Read here

Fiori d'Oriente

Autori vari · 1907 · Free in the US

42,397 words · about 2 h 58 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1907 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Fiori_d'Oriente_(1907)&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Autori vari
Language
Italian
Published
1907
Length
42,397 words · about 2 h 58 min
Sections
39 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (39)
  1. Front matter under 1 min
  2. Prefazione about 10 min
  3. Libro primo under 1 min
  4. Libro primo - Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi about 11 min
  5. Libro primo - Umiltà e giustizia del Califfo Omar about 2 min
  6. Libro primo - Un rigido consigliere about 6 min
  7. Libro primo - Lealtà eroica di Samuele giudeo about 1 min
  8. Libro primo - Morte di Amr detto quel dal cane about 3 min
  9. Libro primo - Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba about 8 min
  10. Libro primo - Prepotenza di Koleyb e sua morte about 5 min
  11. Libro primo - Gratitudine verso i benefattori ricompensata about 7 min
  12. Libro primo - Vita salvata a stento about 3 min
  13. Libro primo - Morte del Califfo Al-Mamûn about 3 min
  14. Libro primo - Saladino about 3 min
  15. Libro primo - Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto about 5 min
  16. Libro primo - Avventure di Al-Hârith e sua morte about 9 min
  17. Libro primo - Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia about 5 min
  18. Libro primo - Il poeta Firdusi about 3 min
  19. Libro primo - Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico about 9 min
  20. Libro primo - La guerra di Dâhis about 17 min
  21. Libro primo - Duello tra Sultano e soldato about 6 min
  22. Libro primo - Crudele atto di giustizia about 1 min
  23. Libro primo - Avventuriere generosamente trattato about 4 min
  24. Libro primo - Spada fatale about 5 min
  25. Libro secondo under 1 min
  26. Libro secondo - L'uomo più generoso about 2 min
  27. Libro secondo - Un matto che fa da maestro a un re about 1 min
  28. Libro secondo - Avventura di Giafar alla corte di Suleyman about 8 min
  29. Libro secondo - Severa lezione data a due prepotenti about 2 min
  30. Libro secondo - Gara di generosità about 2 min
  31. Libro secondo - Sagacità di astronomo about 1 min
  32. Libro secondo - L'anello rinvenuto about 2 min
  33. Libro terzo under 1 min
  34. Libro quarto under 1 min
  35. Libro quinto under 1 min
  36. Libro sesto under 1 min
  37. Libro settimo under 1 min
  38. Registro dei nomi about 32 min
  39. Indice under 1 min

Continue:

Front matter

ct

fi

fi

Prefazione

fi ct

Questo libro non è mio. È opera di molti e molti altri, dei quali, nel modo che ho potuto meglio, io mi son fatto modesto interprete per farne intendere la voce e comprendere il pensiero e il sentimento a chi fra noi ama gli studî letterari, e più ancora a chi desidera di conoscere come pensassero e giudicassero un giorno uomini tanto lontani da noi di tempo e di luogo. Ho voluto anche cooperar con esso a togliere, se pure sarà da tanto anche in parte minima, quel vieto errore che noi abbiamo ereditato dai nostri vecchi, e secondo cui i popoli d’Oriente e le loro letterature, se pur ne hanno alcuna, non meritano nè studio nè considerazione.

Con questo intendimento che, come spero, avrà l’approvazione d’ogni studioso che non nutra più le idee viete d’un tempo quando pareva sacrilegio il leggere alcun che che non fosse o italiano o latino o greco, io mi son posto a questo lavoro, confortato dall’esempio di non pochi valentuomini che del pari l’hanno avuto o l’hanno, sì che, mentre altri mi hanno preceduto, mi trovo avere gli altri per compagni. Parlo di che nella sua Letteratura delle Nazioni fece conoscere, in quel modo che allora si poteva, ma con proposito degno di tutta lode, qualche parte delle letterature d’Oriente e d’Occidente; di , di , di , traduttori insigni di cose indiane, di , gran conoscitore della storia musulmana e traduttore maestro di cose arabiche. Ora poi, fra i contemporanei, per tacer d’altri benemeriti viventi, hanno fatto opera veramente degna, tale che sarà molto proficua agli studî, i chiari Professori che hanno dato fuori testè due Antologie, una assai vasta e comprensiva, l’altra più ristretta e sobria, ma di larga veduta ambedue, ambedue intese a far conoscere ai lettori italiani tanta parte, tradotta, di letterature Sstraniere.

