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Viaggio in Grecia ed a Smirne

Joseph-François Michaud · 1834 · Free in the US

37,630 words · about 2 h 38 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1834 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Viaggio_in_Grecia_ed_a_Smirne&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Joseph-François Michaud
Language
Italian
Published
1834
Length
37,630 words · about 2 h 38 min
Sections
14 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (14)

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Indice

Il traduttore a chi legge

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Le lettere che presento tradotte a' miei lettori vennero estratte dal primo volume della Correspondance d'Orient del Signor Michaud, membro dell'Accademia Francese.

In esse trovansi descritti i costumi della Grecia e di Smirne, come s'offersero al nostro viaggiatore nell'anno 1830. Le notizie che egli ci porge sono le più esatte e recenti che si abbiano di quei paesi. Egli ci dipinge da un lato una nazione che va riordinandosi e dall'altro uno stato che va disfacendosi. Il confronto non è forse nuovo, ma è interessante: esso ci abitua a giudicare gli uomini e le loro istituzioni con carità ed indulgenza.

Lettera I. Partenza da Tolone

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Eccoci in alto mare, imbarcati sul brick francese da guerra, il Loiret. Noi uscimmo il 27 Maggio 1830, a mezzogiorno, dalla rada di Tolone, mentre due giorni prima aveva sal- pato la spedizione d'Algeri co' suoi sessanta vascelli da guerra, co' suoi mille e duecento bastimenti da trasporto, colle sue mille bocche da fuoco e i suoi ventimila guerrieri. Due giorni prima aveva stretto la mano al mio amico , che già trovavasi a bordo della Provenza. Egli mi aveva invitato pel primo lunedì del mese di luglio a pranzare con lui alla Casauba, ma io in quel giorno trovar mi doveva fra i turchi di Smirne, ed egli un mese dopo doveva esulare ramingo pel mondo, dopo avere condotta a fine l'impresa più bella e cavalleresca della cristianità nei tempi in cui viviamo. A lui toccar doveva la sorte di , a me quella di .

La via che prese il Loiret per giungere a Navarino, fu quella di costeggiare le isole di Corsica e di Sardegna e passare framezzo allo stretto di Messina. Le sole terre che noi scorgemmo prima di giungere al Faro, furono le tante isolette che formano in faccia alla costa sicula un minuto arci- pelago. Gli antichi non conoscevano che sette di queste isole, a cui davano il nome delle isole di Eolo. Tra queste l'isola di Lipari è quella che ora dà il suo nome a quest'arcipelago, essendo la più grande di tutte. È in essa che fece scendere il Dio del fuoco per fabbricare le armi di ; è in essa pure che il poeta collocò i Ciclopi, Bronte, Sterope e Piracmone dalle atletiche membra, che per lavorare alle armi di Enea sciolsero le folgori destinate per Giove. Le caverne sotterranee che tuttora si ammirano in quest'isola, furono un tempo credute l'asilo dei venti: di là partivano l'Euro, l'Aquilone, ed il terribile Borea che turbava i mari; di là pure spiravano le brezze propizie che dolcemente gonfiavano le vele. Così gli antichi spiegavano i vulcani, e l'origine degli uragani: il mondo allora era nell'età della poesia, e si accumulavano meraviglie su meraviglie: il mondo adesso ha tutto analizzato colla scienza, ed ha tolto al viaggiatore ogni argomento di fanta- sticare. A lui non resta per illudersi altro campo che quello di perdersi fra le memorie del passato.

Dopo Lipari, spicca in questo arcipelago la celebre isola di Stromboli. descrisse il vulcano che forma quest'isola, e che molti secoli prima di lui eruttava fuoco e lapilli e lo fa tuttavia alcune volte. Le eruzioni dello Stromboli scoppiano a periodi misurati e si potrebbero quasi paragonare al battito de' polsi e delle arterie nel corpo umano. Io scorsi la cima di questo vulcano sul far della notte: era l'ora più favorevole per contemplare questa montagna coronata di fuochi. La prima cosa che si scorge è un punto luminoso che di tempo in tempo si mostra e a cui succede l'arsione di tutto il monte, e allora il cielo riflette le fiamme sfuggite dal cratere. Una grande illuminazione nelle nostre città, l'incendio di una foresta sull'altezza delle Alpi non darebbero che una debole immagine di questo spettacolo. La calma del vento ci aveva ritenuti in faccia a questa montagna infiammata: durante tutta la notte essa non cessò mai di mugghiare e di slanciare in aria solfo, bitume e roccie ardenti: il mare era immobile e le stelle brillavano mestamente sul nostro capo: ogni cosa pareva riposare nella natura, tranne lo Stromboli irrequieto.

