.

«Ehi? chiese d’Artagnan, avete veduto qualche cosa?

«Nulla, Grimaud rispose.

«Imbecilli! fece Porthos, nemmeno ci hanno inseguiti.... Oh! se fossimo stati noi ne’ loro piedi!

«Han fatto male, tirò innanzi d’Artagnan, ed io direi volentieri due paroline a Mordaunt in questa Tebaide. Mirate qua, che bel posto per distendere un uomo in terra a modo e a verso!

«Io per me stimo, osservò Aramis, che il figliuolo non sia della stessa forza che la madre.

«Oh! mio caro, disse Athos, aspettate! sono due ore sole che lo abbiamo lasciato; non sa ancora da che parte ci dirigiamo, ignora persino dove siamo. Lo diremo men forte di sua madre quando porremo il piede sulla terra di Francia, se di qui a lì non siamo nè uccisi, nè avvelenati.

«Ma frattanto pranziamo, propose Porthos.

«Oh sì, cospetto! approvò Athos, chè ho un grande appetito.

«Ed io pure, confermò d’Artagnan.

«Guai a’ polli neri!» fece Aramis.

E i quattro amici guidati da Mousqueton si incamminarono all’abitazione indicata, già ritornati alla lor prima noncuranza; conciossiachè si trovavano ormai, come aveva detto Athos, tutti quanti riuniti e di comune accordo.

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LXIV

Salve alla decaduta Maestà.

I nostri fuggiaschi, a misura che si appressavano alla casa, vedevano guasto il terreno, quasi che preceduti gli avesse una turba considerevole d’uomini a cavallo; davanti al portone erano ancor più visibili le orme: dunque la turba, qualunque si fosse, ivi si era fermata.

«Per diana! disse d’Artagnan, è chiaro che qui son passati il re e la sua scorta.

«Oh diavolo! mormorò Athos, allora avranno divorato ogni cosa.

«Eh via! avranno lasciato almeno una gallina!»

E d’Artagnan smontò e bussò, ma nessuno gli rispose.

Spinse la porta, che non era chiusa, e si accorse la prima stanza esser vuota e abbandonata.

«Ebbene? domandò Porthos.

«Non vedo alcuno.... ah ah!

«Che mai?

«Sangue!»

A tal parola gli altri tre balzarono giù da cavallo ed entrarono.

Ma d’Artagnan aveva di già passato l’uscio della seconda camera, e dall’alterazione del suo sembiante si discerneva esser ivi qualche cosa di straordinario.

E avvicinatisi tutti videro un uomo ancor giovane disteso al suolo in un botro di sangue. Era chiaro che avesse tentato di arrivare sino al suo letto, e mancatagli la forza fosse prima caduto.

Athos fu il primo ad appressarsi al disgraziato; gli pareva che avesse fatto un moto.

«Ebbene? domandò d’Artagnan.

«Eh! disse Athos, se è morto, lo è da poco tempo, giacchè è ancora caldo... Ma no, gli batte il cuore... ohi, amico!»

Il ferito diede un sospiro. D’Artagnan presa dell’acqua sulla palma della mano glie la gettò sul viso.

Quegli riaperse gli occhi, fece un atto come per alzare il capo e ricascò di nuovo.

Athos si provò a trarselo sulle ginocchia; però conobbe che la ferita era un poco più su del cervello e gli spaccava il cranio; ne usciva il sangue in abbondanza.

Aramis bagnò un tovagliuolo nell’acqua, e l’applicò su la piaga; il fresco richiamò in sè l’infermo; esso riaperse per la seconda volta gli occhi.

Guatò attonito coloro, che parea lo compiangessero, e per quanto potevano cercavano assisterlo.

«Siete con degli amici, gli disse Athos in inglese; dunque state pur quieto, e se avete forza raccontateci che vi è successo.

«Il re, balbettò l’ammalato, il re è prigioniero.

«Lo avete visto? domandò Aramis nel medesimo idioma».

Colui non fiatò.

«Non dubitate, soggiunse Athos, siamo servi fedeli di Sua Maestà.

«È vero ciò che mi dite?

«Sul nostro onore da gentiluomini.

«Dunque posso dirvi tutto.

«Parlate.

«Io son fratello di Parry, cameriere di Sua Maestà».

Athos ed Aramis si rimembrarono che con quel nome Winter aveva chiamato il lacchè da loro trovato nel corridojo della regia tenda.

«Lo conosciamo, disse Athos, non lasciava mai il re.

«Appunto. Or bene, vedendo che il re era preso, pensò a me. Passavano davanti alla casa, ed egli in nome del re domandò di fermarvisi. Questo fu accordato. Si diceva che il re aveva fame; lo fecero entrare nella camera dove son io acciò si cibasse, e misero delle sentinelle alle porte e alle finestre.

«Parry conosceva questa stanza, giacchè più volte mentre Sua Maestà era a Newcastle, era venuto a vedermi; sapeva che v’era una botola la quale conduceva in cantina, e di là si poteva andar nell’orto.

«Mi fece un cenno. Io lo capii. Ma di certo i guardiani del re se ne accorsero ed entrarono in diffidenza. Io, ignorando che avessero qualche sospetto, non ebbi più altro desiderio che di salvare Sua Maestà. Finsi dunque di uscire per andare a prendere della legna, pensando non esserci tempo da perdere. M’introdussi nel passaggio sotterraneo che metteva alla cantina alla quale corrispondeva la botola, con la testa sollevai la tavola, e intanto che Parry spingeva piano il chiavistello dell’uscio, ammiccai al re che mi seguisse. Ahimè! non voleva; pareva che gli repugnasse quella fuga. Ma Parry lo supplicò a mani giunte, e anch’io lo implorai onde non lasciasse una tale occasione. Alla fine si decise a venire appresso a me. Per buona sorte io camminai avanti, e quando il re mi era dietro di poco, ecco ad un tratto che nel passaggio sotterraneo vidi dirizzarsi come una grande ombra. Volevo gridare per avvertire Sua Maestà, ma non ebbi tempo. Sentii un colpo come se mi crollasse sul capo il casamento, e caddi svenuto.

«Buono e leale Inglese! servo fedele!» disse Athos.

«Quando ritornai in me ero disteso nel medesimo posto. Mi trascinai sino al cortile. Il re e la scorta erano partiti. Impiegai forse un’ora a venire dal cortile a qui, ma poi mi mancarono le forze ed ebbi un nuovo deliquio.

«E adesso come vi sentite?

«Molto male.

«Possiamo giovarvi a qualche cosa? domandò Athos.

«Ajutatemi a mettermi sul letto; mi pare che ci troverò un po’ di sollievo.

«Avete alcuno che vi assista?

«Mia moglie è a Durham, e tornerà a momenti.... Ma voi, signori, non avete bisogno di niente? non bramate niente?

«Eravamo venuti con intenzione di chiedervi da mangiare.

«Ohimè! hanno preso tutto, non ci resta un tozzo di pane.

«Capite, d’Artagnan? disse Athos, conviene andar a cercarci altrove il pranzo.

«Non m’importa oramai, rispose d’Artagnan, non ho più fame.

«In verità, neppur io» rispose Porthos.

E trasportarono l’uomo sul suo letto. Fu chiamato Grimaud, il quale gli curò la ferita. Grimaud al servizio dei quattro camerati aveva avuto tante volte occasione di far fila e piumacciuoli, che aveva acquistata una certa tinta di chirurgia.

Frattanto i nostri fuggiaschi tornati nella prima stanza tenevano consiglio.

«Adesso, cominciò Aramis, sappiamo come va; il re e la sua scorta sono quelli passati di qui: è d’uopo prendere dalla parte opposta. Siete di quest’opinione?»

Athos, al quale ei dirigeva l’interrogazione, rifletteva, e non rispose.

«Sì, disse Porthos, si pigli dal lato opposto. Se seguitiamo la scorta, troveremo tutto divorato e finiremo con morir di fame. Che maladetto paese è questa Inghilterra! sarà la prima volta ch’io sia rimasto senza desinare; e per me il desinare è il miglior pasto.

«Che pensate, d’Artagnan? domandò Athos, siete del parere di Aramis?

«No; sono anzi del parer contrario.

«Come! volete andare appresso a loro!

«No, ma a fare la medesima strada».

Ad Athos brillarono di gioja le pupille.

«La stessa strada che la scorta! esclamò Aramis.

«Lasciate parlare d’Artagnan, disse Athos, sapete pure ch’è uomo di buon consiglio.

«Sicuramente, rispose d’Artagnan, bisogna andare dove non saremo cercati; si guarderanno bene dal cercarci fra i puritani, dunque si vada fra questi.

«Benissimo, amico! ottimo suggerimento! fece Athos, ero io per darlo, quando mi avete prevenuto.

«Siete dunque di questo sentimento? chiese Aramis.

«Sì. Crederanno che vogliamo abbandonare l’Inghilterra, e ci cercheranno nei porti; nel frattempo arriviamo a Londra col re; una volta là, non siamo più reperibili: in mezzo a un milione d’individui non è difficile il nascondersi.... senza contare (continuava Athos dando uno sguardo ad Aramis) le eventualità che ci offre un tal viaggio.

«Sì, disse Aramis, v’intendo.

«Io non intendo, disse Porthos, ma non serve; giacchè è l’opinione di d’Artagnan e di Athos insieme, dev’essere la migliore.

«Ma, obbiettò Aramis, non sembreremo sospetti al colonnello Harrison?

«Eh cospettone! esclamò d’Artagnan, io conto appunto sopra di lui: il colonnello Harrison è nostro amico; lo abbiam veduto due volte dal generale Cromvello; sa che gli fummo inviati di Francia da Mazzarino, e ci riguarderà come fratelli. E d’altronde, non è figlio di un macellajo? sì, non è così? or bene, Porthos gl’insegnerà come con un pugno si ammazzi un bue, ed io come si atterri un toro afferrandolo per le corna, e con ciò ci cattiveremo la sua fiducia».

Athos sorrise, e porgendo la mano al Guascone gli disse:

«Siete il miglior compagno ch’io conosca, e sono pur contento di avervi ritrovato, figlio mio».

Codesto, conforme ci è noto, era il nome che Athos soleva dargli ne’ suoi momenti di cordiale sfogo.

Nell’istante uscì dalla camera Grimaud. Il ferito medicato stava alquanto meglio.

I quattro amici tolsero da lui commiato, domandandogli se avesse da incombenzargli di alcuna cosa per suo fratello.

«Ditegli, ei rispose, che faccia sapere al re che non mi hanno ammazzato del tutto; per poco ch’io mi sia, sono certo che a Sua Maestà duole di non avermi e che a sè stessa fa rimprovero della mia morte.

«State quieto, disse d’Artagnan, lo saprà innanzi sera».

La comitiva si rimise in viaggio; non v’era da sbagliar la strada: quella per cui voleva incamminarsi era tracciata visibilmente sulla pianura.

Dopo un tragitto di due ore in silenzio, d’Artagnan ch’era il primo avanti si ristette alla svolta di una via.

«Ah ah! esclamò, ecco i nostri».

Diffatti alla distanza di circa mezza lega compariva una considerevole turba di uomini a cavallo.

«Amici cari, disse d’Artagnan, date le vostre spade a Mousqueton, che ve le consegnerà a tempo e luogo, e non vi dimenticate che siete nostri prigionieri».

Indi si regolarono al trotto i cavalli che cominciavano ad essere stanchi, ed in breve si fu raggiunta la scorta.

Il re, alla testa di questa, circondato da porzione del reggimento del colonnello Harrison, se n’andava impassibile, sostenuto, con una specie di buona volontà.