Senonchè queste due Antologie comprendono l’Oriente e l’Occidente, dal Giappone alla Spagna, dalla Spagna all’America, muovono dai tempi della Bibbia e del Rigveda e scendono fino ai moderni, mentre io, nel libro che ora presento al pubblico, non sono è non voglio essere tanto universale. Quelle due Antologie raccolgono l’opera, come è naturale, di molti e molti traduttori. Quanto invece io raccolgo nel mio libro, antologia anch’esso, fu tutto tradotto, come meglio ho potuto, da me. Ciò potrebbe parere ostentazione vana e leggera; ma, quando si saprà entro quali limiti ho voluto far la scelta e quali ragioni mi hanno guidato in questa scelta, si vedrà che non ho avuto tutto il torto facendo come ho fatto; e, d’altra parte, per quegli Autori e per quei loro libri che ho voluto e dovuto tradurre io, mancano quasi tutte, per non dire tutte, le traduzioni. Questa, come ognuno facilmente comprenderà, è stata valevolissima ragione per non aver potuto far diversamente. Aggiungo che queste traduzioni mie, fatta eccezione per una o due, sono tutte inedite.

L’intendimento mio adunque fu quello di scegliere sol tanto tra quelle letterature d’Oriente che hanno avuto maggiore o minor rapporto con le nostre e che sono l’araba e la persiana in particolare, poi la siriaca e l’ebraica, anche la sanscrita o indiana. La scelta anzi fu condotta in modo da far conoscere al lettore italiano più la vita intima e privata delle genti orientali che la pubblica, più il pensiero intimo e connaturato, che quello che diremo voluto dalle leggi o dalle consuetudini ufficiali e pubbliche, più il sentimento spontaneo e sincero che le manifestazioni, imposte dal vivere sociale, di sentimenti molte volte fittizî, più il costume del vivere comune che l’apparato, comandato dai riti religiosi, dal cerimoniale delle corti, dalle necessità del vivere ufficioso. Ora, per far ciò, piuttosto che ricorrere alle opere che hanno avuto fin dalle origini una grande importanza sociale, civile, religiosa, o anche letteraria, artistica e storica, era ovvio che io dovessi ricorrere, come appunto son ricorso, alle tradizioni, talvolta anche del volgo, alle memorie popolari, agli aneddoti che pure essendo storici, hanno impronta o intima o personale, alle novelle, anche alle favole, alle sentenze, ai proverbî. Ha ragione quando, incominciando a raccontar la vita di Alessandro, dice che il costume e l’indole d’un uomo ci son tratteggiati da un suo motto, da un suo atto, da un fatto intimo, anche se minimo, assai meglio che dalle sue imprese guerresche o civili per quanto grandi e clamorose. Con questo, tutta quella parte di letteratura, che, alquanto umile, ritrae la vita casalinga, il costume appartato, il vivere e il modo di vivere d’un popolo o di una gente qualsiasi, è pur sempre un prezioso documento per lo studioso, massime quando vi si rispecchiano i pensieri, le opinioni, i giudizî, gli affetti, i desiderî, le passioni di quella stessa gente, quali non trovano luogo o espressione nella letteratura più alta, data agli alti argomenti. E, nel caso nostro presente, tanto più che l’Oriente da noi è quasi interamente sconosciuto ai più, non era o non è forse utile farle conoscere, quelle letterature, nella loro parte alquanto più modesta, ma non meno meritevole di studio e di considerazione?

Si vedrà perciò che, in questa mia Antologia, nulla ho posto dei grandi libri dell’Oriente, sacri, dottrinali, epici, i quali hanno avuto presso quei popoli l’altissimo ufficio di regolarne le sorti con gl’insegnamenti religiosi e civili, con le speculazioni filosofiche, coi magnifici racconti del passato. Se ho fatto qualche eccezione, fu brevissima e rara. Nulla pertanto ho dato del Rigveda, nulla della Bibbia, nulla del Corano. Dei due poemi indiani, il Mahâdbhârata e il Râmâyana, e del grande poema persiano di Firdusi, il Libro dei Re, ho dato soltanto un tenue saggio nel senso che conveniva all’indole dell’Antologia stessa, e non altro.