Quando si fece giorno io potei scorgere questo vulcano più da vicino. Le rive dell'isola su cui s'erge, erano coperte da vigneti, da ulivi e da campi ricchi di messe: si scorgevano piantaggini di cotone, giardini e ville; de' pastori conducevano mandre di capre ed una piccola città s'innalzava sul fianco nord est del vulcano. Quella sicurezza, que' lavori, quel riposo nella vita, sì vicino ad un cratere infiammato recano qualche sorpresa, ma si rimane meno stupiti, quando si pensa che anche nelle grandi città più sicure e più popolose, i pericoli ci stanno sempre dappresso: ivi mancheranno i rovesci della natura, ma non mancano i rovesci più dolorosi delle umane passioni. Dopo mezzogiorno un leggier vento ci spinse verso l'imboccatura dello stretto di Sicilia, e bentosto ci trovammo innanzi allo sporgente Faro di Messina: allora ci giunse d'appresso una barca con marinai siciliani, che si offersero a guidare il nostro vascello fra que' pericolosi frangenti. Il pilota costiere dopo averci salutato, ci disse con un'aria solenne: ecco Scilla, ecco Cariddi. Dalla parte di Scilla udivamo di fatti un sordo muggito nelle onde, ma tutto ci parve tranquillo intorno a Cariddi. Questi due scogli (almeno in tempo di calma), nulla presentano che spiegar possa i terrori che n'ebbero gli antichi ed i moderni. Noi entrammo tranquillamente nel canale e potemmo godere il magnifico spettacolo delle due rive. In lontananza ed alla nostra diritta scorgevamo i monti Peloro, le di cui cime azzurrine conservano ancora qua e là gli ultimi vestigi della neve e più presso a noi alcune vallate, in cui il verde pallido degli ulivi si mesceva al verde cupo dei pini e dei cipressi. Quanto più ci avanzavamo nel canale, distinguevamo alcuni bianchi casolari su un suolo giallastro, e letti di torrente che ci parvero sulle prime strade polverose, e qua e là vedemmo sparsa una certa coltura che annunziava la vicinanza di una grande città; finalmente notammo varie chiese e monasteri, i cui pacifici abitatori ignoravano certamente che le loro abitazioni servono di punto di mira ai navigatori sbattuti dalla procella. Sulla riva della Calabria ci si presentava un ben diverso spettacolo. L'orizzonte è conterminato da roccie sterili e da ignude colline, ove appena cresce l'erica. Vaste campagne si stendono verso il mare, le une coltivate, le altre solcate da profondi burroni. Di distanza in distanza scorgemmo case con gruppi d'alberi e villaggi coi loro giardini e colle loro piantagioni di ulivi e di gelsi. Là biondeggiava la messe su terreni che stavano per franare a stento sostenuti da muricciuoli di pietra; più lontano la vite o s'arrampicava sulle cime degli olmi e si confondeva coi loro rami, o distesa a padiglione di pianta in pianta iva dispiegando trionfali festoni. Il paese dalle due coste presentava contrasti mirabili: si scorgeva tutta un'altra natura, ed una fisionomia affatto diversa: la varietà delle impressioni che cagiona l'aspetto di queste due contrade che sono avvivate dallo stesso sole e bagnate dal medesimo mare, sorprendono gradevolmente il viaggiatore.

