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Roma e sue vicinanze

Autori vari · 1834 · Free in the US

35,409 words · about 2 h 29 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Author
Autori vari
Language
Italian
Published
1834
Length
35,409 words · about 2 h 29 min
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Public domain in the United States

 

Contents (7)

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Indice

Ai lettori

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Non avvisi trovare minute descrizioni dei siti e degli architettonici edifici che tanto rendono celebre il suolo romano, chi imprende a leggere questo volume; desso non ha altro scopo che quello di offerire al curioso lettore molte svariate impressioni prodotte su alcuni viaggiatori, dall’aspetto generale di quel paese, veduto ora in relazione delle arti belle, or dell’istoria, or della pubblica e privata economia, or di peculiari costumanze.

Abbiamo dato la preferenza a questo genere, e perchè molto diffuse essendo le cognizioni de’ romani monumenti, le loro particolarizzate descrizioni non sarebbero tornate di un generale interesse, come troppo note, e perchè la piccola mole del nostro libro non poteva in altro modo servire a presentare una sufficiente e chiara idea di quella classica terra.

Fra i viaggiatori che scrissero di essa a quel modo che sopra dicemmo, noi abbiamo scelti i più accreditati per poetica immaginazione, e per mente filosofica, all’intento di riescire dilettevoli ed utili nel tempo stesso. Quindi il si presenta a capo dell’eletto drappello. Il lettore riconoscerà nella lettera che di lui qui pubblichiamo tradotta, l’autore del Genio del Cristianesimo ancor giovanetto, ma possessore di quella venustà di stile, e di quella maniera pittoresca di rendere le idee, che in onta alle censure talora meritate, ma il più delle volte ingiuste di cui fu l’oggetto, gli guadagnarono il titolo di primo prosatore del secolo.

La lettera sulle Maremme romane che tien dietro a quella su Roma ed i suoi dintorni, non la reputammo meno interessante pel quadro magnifico che pone sott’occhio, dipinto in un modo rifulgentissimo e vero.

Dettate da mente più pacata e filantropica sono le Osservazioni di uno Svizzero sul Lazio moderno, e formano per avventura una dolce gradazione nel volumetto col passaggio dalle riflessioni prodotte da una mente immaginosa, a quelle prodotte da filosofiche ed istoriche speculazioni, gradazione che termina colla Descrizione del Carnevale di Roma, alla quale ci parve sano in- tendimento il dar luogo, e perchè non disdicevole allo scopo generale del libro, e perchè stesa dal signor , uomo tanto celebre ai nostri tempi per molte letterarie e poetiche produzioni di merito eminente. Tale descrizione forma parte di alcuni frammenti di un viaggio fatto in Italia dall’illustre tedesco, che non vennero mai per l’addietro tradotti.

Possano queste nostre intenzioni incontrare il favore del pubblico, al quale auguriamo salute.

Roma e suoi dintorni

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A cette heure, j’étais sur un monçeau de briques, Et le dos appuyé contre de murs antiques, Je regardais de là s’étendre devant moi La vieille majesté des champs du peuple-roi, Et rien ne parlait haut comme le grand silence Qui dominait alors cette ruine immense.

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rrivo da Napoli, amico mio, e dal mio viaggio, vi porto frutti, sui quali potete vantar dei diritti; poche foglie dell’alloro della tomba di «Tenet nunc Parthenope». Già da gran tempo avrei dovuto parlarvi di quella classica terra, fatta per destare all’ammirazione una mente quale è la vostra, ma varie ragioni me lo hanno impedito. Or però non mi partirò da Roma, senza dirvi qualche cosa di questa famosa città. Abbiamo statuito fra noi, ch’io vi scrivessi a caso e senz’ordine, tutto quello che sarei per pensare dell’Italia, come già ho fatto altre volte colle im- pressioni, che le solitudini americane produssero sul mio cuore. Senz’altro preambolo adunque m’ingegnerò di darvi un’idea generale delle vicinanze di Roma, cioè delle campagne e delle rovine di lei.