Scorgendo Athos ed Aramis ai quali neppur gli si era dato campo di dire addio, e leggendo ne’ loro sguardi come ei si avesse tuttora degli amici poco lontani, sebben credesse quegli amici prigionieri, venne un rossore di soddisfazione sulle pallide guancie del sovrano.

D’Artagnan passò sino alla testa della colonna, e lasciati i suoi amici in custodia a Porthos, si appressò ad Harrison, il quale lo riconobbe per averlo visto da Cromvello, e lo accolse civilmente conforme convenivasi ad un uomo di quella condizione e di quel carattere. Accadde ciò che aveva preveduto d’Artagnan: il colonnello non aveva nè aver poteva alcun sospetto.

Fu fatto alto. A quella fermata doveva pranzare il re. Soltanto questa volta furono prese delle precauzioni onde non tentasse di fuggire. Nella gran sala dell’albergo s’apparecchiò un tavolino per lui ed una tavola grande per gli ufficiali.

«State a pranzo con me? domandò Harrison a d’Artagnan.

«Diamine! disse questi, ne avrei sommo piacere, ma ho il mio compagno signor du Vallon, e i miei due prigionieri, che non posso lasciare e che ingombrerebbero la vostra mensa. Però facciamo meglio; fatemi preparare in un canto una tavola, e mandateci dalla vostra ciò che vi parrà, giacchè diversamente andiamo a rischio di morir di fame. Sarà sempre desinare insieme, poichè saremo nella stessa stanza.

«Va bene» fece Harrison.

Le cose si accomodarono a norma del desiderio del nostro tenente, e quando esso tornò appresso al colonnello trovò il re già seduto al suo posto e servito da Parry, Harrison ed i suoi ufficiali tutti uniti, e da parte i posti riserbati per lui ed i suoi compagni.

La tavola a cui stavano gli ufficiali era rotonda, ed o fosse per caso, o per apposita villania, Harrison volgeva le spalle al re.

Il re vide entrare i quattro gentiluomini, ma non mostrò di badare ad essi minimamente.

Questi andarono a porsi attorno al desco a loro destinato, e si situarono in guisa da non voltar la schiena a nessuno. Avevano di faccia il desco degli uffiziali e quello del re.

Harrison, per onorare i suoi commensali, mandava ad essi i migliori piatti. Disgraziatamente pei quattro camerati, mancava il vino. Ciò sembrava indifferentissimo ad Athos, ma d’Artagnan, Porthos ed Aramis facevano boccaccie ogni qualvolta toccava loro di bere la birra, quella bibita puritana.

«Affè, colonnello, disse d’Artagnan, vi siamo assai grati del vostro gentile invito, giacchè se non eravate voi andavamo a rischio di stare senza pranzo, come siamo rimasti senza colazione, ed ecco il mio amico signor du Vallon che si associa alla mia riconoscenza, mentre aveva un famosissimo appetito.

«E l’ho tuttavia, disse Porthos salutando il colonnello Harrison.

«E in che modo vi è successo quel gravissimo evento di restare senza colazione? domandò ridendo Harrison.

«Per una ragione molto semplice, rispose d’Artagnan. Avevo fretta di raggiungervi, e per riuscirvi, avevo presa la stessa strada che voi, lo che non avrebbe dovuto fare un vecchio foriere par mio, il quale ha da sapere che dov’è passato un buono e prode reggimento come il vostro, nulla rimane da spigolare. E quindi figuratevi il nostro disappunto, quando arrivati ad una bella casetta situata sull’orlo del bosco, e che da lontano coi tetti rossi e con le imposte verdi aveva un’aria da festa che dava piacere, invece di trovarvi i polli che ci proponevamo di arrostire ed i prosciutti che volevamo mettere sulla gratella, non vedemmo che un povero diavolo tutto bagnato.... Caspita! colonnello, fate i miei complimenti a quello fra’ vostri uffiziali che ha data quella botta; l’ha assegnata bene, e tanto ch’è stata ammirata dal mio signor du Vallon, che mena colpi a modo egli pure.

«Sì, fece Harrison ridendo e accennando cogli occhi un officiale che aveva vicino, quando Groslow s’incarica di tali faccende, non v’è bisogno di rimetterci le mani dopo di lui.

«Ah! è questo signore? disse d’Artagnan salutando il soggetto indicatogli, mi rincresce che non parli francese per presentargli le mie congratulazioni.

«Sono pronto a riceverle e a rendervele, signore, rispose colui in buon francese, giacchè ho dimorato tre anni a Parigi.

«Or bene, continuò il tenente, mi fo premura di dirvi che applicaste sì egregiamente il colpo da aver quasi ucciso quell’uomo.

«Credevo averlo ucciso affatto, ribattè Groslow.

«No: è vero che v’è mancato poco, ma non è morto».

Così dicendo d’Artagnan vibrò uno sguardo verso Parry, che stava in piedi davanti al re, col pallore di morte sulla fronte, per accennargli che quella notizia era diretta a lui.

Il re aveva ascoltato il dialogo col cuore oppresso da inesprimibile angoscia, mentre ignorava che fosse per concludere il militare francese, e lo irritavano quei dettagli celati sotto l’apparenza di assoluta non curanza.

Solamente respirò libero alle ultime parole da questo profferite.

«Ah diamine! disse Groslow, mi pensavo di esser riuscito meglio. Se non fosse tanto lontana di qui la casa di quel miserabile, ci tornerei a rifinirlo.

«E fareste benone, se avete paura ch’ei la scapoli, rispose d’Artagnan; giacchè sapete che quando le ferite in testa non ammazzano sull’atto, dopo otto giorni sono bell’e risanate».

E d’Artagnan lanciò una nuova occhiata a Parry, sul volto del quale appariva tanta gioja che Carlo gli porse la mano sorridendo.

Parry chinatosi sulla mano del suo padrone, gliela baciava rispettosamente.

«In verità, disse Athos a d’Artagnan, siete un uomo di parole e di spirito. Ma del re, che ne dite?

«Mi va a genio la sua fisonomia: ha l’aspetto al tempo stesso buono e nobile.

«Sì, ma si lascia prendere, seguitò Porthos, e questo è mal fatto.

«Ho voglia di bere alla salute del re, disse Athos.

«Dunque permettete ch’io faccia il brindisi, propose d’Artagnan.

«Fate pure» approvò Aramis.

Porthos guardava d’Artagnan maravigliando delle incessanti risorse che gli forniva il suo spirito da Guascone.

Questi prese il bicchiere, ed avendolo empiuto si alzò.

«Signori, disse ai compagni, beviamo, se così vi piace, alla salute di quello che presiede al pasto, del nostro colonnello, ed esso sappia che siamo a’ suoi comandi sino a Londra e più oltre».

Siccome pronunziando questo, d’Artagnan fissava in viso Harrison, Harrison s’immaginò che per lui fosse il brindisi, e riverì i quattro amici, i quali ferme le pupille sul re Carlo, trincarono insieme, frattanto che Harrison dal canto suo vuotava il suo gotto senza alcuna diffidenza.

Carlo porse il bicchiere a Parry, che vi versò qualche goccia di birra, giacchè il re stava alla regola di tutti gli altri, e portatoselo alle labbra osservando a vicenda i quattro gentiluomini, bevve con un sorriso ricolmo di nobiltà e di gratitudine.

«Orsù! esclamò Harrison posando il gotto e senza il minimo riguardo per l’illustre prigioniero che conduceva, in viaggio!

«Dove si pernotta, colonnello?

«A Tyrsk.

«Parry, disse il re alzatosi pure e voltosi al suo cameriere, il mio cavallo; voglio andare a Tyrsk.

«Affè, disse d’Artagnan ad Athos, il vostro re mi ha propriamente sedotto, ed io sono totalmente a sua disposizione.

«Se codesto che mi dite è sincero, rispose Athos, non arriverà sino a Londra.

«Come mai?

«Sì, perchè prima di quel momento lo avremo portato via.

«Oh! questa volta poi, in parola d’onore, siete pazzo, fece d’Artagnan.

«Dunque avete già stabilito qualche progetto? domandò Aramis.

«Eh! disse Porthos, non sarebbe impossibile se si avesse un buon progetto.

«Io non l’ho, replicò Athos, ma d’Artagnan ne troverà uno».

Il tenente si strinse nelle spalle, e tutti si partirono.

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LXV

D’Artagnan trova un progetto.

Athos conosceva d’Artagnan forse meglio che questi non conoscesse sè stesso. Sapeva che in una mente avventurosa come la sua basta lasciar cadere un pensiero, alla guisa medesima che in un terreno vigoroso e ubertoso basta lasciar cadere un grano. Non si era quindi curato che il Guascone si fosse stretto nelle spalle, ed aveva continuato a camminare favellandogli di Raolo, argomento che in un’altra circostanza, e noi ce ne ricordiamo, aveva ben anzi schivato.

A notte giunsero a Tyrsk. I quattro amici si mostrarono totalmente estranei e indifferenti alle misure di precauzione che si prendevano per assicurarsi della persona del re. Si ritirarono in una casa particolare, ed avendo da un momento all’altro da temere per sè stessi, si stabilirono in una sola stanza, riserbandosi la uscita per il caso di attacco. I servi furono distribuiti in varj luoghi. Grimaud si coricò sur un fascio di paglia traverso all’uscio.

D’Artagnan era pensieroso, ed a momenti pareva che avesse perduta la sua loquacità consueta. Non diceva una parola, e fischiava, andando dal letto alla finestra. Porthos, il quale non osservava altro mai che le cose esterne, gli discorreva secondo il consueto. D’Artagnan rispondeva con dei monosillabi. Athos ed Aramis si guatavano sorridendo.

La giornata era stata faticosa, eppure, tranne Porthos che aveva il sonno inflessibile quanto l’appetito, gli amici dormirono malamente.

Alla mattina dipoi, il primo in piedi fu d’Artagnan. Era sceso alle scuderie, avea visitati i cavalli e date le istruzioni necessarie, ed Athos ed Aramis non erano peranco alzati, e Porthos russava ancora.

La mattina alle otto si misero in cammino nello stesso ordine che la sera innanzi. Soltanto d’Artagnan lasciò avviarsi gli amici dal loro lato, e andò a rinnovare con mastro Groslow la relazione intavolata.

Questi, dolcemente accarezzato in cuore dai suoi elogi, lo accolse con un sorriso graziosissimo.

«Davvero, gli disse d’Artagnan, mi stimo fortunato di trovare qualcuno che voglia parlare la mia povera lingua. Il signor du Vallon mio amico è di carattere molto malinconico, talchè non gli si possono cavar di bocca quattro parole al giorno; i nostri due prigionieri, poi, capirete che hanno poca volontà di far conversazione.

«Sono realisti nell’anima, disse Groslow.

«Ragione di più perchè ci serbino rancore di aver preso lo Stuart, al quale spero che farete adesso un processo bello e buono.

«Eh! fece Groslow, lo conduciamo per questo appunto a Londra.

«E non lo perdete di vista, mi figuro.

«Capperi! lo credo, io! Lo vedete, aggiunse ridendo l’ufficiale, ha una scorta veramente regia!

«Oh! di giorno non v’è pericolo che vi sfugga, ma di notte....

«Di notte si raddoppiano le cautele.

«E qual metodo di sorveglianza adoprate?

«Restano costantemente otto uomini nella sua camera.

«Diamine! fece d’Artagnan, è custodito per bene. Ma fra quegli otto, voi mettete senza dubbio una guardia fuori? non sono mai troppe le precauzioni contro un simile prigioniero.

«Oh no! figuratevi: che volete che facciano due senz’armi contro otto uomini armati?

«Come, due?

«Sì, il re ed il suo cameriere.

«Dunque è stato permesso ai camerieri di non abbandonarlo?

«Sì; Stuart ha chiesto gli si concedesse questa grazia, ed il colonnello Harrison vi ha aderito. Col pretesto ch’è re, pare non possa vestirsi nè spogliarsi da sè solo....

