Opening
VENTI ANNI DOPO
DI
Alessandro Dumas
=Seguito dei tre Moschettieri.=
PRIMA VERSIONE ITALIANA.
ITALIA 1848
I
La larva di Richelieu.
In una stanza del così detto palazzo Cardinal, a noi già noto, accanto a un tavolino intarsiato su gli angoli d’argento dorato ed ingombro di fogli e libri, sedeva un uomo, posatasi su le due mani la testa.
E dietro ad esso era un largo caminetto, ben acceso e rosso, dove i tizzi infiammati si consumavano sopra alari indorati. La luce di quel fuoco rischiarava a tergo il magnifico vestimento di quel cogitabondo, a cui dava lume davanti un candelabro carico di ceri.
Al mirar l’abito superbo, i merletti sfarzosi, la fronte scolorita incurvata a tanta meditazione, e la solitudine del gabinetto; all’udire il silenzio che regnava nelle anticamere, ed i passi misurati delle guardie sul pianerottolo, avresti creduto esser l’ombra di Richelieu tuttora nella sua camera.
Ahimè! di fatti, era l’ombra, e non altro, del grand’uomo. La Francia indebolita, l’autorità del re disconosciuta, i grandi infiacchitisi di bel nuovo e turbolenti, il nemico ritornato in qua dalle frontiere, tutto attestava non esser più colà Richelieu.
Ma ciò che meglio di tutto questo dava prova come non si trattasse più del vecchio ministro, egli era quello isolamento, il quale sembrava, siccome dicemmo, più proprio di una larva che di un vivo, e le gallerie vuote di cortigiani, ed i cortili pieni di guardie; e il sentimento di scherno che ascendeva dalla contrada e penetrava tra i vetri della camera sconquassata mediante il soffio di un’intera città postasi in lega contro al ministro; ed infine, lo strepito confuso ed incessantemente rinnovato di spari, fatti per buona sorte senza scopo nè resultato, ma solamente per far vedere alle guardie, agli svizzeri, ai moschettieri ed ai soldati che attorniavano il Palazzo Reale (conciossiachè il palazzo pure avea mutato nome) come il popolo possedesse delle armi.
La larva di Richelieu, era Mazzarino.
E Mazzarino stava là solo, e si sentiva debole.
«Straniero! borbottava, Italiano! ecco scagliata la loro grande parola! con questa assassinarono, impiccarono, divorarono il Concini, e s’io li lasciassi fare assassinerebbero, impiccherebbero, divorerebbero me come lui, quantunque io non abbia fatto ad essi mai altro male che di spremerli un pochetto. Imbecilli! non capiscono che il loro nemico non è già questo Italiano, il quale parla malamente francese, ma piuttosto quelli che hanno l’abilità di dir loro belle parole con tanta buona e pura pronunzia parigina.
«Sì sì, continuava il ministro con l’accorto sorriso, che in tale circostanza sembrava stranissimo su le sue labbra smorte; sì, me lo dicono codesti vostri clamori: è precaria la sorte dei favoriti. Ma voi, se sapete questo, dovete anche sapere ch’io non sono un favorito ordinario! Il conte d’Essex aveva un anello di lusso adorno di diamanti datogli dalla regale sua amante; io non ho che un semplice cerchietto con una cifra e una data: ma questo cerchietto pure fu benedetto nella cappella del Palazzo Reale[1]; e per questo, non mi annienteranno, a seconda delle loro intenzioni. Non si accorgono che col loro grido sempiterno: — Abbasso il Mazzarino! — io li fo urlare, ora, evviva Beaufort! ora, evviva il principe! ora, evviva il parlamento! Ebbene! Beaufort è a Vincennes, il principe andrà a raggiungerlo un giorno o l’altro, e il parlamento....»
Qui il venerabile personaggio assunse nel sorriso una certa espressione d’odio di cui, pareva il suo volto non suscettibile.
«E il parlamento.... veh! il parlamento.... si vedrà un poco che ne faremo del parlamento. Abbiamo Orleans e Montargis... Oh! c’impiegherò il tempo occorrente, ma quelli che avranno cominciato da strillare: abbasso Mazzarino! finiranno con strillare: abbasso tutta quella gente!.... A ognuno la sua!
«Richelieu, che odiavano quando era vivo, e di cui parlano sempre dacchè è morto, è andato più giù di me, giacchè è stato scacciato più d’una volta e più ancora ha avuto paura di esserlo. In quanto a me, la regina non mi discaccerà mai, e se io sono costretto a cedere al popolo, ella gli cederà meco; se fuggo, ella fuggirà.... e allora vedremo che faranno i ribelli senza della loro regina e del loro re?....
«Ah! se pur non fossi straniero! ah, se pur fossi francese!.... ah, se pur fossi gentiluomo!»
E piombò di bel nuovo nelle sue meditazioni.
Infatti, era scabrosa la situazione, e complicata l’aveva maggiormente la giornata trascorsa. Mazzarino, ognora stimolato dalla sordida sua avarizia, opprimeva di tasse il popolo; ed il popolo, a cui non restava che l’anima, conforme diceva il procurator regio Talon, ed anco perchè l’anima sua non si potea vendere all’incanto; il popolo, cui si procurava di far prendere pazienza mediante lo strepito delle vittorie che si ottenevano, ma a senso del quale gli allori non erano tal carne che valesse a cibarlo[2], il popolo già da lunga pezza avea cominciato a mormorare.
Nè ciò bastava e imperocchè quando mormora il popolo soltanto, la corte, separata com’è da esso per mezzo del ceto borghese e dei gentiluomini, la corte non lo ode; ma Mazzarino aveva usata l’imprudenza di dare addosso ai magistrati! avea venduti dodici brevetti da referendarj, e siccome gli ufficiali pagavano assai care le loro cariche, e l’accrescimento di quei dodici nuovi colleghi dovea farne ribassare il prezzo, così essi si erano riuniti, aveano giurato sui santi Vangeli di non sopportare codesto aumento, e di opporsi a tutte le persecuzioni della corte, promettendosi scambievolmente che qualora uno di loro per causa di siffatta ribellione perdesse la propria carica, si tasserebbero ciascuno di un tanto onde rimborsargliene il prezzo.
Ed ecco ciò ch’era accaduto da ambe le parti.
Nel dì 7 gennajo, sette o ottocento mercatanti di Parigi si erano radunati e sollevati a motivo di una nuova imposta a cui si volevano assoggettare i proprietari delle case, ed aveano deputati dieci di essi a parlare in loro nome al duca d’Orleans, che, secondo il suo solito, si manteneva popolarissimo. Il duca d’Orleans li aveva ricevuti, ed essi gli avevano dichiarato qualmente erano decisi di non pagare la nuova imposta, quando anche avessero da difendersi armata mano contro i funzionari del re che venissero a riscuoterla. Il duca d’Orleans li aveva ascoltati con molta compiacenza, avea fatto sperare qualche mitigamento, e promesso di tenerne proposito colla regina, e licenziatili con le parole consuete: Si vedrà.
Nel dì 9 i referendarj dal canto loro erano stati a trovare il ministro, ed uno di costoro, che parlava per tutti, gli aveva favellato con tanta fermezza e tanto ardire ch’egli n’era rimasto attonito, e quindi li avea licenziati, dicendo come il duca d’Orleans: Si vedrà.
Allora, per vedere, si era adunato il consiglio, e mandato a chiamare il soprintendente delle finanze d’Emery.
Questo d’Emery era sommamente odiato dal popolo, prima perchè era soprintendente delle finanze, e qualunque soprintendente delle finanze dev’essere aborrito, e poi, convien dirlo, perchè meritava un pochino di esserlo.
Era figlio di un banchiere di Lione, per nome Particelli, e che per un cambiamento di nome fatto in seguito del suo fallimento si faceva chiamare d’Emery[3]. Richelieu, avendo in esso riconosciuto un gran merito in materia finanziaria, lo aveva presentato al re Luigi XIII sotto nome del signor d’Emery, e volea farlo nominare intendente di finanze, e ne faceva grandi elogi.
«Ah! tanto meglio, aveva risposto il re, ho caro che mi parliate del d’Emery per questo impiego che richiede un onest’uomo. Mi era stato detto che appoggiavate quel furfante di Particelli, e temevo che mi obbligaste a riprenderlo.
«Ah! sire, fece il ministro, Vostra Maestà stia pur quieta, il Particelli, di cui Ella fa menzione, è stato appiccato.
«Ah! tanto meglio, ripetè il sovrano, non mi hanno dunque chiamato per nulla Luigi il Giusto».
E firmò la nomina di d’Emery.
Quello stesso d’Emery era diventato soprintendente alle finanze.
Dal consiglio erasi mandato per esso, ed egli accorreva pallido e sbigottito, dicendo ch’era mancato poco che suo figlio fosse assassinato in quel medesimo giorno in piazza del Palazzo: la folla, incontratolo, lo aveva rampognato sul lusso della sua moglie, la quale teneva un appartamento parato di velluto rosso con la trina d’oro. Era questa la figlia di Niccola Lecamus, segretario del re nel 1617, che venuto a Parigi con venti lire, e riserbandosi bensì quarantamila lire di rendita, aveva diviso in ultimo nove milioni tra i suoi figliuoli.
Il figlio di d’Emery era stato in procinto di essere soffocato, avendo uno degli attruppati proposto di strozzarlo sinchè vomitasse l’oro che si divorava. Il consiglio in quel dì non aveva deciso niente, sendochè il soprintendente era troppo occupato di quell’avvenimento per aver libero il capo.
All’indomani il primo presidente Matteo Molè, il di cui coraggio in tutte quelle faccende (dice il cardinale di Retz) fu pari a quello del duca di Beaufort e del principe di Condé, cioè i due uomini che passassero per i più valorosi in tutta la Francia, il presidente, dunque, era stato egli pure assalito: il popolo lo minacciava di fare scontare a lui i mali che volevasi fargli; ma egli, con la sua calma usuale, senza agitarsi nè maravigliarsi, avea risposto che se i perturbatori non obbedivano ai voleri del re, farebbe subito piantare delle forche su le piazze acciò sull’atto si appiccassero i più facinorosi fra essi.... Al che costoro avevano soggiunto che avrebbero anzi piacere di veder piantare le forche, le quali servirebbero ad appiccare i tristi giudici che compravano il favore della corte a costo della miseria del popolo.
E vi fu dell’altro: Nel dì 11 la regina, andando alla messa a Nostra-Donna, secondo soleva regolarmente ogni sabato, era stata seguitata da duecento e più donne che urlavano e domandavano giustizia. Esse però non avevano cattive intenzioni, e solo volevano inginocchiarsi a lei davanti e muoverla a pietà; ma le guardie impedirono che facessero ciò, e la regina passò altera e superba senza dar ascolto a’ loro clamori.
Nel dopopranzo v’era stato nuovamente consiglio, ed in questo erasi risoluto di mantenere l’autorità del re; ed in conseguenza fu convocato il parlamento per la domane, cioè per il 12.
In questo giorno, quello nella serata del quale or da noi si apre la presente storia, il re, in età allora di dieci anni, e che aveva avuto di recente il vajuolo, col pretesto di andare a ringraziare Nostra-Donna della sua guarigione, metteva su le sue guardie, gli svizzeri e i moschettieri, li poneva in fila attorno al Palazzo Reale, su gli scali e sul Ponte Nuovo, e dopo udita messa si recava al parlamento: dove sopra un letto di giustizia fatto espressamente, non solo manteneva i suoi passati editti, ma ancora ne pronunziava altri cinque o sei (dice il cardinale di Retz) più rovinosi uno dell’altro; a segno che il primo presidente, che, secondo si è potuto scorgere, era giorni innanzi a favore della corte, aveva però arditamente declamato contro quella maniera di condurre il re al palazzo per sorprendere e violentare la libertà de’ suffragi.
Ma quelli che in ispecie inveirono contro alle nuove gravezze furono il presidente Blancmesnil ed il consigliere Broussel.
Proferiti quegli editti, il re tornò al Palazzo Reale; lungo la strada era grande la moltitudine, ma siccome si sapeva venir egli dal parlamento, e s’ignorava se vi fosse andato per rendere giustizia al popolo o per opprimerlo un’altra volta, così niun grido di giubilo s’intese a congratularlo della ricuperata salute. All’incontro tutti erano in sembiante inquieto, adirato, e taluni persino minacciosi.
Ad onta del suo ritorno, le truppe rimasero al posto; si era temuta qualche sollevazione quando si conoscesse il resultato della seduta del parlamento; e di fatti non sì tosto fu sparsa per le vie la voce che invece di scemare le tasse il sovrano le aveva accresciute, si formarono gruppi di gente, e risuonarono grandi clamori strillando: Abbasso Mazzarino! evviva Broussel! evviva Blancmesnil! imperocchè il popolo avea saputo che Blancmesnil e Broussel aveano parlato a pro suo, e sebbene fosse sortita vana la di loro eloquenza, ei ne serbava ad essi gratitudine.
Si era tentato di dissipare quei capannelli, e cercato d’impor silenzio alle grida, e conforme avviene in casi simili, si aumentavano i capannelli e le grida si raddoppiavano. Era dato l’ordine alle guardie del re ed alle guardie svizzere, non solamente di star salde, ma anche di far pattuglie nelle strade di San Dionigi e San Martino, dove le riunioni sembravano più numerose e riscaldate; ed ecco annunziarsi al Palazzo Reale il prevosto dei mercanti.
Fu subito introdotto: veniva ad avvertire che se all’istante non si cessava dalle ostili dimostrazioni, fra un’ora tutta Parigi sarebbe sotto le armi.
Mentre si discuteva su ciò che avea da farsi, tornò Comminges luogotenente delle guardie, laceri i panni e insanguinato il volto. Al vederlo comparire la regina diè un urlo di sorpresa, e addimandò che mai fosse.
Era che, all’aspetto delle guardie, secondo avea presagito il prevosto dei mercanti, gli spiriti si erano inaspriti. S’era preso possesso delle campane e suonato a stormo. Comminges aveva retto benissimo, ed arrestato un uomo che sembrava uno de’ principali agitatori, e per dare un esempio, comandato ch’ei fosse appeso alla croce del Trahoir. In conseguenza i soldati aveano trascinato colui onde eseguir l’ordine; ma sui mercati questi erano stati assaliti a sassate e colpi di alabarda; il ribelle avea côlto il momento per fuggire, presa la via Tiquetonne, e si era cacciato in una casa di cui immediatamente erano state sfondate le porte.
Inutile era sortito quell’atto di violenza, nè si aveva saputo ritrovare il reo. Comminges avea lasciato un corpo di guardia nella strada, e col resto del suo distaccamento era tornato al Palazzo Reale a render conto alla regina di quanto accadeva. Giù pel cammino lo inseguivano grida e minacce; parecchi de’ suoi uomini erano stati feriti di lancia e di alabarda, ed egli stesso côlto da una palla che gli aveva spaccato un ciglio.
Il racconto di Comminges consolidava l’opinione del prevosto dei mercatanti. Non si era in grado di far fronte ad una grave sommossa. Il ministro fece sparger voce che le truppe non eransi schierate su gli scali e il Ponte Nuovo se non per l’opportunità della cerimonia e immantinente si ritirerebbero. Realmente, intorno alle quattro ore di sera, si concentrarono tutte verso il Palazzo Reale; fu messo un corpo di guardia alla barriera dei Sergenti, un altro ai Ciechi (Quinze-Vingts), e il terzo finalmente sul poggetto di San Rocco. Si empierono i cortili ed i pian terreni di svizzeri e moschettieri, e si aspettò.
Ecco a qual punto stavano le cose quando noi introducemmo i nostri leggitori nel gabinetto di Mazzarino, stato in addietro del Richelieu; da noi si vide in quale situazione di mente egli ascoltava il mormorio del popolo che giungeva sino a lui e l’eco delle schioppettate che si udiva puranco nella sua camera.
Ad un tratto egli alzò il capo, mezzo aggrottate le ciglia siccome uno che ormai sia deciso, fissò gli occhi sovra un enorme orologio a pendolo ch’era prossimo a suonare le sei, e prendendo un fischio di argento indorato, collocato sul tavolino a portata della sua mano, diede due fischiate.
Una porta nascosta dal parato si aperse senza alcun rumore, e si avanzò in silenzio un uomo vestito a nero, e stette ritto dietro alla poltrona.
«Bernouin, disse il ministro senza nemmeno voltarsi, perocchè, avendo dati due fischi, sapeva che doveva esser là il suo cameriere, quali sono i moschettieri di guardia al Palazzo?
«Monsignore, i moschettieri neri.
«Qual compagnia?
«Compagnia Tréville.
«V’è in anticamera qualche ufficiale di essa?
«Il luogotenente d’Artagnan.
«Un de’ buoni, mi pare?
«Sì, monsignore.
«Datemi un abito da moschettiere, ed ajutatemi a vestirmi».
Il cameriere uscì nel medesimo silenzio con che era entrato, e indi a un momento ricomparve col vestimento richiestogli.
Allora il ministro, cheto e pensoso, incominciò a sbarazzarsi dal costume di cerimonia che aveva indossato per assistere alla seduta del parlamento, e a mettersi la casacca militare, che portava con una certa disinvoltura per grazia delle antiche sue campagne d’Italia; poi quando fu bene in arnese, disse:
«Andatemi a cercare d’Artagnan».
E il servo se ne andò questa volta dall’usciale di mezzo, ma sempre mutolo. Lo avresti preso per un’ombra.
Mazzarino, rimasto solo, si guardò con una tal quale soddisfazione allo specchio: era ancor giovane, avendo appena quarantasei anni, di statura elegante e un poco al disotto della media, di colorito bello e vivace, sguardo pieno di fuoco, naso grande ma ben proporzionato, fronte ampia e maestosa, capelli castagni un tantino cresputi, barba più nera e ben pettinata col ferro, il che le dava molto garbo. S’infilò il budriere, si osservò con somma compiacenza le mani che avea bellissime e per le quali davasi molta cura; dopo di che, buttati via i grossi guanti di pelle che si era posti e ch’erano da uniforme, si mise semplici guanti di seta.
In quel punto fu riaperta la porta.
«Il signor d’Artagnan», disse il cameriere.
Entrò un ufficiale.
Era un uomo di trentanove o quaranta anni, piccolo ma ben tagliato, di occhio vispo e spiritoso, barba nera e capelli sul grigio, come avvien sempre a chi abbia avuta la vita troppo buona o troppo cattiva, e specialmente a chi sia assai bruno.
D’Artagnan mosse quattro passi nel gabinetto, cui riconosceva per esservi venuto una volta a tempo di Richelieu, e veggendo non esser altri colà che un moschettiere della sua compagnia fissò le pupille su cotestui, sotto ai panni del quale ebbe presto ravvisato il ministro.
Restò in piedi in attitudine rispettosa ma sostenuta, e qual conviensi a un individuo d’alta condizione che spesso in vita sua abbia avuto occasione di trovarsi con dei signoroni.
Mazzarino gli cacciò addosso un’occhiata più scaltra che profonda, lo esaminò attentissimo, e dopo alcuni minuti secondi di silenzio domandò:
«Siete voi il signor d’Artagnan?
«Per l’appunto, monsignore», quegli rispose.
Il ministro considerò ancora un poco quella testa piena di intelligenza, e quel volto di cui l’eccessiva variabilità era frenata oramai dagli anni e dall’esperienza; ma d’Artagnan sostenne l’ispezione come uno che in addietro era stato guatato da occhi assai più penetranti di quelli di cui in allora sopportava le indagini.
«Signore, fece Mazzarino, ora verrete meco, o piuttosto verrò io con voi.
«Ai vostri comandi, monsignore.
«Vorrei visitare da per me i corpi di guardia che circondano il Palazzo Reale: credete che vi sia pericolo?
«Pericolo! e quale?
«Dicono che il popolo sia in grande sollevazione.
«Monsignore, l’uniforme dei moschettieri del re è molto rispettata, ed ove nol fosse, io con altri tre m’impegno di fare scappare un centinajo di que’ villani.
«Eppure avete visto ciò ch’è accaduto a Comminges.
«Il signor di Comminges è nelle guardie, e non nei moschettieri, replicò d’Artagnan.
«Lo che significa, soggiunse il ministro sorridendo, che i moschettieri sono soldati migliori che le guardie.
«Ognuno ha l’amor proprio della sua uniforme.
«Fuori che io, ribattè con lo stesso sorriso il ministro, giacchè vedete che ho deposta la mia per indossare la vostra.
«Capperi! fece d’Artagnan, codesta è tutta modestia: per me dichiaro che se avessi quella di Vostra Eccellenza, me ne contenterei.
«Sì, ma per uscire stasera, forse non sarebbe stata sicura. Bernouin, il mio cappello».
Il servo venne, recando un cappelle da uniforme a tese larghe. Mazzarino se lo pose alla testa, e giratosi verso d’Artagnan:
«Avete nelle scuderie dei cavalli con la sella bella e messa, non è così?
«Sì, monsignore.
«Dunque andiamo.
«Quanti uomini vuole Vostra Eccellenza?
«Avete detto ch’essendo in quattro, v’impegnereste di fare scappare cento villani: siccome se ne potrebbero incontrare dugento, pigliatene otto.
«Monsignore, quando vi piaccia.
«Vi seguo... o anzi no, si riprese Mazzarino, di qua, di qua.... Facci lume, Bernouin.»
Il cameriere diè di mano a una candela, il ministro prese di su lo scrittojo una chiave bucata, ed aperto l’usciale di una scala segreta, in un attimo si trovò nel cortile del Palazzo Reale.
II
Ronda notturna.
Dopo due minuti la piccola comitiva usciva dalla via dei Bons-Enfants, dietro al teatro costruito da Richelieu per farvi rappresentare Mirame, e dove Mazzarino, più amatore di musica che di letteratura, avea fatto dare di recente le prime opere che siensi mai esposte al pubblico in Francia.
L’aspetto della città offeriva tutti i caratteri di somma agitazione; numerose combriccole percorrevano le strade, e checchè avesse detto d’Artagnan, si fermavano a veder passare i militari, con un’aria di dileggio minacciosa, la quale indicava avere i borghesi messa da un canto l’ordinaria loro mansuetudine per intenzioni più bellicose. Tratto tratto sorgevano dei rumori dal quartiere dei mercati; scoppiettavano fucilate dalla parte di via San Dionigi, ed a volte, tutto in un subito, senza che si sapesse il perchè, cominciavano a suonare varie campane scosse dal capriccio popolare.
D’Artagnan seguitava pel suo viaggio con la noncuranza di uno su cui simili sciocchezze non abbiano veruna influenza. Quando un mucchio di persone ingombrava il mezzo della strada, ei gli spingeva contro il suo cavallo senza neppur dire: Badate! e quasi che, o rivoltosi o no, coloro che lo componevano sapessero con chi si avevano da fare, si separavano e facevano largo alla pattuglia. Il ministro invidiava tanta calma, che attribuiva all’assuefazione al pericolo; ma concepiva per l’ufficiale, sotto i di cui ordini si era posto momentaneamente, quella specie di considerazione che anco la prudenza concede al freddo coraggio.
Avvicinandosi al posto militare della barriera de’ Sergenti, la sentinella gridò: Chi va là? D’Artagnan rispose, e domandata al ministro la parola d’ordine si avanzò. La parola d’ordine era Luigi e Rocroy.
Ricambiati quei segni di riconoscimento, d’Artagnan richiese se comandava il posto il signor di Comminges. Allora la sentinella gli additò un ufficiale, che, a piedi, discorreva, con la mano posata sul collo al cavallo del suo interlocutore. Era quel tale di cui egli aveva ricercato.
«Ecco, il signor di Comminges», disse d’Artagnan tornato appresso a Mazzarino.
Questi diresse il proprio cavallo inverso loro, mentre d’Artagnan per prudenza facevasi indietro; bensì dal modo con cui l’uffiziale a piedi e quello a cavallo si levarono il cappello, ei si accorse che lo avevano ravvisato.
«Bravo Guitaut! disse il ministro al cavalcante, vedo che ad onta de’ vostri sessantaquattro anni siete sempre lo stesso, svelto ed affezionato. Che dite voi a quel giovane?
«Monsignore, rispose Guitaut, gli dicevo che vivevamo in un’epoca singolare, e che la giornata d’oggi somigliava di molto ad una di quelle della lega che vidi nella mia gioventù. Sapete che nelle strade di San Dionigi e San Martino non si discorre di meno che di fare delle barricate?
«E che vi replicava Comminges, caro Guitaut?
«Monsignore, soggiunse Comminges, rispondevo che per fare una lega mancava loro soltanto una cosa, la quale mi sembrava essenziale, cioè un duca di Guise; d’altronde non si fa due volte la medesima cosa.
«No, ripicchiò Guitaut, ma faranno una Fronda, come e’ la chiamano.
«Ch’è mai una Fronda? domandò Mazzarino.
«È il nome che danno al loro partito.
«E d’onde viene codesto nome?
«Pare che giorni sono il consigliere Bachaumont dicesse in Palazzo che tutti i facitori di sommosse somigliavano agli scolari, che sparlavano nei fossi di Parigi, e si disperdevano al vedere il luogotenente civile, per riunirsi da capo dopo ch’esso era passato. Allora hanno preso al balzo il termine fronder (sparlare) conforme fecero i gueux a Brusselles, e si sono chiamati Frondeurs. Ieri e oggi tutto era ad uso Fronde: panni, cappelli, guanti, manicotti, ventagli.... e poi, sentite:»
Realmente, in quell’istante fu aperta una finestra, e vi si affacciò un uomo che principiò a cantare:
Un vent de Fronde S’est levé ce matin; Je crois qu’il gronde Contre le Mazarin. Un vent de Fronde S’est levé ce matin[4].
«Insolente! mormorò Guitaut.
«Monsignore, disse Comminges, messo di mal umore dalla sua ferita, e che perciò non desiderava che di riscattarsi, volete che io mandi a quel briccone una palla per insegnargli a cantare stuonando?»