Voi avete letto, amico caro, tutto quanto venne scritto su tale soggetto, ma non so bene se i viaggiatori vi abbiano presentata un’idea ben giusta del quadro che offre la campagna romana. Immaginatevi la desolazione di Tiro, e di Babilonia di cui parlano le sacre carte; silenzio e solitudine, immense al pari del brulichìo e del tumulto degli uomini che agitavansi già tempo sopra quel suolo. Pare che quivi risuoni la maledizione del profeta: Venient tibi duo haec subito in die una: sterilitas et viduitas. Voi scoprite qua e là vestigia di strade, dove or più non si vede anima viva; alvei asciutti formati dai torrenti invernali, che, veduti da lontano, hanno pur essi l’aspetto di grandi strade, ed altro non sono che la via di un’onda burrascosa che si disfece come il po- polo romano. A stento trovate qualche albero; bensì ruderi d’acquedotti, e di tombe; ecco le foreste e le piante indigene di un suolo formato colle ceneri di tanti illustri, e cogli avanzi degli imperi. Talfiata io credetti vedere una vasta pianura sparsa di messi ubertose, ma fattomi più davvicino, dovetti sempre accorgermi ben tosto che erbe appassite avevano ingannati i miei occhi, ed appena fra que’ sterili campi discernonsi di quando in quando le tracce di un’antica coltivazione; non uccelli, non lavoratori, non muggiti di mandre, non villaggi. Pochi casolari ridotti in pessimo stato s’innalzano solitari in mezzo a quella nudità di terreno; essi hanno chiuse porte e finestre; i loro comignoli non mandano fumo; non odi un rumore, non senti la camminata di un abitante. Una specie di selvaggio seminudo, pallido ed estenuato dalla febbre, stassi à custodia di quelle tristi capanne, e sembra uno di quegli spettri, che nelle nostre gotiche istorie, vietano l’ingresso ai castelli abbandonati. In- somma direbbesi che veruna nazione ha osato succedere ai signori del mondo nella loro terra natìa, che quella immensurabil campagna trovasi ancora nello stato, in cui lasciolla il vomero di .

E nel mezzo di questo incolto terreno s’innalza la grande ombra della città eterna. Caduta dal suo terrestre potere, sembra che nel suo orgoglio essa abbia voluto separarsi affatto dalle altre città del mondo; come una regina privata del trono, ha celate nobilmente le sue sventure nella solitudine.

Non mi è dato dipingervi quanto si prova, allorchè Roma vi apparisce improvvisamente in mezzo ai suoi vuoti regni, inania regna, e sembra sorga per voi dalla tomba ove stava sepolta. Procurate d’immaginarvi il turbamento e la maraviglia che provavano i profeti, quando Dio inviava loro la visione di una città, da cui dovessero dipendere i destini di un popolo, una visione di splendore, quasi aspectus splendoris. La molteplicità delle remi- niscenze, la copia delle idee vi opprimono, e l’animo vostro viene oltremodo commosso alla vista di quella Roma, che per due volte raccolse la successione del mondo, siccome l’erede di Saturno e di .

Nè crediate, mio caro, dopo questa descrizione, che nulla siavi di più spaventevole delle campagne romane. V’ingannereste; la loro vastità maravigliosa vi trae prontamente sulle labbra, in mirandole, i versi di :

Salve, magna parens frugum, Saturnia tellus, Magna virum!

Guardandole da economista non vi piacerebbero al certo, ma se le contemplate coll’occhio dell’arte, colla mente del poeta, ed anco del filosofo, voi non le potreste desiderare diverse da quelle che sono. L’aspetto di un campo di biade o d’un vigneto non comunicherebbe all’animo vostro emozioni così forti, come la vista di quel suolo, che non venne giammai ringiovanito da moderna coltivazione, e che è, per così dire, rimasto antico al pari delle rovine che lo coprono.

Nulla di più bello della linea dell’orizzonte romano, del dolce pendìo del terreno, dei contorni leggiadri e fuggenti delle montagne che lo terminano. Talvolta le valli rassembrano un’arena, un circo, un ippodromo; le colline sono disposte a scaglioni, come se la potente mano de’ romani ne avesse mossa tutta la terra. Un vapore singolare, sparso sui distanti, arrotonda gli oggetti, e fa sparire tutto quanto le loro forme potrebbero presentare di duro. Le ombre non sono quivi mai nè pesanti nè nere; non ritrovi masse così oscure nelle rocce e nel fogliame, che non vi penetri sempre un po’ di luce. Una tinta più che mai armonica accoppia la terra, il cielo e le acque; tutte le superficii, mediante un’insensibile gradazione di tinte, si uniscono senza che si possa discernere il punto ove un colore finisce, e un altro incomincia. Voi avete, senza dubbio, ammirato nei paesaggi di , quella luce che sem- bra ideale, e più bella della natura; ebbene, quella luce, è la luce di Roma.