«In verità, capitano, disse d’Artagnan deciso a continuare verso l’ufficiale inglese il sistema di lodi riuscitogli tanto bene, più vi ascolto, e più stupisco della facilità ed eleganza con cui parlate francese. Siete stato in Parigi tre anni, va ottimamente, ma io potrei stare a Londra tutta la vita, e di certo non arriverei al grado al quale voi siete.... E che facevate in Parigi?

«Mio padre, ch’è negoziante, mi aveva impiegato dal suo corrispondente, e questi dal canto suo aveva mandato il suo figliuolo dal mio genitore: è uso fra commercianti di far simili cambi.

«E Parigi vi piacque, signor mio?

«Sì, ma avreste gran bisogno di una rivoluzione sul genere della nostra: non contro il vostro re, ch’è un ragazzo, ma contro l’Italiano spilorcio ch’è amante della vostra regina.

«Ah! sono anch’io del vostro sentimento, e si farebbe presto se avessimo solamente dodici uffiziali come voi, senza pregiudizi, vigilanti; eh, eh! ci si verrebbe a capo del Mazzarino, e gli si farebbe un bel processetto sul gusto di quello che voi siete per fare al vostro re.

«Ma, disse l’Inglese, avevo nell’idea che foste al suo servizio, e ch’egli appunto vi avesse inviato al generale Cromvello?

«Cioè io sono al servizio del re, e sapendo ch’ei doveva spedire qualcuno in Inghilterra, ho procurato di esser io quello, tanto era grande in me il desiderio di conoscere l’uomo di genio che attualmente comanda ai tre regni. E così, quando ha proposto al signor du Vallon ed a me di sguainare la spada in onore della vecchia Inghilterra, avete veduto come abbiamo accettato.

«Sì, so che caricaste al fianco al signor Mordaunt.

«Alla sua destra, e alla sua sinistra. Per Diana! che buono e bravo giovane è anco quello! come ha sdrucito il suo signore zio! avete visto?

«Lo conoscete? domandò l’ufficiale.

«Moltissimo; anzi posso dire che siamo in istretta relazione. Il signor du Vallon ed io siam venuti di Francia con lui.

«Sembra pure che lo abbiate fatto aspettare un pezzo a Boulogne.

«Che volete! disse d’Artagnan, ero come voi; avevo da far guardia ad un re.

«Ah ah! fece Groslow, e qual re?

«Il nostro, per bacco! il piccolo King Luigi decimoquarto».

D’Artagnan si levò il cappello; l’Inglese per civiltà fece altrettanto.

«E quanto tempo lo aveste in guardia?

«Tre notti, e affè me le rammenterò sempre con piacere.

«Dunque il giovane re è molto amabile?

«Dormiva colle pugna chiuse.

«E allora che mai volete dire?

«Voglio dire che i miei amici ufficiali delle guardie dei moschettieri venivano a tenermi compagnia, e passavamo le nottate a bere e giuocare.

«Ah sì! sospirò Groslow, siete allegri compagni, voi altri Francesi.

«Non giuocate forse anche voi quando siete di guardia?

«No, mai.

«In tal caso dovete annojarvi assai, e vi compiango, disse d’Artagnan.

«Fatto sta, soggiunse Groslow, che mi sbigottisce il vedere arrivare il mio turno: è lunga una notte intera a vegliare.

«Sì, quando si veglia soli o con stupidi soldati; ma essendo con un allegro compagno di giuoco, facendo correre l’oro e i dadi sul tavolino, passano le ore come un sogno. Non vi piace il giuoco?

«Anzi!

«Per esempio, la zecchinetta?

«Ci vado matto; in Francia mi ci divertivo tutte la sere.

«E dacchè siete in Inghilterra?

«Non ho toccato una carta nè un bossolo.

«Vi compatisco! disse d’Artagnan in atto di profonda pietà.

«Sentite, seguitò l’inglese, fate una cosa.

«Cioè?

«Domani io sono di guardia.

«Presso a Stuart?

«Sì: venite a far nottata con me.

«È impossibile.

«Impossibile?

«Impossibilissimo.

«Come mai?

«Ogni notte fo la partita col signor du Vallon.... Qualche volta non ci mettiamo neppure a letto.... ecco, stamani a giorno stavamo sempre giuocando.

«Ebbene?

«Ebbene, s’infastidirebbe se lo lasciassi solo.

«Regge forte a tavolino?

«L’ho veduto perdere sino a duemila doppie ridendo come un pazzo.

«Dunque conducetelo con voi.

«Come volete? e i nostri prigionieri?

«Oh diamine! è vero, rispose Groslow; ma fateli custodire dai vostri lacchè.

«Sì, per che scappino! non mi ci arrischio!

«Ma sono uomini d’alta condizione, poichè vi premono tanto?

«Capperi! uno è un ricco signore della Turrena; l’altro un cavaliere di Malta di casa grandissima. Abbiamo trattato del riscatto di ciascuno a due mila lire sterline arrivando in Francia. Sicchè non vogliamo abbandonare un momento soggetti che i nostri servitori sanno esser milionarj. Nel prenderli gli abbiamo frugati un poco, e vi confesserò di più che ogni notte du Vallon ed io mungiamo alquanto la loro borsa, ma possono averci nascosto qualche pietra preziosa, qualche diamante di valore, talchè noi siamo simili agli avari che non lasciano il loro tesoro; ci siamo costituiti guardiani permanenti di coloro, e quando io dormo, du Vallon sta desto.

«Ah ah! fece l’Inglese.

«Adesso capite ciò che mi obbliga al ricusare la vostra garbatezza, alla quale però sono tanto più sensibile dacchè nulla v’ha di più nojoso che il giuocar sempre con la stessa persona: si compensano di continuo in eterno le sorti favorevoli e contrarie, e a capo a un mese si trova di non aver fatto nè mal nè bene.

«Ah! disse Groslow sospirando, v’è una cosa ancor più nojosa, ed è di non giuocare affatto.

«Lo comprendo! disse d’Artagnan.

«Ma vediamo un po’, seguitò l’altro, son uomini pericolosi quei vostri?

«In quanto a che?

«Son capaci di tentare un colpo di mano?»

D’Artagnan diede in uno scroscio di risa.

«Gesù Dio! esclamò, uno batte la febbre, non potendo assuefarsi al bel paese da voi abitato; l’altro è un cavaliere di Malta, timido al pari di una fanciulla; e per maggior sicurezza abbiamo tolto loro anche i coltelli piegatoj e le cesoje da tasca.

«Or bene, propose Groslow, conducete anco loro.

«Come volete?...

«Ma si, io ho ott’uomini.

«Ebbene?

«Quattro faran guardia ed essi, e quattro al re.

«In sostanza, disse d’Artagnan, si potrebbe aggiustar così, benchè vi do un grande incomodo.

«Eh via! venite, e vedrete come sistemerò tutto.

«Oh! io non ci penso, rispose il nostro tenente, con un uomo della vostra fatta, vado a occhi chiusi».

Quest’ultimo tratto di adulazione cavò dall’uffiziale uno di quei sorrisi di soddisfazione che rendono le persone amiche a quello che li provoca, essendo un’evaporazione della vanità accarezzata.

«Ma, disse d’Artagnan, ora che ci penso, e che ostacolo vi sarebbe a cominciare stassera?

«Che cosa?

«La nostra partita.

«Nessuno, replicò Groslow.

«Or dunque, stassera venite da noi, e domani vi renderemo la visita. Se nei nostri uomini, che secondo sapete sono realisti accaniti, v’è qualcosa che vi dia inquietudine, non sarà fatto niente, e avremo sempre passata una buona nottata.

«A meraviglia! questa notte da voi, domani da Stuart, doman l’altro da me.

«E gli altri giorni a Londra. Eh caspita! vedete che si può far vita allegra da per tutto!

«Sì, quando s’incontrano dei Francesi, e Francesi come voi, disse Groslow.

«E come du Vallon; vedrete che pezzo è quello! della Fronda in carne e in ossa, un uomo ch’è stato in procinto di ammazzare fra uscio e muro il Mazzarino. E’ lo impiegano perchè ne hanno paura.

«Sì, confermò Groslow; ha buona ciera, e senza ch’io lo conosca mi va veramente a genio.

«E sarà ben altro quando lo conosciate.... Oh! ecco che mi chiama. Perdonatemi, siamo in sì stretta relazione che non può star senza di me.... mi scusate?

«Eh diamine!

«Addio a questa sera.

«Da voi?

«Da me».

L’Inglese ed il Francese si salutarono, e quest’ultimo ritornò presso i suoi camerati.

«Che diavolo avevate da discorrere con quel cane bouledogue? domandò Porthos.

«Mio caro, disse d’Artagnan, non parlate così del signor Groslow, è amico mio intrinseco.

«Vostro amico, quell’ammazzatore di contadini!

«Zitto, Porthos, zitto! è vero, sì, il Groslow è un po’ troppo vivo, ma in fondo io ho scoperte in lui delle buone qualità: è sciocco e orgoglioso».

Porthos stupefatto spalancava gli occhi; Athos ed Aramis si guardavano sorridendo: conoscevano d’Artagnan, e sapevano ch’ei nulla faceva senza uno scopo.

«E poi, continuò questi, lo apprezzerete da voi medesimo.

«In qual modo?

«Stassera ve le presento, viene a giuocare con noi.

«Oh oh! disse Porthos a cui si accesero gli occhi, ed è ricco?

«È figliuolo di uno dei più facoltosi negozianti di Londra.

«E sa la zecchinetta?

«È la sua passione.

«La bassetta?

«È la sua smania.

«Il biribisso?

«C’è famoso,

«Bene! fece Porthos, passeremo una piacevole nottata.

«Piacevole tanto più che ce ne prometterà una migliore.

«Come mai?

«Noi lo riceviamo a giuocare stassera; egli riceve noi domani.

«E dove?

«Ve lo dirò. Adesso non ci occupiamo che d’una cosa: di corrispondere degnamente all’onore che ci comparte il signor Groslow. Stassera ci fermeremo a Derby; Mousqueton vada avanti, e se v’è una sola bottiglia di vino in tutta la città, ce la compri. Neppur sarebbe male che preparasse una buona cena a cui non prenderete parte, voi Athos, perchè avete la febbre, e voi Aramis, perchè siete cavaliere di Malta, e i discorsi di beoni pari nostri vi spiacciono e vi fanno arrossire.... mi sentite?

«Sì, disse Porthos, ma il diavolo mi porti se vi capisco.

«Porthos, mio caro, voi sapete che io discendo dagli indovini per la parte di mio padre, e dalle sibille per quella di mia madre, e non parlo se non a enigmi e parabole; coloro che hanno orecchie ascoltino, coloro che hanno occhi guardino, per il momento non posso dir altro.

«Fate pure, amico mio, rispose Athos, seno certo che quel che voi fate sta bene.

«E voi, Aramis, siete della stessa opinione?

«Interamente, caro d’Artagnan.

«Alla buon’ora! disse d’Artagnan, questi son veri credenti, e per loro v’è gusto a tentare dei miracoli; non è come l’incredulo Porthos, che vuol sempre vedere e toccare per credere.

«Realmente, fece Porthos maliziosamente, io sono molto incredulo».

D’Artagnan gli diede un colpetto sulla spalla, e siccome erano giunti alla fermata della colazione, fu troncata là ogni ciarla.

Verso le cinque ore di sera, a tenore del convenuto, si fece partire avanti Mousqueton. Mousqueton non parlava inglese, ma dacchè era in Inghilterra aveva osservata una cosa, ciò che Grimaud con l’abitudine del gesto aveva questo sostituito pienamente alla favella; sicchè si era applicato a studiare il gesto con Grimaud, ed in poche lezioni, mercè la superiorità del maestro, era giunto ad una certa forza: Blaisois lo accompagnò.