E posò la mano su gli arcioni del cavallo di suo zio.
«No no! esclamò il ministro, che diavolo! mio caro, guastereste ogni cosa; al contrario, tutto va a meraviglia. Conosco i vostri Francesi come se gli avessi fatti io dal primo all’ultimo: cantano, pagheranno. Durante la lega di che parlava testè Guitaut si cantava soltanto la messa. Vieni Guitaut, andiamo a vedere s’è fatta buona guardia ai Quinze-Vingts come alla barriera dei Sergenti».
E salutando con un cenno della mano Comminges, raggiunse d’Artagnan, che si ripose alla testa della sua piccola brigata, seguito immediatamente da Guitaut e dal ministro, ai quali veniva dopo il rimanente della scorta.
«È giusto, borbottò Comminges guardandolo allontanarsi, mi scordavo che purchè si paghi, a lui non occorre altro».
Si battè di nuovo la via Sant’Onorato, scomponendo sempre capannelli; in essi non si ragionava che degli editti della giornata, si compiangeva il giovine re che rovinava così il popolo senza saperlo, si buttava tutta la colpa a Mazzarino, si progettava di rivolgersi al duca d’Orleans ed al signor principe, si esaltavano Blancmesnil e Broussel.
D’Artagnan transitava fra mezzo a quelle comitive con la massima noncuranza, come se egli ed il suo cavallo fossero di ferro; Mazzarino e Guitaut discorrevano piano, i moschettieri, riconosciuto ormai il ministro, il seguitavano tacendo.
Arrivarono alla contrada San Tomaso del Louvre dov’era il posto militare dei Quinze-Vingts. Guitaut chiamò un ufficiale subalterno, che venne a render conto.
«Ebbene?» gli domandò Guitaut.
«Ah! mio capitano, da questa parte tutto va bene, se non che credo succeda qualche cosa in quel palazzo».
E additava un casamento magnifico situato precisamente sul luogo ove fu dipoi il teatro del Vaudeville.
«Là dentro? fece Guitaut, ma è il palazzo Rambouillet.
«Non so se sia Rambouillet, ma quel che so è che ci ho visto entrare molte genti di trista cera.
«Via! disse Guitaut con una risata, sono poeti.
«Ohe, Guitaut! disse Mazzarino, ti compiaceresti di non parlare con sì poco rispetto di quei signori? non sai che da giovane io fui poeta, e facevo dei versi sul genere di quelli del signor di Benserade?
«Voi, monsignore?
«Sì, io: vuoi che te ne reciti?
«Non serve, non capisco l’italiano.
«Sì, ma capisci il francese, è vero, mio buono e bravo Guitaut? continuò Mazzarino posandogli amichevolmente la mano su la spalla, e qualunque ordine ti sia dato in questa lingua, lo adempirai?
«Senza dubbio, come ho già praticato, purchè mi venga dalla regina.
«Ah! sì, rispose il ministro mordendosi il labbro, so che sei dedito a lei.
«Sono capitano delle sue guardie da più di venti anni.
«Andiamo via, signor d’Artagnan; soggiunse il ministro, da questa parte tutto va benone».
D’Artagnan tornò alla testa della sua colonna senza più far motto, e con l’obbedienza passiva che costituisce il carattere del vecchio soldato.
Si camminava verso il poggetto di San Rocco dov’era il terzo posto militare, passando dalle strade Richelieu e Villedo. Quello era il più isolato, giacchè dava quasi sui bastioni, e da quel lato la città era poco popolata.
«Chi comanda questo posto? chiese Mazzarino.
«Villequier, rispose Guitaut.
«Diamine! replicò il ministro, parlategli voi solo; vi è noto che siamo corrucciati dacchè voi foste incaricato di arrestare il duca di Beaufort: pretendeva che a lui come capitano delle guardie si spettasse un tale onore.
«Lo so, e gli ho detto cento volte che aveva torto: il re non poteva dargli quell’ordine, giacchè in quell’epoca aveva appena quattro anni.
«Sì, ma io glielo potevo dare, Guitaut, e preferii che toccasse a voi».
Guitaut, senza rispondere, spinse innanzi il cavallo, e fattosi riconoscere dalle sentinelle, fece chiamare il signor di Villequier.
Questi uscì subito.
«Ah! siete voi, Guitaut? disse col tuono di mal umore in lui consueto, che diavolo venite a far qua?
«Vengo a domandarvi se da questa parte v’è qualcosa di nuovo.
«Che diavolo volete che vi sia? è gridato: Viva il re! e abbasso Mazzarino! questa non è novità, è anche un bel pezzo che siamo avvezzi a simili grida!
«E voi vi fate il coro! ribattè ridendo Guitaut.
«Affè, alle volte ne avrei voglia, e trovo che hanno ragione; darei di buon grado cinque annate della mia paga, che non mi vien pagata, perchè il re avesse cinque anni di più.
«Davvero? e che accadrebbe se avesse cinque anni di più?
«Accadrebbe il momento che il re sarebbe in età maggiore, che il re darebbe i suoi ordini da per sè, e v’è più soddisfazione a obbedire al nepote di Enrico IV che al figlio di Pietro Mazzarino. Per il re, cospettone! mi farei ammazzare con piacere, ma se fossi ammazzato per il Mazzarino, conforme è stato in procinto di esserlo oggi vostro nepote, non me ne consolerei nemmeno nel mondo di là.
«Bene, bene, signor di Villequier, disse Mazzarino, non dubitate, informerò il re della vostra devozione».
Poi giratosi verso la scorta:
«Animo, signori, torniamo indietro, tutto va ottimamente.
«Veh! disse Villequier, era là il Mazzarino! meglio così: da gran tempo bramavo dirgli in faccia quel che pensavo di lui; voi me ne avete data l’occasione, Guitaut, e quantunque la vostra intenzione non sia forse per me delle più favorevoli, pure ve ne ringrazio».
E voltando le calcagna rientrò in corpo di guardia, fischiando un’arietta di Fronda.
Frattanto Mazzarino se ne tornava pensieroso: quanto aveva inteso da Comminges, da Guitaut e da Villequier lo confermava nell’idea che in caso di avvenimenti gravi ei non avrebbe nessuno per sè, eccettuata la regina, ed anche la regina aveva abbandonati sì sovente i suoi amici, che il di lei appoggio gli sembrava, ad onta delle precauzioni da esso prese, molto incerto e precario.
In tutto il tempo della durata di quella gita notturna, cioè per un’ora circa, il ministro, benchè studiasse a vicenda Comminges, Guitaut e Villequier, aveva esaminato un uomo. Quest’uomo, ch’era rimasto impassibile davanti alla minaccia popolare, che non si era accigliato di più agli scherzi detti da Mazzarino che agli altri diretti contro di lui, gli pareva un essere a parte, e adatto per avvenimenti della specie di quelli in cui si era allora, e soprattutto di quelli in che presto si doveva trovarsi.
D’altronde, il nome di d’Artagnan non gli era totalmente ignoto, e sebbene egli non fosse venuto in Francia se non verso il 1634 o 1635, vale a dire sette o otto anni dopo gli eventi da noi narrati in una precedente storia, pure al ministro sembrava aver udito a proferire tal nome come appartenente ad un soggetto che in una circostanza non più presente alla sua mente si era distinto qual modello di coraggio, di destrezza e di devozione.
Questa idea s’impossessò cotanto del suo spirito, ch’ei risolse di schiarirla senza indugio; ma le notizie che desiderava sopra d’Artagnan non già allo stesso d’Artagnan bisognava richiederle. Dalle poche parole pronunciate dal tenente dei moschettieri, Mazzarino aveva potuto discernere l’origine guascona, e Italiani e Guasconi si conoscono troppo, e troppo si somigliano per rapportarsi gli uni agli altri di ciò che posson dire di sè stessi. Quindi, arrivato alle mura, che facevano recinto al giardino del Palazzo Reale, il ministro bussò ad una porticella situata a un dipresso dov’è adesso il caffè di Foy, e dopo ringraziato d’Artagnan e invitatolo ad attenderlo nel cortile del Palazzo Reale, accennò a Guitaut che andasse seco. Ambedue smontarono da cavallo, consegnarono le redini al lacchè, che aveva loro aperto, e disparvero nel giardino.
«Mio caro Guitaut, disse Mazzarino appoggiandosi al braccio del vecchio capitano delle guardie, mi dicevate poc’anzi che sono quasi venti anni dacchè siete al servizio della regina.
«Sì, è la verità, rispose Guitaut.
«Ora, mio caro, io ho osservato che oltre al vostro coraggio, ch’è incontrastabile, e la vostra fedeltà, ch’è ad ogni prova, avevate un’ottima memoria.
«Avete notato questo, monsignore? diavolo! peggio per me.
«E perchè?....
«Di certo: una delle prime qualità del cortigiano è di saper dimenticare.
«Ma voi, Guitaut, non siete un cortigiano, siete un prode soldato, un di quei capitani come ne restano tuttavia alcuni del tempo del re Enrico IV, ma come pur troppo in breve non ne resteranno più.
«Capperi! ma, monsignore, mi avete fatto venire con voi per predirmi la sorte?
«No no.... per domandarvi se avevate osservato il nostro tenente de’ moschettieri.
«Il signor d’Artagnan?
«Appunto.
«Non ne ho avuto bisogno, lo conosco da molto tempo.
«Dunque che uomo è egli?
«Eh! fece Guitaut, sorpreso dall’interrogazione, è un Guascone.
«Sì, lo so, ma volevo ricercarvi se era un uomo in cui si potesse aver fiducia.
«Il signor di Tréville lo ha in grande stima, e il signor di Tréville, non lo ignorate, è amicissimo della regina.
«Desideravo sapere s’era uno che avesse date prove di sè?
«Se intendete come valoroso soldato, credo potervi rispondere di sì: all’assedio di La Rochelle, al passo di Susa, a Perpignano, ho inteso dire che avesse fatto più del suo dovere.
«Ma, lo sapete pure, noi altri poveri ministri spesso abbiamo bisogno di altri uomini che di quei valorosi; ci abbisognano genti accorte. D’Artagnan non si trovò immischiato al tempo del signor di Richelieu in qualche intrigo dal quale la pubblica voce vorrebbe che si fosse cavato fuori abilissimamente?
«Monsignore, sotto questo rapporto, disse Guitaut, il quale vide che il ministro intendeva a farlo ciarlare, sono costretto a dire a V. Eccellenza che non so altro se non quello che la voce pubblica ha recato a cognizione di lei stessa. Non mi sono mai ingerito in intrighi per mio conto, e se talvolta ho ricevuta qualche confidenza in proposito d’intrighi altrui, il segreto, non essendo mio, troverete opportuno ch’io lo serbi a quelli che me lo affidarono».
Mazzarino tentennò il capo.
«Ah! sospirò; in parola, vi sono dei ministri ben fortunati, e che sanno tutto quanto vogliono sapere.
«Monsignore, egli è perchè quelli non pesano tutti gli uomini nella medesima bilancia, e sanno rivolgersi agli uomini di guerra per la guerra e agli intriganti per gl’intrighi. Rivolgetevi ad alcun intrigante dell’epoca di cui discorrete, e ne ricaverete ciò che bramate, già s’intende pagando.
«Eh cospetto! soggiunse Mazzarino, facendo una certa smorfia che gli era usuale quando con lui si toccava la questione di danaro nel senso in cui lo avea fatto Guitaut, si pagherà se non vi sarà da fare altrimenti.
«E monsignore mi domanda sul serio d’indicargli un soggetto che sia stato immischiato in tutti i raggiri di quell’epoca?
«Per Bacco! riprese Mazzarino che cominciava a perdere la pazienta, da un’ora non vi ricerco altro, testa di ferro che voi siete!
«Ve n’è uno, per il quale vi garantisco su questo particolare, se però vuol parlare.
«Cotesto è pensier mio.
«Ah, monsignore! non sempre è facile di far dire alle persone quel che non vogliono dire.
«Oibò! con la pazienza ci si viene. Ebbene, colui?
«È il conte di Rochefort!
«Il conte di Rochefort!
«Disgraziatamente è sparito da quattro o cinque anni, e non so più che ne sia stato.
«Lo saprò io, Guitaut.
«E allora, di che si lagnava vostra Eccellenza, di non saper niente?
«E credete, seguitò Mazzarino, che Rochefort?....
«Era l’anima dannata del ministro.... ma vi prevengo, monsignore, che vi costerà caro; il ministro era prodigo con quella sua creatura.
«Sì, sì...., replicò Mazzarino, era un grand’uomo, ma aveva questo difetto.... Grazie, Guitaut, mi approfitterò del vostro consiglio, e questa sera subito».
Ed essendo i due interlocutori giunti appunto al cortile del Palazzo Reale, il ministro fece con la mano un saluto a Guitaut, e veduto un ufficiale che passeggiava su e giù, gli si accostò.
Era d’Artagnan, che lo aspettava secondo il suo comando.
«Venite, d’Artagnan, disse Mazzarino con la sua voce più dolce, ho da darvi un’incombenza».
L’altro fe’ un inchino, andò seco per la scala segreta, e dopo poco si ritrovò nel gabinetto d’onde si era partito.
Il ministro sedè a tavolino, e preso un foglio vi scrisse alcuni versi.
D’Artagnan, in piedi, impassibile, attese senza impazienza nè curiosità. Era diventato un automa militare, che agisse o piuttosto obbedisse mercè una molla.
Mazzarino piegò la lettera, e vi appose il suo sigillo.
«Signor d’Artagnan, porterete questo dispaccio alla Bastiglia, e condurrete qua la persona a cui concerne; prenderete una carrozza, una scorta, e farete buona guardia al prigioniero».
D’Artagnan pigliò il foglio, si toccò il cappello, girò sulle calcagna come avrebbe potuto fare il più abile sergente istruttore, ed uscì; indi a un momento si udì che comandava con la sua voce monotona:
«Quattro uomini di scorta, una carrozza e il mio cavallo».
Di lì a cinque minuti si udiva il rumore delle ruote del legno e dei ferri de’ cavalli sulle lastre del cortile.
III
Due antichi nemici.
Suonavano le otto e mezza, quando d’Artagnan giungeva alla Bastiglia.
Si fece annunziare al governatore, il quale appena intese ch’ei veniva da parte e con un ordine di monsignore, gli andò incontro fin sulla scalinata.
Governatore della Bastiglia era in allora il signor de Tremblay fratello del famoso Joseph, quel terribile favorito di Richelieu sopracchiamato l’Eminenza grigia.
Allorchè il maresciallo di Bassompierre era nella Bastiglia, dove stette dodici anni interi, ed i suoi compagni nei loro sogni di libertà dicevano un coll’altro: Io uscirò nel tal tempo, io in tale epoca, Bassompierre rispondeva: «Signori, ed io uscirò quando uscirà il signor de Tremblay»; lo che significava, che alla morte del ministro non poteva mancare che de Tremblay perdesse il suo posto alla Bastiglia e Bassompierre ripigliasse il suo in corte.
Realmente fu vicina a compiersi la sua predizione, ma in altro modo da quel ch’egli aveva immaginato, imperocchè, morto Richelieu, contro ogni aspettativa, le cose continuarono a andare come per lo passato; de Tremblay non venne fuori, e Bassompierre stette in procinto a non venir più fuori.
Sicchè il signor de Tremblay era tuttavia governatore della Bastiglia, quando vi si presentò d’Artagnan per eseguire i cenni di Mazzarino; lo accolse con la maggior cortesia, ed essendo precisamente per mettersi a tavola, lo invitò a cena seco.
«Lo farei con tutto il piacere, disse d’Artagnan, ma se non isbaglio sulla sopraccarta è scritto: di premura.
«Sì sì, confermò de Tremblay, olà, maggiore! fate scendere il numero 256».
Chi entrava nella Bastiglia cessava d’esser uomo e diventava numero.
D’Artagnan si sentì i brividi udendo stridere le chiavi, e perciò rimase a cavallo senza volere smontare, guardando le inferriate, le finestre affondate, i muri enormi che non aveva mai veduti se non dal lato opposto del fosso, e che una ventina d’anni addietro gli aveano fatta tanta paura.
Fu dato un tocco di campana.
«Vi lascio, gli disse de Tremblay, mi chiamano per sottoscrivere il permesso di uscita del prigioniero. A rivederci, signor d’Artagnan.
«Dio mi punisca se ti rendo il tuo augurio! bucinò d’Artagnan, accompagnando l’imprecazione con un sorriso gentilissimo; per essere stato cinque soli minuti nel cortile mi sento di già male. Animo, mi accorgo che ho ancora più genio a morire sulla paglia, lo che probabilmente mi succederà, che a porre insieme dieci mila lire di rendita con essere governatore della Bastiglia».
Appena terminava questo monologo comparve il carcerato. Al mirarlo d’Artagnan fece un atto di stupore, ma tosto lo represse. Quegli salì in carrozza senza mostrare di aver ravvisato d’Artagnan.
«Signori, disse quest’ultimo ai quattro moschettieri, mi è stata raccomandata la massima sorveglianza sul prigioniero; e siccome la vettura non ha serratura agli sportelli, io ci salgo accanto a lui. Signor di Lillebonne, abbiate la compiacenza di condurre scosso il mio cavallo.
«Volentieri, mio tenente, rispose Lillebonne».
D’Artagnan scese a terra, diede la briglia del suo animale al moschettiere, entrò nel legno, e si mise al fianco del detenuto, e con voce nella quale non si poteva distinguere la minima emozione disse poi:
«Al Palazzo Reale, e di trotto».
La vettura si partì, ed egli, profittando dell’oscurità che regnava sotto la volta da traversarsi, si gettò al collo al prigioniero.
«Rochefort! esclamò, voi! siete voi! non m’inganno?
«D’Artagnan! esclamò ugualmente Rochefort attonito.
«Ah, povero amico mio! continuò d’Artagnan, non avendovi rivisto da quattro o cinque anni, vi credevo morto.
«Eh! fece l’altro, mi pare non vi sia gran differenza tra un morto e un sepolto, ed io sono sepolto, o poco meno.
«E per qual delitto siete nella Bastiglia?
«Volete ch’io vi dica la verità?
«Sì.
«Ebbene, non lo so.
«Diffidenza con me!
«No, da gentiluomo, mentre è impossibile ch’io vi sia per la causa di che sono imputato.
«Che causa?
«Come ladro notturno.
«Voi ladro notturno, Rochefort! oh burlate!
«Capisco, qui ci vuole spiegazione, non è così?
«Lo confesso.
«Or bene, ecco come fu. Una sera, dopo una gozzoviglia da Reinard alle Tuilerie con il duca d’Harcourt, Fontrailles, de Rieux ed altri, il duca d’Harcourt propose di andare a rubare i pastrani sul Ponte-Nuovo.... lo sapete, è un divertimento messo in gran moda dal signor duca d’Orleans.
«Eravate pazzo, Rochefort? alla vostra età!
«No, era ubriaco; eppure siccome il divertimento mi sembrava mediocre, progettai al cavaliere de Rieux d’essere spettatori invece che attori, e per vedere la scena dal prim’ordine salire sul cavallo di bronzo. Detto e fatto. Mediante gli sproni che ci servivano di staffe, in un attimo fummo in groppa. Stavamo a meraviglia, vedevamo egregiamente. Erano già stati portati via quattro o cinque ferraiuoli con destrezza impareggiabile e senza che gli spogliati osassero nemmeno fiatare, ed ecco che non so quale imbecille, meno sofferente degli altri, si mette a gridare: pattuglia! e ci richiama a ridosso una brigata di arcieri. Il duca d’Harcourt, Fontrailles e gli altri scappano. De Rieux vuol fare lo stesso. Io lo trattengo, assicurandolo che nessuno verrà a scovarci dove siamo. Egli non mi dà retta e pone il piede sullo sprone per scendere, questo si rompe, egli cade, si rompe una gamba, e invece di stare zitto piglia ad urlare come un indiavolato. Tento di saltare anch’io. Era però troppo tardi, e salto nelle braccia degli arcieri, i quali mi conducono al Castelletto, e là mi addormento ben e meglio certissimo di uscirne all’indomani. Passa l’indomani, il posdomani e otto giorni. Scrivo al ministro. Nel giorno stesso vengono a prendermi, e mi portano alla Bastiglia. Ci sono da cinque anni. Supponete che sia per aver commesso il sacrilegio di montare in groppa dietro ad Enrico IV?
«No, avete ragione, mio caro Rochefort, non può essere per questo, ma ora probabilmente siete prossimo a sapere il perchè.
«Ah sì! giusto, mi dimenticavo di domandarvelo; dove mi conducete?
«Dal ministro.
«Che vuol egli da me?
«Non lo so, poichè ignoravo persino di venire a cercar voi.
«È impossibile! voi, un favorito!
«Io favorito? ah! mio povero conte, sono più cadetto di Guascogna che quando vi vidi a Meung, vi ricorderete, ohimè! più di venti anni fa».
Ed un grosso sospiro terminò la frase di d’Artagnan.
«Per altro, venite qui con un ordine.
«Perchè mi trovavo a caso nell’anticamera e Sua Eccellenza si è diretta a me come avrebbe fatto ad un altro; ma sono sempre tenente nei moschettieri, e se fo bene i conti, sono oramai da circa ventun’anno.
«In somma non vi sono succedute disgrazie, ed è molto.
«E che disgrazia volevate mi accadesse? come dice non so quel verso latino, che non mi rammento più, o piuttosto che non seppi mai bene, il fulmine non batte nelle valli, ed io sono una valle, Rochefort mio, e delle più basse che vi siano.
«Dunque il Mazzarino è sempre Mazzarino?
«Più che mai! lo dicono maritato alla regina.
«Maritato!
«Se non le è marito, sarà forse suo amante.
«Resistere a un Buckingham, e dare ascolto ad un Mazzarino!
«Ecco come sono le donne, disse filosoficamente d’Artagnan.
«Le donne sì, ma le regine!
«Eh, Dio Santo! su questo particolare sarei per dire che le regine sono donne due volte.
«E il signor di Beaufort è ancora carcerato?
«Sempre: perchè?
«Ah! gli è che siccome mi voleva bene, avrebbe potuto levarmi di guai.
«Voi siete forse più vicino di esso ad esser libero, e leverete lui di guai.
«Allora la guerra?
«L’avremo quanto prima.
«Con lo Spagnuolo?
«No, con Parigi.
«Che intendete mai dire?
«Udite voi queste schioppettate?
«Sì, e poi?
«E poi, sono i borghesi che palleggiano aspettando partita.
«E che pensate forse che vi sarebbe da fare qualche cosa dei borghesi?
«Eh sì; promettono, e se avessero un capo che di tutte le comitive formasse un attruppamento....
«Peccato di non esser libero!
«Oh! Dio buono, non vi disperate. Se il Mazzarino vi fa chiamare, è che ha bisogno di voi; e se ne ha bisogno, affè! me ne congratulo con voi. Da molti anni nessuno ha più necessità di me, e perciò vedete a che punto sono.
«Lagnatevi, sì! ve lo consiglio!
«Ascoltatemi, Rochefort.... una convenzione....
«E quale?
«Sapete che siamo buoni amici....
«Gnaffe! e porto i segni della nostra amicizia, tre stoccate!...
«Or via, se ritornate in credito, in favore, non vi scordate di me.
«Da Rochefort che sono: ma a cosa reciproca.
«Fissato: ecco la mano. Sicchè alla prima occasione che incontrate di parlare di me....
«Ne parlo; e voi?
«Lo stesso.
«A proposito, e i vostri amici, s’ha da parlare anche di loro?
«Che amici?
«Athos, Porthos e Aramis; li avete obliati?
«Quasi.
«Cosa è stato di loro?
«Non lo so.
«Davvero!
«Oh sì.... ci siamo lasciati come vi è noto; vivono, questo è quanto posso dire; tratto tratto ne ho notizie indirette, ma in che luogo del mondo siano, diavol mi porti se lo so.... no, in parola d’onore! non ho più altro amico che voi, Rochefort.
«E l’illustre.... come chiamavate quel ragazzo ch’io feci sergente nel reggimento di Piemonte?
«Planchet.
«Bravo! e dell’illustre Planchet che ne fu?
«Ha sposata una bottega da confettiere in via dei Lombardi. È un giovane ch’è stato sempre propenso per le dolcezze, talchè è borghese di Parigi, e secondo ogni probabilità adesso susurra. Vedrete che quel briccone sarà scabbino prima ch’io sia capitano.
«Animo, caro d’Artagnan, un po’ di coraggio; quando appunto uno è sul più basso della ruota, la ruota gira e vi rialza. Forse stassera subito si cambierà la vostra sorte.
«Amen! disse d’Artagnan, facendo fermare la carrozza.
«Che fate? domandò Rochefort.
«Fo, che siamo arrivati, e non voglio esser visto a uscire dal vostro legno: noi non ci conosciamo.
«Avete ragione: addio.
«A rivederci; rammentatevi la vostra promessa».
D’Artagnan rimontò a cavallo, e si rimise alla testa della scorta.
Dopo cinque minuti entravano tutti nel cortile del Palazzo Reale.
D’Artagnan guidò il prigioniero per la scala grande e gli fece traversare l’anticamera e la galleria. Giunto all’usciale del gabinetto di Mazzarino, si disponeva a farsi annunziare, ma Rochefort gli mise la mano su la spalla.
«D’Artagnan, gli disse sorridendo, volete ch’io vi confessi una cosa a cui ho pensato in tutto il viaggio mirando i gruppi di borghesi che guardavano voi e i vostri quattro uomini con occhi infuocati?
«Dite pure.
«Che mi sarebbe bastato di gridare ajuto, per farvi fare in pezzi voi e la vostra scorta, ed allora ero libero.
«Perchè non lo faceste?
«Oh via! e l’amistà giurata?... se fosse stato un altro fuor di voi che mi avesse condotto, non direi....»
D’Artagnan chinò il capo, dicendo:
«Che Rochefort sia diventato migliore di me?»
E fe’ dar avviso al ministro d’esser egli colà.