Non mi stancavo punto di osservare, alla Villa Borghese, il sole, che si celava dietro i cipressi del monte Mario, o dietro i pini della Villa Pamfili. Ho eziandio risalito il Tebro a Ponte Molle, per godere di quella gran scena della fine del giorno. Le sommità delle montagne della Sabina appariscono allora di lapislazzoli, e d’oro pallido, e le basi, e le falde di esse sembrano circondate da un vapore violaceo o porpureo. Talora bellissime nubi, come leggieri carri, portati dal vento della sera, fanno comprendere l’apparizione degli abitanti dell’Olimpo sotto quel cielo mitologico; v’ha certi istanti in cui sembra perfino che l’antica Roma abbia stemperata nell’occaso tutta la porpora dei suoi consoli, e de’ suoi Cesari, sotto gli ultimi passi del dio del giorno. Quel magnifico spettacolo non scompare così presto come nei nostri climi; sembra che le tinte spariscano, ed improvvisamente si ravvivano in un altro punto dell’orizzonte; un crepuscolo succede ad un crepuscolo, e la magia del tramonto prolungasi. Ben è vero che adesso, in quella profonda quiete, l’aere più non risuona di canti buccolici, più non vi sono pastori — Dulcia linquimus arva — ma veggonsi ancora le grandi vittime del Clitumno; bianchi buoi, o mandre di selvatiche cavalle, discendere alla sponda del Tebro, e abbeverarsi in quelle acque. Chi non crederebbesi quivi trasportato ai tempi dei vecchi Sabini, e nel secolo dell’arcadico , pastore dei popoli, quando il Tebro chiamavasi Albula, ed il pio ne risaliva le onde sconosciute?

Nondimeno è giuocoforza concedere, che le vedute di Napoli, sono ancora più brillanti di quelle di Roma.

Quando il sole di fuoco, o la luna piena e rubiconda, spunta dietro al Vesuvio, come un globo slanciato dal vulcano, la baja di Napoli colle sue spiagge orlate di aranci, le montagne di Sorrento, l’isola di Capri, la costa di Posilippo, Miseno, Cuma, l’Averno, i campi Elisi e tutta quella terra Virgiliana, presentano pur esse uno spettacolo magnifico, quantunque siano privi del grandioso che offre la campagna Romana. Al costei suolo prezioso uom si affeziona come per forza d’incanto; sono due mila anni che reputavasi esiliato sotto il cielo d’Asia e scriveva a’ suoi amici: Urbem, mi Rufi, cole et in ista luce vive. Quest’attrattiva della bella Ausonia dura tuttavia. Citansi molti esempi di viaggiatori, che venuti a Roma col disegno di dimorarvi alcuni giorni, vi si fermarono tutta la loro vita. dovette venir a morir su questa terra dalle belle vedute, e nel medesimo istante in cui vi scrivo, ho la fortuna di conoscere il signor d’Agincourt, che vi abita da venticinque anni, e promette un alla

Chi pone ogni studio nell’antichità, e nelle arti belle, o chi non ha più verun legame nella vita debbe scegliere Roma a propria dimora. Quivi egli troverà una terra opportuna a pascere le di lui riflessioni; siti di passeggio che gli parleranno sempre alla mente ed al cuore. La pietra ch’egli premerà co’ piedi sarà per esso un istorico monumento, e la polve che il vento gli smoverà dinanzi a’ suoi passi, racchiuderà mai sempre un’umana grandezza. Se è sventurato, se ha confuse le ceneri degli amici con quelle degli uomini illustri, quanto conforto non proverà egli passando dal sepolcro dei Scipioni alla tomba d’un amico virtuoso, dal superbo mausoleo di , al modesto cippo di una moglie infelice! S’immaginerà che i loro mani adorati s’aggirino contenti intorno a que’ monumenti coll’ombra di un , piangente tuttavia la sua cara , o d’una , tuttavia occupata dell’urna di . S’egli è poi cristiano, ah! come potrà strapparsi da quella terra divenuta sua patria, da quella terra, che vidde crescere nella sua culla un secondo impero più santo, più grande nel suo potere, di quello che il precedette, da quella terra insomma ove gli amici da noi perduti, stanno dormendo coi santi nelle catacombe, sotto l’occhio dei padri dei fedeli, e che sembra debbano svegliarsi primieri dal loro letargo, perchè si trovano più prossimi ai cieli!