I quattro amici traversando la strada principale di Derby adocchiarono Blaisois ritto all’ingresso di un casamento di bellissima apparenza: ivi era apparecchiato il loro alloggio.

In tutta la giornata non si erano accostati al re per tema di dar sospetto, ed invece di pranzare alla tavola del colonnello Harrison, conforme aveano fatto il giorno innanzi, avevano desinato fra di loro.

All’ora stabilita, venne Groslow. D’Artagnan lo accolse siccome avrebbe accolto un che gli fosse stato amico da venti anni. Porthos lo squadrò da cima a fondo, e sorrise osservando che non ostante il colpo rimarchevolissimo da lui dato al fratello di Parry non era di forza eguale alla sua. Athos ed Aramis fecero quanto poterono onde occultare il disgusto che loro inspirava quell’indole grossolana e brutale.

In conclusione Groslow si mostrò pago del ricevimento.

Athos ed Aramis si mantennero nel loro carattere. A mezzanotte si ritirarono nella loro camera, della quale, col pretesto di sorveglianza, era stato aperto l’uscio. Inoltre d’Artagnan ve li accompagnò, lasciando Porthos alle prese con Groslow.

Porthos guadagnò cinquanta doppie a Groslow, e nell’andarsene lo ebbe per miglior compagno che non lo avesse giudicato dapprima.

Groslow, poi, si propose di rifarsi alla domane a pregiudizio di d’Artagnan della sconfitta subita con Porthos, e lasciò il Guascone rammentandogli il convegno fissato per la sera.

Diciamo la sera, imperciocchè i giuocatori si separarono alle quattro ore del mattino.

Trascorse la giornata al solito; d’Artagnan andava dal capitano Groslow al colonnello Harrison, e da questo a’ suoi amici. Per uno che non lo avesse conosciuto e’ pareva nel suo stato ordinario; pe’ suoi amici, vale a dire per Athos ed Aramis, il suo brio era tutto febbre.

«Che può egli macchinare? diceva Aramis.

«Aspettiamo, rispondeva Athos».

Porthos non fiatava; ma contava una dopo l’altra nel borsellino con aria di soddisfazione ostensibile le cinquanta doppie vinte al Groslow.

La sera arrivato a Ryston, d’Artagnan radunò gli amici. Gli si era dileguata dal volto quella maschera di noncurante giovialità che vi aveva tenuto sino allora.

Athos strinse la mano ad Aramis, dicendogli:

«Si avvicina il momento.

«Sì, disse d’Artagnan che lo aveva udito, si avvicina, signori; questa notte salveremo il re».

Athos palpitò, gli brillarono le pupille; e dubitando dopo che aveva sperato, domandò:

«D’Artagnan, non è già questo uno scherzo? oh! mi farebbe troppo male.

«Siete pur singolare, rispose il tenente dei moschettieri, se così di me dubitate! Dove e quando mai mi vedeste a scherzare col cuore di un amico e colla vita di un re? Vi ho detto, e vi ripeto che questa notte salveremo Carlo I. Vi siete rapportati a me per trovare il mezzo, e questo è trovato».

Porthos guardava d’Artagnan con ammirazione. Aramis sorrideva come chi molto si lusinghi. Athos pallido come un morto tremava in tutte le membra.

«Parlate, disse Athos».

Porthos aprì tanto d’occhi; Aramis, quasi diremmo, si sospese alle labbra del Guascone.

«Siamo invitati a far nottata da Groslow; lo sapete?

«Sì, rispose Porthos, ci ha fatto promettere di dargli la rivincita.

«Bene; ma vi è noto dove gliela daremo?

«No.

«Dal re.

«Eh! esclamò Athos.

«Sì, dal re. Questa sera mastro Groslow è di guardia presso Sua Maestà, e per distrarsi nel far sentinella, ci chiama a fargli compagnia.

«Tutti e quattro? domandò Athos.

«Sì! di certo, tutti: e che forse noi abbandoniamo i nostri prigionieri?

«Ah ah! fece Aramis.

«Sentiamo, disse Athos palpitando.

«Sicchè, si va da Groslow, noi colle nostre spade, voi con dei pugnali; e in quattro che siamo c’impossessiamo di quegli otto imbecilli e dello stupido loro comandante. Che ne dite, messer Porthos?

«Dico ch’è facile.

«Vestiamo il re da Groslow; Mousqueton, Grimaud e Blaisois ci tengon pronti dei cavalli con la sella addosso; alla svolta della prima strada ci saltiamo sopra, e innanzi giorno siamo distanti di qui venti leghe. Eh? è combinato bene, Athos?»

Athos posate le mani sulle spalle a d’Artagnan, l’osservava con la sua calma e il suo dolce sorriso consueto.

«Amico, disse, io dichiaro che non vi è sotto il cielo creatura che vi pareggi in nobiltà e coraggio: mentre vi supponevamo indifferente alle nostre pene, alle quali senza punto mancare potevate non associarvi, fra noi tutti voi solo rinvenite ciò che noi andiamo invano cercando. Dunque, te lo ripeto d’Artagnan, tu sei fra noi il migliore, ed io ti benedico ed amo, carissimo figlio.

«E a dire ch’io non l’avevo raccapezzato! fece Porthos percuotendosi la fronte; è tanto semplice!

«Ma, osservò Aramis, se ho inteso bene, ammazzeremo tutti, non è così?»

Athos impallidì, e rabbrividiva.

«Caspita! gridò d’Artagnan, e’ bisognerà che sia a questo modo! ho rintracciato per molto tempo se v’era maniera di scansare la faccenda, ma non l’ho trovata.

«Orsù, riprese Aramis, qui non si tratta di sofisticare con la nostra posizione; come si procede?

«Ho fatto un duplice piano, rispose il Guascone.

«Sentiamo il primo.

«Se siamo tutti e quattro riuniti al mio segnale, e il segnale sarà la parola finalmente, voi immergete ciascheduno un pugnale nel cuore del soldato che avete più vicino; noi dal canto nostro facciamo altrettanto; ecco subito quattro uomini morti; dunque la partita diventa pari, giacchè siamo quattro contro cinque; quei cinque si arrendono, e si mette loro la sbarra in bocca; o si difendono, e gli uccidiamo. Se per caso il nostro ospite cambia parere, e non riceve a giuocare con lui altro che Porthos e me, cospettone! bisognerà ricorrere a gravi compensi picchiando a doppio: la cosa sarà più lunga e clamorosa, ma voi altri starete fuori con buone spade, e udendo il chiasso accorrerete.

«E se trafiggessero voi? domandò Athos.

«Non è possibile: rispose d’Artagnan, quei bevitori di birra sono troppo pesanti e sgarbati. E di più, Porthos, voi tirerete sulla gola: con ciò si ammazza più presto, e s’impedisce anco di urlare.

«Benone! fece Porthos, sarà un graziosissimo scannamento.

«Orribile! orribile! mormorò Athos.

«E via, signor sensibile! disse d’Artagnan, fareste ben di peggio in una battaglia. D’altronde, amico, se vi pare che la vita del re non vaglia ciò che deve costare, sia il tutto per non detto, ed io fo avvisare al signor Groslow che sono ammalato.

«No no, ho torto.... e voi avete ragione; perdonatemi, replicò Athos».

Nel momento fu aperto l’uscio, e venne un soldato dicendo malamente in francese:

«Il signor capitano Groslow previene i signori d’Artagnan e du Vallon che gli aspetta.

«Dove? domandò il tenente.

«Nella camera del Nabucodonosor inglese, fece il soldato, puritano per la vita.

«Va ottimamente, rispose in buon inglese Athos a cui andava il sangue al capo udendo quell’insulto fatto alla regia Maestà, dite al capitano Groslow che ci andiamo subito».

Poi, uscito il puritano, era dato l’ordine ai lacchè di por la sella ad otto cavalli, e ire ad attendere, senza separarsi uno dall’altro, nè metter piede a terra, sul canto di una contrada situata all’incirca venti passi lontano dalla casa dove il re era alloggiato.

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LXVI

La partita a zecchinetta.

Erano nove ore di sera; si era cambiata la guardia alle otto, e da un’ora questa toccava a Groslow.

D’Artagnan e Porthos con le loro spade, ed Athos ed Aramis con un pugnale ciascuno nascosto in seno, si avanzarono verso la casa che in quella sera serviva di prigione a Carlo Stuart. Questi due ultimi seguivano i loro vincitori, umili e inermi in apparenza come due detenuti.

«Affè, disse Groslow quando li vide, non vi aspettavo più».

D’Artagnan gli si accostò, e gli disse piano:

«Diffatti, du Vallon ed io abbiamo esitato un pochino a venire.

«E perchè?»

Il tenente accennò con l’occhio Athos ed Aramis.

«Ah ah! fece il capitano inglese, a motivo delle opinioni? poco importa! anzi (aggiunse ridendo), se vogliono vedere il loro Stuart lo vedranno.

«Si passa la nottata in camera del re? chiese d’Artagnan.

«No, ma in quella contigua, e siccome l’usciale resterà aperto, sarà precisamente come se fossimo nella stanza medesima. Vi siete provvisti di denari? Vi dichiaro ch’io conto di fare un giuoco precipitoso.

«Sentite mo’? disse d’Artagnan facendosi suonar l’oro nelle saccoccie.

«Very good! fece Groslow».

E schiuse la porta.

«Per insegnarvi la strada, aggiunse».

Ed entrò prima a tutti.

D’Artagnan si girò verso i camerati: Porthos se ne stava noncurante quasi si trattasse di una partita ordinaria; Athos pallido, ma risoluto; Aramis col fazzoletto si asciugava la fronte bagnata da un lieve sudore.

Le otto guardie erano al loro posto: quattro nella camera del re, due all’uscio di comunicazione, due a quello d’onde s’introducevano i quattro amici. Al mirare le spade nude Athos sorrise: dunque non sarebbe più un macello, ma bensì un combattimento.

E da quel punto sembrò ritornasse in tutto il suo buon umore.

Carlo, che ben si scorgeva dalla bussola aperta, stava sul letto bell’e vestito: senonchè si era buttato addosso una coperta di lana. A capo al suo letto era seduto Parry, che leggeva sotto voce, ma forte abbastanza per che lo udisse Carlo il qual l’ascoltava a occhi chiusi, un certo rosario in una Bibbia cattolica.

Una brutta candela di sego, posta sur una tavola nera, rischiarava la faccia rassegnata del monarca, e il viso assai meno tranquillo del fido suo servo.

Tratto tratto Parry s’interrompeva credendo che il sovrano dormisse daddovero: allora questi alzava le ciglia e sorridendo dicevagli:

«Mio buon Parry, continua pure, ti sento».

S’inoltrò Groslow fin sulla soglia della camera del re, si rimise in testa con ostentazione il cappello che avea tenuto in mano per accogliere gli ospiti, considerò un momento con disprezzo quel quadro semplice e commovente d’un vecchio domestico intento a leggere la Bibbia al suo re prigioniero, si assicurò che ogni uomo fosse per l’appunto nel luogo da lui assegnatogli, e voltosi a d’Artagnan lo guardò in atto di trionfo come mendicando da esso un elogio della sua tattica.

«A meraviglia! fece il Guascone, caspita! vo’ sarete un generale di qualche distinzione.

«Ehi! vi credete, domandò l’Inglese, che mentre io sia di guardia presso di lui, lo Stuart se la fugga?

«No di sicuro, rispose d’Artagnan, ammenochè dal cielo gli piovano degli amici».

Sulle guance a Groslow appariva un vero giubilo.