Se questa troverà lettori, almeno per quanto d’importante vi ho potuto comprendere e raccogliere, essa potrà loro rappresentare l’Oriente (quella parte di esso, s’intende, che vi si trova contemplata) in maniera ben diversa da quella secondo cui son soliti a vederselo rappresentato. Perchè, nei nostri manuali di storia, anche in quelli più pregiati, non si rinvengono consuetamente che poche notizie, erronee non di rado, intorno a quelle antiche e misteriose religioni dell’Oriente, e accanto a queste alcune altre poche intorno alle principali successioni dei sovrani, a qualche personaggio di là mal conosciuto e mal qualificato, e quasi sempre un silenzio profondo intorno alle letterature. Che anzi, senza proprio saperne nulla, ecco che quei poveri popoli orientali sono caricati gratuitamente da noi d’ogni più rea accusa. Essi che nell’Antichità e nel Medio Evo ci hanno tramandato tanta parte del sapere, sono da noi considerati come la gente più spregevole, nemica della civiltà, barbara perciò nell’indole e nel costume, serva d’ogni passione più abietta, stupidamente vile dinanzi a idoli e a tiranni.

Essi però, sapendo in qual conto noi li teniamo, ricordando inoltre (e come se ne ricordano!) d’esserci stati maestri un giorno, allegramente si vendicano. Hanno giornali e periodici (chi direbbe che quei barbari son giunti ad aver tanto?) e in quei giornali e periodici o discutono e giudicano di proposito e con serietà delle cose nostre, anche delle più gravi e importanti, o si fanno beffa solenne di noi e dei fatti nostri. Se poi, nelle cose della politica e della guerra, abbiano saputo farci intendere, anche di recente, quanto possano valere, è quello che ciascuno di noi ha potuto toccar con mano e comprendere.

Ma, lasciando questo punto che ora non c’importa, chi vorrà leggere le pagine degli Autori orientali raccolte qui, potrà facilmente ricredersi di qualche suo giudizio erroneo, quando, per esempio, vedrà che qualche filosofo 0 cosmografo o naturalista, sia arabo o persiano, va discorrendo (prescindendo dal valore intrinseco delle dottrine) di cose morali e di naturali in modo non dissimile da un filosofo 0 da un naturalista greco, o da uno dei nostri anche dei più grandi; che i fatti e gli avvenimenti storici e quelli inventati, e più ancora gli aneddoti che toccano costumi e caratteri d’uomini, sono narrati con quella lepidezza, festività, naturalezza, con quel brio, che noi crediamo esser dote peculiare soltanto degli scrittori moderni, massime francesi; che certe osservazioni sono tanto acute e sagaci quanto quelle di qualunque maggior conoscitore nostro del cuore e della natura umana, e mostrano tanto buon senso quanto ogni più bella sentenza o giudizio d’ogni nostro più grave e savio pensatore; che qualcuno di quegli scrittori di là ha osato affrontar questioni difficilissime, e ciò tra il IX e il XII secolo d. C. (parlo degli Arabi e dei Persiani soltanto), quando noi eravamo nella più profonda ignoranza. E lascio di toccare dei grandi libri, che, per le ragioni dette avanti, ho lasciati da parte; ma posso ben dir qui soltanto di passaggio che certi canti guerrieri dei poemi persiani e degl’indiani rivaleggiano degnamente con gli omerici, massime in quello del persiano Firdusi, per il quale (appunto per la meravigliosa somiglianza dello stile grandemente epico) si è posta la questione se egli avesse conosciuto Omero; che certe liriche amorose, indiane e persiane, hanno tratti così delicati da potersi paragonare a quelle d’ e di ; che qualche inno vedico ha l’impeto e l’entusiasmo lirico d’ogni più alto inno religioso partecipante dell’epico; che qualche storico musulmano, per gli alti concetti suoi intorno ai governi e al modo del giudicar la storia, può stare accanto ai più illustri tra i nostri. Ricordo ancora come non dubitasse di mettere accanto alle più belle pagine del i Prolegomeni che , storico musulmano del secolo XIV, nativo dell’Hadhramaut nell’Arabia meridionale, ha premessi alla sua grande opera.