Comecchè Roma, vista internamente, somigli adesso molte altre città europee, conserva nondimeno un particolare carattere; verun’altra città presenta al pari di lei un miscuglio d’architettura e di rovine, dal Panteon di Agrippa fino alle muraglie gotiche di , dai monumenti recati da Alessandria fino alla cattedrale innalzata da . La beltà delle donne, ne è un altro tratto caratteristico; rammentano colla loro maestà le Clelie, e le Cornelie; le si direbbero antiche statue di Giuno o di Pallade, scese dal loro piedestallo, ed aggirantesi ne’ loro tempj. I Romani presentano quel tono di colorito nelle carni, che i pittori chiamano colore istorico, e che usano nei loro quadri; nè fia meraviglia se uomini i quali ebbero per avi i signori del mondo, abbiano servito di tipo ai Raffaelli, ed ai Domenichini per rappresentare i personaggi dell’istoria.

Altra particolarità della città di Roma, sono le mandre di capre, e principalmente le mute di enormi buoi con grosse e ricurve corna, che trovansi sdrajate ai piedi degli obelischi egiziani, sulle macerie del Foro, e sotto gli archi ove quelle bestie passavano un tempo, per condurre il trionfatore romano al Campidoglio, che chiama il pubblico consiglio dell’universo:

Romanos ad templa Deum duxere triumphos.

All’ordinario strepito delle grandi città, mischiasi quivi il susurro dell’acque, che odesi da tutte parti, e ti ricorda le fonti di Blandusio, e d’Egeria. Dalla sommità delle colline racchiuse entro le mura di Roma, ed a capo di molte vie, affacciasi la campagna in prospettiva, e la città ed i campi compongono insieme in un modo assai pittoresco. D’inverno i tetti delle case sono coperti d’erbe, come i vecchi tetti di stoppia dei nostri villici. Siffatte svariate circostanze danno a Roma un certo rustico aspetto, che vi ricorda come i primi di lei dittatori conducessero l’aratro, come quell’imperatrice del mondo dovesse il suo potere ai coltivatori, e come il più grande de’ suoi poeti non disdegnasse insegnare l’arte di ai figli di

Ascreumque cano romana per oppida carmen.

La collocazione del Tevere che bagna questa vastissima città, e ne divide con essa la gloria è molto bizzarra. E’ passa inosservato in un angolo di Roma; nessuno si degna gettarvi un’occhiata, nessuno ne parla, nessuno beve delle sue acque, e le donne non se ne servono per lavare; si caccia furtivamente fra mezzo a brutte casipole che lo celano, e corre a precipitarsi nel mare, vergognoso di portar il nome di Tevere.

Ora è duopo, amico mio, dirvi qualche cosa di quelle rovine, di cui mi avete tanto raccomandato parlarvi; le ho rimirate tutte minutamente, sia a Roma, sia a Napoli, eccettuato il Tempio di Pesto, che non ebbi campo di visitare. Non sarà duopo prevenirvi, che desse debbono assumere diversi caratteri, giusta le varie reminiscenze che vi si annettono.

Una bella sera del passato luglio, ero andato a sedermi al Coliseo, sopra un gradino di uno degli altari consecrati ai dolori della passione. Il sole cadente, versava torrenti d’oro entro tutte quelle gallerie, ove s’aggirava già tempo il torrente dei popoli; molte ombre uscivano ad un tempo dal profondo delle logge, e dei corridoi, e cadevano sul suolo in larghe zone nere dall’alto degli architettonici edifici. Vedevo, fra le ruine alla destra, il giardino del palazzo dei Cesari, con un palmizio, che sembrava collocato in quei rottami per dilettar l’occhio dei pittori e dei poeti.