Siccome Carlo Stuart durante quella scena era stato costantemente a occhi serrati, non v’è da decidere se si fosse accorto o no della tracotanza del puritano. Ma a suo malgrado, udito ch’ebbe il suono della voce di d’Artagnan le sue palpebre non istettero più basse.

E anche Parry si scosse e sospese la lettura.

«Perchè ti fermi? disse il re, tira innanzi, Parry mio.... se però non sei troppo stanco.

«No, sire, fece il cameriere».

E ricominciò.

Nella prima stanza era preparato un tavolino coperto da un tappeto; e su questo due moccoli accesi, e due bossoli e i dadi.

«Signori (così parlò Groslow), di grazia, accomodatevi: io, dirimpetto a Stuart, che tanto mi è caro di vedere, soprattutto dov’è adesso; voi, signor d’Artagnan, di faccia a me».

Athos si fece rosso di collera. D’Artagnan lo fissò inarcando le ciglia.

«Così è; rispose quest’ultimo, voi, signor conte di la Fère, a man diritta al signor Groslow; voi, cavaliere d’Herblay, a sinistra; voi, du Vallon, accanto a me. Voi scommettete dalla mia parte, e quei signori da quella di master Groslow».

Così d’Artagnan li teneva, Porthos a manca, e gli parlava col ginocchio, Athos ed Aramis dirimpetto, e caricava su di essi il suo sguardo.

Al nome del conte di la Fère e del cavaliere d’Herblay, Carlo riaperse gli occhi, e ad onta sua sollevando la nobile testa, esaminava tutti gli attori della scena.

Nel momento Parry voltò alcune pagine della Bibbia, e lesse ad alta voce questo verso di Geremia:

«Disse Iddio, ascoltate le parole de’ profeti, o miei servi, che io premurosamente vi mandai e inverso a voi condussi».

I quattro compagni ricambiarono un’occhiata. I termini di che si era servito Parry ad essi dinotavano qualmente il re ascrivesse la di loro presenza al suo vero movente.

D’Artagnan esultava.

«Poc’anzi mi domandavate, ei disse, se stava bene a soldi».

E posava sulla tavola una ventina di doppie.

«Sì, disse Groslow.

«Or bene; adesso io dico a voi: tenetevi bene stretto il vostro tesoro, carissimo signor Groslow, perchè non esciremo di qui se non portandovelo via.

«Ma non già senza ch’io l’abbia difeso, ribattè l’Inglese.

«Meglio così! battaglia, capitano mio! battaglia! Sapete o non sapete, che questa è quella che vogliamo?

«Ah ah! lo so, fece Groslow con una goffa risata, non cercate altro che lividi e piaghe voi altri Francesi».

Carlo infatti aveva udito e capito tutto. Gli ascese sul volto un lieve rossore; i soldati che l’osservavano lo videro a poco distendere le stanche membra, e col pretesto di un caldo eccessivo provocato dalla stufa, scostare la coperta sotto la quale conforme già avvertivamo egli si stava coricato ma vestito.

Athos ed Aramis si rallegrarono nel riconoscere che il re non fosse nudo.

Incominciò la partita. La sorte si era girata ed era tutta per Groslow; egli reggeva ad ogni posta, e vinceva sempre. Così passarono da un tavolino all’altro un centinajo di doppie. Il puritano andava matto dal contento.

Porthos, il quale aveva riperdute le cinquanta doppie guadagnate la sera precedente, ed inoltre una trentina del suo, era molto burbero, e col ginocchio interrogava d’Artagnan, quasi per domandargli se fosse tempo di cambiar giuoco. Athos ed Aramis lo consideravano attentissimi, ma d’Artagnan rimaneva impassibile.

Suonarono le dieci. Si udì a passare la pattuglia.

«Quante pattuglie fate voi a questo modo? richiese d’Artagnan levandosi di tasca altre monete.

«Cinque, disse Groslow, una ad ogni due ore.

«Benone! rispose il tenente, è misura prudentissima».

E allora toccò a lui fissare in viso Athos ed Aramis.

S’intesero i passi della ronda che si allontanava.

D’Artagnan rispose per la prima volta alle ginocchiate di Porthos con un altro consimile.

Frattanto, attratti dall’allettamento del giuoco e dalla vista dell’oro, tanto possente su tutti gli uomini, i soldati, che avevano ordine di rimanere nella stanza del re, si erano lemme lemme avvicinati all’uscio, e là drizzandosi in punta di piedi, guardavano di sopra alla spalla di d’Artagnan e di Porthos; quelli della porta si erano pure appressati, secondando per cotal guisa le brame dei quattro amici, che preferivano averli tutti così alla mano anzi che dover correre a cercarli da un canto all’altro della camera. Le due sentinelle sull’ingresso avevano tuttavia la spada nuda, se non che si appoggiavano sulla punta ed abbadavano ai giuocatori.

Sembrava che Athos si calmasse a misura che si avvicinava il momento; le sue due mani bianche e signorili scherzavano coi luigi che torceva e riaddrizzava con tanta facilità come se l’oro fosse stato stagno; Aramis, meno padrone di sè, si frugava di continuo sul petto; Porthos, infastidito del perder sempre, dava di ginocchio a più non posso.

D’Artagnan voltosi macchinalmente indietro, vide fra due soldati Parry in piedi, e Carlo posando il gomito, ma a mani giunte come in atto di dirigere a Dio una fervida preghiera. Il tenente capì ch’era arrivato l’istante opportuno, che ognuno era al suo posto, e che non si attendeva più altro che la parola; «Finalmente!» la quale, noi ce le rammentiamo, dovea servire di segnale.

Lanciò uno sguardo preparatorio ad Athos e Aramis, e questi due trassero indietro piano piano le loro sedie per aver libertà di muoversi.

Dette di nuovo nel ginocchio a Porthos, il quale si rizzò, quasi per isciogliersi le gambe intorpidite: però nel levarsi si accertò che la sua spada potesse uscire dal fodero facilmente.

«Corpo di Bacco! disse d’Artagnan, altri venti doppie perdute! Ma, capitano Groslow, avete troppa fortuna; non può durare così!»

E mise fuori altre venti monete.

«Capitano, un tiro solo; queste venti doppie in un botto, sull’ultimo.

«Sia pure, apprestò l’Inglese».

E voltò due carte, conforme è l’uso, un re per d’Artagnan, un asso per sè.

«Re! fece il tenente, è buon augurio.... Ehi! messer Groslow, aggiunse, badate al re!»

E non ostante il potere che aveva sovra sè stesso, lasciò trapelare dall’accento qualche cosa di straordinario che fece scuotere il suo avversario.

Groslow principiò a voltare le carte una dopo l’altra; se voltava prima un asso aveva vinto, se un re, avea perduto. Voltò un re.

«Ah! finalmente!» esclamò d’Artagnan.

Tosto si alzarono Athos ed Aramis; Porthos fè un passo indietro. Erano prossimi a splendere spade e pugnali. Ma ad un tratto fu aperta la porta, e si mostrò sulla soglia Harrison, accompagnato da un uomo involto in un ferrajuolo.

A tergo a costui si vedevano rilucere i moschetti di cinque o sei soldati.

Groslow si rizzò con impeto, vergognandosi di esser còlto fra mezzo alle bottiglie, ai dadi e alle carte. Harrison non pose mente a lui, ed entrato nella stanza del re con quello che lo seguiva, disse:

«Carlo Stuart, ci giunge l’ordine di condurvi a Londra senza fermarsi nè di notte nè di giorno: apparecchiatevi a partire sull’atto.

«E da parte di chi viene l’ordine? domandò Carlo.

«Dal generale Oliviero Cromvello».

Ed Harrison continuò:

«Ecco il signor Mordaunt, che n’è il latore e incaricato di farlo eseguire.

«Mordaunt!...» esclamarono i quattro camerati guatandosi scambievolmente.

D’Artagnan tolse di sul tavolino tutto il danaro perduto da lui e da Porthos e se lo cacciò nell’ampia saccoccia. Athos ed Aramis gli si posero a tergo. A quel movimento Mordaunt si voltò e li riconobbe, e diede un’esclamazione di gioja selvaggia.

«Ho idea che siamo presi, disse sommessamente d’Artagnan agli amici.

«Non per anco, fece Porthos.

«Colonnello! colonnello! gridò Mordaunt, fate che si circondi questa stanza, siete tradito. Questi quattro Francesi sono fuggiti da Newcastle, e vogliono sicuramente portar via il re! siano tosto arrestati!

«Oh giovanotto! disse d’Artagnan sguainando la spada, codesto è ordine più facile a darsi che ad eseguirsi».

E segnandosi attorno un tratto terribile di molinello:

«Amici! ritirata! ritirata!»

Nel medesimo tempo si avventò sulla porta, ed atterrò due soldati che la custodivano prima che avessero campo di caricare i moschetti; Athos ed Aramis gli furono appresso; Porthos fece da retroguardia, e innanzi che soldati, uffiziali e colonnello avessero agio a prender fiato, erano tutti e quattro in istrada.

«Fuoco! gridò Mordaunt, fuoco su coloro!»

Di fatti vi furono due o tre spari di fucile, ma non sortirono altro effetto se non di mostrare i quattro fuggiaschi che sani e salvi giravano dall’angolo della contrada.

I cavalli erano al luogo prefisso, i servi ebbero soltanto da gettar le briglie ai padroni, i quali si trovarono in sella con la leggerezza di esperti cavallerizzi.

«Innanzi! disse d’Artagnan, e forte di sprone!»

E tutti seguendo lui corsero ripigliando la stessa via fatta nel giorno, cioè dirigendosi in verso Scozia. Il borgo non aveva porta nè mura, e quindi essi ne uscirono senza difficoltà.

A distanza di cinquanta passi dall’ultima casa d’Artagnan si soffermò e disse agli altri:

«Alto!

«Come alto! esclamò Porthos, anzi di galoppo, volete dire.

«Niente affatto! Questa volta vorranno inseguirci; lasciamoli venir fuori dal borgo e correrci appresso sulla strada di Scozia, e quando gli avremo visti a passare volando, noi prenderemo il cammino opposto».

A breve spazio di là era un ruscello, e su questo un ponte; d’Artagnan menò il suo destriero sotto l’arco dei ponte, gli amici pure vi andarono seco.

Dopo dieci minuti appena che stavano colà udirono avvicinarsi di galoppo una turba d’uomini a cavallo. E indi a cinque minuti questa transitava di sopra alle loro teste, senza figurarsi che quelli di cui andava in cerca non erano da lei separati se non che dalla sola grossezza della vôlta del ponte.

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LXVII

Londra.

Perduto che si fu in lontananza lo strepito del camminare dei destrieri, d’Artagnan tornò sulla riva del fiumicello, e si mise a battere la pianura, orizzontandosi quanto fosse possibile inverso Londra. I tre amici lo seguitarono in silenzio sino a che mediante un mezzo giro si fossero lasciata molto indietro la città.

«Per questa volta, disse il nostro tenente, allorchè si stimò assai lungi dal punto della partenza per mutare in trotto il galoppo già preso, credo assolutamente che tutto è perduto, e che quanto di meglio possiamo fare si è di recarci in Francia. Athos, che vi pare di questa proposizione? non la trovate ragionevole?

«Sì, rispose Athos, ma l’altro giorno voi pronunziaste un detto nobile e generoso: e fu — Morremo qui! — or io ve lo rammento.

«Oh! soggiunse Porthos, la morte è nulla; non già la morte deve inquietarci, poichè non sappiamo ciò ch’ella sia, ma mi tormenta la idea di una sconfitta. Dal modo in cui principiano le cose, vedo che ci converrà dar battaglia a Londra, alle provincie, a tutta l’Inghilterra, e per verità non può mancare che alla fine siamo battuti.