In questo modesto lavoro, adunque, ho pur voluto secondare anche una volta quello stesso intendimento che ho avuto anche in altri, cioè di far conoscere qualche buon tratto delle letterature d’Oriente fin là dove mi fosse concesso dalle mie forze, parendomi che quell’accoglienza e quell’ammirazione che da noi, dopo tanti contrasti, furono concesse e tributate allo , al , allo e ad altri, possano pur essere concesse a questi altri, fratelli nostri anch’essi, cooperatori anch’essi nel gran cammino della civiltà. Che se stimerà qualcuno che questa mia è opera di volgarizzatore, non di ricercator di cose nuove, sia pure! Io, per cotesto, mi contenterò, anzi mi glorierò, trovandomi come tale in assai buona compagnia, da che, per tacer dei passati, vi sono gl’illustri miei maestri, e , i miei dotti e valenti colleghi, , Giuseppe Morici, , , , Oreste Nazari, Carlo Sapienza e altri. I quali tutti, con molta perizia d’arte, avendo fatto conoscere agl’Italiani tanta parte della letteratura orientale e arricchito di non poco la patria letteratura, non meritano certamente d’esser chiamati col nome di volgarizzatori o di compilatori, a meno che la filologia, come qualcuno vorrebbe, non sia altro che una angusta e gretta scienza di glosse, di varianti e di descrizioni di codici, dispersi e sepolti per le biblioteche. La filologia che vuole essere e vitale e proficua, tale che a volta a volta possa ristorare di nuovi elementi le letterature quasi esauste e decrepite, è ben diversa, e ben diversa da quella pedantesca e sterile la richiede la recente coltura. «La cultura del nostro tempo, diceva il Goethe molto acutamente, è alta assai. Scienza e arte non possono fare a meno l’una dell’altra. Filologia, senza idee d’arte, ha un occhio solo».

Quest’Antologia pertanto, così concepita e così composta, si suddivide in sette libri secondo la natura degli argomenti diversi che vi si trattano. E il primo contiene racconti storici, non però di quelli che toccano gravi fatti o politici o civili o religiosi, sì bene, consentaneamente a quanto s’è detto avanti, fatti accaduti a grandi personaggi storici nella vita pubblica e nella privata, avvenimenti ora tragici, ora lieti, fatti di pietà e di crudeltà, di bontà e di malvagità, appropriati per tratteggiar caratteri, costumi, usi, leggi e modi, tanto lontani dai nostri, di giudicare e di pensare. Il secondo è tutto, anch’esso, di passi narrativi, ma di genere diverso, dicendovisi di fatti nuovi e straordinari, di casi strani, non senza qualche leggenda qua e là. Le novelle, tanto atte e proprie per far conoscere i costumi, sono state raccolte nel terzo libro; 6 il quarto ha descrizioni di paesi e di cose naturali, importante non meno degli altri per la storia delle cognizioni scientifiche dei tempi a cui si riferiscono gli Autori. I tre ultimi son come dati al pensiero intimo, perchè o contengono considerazioni morali e filosofiche, tutte belle, tutte dettate da una intima coscienza, da un elevato sentimento, superiori talvolta, come non di rado accade, alle prescrizioni delle leggi sritte; o hanno sentenze e proverbî di gran senso, o detti arguti, o facezie, o favole, tutte di significato morale; ovvero espongono fantasiose allegorie, intese a velar dottrine filosofiche e spirituali, tra le quali quella del cero e della farfalla, la più bella indubbiamente tra le allegorie orientali, passata nel Medio Evo ai mostri poeti d’Occidente per significarvi, come in Oriente, il consumarsi dell’anima amante nell’ardente amplesso dell’oggetto del suo amore.

Traducendo i passi raccolti, mi son tenuto fedele al testo quanto più ho potuto (anche nei passi poetici, che ho resi in versi), non intendendo tuttavia di tradire l’indole del fare e dello stile nostro italiano. Per la retta intelligenza poi delle cose che vi si leggeranno (tanto sono diverse dalle nostre), ho posto qua e là sobrie e parche note, quelle sole che ho stimate necessarie e indispensabili, alcune anche biografiche. Ma alla fine del volume, un registro a parte reca i nomi degli Autori più illustri e quelli dei personaggi più celebri, per i quali non sarebbe bastata una semplice nota, con qualche breve cenno intorno alla loro vita, alle opere, agli scritti. Ho dovuto citare, specialmente nelle note, qualche opera dei nostri; ma devo domandar venia al lettore se qualche non rara volta l’ho rimandato, per notizie più ampie, anche a qualcuna opera mia. Più che per altro, mi son permesso di far ciò, data l’indole di questo libro.