Alle grida di gioja che gli spettatori fe- roci gittavano nei tempi addietro in quell’anfiteatro, vedendo i cristiani lacerati dai leoni e dalle pantere, erano succeduti i latrati del cane dell’eremita che ne custodisce le ruine. Nell’istante appunto in cui il sole celossi dietro l’orizzonte, la campana della cattedrale di S. Pietro rintronò sotto gli archi del Coliseo. Siffatta corrispondenza di suoni religiosi, fra i due più grandi monumenti di Roma pagana, e di Roma cristiana, mi commosse vivamente; pensai che verrebbe tempo, in cui quell’edificio moderno cadrebbe pur esso, e che i monumenti si succedono come gli uomini che gli hanno eretti; mi rammentai che quegli stessi Giudei, i quali nelle loro prime prigionie, avevano lavorato negli edifici dell’Egitto e di Babilonia, avevano pure, nell’ultima loro dispersione, edificato quel magnifico tempio; che il monumento, sotto le cui volte risuonava quel bronzo cristiano, era l’opra di un imperatore pagano, segnato nelle profezie, per la finale distruzione di Gerosolima. Quanti su- blimi pensieri, amico mio, forniti da una sola ruina! Come mai una città che ad ogni passo vi riproduce simili effetti, non sarà degna d’essere veduta?

Sono ritornato jeri, nove gennajo, al Coliseo, per vederlo in un’altra stagione, e sott’altro aspetto. Rimasi meravigliato arrivandovi, di non udire il latrato dei cani, che apparivano ordinariamente nei corridoj superiori dell’Anfiteatro, fra le ruine, l’edera ed il musco. Ho picchiato alla porta dell’eremitaggio collocato al mezzo di una loggia, e non mi venne risposto:

L’eremita è morto. L’inclemenza della stagione, l’assenza del buon solitario, memorie recenti e dolorose, mi fecero apparire più che mai cupa la tristezza di quel luogo, e mi parve che pochi dì prima non ne avessi mirate le ruine, ma l’edificio in tutta la sua integrità, e freschezza. Egli è per tal modo che noi veniamo avvisati ad ogni passo del nostro nulla. L’uomo cerca fuori di sè stesso le ragioni che gli dimostrino una tal verità, va a meditare sugli avanzi dei monumenti degli im- peri, e non pensa ch’egli pure sta per crollare, e prima ancora di quegli avanzi! a rendere la nostra vita il sogno di un’ombra cospirà ben’anco la speranza, che ci vien tolta di vivere a lungo nella memoria dei nostri amici. Il loro cuore dove sta impressa la nostra immagine, non è egli forse come l’essere di cui conserva i lineamenti, un’argilla destinata a scomporsi? M’hanno mostrato a Portici, un pezzetto di cenere del Vesuvio, che cade in polvere al tatto, e che presenta l’impronta, ch’ogni dì però va semprepiù scomparendo, del seno e del braccio di una giovane donna stata seppellita sotto le rovine di Pompeja; codesta è un’immagine esatta e non vana della traccia che la nostra memoria lascia nel cuore degli uomini fatto di cenere e di polvere.

Prima d’andarmene a Napoli, volli passare da solo alcuni giorni a Tivoli. Percorsi gli avanzi dei dintorni e quegli principalmente della Villa Adriana.