«Passi il signor di Rochefort, disse Mazzarino impaziente quando ebbe inteso profferire i due nomi, e pregate il signor d’Artagnan di aspettare; non ho ancora terminato con lui».
A queste parole d’Artagnan si rallegrò. Secondo aveva osservato, da molto tempo nessuno aveva avuto bisogno di lui, e l’insistenza del ministro a suo riguardo gli parve di buon augurio.
A Rochefort essa non produsse altro effetto se non di porlo in maggior cautela. Egli entrò nel gabinetto, e trovò Mazzarino seduto a tavolino col suo vestimento consueto.
Furono chiuse le porte. Rochefort sbirciò da un canto Mazzarino, e sorprese un’occhiata del ministro che incrociavasi colla sua.
Il ministro era sempre lo stesso, ben pettinato, acconciato, pien d’odori, e mercè questa sua eleganza non mostrava l’età che aveva. Di Rochefort il caso era diverso, ed i cinque anni passati in carcere avevano invecchiato d’assai questo degno amico di Richelieu; i capelli neri gli erano diventati bianchi, al colore bronzino della carnagione subentrava una pallidezza che sembrava una specie di sfinimento. Al vederlo Mazzarino scosse un poco la testa con un atto ch’esprimeva:
«Ecco un uomo che non mi pare più buono a gran cosa!»
Dopo un silenzio, che in realtà fu molto lungo, e che a Rochefort parve un secolo, Mazzarino cavò da un fascio di fogli una lettera aperta, e mostrandola al gentiluomo, gli disse:
«Signor de Rochefort, ho trovato una lettera con la quale reclamate la vostra libertà. Siete dunque in prigione?»
L’altro balzò a tal domanda.
«Ma!... mi sembrava che Vostra Eccellenza lo sapesse meglio di chiunque.
«Io? niente affatto. V’è tuttora nella Bastiglia una quantità di detenuti che vi stanno sino dal tempo del signor di Richelieu e di cui neppure so i nomi.
«Oh! ma di me gli è tutt’altro, monsignore, e il mio vi è noto, giacchè per un ordine di Vostra Eccellenza fui trasportato dal Castelletto alla Bastiglia.
«Credete?
«Ne son certo.
«Sì.... mi pare di ricordarmene.... Non ricusaste in addietro di fare un viaggio per la regina a Brusselles?
«Ah ah! ecco dunque la vera causa! da cinque anni la ricercavo, e sciocco che sono! non la rinvenivo.
«Non vi dico già che quella sia la causa del vostro arresto, intendiamoci; vi fo soltanto questa interrogazione: non negaste di andare a Brusselles per servizio della regina, mentre avevate aderito a andarvi per servizio del defunto Richelieu?
«Appunto perchè mi ci ero recato per il defunto ministro, non potevo tornarci per la regina. Ero stato a Brusselles in una terribile circostanza. Fu all’epoca della congiura di Chalais. V’ero andato per sorprendere la corrispondenza di Chalais con l’arciduca, e già allora quando fui riconosciuto ebbi ad esser fatto in pezzi[5]. Come volevate che vi tornassi? compromettevo la sovrana, anzi che giovarle.
«Or bene, capite? ecco come sono male interpretate le migliori intenzioni, mio caro signor di Rochefort. La sovrana vide nel vostro rifiuto un rifiuto puro e semplice; aveva avuto da dolersi moltissimo di voi sotto il fu ministro, Sua Maestà la regina!»
Il gentiluomo sorrise con disprezzo.
«Precisamente perchè avevo servito bene il signor di Richelieu contro la regina, morto lui, dovevate comprendere, monsignore, che vi servirei bene contro a tutti.
«In verità, signor di Rochefort, io non sono come il signor di Richelieu che mirava all’onnipotenza; io sono un semplice ministro che non ho bisogno di servi, essendo io servo della regina. Orsù, Sua Maestà è puntigliosa, avrà saputa la vostra ripulsa, l’avrà presa per una dichiarazione di guerra, e conoscendo quanto siete uomo superiore, e in conseguenza pericoloso, mi avrà comandato, mio caro signor di Rochefort, di assicurarmi di voi.... Ed ecco in che modo vi trovate alla Bastiglia.
«Ebbene, monsignore, mi pare che se mi ci trovo per un abbaglio....
«Sì sì, tutto questo può aggiustarsi.... Voi siete capace di capire certi affari, e una volta capiti, mandarli innanzi per bene.
«Tale era l’opinione del signor di Richelieu, e la mia ammirazione per quel grande uomo maggiormente si accresce dacchè vi compiacete dirmi ch’è pure la vostra.
«È vero, soggiunse Mazzarino, il defunto ministro aveva molta politica: questa costituiva la sua superiorità su di me, che sono un uomo semplice e senza secondi fini; è quello il mio danno, di avere una franchezza addirittura francese».
Rochefort ai morse il labbro per non ridere.
«Sicchè, vengo alla sostanza: ho bisogno di buoni amici, di servi fedeli; quando dico: ho bisogno, voglio dire: ne ha bisogno la regina. Io non fo nulla se non per comando della regina, intendete? non sono come il signor di Richelieu che faceva tutto a suo capriccio. E perciò non sarò mai un grand’uomo a pari suo, ma invece sono un uomo buono, signor di Rochefort, e spero di provarvelo».
Rochefort conosceva quella voce melata in cui entrava tratto tratto un fischio simile a quel della vipera.
«Sono prontissimo a creder tutto, monsignore, ei rispose, quantunque dal canto mio abbia avuto poche prove di quella bontà di cui parla Vostra Eccellenza. Non vi dimenticate (seguitò veggendo l’impressione che cercava di occultare il ministro) che da cinque anni io sono nella Bastiglia, e non v’è niente che guasti tanto le idee come il guardare le cose dalle inferriate di un carcere.
«Ah! signor di Rochefort, vi ho di già dichiarato che non ci avevo che fare, nella vostra carcerazione.... La regina.... collera di donna e di principessa, che volete? ma passa da sè com’è venuta, e poi non ci si pensa più....
«L’intendo, monsignore, che non vi pensi più, essa che ha passati quei cinque anni nel Palazzo Reale tra le feste ed in mezzo ai cortigiani; io però che gli ho consumati in prigione....
«Ma Dio buono! caro di Rochefort, vi figurate che il Palazzo Reale sia un soggiorno molto allegro? no no: anche noi, vi assicuro, vi abbiamo avuti grandi tormenti. Ma basta, non discorriamo più di questo. Io giuoco a giuoco scoperto, al mio solito: orsù, siete dei nostri?
«Monsignore, dovete capire che non bramo di meglio; bensì, non sono più a giorno di nulla. Alla Bastiglia non si chiacchiera di politica se non con i soldati e i carcerieri, e non avete idea quanto quelle genti siano poco istruite di quel che succede. Io sono ancora al signor di Bassompierre.... È sempre uno dei diciassette signori?
«È morto, e questa è una gran perdita. Era uomo zelante per la regina, e gli uomini zelanti sono rari!
«Per Diana! lo credo, fece Rochefort, quando ne avete li mandate alla Bastiglia!
«Ma infatti, disse Mazzarino, che cosa prova la devozione, lo zelo?
«L’azione, replicò Rochefort.
«Ah! sì, l’azione, ripetè il ministro riflettendo, ma dove trovarli gli uomini da azione?»
Rochefort tentennò il capo.
«Non ne mancano mai: egli è soltanto, monsignore, che voi cercate male.
«Come, male? che volete dire, mio caro?... Dovete aver imparato di molto nell’intima vostra relazione col defunto ministro.... Ah! era un uomo sì grande!
«Vostra Eccellenza si sdegnerà se moralizzo un pochino?
«Io? mai; sapete che a me si può dir tutto; procuro di farmi amare, e non temere.
«Or bene, monsignore, nella mia prigione è un proverbio scritto sul muro colla punta di un chiodo.
«E che proverbio?
«Eccolo: Tal padrone.....
«Lo conosco: tal servo.
«No: tal servitore; egli è un piccolo cambiamento che gli zelanti di cui vi parlavo pocanzi vi hanno introdotto per loro particolare soddisfazione.
«E che significa il dettato?
«Che il signor di Richelieu seppe trovare dei servitori zelanti, e a dozzine.
«Egli! egli, punto di mira di tutti i pugnali! egli che passò tutta la vita a parare i colpi che gli si vibravano!
«Ma tanto li parò, eppure erano scagliati fortemente. E che se aveva dei buoni nemici, aveva anche buoni amici.
«Ma questo è quanto io chiedo.
«Ho conosciute delle genti, continuò Rochefort stimando giunto il momento di mantener la parola a d’Artagnan, che con l’arte loro delusero cento volte la penetrazione del ministro; genti, che senza danaro, senza appoggio, senza credito, conservarono una corona ad una testa coronata e fecero domandar grazia al ministro.
«Ma coloro che voi menzionate, soggiunse Mazzarino sorridendo fra sè perchè Rochefort arrivava dov’egli bramava condurlo, coloro non erano devoti al ministro, mentre contrastavano contro di lui.
«No, giacchè sarebbero stati ricompensati meglio; ma avevano la disgrazia di esser devoti a quella stessa regina per la quale testè domandavate dei servitori.
«Ma come potete sapere tutto questo?
«Lo so, perchè coloro erano in quell’epoca miei nemici, perchè lottavano contro di me, perchè ad essi io feci quanto male potei, perchè me lo resero meglio che poterono, perchè uno di loro con cui avevo avuto che fare più particolarmente mi diede una stoccata saranno ora sette anni: era la terza che ricevevo dalla medesima mano.... la fine di un vecchio conto....
«Ah! disse Mazzarino con somma bonarietà, se conoscessi simili soggetti!...
«Eh, monsignore! ne avete uno alla vostra porta da sei anni, e che da sei anni non avete giudicato buono a nulla.
«E chi?
«D’Artagnan.
«Quel Guascone! esclamò Mazzarino fingendosi egregiamente sorpreso.
«Quel Guascone salvò una sovrana, e fece confessare al Richelieu che in materia di abilità, d’arte e di politica, egli era uno scolare e non più.
«Davvero?
«Tal quale ho l’onore di riferire a Vostra Eccellenza.
«Raccontatemi un po’ tutto ciò, caro signor di Rochefort.
«È difficilissimo, monsignore, fece sorridendo il gentiluomo.
«Dunque, me lo racconterà da sè.
«Ne dubito.
«E perchè?
«Perchè non è un segreto suo proprio, perchè, come vi dissi, è il segreto di una grande regina.
«Ed era solo per compiere una simile impresa?
«No; aveva tre uomini, tre prodi che lo secondavano; prodi, come voi, monsignore, pocanzi ne cercavate.
«E quei quattro uomini erano uniti, voi dite?
«Come se fossero stati uno solo, come se i quattro cuori avessero balzato in un petto stesso.... E perciò, che non fecero quei quattro!
«Mio caro Rochefort, voi stimolate la mia curiosità ad un tal segno che non ve lo so esprimere. E non potreste narrarmi quella storia?
«No; ma posso dirvi una novella, una vera novella da fate, vi assicuro, monsignore.
«Oh! ditemela, signor di Rochefort, mi piacciono assai le novelle.
«Volete voi, monsignore? disse Rochefort procurando di discernere un’intenzione su quel viso accortissimo e scaltro.
«Sì, sì....
«Or bene, ascoltate. V’era una volta una regina.... regina potente, regina di uno dei più grandi regni del mondo, a cui un gran ministro voleva molto male per averle voluto prima molto bene.... Oh! non istate a cercare, non indovinereste chi era: tutto ciò accadde molti anni avanti che voi veniste nel reame dove regnava quella regina. Or dunque, venne alla corte un ambasciatore sì valoroso, sì ricco e sì elegante, che tutte le donne ne andavano pazze, e la regina stessa, senza dubbio per ricordo della maniera colla quale esso aveva trattati gli affari dello Stato, ebbe l’imprudenza di dargli un certo finimento di gioje tanto rimarchevole che non gli si poteva sostituirgliene alcun altro. Siccome il finimento veniva dal re, il ministro indusse questo ad esigere dalla principessa che le dette gioje figurassero addosso a lei alla prossima festa da ballo. È inutile dirvi, monsignore, che il ministro sapeva da fonte sicura che le gioje erano andate coll’ambasciatore, il quale era lontano lontano di là dai mari. La gran regina era rovinata, rovinata quanto l’infima delle sue suddite, giacchè decadeva da tutta la sua grandezza.
«Davvero! fece Mazzarino.
«Ebbene! quattro uomini decisero di salvarla. Questi non erano principi, non duchi, non soggetti potenti, neppur ricchi, ma quattro soldati, che avevano cuor grande, braccio buono, franca spada. Partirono. L’Eccellenza era informata della loro partenza, ed aveva impostati dei servi sulla strada per impedire ch’essi giungessero alla loro meta. Tre furono ridotti in grado da non più combattere dai numerosi assalitori; ma uno solo arrivò in porto, ferì od uccise quei che volevano arrestarlo, varcò il mare, e riportò il finimento alla grande regina, che potè ornarsene il giorno stabilito.... per cui il ministro fu lì lì per dannarsi. Che dite di quest’azione, monsignore?
«Magnifica! disse Mazzarino fattosi pensieroso.
«Or bene, io ne so dieci consimili».
Mazzarino non parlava più, rifletteva.
Scorsero cinque o sei minuti.
«Non avete più niente da domandarmi, monsignore? fece Rochefort.
«Anzi, sì.... E il signor d’Artagnan era uno di quei quattro?
«Fu esso che diresse tutta l’impresa.
«E gli altri, chi erano?
«Permettetemi di lasciare a d’Artagnan la cura di nominarveli. Erano amici suoi e non miei; egli solo avrebbe su di loro qualche influenza, ed io nemmeno li conosco pei loro veri nomi.
«Diffidate di me, signor Rochefort! Ebbene, io sarò schietto sino all’ultimo: ho bisogno di voi, di lui, di tutti.
«Cominciamo da me, Eccellenza, poichè mi avete mandato a chiamare e sono qui; poi passerete a loro. Non vi sorprenderà la mia curiosità: quando uno è in prigione non gl’incresce di sapere dove si voglia mandarlo.
«Voi, mio caro signor di Rochefort, avrete il posto di confidenza; andrete a Vincennes, dov’è prigioniero il signor di Beaufort.... Eh! che avete?...
«Ho, che mi proponete una cosa impossibile, rispose Rochefort muovendo la testa con sommo dispiacere.
«Come, impossibile! e perchè è impossibile?
«Perchè il signor di Beaufort è amico mio, o piuttosto io sono amico suo.... vi dimenticate che fu egli che garantì per me alla regina?
«Da quel tempo in poi, è nemico dello Stato.
«Sì, può darsi; ma siccome io non sono nè re, nè regina, nè ministro, non è nemico a me, e non posso accettare la vostra offerta.
«È questa quella che chiamavate devozione? me ne congratulo con voi! la vostra non vi obbliga a molto, no!
«E poi, monsignore, comprenderete che uscire dalla Bastiglia per entrare a Vincennes non è altro che mutar carcere.
«Dite subito che siete del partito di Beaufort, e userete più schiettezza.
«Sono stato rinchiuso tanto tempo che son di un sol partito, cioè di quello dell’aria aperta. Impiegatemi a tutt’altro, speditemi con qualche missione, occupatemi attivamente, ma sulle strade maestre se si può!
«Caro signor di Rochefort, seguitò Mazzarino in atto beffardo, il vostro zelo vi trasporta; vi tenete tuttora per giovinotto perchè il cuore c’è sempre, ma vi mancherebbero le forze. Date retta a me, quel che adesso vi abbisogna è il riposo.... Olà! qualcuno!
«Non decidete dunque nulla, monsignore?
«Al contrario, ho deciso».
Venne Bernouin.
«Chiamate un usciere, disse il ministro, e restate vicino a me», continuò più adagio.
Entrò l’usciere. Mazzarino scrisse poche parole e gliele consegnò. Indi fece col capo un saluto, dicendo:
«Addio, signor di Rochefort».
Rochefort fe’ un inchino rispettoso.
«Vedo, monsignore, che mi devono ricondurre alla Bastiglia.
«Avete una grande intelligenza!
«Io ci torno; ma ve lo ripeto, avete torto di non volere impiegarmi.
«Voi! l’amico de’ miei nemici!
«Che volete? dovevate farmi nemico dei vostri nemici.
«Credete che non vi siano altri che voi? statene persuaso, ne troverò che vagliano da quanto voi.
«Ve lo auguro, monsignore.
«Va bene; andate, andate.... Appunto, è inutile che mi scriviate più, signor di Rochefort, le vostre lettere sarebbero lettere perdute.
«Ho cavato i marroni di sul fuoco! brontolò ritirandosi il gentiluomo, e se d’Artagnan non è contento di me quando or ora gli racconterò l’elogio che di lui ho fatto, bisogna che sia molto difficile.... Ma dove diamine mi conducono?»
Egli è che Rochefort veniva guidato per la scala piccola anzi che passare nell’anticamera ove lo attendeva d’Artagnan. Nel cortile trovò la sua carrozza e i suoi quattro uomini di scorta, ma invano cercò dell’amico.
«Ah ah! disse fra sè, ecco un gran cambiamento di cose, e se v’è sempre egual quantità di plebe per le vie, procureremo di provare al Mazzarino che siamo tuttora buoni ad altro, grazie a Dio, che a custodire un prigioniero».
E Rochefort saltò in carrozza, leggiero e svelto come se avesse avuto venticinque anni.
IV
La regina Anna sui quarantasei anni.
Mazzarino rimasto solo con Bernouin, stette un momento pensoso. Sapeva molto, eppure non peranche abbastanza. Egli rubacchiava al giuoco (questo è un dettato conservatoci da Brienne), e chiamava ciò: fare il suo vantaggio. Risolse di non intavolare la partita con d’Artagnan se non quando conoscesse bene tutte le carte dell’avversario.
«Vostra Eccellenza non mi comanda? chiese Bernouin.
«Sì sì, rispose il ministro, fammi lume, vo dalla regina».
Quegli prese un candelliere e andò avanti.
V’era un passaggio segreto che dagli appartamenti e dal gabinetto di Mazzarino metteva alle stanze della regina; da quella galleria transitava il ministro per recarsi presso alla regina a qualunque ora.
Arrivato nella camera da letto, dove dava quella specie di corridojo, Bernouin incontrò madama Beauvais. Madama Beauvais e Bernouin erano gl’intimi confidenti di quei rancidi amori, e la Beauvais s’incaricò di annunziare la venuta del ministro alla regina Anna, che stava nel suo oratorio col giovanetto re Luigi XIV.
La regina, seduta su di un gran seggiolone, con il gomito appoggiato sopra un tavolino e la testa sulla mano, guardava il regio fanciullo, che sdrajato sul tappeto sfogliava un gran libro di battaglie. Anna era la regina che meglio di tutte quante sapesse annojarsi con maestà; si tratteneva talvolta ore intere così ritirata nella sua camera o nell’oratorio, senza leggere nè pregare.
Il libro con cui si trastullava il re era un Quinto Curzio, arricchito d’incisioni che rappresentavano le alte gesta di Alessandro.
La Beauvais comparve sull’uscio, ed annunziò il ministro.
Il fanciullo si rizzò sur un ginocchio, inarcando le ciglia e guardando la madre.
«E perchè, disse, entra egli così senza far chiedere udienza?»
Anna arrossì un pochino.
«È importante, rispose, che nei tempi in cui siamo un ministro possa a tutte le ore venire a render conto di quanto accade alla regina senza aver da eccitare la curiosità od i commenti di tutta la corte.
«Ma mi pare che il signor di Richelieu non entrasse a questo modo.
«Come, vi ricordate ciò che faceva il signor di Richelieu? non potevate saperlo, eravate troppo piccolo.
«Non me lo ricordo: l’ho domandato, e mi è stato detto.
«E chi ve lo ho detto? ribattè la regina Anna con mal celata stizza.
«So che non devo mai nominare le persone che rispondono alle interrogazioni da me fatte, altrimenti non saprei più niente», replicò il giovinetto.
Nel momento si avanzò Mazzarino. Allora il re si alzò affatto, prese il volume, lo piegò, e andò a portarlo sul tavolino, accanto al quale stette in piedi onde obbligare Mazzarino a stare in piedi esso pure.
Il ministro con occhio intelligente sorvegliava tutta quella scena, da cui pareva aspettasse la spiegazione di quella che l’avea preceduta.
Fece un inchino rispettoso alla regina e una profonda riverenza al re, il quale gli rese con la testa un saluto molto sbrigativo. Però uno sguardo della madre rimproverò a questo di abbandonarsi ai sentimenti d’odio che sino dall’infanzia Luigi XIV nudriva pel ministro, ed allora egli accolse con un sorriso sul labbro il complimento di quest’ultimo.
La regina Anna tentava indovinare dal sembiante di Mazzarino la cagione dell’imprevista visita, perocchè egli non soleva venir da lei se non quando tutti se ne fossero andati.
Mazzarino avendo fatto col capo un cenno quasi impercettibile, la sovrana disse a madama Beauvais:
«È tempo che il re vada a letto; chiamate Laporte».
Essa aveva già detto al giovane principe due o tre volte di ritirarsi, e questi avea sempre insistito teneramente per trattenersi. Questa volta ei non fece osservazioni; si morse però le labbra, e impallidì.
Dopo un momento venne Laporte.
Il fanciullo gli andava incontro senza abbracciare la madre.
«Ebbene, Luigi, disse Anna, perchè non mi abbracciate?
«Credevo che foste adirata meco, signora, mi scacciate.
«Non vi scaccio, ma avete avuto ora appunto il vajuolo, siete ancora incomodato, e temo che a vegliare vi stanchiate di troppo.
«Non avete avuto lo stesso timore quando oggi mi avete fatto andare al palazzo a dare quei brutti editti che hanno fatto mormorar tanto il popolo.
«Sire, disse Laporte per fare un diversivo, a chi vuole Vostra Maestà ch’io dia il candelliere?
«A chi tu vuoi, Laporte, rispose il re, purchè (aggiunse a voce alta) non sia il signor Mancini».
Mancini era un nepote del ministro, cui questi aveva posto presso al re come garzoncello d’onore, e su cui Luigi XIV riportava una porzione dell’odio che aveva per lo zio di lui.
Ed il piccolo re se ne andò senza dare un bacio alla genitrice nè salutare Mazzarino.
«Alla buon’ora! disse il ministro, ho caro di vedere che si educhi Sua Maestà nell’orrore contro la dissimulazione.
«Perchè? domandò la sovrana in tuono quasi timido.
«Eh! mi pare che la maniera di andarsene del re non abbisogni di commenti.... già Sua Maestà non si prende l’incomodo di occultare il poco affetto che ha per me, lo che bensì non m’impedisce di essere tutto dedito a servirla come a servire la Maestà Vostra.
«Vi chiedo scusa per lui, fece Anna, è un bambino, e non può ancora sapere tutti gli obblighi che ha verso di voi».
Mazzarino sorrise.
«Ma, continuò la regina, eravate venuto senza dubbio per qualche oggetto importante: che v’è egli?»
Ed il ministro sedè, o meglio si buttò giù in una larga sedia, ed in atto malinconico disse:
«V’è, che secondo ogni probabilità, saremo costretti a lasciarci tra poco, ammenochè la vostra premura per me non v’induca a seguirmi in Italia.
«E perchè?
«Perchè, come dice l’opera di THISBÈ
Le monde entier conspire à diviser nos feux.
«Voi scherzate, signore? rispose Anna tentando riassumere alquanto della sua antica sostenutezza.
«Ahimè! no, signora, non ischerzo. Piuttosto piangerei, vi prego di crederlo, e v’è motivo: giacchè osserverete che ho detto: Le monde entier, e siccome voi pure formate parte del mondo intero, voglio dire che anche voi mi abbandonate.
«Come!
«Mio Dio! non vi vidi l’altro giorno sorridere graziosissimamente al signor duca d’Orleans, o meglio alle sue parole?
«E che parole erano?
«Vi diceva: Tutto l’inciampo è il vostro Mazzarino; parta costui, ed ogni cosa andrà bene.
«Che volevate che facessi?
«Oh, signora! voi siete la regina, mi pare!
«Bella dignità reale! a discrezione del primo scarabocchiatore di fogliacci del Palazzo Reale, o del primo gentilomuccio del regno!
«Bensì siete abbastanza forte per allontanare le genti che vi spiacciono.
«Cioè, che spiacciono a voi, ribattè Anna.
«A me!
«Di certo! Chi mandò via madama di Chevreuse, che per dodici anni era stata perseguitata sotto l’altro regno?
«Una raggiratrice, che voleva proseguire contro di me gl’intrighi cominciati contro al signor di Richelieu!
«Chi mandò via madama di Hautefort, amica così ottima, che aveva ricusata la grazia del re per rimanere in grazia mia?
«Una bacchettona, che ogni sera nello spogliarvi vi diceva che amandomi vi dannavate l’anima!
«Chi fece arrestare il signor di Beaufort?
«Un imbroglione, che parlava niente meno che di assassinarmi!
«Vedete dunque che i vostri nemici sono anche i miei.
«Non basta: bisognerebbe che inoltre gli amici vostri fossero miei puranco.
«Amici! (e la regina tentennava il capo) ahimè! non ne ho più.
«Come! non ne avete più nella prosperità, quando nell’avversità ne avevate?
«Perchè nella prosperità ho dimenticato quegli amici; perchè ho fatto quanto la regina Maria de’ Medici, che al ritorno dal suo primo esiglio sprezzò tutti coloro che avevano sofferto per lei, e proscritta per la seconda volta morì a Colonia abbandonata dal mondo intero, e persino da suo figlio, dacchè tutti oramai la disprezzavano.
«Or bene, vediamo un poco, disse Mazzarino, non sarebbe tempo di riparare il male? cercate fra i vostri amici più antichi.
«Che vorreste dire?
«Niente altro che quel che dico: cercate.