Il quale, se non erro, potrà servire da lettura amena e istruttiva nello stesso tempo, potrà far conoscere ai giovani in particolare molte cose che non sanno ovvero imperfettamente sanno, perchè l’Oriente, pur dopo tanti e valorosi studî, è sempre tuttora quel misterioso castello ermeticamente chiuso. E per molti sarà questa una novità vera nella sostanza, nel modo, nella forma, nello stile, perchè gli scrittori di là qui appunto sono introdotti a parlare, a narrare, ad esprimere pen- sieri e giudizî, con le loro stesse parole. Le notizie, perciò, sono di tanto e più immediate e più genuine, e come tali cagionano in noi l’illusione di trovarci trasportati d’un tratto in mezzo a quelle genti, a così gran distanza di tempi e di luoghi, quando là ferveva tanta vita intellettuale mentre, da noi, soltanto qualche incerto albore accennava a gran stento che sarebbero state disperse le tenebre del Medio Evo.

Intanto, augurando lieta fortuna al libro, porgo i miei più vivi ringraziamenti all’Amico carissimo, il Dott. Licinio Bergonzi, perchè io debbo in gran parte a lui se l’Egr. Editore ne ha intrapreso ed eseguito la pubblicazione.

Torino, 27 Febbraio 1906.

Libro primo

ct ct fi

Indice

Libro primo - Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi

Fu riferito ad Hârûn al-Rashîd che, a Damasco, un tale, superstite della famiglia degli Ommiadi, possedeva grandi ricchezze, godeva di gran riputazione, vi era obbedito, e vi aveva una turba di figli e di schiavi che di quando in quando montavano a cavallo, portavano armi, e facevano scorrerie nel paese di Rûm; che egli, inoltre, era buono, generoso, largo nel donare e nell’ospitare, e che, perciò, esso Hârûn non doveva tenersi punto sicuro di lui. Tutto ciò parve cosa assai grave al Califfo, e Manara, a questo proposito, raccontava:

Hârûn andava appunto pensando a questo affare (ed egli, durante uno de’ suoi pellegrinaggi, tenevasi allora

in Kûfa, ed era l’anno 186, anzi, ritornato dal convegno dei pellegrini, aveva già seritto ai figliuoli suoi in riguardo alla successione del regno), quando un giorno, essendo solo, mi mandò a chiamare e mi disse: T’ho fatto chiamare per cosa che mi fa pensare e mi toglie il sonno. Guarda ora tu come hai da fare.

E m’informò del caso di quell’Ommiade, e soggiunse: Parti all’istante. Io ho già pensato a provvederti le cavalcature e a procacciarti l’occorrente per il tuo mantenimento, per la spesa, per le armi; e togli con te un centinaio di fanti e mettiti per la campagna. Questa è una lettera mia per il governatore di Damasco, e queste son catene. Incomincia da quell’Ommiade, e s’egli ti dà ascolto e obbedisce, incatenalo e menalo qui da me; e se si oppone, starai attento tu con quelli che saran venuti con te, ch’egli non fugga. Manda allora la lettera al governatore perchè ti dia aiuto. Mettetegli le mani addosso, e tu ritorna da me con lui. T’ho fissato sei giorni per l’andata, altri sei per il ritorno, e un giorno di sosta a Damasco, Questo poi è il palanchino. Quando avrai incatenato il tuo uomo, ne lo caccerai in una delle corbe, e tu t’appollaierai nell’altra. Non affiderai a nessun’altra persona la sua custodia finchè tu non sii ritornato qui al tredicesimo giorno da che sarai partito. Quando gli sarai entrato in casa, perquisiscila tutta, e vedi quanta gente ci sta, figliuoli, servitori, paggi, e fa un computo della sostanza sua e dei possessi suoi e di chi va e viene. Tienti bene a mente, parola per parola, tutto ciò ch’egli ti dirà dal momento che tu l’avrai veduto, fino alla tua venuta qui da me con lui, e guarda che non ti sfugga nulla di ciò che lo tocca e riguarda. Vattene!