I piloti siciliani che ci avevano condotti per quello stretto ci abbandonarono dirimpetto a Messina, non senza chiederci qualche largizione. Il tempo era troppo bello perchè noi potessimo apprezzare il servigio che pareva ci avessero reso: malgrado la nullità della loro scorta, non trovammo però un gran male che de' poveri marinaj avessero a speculare sulle credenze de' tempi favolosi, tenendo viva, se non foss'altro, la memoria dei disastri che ci furono dai poeti cantati, illustrandoci le gesta di e de' suoi compagni. Quello piuttosto che trovammo ben singolare si fu che eglino ci presero per appestati: le lettere che noi consegnammo al pilota costiere pel console di Francia residente a Messina, furono raccolte entro una scatola di latta collocata sulla cima di una lunga pertica e le monete da noi gettate a' marinaj nella loro barca furono dagli stessi tuffate ad una ad una nell'acqua del mare per ripurgarle. Eppure eglino sapevano che noi non venivamo dal Levante, nè dalle coste d'Africa. Tanto è vero che la precauzione è figlia della scienza e la paura lo è dell'ignoranza!

Quando noi passammo innanzi a Messina, il sole aveva già varcato di qualche ora la metà del suo corso. Il calore era cocente, e non si vedeva persona viva sulla magnifica spianata che costeggia la rada: non si scorgeva alcuno nel porto, nè in alcun punto della spiaggia: non si udiva che il suono delle campane che chiamavano alla preghiera. Ad onta di questa solitudine ci piacque assaissi- mo l'aspetto della città di Messina. Le case più vicine al mare ne parvero solidamente fabbricate: esse hanno tutte de' portici a grandi arcate. Nell'interno della città distinguemmo una quantità di chiese, di monasteri e di palazzi. Tre castelli dominano la costa su cui Messina s'innalza. Al dissopra di questi castelli s'ergono delle colline coperte da giardini e da ville. In lontananza, verso mezzodì, scorgevansi le cime dei monti Peloro: non vi aveva spettacolo più mirabile di questo.

Ma poco lo potemmo godere. Il vento spirava forte e a noi propizio: ben tosto Messina ci fuggì dallo sguardo e la notte ci raggiunse, mentre noi già uscivamo dal canale. Nel mattino seguente ci trovavamo già innanzi al Capo Spartiventi. La calma ci trattenne tutta la mattina in faccia all'Etna: il dorso di questa montagna dalla parte da cui noi lo vedevamo, ci si presentava sotto tinte bigiastre simili a quelle del deserto di Sahara. Una verzura ed una vegetazione rara e spoglia di vita appariva sul declivio del monte: nessun villaggio, nessuna abitazione. Nella fascia superiore non scorgevamo che roccie aride e ripiani calcarei e la regione che si chiama delle nevi e del fuoco pareva immobile e calma. Solo di tempo in tempo scorgevansi su i punti più elevati alcuni fumi biancastri che s'alzavano dal cratere e che dai naturalisti sogliono considerarsi come i segnali di vicine eruzioni.

Noi di fatti sapemmo più tardi che all'indomani del nostro passaggio in faccia all'Etna, una eruzione terribile aveva sparso lo spavento in Catania e ne' vicini contorni.

Verso sera il vento tornò a levarsi e noi entrammo nel mare Jonio, lasciando alla nostra diritta il mare e il lido d'Africa, ed alla nostra sinistra le rive meridionali della Calabria, ed i Golfi di Taranto e di Otranto, e quello soprattutto di Brindisi, dove morì tornando dalla Grecia, e da cui partì l'imperatore di Germania quando si recò alla seconda Crociata; testimonio in ciò dell'ultima partita del più gentile poeta dell'antichità, e del più fiero soldato dei mezzi tempi.

Noi passammo due giorni senza veder terra, cosa che di rado succede nel Mediterraneo: finalmente al primo di giugno, dopo mezzodì, i nostri marinaj gridarono: terra! Il lido che ci additavano era la terra classica della civiltà antica e delle arti, era il paese del genio e della gloria, era la Grecia. Nella sera di quello stesso giorno noi arrivammo in faccia a Navarino: radendo appresso quelle spiagge gialle e deserte, il nostro entusiasmo era frammisto ad un senso di mestizia, e la Grecia che noi avevamo innanzi agli occhi ci pareva perdere una parte dei vezzi che a lei prestavano le nostre memorie. Siccome l'accesso alla rada è assai difficile, dovemmo per ciò restare tutta la notte ad una distanza notevole dalle coste. Finalmente al due di giugno potemmo accostarci alle rive del Pelopponeso: il Loiret approfittò di una brezza leggiera per passar oltre all'enorme scoglio situato all'entrata della rada e ci trovammo in tal modo ricoverati in uno dei più bei porti dell'oriente.