«Ah! invano mi guardo intorno, non ho influenza su veruno: Monsieur al suo solito si lascia guidare dal suo favorito: jeri era Choisy, oggi è la Rivière, domani sarà un altro. Il signor Principe è diretto da madama di Longueville, la quale poi si fa dirigere dal principe di Marsillac suo amante; il signor di Conti è condotto dal coadjutore, che si lascia condurre da madama di Guemenée.
«E perciò, io non vi esorto a guardare fra i vostri amici della giornata, ma fra quelli del passato.
«Del passato?
«Sì, del passato; fra coloro che vi ajutarono a lottare col duca di Richelieu, ed anche a vincerlo.
«A che punto vorrà egli portarmi? fece Anna, considerando inquieta il Mazzarino.
«Sì, questi continuò, in certe circostanze, con la mente potentissima e accorta ch’è caratteristica della Maestà Vostra, sapeste, mercè il concorso dei vostri amici, respingere gli attacchi di quell’avversario.
«Io? fece la regina, io soffersi, e non altro.
«Sì, ripicchiò Mazzarino, come soffrono le donne, vendicandosi.... or via, andiamo alla sostanza: conoscete il signor di Rochefort?
«Rochefort non era mio amico, ma ben anzi uno de’ nemici miei più accaniti, uno dei più fidi al ministro. Mi figuravo che lo sapeste.
«Lo so talmente, che lo facemmo porre nella Bastiglia.
«N’è uscito? chiese la sovrana.
«No; state quieta, v’è sempre: non vi discorro di lui se non per arrivare ad un altro: conoscete il signor d’Artagnan?»
E Mazzarino fissava attentamente in volto la regina.
Anna ricevè la botta nel cuore.
«Che il Guascone avesse parlato?» bucinò fra sè.
Poi disse forte:
«D’Artagnan?... aspettate, veh!.... sì, gli è un nome a me familiare, un moschettiere che era invaghito di una delle mie donne, povera meschinella che morì avvelenata per cagion mia.
«Non v’è altro che questo?» domandò Mazzarino.
La regina lo guatò attonita.
«Oh! disse, mi sembra che mi sottoponiate ad un esame.
«A cui rispondete a capriccio, ribattè il ministro con il suo sogghigno sempiterno e la voce sdolcinata.
«Signore, esponete chiaro i vostri desiderj, e risponderò nello stesso modo, disse Anna come indispettita.
«Or bene, signora, seguitò Mazzarino inchinandosi alquanto, bramo mi diate parte dei vostri amici, conforme io ve l’ho data della poca industria e del talento che mi concesse il cielo. Le circostanze sono gravi, e siam vicini a dover agire con energia.
«Da capo! soggiunse la regina, mi figurava che si fosse finita col signor di Beaufort.
«Sì, voi vedeste soltanto il torrente che voleva sconvolgere ogni cosa, e non badaste all’acqua stagnante. Eppure in Francia v’è un proverbio su le acque morte.
«Concludete! fece Anna.
«Ebbene! ripigliò Mazzarino, io tutti i giorni soffro gli affronti che mi fanno i vostri principi e i vostri servitori titolati, tutti automi, i quali non veggono che io li tengo per il loro spago, e che sotto la mia paziente gravità non hanno discoperto il sorriso dell’uomo crucciato che ha giurato fra sè di esser poi una volta il più forte. Facemmo arrestare, è vero, il signor di Beaufort, ma egli era il meno pericoloso di tutti, v’è ancora il signor Principe.
«Il vincitore di Rocroi? pensereste a lui?
«Sì, sì, ci penso spesso.... ma pazienza! come diciamo noi Italiani. Poi, dopo il signor di Condé, v’è il signor duca d’Orleans....
«Che dite mai? il primo principe del sangue, lo zio del re!
«Non già il primo principe del sangue, non lo zio del re, ma il vile cospiratore, che sotto l’altro regno, spinto dal suo carattere capriccioso e fantastico, tormentato da pensieri meschini, consumato da sciocca ambizione, astioso di chiunque lo superasse per lealtà e coraggio, sdegnato di essere un nulla, mercè la sua nullità appunto si fece l’eco di tutte le voci maligne, si fece la molla di tutti i raggiri, accennò di andare innanzi a tutte le brave persone che furono assai stolide per dar fede alle parole di un uomo del sangue regio, e le rinnegò allorchè esse salirono sul patibolo! Non il primo principe del sangue, non lo zio del re, lo ripeto, ma l’assassino di Chalais, di Montmorency e di Cinq-Mars, che oggi si prova a giuocare al giuoco medesimo, e s’immagina di vincere la partita perchè ha cambiato avversario, e perchè invece di aver di fronte un che minacci ha uno che sorride. Ma s’inganna, avrà perduto un tanto nel perdere Richelieu, ed io non ho interesse a lasciare vicino alla regina quel fermento di discordie con cui il defunto ministro fece bollire per venti anni la bile del re!»
Anna arrossì e si celò fra le mani la testa.
«Io non voglio umiliare Vostra Maestà, riprese Mazzarino in tuono di più calma ma di singolare fermezza, voglio che si rispetti la regina, e si rispetti il suo ministro, poichè di faccia a tutti io non sono altro che questo. Vostra Maestà sa ch’io non sono, conforme dicono molti, un burattino venuto d’Italia, e bisogna che tutti lo sappiano al pari di voi, o regina!
«Orsù, che devo fare? domandò Anna, curvatasi sotto quella voce che la dominava.
«Dovete ricercare nella vostra memoria i nomi di quegli uomini fidi e devoti che passarono il mare ad onta di Richelieu, lasciando ovunque tracce del proprio sangue per riportare a Vostra Maestà un certo finimento di gioje ch’Ella aveva donato al signor di Buckingham».
Anna si alzò maestosamente ed irritata, quasi l’avesse fatta balzare una molla di acciajo, e guardando Mazzarino con la dignità e l’alterezza che tanto la rendevano possente in gioventù, ella gli disse:
«Signore! voi m’insultate!
«Voglio infine, egli continuò terminando il suo concetto sospeso dal movimento di lei, voglio che oggi per vostro marito facciate ciò che in addietro faceste pel vostro amante.
«Anche questa calunnia! esclamò la regina, eppure io la credeva estinta e soffocata, poichè sinora me l’avevate risparmiata. Ed ecco che me ne parlate. Ebbene, meglio così! ne sarà discorso fra noi questa volta, e tutto sarà finito: m’intendete?
«Ma signora, fece Mazzarino meravigliandosi di quel ritorno di energia, non chiedo già che mi diciate tutto.
«Ed io tutto vuo’ dirvi, rispose la regina Anna. Dunque ascoltatemi: vuo’ dirvi che di fatti in quell’epoca v’erano quattro cuori zelanti, quattro anime leali, quattro spade fedeli, che mi salvarono più che la vita, mi salvarono l’onore.
«Ah! lo confessate!
«E forse dei colpevoli soltanto è esposto l’onore? e forse non si può disonorare qualcuno, ed in ispecie una donna, con le apparenze? Sì, le apparenze mi stavano contro, ed io era in procinto di esser disonorata; eppure, lo giuro, non ero colpevole: lo giuro....»
La regina cercò una cosa sacra su cui potesse giurare, e tolto da un armadio nascosto dal parato un cassettino di legno di rosa intarsiato d’argento, e posatolo sull’altare, seguitò:
«Lo giuro su queste sacre reliquie! amavo il signor di Buckingham, ma esso non era mio amante.
«E che reliquie sono codeste sulle quali giurate? disse il ministro sorridendo; ve lo avverto, nella mia qualità di Romano io sono incredulo, e vi sono reliquie e reliquie».
La regina si levò di collo una piccola chiave e glie la porse.
«Aprite, gli disse e vedrete da per voi».
Mazzarino, stupefatto, prese la chiave ed aprì il cassetto, in cui non trovò se non un coltello guastato dalla ruggine e due lettere, una delle quali macchiata di sangue.
«Ch’è mai questo? domandò.
«Che cos’è? replicò Anna con gesto da sovrana, e stendendo sul bauletto schiuso un braccio rimasto bellissimo ad onta degli anni, ora ve lo dico: queste due lettere sono le sole ch’io abbia mai scritte; il coltello è quello con cui Felton lo trafisse.... Leggete, signore, e vedrete s’io mentisco».
Non ostante il permesso datogli, Mazzarino, per un sentimento naturale, invece di scorrere i due fogli, pigliò il coltello che Buckingham moribondo si era tolto dalla ferita ed aveva mandato alla regina per mezzo di Laporte. La lama era guastata, essendo il sangue diventato ruggine. Dopo un momento di esame, durante il quale Anna era diventata bianca in viso quanto la tela che ricuopriva l’altare su cui essa appoggiavasi, ei lo rimise nel bauletto con un fremito involontario.
«Basta, signora, ed io sto al vostro giuramento.
«No, no, leggete, ripetè Anna aggrottando le ciglia, leggete: voglio così, così v’impongo, acciò conforme ho deciso si finisca tutto in questa volta e non ritorniamo più su tale argomento. Credete voi (aggiunse con un sorriso terribile) ch’io sia disposta a riaprire questa cassetta a ciascuna delle vostre venture accuse?»
Il ministro soggiogato da tanta energia obbedì quasi macchinalmente, e lesse le due lettere. Con una, la regina richiedeva indietro gli astucci a Buckingham: quella che portata da d’Artagnan era giunta in tempo; con l’altra essa lo preveniva che sarebbe assassinato: questa consegnata al duca da Laporte era arrivata troppo tardi.
«Basta, signora disse Mazzarino, a ciò non v’è che rispondere.
«Signor sì, continuò la regina Anna richiudendo il piccolo mobile ed appoggiandovi sopra la destra, sì, v’è da rispondere qualche cosa: è che io fui sempre ingrata verso quegli uomini che mi salvarono e fecero quanto poterono per salvar lui; è che nulla io diedi al prode d’Artagnan di cui poc’anzi voi parlavate, se non la mia mano al bacio e questo diamante».
La regina, presentando la bella mano al ministro, gli mostrava una pietra superba che le scintillava in dito.
«Egli lo vendè, per quanto pare, seguitò a dire, in un momento di ristrettezza: lo vendè per salvarmi la seconda volta, giacchè fu per ispedire al duca un messaggero ad avvertirlo che doveva essere assassinato.
«Sicchè d’Artagnan lo sapeva?
«Sapeva tutto. Come faceva mai? Lo ignoro. Ma in somma lo vendè a Des Essarts, in dito al quale io lo vidi e da cui lo ricomprai. Per altro questo diamante gli appartiene, e quindi voi, signore, restituiteglielo a nome mio, e poichè avete la sorte di aver presso di voi un uomo tale, procurate di rendervelo utile.
«Grazie, disse Mazzarino, profitterò del consiglio.
«E adesso, fece la regina come abbattuta dalla soverchia emozione, avete altro da domandarmi?
«Nulla, signora, disse il ministro col tuono il più carezzevole, se non che supplicarvi di perdonarmi i miei ingiusti sospetti; ma vi amo tanto che non è meraviglia se sono geloso, anche del passato».
Passò sul labbro alla sovrana un sorriso di espressione impossibile a definirsi.
«Or bene, se non avete altro da chiedermi, lasciatemi: dovete comprendere che dopo una scena simile ho d’uopo di esser sola».
Mazzarino s’inchinò.
«Io mi ritiro, signora.... mi permettete di tornare?
«Sì, ma domani; non sarà troppo questo tempo per rimettermi in quiete».
Il ministro prese la destra della regina, la baciò con galanteria, e se ne andò.
Appena fu uscito, la regina passò nell’appartamento di suo figlio, e domandò a Laporte se il re era coricato. Laporte le additò il fanciullo, che dormiva.
Anna salì i gradini del letto, appressò le labbra alla fronte alquanto rugata del figliuolo, e vi diè sopra un bacio. Indi si ritirò in silenzio come era venuta, limitandosi a dire al cameriere:
«Procurate, caro Laporte, che il re faccia più buon viso al ministro, a cui esso ed io abbiamo sì grandi obblighi».
V
Guascone e Italiano.
Nel frattempo il ministro era tornato al suo gabinetto, alla porta del quale sorvegliava Bernouin, e richiese a costui se nulla fosse accaduto di nuovo, e se fosse venuta alcuna notizia di fuori. Dietro la sua risposta negativa, gli fe’ cenno di ritirarsi.
Rimasto solo, andò ad aprir l’uscio della galleria, poi quello dell’anticamera. D’Artagnan, stanco, dormiva sopra uno sgabello.
«Signor d’Artagnan!» gli disse con voce dolcissima.
Quegli non si mosse.
«Signor d’Artagnan!» ripetè più forte.
L’altro seguitò il suo sonno.
Il ministro gli si avvicinò e gli toccò la spalla con la punta del dito.
Allora d’Artagnan si scosse, si destò, e destandosi si trovò in piedi come un soldato sotto le armi.
«Eccomi, disse, chi mi chiama?
«Son’io, fece Mazzarino nel modo più gentile che potesse.
«Chiedo scusa a Vostra Eccellenza... ma ero così stanco...
«Non mi chiedete scusa, giacchè vi siete affaticato per servir me».
D’Artagnan ammirava l’aspetto graziosissimo del ministro.
«Oh! borbottò fra’ denti, è vero il proverbio francese, che dormendo vien la fortuna?
«Seguitemi, signore, soggiunse Mazzarino.
«Animo, mormorò d’Artagnan, Rochefort mi ha mantenuta la parola; ma egli, di dove diamine è passato?»
Ed esaminò fino alle ultime cantonate della stanza, ma Rochefort non v’era più.
«Signor d’Artagnan, disse il ministro adagiandosi sur una poltrona, mi siete sembrato sempre un brav’uomo.
«Sarà! pensò il tenente, ma è stato un pezzo a dirmelo».
Ciononostante riverì curvandosi sino a terra per rispondere al complimento.
«Or bene, continuò Mazzarino, è arrivato il momento di porre a profitto i vostri talenti ed il vostro valore».
All’ufficiale uscì dagli occhi un lampo di allegrezza, che però subito si estinse dacchè ei non sapeva a che punto volesse venire l’Eccellenza.
«Comandate, monsignore, sono pronto ad obbedirvi.
«Voi, riprese Mazzarino, sotto l’ultimo regno compieste certe, imprese....
«È troppa bontà dell’Eccellenza Vostra il rammentarsele; è vero, feci la guerra con molto buon successo....
«Non parlo delle vostre imprese guerresche, mentre queste, quantunque abbiano fatto chiasso, sono state superate dalle altre.»
D’Artagnan si mostrò attonito.
«Ebbene, non rispondete?
«Aspetto, monsignore, che mi diciate di quai fatti intendete di discorrere.
«Dell’avventura.... eh! sapete ottimamente di che ragiono.
«Ahimè no! rispose d’Artagnan sorpreso.
«Siete segreto, tanto meglio! dico di quell’avventura della regina, degli astucci, del vostro viaggio con tre vostri amici...
«Ehi! pensò il Guascone, fosse questo un agguato? stiamo saldi!»
Ed assunse nel volto un’aria di stupefazione che invidiata gli avrebbero Mondori e Bellerose, i due migliori comici dell’epoca.
«Benone! aggiunse Mazzarino ridendo, bravo! me lo avevano detto ch’eravate l’uomo che mi abbisogna... Orsù, che fareste per me?
«Tutto ciò che mi ordinerà Vostra Eccellenza.
«Fareste per me quel che operaste in addietro per una regina?
«Assolutamente, mugolò fra sè d’Artagnan, e’ vogliono farmi ciarlare. Stiamo a vedere: capperi! non è mica più accorto di Richelieu.... Per una regina, monsignore? non capisco.
«Non capite che ho bisogno di voi e dei tre vostri amici?
«Di che amici?
«Dei tre vostri di tempo fa.
«Tempo fa non ne avevo tre, ma cinquanta: a’ venti anni si chiaman tutti amici.
«Bene bene, signor ufficiale; la segretezza è una bella cosa, ma oggi potreste pentirvi di averne usata di troppo.
«Monsignore, Pittagora faceva stare in silenzio cinque anni i suoi discepoli per insegnar loro a tacere.
«E voi ci siete stato venti anni, signor mio; sono quindici anni di più che un filosofo pittagorico, e mi paiono assai. Oggi dunque parlate, poichè la regina stessa vi scioglie dal vostro giuramento.
«La regina! esclamò il Guascone con istupore non più finto.
«Sì; e per prova che vi discorro in nome suo, v’è che mi ha detto di mostrarvi questo diamante, cui assicura che conoscete, e che ha ricomprato da Des Essarts».
Mazzarino stendeva la mano verso l’ufficiale, il quale sospirò nel vedere il brillante ch’era stato proprietà della sovrana.
«È vero, disse questo, riconosco il diamante ch’era della regina.
«Dunque vedete che vi parlo da parte sua; e allora rispondetemi senza far più commedie. Ve l’ho detto, e ve lo ripeto, da ciò dipende la vostra fortuna.
«Oh! affè, io ho grande necessità di far fortuna. Vostra Eccellenza mi ha dimenticato per tanto tempo!
«Bastano otto giorni per ripararvi. Animo, eccovi qua, voi; ma i vostri amici dove sono?
«Non lo so.
«Come, non lo sapete?
«No; da un pezzo ci siamo separati, giacchè tutti tre hanno abbandonato il servigio.
«Ma dove li ritroverete?
«Dovunque siano: a questo penso io.
«Ottimamente. Le vostre condizioni?
«Danaro, monsignore, finchè ne esigano le nostre intraprese. Troppo mi ricordo quanto fummo trattenuti dalla mancanza di soldi, e senza quel brillante che fui costretto a vendere saremmo rimasti per la via.
«Diavolo! danari, e molti.... come tirate giù, signor ufficiale! sapete che non ve n’è danaro, nei cassoni del re?
«Allora, Eccellenza, fate come feci io, vendete le gioje della Corona; datemi retta, non istiamo a stiracchiare; si fanno male le cose grandi con mezzi piccoli.
«Ebbene.... si vedrà di soddisfarvi.
«Richelieu (pensò d’Artagnan) mi avrebbe già dato cinque cento doppie di caparra.
«Sarete dunque mio?
«Sì, se così vogliono i miei amici.
«Ma in caso di loro rifiuto, potrei contare su di voi?
«Solo non feci mai niente di buono, replicò d’Artagnan muovendo il capo.
«Andate a trovarli, dunque.
«Che dirò ad essi per indurli a servire Vostra Eccellenza?
«Li conoscete meglio di me; secondo il loro carattere, promettete.
«Che prometterò?
«Che servano me come la regina, e somma sarà la mia riconoscenza.
«Che faremo?
«Tutto, giacchè pare che tutto sappiate fare.
«Monsignore, quando s’ha fiducia nelle persone e si vuole ch’esse ne abbiano in noi, s’informano meglio di quel che pratica Vostra Eccellenza.
«State quieto, allorchè venga il momento di agire saprete tutta la mia idea.
«E sino allora?
«Aspettate, e cercate i vostri fidi.
«Eh! forse non saranno a Parigi; è anzi probabilissimo; bisognerà viaggiare, io sono un tenente di moschettieri molto povero, e i viaggi costano caro.
«Non è mia intenzione che figuriate con gran treno; i miei progetti hanno d’uopo di mistero, e patirebbero per troppo grande montatura.
«E di più, monsignore, io non posso viaggiare con la mia paga, mentre ella mi è arretrata di tre mesi; e non posso neppure con quel che ho messo insieme, mentre in ventidue anni che servo non ho messo insieme altro che debiti».
Mazzarino stette alquanto pensoso, come se in lui sorgesse grandissimo contrasto; andò poi ad un armadio chiuso con tre serrature, ne levò un sacco, e pesandolo fra le mani due o tre volte innanzi di darlo a d’Artagnan gli disse con un sospiro:
«Pigliate questo, e sia per la gita.
«Se sono doppie di Spagna, o anche scudi d’oro, fece fra sè d’Artagnan, potremo ancora far negozi tra noi».
Salutò il ministro, e si cacciò il sacco nella larga tasca.
«Or via, dunque è conchiuso, disse Mazzarino, vi porrete in viaggio.
«Sì, monsignore.
«Scrivetemi ogni giorno per darmi contezza delle vostre trattative.
«Non mancherò.
«Benissimo.... A proposito, i nomi dei vostri amici?
«I nomi? ripetè il tenente con un avanzo d’inquietudine.
«Sì; frattanto che voi dal canto vostro cercherete, io dal mio m’informerò, e forse saprò qualcosa.
«Il signor conte de la Fère, detto altrimenti Athos; il signor Du Vallon, detto altrimenti Porthos; e il signor cavaliere d’Herblay, oggi abate d’Herblay, detto altrimenti Aramis».
Il ministro sorrideva.
«Cadetti, diss’egli, che si erano arruolati ne’ moschettieri sotto nomi falsi per non comprometter quelli delle loro famiglie; spadacce lunghe, ma borse leggere.... si sa, si sa.
«Se Dio vuole che quelle spadacce passino al servizio di Vostra Eccellenza, ardisco esprimere un mio desiderio, cioè che poi la vostra borsa, monsignore, diventi leggera e la loro pesante, perchè con quei tre uomini l’Eccellenza Vostra metterà in moto tutta la Francia, ed anche tutta l’Europa se le fa comodo.
«Questi Guasconi, replicò ridendo Mazzarino, sono quanto gl’Italiani per le smargiassate.
«In ogni caso, ribattè d’Artagnan imitando la risatina del ministro, e’ sono da meglio per le stoccate».
Ed uscì, dopo aver chiesto un congedo, che gli fu subito accordato e firmato da Mazzarino.
Appena fu fuori, si accostò ad un lampione del cortile e guardò in fretta nel sacco.
«Scudi d’argento! fece con disprezzo, me lo figuravo! Ah Mazzarino, Mazzarino! non hai fiducia in me? peggio per te! questa sarà la tua disgrazia!»
Frattanto il ministro si stropicciava le mani.
«Cento doppie, brontolava, cento doppie! per cento doppie ho avuto un segreto che Richelieu avrebbe pagato venti mila scudi; senza contare questo brillante.... seguitò, volgendo amorosamente gli occhi sull’anello che erasi ritenuto invece di darlo a d’Artagnan, che vale almeno dieci mila lire».
E tornò nella sua camera, contentissimo della serata cui aveva fatto un sì bel guadagno, mise l’anello in uno scrignetto fornito di diamanti d’ogni sorta, giacchè aveva genio per le gioje, e chiamò Bernouin acciò lo spogliasse, senza più occuparsi dei clamori che continuavano a venire tratto tratto a scuotere i vetri, e delle schioppettate che ancor si udivano per Parigi, benchè fossero più delle undici ore di notte.
Nel frattempo d’Artagnan s’incamminava verso la via Tiquetonne, dove abitava all’albergo della Chevrette.
Ora, diciamo un po’ in qual modo si fosse indotto a prescegliersi quell’abitazione.
VI
D’Artagnan sui quarant’anni.
Ohimè! dopo l’epoca in cui, nel nostro romanzo dei Tre Moschettieri, lasciammo d’Artagnan in via dei Fossoyeurs (dei beccamorti), al N. 12, erano passate molte cose, e soprattutto molti anni.
D’Artagnan non aveva fallito alle circostanze, ma sibbene le circostanze a lui. Finchè aveva avuti attorno gli amici era rimasto nella sua gioventù e nella sua poesia: era una di quelle indoli ingegnose e fini che facilmente s’immedesimano con le qualità altrui: Athos gli dava della sua grandezza, Porthos del suo estro, Aramis della sua eleganza. S’egli avesse seguitato a vivere con quei tre sarebbe divenuto un uomo superiore. Fu il primo Athos a lasciarlo, per ritirarsi nella piccola tenuta che aveva ereditata dalla parte di Blois; il secondo Porthos, per isposare la sua procuratrice; il terzo, Aramis, per farsi abate. Da quel punto d’Artagnan, che sembrava avesse confuso il suo avvenire con quello de’ suoi tre colleghi, si trovò isolato e debole, senza coraggio per seguitare una carriera in cui capiva di non poter divenire qualche cosa se non a patto che ognuno dei compagni gli cedesse (qualora ciò possa dirsi) una parte del fluido elettrico rispettivamente ricevuto in dono.
E quindi, abbenchè fatto tenente dei moschettieri, ei si trovò nello stesso isolamento. Non era di nascita assai elevata, come Athos, per essere accolto nelle grandissime case; non borioso come Porthos, per far credere che frequentasse l’alta società; non abbastanza gentiluomo, come Aramis, per mantenersi nella nativa sua eleganza, questa traendo da sè medesimo. Per qualche tempo la grata ricordanza di madama Bonacieux aveva impressa nello spirito del nostro tenente una tal quale poesia; ma questa ricordanza, distruttibile al pari di quella delle cose tutte di questo mondo, erasi dileguata. La vita di guarnigione è funesta anco alle organizzazioni aristocratiche. Delle due nature opposte componenti l’individualità di d’Artagnan la natura materiale a poco a poco avea vinto, ed egli pian piano, senza nemmeno accorgersene, sempre in campo, sempre a cavallo, era diventato (non so come si chiamasse in quell’epoca) quel che ai giorni nostri si dice un vero soldataccio (un véritable troupier).
Non è che per questo egli avesse perduta la sua primitiva scaltrezza. Oh no! anzi codesta scaltrezza erasi pure accresciuta, o pareva almeno doppiamente rimarchevole sotto una più rozza apparenza, ma egli l’aveva applicata alle piccole e non alle grandi cose della vita, al ben essere materiale, al ben essere quale lo intendono i soldati, cioè ad aver buona tavola, buon alloggio, buona locandiera.
E tutto questo, ei lo aveva trovato da sei anni in via Tiquetonne, all’insegna della Chevrette, o sia del Granchio.