Ripiglia Manâra:

Salutai e partii. Uscito di là, montai su di un cammello e m’incamminai divorando la via di stazione in stazione, andando di notte e di giorno, finchè giunsi a Damasco al cader della settima sera quando le porte della città erano state chiuse. Mi rincresceva di dover picchiare essendo di notte, e però passai quella notte fuori di città finchè, al mattino, non fu aperto. Entrai con tutto quell’apparato mio e andai difilato alla porta del mio uomo, dove si teneva una turba grande di bravacci e di domestici. Non domandai licenza all’entrare, ma entrai senza licenza, e quella gente, come ebbe veduto, domandò a qualcuno de’ miei chi io fossi. Costui è Manâra, fu risposto. È il messo del Principe dei credenti venuto dal vostro padrone.

Quando fui entrato nel cortile, discesi ed entrai in un vestibolo dove trovai molte persone a sedere sì che io mi pensai che quel tale vi si trovasse in mezzo. Quelli si levarono al mio incontro, mi diedero il benvenuto, e io intanto domandava: È qui fra voi il tale? — No, risposero. Noi siamo i suoi figli, ed egli ora si sta al bagno. — E io: Fatelo venir qui sùbito!

Andò qualcuno a sollecitarlo. Io intanto mi posi ad esaminar la casa e come e quale si fosse, e la servitù, e trovai che rigurgitava di famigliari e di domestici. Nè ancora mi era saziato di tanto, quando capitò là il signore dopo aver molto e molto indugiato. Veramente, mi aveva preso certo turbamento, e l’ansia mia e il timore s’erano accresciuti in me, vedendo ch’egli s’indugiava tanto. Vidi, alfine, un vecchio in abito da bagno che veniva attraversando il cortile, e gli era intorno una turba d’uomini e di garzoni e di fanciulli. Erano i suoi figli e i suoi paggi, e compresi allora ch’era proprio lui. Venne, si sedette, mi salutò alquanto freddamente, e mi domandò notizie del Principe dei credenti e del come andavano le faccende a corte, e io ne l’informai secondo che conveniva. Non aveva egli ancor finito di parlare che furon portati là vassoi con frutta e confetti, ed egli mi disse: Fatti innanzi, Manâra, e mangia con noi. — Non posso, risposi; nè egli ripetè l’invito, ma si pose a mangiare e mangiaron gli altri con lui. Si lavò poi le mani e domandò di nuovo da mangiare. Gli fu recato un bel desco del quale io non aveva veduto mai l’uguale se non presso il Califfo, ed egli mi disse: Aiutaci a mangiare, o Manâra! — nè aggiunse altra parola al chiamarmi così per nome come appunto soleva chiamarmi il Califfo. Io mi scusai, nè egli ripetè l’invito, ma incominciò a mangiare, e seco quelli ch’eran con lui; ed eran nove de’ suoi figli.

Io stava ad osservare, in me, il modo suo di mangiare, e vedeva ch’egli mangiava al modo di un sovrano. Notai inoltre che tutto quel viavai della casa ad un tratto era cessato; notai che nulla si toglieva d’innanzi a lui sulla mensa che non fosse sostituito all’istante con altra cosa e più magnifica e più bella. I suoi domestici, intanto, al momento in cui io era smontato alla porta, avevan menato seco le robe mie e i miei uomini conducendoli in altra parte della casa, nè avevan voluto cedere al loro rifiuto, sì che io era rimasto là da solo, non avendo con me che cinque o sei de’ miei che mi si tenevano al fianco. Dissi allora fra me: Costui è un prepotente, un ostinato! Se si ricusa di venire, io non son capace di menarlo via così da per me, nemmeno con questi miei uomini, nè potrò tenerlo nella custodia mia se non viene in mio aiuto il governatore della provincia. — Così io m’era fortemente turbato, e m’irritava intanto quel suo non curarsi di me e quella sua indifferenza al mio riguardo. Mi chiama per nome, diceva io fra me, nè si dà pensiero se mi ricuso di mangiare. Non mi domanda perchè son venuto, e mangia intanto tutto sicuro, e io ne son tutto pensoso e confuso!

Quand’ebbe finito di mangiare e si fu lavato le mani, fe’ venir dei profumi e tutto si profumò, poi si levò per pregare e recitò la preghiera del mezzogiorno, tirando in lungo la preghiera e gli atti di contrizione. Osservai ch’egli pregava assai bene. Quandò si levò dal luogo suo proprio, si avanzò verso di me dicendo: Qual faccenda t’ha mandato qui, Manâra?