Lettera II. Navarino e Modone

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Io non vi parlerò della baja di Navarino, voi ne troverete i disegni e le vedute presso tutti i negozianti di stampe. Non vi parlerò neppure della battaglia di Navarino a tutti nota, ma solo vi descriverò lo stato attuale di questa rada. Essa si rese famosa nella storia contemporanea, come ne' tempi di mezzo lo fu la rada di Lepanto, presso cui ebbe luogo quella famosa battaglia navale contro i Turchi che salvò la Cristianità dal giogo ottomano.

Io era impaziente di scendere a terra e di toccare il lido di Grecia. Quando il palischermo del Loiret, mi pose sulla riva, il sole era a mezzo del suo corso: un'arena rossastra ardeva sotto i miei piedi: l'orizzonte pareva infuocato. Io a stento distingueva gli oggetti: era abbarbagliato dallo splendor della luce, e soffocato dal caldo: aggiungete quello stato di turbamento che suol investire chiunque trovisi per la prima volta in un paese che non si è mai veduto e che si è sognato tutta la vita. Quando riebbi i miei sensi ed i miei occhi cominciarono a vedere distintamente intorno, io mi trovai in mezzo ad una specie di bazar costrutto presso alla riva e composto di misere botteghe e di più misere capanne di legno. Due o tre taverne, quattro o cinque bigliardi erano gli edifizi più appariscenti e più frequentati di questo confuso ammasso di abitazioni. La popolazione greca così stipata non aveva alcuni mesi prima altro abitacolo che le caverne dei vicini monti. In questo nuovo ed improvvisato villaggio scorsi un gran numero di Franchi venuti da tutte parti d'Europa: eglino quivi portavano più bisogni che dovizie, più vizj che virtù: eppure eglino saranno i fondatori di una nuova città! Noi non siamo più ai tempi, in cui la lira d'Anfione bastava ad innalzare le città: ai dì nostri la miseria industriosa è quella che s'incarica di eseguire questo prodigio. I deportati dall'Inghilterra fondano le città della nuova Olanda, e i profughi di tutta Europa fondano le città greche.

Io salii al Castello che nell'estate del 1829 fu incendiato da un fulmine, e che ora più non presenta che un ammasso di rovine. Due o tre artiglieri francesi sono i soli custodi di quelle macerie. A vedere quelle loro fisionomie meste e cupe ti parrebbe di trovarti in questo luogo nel giorno successivo ad un grande disastro. Io feci loro alcune interrogazioni sullo stato del castello: eglino in vece interrogaronmi sullo stato della Francia e con me esule per elezione dal mio paese si querelavano di essere stati abbandonati su quella terra di esiglio.

Appiedi del castello, dalla parte del mare, si vede ancora la piccola città di Navarino che venne abbandonata da' suoi abitanti. Vidi colà per la prima volta una moschea turca: essa ora serve da magazzeno per le farine. Entrai nelle camere che un tempo erano un harem, ed ora non hanno più che i quattro muri: le finestre e gli usci tutti aperti: il ragno vi tesse dappertutto la sua tela e non ha a temere la presenza indiscreta di alcun curioso. I bastioni della città sono ancora in piedi, ma saranno fra breve demoliti per impiegare le pietre da ricostruire il castello. Fra alcuni mesi non resterà più alcun vestigio di questa miserabile città che dava il suo nome alla rada ed i forastieri dimanderanno ov'essa era collocata.