Nei primi tempi di sua permanenza in quell’albergo, la padrona di casa, bella e fresca Fiamminga di venticinque a ventisei anni, erasi invaghita di lui fuor di modo; dopo certi amoretti, inceppati da un importuno marito, al quale dieci volte d’Artagnan fece finta di passare la spada a traverso al corpo, il detto marito una mattina sparì, disertando per sempre, dopo aver venduto di soppiatto alcuni barili di vino e portatosi via le gioje e i denari. Fu creduto morto. La moglie specialmente lusingandosi nella dolce idea di esser vedova, sosteneva arditamente ch’era estinto. Alla perfine, a capo a tre anni di una relazione che d’Artagnan non aveva per certo cercato di troncare, trovando ogni anno più di suo genio l’alloggio e la padrona, conciossiachè questa dava quello a credenza, la donna ebbe la stravagante pretensione di diventar moglie, e gli propose di sposarlo.
«Oibò! disse d’Artagnan, bigamia! ma vi pare, mia cara?
«È morto, ne sono sicurissima.
«Era tanto dispettoso che tornerà per farci impiccare.
«Veh! se torna lo ammazzerete; siete sì abile e coraggioso!
«Gnaffe! un altro mezzo per andare sulla forca!
«Dunque rigettate la mia domanda?
«E come! e con tutta fermezza!»
La bella albergatrice si disperò: avrebbe fatto di d’Artagnan non solo il suo consorte, ma anche il suo nume! era un uomo tanto bello! aveva baffi superbi!...
Verso il quarto anno di quella relazione venne la spedizione di Franche-Comté. D’Artagnan fu destinato a farne parte, e si accinse alla partenza. Furono grandi dolori, lagrime interminabili, promesse di restar fedele, tutto, già s’intende, dal lato della locandiera: d’Artagnan era troppo signorone per prometter nulla, e perciò promise soltanto di far ciò che potrebbe onde accrescere vieppiù la gloria del suo nome.
Su questo particolare, noi conosciamo il suo coraggio; si dedicò egregiamente e con la propria persona, e caricando alla testa della sua compagnia ricevè a traverso al petto una palla che lo distese per il lungo sul campo di battaglia. Fu visto cadere da cavallo, nessuno lo vide rialzarsi; lo crederono morto, e tutti coloro che speravano di succedergli nel suo grado dissero ad ogni evento che lo era. Di leggieri si crede ciò che si brama; e all’armata, dai generali di divisione che bramano la morte del generale in capo, sino ai soldati che bramano quella dei caporali, tutti desiderano di qualcuno la morte.
D’Artagnan però non era uomo da lasciarsi ammazzare così.
Rimasto, durante i calori della giornata svenuto sul campo, lo fe’ tornare in sè il fresco della notte; corse ad un villaggio; andò a bussare alla più bella casa, fu ricevuto come lo sono dappertutto e sempre i Francesi ancorchè feriti, fu accarezzato, curato, guarito, e più sano che mai, una mattina s’avviò di nuovo inverso Francia; una volta in Francia si diresse a Parigi, ed a Parigi s’incamminò in via Tiquetonne.
Ma trovò la sua camera occupata da un cappellinajo pieno d’arredi da uomo, meno la spada, appoggiata al muro.
«Sarà tornato; disse fra sè, peggio così; e meglio così!»
Già si capisce che d’Artagnan pensava al marito.
Egli s’informò. Garzoni nuovi, nuova serva; la padrona era ita a spasso.
«Sola? fece d’Artagnan.
«Col padrone.
«Sicchè il padrone è tornato?
«Di certo, rispose semplicemente la fantesca.
«Se avessi soldi, egli disse fra sè, me ne andrei, ma non ne ho: bisogna restar qui, e appigliarsi al consiglio della mia locandiera coll’impedire i conjugali progetti di quello spettro importuno».
Terminava questo monologo (lo che prova che nelle circostanze gravi il monologo è naturalissimo) quando la serva, che faceva la posta sull’uscio, esclamò ad un tratto:
«Oh! ecco appunto la padrona che viene col padrone».
D’Artagnan, lanciato uno sguardo sul canto della strada Montmartre, vide la locandiera che se ne veniva sospesa al braccio di un enorme Svizzero, il quale si tentennava camminando con tali maniere che a lui rammentarono gradevolmente l’antico amico Porthos.
«È quello il padrone? disse fra sè d’Artagnan, oh! mi pare cresciuto di molto».
E sedè in sala in un luogo bene in vista.
La donna, nell’entrare, lo adocchiò subito, e diede un piccol grido.
Dietro al quale, il tenente, supponendosi riconosciuto, si alzò, le corse incontro, e l’abbracciò teneramente.
Lo Svizzero guardava stupefatto l’albergatrice, che impallidiva.
«Ah! siete voi?... che volete? essa chiese nella massima agitazione.
«Il signore è vostro cugino? il signore è vostro fratello? disse d’Artagnan».
E senza sconcertarsi nella parte che rappresentava, nè attendere ch’ella rispondesse, si gettò al collo all’Elvetico.
Questi si lasciò fare con tutta freddezza.
«Chi è costui? domandò poi».
La donna soffocava, non aveva più fiato.
«Chi è questo Svizzero? la interrogò il tenente.
«Deve sposarmi,.... fece l’ostessa fra due spasimi.
«Dunque vostro marito finalmente è morto?
«Che inderesse voi? disse lo Svizzero.
«Inderesse molto, ribattè d’Artagnan, sendochè non potete sposarla senza mio consenso, e che io....
«E ghe?... cominciò l’altro.
«E ghe, io non lo do, terminò il moschettiere».
L’Elvetico diventò rosso come un fringuello; aveva la bella uniforme indorata. D’Artagnan indossava una specie di pastrano bigio; l’Elvetico era alto sei piedi, d’Artagnan appena cinque: l’Elvetico si reputava in casa sua, d’Artagnan gli pareva un intruso.
«Folete uscire di qua? urlò il forestiere, picchiando forte col piede come uno che principii a andare davvero per le furie.
«Io? niente affatto!
«Eh! basta andare a cercare man-forte, suggerì un cameriere, il quale non si poteva capacitare che quell’uomiciattolo contrastasse il posto a quell’omone.
«Tu, urlò d’Artagnan oramai più incollerito, afferrando per le orecchie il garzone, tu comincerai da star qui; e non ti muovere, o che ti strappo quel che ti ho già preso. Voi, illustre discendente di Guglielmo Tell, farete un fagotto dei vostri abiti, che sono nella mia stanza e mi danno impaccio, e partirete subito a procurarvi un altro albergo».
Lo Svizzero si mise a ridere fortemente.
«Io pardire! e perghè?
«Ah! va bene, disse d’Artagnan; allora, venite meco a fare un giro, e vi spiegherò il resto».
La locandiera, che conosceva d’Artagnan per lama fina, si diede a piangere, e a svellersi i capelli.
Questi si volse dalla parte della bella piangente.
«Dunque, mandatelo via, signora!
«Oipò! replicò lo Svizzero, a cui era bisognato un dato tempo per comprendere la proposizione fattagli dal moschettiere, oipò! prime, chi siete per proborre un gire con voi?
«Sono tenente dei moschettieri di Sua Maestà, e in conseguenza vostro superiore in tutto; solamente, siccome qua non si tratta di grado, ma di biglietto di alloggio, voi conoscete l’usanza: venite a procacciarvi il vostro; il primo che qui torni riprenderà la sua camera».
D’Artagnan condusse fuori lo Svizzero, ad onta delle lamentazioni della locandiere, la quale in fondo si sentiva propendere il cuore all’antico amore, ma non avrebbe sgradito di dare una lezione all’orgoglioso moschettiere che le avea fatto l’affronto di ricusare la sua mano.
I due avversari se ne andarono direttamente ai fossi Montmartre. Annottava quando vi giunsero. D’Artagnan pregò civilmente l’Elvetico di cedergli la stanza e non farsi più vedere: questi rifiutò con un moto della testa, e sguainò la spada.
«Allora dormirete qui; disse d’Artagnan, è un brutto alloggio, ma io non ci ho colpa, voi lo avete voluto».
E levò il ferro esso pure, e lo incrociò con quello del nemico.
Avea che fare con un pugno duro, ma la sua agilità superava qualunque forza.
La draghinassa del Tedesco non incontrava mai quella di d’Artagnan. Lo Svizzero ricevè due stoccate innanzi di accorgersene a motivo del freddo. Però ad un tratto la perdita del sangue e la debolezza da questa prodottagli lo obbligarono a sedersi.
«Là! gridò d’Artagnan, ve lo avevo detto? ci avete guadagnato di molto! ostinataccio!... Fortunatamente per voi, sarà il male tutto al più di una quindicina di giorni. State costì, e vi manderò subito i vostri panni per mezzo del cameriere.... A rivederci.... Oh! appunto, pigliate alloggio in via di Montorgueil al Gatto che passeggia; ci si ha buona tavola, se è sempre la medesima ostessa. Addio».
E se la ribattè allegro e svelto a casa; inviò le sue robe allo Svizzero, che il garzone trovò nello stesso posto ov’ei lo aveva lasciato, tuttavia dolente della fermezza riscontrata nel suo avversario.
Il cameriere, la locandiera, tutti in somma, ebbero per d’Artagnan i riguardi che si avrebbero per Ercole s’egli ricomparisse sulla terra a ricominciare le sue dodici fatiche.
Ma egli, quando fu solo con l’albergatrice, le disse:
«Ormai, bella Maddalena, sapete che distanza corre da uno Svizzero a un gentiluomo. Voi vi siete contenuta da vera locandiera. Peggio per voi, giacchè mediante questa condotta perdete la mia stima e la mia ricorrenza. Ho scacciato quel Tedesco per umiliarvi, ma non istarò più qui: non tengo dimora là dove ho disprezzo.... Ohi, giovanotto, portate la mia valigia al Moggio di Amore in via dei Bordonesi. Signora, addio».
E bisogna credere che pronunciando tali parole D’Artagnan fosse ad un tempo e maestoso e commovente. La donna gli si buttò ai piedi, gli chiese scusa, e lo trattenne, ahimè! con dolcissima violenza. Che diremo di più? scorreva il girarrosto, friggeva la padella, Maddalena lacrimava; d’Artagnan sentì la fame, il freddo e l’amore tornargli tutti insieme; perdonò, e perdonando rimase là.
Ed ecco il come egli dimorasse nella strada Tiquetonne all’albergo del Granchio, o de la Chevrette.
VII
D’Artagnan è nell’imbarazzo, e lo viene a soccorrere un antico conoscente.
Or dunque, d’Artagnan se ne veniva indietro, pensoso, contento di portar seco il sacco di Mazzarino, e riflettendo al bel brillante stato già suo, e che per un momento avea veduto luccicare in dito al primo ministro. E diceva:
«Se mai quel diamante mi cadesse di nuovo fra le mani, ne farei subito danari, comprerei qualche effetto attorno alla villa di mio padre, ch’è una bella abitazione, ma non ha altre dependenze se non se un giardino grande a mala pena quanto il cimitero degli Innocenti; e là, nella mia maestosità attenderei che qualche erede incantata dalla mia buona cera mi venisse a sposare; poi avrei tre figli maschi; farei il primo un signorone come Athos, il secondo un bel soldato come Porthos ed il terzo un grazioso abate come Aramis. Per Diana! sarebbe meglio mille volte che la vita ch’i’ vo facendo.... Ma pur troppo messer Mazzarino è un certo tomo che non si spossederà del diamante a favor mio».
Che avrebbe detto d’Artagnan, ove avesse saputo esser quella pietra affidata dalla regina a Mazzarino per renderla a lui?
Entrato nella via Tiquetonne, vide che v’era gran susurro; attorno alla sua dimora stava un attruppamento non piccolo.
«Oh oh! fece allora, avesse preso fuoco l’albergo del Granchio, o fosse tornato sul serio il consorte di Maddalena?»
Nè uno nè l’altro: avvicinandosi si accorse qualmente la riunione avea luogo non davanti alla sua locanda, ma al casamento contiguo. Si udivano grida, correva gente con delle fiaccole, ed al lume di queste ei distinse delle uniformi.
Domandò che fosse stato.
Gli fu risposto, come un borghese con circa venti suoi amici aveva assalita una carrozza scortata dalle guardie del ministro, ma sopraggiunto un rinforzo erano essi fuggiti, il capo della riunione erasi ricovrato nella casa vicina all’albergo, e là si facevano ricerche.
D’Artagnan in gioventù si sarebbe slanciato là dove vedeva uniformi e avrebbe dato manforte a’ soldati contro i borghesi; però quei bollori di testa gli erano passati, e inoltre aveva nelle saccocce le cento doppie di Mazzarino, nè voleva arrischiarsi in una sommossa.
Entrò in locanda senza far altre richieste.
Prima voleva sempre sapere, allora sapeva sempre abbastanza.
Trovò Maddalena, che non lo attendeva, supponendo, secondo le aveva detto, che pernottasse al Louvre; essa gli fece molte feste per l’imprevisto ritorno, il quale le facea comodo tanto più ch’ella aveva paura di ciò che accadeva sulle strade e non aveva alcuno Svizzero a farle guardia.
Essa dunque voleva intavolar seco conversazione e raccontargli quanto era successo; ma d’Artagnan rifletteva, e in conseguenza non era in vena da chiacchierare; essa gli mostrò la cena che fumava, ed egli le ordinò la mandasse nella sua camera e vi aggiungesse una bottiglia di Borgogna del vecchio.
La bella Maddalena era avvezzata a obbedire militarmente, cioè ad un cenno; questa volta d’Artagnan si era degnato di parlare, e quindi fu obbedito con doppia lestezza.
Egli prese la chiave e la candela, e salì in camera. Per non recar pregiudizio all’appigionamento, si era contentato di una stanza al quarto piano. Il nostro rispetto per la verità ci obbliga a dire inoltre che la stanza si trovava per l’appunto sotto la grondaja e sopra al tetto.
Era quella la sua tenda di Achille. Ei vi si rinchiudeva quando intendeva colla sua assenza castigare Maddalena.
Prima sua cura fu di andare a riporre in un vecchio scrigno, che aveva la serratura nuova, il sacchetto cui non ebbe tampoco necessità di riscontrare per sapere qual somma contenesse; indi, essendogli dopo un momento apparecchiato, licenziò il garzone, chiuse l’uscio e si mise a tavola.
Non era già per riflettere, conforme taluno potrebbe credere: ma d’Artagnan pensava che le cose non si fanno bene se non una dopo l’altra; aveva fame, cenò; e dopo andò a letto.
D’Artagnan non era nemmeno di coloro che opinano che la notte dia consiglio: la notte dormiva. La mattina, all’incontro, fresco, lucido, trovava le migliori inspirazioni. Da gran tempo non aveva avuto occasione di pensare la mattina, ma aveva dormito sempre nella nottata.
Si destò all’alba, balzò dal letto con risolutezza veramente militare, e passeggiò per la camera ruminando fra sè:
«Nel 43 (diceva), circa sei mesi dopo la morte del defunto ministro, ricevei una lettera di Athos.... dove? dove?.... ah! me ne ricordo, all’assedio di Besanzone: ero nella trincea.... Che mi diceva egli?.... Che abitava una piccola tenuta.... sì, piccola tenuta.... ma dove? arrivato a quel punto della lettera, il vento me la portò via.... altra volta sarei ito a cercarla, benchè il vento l’avesse condotta in un luogo molto scoperto.... Ma la gioventù è un gran difetto.... quando, non si è più giovani.... Lasciai andare il foglio a portar l’indirizzo di Athos agli Spagnuoli, i quali non sanno che farsene e che dovrebbero rimandarmelo.... Dunque ad Athos non va pensato. Animo.... Porthos.... Ebbi una lettera sua; m’invitava a una gran caccia nelle sue terre per il settembre 1646. Disgraziatamente, essendo io in quell’epoca nel Bearn a motivo della morte di mio padre, la missiva venne colà dietro di me; ed io era partito quando essa vi giunse.... mi seguitò, e toccò Montmedy pochi giorni dopo ch’io aveva abbandonata anco questa città.... Mi capitò in aprile finalmente, ma nell’aprile 47, e poichè l’invito era per settembre del 46 non ne potei profittare.... Su, si cerchi la missiva; dev’essere con i miei documenti di proprietà....»
D’Artagnan aprì una cassetta che giaceva in un canto, piena di pergamene relative alla tenuta di d’Artagnan, la quale da due cento anni era uscita affatto dalla sua famiglia, e diede un grido dall’allegrezza: aveva riconosciuto il grosso carattere di Porthos, e sotto, alcuni versi di scritte piccole piccole fatti dalla mano secchissima della degna di lui sposa.
Non si lambiccò il cervello a rileggere la lettera: ne sapeva digià il contenuto; andò all’indirizzo.
Questo era al castello du Vallon.
Porthos aveva dimenticato qualunque altro schiarimento. Nel suo orgoglio ei si credeva che tutti dovessero conoscere il castello a cui egli avea dato il proprio nome.
«Maledetto superbo! fece d’Artagnan, sempre lo stesso!.... Eppure mi tornava conto di cominciare da lui, attesochè non deve aver bisogno di danari, avendo ereditate le otto cento mila lire di M. Coquenard.... Eh! ora mi manca il migliore; Athos era diventato melenso a forza di bere; Aramis sarà immerso ne’ suoi esercizi di divozione».
D’Artagnan diede un’altra occhiata al foglio di Porthos. V’era un poscritto, e conteneva questa frase:
— Scrivo con questo stesso corriere al nostro degno Aramis al suo convento. —
«Al suo convento, sì, ma a che convento? ve ne sono due cento in Parigi, e tremila in Francia. E poi, forse nel mettercisi avrà mutato nome per la terza volta.... Ah! se fossi dotto in teologia, e mi ricordassi almeno il soggetto delle sue tesi, ch’ei discuteva tanto bene a Crevecoeur col curato di Montdidier, vedrei a qual dottrina è più propenso e ne dedurrei di qual Santo possa esser divoto a preferenza.... Eh! se me ne andassi dal ministro, e gli chiedessi un salvocondotto per entrare in tutti i chiostri possibili, sarebbe una buona idea, e probabilmente lo rinverrei colà come Achille.... Sì, ma questo è un confessare da bel principio la mia impotenza e perdermi di botto nel concetto del ministro. I grandi non ci hanno gratitudine se non quando si fa per loro l’impossibile. — Se fosse stato possibile (ci dicono) lo avrei fatto da me.... — E hanno ragione.... Ma aspettiamo un poco.... Ebbi una lettera anche da lui, dal caro amico, e per segno mi chiedeva un piccolo favore e glielo feci.... Ah! sì, ma adesso, dove diavolo l’ho messa?»
D’Artagnan riflettè un momento, e si avanzò verso il cappellinajo dov’erano appesi i suoi abiti vecchi; vi cercò il suo giubbetto del 1648; e siccome egli era un giovane che teneva le cose a sesto, lo ritrovò attaccato a un chiodo. Frugò nella saccoccia e ne levò un foglio: era precisamente il dispaccio di Aramis.
«Signor d’Artagnan (ei gli diceva), sapete che ho avuto una contesa con un certo gentiluomo che mi ha fissato convegno per questa sera in Piazza Reale; siccome sono ecclesiastico e la faccenda mi potrebbe nuocere se ne dessi parte ad altri che a voi, vi scrivo perchè mi serviate da secondo. Entrerete dalla via S. Caterina; sotto il secondo lampione a man diritta sarà il vostro avversario. Io sarò col mio sotto il terzo.
Vostro aff.mo
Aramis».
Questa volta non v’erano neppure addio e saluti. D’Artagnan procurò di raccogliere le sue rimembranze. Egli era andato all’appuntamento, ivi incontrato l’avversario indicato, di cui non avea mai saputo il nome, gli aveva favorita una bella stoccata nel braccio, e poi si era avvicinato ad Aramis, che dal canto suo gli veniva incontro, avendo anch’esso terminata la sua bisogna.
«È finita, gli avea detto Aramis, credo di aver ucciso quell’insolente. Ma, amico caro, se avete bisogno di me, sapete che son tutto vostro».
Ed Aramis, datagli una stretta di mano, era sparito sotto gli archi.
D’Artagnan non sapeva dove fosse Aramis niente più che Athos e Porthos, e cresceva il suo imbarazzo. Però gli parve udir romore di un vetro che si rompesse nella stanza. Pensò subito al sacco ch’era nello scrigno, e corse fuori. Non si era ingannato: mentre egli entrava dall’uscio entrava un uomo dalla finestra.
«Ah, birbante! urlò d’Artagnan prendendo colui per un ladro e ponendo mano alla spada.
«Signore! esclamò l’altro, non sono un ladro, oh no! sono un onesto borghese in buono stato, che ho delle case al sole, e mi chiamo.... Ah! non fo sbaglio, siete il signor d’Artagnan!
«E tu, Planchet! gridò il tenente.
«Ai vostri comandi, fece Planchet, se potessi ancora esservi utile.
«Forse sì: ma che diamine fai a correr su per i tetti la mattina alle sette nel mese di gennajo?
«Signore, avete a sapere.... ma no.... anzi, forse non dovete saperlo....
«Che mai? che mai?.... Prima di tutto, metti un tovagliuolo davanti al vetro e chiudi la portiera».
Planchet obbedì.
«Ebbene? domandò il tenente.
«Innanzi a tutto, chiese il prudente Planchet, come state col signor de Rochefort?
«Ottimamente! Rochefort! ma sai che adesso è uno dei miei più grandi amici?
«Ah! meglio così.
«E che ha che vedere Rochefort con la tua maniera d’entrare in camera mia?
«Eccoci; v’ho da dire in primo luogo che il signor Rochefort è....»
Planchet titubava alquanto.
«Cappio! fece d’Artagnan, lo so, è alla Bastiglia.
«Cioè, vi era, ribattè Planchet.
«Come, vi era? esclamò d’Artagnan, ha avuto la fortuna di scappare?
«Ah! signore, se la chiamate fortuna, andrà tutto bene.... vi ho da dire, dunque, che jeri era stato mandato a prendere il signor di Rochefort dalla Bastiglia.
«Eh, cospetto! lo so, poichè andai io a pigliarlo.
«Ma non foste voi che lo riconduceste, per sua buona sorte, giacchè se vi avessi riconosciuto fra la scorta, credete pure che ho sempre per voi troppo rispetto....
«Finisci, bestia! orsù, che è egli accadute?
«È accaduto che in mezzo alla strada della Ferronnerie, mentre la carrozza del signor di Rochefort traversava fra un mucchio di gente e quelli della scorta strapazzavano i borghesi, vi fu gran susurro. Il prigioniero stimò bellissima l’occasione, disse il suo nome e gridò: ajuto! Io ero là, ravvisai il conte, mi risovvenni ch’ei mi avea fatto sergente nel reggimento di Piemonte, e dissi forte ch’era un detenuto amico del duca di Beaufort. Si radunò il popolo, si fermarono i cavalli, si rispinse la scorta. Intanto io aprii lo sportello, ed il signor di Rochefort saltò in terra e sparì tra la folla. Per disdetta passava una pattuglia; si riunì alle guardie, e ci attaccò. Io battei la ritirata dalla parte di via Tiquetonne; ero incalzato fortemente. Mi rifugiai nella casa accanto a questa; la fu contornata, perquisita, ma inutilmente, chè al quinto piano avevo trovata una persona caritatevole che mi avea rimpiattato fra due materasse. Sono restato in quel nascondiglio, o poco meno, fino a giorno, e nell’idea che forse a sera riprincipierebbero le visite e le indagini, mi sono avventurato su per le grondaje, cercando prima un’entratura e poi un’uscita in uno stabile qualunque che non fosse guardato a vista. Eccovi la mia storia, e in parola d’onore mi dorrebbe al sommo ch’ella vi spiacesse.
«No, tutt’altro; disse d’Artagnan, e ho caro davvero che Rochefort sia in libertà. Ma sai una cosa? gli è che se caschi in mano alle genti del re, sarai appiccato senza misericordia.
«Per dinci, se lo so! e questo è che mi dà tormento, ed ecco perchè sono tanto contento di avervi ritrovato, giacchè se volete nascondermi nessuno lo può meglio di voi.
«Sì, volentierissimo, quantunque io arrischi nè più nè meno che il mio grado ove fosse noto aver io dato asilo ad un ribelle.
«Ah signore! sapete ch’io arrischierei la vita per voi.
«Potresti anche aggiungere che l’azzardasti, Planchet. Io non dimentico se non le cose che vuo’ dimenticare, e di questa voglio anzi ricordarmi. Dunque siedi qua, e mangia con tutta pace, poichè mi accorgo che guardi gli avanzi della mia cena con occhiate molto espressive.
«Signor sì, perchè la credenza della vicina era malissimo provveduta di cibi delicati; da jeri a mezzo giorno, non ho mandato giù che una fetta di pane colla conserva. Sebbene io non disprezzi le robe dolci quando vengono a tempo e luogo opportuno, la cena mi è sembrata leggerina.
«Poveraccio! or via, riaccomodati lo stomaco.
«Ah! mi salvate due volte la vita!»
Planchet si assise, e cominciò a divorare come nei lieti giorni della via dei Fossoyeurs. D’Artagnan continuava a camminare su e giù: cercava nel suo cervello qual partito potrebbe ricavare da colui nelle circostanze in cui era. Intanto colui lavorava a riparare meglio che potesse il tempo perduto.
Alla fine mandò quel sospiro di soddisfazione dell’uomo affamato, il quale è indizio che avendo preso un primo e solido acconto ei voglia fare un piccolo riposo.
«Animo, fece d’Artagnan, figurandosi giunto l’istante da dar mano all’interrogatorio, andiamo per ordine: sai tu dove sia Athos?
«Signor no.
«Diamine! sai dov’è Porthos?
«Nemmeno.
«Diamine! diamine! E Aramis?
«Neppure.
«Diamine! diamine! diamine!
«Ma, disse Planchet con aria maliziosa, so dov’è Bazin.
«Come, dov’è Bazin!
«Sicuro.
«E dov’è?
«A Nostra Signora.
«E che ci fa egli?
«È bidello.
«Bazin bidello a Nostra Signora? ne sei certo?