Sorpreso dalla pioggia nel bel mezzo della mia gita, mi ricoverai nelle sale delle Terme vicino al Pecile, sotto una ficaja che aveva rovesciato un pezzo di muro per innalzarsi. In una saletta ottagona, di cui mi si affacciava l’ingresso, una vite salvatica aveva sforata la volta dell’edificio, ed il suo gambo liscio, rosso e tortuoso s’arrampicava sulla parete come un serpente. Intorno a me, attraverso quegli archi diroccati, offrivansi qua e là allo sguardo punti di vista della campagna romana. Cespugli di sambuco spuntavano nelle sale abbandonate, e servivano di nido ad alcuni merli solitari. Alcuni resti di muraglia erano tappezzati dalle foglie della scolopendra, che col suo verde lucente prendeva l’aspetto di un lavoro in mosaico su quei candidi marmi. Quinci e quindi, altissimi cipressi tenevano luogo delle colonne diroccate in quei palagi di morte; l’acanto selvatico s’abbarbicava ai piedi di esse, sopra i rottami, e pareva che la natura volesse riprodurre su quei mutilati capilavoro d’architettura, l’ornamento della loro passata bellezza. Le varie sale e le sommità delle ruine somigliavano ceste ricolme di arboscelli verdeggianti, e di mazzi di fiori; il vento agitavane le umide ghirlande, e le pianticelle piegavano sotto la pioggia del cielo. Contemplavo quel quadro, e mille confuse idee mi si affacciavano alla mente; or ammiravo, or detestavo la romana grandezza; ora pensavo alle virtù, ora ai vizi di quella signora del mondo. Mi ricorrevano al pensiero gli avvenimenti che avevano rovesciato quella magnifica Villa; vedevala spogliata de’ suoi più begli ornamenti dal successore di ; mirava i barbari attraversarla rapidi come l’uragano, arrestarvisi talvolta alcun poco, e per difendersi in quei monumenti ch’essi avevano per metà distrutti, coronare l’ordine greco ed il toscano di gotici merli. Alla perfine, i monaci cristiani riconducendo l’incivilimento in quei luoghi, vi piantavano i vigneti, e conducevano l’aratro nel tempio degli stoici e nelle sale dell’Accademia. Quindi il secolo delle arti sorgeva, e novelli signori finivano di rovesciare i pochi resti di quei palagi, per rintracciarvi i capilavoro delle arti. A questi diversi pensieri s’accoppiava una voce esterna che ripetevami quanto venne le cento volte scritto sulle vanità delle umane cose. Nei monumenti della Villa Adriana v’ha duplice vanità, dacchè essi non erano, come tutti sanno, che imitazioni d’altri monumenti sparsi nelle province dell’Impero Romano; il tempio di Serapi ad Alessandria, l’Accademia ad Atene più non esistono; voi non vedete adunque nelle copie di Adriano che rovine di rovine.

Questo sarebbe il luogo di descrivere il tempio della Sibilla a Tivoli, e quel grazioso di Vesta, che si erge al di sopra della cascata; ma il tempo mi manca. Sono dolente per non potervi neppur dipingere quella cascata tanto celebrata da . Io mi recai in quei vostri domini, o voi che siete l’erede dell’elegante semplicità del cantore dell’Arte Poetica; ma mi vi recai in una stagione molto triste, e con un umore assai melanconico. Aggiungerovvi inoltre, che fui disturbato da quel susurro delle acque, che mi aveva le tante volte sedotto nelle foreste americane. Colà, con quanto piacere, la notte, in mezzo al deserto, quando il fuoco che stavami presso era semispento, e la mia guida dormiva, io ascoltava la melodia delle acque e dei venti uscire dal profondo dei boschi! Quel mormorio, or forte, or debole, or crescente, or decrescente, facevami trasalire, ed ogni albero faceva per me l’ufficio di lira, da cui i venti traevano un’ineffabile accordo. Ora ben veggo d’essermi fatto meno sensibile a queste seduzioni della natura, e chi sa, se la cataratta del Niagara, produrrebbe in me quel magico effetto d’un’altra volta. Allorache si è molto giovani la natura muta, parla assai, perchè il cuore dell’uomo è ricolmo; l’avvenire gli sta dinanzi, e nutresi di mille chimere; ma in un’età più avanzata, quando la prospettiva ci volge le spalle, quando noi venghiamo disin- gannati sopra una folla di illusioni allora la natura sola si rende fredda, e meno parlante, i giardini parlano poco; s’ella debbe interessarci, è duopo annetterci reminescenze sociali, dacchè noi non bastiamo a noi stessi; la solitudine assoluta ci opprime, ed abbiamo bisogno di quelle conversazioni che fannosi la sera sotto voce fra buoni

Prima di lasciar Tivoli ho voluto visitare la casa di . Ergevasi rimpetto alla Villa di . Quivi egli dispensava floribus et vino genium memorem braevis aevi. L’eremitaggio non poteva essere molto vasto, essendo posto sul giogo della collina, ma però si rileva facilmente che tutto doveva essere quivi molto comodo, abbenchè piccolo. Dall’orto che estendevasi innanzi alla casa, l’occhio rimirava un paese immenso; quello era il vero ritiro del poeta, cui poco basta, e che gode ben’anco di tutto che non possiede. Per dirla torna assai facile l’esser filosofo come lo era Orazio; ei possedeva una casa a Roma, due Ville, una ad Utica, e l’altra a Tivoli; beveva di certo vino del consolato di Tullo co’ suoi amici; la sua credenza andava ripiena di vasellame d’argento, e diceva familiarmente al primo ministro del signor del mondo: «Io non sento punto i bisogni della povertà; e poi qualunque cosa io desiderassi, tu, Mecenate, non me la sapresti negare». In tale stato di cose si può ben cantare di Lalage, coronarsi col fragile giglio, parlar di morte sorsando il Falerno, e mandar al vento i dispiaceri.