Un battello greco ci condusse all'i- sola di Sfagia o Sfacteria, situata in faccia a Navarino. Quest'isola che può avere più di un miglio di lunghezza, ed è larga dalle trecento alle quattrocento tese chiude la rada dalla parte dell'ovest. Quantunque essa non sia mai stata abitata, pure non fu dimenticata dalla storia. La memoria dei disastri di cui essa fu il teatro, risale sino ai tempi dell'antica guerra del Pelopponeso, e bisogna leggere nell'elegante storia di il racconto delle avventure sofferte da un numeroso corpo di Spartani che vi si trovarono chiusi senza speranza di soccorso. Sparta, durante l'assedio di Pilos, aveva perduto la propria flotta e non le restava più mezzo alcuno per salvare i suoi guerrieri. Essa inviò ambasciatori ad Atene e si umiliò sino a chiedere la pace. Tutta la Grecia aveva allora gli occhi fisi sull'isola di Sfacteria: i negoziati non ottennero alcun risultamento pacifico e gli Ateniesi fecero uno sbarco nell'isola. Gli Spartani che vi si trovavano assediati, opposero sulle prime una viva re- sistenza, ma dopo parecchi combattimenti, sopraffatti dal numero, sfiniti dalla fame, dopo aver veduto uccisa una buona metà dei loro compagni, si arresero a discrezione e furono condotti ad Atene nei ferri. Dopo questo infortunio degli Spartani, la storia più non ci parla dell'isola Sfacteria, se non sino ai tempi moderni, in cui le stesse scene di sterminio quivi due volte si rinnovarono. Nel 1770 un gran numero di Greci insorti si rifugiarono in quest'isola e furonvi uccisi dalle scimitarre turche: nel 1826 un corpo di truppe greche inseguite dai soldati d' quivi pure cercarono un asilo e non vi trovarono che una morte dolorosa. In si legge che l'isola Sfacteria era coperta di boschi e che le foreste che vi allignavano furono intieramente consumate da un incendio. Attualmente non vi cresce un solo arbusto: la vegetazione ivi basta appena a nutrire poche capre che qui si mandano nella stagione delle pioggie. L'aspetto di questi luoghi deserti, di que- ste aride roccie, mestamente si accorda colle tristi memorie della storia. Quando il nostro battello ci riconduceva al Loiret, ci fu fatto vedere, verso il nord della rada, un'isoletta famosa essa pure pel gran numero di vittime che il furore della guerra vi ha immolate. Questa isoletta è composta di alcune roccie mezzo ignude. Ivi i turchi nel numero di ottocento in circa furono cacciati dopo la capitolazione di Navarino, e furonvi costretti a perire di fame e di sete. Quando ebbe luogo la gran battaglia navale datasi poco tempo dopo, parecchi soldati e marinaj feriti si strascinarono carpone su questo scoglio e morirono in mezzo ai cadaveri che la fame vi aveva mietuto. Una quantità di ossa umane biancheggiano in quest'isola senza nome, in mezzo ai rovi, ai cespugli ed a palle di cannone coperte dalla ruggine.

Queste sono le imagini che addolorano lo sguardo del viaggiatore quando egli arriva in Grecia toccando la rada di Navarino. Noi volemmo vedere lungo questa rada la grotta o la stalla di Nestore, così chiamata in paese. Io mi accompagnai col comandante del Loiret che aveva più volte visitato questa grotta. Sorpresi entrambi dalla notte, noi smarrimmo la via e dovemmo camminar molto tempo alla ventura attraverso a fratte ed a spianate deserte. Alfine arrampicandoci pel monte dalla parte del nord noi potemmo ravvisare l'accesso della grotta. La notte era già fitta, e noi non avevamo nè fiaccole, nè lumi, quando un felice incidente venne al nostro soccorso. Alcuni soldati avevano in quel giorno dato il fuoco ad una capanna e alcuni de' nostri marinaj corsero a portar via alcuni tizzi accesi. De' pezzi di trave ravvolti da eriche che abbruciavano ci servirono di torcie per entrare nella grotta di Nestore. Questa grotta nulla ha di rimarchevole: la sua entrata è abbastanza larga: la grotta poi è divisa in due grandi camere di trenta piedi di altezza e cento piedi di circonferenza. A queste cupe vôlte stavano aggrappate migliaja di vipistrelli che ad ogni istante ci esposero al rischio di veder spente le nostre fiaccole. Visitando attentamente la grotta si vede che i montoni e le capre vi cercano alcune volte uno scampo, come nei tempi omerici. Sembra pure che sianvi stati fatti in alcuni luoghi parecchi scavi. Avanzandoci nella seconda camera, noi ripetevamo ad alta voce i nomi di Nestore, di Nele e di Pilos, ed i nomi di Pilos, di Nele e di Nestore ci erano fedelmente ripercossi dalle sonore cavità della grotta: ci sembrava che l'antichità stessa ci rispondesse. Una mezz'ora ci bastò per veder tutto. La più bella luna del mondo ci aspettava all'uscir della grotta: il suo chiarore ci ajutò a scendere dalle montagne, e noi ritornammo alla rada per una via a ferro di cavallo che lasciava a man ritta il monte Zanchio ed a sinistra una specie di padule o di lago che comunica col mare.