«Certissimo: l’ho visto, gli ho parlato.
«Deve conoscere ove sia il suo padrone?
«Senza dubbio».
D’Artagnan riflettè; poi prese il ferrajuolo e la spada, e si dispose ad uscire.
«Signore, seguitò Planchet in tuono lamentevole, mi abbandonereste così? Pensate che ho speranza in voi solo!
«Non verranno mica qui a cercarti.
«In somma, se ci venissero, disse il prudente Planchet, badate che per la gente di casa che non mi ha visto entrare sono un ladro.
«Va benone, fece d’Artagnan, su via, parlate un dialetto qualunque?
«Parlo anche di meglio, replicò Planchet, parlo una lingua, parlo fiammingo.
«E dove diavolo l’hai tu imparata?
«Nell’Artois, dove guerreggiai per due anni: Goeden Morgen, mynheer, ich ben begeerig te weeten uwer gerondheyds omstand.
«E vuol dire?
«Buon dì, signor mio, mi sollecito a richieder notizie della vostra salute.
«E codesta, la chiami una lingua! ma non importa, cade bene in acconcio».
Il tenente andò sino all’uscio, chiamò un cameriere, e gli ordinò dicesse alla bella Maddalena di salire.
«Che fate? disse Planchet, affidereste il nostro segreto a una donna?
«Sta quieto, non aprirà bocca».
Venne Maddalena; era accorsa tutta contenta, credendo di trovare d’Artagnan solo; al vedere Planchet retrocedè meravigliata.
«Cara locandiera, le disse d’Artagnan, vi presento il vostro signor fratello arrivato ora di Fiandra, che prendo al mio servizio per alcuni giorni.
«Mio fratello! fece l’ostessa più attonita che mai.
«Master Peter, date il buon dì a vostra sorella.
«Welkom, zuster, disse Planchet.
«Goeden dag, broer, rispose la donna.
«Eccovi tutta la faccenda; seguitò il tenente, questi è vostro fratello, che voi forse non conoscete, ma io sì; è venuto da Amsterdam. Voi nella mia assenza lo vestite; al mio ritorno, cioè fra un’ora, me lo presentate, e in grazia della vostra raccomandazione, benchè egli non sappia una parola di francese, pure nulla potendo io ricusarvi, lo prendo al mio servizio: capite?
«Cioè, indovino quel che desiderate.
«Siete una donna preziosa e rara, mia bella Maddalena, e mi fido a voi».
E d’Artagnan, fatto un cenno d’intelligenza a Planchet, uscì per trasferirsi a Nostra Signora.
VIII
Influenze diverse che può avere una mezza doppia sopra un bidello e sopra un piccolo cantore.
D’Artagnan prese dal Ponte Nuovo, rallegrandosi di aver ritrovato Planchet; giacchè per quanto sembrasse ch’ei facesse un favore al degno giovanotto, in realtà questi lo faceva a lui. Sicuramente, in quel momento nulla poteva giovargli di più che un lacchè capace ed accorto. È vero che secondo ogni probabilità Planchet non doveva rimanere lungo tempo addetto a d’Artagnan; ma riprendendo poi la sua posizione sociale nella contrada dei Lombardi, resterebbe sempre obbligato al tenente dei moschettieri, il quale, nascondendolo nella propria casa, gli aveva salvato la vita o poco meno; ed il tenente aveva caro di avere delle relazioni nel ceto dei borghesi, nella circostanza che questo si accingeva a muover guerra alla corte. Era un posseder delle intelligenze nel campo nemico, e, per un uomo scaltro come d’Artagnan, le piccole cose potevano condurre alle grandi.
In tale disposizione di mente adunque, e soddisfattissimo della casualità e di sè stesso, d’Artagnan giunse a Nostra Signora. Salì la gradinata, entrò in chiesa, e voltosi ad un sagrestano che scopava una cappella gli domandò se conosceva il signor Bazin.
«Il signor Bazin, il bidello? disse il sagrestano.
«Appunto.
«Eccolo laggiù, che serve la messa alla cappella della Vergine».
D’Artagnan balzò dal piacere: non ostante ciò che gli aveva detto Planchet non isperava di trovare Bazin; ormai dacchè aveva acchiappata una cima del filo, stava certo di arrivare all’altra.
Andò ad inginocchiarsi di faccia alla cappella per non perdere di vista chi voleva. Per buona sorte la messa era vicina a finire. Egli, che si era scordato le sue orazioni, impiegò il tempo ad esaminare Bazin.
Bazin, ci è d’uopo dirlo, portava l’abito con tanta maestosità quanta contentezza. Si comprendeva ch’egli era pervenuto all’apice della sua ambizione, e che la mazza di balena guarnita d’argento cui teneva in mano gli sembrava onorifica al pari del bastone di comando che Condè gettò o non gettò nelle file nemiche alla battaglia di Friburgo. In lui il fisico aveva subito un cambiamento analogo a quello del vestiario. Era ingrassato in tutto il corpo; non si vedevano più sul viso le parti tanto sporgenti; aveva sempre il solito naso, ma le guance, fattesi più rotonde, ne tiravano a sè ciascuna una porzione; il mento scappava sotto la gola; aveva gli occhi mezzo rinchiusi fra la carne abbondante; e i capelli, tagliati in quadro, gli cuoprivano la fronte sino a tre linee di sopracciglio. Si avverta d’altronde che anche nei tempi in cui era più scoperta, quella fronte non era stata mai larga più di un pollice e mezzo.
Il prete terminava la messa quando d’Artagnan terminava il suo esame; pronunciò le parole sacramentali, e si ritirò, dopo aver data, con grande stupore di d’Artagnan, la sua benedizione che tutti riceverono genuflessi. Ma in d’Artagnan cessò la meraviglia quando riconobbe nel celebrante il coadjutore, cioè il famoso Giovan-Francesco de Gondi, il quale in quell’epoca, presagendo la parte che dovrebbe fare, cominciava a forza di elemosine a rendersi assai popolare, e, per rendersi tale sempre maggiormente, diceva tratto tratto di quelle messe della mattina a cui suole assistere soltanto il volgo.
D’Artagnan s’inginocchiò come gli altri, ricevè la benedizione, si fece il segno della croce; ma nel punto che Bazin passava con gli occhi alzati al cielo e camminando umilmente ultimo a tutti, ei lo afferrò per un lembo della sottana.
Bazin abbassò gli occhi, e fece un salto all’indietro quasi avesse veduto un serpente.
«Signor d’Artagnan! esclamò, vade retro.... Satanas!
«Oh! mio caro Bazin, disse ridendo l’uffiziale, così accogliete un antico amico?
«Signore, i veri amici sono quelli che ci ajutano a salvarci l’anima, e non quelli che ce ne distolgono.
«Non vi capisco, nè so come io possa essere di ostacolo alla vostra salute.
«Vi dimenticate che foste prossimo a distruggere quella del mio povero padrone, e che per cagion vostra egli era in procinto di dannarsi l’anima restando moschettiere, mentre la sua vocazione lo traeva verso la chiesa?
«Caro Bazin, dal luogo dove m’incontrate dovete comprendere che in tutto io mi sono cambiato di molto. L’età porta seco il senno, e siccome non dubito che il vostro padrone sia sulla via che assicura la sua salute, vengo a domandarvi dov’è, acciò co’ suoi consigli mi ajuti a fare io pure la mia.
«Dite piuttosto per ricondurlo con voi verso la società. Fortunatamente ignoro dove sia, giacchè essendo noi in un luogo santo non oserei dir bugia.
«Come! esclamò d’Artagnan nel massimo disappunto, ignorate dov’è Aramis!
«Prima di tutto, soggiunse Bazin, Aramis era il suo nome di perdizione; in Aramis si trova Simara, ch’è nome di demone, ed egli per sua buona sorte lo ha lasciato per sempre.
«E per questo, replicò d’Artagnan deciso ad usar pazienza sino alla fine, io non cercava Aramis, ma bensì l’abate d’Herblay. Su, caro Bazin, ditemi dov’è.
«Non avete inteso che vi ho risposto che lo ignoravo?
«Sì, ma a questo io vi rispondo che non può essere.
«Eppure è vero, è pura verità».
Il tenente vide che da Bazin v’era da ricavar nulla; si scorgeva chiaro ch’esso mentiva, ma lo faceva con tale fermezza da non aspettare che si disdicesse.
«Va bene, fece d’Artagnan, poichè non sapete ove sia, non ne parliamo più, lasciamoci da buoni amici, e prendete questa doppia per bere alla mia salute.
«Non bevo, signor mio, disse Bazin respingendo maestosamente la mano all’ufficiale: codeste sono cose che si dicono a’ laici!
«Incorruttibile! brontolò il tenente; che disdetta è la mia!»
D’Artagnan, distratto dalle sue riflessioni, non reggeva più per la sottana Bazin, e questi profittò della libertà per batter presto la ritirata verso la sagrestia, dove non si tenne sicuro se non dopo averne chiusa la porta.
Il moschettiere rimaneva immobile, pensoso, e fisse le pupille su la porta che lo separava dal bidello.... quando ecco sentì toccarsi leggermente la spalla con un dito.
Si girò, ed era per mandare un’esclamazione di sorpresa: ma quegli che lo avea tocco con la punta del dito si mise questo sulle labbra per accennargli il silenzio.
«Voi qui, caro Rochefort! disse allora sottovoce.
«Zitto! fece Rochefort, sapevate ch’ero libero?
«L’ho saputo di prima mano.
«E da chi?
«Da Planchet.
«Come, Planchet?
«Eh sì! fu egli che vi salvò.
«Realmente.... mi era sembrato di riconoscerlo. E questo prova che un benefizio non è mai perduto.
«Che venite a far qui?
«Vengo a ringraziare Iddio della mia fortunatissima salvazione, disse Rochefort.
«E poi, per che altro? giacchè mi figuro che codesto non sia il tutto.
«E a prendere gli ordini del coadjutore per vedere se si potesse far un poco arrabbiare Mazzarino.
«Testaccia! vi farete cacciar di nuovo nella Bastiglia!
«Oh! a quello ci baderò, vi assicuro. È tanto buona l’aria aperta! E perciò (continuava Rochefort respirando forte), vo a fare una passeggiata in campagna, un giro in provincia.
«Veh! ed io pure.
«E si può senza essere indiscreto domandarvi dove andiate?
«In cerca de’ miei amici.
«Di quali amici?
«Di coloro di cui jeri mi richiedeste notizie.
«Di Athos, Porthos ed Aramis? li cercate?
«Sì.
«In parola d’onore?
«Che v’è di sorprendente?
«Nulla.... è bizzarra. E da parte di chi ne siete in traccia?
«Non ve lo figurate?
«Oh sì!
«Disgraziatamente non so dove siano.
«E non avete alcun mezzo di averne contezza? aspettate otto giorni e ve ne darò io.
«Otto son troppi; bisogna che prima di tre giorni io li abbia trovati.
«Tre son pochi, e la Francia è grande.
«Non serve; voi conoscete il vocabolo bisogna: con questo si fanno molte cose.
«E quando vi ponete in traccia di loro?
«Ci sono digià.
«Buona fortuna!
«E a voi buon viaggio!
«Forse c’incontreremo in cammino.
«Non è probabile.
«Chi sa? il caso è tanto capriccioso!
«Addio.
«Addio. Appunto, se il Mazzarino vi parla di me, ditegli che vi ho incaricato di fargli sapere che in breve vedrebbe se io sono, conforme ei dice, troppo vecchio per agire».
E Rochefort si allontanò, con uno dei sorrisi diabolici che in addietro avevano fatto tanto imbrividire d’Artagnan; ma questa volta d’Artagnan lo guardò senza angustiarsene e sogghignando anch’esso con un’espressione di malinconia, che forse codesta ricordanza soltanto poteva dare al suo sembiante.
«Va, demone! egli disse, e fa quel che tu vuoi, poco m’importa: non v’è al mondo una seconda Costanza!»
Nel voltarsi vide Bazin, che, deposti gli abiti da ecclesiastico, discorreva col sagrestano a cui d’Artagnan aveva già parlato al suo ingresso là in chiesa. Bazin pareva animatissimo, e con le braccia corte e grosse gestiva fuor di modo. D’Artagnan comprese che, secondo ogni probabilità gli raccomandasse la maggior segretezza relativamente a lui.
Il nostro tenente profittò dell’occupazione in cui erano i due ecclesiastici per uscire dalla cattedrale ed impostarsi sul canto della strada delle Canettez. Bazin non potrebbe più andarsene senza essere da lui veduto dal posto ove si appiattava.
Dopo cinque minuti, e mentre d’Artagnan se ne stava al suo posto, il bidello comparve sul loggiato; guardò per ogni lato onde accertarsi di non essere osservato, ma non distingueva l’ufficiale di cui la testa sola passava l’angolo di un casamento distante cinquanta passi. Così acquietato, si avventurò in via di Nostra Signora. D’Artagnan scappò dal suo nascondiglio, ed arrivò a tempo per vederlo girare dalla via della Juiverie ed entrare in quella della Calandre in una casa di decente apparenza: talchè il nostro tenente non ebbe alcun dubbio che ivi dimorasse il degno bidello.
Ma egli non voleva già andare a prendere informazioni in quello stabile: se v’era guardaportone, doveva questo essere bell’e prevenuto; se non v’era, a chi rivolgersi?
Si recò in una piccola osteria sul canto delle due strade di Sant’Eligio e della Calandre, e chiese una tazza d’hypocras. A preparare tal bibita occorreva una mezz’ora; egli aveva tempo di far la posta a Bazin senza eccitare sospetti.
Adocchiò colà un ragazzo di dodici a quindici anni, vispo alla cera, che gli sembrò di riconoscere per averlo veduto venti minuti prima vestito da cantore di chiesa. Lo interrogò, e siccome quegli non aveva verun interesse a dissimulare, egli intese da esso qualmente la mattina dalle sei alle nove faceva da cantore, e dalle nove sino a mezzanotte da cameriere di osteria.
Frattanto che d’Artagnan discorreva seco, fu condotto al portone di casa di Bazin un cavallo sellato e con la briglia. Dopo un momento scese Bazin.
«Veh! disse il giovanetto, ecco il nostro bidello che si mette in viaggio.
«E dove va? domandò d’Artagnan.
«Uh! non lo so.
«Mezza doppia, se ti riesce di saperlo.
«Per me? se posso sapere dove va il signor Bazin? non è difficile.... ma non mi burlate?
«No, da uffiziale che sono; tieni, eccoti la mezza doppia».
Ed il tenente mostrava, ma senza darla, la moneta corruttrice.
«Glielo vo a domandar subito.
«In questo modo non sapresti nulla; attendi che sia partito, e poi, cospetto! ricerca, interroga, informati.... ci hai da pensar tu, la moneta è qua».
E d’Artagnan se la ripose in saccoccia.
«Capisco, disse il ragazzo con quel sorrisetto di motteggio ch’è proprio dei biricchini di Parigi; ebbene, aspetterò».
L’aspettativa non fu lunga. A capo a cinque minuti Bazin se ne andò con un trottarello rinforzato a suon di ombrellate addosso al cavallo.
Egli aveva per uso di portare un ombrello a guisa di frustino.
Appena ebbe girato dall’angolo di via della Juiverie, il giovanetto si slanciò fuori come un can da caccia.
D’Artagnan si rimise a tavola, dov’erasi seduto avanti, sicurissimo di conoscere fra dieci minuti quanto bramava.
Infatti, innanzi che questi fossero passati tornava il fanciullo.
«Ebbene?
«Ebbene, si sa tutto.
«Dov’è andato?
«È sempre mia la mezza doppia?
«Senza dubbio: rispondi.
«La vorrei vedere; imprestatemela, ch’io guardi se non è falsa.
«Eccola.
«Ehi padrone! disse il ragazzo, questo signore vuol barattare in tanti piccioli».
Il padrone era al banco, pigliò la moneta e diede i piccioli.
Il ragazzo si cacciò questi in tasca.
«E ora, dov’è ito? chiese d’Artagnan che lo era stato ad osservare ridendo.
«A Noisy.
«Come lo sai?
«Eh, per Diana! non c’è voluta grande astuzia. Aveva riconosciuto il cavallo ch’è del macellajo, che tratto tratto lo dà a nolo al signor Bazin; ho pensato che il macellajo non glielo dava senza domandare dove lo conducesse, quantunque non creda il signor Bazin capace di rubarglielo.
«E ti ha risposto....
«Che va a Noisy. E poi, pare che così sia solito; ci va due o tre volte la settimana.
«E tu conosci Noisy?
«Senti! ci sta la mia balia.
«V’è un convento?
«Altro! convento di minori osservanti.
«Bene! non v’è più dubbio.
«Dunque siete contento?
«Sì.... come ti chiami?
«Friquet»
D’Artagnan scrisse sul suo taccuino il nome del fanciullo e il numero della bettola.
«Ohe! signor ufficiale, ci sono da guadagnare altre mezze doppie?
«Forse sì».
E il tenente istruito ormai di quel che desiderava, pagò l’hypocras che non aveva bevuto, e sollecitamente s’incamminò di nuovo in via Tiquetonne.
IX
Come d’Artagnan cercando ben lontano Aramis, si accorse ch’era in groppa dietro a Planchet.
D’Artagnan tornato a casa vide un uomo seduto accanto al fuoco. Era Planchet, ma Planchet tanto bene cambiato mercè i panni lasciati dal marito nel fuggire, ch’egli stesso stentava a ravvisarlo. Maddalena glielo presentò davanti a tutti i camerieri. Planchet disse all’ufficiale una bella frase in fiammingo; questi gli rispose con alcune parole che non erano di veruna lingua, e fu concluso il negozio: il fratello di Maddalena entrava al servizio di d’Artagnan.
Il tenente aveva stabilito bene il suo piano: non voleva arrivare di giorno a Noisy, per tema di essere riconosciuto. Sicchè aveva ancora tempo, essendo Noisy distante soltanto di tre o quattro leghe da Parigi sulla strada di Meaux.
Cominciò da fare una copiosa colazione, lo che sarà forse un cattivo principio quando si vuol agire con la testa, ma è un’ottima precauzione volendo agire col corpo; indi mutò vestimento per paura che quello da tenente de’ moschettieri inspirasse diffidenza; poi prese la più forte e solida delle sue tre spade, che teneva unicamente nelle grandi occasioni; poscia verso le due ore fece mettere la sella sui due cavalli, e seguìto da Planchet uscì dalla barriera di La Villette. Nella casa vicina all’albergo del Granchio si continuavano attivamente le perquisizioni per ritrovare Planchet.
Una lega e mezza lontano dalla capitale, d’Artagnan accorgendosi che per causa della sua impazienza era partito troppo presto, si fermò a far respirare i cavalli. La locanda era piena di genti che parevano sul punto di tentare qualche intrapresa notturna. Comparve sulla porta un uomo inferrajuolato, ma nel mirare un forestiero fece un cenno colla mano, e due che bevevano vennero fuori a discorrere con lui.
D’Artagnan si avvicinò con indifferenza alla padrona di bottega, lodò il suo vino, ch’era però un pessimo Montreuil, le fece qualche interrogazione relativamente a Noisy, ed intese come nel villaggio non v’erano che due case di grande apparenza, una appartenente a Monsignore Arcivescovo di Parigi ed in cui si trovava in quel momento la sua nepote la duchessa di Longueville, l’altra un convento dei Gesuiti e proprietà dei medesimi.
Alle quattro ore d’Artagnan si rimise in viaggio, andando di passo, mentre non voleva giungere se non a bujo. E quando si va di passo, a cavallo, in una giornata d’inverno, all’aria fosca, in mezzo ad una campagna non variata, non v’è da far di meglio che ciò che fa (come dice la Fontaine) una lepre nella sua buca: pensare. Dunque d’Artagnan pensava, e così anche Planchet; se non che conforme ora vedremo, le loro riflessioni erano diverse.
Una parola della locandiera aveva data una direzione particolare alle idee di d’Artagnan: il nome, cioè, di madama di Longueville.
Infatti, la signora di Longueville aveva quanto abbisognava per far pensare: era una delle più grandi dame del reame, una delle più belle donne della corte. Maritata al vecchio duca di Longueville, per cui non sentiva amore, era stata riguardata prima come amante di Coligny, il quale per lei si era fatto ammazzare dal duca di Guise in un duello sulla Piazza Reale; poi si era chiaccherato di un affetto troppo tenero da essa avuto per il principe di Condé che scandalizzava le anime timorose della corte; finalmente si diceva fosse subentrato a codesto affetto un odio vero e profondo, e si seguitava a dire che la duchessa di Longueville avesse delle relazioni politiche col principe di Marsillac, figlio maggiore del vecchio duca di La Rochefoucauld, cui cercava di render nemico al principe di Condé.
D’Artagnan pensava a tutto questo; pensava che quando era al Louvre si era veduto spesso a passare d’innanzi allegra e brillante la bella Longueville; e pensava ad Aramis, che senza essere da più di lui, era stato un tempo amante di madama Chevreuse, la quale stava nell’altra corte come madama di Longueville in questa. E domandava fra sè perchè nel mondo vi sono persone che giungono a tutto quello che bramano, chi in ambizione, chi in amore, mentre vi si hanno delle altre che, o sia caso, o contrarietà di sorte, o impedimento posto in loro dalla natura, rimangono a mezza via in tutte le proprie speranze.
Ed era costretto a confessare che ad onta del suo spirito e della sua accortezza, egli era e resterebbe probabilmente nel novero di questi ultimi.... quando Planchet gli si accostò dicendo:
«Scommetto, signore, che voi ed io pensiamo alla medesima cosa.
«Ne dubito, fece sorridendo d’Artagnan, ma tu, a che pensi? sentiamo.
«Io? a quegli uomini di trista cera che bevevano nell’albergo ove ci siamo fermati.
«Sempre prudente, Planchet!
«Gli è istinto, signor mio.
«Orsù, che ti dice il tuo istinto in questa circostanza?
«E’ mi diceva che coloro erano riuniti nell’albergo per un cattivo progetto, e mentre in un cantone bujo della stalla io rifletteva a questo suggerimento del mio istinto, entrò nella stessa stalla un uomo inferrajuolato, cui seguitarono altri due.
«Ah! Ah! fece d’Artagnan, imperocchè il racconto di Planchet corrispondeva con le sue precedenti osservazioni, ebbene?
«Un di quei due diceva:
«Dev’essere di certo a Noisy o venirci stasera, poichè ho riconosciuto il suo servitore.
«Ne sei sicuro? domandò l’uomo col pastrano.
«Sì, mio principe....
«Mio principe? interruppe d’Artagnan.
«Ma ascoltate!
«E se v’è, vediamo assolutamente che s’ha da fare, continuò l’altro bevitore.
«Quel che si ha da fare? ripetè il principe.
«Sì, non è uomo da lasciarsi prendere bonariamente, adoprerà la spada.
«Or bene, bisognerà fare altrettanto, e non ostante procurare di averlo in mano vivo. Avete delle corde per legarlo e una sbarra da mettergli in bocca?
«Abbiamo ogni cosa.
«Badate che secondo ogni probabilità sarà travestito da cavalcante.
«Oh! sì, monsignore, non dubitate.
«E poi, ci sarò io e vi guiderò.
«E garantite che la giustizia?....
«Garantisco tutto.
«Va bene, faremo il meglio che si potrà».
E uscirono dalla stalla.
«E che ci riguarda codesto? disse d’Artagnan, questa è qualcuna di quelle intraprese che si fanno giornalmente.
«E siete certo che non sia diretta contro a noi?
«Contro a noi! e perchè?
«Eh! riepilogate le loro parole: ho riconosciuto il suo servitore, ha detto uno, il che potrebbe riferirsi a me.
«E poi?
«Dev’essere a Noisy o venirci stasera, ha aggiunto l’altro, il che potrebbe riferirsi a voi.
«E dopo?
«Dopo? il principe ha avvertito: sarà travestito da cavalcante; lo che mi sembra non lasci più dubbio, giacchè voi siete in questo arnese e non in quello da tenente dei moschettieri. Ehi! che ne dite?
«Ohimè! caro Planchet, rispose d’Artagnan con un sospiro, io pur troppo non sono più nei tempi che i principi volevano farmi assassinare. Quelli erano bei tempi!.... Sicchè sta quieto, coloro non l’hanno con noi.
«Ne siete sicuro?
«Lo garantisco.
«Allora sta bene, non se ne parli più».
E Planchet riprese il suo posto dietro a d’Artagnan, con la sublime confidenza che avea sempre avuta nel suo padrone e non alterata da una separazione di quindici anni.
Così fecero appresso a poco una lega.
Dopo di che Planchet tornò ad avvicinarsi a d’Artagnan.
«Signore!
«Ebbene?
«A voi, guardate da quella parte; non vi pare fra ’l bujo di veder passare come delle ombre? sentite, mi sembra udire passi di cavalli.
«È impossibile, la terra è molle di pioggia.... però, come tu dici, mi pare di veder qualche cosa».
E il tenente si soffermò a guardare e ascoltare.
«Se non si sentono i passi dei cavalli, si ode almeno il loro nitrito».
In fatti, traversando lo spazio e l’oscurità, venne il nitrito di uno di quegli animali sino alle orecchie di d’Artagnan.
«Sono coloro che vanno in giro, ma a noi non interessa, seguitiamo pel nostro viaggio».
E si avviarono di nuovo.
Mezz’ora dopo giungevano alle prime case di Noisy; potevano essere le otto e mezza o le nove di sera.
Secondo l’usanza di campagna tutti erano a letto; in tutto il villaggio non brillava un lume.
D’Artagnan e Planchet continuarono a camminare. A mano destra e a sinistra, fra il grigio cupo del cielo risaltava il contorno anche più oscuro dei tetti delle abitazioni, tratto tratto un cane destatosi abbajava dietro una porta, o un gatto impaurito scappava di mezzo alla strada per appiattarsi in un mucchio di fascine, ove si scorgevano rilucere come carbonchi i suoi occhi spaventati. Quelli erano i soli esseri viventi che pareva esistessero nel villaggio.