Osservo che , , , , morirono tutti prima di , che ebbe in ciò pari la sorte a quella di ; il nostro gran principe sopravvisse alquanto al suo secolo, e posò l’ultimo nella tomba, come per accertarsi che nulla più rimaneva dopo di lui.

Non v’importerà gran fatto il sapere che la casa di , è collocata pur essa a Tivoli, superiormente alla casa di Orazio, e che ora serve di dimora a pochi monaci cristiani; ma troverete molto notevole che l’ sia venuto a comporre le sue , nell’istesso sito ove Orazio ridevasi delle umane cose. Non si sa come spiegare perchè il cantore d’Orlando, ritirato presso il cardinal d’Este a Tivoli, abbia consacrate le sue divine follie alla Francia, ed alla Francia semi-barbara, avendo egli sottocchio i monumenti severi, e le gravi memorie del popolo il più serio, ed il più incivilito del mondo. Del resto la Villa d’Este, è la sola villa moderna ch’abbiami interessato, fra gli avanzi di tante ville imperiali e consolari. L’illustre famiglia di Ferrara che n’era la posseditrice ebbe la rara sorte di venir cantata dai due più grandi poeti del suo tempo, e dai due più bei genj dell’Italia moderna.

Piacciavi generosa erculea prole, Ornamento e splendor del secol nostro, Ippolito ecc. ecc.

È il grido di un uomo fortunato, che rende grazia alla casa possente, di cui gode i favori e di cui egli stesso forma le delizie. Il più commovente, fa sentire nella sua invocazione, gli accenti di riconoscenza di uno sventurato.

Tu magnanimo Alfonso, il qual ritogli ecc.

Egli è fare nobile uso del potere, il servirsene per proteggere i talenti esiliati. ed lasciarono nella valle di Tivoli una memoria dolce al pari di quella di e di . Ma che sono oramai divenuti i protettori, ed i protetti? Nel momento in cui scrivo, la casa d’Este venne del tutto spenta, la sua villa cade in rovine, come quella del ministro d’Augusto. Ecco l’istoria di tutte le cose e di tutti gli uomini:

Linguenda Tellus, et domus et placens uxor.

Passai un’intera giornata a quella superba villa, nè poteva stancarmi di rimirare la vasta prospettiva di cui si gode dall’alto delle terrazze. Inferiormente s’estendono i giardini sparsi di platani e di cipressi; dopo i giardini vengono le rovine della casa di , posta sulla sponda dell’Anio.

Dirimpetto, al di là di questo fiume verdeggia un bosco di ulivi, e fra mezzo ad essi trovansi gli avanzi della villa di Varo. Un po’ più lontano a sinistra dalla pianura s’ergono i tre monti, Monticelli, San Francesco e Sant’Angelo; all’orizzonte ed alla estremità delle campagne romane, fra ponente e meriggio, scopronsi le alture di Montefiascone, Roma, Civitavecchia, Ostia, il mare, Frascati coronata dai pini di Tusculano; e ritornando coll’occhio su Tivoli, verso Levante, la circonferenza intiera di quella vastissima prospettiva finisce col monte Ripoli, altrevolte occupato dalle case di Bruto, e di Attico, ed ai piedi del quale ritrovasi la villa Adriana.

Nel mezzo a quel quadro il Teverone discende rapidamente verso il Tevere, e l’occhio ne può seguire il corso, fino al punto ove s’innalza il mausoleo della famiglia Plotia, costrutto a foggia di torre. Una grande strada estendesi nel mezzo della campagna; era dessa l’antica via Tiburtina, già tempo fiancheggiata da sepolcreti, e lungo la quale attualmente, mucchi di fieno, innalzati a piramidi, imitano ancora le antiche tombe.