«Dobbiamo assistere sino all’ultimo a quella grande tragedia, disse Athos, e non abbandoneremo l’Inghilterra se non dopo lo scioglimento qualunque esso sia. Siete della mia opinione, Aramis?

«Interamente, caro conte. D’altronde vi confesso che non m’increscerebbe di ritrovare il Mordaunt; mi sembra che abbiamo un conto da regolar seco, e che non siamo usi a lasciare i paesi senza pagare queste sorte di debiti.

«Oh! questo è tutt’altro, fece d’Artagnan, ed ecco una ragione che mi par plausibile. In quanto a me dichiaro che per rinvenire il Mordaunt che voi dite resterò in Londra, occorrendo, anche un anno. Bensì procuriamoci l’alloggio presso ad una persona sicura, ed in maniera di non destare sospetti, giacchè a quest’ora messer Cromvello deve farci cercare, e da quel che ho potuto giudicarne e’ non è uomo che scherzi. Athos, conoscete in tutta la città una locanda dove si abbiano lenzuola pulite, biscotto passabile e vino che non sia fatto con luppolo e ginepro?

«Credo di aver quanto bramate, rispose Athos. Di Winter ci condusse da un tale che diceva fosse un antico Spagnuolo naturalizzato inglese mercè le ghinee dei suoi nuovi concittadini. Che ne pensate, Aramis?

«Eh! il progetto di fermarci dal signor Perez mi sembra convenientissimo, sicchè per me io lo adotto. Invocheremo la rimembranza del povero di Winter, per cui dimostrava grande venerazione; gli diremo che veniamo come amatori per vedere quel che succede; spenderemo da lui una ghinea per ciascuno al giorno, e credo che con tali precauzioni potremo stare assai quieti.

«Di una però vi dimenticate, Aramis, ed anche importante.

«E quale?

«Di cambiar vestimento.

«Oibò! disse Porthos, perchè cambiarli? ci stiamo tanto comodamente!

«Per non essere riconosciuti, replicò d’Artagnan; i nostri abiti sono di un taglio e quasi di un colore tutto eguale che accusa a prima vista il Frenchman; ed io non sono così attaccato alla forma del mio giubbetto o alla tinta delle brache, per arrischiarmi per amor di questi ad essere appiccato a Tyburn o andare a fare una passeggiata nell’Indie. Mi comprerò subito un abito color marrone: ho osservato che tutti quegli imbecilli di puritani ne vanno matti fanatici.

«Ma ritroverete colui? domandò Aramis.

«Oh! di certo; abitava in Green-Hall-street, Bedford’s tavern; e poi nella Città-Vecchia io andrei a chius’occhi, rispose Athos.

«Vorrei digià esservi, disse d’Artagnan, e il mio sentimento sarebbe d’arrivare a Londra innanzi giorno, qualora pure dovessimo fare scoppiare le nostre bestie.

«Andiamo, andiamo, fece Athos, giacchè se non m’inganno ne’ miei calcoli, non dobbiamo esserne lontani più di otto o dieci leghe».

Tutti si sollecitarono, e giunsero di fatti la mattina intorno alle cinque. Alla porta da cui si presentarono li fermò un corpo di guardia, ed Athos rispose in buonissimo inglese esser eglino inviati dal colonnello Harrison a prevenire il suo collega master Pridge del prossimo arrivo del re. Questa risposta trasse ad alcune interrogazioni sopra la presa del re, ed Athos diede ragguagli sì precisi e positivi, che se pure i guardiani avevano qualche sospetto lo perderono del tutto. E quindi fu dato libero il passo a’ quattro camerati con ogni specie di congratulazioni puritane.

Athos aveva detto il vero, andò direttamente a Bedford’s tavern, e si fe’ riconoscere dall’oste, il quale contentissimo di vederlo tornare in compagnia sì numerosa e bella, ordinò si allestissero tosto le migliori stanze.

Benchè non fosse per anco giorno, i nostri quattro viaggiatori avevano trovata tutta Londra sossopra. Erasi sparsa fin dalla sera innanzi la voce che il re, condotto dal colonnello Harrison, s’incamminasse verso la capitale, e molti non si erano coricati per tema che lo Stuart, conforme lo chiamavano, arrivasse di notte, ond’eglino avessero a perdere lo spettacolo del di lui ingresso.

Noi ci ricordiamo che il progetto di mutar panni si era adottato a voti unanimi, meno la lievissima opposizione di Porthos. Si passò dunque a porlo in esecuzione. Il locandiere fece portare abiti di tutte le sorta, come se intendesse rimettere a nuovo la sua guardaroba. Athos ne pigliò uno nero, che gli dava tutta l’aria di un onesto particolare; Aramis, non volendo lasciar la spada, lo scelse verde cupo di taglio alla militare; Porthos si sentì allettato da un giubbetto rosso co’ calzoni verdi; d’Artagnan, che aveva digià fissato anticipatamente il colore, non ebbe più da badare che alla gradazione di questo, e sotto il vestito marrone che tanto desiderava, rappresentava al naturale un negoziante di zuccheri ritiratosi dal commercio.

Grimaud e Mousqueton, che non portavano livrea, si trovarono bell’e immascherati. D’altronde, Grimaud offeriva il tipo quieto, magro e sostenuto dell’Inglese circospetto; e Mousqueton quello dell’Inglese grasso, panciuto e scioperato.

«Adesso, disse d’Artagnan, si passi all’essenziale: tagliamoci i capelli, onde non essere insultati dalla plebaglia. Non essendo più gentiluomini mediante la spada, siamo puritani pell’acconciatura. È questo, come sapete, il punto importante che separa il covenantaire dal cavaliero.

Su questo punto importante d’Artagnan trovò indocilissimo Aramis: esso voleva ad ogni modo conservarsi la chioma che aveva bella e di cui aveva grandissima cura, e fu d’uopo che Athos, al quale erano indifferenti tutte le quistioni, gli desse l’esempio. Porthos porse senza difficoltà la testa a Mousqueton, che recise a larghe forbiciate la folta e dura capigliatura. D’Artagnan si accomodò di per sè un capo di capriccio che somigliava un poco a una medaglia dei tempi di Francesco I e di Carlo IX.

«Siamo pur brutti! disse Athos.

«Mi pare che puzziamo di puritani da far paura! disse Aramis.

«Sento freddo alla zucca, disse Porthos.

«Ed io, disse d’Artagnan, ho voglia di predicare.

«Ora, soggiunse Athos, che neppur da per noi ci riconosciamo, e in conseguenza non abbiamo timore che gli altri ci ravvisino, si vada a veder entrare il re: se ha camminato tutta la notte, non deve essere lontano da Londra».

Infatti non passarono due ore dacchè i quattro camerati si erano mischiati tra la folla, che un gran movimento annunziò la venuta di Carlo. Gli era stata mandata incontro una carrozza, e il gigantesco Porthos che colla sua testa sorpassava tutte le altre avvertì qualmente il regio cocchio si avvicinava; d’Artagnan si drizzò in punta di piedi, mentre Athos ed Aramis stavano in ascolto onde procurare di farsi un’idea dell’opinione generale. Frattanto la carrozza passò e d’Artagnan riconobbe Harrison e Mordaunt, ciascuno accanto a uno sportello.

Il popolo poi, di cui Athos ed Aramis studiavano le impressioni, mandava un precipizio d’imprecazioni contro a Carlo.

Athos ritornò dentro disperato.

«Eh! gli diceva d’Artagnan, vi ostinate inutilmente, ed io vi protesto che la situazione è pessima. In quanto a me, non mi ci associo se non per cagion vostra, e per un tal quale interesse di artista in politica a uso moschettiere, e stimo che sarebbe una bella cosa sottrarre a quei clamorosi la lor preda e farci beffe di loro. Ci rifletterò».

All’indomani Athos, affacciatosi al balcone che dava sui quartieri più popolosi della Città-Vecchia, udì gridare il bill del parlamento che traduceva alla sbarra l’ex-re Carlo I, reo presunto di tradimento e abuso di potere.

D’Artagnan gli stava vicino, Aramis esaminava una carta, Porthos era assorto nell’ultime delizie di una colazione squisita.

«Il parlamento? esclamò Athos, non può essere che il parlamento abbia dato un simile bill.

«Ascoltate, fece d’Artagnan; io intendo poco l’inglese, ma siccome l’inglese non è altro che un francese mal pronunziato, ecco quel che odo: Parliament’s bill, lo che significa bill del parlamento, o Dio mi danni! come dicono qua».

Nell’istante entrava l’oste; Athos gli accennò di accostarsi e gli domandò in inglese:

«Il parlamento ha dato quel bill?

«Si, milord, il parlamento puro.

«Come, il parlamento puro? vi sono dunque due parlamenti?

«Amico, interruppe d’Artagnan, siccome io non capisco l’inglese, ma noi tutti intendiamo lo spagnuolo, fateci il piacere di discorrerci in questa lingua, ch’è la vostra, e che in conseguenza dovete aver genio a parlare quando ne trovate l’occasione.

«Benissimo!» soggiunse Aramis.

Di Porthos, già lo avvertimmo, tutta l’attenzione era concentrata sull’osso di una costoletta che si occupava a spogliare della polputa sua invoglia.

«Sicchè mi domandavate? riprese il locandiere in ispagnuolo.

«Domandavo, rispose Athos nello stesso idioma, se v’erano due parlamenti, uno puro ed uno impuro?

«Oh questa è bizzarra! disse Porthos alzando il capo lentamente e guardando meravigliato i compagni; dunque adesso capisco l’inglese, intendo ciò che voi dite.

«Perchè parliamo spagnuolo, mio caro, gli replicò Athos col suo solito sangue freddo.

«Ah diascolo! me ne dispiace, sarebbe stata per me una lingua di più.

«Quando dico il parlamento puro, señor, ribattè l’oste, discorro di quello appurato dal signor colonnello Pridge.

«Ah! davvero, fece d’Artagnan, queste genti sono molto ingegnose; bisognerà che al mio ritorno in Francia io insegni questo mezzo al Mazzarino e al Coadjutore: uno appurerà in nome della corte, l’altro in nome del popolo, talmentechè non vi sarà affatto più parlamento.

«Chi è il colonnello Pridge? chiese Aramis, e in che maniera si è regolato per appurare il parlamento?

«Il colonnello Pridge, rispose lo Spagnuolo, è un antico carrettajo, uomo di molto spirito, il quale guidando il suo barroccio aveva osservata una cosa, cioè: che quando si trovava davanti per la via una pietra, era più breve levar la pietra che provarsi a farci passar sopra le ruote. Ora in duecento e cinquantun membro di cui si componeva il parlamento, cento novantuno gli davano noja ed avrebbero potuto far ribaltare la sua carretta politica; li prese come in addietro pigliava i sassi, e li gettò fuori dalla camera.

«Bellissima! disse d’Artagnan, che come uomo di spirito stimava assai lo spirito dovunque lo incontrava.

«E tutti quegli espulsi erano Stuartisti? chiese Athos.

«Senza dubbio, señor, e comprenderete che avrebbero salvato il re.

«Perdinci! disse maestosamente Porthos, formavano la maggiorità.

«E voi pensate, continuò Aramis, che egli consentirà a comparire dinanzi a un tal tribunale?

«Necessariamente, rispose lo Spagnuolo; se tentasse un rifiuto, il popolo ve lo costringerebbe.

«Grazie, maestro Perez, fece Athos; ormai sono chiarito abbastanza.

«Principiate voi a credere, Athos, seguitò d’Artagnan, che ell’è una causa perduta, e che con gli Harrison, i Joyce, i Pridge ed i Cromvelli, non saremo mai in grado di metterci a pari?

«Il re sarà consegnato ai tribunali, ripicchiò Athos; lo stesso silenzio de’ suoi partigiani dà indizio di un complotto».