Verso la metà del borgo, e sovrastando alla piazza principale, sorgeva una mole cupa, isolata fra due straduzze, e sulla di cui facciata enormi tigli stendevano i bracci scarni. D’Artagnan esaminò attentamente quel fabbricato.
«Questo, disse, dev’essere il palazzo dell’Arcivescovo, la dimora della bella Longueville, ma il convento dov’è?
«Il convento? fece Planchet, è laggiù in fondo, lo conosco.
«Or via! dà una corsa di galoppo fin là, intanto che io stringo la cinghia al mio cavallo, e torna a dirmi se dai Frati v’è qualche finestra che abbia lume».
Planchet obbedì, si allontanò al bujo, mentre d’Artagnan, smontato, ristringeva la cinghia al suo cavallo.
Indi a cinque minuti ei venne via dicendo:
«Signore, v’è una sola finestra illuminata dalla parte che dà sopra i campi.
«Uhm! disse d’Artagnan, se fossi della Fronda busserei qua e sarei certo di avere buon alloggio; se fossi frate busserei là e sarei certo di aver buona cena; laddove può essere all’incontro che fra il palazzo e il convento dormiamo sulla strada morti di fame e di sete.
«Sì, aggiunse Planchet, come il famoso somaro di Buridan. Intanto volete ch’io picchi?
«Zitto! s’è aperta l’unica finestra dov’era luce.
«Sentite, signor mio?
«Che rumore è mai?»
Il rumore non era dissimile da quello di un turbine vicino; nel momento due brigate, ciascuna di una dozzina d’uomini a cavallo, sboccarono da ognuna delle due viottole rasenti alla casa, e chiudendo ogni uscita circondarono d’Artagnan e Planchet.
«Ohè! fece il tenente levando fuori la spada e ricovrandosi dietro al suo cavallo, mentre il servo eseguiva la stessa manovra, che tu avessi pensato bene, e che l’avessero con noi?
«Eccolo! è nostro! gridarono i sopraggiunti.
«Badate che non vi sfugga! urlò una voce fortissima.
«No, monsignore, non dubitate».
Il tenente credè arrivato il momento di prender parte alla conversazione, e con la sua pronunzia guascona disse:
«Olà, signore! che volete? che cercate?
«Ora lo saprai! strillarono gli altri in coro.
«Fermatevi! fermatevi! gridò quello che avevano chiamato monsignore, fermate! per la vostra testa! non è la sua voce.
«Ma, signori, fece d’Artagnan, forse a Noisy hanno tutti la rabbia addosso? Badate però, ve lo avviso, il primo che si avvicina alla lunghezza della mia spada, la quale è ben lunga, io lo sventro».
Si accostò il capo.
«Che fate costì? domandò alteramente e come uno avvezzo al comando.
«E voi? gli chiese d’Artagnan.
«Usate civiltà, o che avrete una buona stregghiatura, perchè sebbene uno non voglia dare il suo nome, si desidera esser rispettati a seconda del rango.
«Non volete dare il vostro nome perchè dirigete un’insidia, un tranello, ribattè d’Artagnan, ma io che viaggio tranquillamente col mio domestico, non ho le stesse ragioni che voi di tacere il mio.
«Basta! basta! come vi chiamate?
«Ve lo dico, acciò sappiate dove ritrovarmi, signore, monsignore, o mio principe, come vi piaccia esser chiamato, disse il nostro Guascone che non intendeva mostrare di cedere alla minaccia, conoscete il signor d’Artagnan?
«Tenente nei moschettieri del re?
«Appunto.
«Sicuramente!
«Or bene, continuò il guascone, dovete aver inteso dire che ha il pugno solido e la lama fine?
«Siete il signor d’Artagnan?
«Son io.
«Dunque venite qui per difenderlo?
«Chi, come?
«Quello che noi cerchiamo.
«Ah! fece d’Artagnan, pare che credendo di venire a Noisy io abbia approdato senza figurarmelo nel regno degli enigmi!
«Animo, rispondete! riprese la stessa voce altera, lo attendete sotto questa finestra? venite a Noisy per difenderlo?
«Non attendo veruno, replicò d’Artagnan che cominciava a perdere la pazienza, non ho idea di difendere altro che me, e questo me, lo difenderò con vigore, ve lo avverto.
«Benissimo; levatevi di qua, e lasciateci il posto.
«Levarmi di qua? fece il tenente a’ di cui progetti quest’ordine si opponeva di troppo, non è facile, sendochè sono stanco morto, e così pure il mio cavallo, ammenochè siate disposto ad offrirmi da cena e da dormire nelle vicinanze.
«Furfante!
«Ehi! disse d’Artagnan, misurate le vostre parole, perchè se ne proferiste delle altre simili a questa, quando anche foste marchese, duca, principe o re, ve le farei rientrare in corpo, capite?
«Via via, non v’è da sbagliare, soggiunse il capo della brigata, è un Guascone quello che parla, e in conseguenza non è quel che cerchiamo. Per questa sera il nostro colpo è andato a vuoto; ritiriamoci. Vi ritroveremo messer d’Artagnan! continuò alzando la voce.
«Sì, ma non mai cogli stessi vantaggi, rispose burlando il tenente, giacchè quando mi ritroverete forse sarete solo, e sarà giorno.
«Bene, bene! andiamo, signori!»
E la comitiva brontolando e mormorando disparve fra le tenebre per ritornare dalla parte di Parigi.
D’Artagnan e Planchet stettero ancora un istante in atto di difesa, ma allontanandosi poi il rumore rimisero le spade nel fodero.
«Vedi, imbecille, disse tranquillamente d’Artagnan, che non l’avevano con noi.
«Ma dunque, con chi? domandò Planchet.
«Oh! non lo so, e poco mi preme. Ciò che m’importa è di entrare nel convento. E per questo, presto in sella e andiamo a bussare colà: sarà quel che sarà, non ci mangeranno mica».
D’Artagnan saltò in sella.
Planchet fece altrettanto, ma cadde un peso inaspettato sul di dietro del suo cavallo, il quale piegò le zampe.
«Ah signore! urlò Planchet, ho in groppa un uomo!»
D’Artagnan si volse, e realmente distinse due forme umane sulla bestia di Planchet.
«È dunque il diavolo che ci perseguita! esclamò levando fuori la spada onde avventarsi sul sopraggiunto.
«No, mio caro d’Artagnan, disse questi, non è il diavolo; son io, Aramis. Di galoppo, Planchet, e in fondo al villaggio piglia a sinistra».
E Planchet portandosi in groppa Aramis si partì velocissimo, seguito dal tenente, che principiava a credere di essersi fatto qualche sogno bizzarro ed incoerente.
X
L’Abate d’Herblay.
In fondo al villaggio Planchet pigliò a sinistra conforme gli era ordinato, e si fermò sotto la finestra illuminata. Aramis balzò a terra, e diede tre colpi. Tosto fu aperta la porta.
«Carissimo, disse Aramis, se volete salire, vi riceverò con tutto il piacere.
«Ma da voi si entra anco di notte? domandò d’Artagnan.
«Cappio! ho quanti permessi desidero; ma la regola del convento è severissima.
«Scusate, osservò d’Artagnan, mi pare che abbiate detto cappio?
«Sì? fece ridendo Aramis, sarà, l’è un’antica abitudine. Ma non salite?
«Andate avanti, vi seguo.
«Giusto! come diceva il defunto ministro al defunto re: — Per farvi strada, o sire. — »
Aramis avanzò prestamente.
D’Artagnan gli andò appresso, ma più adagio: si scorgeva non esser egli assuefatto a camminare in luoghi simili.
«Compatite, gli disse Aramis in ischerzo osservando la sua difficoltà, se avessi saputo di avere il bene della vostra visita vi avrei fatto preparare delle torce.
«Signor mio, disse Planchet quando vide d’Artagnan avviarsi, va bene per il signor Aramis, può stare anche per voi, a tutto rigore starebbe pure per me, ma i due cavalli non possono passare, dentro al chiostro.
«Conduceteli sotto la tettoja, replicò Aramis accennando una specie di fabbricato sulla pianura, vi troverete per loro paglia e biada.
«E per me? fece Planchet.
«Tornerete qua fuori, darete tre colpi e vi faremo calare della roba da mangiare; state quieto, qui non si muore di fame!»
Ed Aramis si chiuse per dentro.
D’Artagnan esaminava la stanza.
Non avea mai veduto un appartamento al tempo stesso più guerresco e galante. Ad ogni angolo erano trofei d’armi e spade di ogni specie, e quattro grandi quadri rappresentavano nel loro costume da battaglia il cardinale di Lorraine, Richelieu, La Vallette e l’arcivescovo di Bordeaux; i parati erano di damasco, i tappeti venuti da Alençon, il letto guernito di trine col posapiedi ricamato.
«Guardate il mio tugurio? fece Aramis, sono alloggiato assai bene.... Che cercate cogli occhi?
«Cerco chi vi abbia aperto, non vedo alcuno, eppure...
«Oh! è stato Bazin.
«Ah ah!
«Ma il mio Bazin è bene avvezzo, ed osservando ch’io non tornava solo si sarà ritirato per prudenza. Sedete, mio caro, e discorriamo».
Ed Aramis spinse il tenente in un ampio seggiolone, sul quale questi si distese e posò le gomita.
«Già, cenerete con me, non è così?
«Sì, se non vi rincresce; e anzi, io ne avrò piacere, ve lo confesso; il viaggio mi ha dato un appetito diabolico.
«Ah! povero amico mio, troverete un magro pasto, non eravate aspettato.
«Forse mi minacciate della frittata di Crevacoeur e dei Tehobromes? non chiamavate così in addietro gli spinaci?
«Eh! bisogna sperare che con l’ajuto di Dio e di Bazin rinverremo qualche cosa di meglio in credenza.... Bazin! Bazin! venite qua!»
Si schiuse l’uscio e comparve Bazin; ma nel distinguere d’Artagnan diede in una esclamazione che somigliava a un grido di disperazione.
«Caro Bazin, disse il tenente, ho gusto di conoscere con quanta fermezza voi mentite.
«Signore, fece quegli, è lecito di mentire quando si fa con buona intenzione.
«Animo, disse Aramis, d’Artagnan muore di fame, ed io pure; portateci da cena quanto di meglio potete, e specialmente del buon vino».
Bazin s’inchinò in segno di obbedienza, sospirò, e se ne andò.
«Ora che siamo soli, Aramis, cominciò d’Artagnan riportando gli occhi dall’appartamento al proprietario, e terminando dagli abiti l’esame principiato dai mobili, ditemi di dove diamine venivate quando siete caduto in groppa dietro a Planchet!
«Eh, lasciamo stare da parte codeste domande!
«Che sì che me lo figuro? che sì che la vostra gita stuzzicava un poco il principe di Marsillac?
«Già, siete sempre allegro, voi! fece Aramis, sempre col solito buon umore da Guascone! ma non vi aveste a credere che fossi innamorato di madama di Longueville!
«Oh! Dio me ne guardi! ripicchiò d’Artagnan, dopo essere stato sì gran tempo in relazione colla signora di Chevreuse, non avreste rivolto il cuore alla sua nemica più acerrima.
«Sì, è vero, rispose Aramis, quella povera duchessa, l’amai di molto in passato, e bisogna renderle giustizia, ci fu utilissima; ma che volete? le toccò abbandonare la Francia.... era un uomo duro quel maladetto ministro! (e dava un’occhiata ad uno dei ritratti) egli avea dato l’ordine di arrestarla e condurla al castello di Loches; le avrebbe fatto tagliare la testa come a Chalais, a Montmorency e a Cinq-Mars; ella fuggì travestita da uomo con la Ketty sua cameriera.... Di più, per quanto ho inteso, le accadde una singolare avventura, non so in qual villaggio, con un curato a cui chiedeva ospitalità, e che avendo una camera sola e prendendo lei per un uomo, le offerse di star seco nella medesima stanza.... È che portava il vestimento maschile in una tal maniera, la cara Maria!.... E perciò erano stati fatti su di lei que’ versi:
«Laboissière, dis moi.... ec.
Li sapete?
«No, cantateli».
Ed Aramis intuonò:
Laboissière, dis moi, Suis-je pas bien en homme? — Vous chevauchez, ma foi, Mieux que tant que nous sommes. Elle est, Parmi les hallebardes. Au régiment des gardes, Comme un cadet[6].
«Bravo! disse d’Artagnan, cantate sempre a meraviglia.
«Basta, torniamo all’infelice duchessa.
«A quale? la duchessa di Chevreuse, o di Longueville?
«Vi ho già detto che non v’è nulla fra me e la Longueville; qualche scherzetto e non altro. No, vi parlo della Chevreuse: l’avete vista?
«Sì, ed era ancora molto bella.
«Certo, seguitò Aramis; in quell’epoca la vidi qualche volta; le avevo dato ottimi consigli, de’ quali non approfittò; mi affaticai a dirle che Mazzarino era amante della regina: non mi volle credere, sostenendo che conosceva appieno Anna, e ch’essa era troppo superba per contraccambiare un villano simile. Poi intanto la s’intricò nel complotto del duca di Beaufort, e il villano fece arrestare il signor di Beaufort ed esiliò madama di Chevreuse.
«Sapete, continuò il tenente, ch’essa ha ottenuto il permesso di tornare?
«Sì; e anche ch’è tornata. Farà qualche altro sproposito.
«Oh! forse questa volta si atterrà a’ vostri consigli.
«Ah! questa volta, fece Aramis, non l’ho veduta. È andata molto male.
«Non fa come voi, carissimo, che siete sempre lo stesso, con i vostri bei capelli neri, la vita elegante, le mani da donna.
«È vero, mi tengo con molta cura.... sapete che invecchio? fra poco avrò trentasette anni.
«Sentite, mio caro, disse d’Artagnan con un sorrisetto, giacchè ci combiniamo qui insieme, andiamo d’accordo dell’età ch’avremo in avvenire.
«Come?
«Sì; prima ero io minore a voi di due o tre anni, e se non isbaglio ne ho quaranta ben sonati.
«Davvero! allora son io che m’inganno, mentre voi foste sempre un egregio matematico. Dunque, secondo il vostro conto, ne avrei quarantatrè. Diavolo! non lo aveste a dire al palazzo Rambouillet! mi fareste danno.
«Non dubitate, non ci vado.
«Ma che diamine fa Bazin? disse Aramis. Bazin! bricconaccio! sbrighiamoci; qui si crepa di fame e di sete!»
Bazin, entrato appunto nel momento, alzò al cielo le mani cariche di una bottiglia ciascuna.
«Insomma, siamo lesti? animo! gridò Aramis.
«Sì, signore, subito, fece l’altro, ma bisognava il tempo da portare su tutte le....
«Perchè vi occupate di continuo delle cose della chiesa e non delle mie, cospettone!»
Bazin, scandalizzato si fece il segno della croce.
D’Artagnan, sorpreso dalle maniere dell’abate d’Herblay, che contrastavano cotanto con quelle del moschettiere Aramis, spalancava gli occhi davanti all’amico.
Bazin coprì sollecitamente la tavola con una tovaglia damascata e vi dispose tante cose ghiotte, indorate, profumate, che il tenente ne rimase attonito.
«Dunque, aspettavate gente? questi domandò.
«Oibò! mi tengo sempre pronto per i casi possibili; e poi sapevo che mi cercavate.
«Da chi?
«Da messer Bazin, che vi ha preso per il diavolo ed è corso ad avvisarmi del pericolo che sovrastava all’anima mia se rivedevo una sì trista compagnia com’è quella di un ufficiale dei moschettieri.
«Oh signore! disse Bazin a mani giunte e in atto supplichevole.
«Orsù, bando all’ipocrisia! sapete ch’io non ne voglio. Farete meglio ad aprire la finestra, e calare un pane, un po’ di pollo e una bottiglia di vino al vostro amico Planchet che da un’ora si strapazza a picchiare».
Infatti Planchet, dopo aver dato alle bestie e paglia e biada, era venuto lì sotto e ripeteva il segnale.
Bazin obbedì, legò ad una cima di fune i tre oggetti accennati e li calò a Planchet, il quale non volendo altro se ne andò sotto alla tettoja.
«Adesso ceniamo, disse Aramis».
I due amici sederono a mensa, ed Aramis cominciò a tagliare pollastre, pernici e prosciutti.
«Cospetto! fece d’Artagnan, come vi mantenete!
«Sì, sì, ottimamente.... ho per cuoco l’ex-cuciniere di Lafollone, ve ne ricordate? l’antico amico del ministro, quel ghiottone famoso che dopo pranzo pregava dicendo: Dio mio, concedetemi la grazia di ben digerire quel che ho mangiato così bene!
«E non ostante morì d’indigestione, soggiunse ridendo d’Artagnan.
«Che volete? ribattè Aramis in aria di rassegnazione, non si può schivare il proprio destino.
«Ma scusate la domanda che sono per farvi, riprese il tenente.
«Fate pure; fra noi non v’è indiscretezza.
«Siete dunque arricchito?
«Oh no! mi raduno da dodici mila lire all’anno, senza contare un piccolo benefizio di un migliajo di scudi che mi fece avere il signor principe.
«E con che vi radunate le dodici mila lire? co’ vostri poemi?
«No; ho rinunziato alla poesia, non fo altro che prediche.
«Come, prediche?
«Ma bellissime! almeno per quanto pare.
«E le recitate?
«Oibò! le vendo.
«A chi?
«A’ miei colleghi che ambiscono ad esser grandi oratori.
«Veh! e non vi ha tentato la gloria per voi stesso?
«Sì, ma la natura vi si oppone. Sono astratto, la minima cosa serve per distogliermi dall’argomento. Una volta un cavaliere mi rise in faccia, sospesi il mio discorso per dirgli, che era uno sguajato; il popolo uscì a raccogliere delle pietre.... nel frattempo mi ricomposi...: cercai di calmarlo.... ed infatti fu lui che in mia vece venne lapidato. All’indomani però il cavalierino capitò da me.
«E che resultò dalla sua visita?
«Che ci fissammo il convegno sulla Piazza Reale. Eh per diana! voi lo sapete.
«Forse fu contro a quell’impertinente che vi feci da padrino?
«Appunto: vedeste come lo aggiustai.
«Morì?»
«Non lo so.... che m’importa?»
Bazin fece un atto di malcontento all’udir parlare in tal modo.
«Bazin, carino mio, voi non pensate che vi veggo in quello specchio, e che una volta per sempre vi ho proibito qualunque segno di approvazione o disapprovazione. Favorite darci del vino di Spagna e ritirarvi. D’altronde il mio amico d’Artagnan ha da dirmi qualche cosa segreta. Non è così d’Artagnan?»
Il tenente fe’ cenno di sì col capo, e Bazin se n’andò dopo aver recata la bottiglia richiesta.
I due antichi compagni rimasti soli stettero alquanto cheti; Aramis come aspettasse una buona digestione, d’Artagnan come se preparasse il suo esordio.
Ciascuno di essi davasi un’occhiata alla sfuggita quando l’altro non lo guardava.
Fu Aramis il primo a troncare il silenzio.
XI
I due volponi.
«A che pensate, richiese Aramis a d’Artagnan, e qual idea vi fa sorridere?
«Penso che quando eravate moschettiere propendevate ad uno stato tutto pace, ed oggi che vivete in tutta pace mi sembra propendiate di molto al moschettiere.
«Così è: vi è pur noto, mio caro, l’uomo è un animale stranissimo, tutto composto di contrasti. Io sogno di continuo battaglie.
«E’ si vede dall’addobbo della vostra abitazione: avete là delle spade di tutte le forme e da contentare tutti i gusti. Tirate sempre bene?
«Tiro come facevate voi in addietro, e forse anco meglio; mi ci esercito indefessamente.
«E con chi?
«Con un ottimo maestro di scherma.
«Sicchè avreste ucciso il signor di Marsillac, se vi avesse assalito solo invece che alla testa di venti uomini?
«Certamente; e alla testa pure di coloro, se avessi potuto sguainare la spada senza esser riconosciuto.
«Dio mi perdoni! (fece tra sè d’Artagnan) avrebbe ad essere diventato più guascone di me? Orsù, caro Aramis, seguitò più forte, mi domandavate perchè vi cercassi?
«No, non ve lo domandavo, rispose Aramis con la solita sua aria scaltra, ma aspettavo che voi me lo diceste.
«Or bene, era per offerirvi a dirittura un mezzo di uccidere il signor di Marsillac quando vogliate, quantunque egli sia principe.
«Sentite, mo! codesta è un’idea!
«Di cui v’invito ad approfittarvi. Animo, con la vostra entrata di mille scudi e le dodici mila lire che vi guadagnate, siete ricco? rispondetemi schiettamente.
«Io? son povero come Giobbe, e se frugaste saccoccie e cassa credo non trovereste cento doppie.
«Capperi! cento doppie, disse fra sè d’Artagnan, e questo ei chiama esser povero come Giobbe! io, se le avessi sempre al mio comando, mi stimerei ricco quanto un Creso... Siete ambizioso? soggiunse.
«Come Encelado!
«Ed io vi reco l’occorrente per esser ricco, potente e libero di fare ciò che vogliate».
Sulla fronte di Aramis passò un nuvolo rapido al pari di quello che in agosto scorre su le biade, ma per quanto fosse celere d’Artagnan lo notò.
«Parlate, disse Aramis.
«Prima, un’altra interrogazione. Vi occupate di politica?»
Negli occhi di Aramis passò un lampo rapido come il nuvolo comparsogli su la fronte, ma non tanto celere che d’Artagnan mancasse di vederlo.
«No, egli replicò.
«Allora ogni proposizione vi piacerà, poichè pel momento non avete altro padrone che Dio.
«Può darsi che mi piaccia: sentiamo.
«Avete pensato qualche volta a que’ bei giorni di nostra gioventù, che trascorrevamo ridendo, e bevendo, e battendoci?
«Sì, e più volte me li ricordai con rammarico.... tempi felici! Delectabile tempus!
«Que’ bei giorni possono rinascere, può tornare quel tempo felice. Io ho avuto l’incarico di andare a trovare i miei compagni, e ho cominciato da voi, ch’eravate l’anima della nostra associazione».
Aramis s’inchinò in modo più civile che affettuoso.
«Rimettermi nella politica? disse con voce fiacca e buttandosi giù sulla poltrona, ah! caro d’Artagnan, vedete come vivo regolarmente e con tutti i comodi: noi esperimentammo pure la ingratitudine dei grandi, lo sapete!
«È vero, ma forse i grandi si pentono di essere stati ingrati.
«Allora sarebbe tutt’altro.... sentiamo: ad ogni peccato misericordia.... E poi, avete ragione sur un punto, ed è che se ci ripigliasse la volontà d’immischiarci negli affari di Stato, secondo me ne sarebbe giunto il momento.
«Come lo sapete, non occupandovi di politica?
«Eh mio Dio! senza ingerirmene personalmente, vivo in relazione con persone che se ne ingeriscono. Benchè coltivando la poesia, mi sono posto in corrispondenza con Sarrasin ch’è tutto del signor Conti, con Voiture ch’è del coadjutore e con Bois-Robert che da quando non è più di Richelieu non è di nessuno o è di tutti come meglio vi piace: sicchè il movimento politico non mi è sfuggito interamente.
«Me lo immaginavo, fece d’Artagnan.
«Del resto, non avete a prendere ciò ch’io sono per dirvi se non per parole da cenobita, da uomo che parla puramente e semplicemente per quel che ha inteso a dire. Io ho inteso che in questo punto Mazzarino sia molto inquieto sull’andamento delle cose: pare che per i suoi ordini non si abbia lo stesso rispetto che in addietro si aveva per quelli del nostro antico spauracchio, defunto ministro, di cui vedete qua il ritratto, giacchè, se ne sia pur detto quanto si è voluto, bisogna convenire ch’era un grand’uomo.
«Su questo proposito non vi contraddirò, caro Aramis: esso fu che mi fece tenente.
«La mia prima opinione era stata tutta a favore del ministro; avevo considerato che un ministro non è mai amato, ma che col genio che tutti attribuiscono a questo e’ finirebbe con trionfare dei suoi nemici e farsi temere, lo che è forse meglio che farsi amare».
D’Artagnan fece con la testa un cenno che esprimeva la piena sua approvazione di questa massima alquanto dubbia.
«Ecco, seguitò Aramis, quale era la mia opinione prima, ma siccome sono molto ignorante in questa sorta di materie, e il tenore di vita che ho scelto m’induce naturalmente a non rapportarmi qualche volta al mio proprio giudizio, così mi sono informato. Ebbene, amico mio....»
Aramis fece una pausa.
«E che? domandò d’Artagnan.
«Ebbene, mi è d’uopo mortificare il mio orgoglio, mi è d’uopo confessare che mi ero ingannato.
«Davvero?
«Sì, m’informai, ed ecco quel che mi risposero parecchie persone tutte diverse di gusto e d’ambizione: il ministro Mazzarino non è un uomo di genio qual io lo credeva.
«Veh! fece d’Artagnan.
«È un uomo da nulla, stato già servitore del Bentivoglio, e che si è tirato innanzi mediante i raggiri; un nuovo ricco, un soggetto senza nome che in Francia batterà soltanto la strada da partigiano; ammasserà molti scudi, dilapiderà le rendite del re, pagherà a sè stesso tutte le pensioni che il defunto Richelieu pagava a tutti gli altri, ma non governerà mai col diritto del più forte, del più grande e del più onorato. Inoltre sembra non sia gentiluomo per cuore e per maniere, ma piuttosto una specie di buffone, un Pantalone, un Pulcinella. Lo conoscete voi? io no.
«Eh! borbottò il tenente, in codesto che voi dite v’è un poco di verità.
«Ah! mi fate insuperbire, mio caro, se mercè una tal quale penetrazione volgare di cui sono dotato, ho potuto combinarmi con un uomo come siete voi che vivete in corte.
«Ma mi avete parlato di lui personalmente, e non del suo partito.