Sul dorso delle montagne ci mostrarono una torre in rovine e ci fu detto che questa servì lungo tempo di rifugio ad una donna di mala vita, i di cui vezzi attiravano marinaj e soldati. Ci soggiunsero pure che dal momento in cui i soldati francesi si erano stanziati a Navarino, una quantità di simili donne era venuta a far traffico de' proprj vezzi in questi luoghi e che avevano convertito le rovine di Navarino nelle delizie di Circe. Questa riunione di corrutele e di solitudine ha in sè qualche cosa che fa stupore e dolore insieme.

Modone non è distante da Navarino che due sole leghe. Noi vi facemmo una gita. Dapprima si va fra due montagne assai alte, e la strada riattata dai Francesi è coperta da una polve giallognola: essa è irta e rupinosa ed i nostri migliori cavalli di Francia potrebbero a stento marciarvi al passo. Alcuni geografi hanno per costume d'indicare sulle carte di Grecia le strade ed i villaggi, le case e persino le piante: ma la guerra ha reso difettose tutte le carte e le opere de' geografi, giacchè più non si trovano da Nava- rino a Modone nè alberi, nè case, nè villaggi. La nostra guida ci mostrava ad ogni passo alcune recenti rovine e con una lamentevole voce ripeteva: ! Ibrahim! e poi piangeva. Queste sono le memorie che ha lasciato nella Grecia il figlio di . La Grecia aveva ricevuto altre volte dall'Egitto lezioni meno barbare.

Dopo un'ora di viaggio attraverso a sterili montagne, la valle si allarga ed il viaggiatore può scorgere i baluardi e le torri di Modone. A misura che si entra nella pianura si veggono qua e là terre coltivate: il che conforta alcun poco dallo spettacolo doloroso che si ebbe sino a quell'istante. Gli abitanti di questo tratto di paese avevano perduto i loro buoi durante la guerra: si pensò ad uno singolare spediente per supplirvi. Si diedero a prestito a que' poveretti i buoi che erano destinati pel mantenimento dell'esercito francese. Quando questi animali avevano lavorato per tutto il tempo delle seminagioni, si ricondu- cevano all'esercito per essere mandati al macello. Ecco uno spediente economico che si assomiglia a quei tanti che si leggono di tal genere nei di . Ed eccovene pure un altro degno de' Commentari. Per prevenir l'ozio e la noja nelle truppe francesi si diedero loro dei campi da coltivare nelle pianure di Modone: così i liberatori della Grecia, gli attillati guerrieri della guarnigione di Parigi, divennero su questo classico suolo altrettanti Cincinnati. Io gli vidi colla sciabola al fianco e colla zappa in mano coltivare le rape, le lenti e le carote.