D’Artagnan si strinse nelle spalle.

«Ma, disse Aramis, se osano sentenziare il loro re, lo condanneranno all’esiglio o alla carcere, e questo è tutto».

Il nostro tenente guascone fischiettò la sua arietta di incredulità.

«Lo vedremo, fece Athos, giacchè mi figuro che andremo alle sedute.

«Non avrete mica da aspettar di molto, disse l’oste, perchè lo incominciano domani.

«Orsù, soggiunse Porthos, ma dunque era istrutto il processo avanti che fosse preso il re?

«Di certo! ribattè d’Artagnan, lo principiarono nel giorno ch’ei fu comprato.

«Sapete, proseguì Aramis, che il nostro amico Mordaunt fu quello che fece, se non il negozio, almeno le prime proposizioni.

«E voi sapete, rispose d’Artagnan, che dovunque mi cada fra le mani, io lo ammazzo, il signor Mordaunt!

«Oibò! fece Athos, uno sciagurato simile!

«Appunto perchè è uno sciagurato, lo uccido. Ah! mio caro, io secondo bastantemente le vostre volontà, per che siate indulgente alle mie. E poi, per questa volta, vi piaccia o no, vi dichiaro che il Mordaunt non sarà ammazzato se non da me.

«E da me, aggiunse Porthos.

«E da me, crebbe anco Aramis.

«Commoventissima unione unanime! esclamò d’Artagnan, che ben si conviene a buoni cittadini quali noi siamo. Andiamo a far un giro per la città; Mordaunt non ci riconoscerà a quattro passi di distanza con la nebbia che v’è. Si vada a bere un po’ di nebbia.

«Sì, disse Porthos, sarà un cambiamento dalla birra».

E i quattro amici uscirono, per pigliare, secondo suol dirsi, un po’ d’aria del paese.

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LXVIII

Il processo.

Al dì seguente numerosa guardia condusse Carlo I. innanzi l’alta corte che dovea giudicarlo.

Grandissima folla ingombrava le strade e le case vicine al palazzo; e perciò, mossi appena pochi passi, i quattro camerati furono trattenuti dall’ostacolo quasi non superabile di quel muro vivente; parecchi del volgo, robusti e sdegnati, respinsero persino Aramis sì malamente, che Porthos alzò il formidabile pugno e lo lasciò ricadere sul muso infarinato di un fornajo, il quale tosto variato il colore si cosparse di sangue, acciaccato qual era a modo di un grappolo d’uva matura. La faccenda mosse a gran susurro; tre uomini andarono per avventarsi addosso a Porthos; Athos ne discostò uno, d’Artagnan il secondo, e Porthos si fece balzare il terzo di sopra al capo. Parecchi Inglesi dilettanti di pugilato, apprezzarono la maniera veloce e facile con cui si era eseguita la manovra, e batterono le mani. E mancò poco allora, che invece di essere accoppati, conforme cominciavano a temere, Porthos e i suoi compagni fossero portati in trionfo; ma i nostri quattro viaggiatori che avevano paura di tutto quanto potesse farli troppo comparire, arrivarono a sottrarsi alla ovazione. Non ostante guadagnarono una cosa in quella erculea dimostrazione, e fu che la folla si diradò davanti a loro, e pervennero al resultato apparso prima impossibile, cioè di arrivare al palazzo.

Affollavasi tutta Londra alle porte delle tribune; e così allorchè i quattro amici poterono penetrare da una di queste, trovarono occupati i tre primi sedili. Era poco male per genti che bramavano di non essere riconosciute; sicchè presero i loro posti, soddisfattissimi di esser giunti a quel punto, tranne Porthos che desiderava mostrare il giubbetto rosso e i calzoni verdi, e a cui incresceva di non essere alla prima fila.

Le panche stavano disposte a guisa di anfiteatro, e i quattro colleghi dal loro luogo dominavano su tutta l’adunanza. Il caso appunto aveva fatto sì che fossero entrati nella tribuna di mezzo e si trovassero di faccia al seggiolone apparecchiato per Carlo I.

Verso le undici ore antimeridiane comparve il re sulla soglia del salone. Passò, circondato da guardie, ma col cappello in testa, e tranquillo all’aspetto, e volse per ogni dove lo sguardo sostenuto, quasi venisse a presiedere a una assemblea di sudditi sottomessi, e non a rispondere alle accuse di una corte ribelle.

I giudici, superbi di aver da umiliare un re, si accingevano, per quanto scorgevasi, a prevalersi di questo diritto arrogatosi. In conseguenza, capitò un usciere a dire a Carlo I qualmente era d’uso che l’incolpato stesse nuda la testa davanti a’ suoi giudici.

Carlo, senza risponder parola, si cacciò più innanzi che mai il cappello, e volse il capo da altro lato: e allontanatosi l’usciere, sedè sulla sedia preparata di faccia al presidente, sferzandosi gli stivali con un giunchetto che teneva in mano.

Parry, il quale lo accompagnava, stette ritto dietro a lui.

D’Artagnan, ben anzi che badare a tutto quel cerimoniale, guardava Athos, sul cui sembiante si riflettevano tutte le emozioni che il re pel gran dominio che avea sopra sè stesso sbandiva dal suo. E lo spaventò l’agitazione di Athos, comunemente cotanto freddo e tranquillo.

«Io spero, gli disse all’orecchio, che prendiate esempio da Sua Maestà, e non vi facciate scioccamente uccidere in questa gabbia.

«Non dubitate, fece Athos.

«Ah ah! continuò d’Artagnan, pare che si tema di qualche cosa, giacchè ecco che si raddoppiano le guardie; non avevamo che partigiane, e ora vi sono moschetti; ormai ve n’è per tutti; le partigiane concernono gli auditori del magistrato, i moschetti sono per noi.

«Trenta, quaranta, cinquanta, settanta uomini, disse Porthos contando i sopraggiunti.

«Eh! fece Aramis, vi scordate dell’uffiziale; e sì, mi sembra meriti di essere tenuto a calcolo.

«Sì sì! disse d’Artagnan».

E impallidì dalla collera, perocchè aveva riconosciuto Mordaunt, che con la spada sguainata conduceva i moschettieri dietro al re, vale a dire rimpetto alle tribune.

«Ci avesse egli mai riconosciuti? mormorò il tenente, in tal caso batterei pulitamente la ritirata. Non ho gusto che mi si imponga un modo determinato di morte, e desidero di morire a genio mio..... e non mi garba di essere fucilato in una spelonca.

«No, risposo Aramis, non ci ha visti. Egli non vede altro che il re. Cospettaccio! con che occhi lo guarda, l’insolente! Avesse mai tant’odio per Sua Maestà quanto ne ha contro di noi?

«Caspita! soggiunse Athos, noi non gli abbiamo tolto che la madre, e il sovrano lo spogliò del suo nome e del suo patrimonio.

«È vero, confermò Aramis, ma silenzio! ecco il presidente che parla al re».

Infatti il presidente Bradshaw interpellava l’augusto imputato.

«Stuart, ei disse, ascoltate l’appello nominale de’ vostri giudici, e avanzate le osservazioni che avete da fargli».

Carlo, quasi l’invito non fosse a lui diretto, si girò da altra parte.

Bradshaw aspettò, e non venendo veruna risposta fu un momento di pausa.

In cento sessantatrè membri indicati, settantatrè soltanto potevano rispondere, perocchè gli altri atterriti dalla complicità di un tale atto si erano astenuti.

«Procedo all’appello, disse Bradshaw senza mostrare di por mente alla mancanza di tre quinti dell’assemblea».

E cominciò a nominare un dopo l’altro i membri presenti ed assenti.... si facevano sentire con voce forte o debole, secondochè aveano o no coraggio da sostenere la loro opinione; alla chiamata degli assenti due volte ripetuta succedeva breve silenzio.

Venne il nome del colonnello Fairfax, e dopo questo silenzio, corto sì, ma solenne, di quelli che manifestavano l’assenza dei membri i quali non aveano voluto prender parte personalmente al giudizio.

«Il colonnello Fairfax! ripetè Bradshaw.

«Fairfax? disse in modo di scherno una voce che dal suono si riconobbe esser di donna, oh! ha troppo buon senso per esser qui».

Un grande scroscio di risa accolse queste parole, profferite con l’audacia che le donne traggono appunto dalla lor debolezza, la quale però le sottrae a qualunque vendetta.

«È voce di femmina! esclamò Aramis, ah! quanto darei per che fosse bella e giovane!»

E salì sul gradino onde procurar di vedere nella tribuna da cui si erano partite quelle parole.

«Oh! sull’anima mia è pure avvenente! fece Aramis stesso, mirate un po’, d’Artagnan, tutti la osservano, e non ostante lo sguardo di Bradshaw non è impallidita.

«È lady Fairfax in persona, rispose d’Artagnan, Porthos, ve ne rammentate? la vedemmo col suo marito dal generale Cromvello».

Indi a poco si ristabilì la calma turbata da questo episodio, e ricominciò la chiamata.

«Quei bricconi scioglieranno la seduta quando si accorgeranno di non essere in numero sufficiente, disse il conte di la Fère.

«Athos, voi non li conoscete: badate al sorriso di Mordaunt, vedete come guarda il re. È quello lo sguardo di uno che tema che gli fugga la sua vittima? no no! è il sogghigno dell’odio soddisfatto, della vendetta prossima ad esser paga. Ah, maledetto basilisco! bel giorno sarà per me quello in cui teco incrocierò ben altro che un’occhiata!

«Il re è veramente bello! disse Porthos, e poi notate, ancorchè prigioniero, quanto è ben vestito. La penna che ha al cappello vale per lo meno cinquanta doppie; osservatela, Aramis».

Terminato l’appello, il presidente diede ordine di passare alla lettura dell’atto di accusa.

Athos si fece smorto: era deluso anco una volta nella sua aspettativa. Sebbene i giudici fossero in numero non bastevole s’intavolerebbe il processo; il re era condannato anticipatamente.

«Ve lo aveva detto, Athos! fece d’Artagnan con un moto delle spalle, ma voi dubitate sempre. Ora dunque prendetevi a due mani il vostro coraggio, ed ascoltate senza farvi troppo cattivo sangue, ve ne prego, gli orrori che quel signorino abbigliato di nero dirà del suo re, con licenza e privilegio».

Diffatti non mai peranche incolpazione più brutale, più vili ingiurie, più sanguinosa requisitoria, abbassata avevano la regia maestà. Fino allora la gente si era contentata di assassinare i re, ma almeno non si erano prodigati gl’insulti se non se a’ loro cadaveri.

Carlo I ascoltava i discorsi dell’accusatore con attenzione particolare, lasciando passare le ingiurie, contenendo ogni lagnanza, e quando l’odio straboccava di soverchio, quando lo accusatore si faceva boja innanzi tempo, ei rispondeva con un sorriso sprezzante. In conclusione, era un’opra grande e terribile quella in cui l’infelice re ritrovava tutte le sue imprudenze cambiate in insidie, e i suoi errori trasformati in delitti.

D’Artagnan, il quale lasciava scorrere quel torrente di oltraggi con tutto il disprezzo che meritavano, fermò bensì la sua mente giudiziosa sopra alcune delle incolpazioni.

«Fatto sta, egli disse, che se si punisce per imprudenza e leggerezza, questo povero re è degno di punizione; ma a me sembra che quella che attualmente ei subisce sia troppo cruda.

«In ogni caso, rispose Aramis, il castigo non potrebbe cogliere il re, ma soltanto i suoi ministri, poichè la prima legge della costituzione inglese si è: Il re non può fallare.