«È vero; ha per sè la regina.
«Ed è qualcosa, mi pare.
«Ma non ha per sè il re
«Un bambino?
«Bambino, che fra quattro anni sarà in età maggiore.
«È il presente.
«Sì, ma non è l’avvenire; ed anche nel presente non ha a suo favore nè il parlamento, nè il popolo, cioè il danaro; non ha a suo favore nè la nobiltà, nè i principi, cioè la spada».
D’Artagnan si grattò l’orecchio: era costretto a convenire esser quello un pensare giustissimo.
«Vedete, povero amico mio, se sono tuttora dotato della mia solita perspicacia. Vi dirò che ho forse torto di parlarvi così apertamente, giacchè voi mi sembrate inclinato per il Mazzarino.
«Io! esclamò il tenente de’ moschettieri, nemmeno per ombra!
«Discorrevate di un incarico...
«Ho discorso di un incarico?.... Allora ho sbagliato.... No, ho detto fra me come voi: ecco che gli affari s’imbrogliano; gettiamo la penna al vento, andiamo dalla parte dove il vento la porterà, e riprendiamo la vita di ventura. Eravamo quattro prodi cavalieri, quattro cuori uniti teneramente; si uniscano di nuovo, non già i nostri cuori non mai separatisi, ma le nostre fortune e il nostro coraggio. È buona l’occasione per riacquistare qualche cosa da più che un brillante.
«Avete ragione, e ragione sempre, continuò Aramis, la prova si è che io avevo la stessa idea che voi; se non che, a me che non ho la vostra feconda immaginazione, il vostro estro, la mi era stata suggerita; oggidì tutti hanno bisogno di appoggio, mi sono state fatte delle proposizioni, è trapelato un certo che delle nostre famose prodezze di tempo addietro, e vi confesserò francamente che il coadjutore mi ha fatto parlare.
«Il signor di Gondi, il nemico del ministro! esclamò d’Artagnan.
«No, l’amico del re, fece Aramis, m’intendete? Or via, si tratterebbe di servire il re, lo che è obbligo di un gentiluomo.
«Ma, mio caro, il re è con Mazzarino.
«Di fatto, ma non di volontà; d’apparenza, e non di cuore; ed ecco appunto il laccio che i nemici del re tendono al povero fanciullo.
«Oh! ma codesta che mi proponete, Aramis, è addirittura la guerra civile.
«La guerra per il re.
«Ma il re sarà alla testa dell’armata ove sarà Mazzarino.
«Sarà però col cuore nell’armata cui comanderà il signor di Beaufort.
«Beaufort! è a Vincennes.
«Ho detto Beaufort? seguitò Aramis, il signor di Beaufort o un altro; Beaufort o il signor Principe.
«Ma il signor Principe parte per l’armata, è tutto del ministro.
«Eh eh! disse Aramis, hanno appunto in questo momento fra loro qualche discussione. D’altronde, se non è il signor Principe, il signor di Conti....
«Di Conti sarà in breve cardinale; è domandato per lui il cappello.
«E non vi sono cardinali capaci per la guerra? Vedete, ne avete intorno quattro che alla testa dell’esercito erano da pari di Guebriant e di Gassion.
«Oh! un generale gobbo!
«Sotto la corazza la gobba non si vedrà. E poi, ricordatevi che Alessandro zoppicava ed Annibale era guercio.
«Scorgete grandi vantaggi in quel partito? domandò d’Artagnan.
«Vi scorgo la protezione di principi potenti.
«Con la proscrizione del governo.
«Annullata dai parlamenti e dalle sommosse.
«Tutto ciò potrebbe succedere conforme voi dite, se si arrivasse a separare il re da sua madre.
«Forse vi si giungerà.
«Mai! no, mai! gridò il tenente ritornato nella sua convinzione. Aramis, mi appello a voi, che conoscete al pari di me Anna: credete ch’essa possa dimenticare che il suo figlio è la sua sicurezza, il suo palladio, il pegno della considerazione, della ricchezza e della vita di lei! Bisognerebbe ch’ella passasse con lui dalla parte dei principi abbandonando Mazzarino, ma sapete meglio di chiunque come vi siano forti ragioni perchè non lo abbandoni.
«Potreste non isbagliarla, soggiunse Aramis pensieroso, e per questo io non m’impegnerò.
«Con loro, fece d’Artagnan, ma con me?
«Con nessuno. Vivo a me, e non ho che vedere con la politica; per me tutto va bene senza ingerirmene, ed assolutamente non mi ci immischierò.
«Ebbene, mio carissimo, continuò d’Artagnan, la vostra filosofia mi persuade, in parola d’onore, e non so che diamine d’ambizione mi aveva pizzicato; ho una specie di carica che mi alimenta, posso alla morte del de Tréville, che ormai invecchia assai, diventar capitano; è un bel bastone da maresciallo per un cadetto di Guascogna, e sento che mi riaffeziono alle delizie del pane limitato ma quotidiano, invece di correre incontro alle avventure. Or via! accetterò gl’inviti di Porthos, andrò a caccia nelle sue tenute. Vi è noto che Porthos ha delle tenute?
«Eh altro! Io credo dieci leghe di boschi, di paduli e di valli, è signor dal monte e dal piano, e litica per diritti feudali contro non so qual grande da Noyon.
«Ottimamente, disse fra sè d’Artagnan, ecco quel che volevo sapere: Porthos è in Piccardia».
Indi ad alta voce:
«Ed ha ripreso il suo antico nome di du Vallon?
«Aggiungendovi quello di Bracieux, un certo possesso che fu baronia.
«Sicchè lo vedremo barone?
«Io non ne dubito; e specialmente sarà stupenda la baronessa Porthos!»
I due amici diedero in una risata.
«Dunque, ricominciò d’Artagnan, non volete passare dal Mazzarino?
«Nè voi dai principi?
«No; non passiamo da alcuno, e restiamo amici; non siamo nè del ministro nè della Fronda.
«Giusto! siamo moschettieri, fece Aramis.
«Anche dopo lo stato che avete abbracciato? disse d’Artagnan.
«Anche dopo.
«Dunque, addio.
«Non vi trattengo, sendochè non saprei dove farvi dormire, nè posso decentemente offerirvi metà della tettoja di Planchet.
«E poi, sono appena distante di tre leghe da Parigi, i cavalli son riposati, sarò a casa in meno di un’ora».
E d’Artagnan mescendosi l’ultimo bicchier di vino.
«Alla salute del nostro tempo antico!
«Sì, rispose Aramis, pur troppo è un tempo passato! Fugit irreparabile tempus.
«Oibò! forse tornerà. In ogni caso, se avete bisogno di me, via Tiquetonne, albergo del Granchio.
«E per me nel convento fra le sei della mattina e le otto di sera; e fra le otto di sera e le sei della mattina, s’intende bene, con superiore permesso.
«Addio, mio caro.
«Oh! non vi lascio così, aspettate ch’io vi accompagni».
Aramis prese la spada e il ferrajuolo.
«E’ vuole assicurarsi che io parta! pensò d’Artagnan».
Aramis fischiò per chiamare Bazin, ma Bazin dormiva in anticamera accanto agli avanzi della sua cena, e bisognò per destarlo che Aramis lo tirasse per l’orecchio.
Quegli distese le braccia, si stropicciò gli occhi, e cercò di riaddormentarsi.
«Su, dormiglione, presto, fa lume.
«Ma disse Bazin, sbadigliando in maniera da rovinarsi le mascelle, un momento....»
D’Artagnan stava per accertare Aramis che ci vedrebbe abbastanza, ma gli venne un’idea.
L’idea fece sì che si tacesse.
Bazin diede un grosso sospiro, e andò di là, indi a un momento ritornava con una candela accesa.
«Oh! disse d’Artagnan, adesso va anche meglio, ma però.... affrettiamoci a partire».
Parve che un’occhiata penetrante di Aramis corresse a ricercare il pensiero del suo amico nel più profondo del di lui cuore; d’Artagnan sostenne l’occhiata in atto di ammirabile semplicità e indifferenza.
D’altronde in quel punto poneva il piede sul primo gradino della scala che conduceva alla porta.
Fu abbasso in un attimo.
Bazin rimase affacciato alla finestra.
«Resta costì, gli aveva ordinato Aramis, ora vengo».
I due si avviarono verso la tettoja; avvicinati che si furono, uscì di là Planchet reggendo i due cavalli scossi.
«Manco male! fece Aramis, questo è un servitore attivo e vigilante; non è come quell’infingardo di Bazin che non è più buono a nulla.... Veniteci dietro, Planchet, noi andiamo discorrendo sino in fondo al villaggio».
Realmente traversarono tutto il villaggio parlando di cose indifferenti. Poi arrivati alle ultime abitazioni, Aramis disse:
«Andate, amico carissimo, seguitate la vostra carriera; la fortuna vi arride, non ve la lasciate fuggire; rammentatevi ch’è una cortigiana, e trattatela come tale; io per me rimango nella mia umiltà e nella mia pigrizia.
«Sicchè è propriamente deciso? domandò il tenente, ciò che vi ho offerto non vi gradisce?
«Mi gradirebbe molto, al contrario, se fossi un uomo come gli altri; ma, ve lo ripeto, in verità sono un impasto di contrasti; quel che oggi odio, domani lo adorerò, e viceversa. Vedete che non posso impegnarmi, per esempio, come voi che avete delle idee ben ferme.
«Tu menti, malizioso! fece tra sè d’Artagnan, anzi, sei tu il solo che sappi sceglierti una meta ed a quella camminare all’oscuro.
«Addio, continuò Aramis, e grazie delle vostre eccellenti intenzioni, e soprattutto delle buone rimembranze che in me ha ridestate la vostra presenza».
Si abbracciarono. Planchet era di già a cavallo, d’Artagnan saltò in sella.
Indi si strinsero ai nuovo la mano.
I cavalcanti diedero di sprone e si diressero dalla parte di Parigi.
Aramis restò in piedi ed immobile in mezzo alla strada sinchè gli ebbe perduti di vista.
Ma dopo duecento passi d’Artagnan si fermò in tronco, smontò, gettò la briglia sul braccio a Planchet, prese le pistole e se le mise nella cintola.
«Che avete, signore? chiese Planchet sgomento.
«Ho, che per quanto ei sia accorto non sarà detto che m’infinocchi; sta qua e non ti muovere, mettiti sull’orlo della via ed aspettami».
E d’Artagnan si slanciò dall’altro lato del fosso, e corse a traverso alla pianura in modo da passar per dietro il villaggio. Aveva osservato tra la dimora d’Aramis e la casa dove abitava madama di Longueville uno spazio vuoto chiuso soltanto da una siepe.
Forse un’ora prima avrebbe durato fatica a ritrovare quella siepe, ma ormai era comparsa la luna, e sebbene tratto tratto i nuvoli la coprissero, ci si vedeva abbastanza per rinvenire la strada.
D’Artagnan arrivò alla chiudenda, e dietro a questa si nascose.
Transitando dinanzi alla casa dov’era accaduta la scena da noi narrata, aveva badato che dalla stessa finestra traspariva da capo il lume, ed era convinto che Aramis non fosse ancora tornato alla propria dimora.
In fatti, dopo un momento udì rumore di passi e come di voci sommesse.
Poi gli uni si ristettero e le altre si tacquero.
Egli posò in terra il ginocchio, cercando il più fitto della siepe onde appiattarvisi.
Nell’istante comparvero due uomini, lo che molto lo sorprese; però, in breve cessò in lui lo stupore dacchè intese una voce dolcissima: per cui si avvide che uno dei due uomini era una donna travestita.
«State quieto, caro Réné, diceva la vocina soave, non succederà più la stessa cosa: ho scoperto una specie di sotterraneo che va per sotto la strada, e d’ora innanzi ci basterà alzare una delle lastre che sono davanti alla porta per darvi comodo ad entrare ed uscire.
«Oh! disse l’altro che d’Artagnan riconobbe essere Aramis, vi giuro, principessa, che se non dipendesse da tali precauzioni la vostra reputazione, e s’io arrischiassi solamente la mia vita....
«Sì, sì, so che siete coraggioso e ardito al pari di chiunque, ma voi non siete soltanto mio, siete di tutto il nostro partito.... Sicchè abbiate prudenza!
«Obbedisco sempre, signora, quando si sa comandarmi così graziosamente».
Ed Aramis baciò la mano al signorino.
«Ah! esclamò questo.
«Ch’è stato?
«Non vedete che il vento mi ha portato via il cappello?»
Aramis corse appresso al cappello da uomo ch’era scappato.
D’Artagnan profittò della circostanza per mettersi in un posto meno folto, d’onde il suo sguardo potesse andare liberamente su l’uomo problematico. Nell’istante appunto, la luna, forse curiosa come il nostro ufficiale, sbucava di sotto a un nuvolo, e mediante il suo chiarore d’Artagnan riconobbe gli occhi grandi e turchini, i capelli color d’oro, e la nobile testa della duchessa di Longueville.
Aramis tornò ridendo con un cappello in capo ed uno in mano, ed entrambi continuarono a camminare nella direzione già presa.
«Bene! fece d’Artagnan rialzatosi a spazzolarsi il ginocchio, adesso ti ho nelle mie mani: sei della Fronda e in relazione con la signora di Longueville!
XII
Il signor Porthos Du Vallon de Bracieux di Pierrefonds.
Mercè le informazioni attinte presso Aramis, d’Artagnan, al quale era noto che Porthos dal suo casato chiamavasi du Vallon, aveva saputo come per il nome delle sue terre si chiamava de Bracieux, ed a motivo di quel suo possesso era in litigio col vescovo di Noyon.
Quindi, nelle vicinanze di Noyon doveva egli andare a cercare quelle terre, cioè sulla frontiera dell’Isola di Francia e della Piccardia.
Ebbe presto fissato il suo itinerario: andrebbe sino a Dammartin, dove s’inforcano le due strade, che una porta a Soissons e l’altra a Compiegne, là domanderebbe della tenuta de Bracieux, e secondo la risposta seguiterebbe a diritto o volterebbe a sinistra.
Planchet, non ancora ben tranquillo in quanto alla sua scappata, dichiarò che accompagnerebbe d’Artagnan sino alla fine del mondo, o pigliasse a diritta o a man sinistra. Se non che propose all’antico suo padrone di partire la sera, offrendo l’oscurità una maggiore garanzia.
D’Artagnan allora gli propose di avvertire la sua moglie, onde almeno non fosse inquieta per la di lui sorte, ma Planchet sagacemente rispose ch’era certissimo che la sua moglie non sarebbe sgomenta per non sapere dove fosse, mentre egli al contrario conoscendo la sfrenatezza della di lei lingua sarebbe più che sgomento qualora essa lo sapesse.
Le quali ragioni sembrarono tanto buone a d’Artagnan, ch’egli non insistè ulteriormente, e verso le otto di sera quando principiava a farsi bujo, mosse dall’albergo delle Chevrette o del Granchio, e seguito da Planchet, uscì dalla capitale per la porta S. Dionigi.
A mezzanotte i due viaggiatori erano a Dammartin.
Era troppo tardi per pigliare informazioni. L’oste del Cigno della Croce era a letto. D’Artagnan rimise la faccenda all’indomani.
All’indomani chiamò l’oste. Era questi uno di quelli scaltri Normanni che non dicono nè sì nè no, e credono sempre di compromettersi rispondendo direttamente alle domande che lor vengono fatte; pur nonostante, essendo sembrato a d’Artagnan di capire di aver a andare in dirittura, si rimise in cammino dietro quella indicazione alquanto equivoca. La mattina a nove ore era a Nanteuil, ed ivi si fermò a colazione.
Qui il locandiere era un Piccardo buono e schietto, il quale, riconosciuto Planchet per suo concittadino, non fece difficoltà a dargli i bramati schiarimenti. La tenuta di Bracieux stava distante poche leghe da Villers-Cotterets.
D’Artagnan era cognito di Villers-Cotterets, per esservi andato due o tre volte al seguito della corte, imperciocchè in quell’epoca era quella una residenza regia. Si avviò dunque alla suddetta città, e smontò al suo albergo consueto, al Delfino d’Oro.
Là i dettagli furono soddisfacentissimi; intese essere la possessione di Bracieux situata quattro leghe lontano, ma non doversi in essa cercare Porthos. Porthos di fatti aveva avuto delle questioni col vescovo di Noyon in proposito della tenuta di Pierrefonds che confinava colla sua, ed infastidito da tali dispute giudiciarie di cui non intendeva un’ette, aveva, per finirla, acquistato Pierrefonds, e in conseguenza aggiunto questo nuovo nome agli altri suoi. Si chiamava, ormai du Vallon de Bracieux di Pierrefonds, e dimorava nel nuovo suo podere. In mancanza di altre illustrazioni, si vede che Porthos ambiva quella del Marchese di Carabas.
Bisognò aspettare ancora al dì vegnente: i cavalli, fatte dieci leghe nella giornata, erano stanchi. È vero che si poteva prenderne degli altri, ma v’era da traversare una grandissima macchia, e noi ci rammentiamo che di notte Planchet non aveva punto a genio le macchie.
V’era una cosa di più che non gli andava a genio, cioè di porsi in viaggio a digiuno. Talchè d’Artagnan nel destarsi trovò allestita la colazione. Di una simile attenzione non v’era da lagnarsi, ed egli sedè a tavola. Ci s’intende che Planchet riassunte le sue antiche funzioni, riassumeva l’antica umiltà, e non si vergognava di mangiare gli avanzi del tenente più che non si vergognassero madama di Motteville e madama di Fargis di mangiar quelli della regina Anna.
Sicchè non fu possibile partire sino verso le otto. Non v’era da sbagliare, bisognava prender la strada che conduce da Villers-Cotterets a Compiegne, ed uscendo dal bosco pigliare a mano destra.
Faceva una bella mattinata di primavera, gli uccelli cantavano su gli alti alberi, larghi raggi di sole passavano nelle parti meno folte e parevano tante cortine di velo indorato; in altri luoghi la luce penetrava tra la fitta volta delle foglie, e i piedi delle vecchie quercie (cui correvano precipitosamente nel vedere i viandanti gli agili scojattoli) stavano immersi nell’ombra; da tutta quella natura scaturiva una fragranza di erbe, di fiori e di fogliame che rallegrava il cuore. D’Artagnan annojato dalla puzza di Parigi, diceva fra sè, che quando si portavano tre nomi di possessioni infilati uno nell’altro si doveva trovarsi contentissimi in un tal paradiso; poi scuoteva il capo dicendo:
«Se io fossi Porthos, e venisse d’Artagnan a farmi la proposizione ch’io vo a fare a Porthos, so ben io come gli risponderei!»
Planchet dal canto suo a nulla pensava, digeriva.
Sull’orlo del bosco il tenente adocchiò il sentiero indicato, ed alla fine di quello le torri di un immenso castello feudale.
«Oh oh! borbottò, mi pareva che il castello appartenesse all’antico ramo d’Orleans. Che Porthos ne avesse trattato col duca di Longueville?
«Affè, disse Planchet, sono terreni ben mantenuti, e se sono proprietà del signor Porthos me ne congratulerò con lui.
«Cappita! fece d’Artagnan, non lo chiamare Porthos, nè anche du Vallon, chiamalo de Bracieux o di Pierrefonds. Faresti andare a monte tutta la mia ambasceria».
D’Artagnan, quanto più si avvicinava al castello che prima aveva fermati i suoi sguardi, capiva tanto maggiormente che colà non poteva dimorare il suo amico: le torri, comunque solide, e che parevano fabbricate di fresco, erano aperte e come sconquassate. Avreste detto che qualche gigante le avesse sfondate a suon di scure.
Giunto all’estremità della via, d’Artagnan si trovò a sovrastare ad una valle amena, in fondo alla quale si vedevano giacere al piè di un bel lago alcune case sparse qua e là, che umili, e coperte quali di tegoli e quali di stoppie, sembrava riconoscessero per dominante (seigneur suzerain) un bel castello costrutto verso il principio del regno di Enrico IV, cui stavano di sopra banderuole signoresche. Allora poi d’Artagnan non pose il menomo dubbio di essere alle viste dell’abitazione di Porthos.
La strada metteva direttamente all’elegante castello, che era a petto al suo nonno, il castello della montagna, come uno zerbinotto del partito del duca di Enghien è a petto ad un cavaliere in armatura di ferro del tempo di Carlo VII. D’Artagnan mise il cavallo al trotto e seguitò giù pel sentiero; Planchet regolò la andatura della sua bestia su quella del padrone.
A capo a dieci minuti il tenente fu all’estremità di un viale in cui erano regolarmente piantati bellissimi pioppi, e che terminava ad un cancello di ferro di cui le lance e le striscie trasversali erano indorate. In mezzo stava una specie di signore vestito di verde, e indorato come il cancello, sopra un grosso e robusto cavallo. Aveva a destra e a manca due servitori ingallonati su tutte le cuciture; molti villani radunati gli porgevano ossequiosissimi omaggi.
«Ah! fece tra sè d’Artagnan, fosse quegli il signore du Vallon de Bracieux di Pierrefonds? com’è raggrinzato dacchè non si chiama più Porthos!
«Non può esser lui, disse Planchet rispondendo a ciò che il tenente discorreva fra sè stesso, il signor Porthos era alto quasi di sei piedi, e quello ne ha appena cinque.
«Eppure, continuò d’Artagnan, lo riveriscono molto profondamente!»
E diè di sprone verso il cavallo grosso, l’uomo rispettabile ed i servi, ed a misura che si avvicinava gli pareva di ravvisar meglio il personaggio.
«Gesù Dio! esclamò Planchet che credeva esso pure di riconoscerlo, possibile che fosse lui!»
Al qual grido l’uomo ch’era in sella si voltò lento e nobilmente, e i due viaggiatori videro brillare in tutto il loro fulgore gli occhioni, il muso rosso e bernoccoluto, ed il sorriso espressivo di Mousqueton.
Ed era proprio Mousqueton, Mousqueton grasso e paffuto, traboccante di salute, gobbo e zeppo dal bene stare, il quale riconoscendo d’Artagnan ben al contrario dell’ipocrita Bazin, si calò giù dal destriero sino a terra, e si accostò col cappello in mano all’uffiziale, in guisa che gli omaggi dell’adunanza fecero mezzo giro verso quel nuovo sole che ecclissava il vecchio.
«Signor d’Artagnan! signor d’Artagnan! ripeteva per dentro alle gote enormi Mousqueton sudante per l’allegrezza, signor d’Artagnan! oh che piacere sarà per il mio signore e padrone, signor du Vallon de Bracieux di Pierrefonds!
«Che caro Mousqueton! è egli qua il tuo padrone?
«Siete sui suoi possessi.
«Ma come sei bello, ma come sei grasso, ma come sei in fiore! badava a dire il tenente de’ moschettieri instancabile nell’accennare i cambiamenti recati dalla buona fortuna nell’antico affamato.
«Eh! sì, grazie a Dio, sto assai bene.
«E non dici nulla al tuo amico Planchet?
«Al mio amico Planchet! Planchet, sei tu davvero? urlò Mousqueton a braccia aperte e con tanto di lacrime negli occhi.
«Io, sì, fece Planchet sempre prudente, ma volevo vedere se avevi messo superbia.
«Superbia con un vecchio amico? mai, Planchet, no, mai! e tu non lo puoi nemmeno aver pensato, o tu non conosci Mousqueton.
«Manco male! disse Planchet smontando da cavallo e porgendogli le braccia, non è come quella canaglia di Bazin che mi piantò due ore sotto una tettoja senza neppur mostrare di ricordarsi di me».
E Planchet e Mousqueton si abbracciarono con un trasporto che commosse al vivo gli astanti, e ad essi fece credere che Planchet fosse qualche gran signore travestito, tanto in alto apprezzavano la posizione di Mousqueton.
«E adesso, signor mio, disse questi sbarazzatosi dagli amplessi di Planchet che invano avea tentato di unirgli insieme dietro alla schiena le sue due mani, adesso permettetemi di lasciarvi, mentre non voglio che il mio padrone sappia la nuova del vostro arrivo da altri che da me: non mi perdonerebbe di essermi fatto precedere da un terzo.
«Quel caro amico, replicò d’Artagnan evitando di dare a Porthos nè l’antico nè il novello suo nome, dunque non si è scordato di me?
«Scordato! anzi, avete a dire che non passa giorno che non ci aspettiamo di sentirvi nominato maresciallo o invece del signor di Gassion, o invece del signor di Bassompierre».
Il tenente si lasciò comparire sulle labbra uno di quei rari sorrisi malinconici che avevano sopravvissuto nel profondo del suo cuore alle perdute illusioni degli anni giovanili.
«E voi, villani, seguitò Mousqueton, state appresso al signor conte d’Artagnan, e fategli onore meglio che potete, frattanto ch’io vo ad avvertire monsignore della sua venuta».
E rimontando, con l’ajuto di due anime caritatevoli, sul suo robusto cavallo, mentre Planchet più svelto saltava sopra il suo da per sè, prese sull’erbetta del viale un mezzo galoppo il quale dava anche migliore opinione de’ fianchi che delle gambe del palafreno.
«Ah! qui le cose si dispongono bene, disse d’Artagnan: non misteri, non ferrajuoli, non politica; si ride a scroscio, si piange di giubilo, non vedo se non faccie larghe un braccio; in coscienza, mi pare che la natura stessa sia in festa, che gli alberi in cambio di foglie e fiori siano coperti di fettucce verdi e color di rosa.
«Ed a me, aggiunse Planchet, mi par di sentire di qui il più delizioso odore d’arrosto, e di vedere tanti guatteri schierati in fila a guardarci a passare. Ah! che cuoco deve avere il signor di Pierrefonds, che già amava tanto di mangiar bene quando si chiamava solamente signor Porthos!
«Alto là! disse d’Artagnan, tu mi fai paura. Se la realtà corrisponde alle apparenze, io sono perduto. Un uomo sì felice non abbandonerà la propria felicità, ed io perderò il mio tempo con lui come ho fatto con Aramis».