To trassi fuori la lettera del Principe dei credenti e gliela porsi. Ne ruppe il suggello e lesse. Quand’ebbe finito di leggerla, chiamò a sè tutti i suoi figli e i suoi famigliari sì che si raccolse intorno a lui una gran turba, onde io non dubitava punto ch’egli intendesse che tutta quella gente si scagliasse contro di me. Invece, quando tutti si trovaron là radunati, parlò per il primo e pronunciò certi suoi giuramenti solenni per i quali si obbligava a far divorzio con la moglie, a render la libertà a’ suoi schiavi, a fare il pellegrinaggio della Mecca, a dare il suo in elemosina, a far legati pii, ove non avesse osservato gli obblighi suoi verso di loro. Non convenissero intanto, nemmeno due soli di essi, in un sol luogo; ma comandò loro di separarsi e di tornar ciascuno a casa sua, nè si mostrassero in pubblico finchè non capitasse loro tal caso opportuno da potercisi fidare. E soggiunse:

Questa è la lettera del Principe dei credenti perchè io mi rechi da lui. Come io l’avrò veduto, non rimarrò presso di lui un’ora sola. Voi intanto disponete in bene delle donne e della famiglia che mi lascio a dietro. Non ho bisogno che alcuno di voi m’accompagni. Qua intanto, o Manâra, le tue catene!

Le feci domandare (erano dentro una cesta), ed egli stese le gambe, e io gliele incatenai, e ingiunsi intanto agli uomini miei di toglierlo su perchè potesse collocarsi in una delle corbe del palanchino. Io mi cacciai nell’altra, e partimmo immantinente, senza ch’io avessi necessità di presentarmi al governatore o a qualunque altra persona.

Così io andava con lui, nè egli aveva alcuno de’ suoi con sè, finchè ci trovammo fuori di Damasco. Incominciò allora a parlar con me tranquillamente e placidamente finchè giungemmo ad un bel giardino nella Ghûta, e allora egli si volse a me dicendo: Vedi tu quel giardino? — Lo vedo! io risposi. — Esso è mio, soggiunse, e vi sono alberi esotici di molte e diverse maniere. — Giungemmo ad un altro giardino, ed egli ripetè le stesse parole. Giungemmo presso bellissimi campi seminati e villaggi, e disse parimente: Anche questi son miei! — Mi prese allora una gran stizza, sì che gridai:

E non sai tu che il Principe dei credenti tanto S’è impensierito per tutto ciò che ti riguarda, che ha mandato da te chi t’ha or ora strappato alla tua famiglia e alle tue sostanze e ai tuoi figliuoli, e t’ha menato via tutto solo, incatenato, inceppato, mentre non sai ancora dove mai andrà a riuscire questa tua faccenda, e come e quale essa è veramente? E tu te ne vai a cuor leggero, tanto che, dopo ch’io son capitato da te, mi vai descrivendo i tuoi villaggi e i tuoi giardini; nè pensi lo scopo per il quale io sono venuto, e sei tutto tranquillo dell’animo, di poca riflessione, cOn tutto che ti sii dimostrato generoso verso di me? — Egli allora mi rispose:

Noi siam di Dio e a Dio ritorniamo!. L’opinione mia si è sbagliata sul tuo conto. Io mi pensava che tu fossi uomo di perfetta intelligenza e che non fossi venuto da parte dei Califfi sino a questo paese se non perchè essi ti avevano riconosciuto per tale. Ed ecco che le tue parole somigliano alle parole del volgo! Ma Iddio è pur quello a cui si ricorre per aiuto! Quanto poi a quello che tu mi hai detto del Principe dei credenti per farmi paura in suo nome è andar fino alla sua porta in questa maniera, intendi ch’io ho riposto ogni fiducia mia in Dio potente e glorioso nelle cui mani si sta pure il Principe stesso dei credenti. Nè il Principe dei credenti ha alcun potere sopra di sè in bene o in male se non col beneplacito di Dio possente e glorioso; nè io ho alcun manca- mento verso di lui per il quale io debba temere. Con questo, il Principe dei credenti, quando avrà ben fatto la disamina mia e avrà conosciuto la rettitudine mia e la bontà della mia condotta, mi lascierà andar libero con ogni segno d’onore. Se poi gl’invidiosi e i nemici miei m’avranno accusato presso di lui di colpa ch’io non ho, e avranno inventato calunnie sul conto mio, egli non vorrà permettere che si versi il mio sangue, ma cesserà da questo suo vessarmi e minacciare rendendomi onorato alla mia famiglia e permettendo ch’io rimanga stimato e rispettato nel suo regno. Che se poi è fissato in precedenza nel consiglio di Dio possente e glorioso che da parte di lui m’incolga il malo effetto del suo sdegno, vuol dire che il tempo mio è giunto e che sta nelle sue mani lo spargere il sangue mio. Io però, con l’aiuto di Dio che crea e sostenta, che dà la vita e la morte, penso sempre in bene; e a Lui, che è signore di questa vita e dell’altra, vanno devoluti l’abbandono e l’accontentamento al suo volere è la pazienza. Quanto poi a te, io mi pensava che tu pure sapessi tutto cotesto; ma ora ho potuto conoscere la misura della tua intelligenza. D’ora in poi non ti dirò più nemmeno una parola finchè tra me e te, se Iddio altissimo vorrà, non abbia deciso il Principe dei credenti.

Si voltò allora dall’altra parte, nè io intesi più da lui alcun motto eccetto le preghiere o qualche domanda d’acqua o d’altro, finchè ci trovammo in vista di Kûfa appunto al tredicesimo giorno, dopo mezzodì, quando già le guardie nobili, per sei parasanghe, erano uscite al mio incontro per veder s’io veniva. Quando m’ebber veduto, ritornarono a dietro per riferirne al Principe dei credenti. Così giunsi alla porta al cader del giorno, smontai ed entrai da Hârûn al-Rashîd. Baciai la terra dinanzi a lui e stetti ad aspettare. Egli allora: Fa il tuo rapporto, Manâra, e guarda bene di non tacermi una parola sola del tuo uomo! Io allora gli raccontai tutto dal principio alla fine, e venni a dire de’ suoi confetti e del suo pranzo, del suo lavarsi e profumarsi, e di quanto io mulinava in me stesso credendo ch’egli ricusasse di seguirmi. A questo punto, una gran collera, che sempre più andava crescendo, si fe’ visibile nel volto del Principe dei credenti; ma quando giunsi a dire come l’Ommiade avesse soddisfatto all’obbligo della preghiera, e come, voltosi a me, mi domandasse della cagione del venir mio, e come io gli porgessi la lettera, ed egli si affrettasse a chiamarsi intorno figliuoli, famigliari e domestici per scongiurarli perchè nessuno di loro lo seguisse, e come poi li licenziasse, e a me intanto stendesse le gambe che io gl’incatenai, non cessò dal rasserenarsi in volto fino al punto in cui l’informai del discorso che mi aveva tenuto colui quando l’ebbi rimproverato nel tempo ch’eravamo in groppa al cammello. Allora disse: È vero! E costui, per Dio! non è che un uomo invidiato per le sue ricchezze, e però son state dette calunnie sul conto suo, e intanto, per la vita mia! noi l’abbiam minacciato e vessato, e abbiam spaventato la famiglia sua. Corri, Manâra, e levagli le catene e menalo qui da me!

Ripiglia Manâra:

Uscii, tolsi all’Ommiade le catene e l’introdussi presso Al-Rashîd, ed egli era tale nell’aspetto che, quando Al Rashîd lo vide, io seorsi che sul volto di costui scorrevan lagrime di vergogna. L’Ommiade intanto si fece innanzi, salutò il Califfo e stette ad attendere. Al-Rashîd gli rese il miglior saluto e gli fe’ cenno di sedere. L’altro sedette, e Al-Rashîd gli si fe’ accanto e, richiestolo del come stesse, gli disse: Abbiamo avuto notizia del nobile tuo costume e di tant’altre cose che ti riguardano, e con questo abbiam desiderato di vederti e di udir delle tue parole e di giovarti. Di adunque il tuo bisogno. — L’Ommiade gli rispose assai gentilmente, lo ringraziò anche e gli fece augurî, e poi soggiunse: Io non ho presso il Principe dei credenti che un bisogno solo. — Accordato! disse Al-Rasbîd; ed è? — Che tu mi renda al mio

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…