«Per me, pensava Porthos mentre guardava Mordaunt e non si occupava se non di lui, se non fosse turbare la maestà della circostanza salterei giù dalla tribuna, in due balzi mi avventerei sopra il Mordaunt e lo strangolerei, e presolo per i piedi picchierei col suo corpo tutti questi moschettieri che fanno la parodia ai moschettieri di Francia; nel frattempo d’Artagnan pieno di spirito e di prontezza forse troverebbe un mezzo di salvare il re. Bisognerà ch’io glie ne parli».

Athos, poi, col fuoco sulla faccia, chiuse le pugna, insanguinatesi le labbra a forza di mordersele, buttava spuma dalla bocca, furibondo per quel lunghissimo insulto parlamentare e per la costante pazienza regale; ed in lui il braccio inflessibile e l’irremovibile cuore si erano cangiati in mani tremanti e corpo assalito da’ brividi.

Nel momento l’accusatore terminava il suo ufficio con questi detti:

«La presente accusa si produce da noi in nome del popolo inglese».

A tali parole fuvvi un bisbiglio sulle tribune, e dietro a d’Artagnan tuonò una voce, non voce di donna, ma d’uomo, voce sonora e fierissima, la quale esclamò:

«Tu menti! e i nove decimi del popolo inglese hanno orrore di ciò che tu dici».

Era Athos, che fuori di sè, ritto, col braccio teso, così interpellava il pubblico accusatore.

A siffatta apostrofe, re, giudici, spettatori, tutti si volsero verso la tribuna dov’erano i quattro amici. Mordaunt fece altrettanto, e ravvisò il gentiluomo attorno a cui si erano alzati gli altri due Francesi, scolorita la faccia e minacciosi. Gli brillarono gli occhi per la gioja, chè ritrovava al fine coloro alla ricerca e alla morte dei quali aveva consacrata la propria vita. Con un moto furibondo chiamò a sè venti de’ suoi moschettieri, e additando la tribuna dove stavano i suoi nemici, gridò:

«Fuoco su quella tribuna!»

Però allora, rapidi al pari del pensiero, d’Artagnan afferrando a mezzo al corpo Athos, Porthos portando seco Aramis, balzarono giù dai gradini, si slanciarono nei corridoj, scesero velocemente le scale, e si perderono tra la folla, mentre nell’interno della sala i moschetti abbassati minacciavano tremila spettatori, che con le lor grida, col loro spavento, trattennero lo slancio già dato alla strage.

Carlo pure aveva riconosciuti i quattro francesi, e si era posta una mano sul cuore onde frenarne i palpiti, e l’altra sugli occhi per non vedere uccidere i suoi amici.

Mordaunt, bianco e tremante dalla rabbia, si precipitò fuori dalla sala, nuda in pugno la spada, con dieci alabardieri, indagando tra la moltitudine, e interrogando, e poi ritornò indietro senza aver trovato nulla.

Finalmente si ristabilì la calma.

«Che avete voi da dire per vostra difesa? domandò Bradshaw al re.

«Innanzi d’interrogarmi, disse Carlo, rispondetemi. Io era libero in Newcastle, ed avevo colà conchiuso un trattato con le due camere. In vece di eseguire per parte vostra il trattato ch’io dal mio lato adempieva, mi compraste dagli Scozzesi, non a caro prezzo, lo so, e ciò fa onore all’economia del vostro governo; ma perchè mi pagate al prezzo di uno schiavo, sperate forse ch’io abbia cessato di essere il vostro re? No no! Io dunque non vi risponderò se non quando mi avrete giustificati i vostri diritti ad interrogarmi: il rispondervi sarebbe come riconoscervi per giudici miei, ed io non vi riconosco che per miei carnefici».

E in mezzo a un silenzio di morte, Carlo, tranquillo, altero, e sempre coperta la testa, nuovamente si assise.

«Ah! perchè non sono là, i miei Francesi? mormorò poscia con orgoglio e volgendo il ciglio verso la tribuna ove essi erano comparsi dapprima, vedrebbero che il loro amico, vivo, è degno di esser difeso, e morto, di esser pianto».

Invano però ricercava tra la folla, e in certo modo chiedeva a Dio la loro dolce e consolante presenza; non vide altro che fisonomie stupide ed impaurite, e si sentì alle prese con l’odio e la ferocia.

«Ebbene, disse il presidente dacchè Carlo mantenevasi deciso a tacersi, noi vi giudicheremo ad onta del vostro silenzio. Siete accusato di tradimento, abuso di potere, ed assassinio. Faranno fede i testimoni. Andate, ed una prossima seduta compirà ciò che negate di fare in questa».

Carlo si alzò, e voltosi a Parry, cui vedeva pallido e bagnate le tempie di sudore, gli domandò:

«Che hai tu, mio buon Parry? e di che tanto ti agiti?

«Oh sire! questi rispose con le lacrime agli occhi e in tuono supplice, sire, all’uscire dalla sala non guardate a sinistra!

«E perchè?

«Non guardate, ve ne scongiuro, mio re!

«Ma che v’è mai?.... parla! continuò il re procurando distinguere tra la fila di guardie che stavagli a tergo.

«V’è.... ma, sire, non guarderete, è vero? v’è che sopra una tavola hanno fatto portare la scure con la quale si giustiziano i rei. È orribil vista! non guardate, sire, io ve ne supplico!

«Stupidi! fece Carlo, dunque mi credono vile al pari di loro?.... Grazie, Parry, facesti bene ad avvertirmi».

Ed essendo il momento di ritirarsi, uscì seguendo i suoi custodi.

In fatti, a sinistra dalla porta brillava di un tristo riflesso, cioè di quello del tappeto rosso su cui era posata, la bianca scure col lungo manico forbito del carnefice.

Carlo giunto a questa di faccia si soffermò.

«Ah ah! disse ridendo, la mannaja! spauracchio ingegnosissimo e degno di coloro i quali non sanno che siasi un gentiluomo; tu non mi fai paura, scure del boja, aggiunse sferzandola col giunco sottile e pieghevole che aveva in mano, ed io ti percuoto aspettando cristianamente e con pazienza che tu a me faccia altrettanto».

Ed in atto di sommo disprezzo proseguì il suo cammino, e lasciò attoniti quelli che si erano affollati attorno alla tavola onde vedere che ciera avrebbe il re nel mirar la bipenne che separar doveva dal suo corpo la testa.

«In verità, Parry, disse il re mentre si allontanavano, quelle genti, Dio mi perdoni, mi prendono per un mercante di cotone delle Indie, e non per un gentiluomo uso a veder brillare il ferro. Si pensano forse ch’io non valga quanto un macellajo?»

Intanto che profferiva queste parole, arrivava alla porta. Era accorsa lunga fila di popolo, che non avendo potuto trovar posto nelle tribune voleva almeno godere della fine dello spettacolo di cui aveva perduta la parte più interessante. Quella innumerevole moltitudine, fra la quale abbondavano minacciose fisonomie, fece mandare al re un piccolo sospiro.

«Quanta gente, ei pensò, e non un amico zelante!»

E mentre pronunziava fra sè questi accenti di dubbio, di coraggimento, una voce a lui vicina disse rispondendo:

«Salve alla decaduta Maestà!»

Il re si volse con impeto; aveva al cuore ed agli occhi le lacrime.

Quegli che sì parlava era un vecchio soldato delle sue guardie, che non voleva vedersi a passare dinanzi il suo re prigioniero senza rendergli quest’ultimo omaggio.

Ma all’istante medesimo, l’infelice fu quasi ucciso a colpi di pomo di spada.

Fra quei che lo accoppavano, il re ravvisò il capitano Groslow.

«Ahimè! disse Carlo, che castigo terribile per fallo sì lieve!»

Ed angustiato continuò ad andare avanti.

Ma non aveva fatto cento passi, che un furibondo, chinandosi fra mezzo a due soldati schierati, sputò sul viso al re.

Echeggiarono insieme e risate e tristissimo mormorio; la calca si diradò, si riavvicinò, ondulando come un mar burrascoso, ed a Carlo sembrò di veder rilucere fra quell’onda vivente gli occhi infuocati di Athos.

Carlo si asciugò la guancia, e disse con un mesto sorriso:

«Sciagurato! per mezza lira farebbe altrettanto a suo padre!»

Il sovrano non si era ingannato; avea distinto effettivamente Athos ed i suoi amici, che, mescolatisi di nuovo alla turba, scortavano con un ultimo sguardo il re martire.

Quando il soldato salutò Carlo, balzò ad Athos il petto dal giubilo, e quel misero, allorchè fu in sè rinvenuto, si trovò nella saccoccia dieci ghinee depostevi furtivamente dal gentiluomo francese; ma quando il vile oltraggiatore sputò sulla faccia al re prigioniero, Athos mise mano al pugnale.

Lo trattenne però d’Artagnan, dicendogli con voce rauca:

«Aspetta!»

D’Artagnan non aveva mai dato del tu nè ad Athos nè al conte di la Fère.

Athos si ristette.

D’Artagnan si appoggiò su di lui, accennò a Porthos e ad Aramis di non allontanarsi, e venne a collocarsi dietro all’uomo, che colle braccia ignude rideva tuttavia dell’infame suo scherzo e riceveva le congratulazioni di parecchi altri furibondi.

Colui s’incamminò verso la Città-Vecchia. Il nostro tenente Guascone, sempre reggendosi ad Athos, lo seguitò, facendo segno ad Aramis e a Porthos di andargli appresso.

L’uomo dalle braccia scoperte, che pareva un garzone di macellajo, discese con due compagni da una straduzza ripida ed isolata che dava sul fiume. D’Artagnan, scioltosi dal braccio dell’amico, andava a tergo all’oltraggiatore.

Quei tre, giunti vicini alla riva, si accorsero di esser seguìti: si fermarono, e guatando con insolenza i Francesi ricambiarono fra loro alcuni lazzi.

«Io non so l’inglese, disse d’Artagnan ad Athos, ma voi lo sapete, e mi farete da interprete».

Raddoppiarono il passo, e superarono nel cammino gl’Inglesi. Ma d’Artagnan, giratosi ad un tratto, andò incontro al macellajo, il quale si ristette, e toccatolo sul petto con la cima dell’indice, disse all’amico:

«Athos, ripetetegli questo: — sei stato un vile, hai insultato un uomo privo di difesa, hai lordata la faccia del tuo re, ora morrai!.... — »

Athos, pallido come una larva, ed a cui d’Artagnan teneva stretto il pugno, tradusse quelle strane parole al disgraziato, che, visti i fieri preparativi e l’occhio terribile di d’Artagnan, voleva tentare di difendersi. A questo moto Aramis mise mano alla spada.

«No no! il ferro no! gridò d’Artagnan, il ferro è pei gentiluomini!»

Ed afferrato pel collo il beccajo, soggiunse:

«Porthos! voi con un pugno ammazzatemi questo scellerato!»

Porthos alzò il braccio tremendo, lo fece sibilare per aria come una frombola, e la pesantissima mole cadde con gran fracasso sul cranio del vile e glielo infranse.

L’uomo cascò come farebbe un bue sotto la mazzuola.

I suoi camerati volevano gridare, fuggire, ma nella bocca mancò ad essi la voce, e sotto a loro si piegarono le gambe.

«Athos, continuò d’Artagnan, dite a costoro anche questo: — Così morranno tutti quelli che dimenticano che un uomo avvinto fra catene è una testa sacra, che un re prigioniero è due volte rappresentante del Signore — ».

Athos ripetè esattamente.

I due uomini, ammutoliti, irti i capelli, osservavano il corpo del compagno che sguazzava in una pozza di sangue nero; indi, ritrovando insieme e voce e forze, scapparono strillando a mani giunte.

«È fatta giustizia! disse Porthos asciugandosi la fronte.

«E adesso, disse d’Artagnan ad Athos, non dubitate di me e state quieto, assumo io su di me tutto quanto interessa il re Carlo».

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