Fora difficil cosa il trovare nel resto del mondo, una vista più atta di questa a destare nella mente potenti riflessioni. Non parlo di Roma, della quale si miran le cupole, e che da sola dice tutto; parlo soltanto dei siti e dei monumenti compresi in quella vasta estensione. Ecco la costa dove , satollo dei beni terrestri, spirò d’una malattia di languore; Varo abbandonò quella collina per andare a versare il proprio sangue nelle paludi di Ger- mania; e lasciarono questi solitari recessi per sconvolgere la loro patria; sotto quei pini di Frascati, dettava le sue Tosculane; fece scorrere un Peneo novello ai piedi di quella collina, e trasportò in quei luoghi i nomi, le grazie e le memorie della Valle di Tempe; presso la sorgente della Solfatara, la regina di Palmira finì i suoi giorni nell’oscurità, e la sua città scomparve in mezzo ad un deserto; quivi il re Latino consultò il Dio Fauno nella foresta dell’Albunea; quivi Ercole aveva il suo tempio, quivi la Sibilla Tiburtina dettava i suoi oracoli; quelle sono le montagne dei vecchi Sabini, le pianure dell’antico Lazio; ecco la terra di Saturno e di Rea; la culla del secolo d’oro cantato da tutti i poeti.

Disceso dalla Villa d’Este verso le tre dopo il mezzogiorno, passai il Teverone sul Ponte Lupo, volendo io rientrare a Tivoli per la porta Sabina. Attraversando gli uliveti di cui vi ho già parlato, scoprii una cap- pelletta bianca, dedicata alla Madonna, ed edificata sulle rovine della villa di Varo. Era domenica, la porta di quella chiesuola trovavasi aperta, e vi entrai. Viddi tre altari disposti a mo’ di croce, e su quello di mezzo ergevasi un crocefisso d’argento, innanzi al quale ardeva una lampada sospesa alla volta. Un sol uomo, coll’aspetto di sventurato, stava prosternato presso una panca, a pregare così fervidamente, che non alzò gli occhi nemmeno al rumore de’ miei passi. Quel sentimento, già da me le mille volte provato entrando in una chiesa, quella specie di bonaccia dei turbamenti del cuore, quel disgusto delle cose terrene, sorsero nel mio cuore in quel punto. M’inginocchiai a poca distanza del supplicante, ed inspirato dal luogo, mi sentii trascinato a proferire questa preghiera. «Dio del viaggiatore, voi che permetteste ad un pellegrino di adorarvi in quest’umile asilo, edificato sulle rovine di un palazzo di un grande della terra; Madre dei dolori, che avete fon- dato il vostro culto di misericordia nel retaggio di quello sventurato Romano, morto fra i barbari, lungi dal suolo natio! Due soli fedeli stanno prostesi al piede del vostro altare solitario. Concedete a questo sconosciuto, tanto profondamente umiliato innanzi alle vostre grandezze, tutto quello che vi domanda; fate che le preci dell’uno valgano a guarire le infermità dell’altro, acciocchè questi due cristiani, che sonosi incontrati per un brevissimo istante nella vita, e che quanto prima si divideranno per non vedersi mai più sulla terra, meraviglino, nel trovarsi che faranno al piede del vostro trono, di doversi scambievolmente, in conseguenza dei miracoli della carità, una parte della loro beatitudine».

Se getto uno sguardo, amico mio, a tutti i fogli sparsi sul mio scrittojo, un tanto affastellamento di cose mi spaventa, e rimango in forse di spedirveli. Eppure ho detto nulla, ho dimenticate mille cose che avrei dovute dire. Per esempio, non v’ho par- lato di Tusculo, di quel , che giusta «Fu il solo genio che il popolo Romano abbia posseduto pari al suo impero». Il mio viaggio a Napoli, la mia discesa nel cratere del Vesuvio, le mie corse a Pompeja, a Capua, a Caserta, alla Sol- fatara, al lago d’Averno, alla grotta della Sibilla, avrebbero forse potuto tornarvi gradevoli. Quei siti, campi di scene memorande, meriterebbero da sè soli un volume. Parmi ancora di vedere la torre di Baula, ove trovavasi la casa di , e dove essa indirizzò quelle sublimi parole ai sicari venuti per trucidare suo figlio «Ventrem feri». L’isola di Nisida che servì di ricovero a dopo la morte di , il Ponte di Caligula, la Piscina ammirabile, tutti quei palagi edificati nel mare, accennati da , ben meriterebbero d’esser notati. ha collocate, o trovate quivi le belle finzioni del sesto libro della sua ; di quivi scriveva ad Augusto.

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