Le fortificazioni di Modone sono attualmente in buonissimo stato: le rovine che ingombravano il recinto della città furono levate ed alle dirute capanne furono sostituite case di nuova costruzione. Queste case però sono in piccolo numero e gli abitanti non sono più di dugento, per cui Modone più che rassomigliare ad una città novella, pare piuttosto una piazza forte evacuata. Un miserabile ba- zar, ove appena si trovano pochi grossolani commestibili, e dove non incontrate che Greci sporchi e stracciati, due meschine taverne, una tenuta da una cantiniera francese e l'altra da un vecchio italiano, ecco quanto si trova in quest'antica Modone che il re dei re prometteva al valoroso Pelide per acquietare la sua collera. Ciò che qui si chiama col nome di piazza d'armi è una vasta spianata ove la guarnigione francese suole spassarsi passeggiando e scontando le noje dell'esiglio. Sono rimasti a Modone tre o quattro turchi che sono un oggetto di curiosità. Un'osservazione generale venne fatta, ed è questa che da tutte quelle città dove più non isventola lo stendardo della mezza luna, i Turchi non amano di mantenervi la loro dimora. Gli Ottomani che hanno l'orgoglio del Corano in cuore non vogliono più fermarsi nei paesi, ove più non comandano. E in questo i Greci non gli rassomigliano per nulla; giacchè dopo la conquista fatta dai Turchi essi hanno tutto sof- ferto piuttosto che abbandonare i loro focolari: si può dire che eglino tengono al loro paese desolato, come la nostra povera umanità tiene a questa valle di lacrime.

Quando però si pensa alla popolazione quasi per intiero rinnovata in tutte le parti della Grecia, si ha il rincrescimento di non trovare fra i suoi nuovi abitanti de' coloni che siano capaci di coltivare le terre: questi sarebbero gli uomini, di cui avrebbe più bisogno il paese; ma invece tutti quelli che vi traggono ad abitare non vi portano che una sterile industria e non sono sospinti che dal bisogno di vivere a spese altrui. Tutti sono mercanti, o rivenditori: tutti non pensano ad altro che a far passare nella loro borsa le paghe dei soldati francesi, nè veggono nei loro liberatori altro che forastieri coi quali possono arricchire guadagnando senza fatica delle buone piastre. In quanto ai soldati francesi essi sono mesti e taciturni, il che forma uno strano contrasto coll'idea che abbiamo in Fran- cia del buon vivere che far deggiono sotto il bel cielo di Grecia. Le lettere che si scrivono ai soldati francesi quivi stabiliti, sono lettere di felicitazione e di buon augurio: le risposte che si ricevono sono meste, malinconiche, misantropiche. Io ragionai lungamente con molti de' nostri guerrieri; "La Grecia, mi diceva uno di questi, è come la cupola degli Invalidi di Parigi: tutto vi è risplendente di ori e di trofei, ma noi sappiamo che cosa vi sta sotto."

Ma torniamo al nostro viaggio. Il sole cominciava a tramontare quando noi ci trovammo sulla riva per riprendervi il palischermo del Loiret. Attraversammo di nuovo il bazar di Navarino: tutta la popolazione era sbucata fuori da' suoi casolari a dalle botteghe: i fanciulli e gli uomini maturi, i vecchi e le donne danzavano a cielo aperto la Romaika e cantavano inni nazionali. Eccovene due che sono di quelli che il nostro già ci fece conoscere. ct

"Qual rumore si desta, quale strepitoso fracasso? Si scannano forse buoi? Errano forse belve feroci? Non si scannano buoi: belve feroci non errano. — Ma Bucovalla combatte: egli combatte contro mille e cinquecento (Turchi) fra Chenuria ed il Cherassovo. — I colpi di moschetto cadono come pioggia, le palle come grandine — Ecco una bionda giovine che grida dalla finestra: Fa cessare la zuffa o Bucovalla, fa che i moschetti tacciano: — la polvere cadrà, si leverà la nebbia e noi faremo il computo dell'esercito per vedere quanti prodi vi manchino — "I Turchi si noverarono per tre volte: cinquecento ne mancano. I figli dei Clefti si noverano: non mancano che tre bravi. — L'uno andò in cerca d'acqua; l'altro di pane — ma il terzo, oh! il terzo il più valente giace morto disteso sul suo moschetto." ct

"I campi hanno sete d'acqua, le montagne di neve — Gli sparvieri d'augelletti, i Turchi di umane teste — Che avvenne della madre di Giftachi? di colei che già perdette due figli ed un fratello, ed ormai, smarrito il senno, qua e là s'aggira all'impazzata piangendo? — Che mai avvenne alla poveretta? più non si vede nè pei campi, nè pei monti. Ci fu detto che ella sia passata di qua, che siasi avviata verso i villaggi dei pastori — e là piovevano allora, là rintronavano i colpi di moschetto. — Nè per nozze romoreggiavano, nè per feste di villa: Giftachi era ferito nel ginocchio e nelle mani — Egli barcollò come albero divelto, cadde come cipresso, e da prode com'era gridò a tutta voce — "Dove sei tu fratello, dove sei mio buon amico? — Ritorna, ritorna su le tue orme — recidimi, recidimi la testa, perchè l'arabo Issuf e i suoi Armatoli non me la tronchino — io non vo' che la portino a Jannina, a quel cane d'Alì Pascià."

Queste canzoni erano cantate da que' poveri greci con un tuon cupo e lamentevole che stranamente contrastava col brio e colle cadenze festose delle loro danze. Quest'accordo di pianti e di feste mi presentava la più schietta immagine di un popolo che ora appena comincia a tergere le lacrime, per darsi in braccio ad un più fausto avvenire.

Lettera III. Viaggio da Navarino a Napoli di Romania

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Noi lasciammo il 7 giugno la rada di Navarino. Il comandante del Loiret doveva portare dei dispacci all'ammiraglio di Rigny residente a Napoli di Romania. Appena usciti dalla rada noi ci trovammo fra le coste della Morea e le isole della Sapienza. Queste isole, chiamate Enusie da , formano un piccolo arci- pelago che si stende dal nord al sud: i naturalisti possono farvi importanti scoperte, ma sinora nessun uomo vi ha mai fermata la sua dimora, nessun proscritto ha mai pensato a cercarvi un asilo, nè la devozione ha per anco sospinto alcun cenobita a farvi vita da solitario.

Molte battaglie navali furono date presso le isole Enusie, ma nessuna di queste ebbe lo scopo di disputarne il possesso. Non vi parlerò dello strano pensiero che si ebbe anni sono di far stabilire in questa isola la residenza dell'Ordine sì celebre di Malta, per relegare su queste ignude roccie e su queste isolette inculte le ultime reliquie dell'antica cavalleria delle crociate. Tutto ciò che io posso dirvi di più recente è questo solo, che in esse gli ammiragli delle flotte alleate tennero congresso prima della battaglia di Navarino.

Proseguendo il nostro viaggio scoprimmo la città di Corone situata dalle otto alle dieci leghe distante da Modone; e più in là di Corone dal- l'altro lato del golfo scorgemmo Calamata. Se noi prestiam fede ai viaggiatori che ne precedettero, tutte le campagne vicine al golfo di Micene, e tutto il paese che si stende sino al monte Taigete, non presentavano all'occhio del riguardante che un vasto giardino piantato da ulivi, da gelsi e da aranci. Tutto fu devastato dalla guerra: ma tale però e tanta è la naturale fecondità del suolo che la vegetazione già incomincia a ricomparire e si scorgono da lontano ampj sterrati verdi che coprono le coste ed i pendii. Ci fu narrato che una sommossa popolare aveva poche settimane prima scoppiato a Calamata a cagione di un nuovo balzello che era stato imposto sul bestiame. Per atterrire gli abitanti e ridurli a soggezione si aveva sparso fra essi la voce che un corpo di soldati francesi sarebbe venuto per tenerli in rispetto. A questa notizia tutti fuggirono per le montagne. Solo da pochi giorni essi restituironsi alle loro case, col fermo proposito però di non pagare il balzello. Io non voglio qui giudicare della giustizia di questa tassa, ma al mio grosso buon senso sembra però che non vi abbia misura più fuori di proposito quanto quella di imporre una tassa sopra oggetti che mancano e il di cui rapido incremento sarebbe veramente da desiderarsi. Un'imposta sul bestiame in un paese che rinasce ora dalle sue ceneri, è come un interdetto alla sua riproduzione, e Dio ci guardi dal proibire cose di cui tutto un popolo ha un indispensabile ed un urgente bisogno!

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