Read here

Nuova enciclopedia popolare

Autori vari · 1841 · Free in the US

83,144 words · about 5 h 49 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1841 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Nuova_enciclopedia_popolare&action=history). · Wikisource contributors

Text from Wikisource and set out for reading on screen; no words of the book are rewritten or summarized. How RedLectern is built

About this book

Author
Autori vari
Language
Italian
Published
1841
Length
83,144 words · about 5 h 49 min
Sections
11 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (11)

Continue:

Front matter

ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct

ct fi ct ct ct

Indice

A

ct ct ct

Aa - Aaron

A. — Prima lettera degli alfabeti di tutte le lingue conosciute, tranne l'etiopico, nel quale occupa il tredicesimo luogo (vedi tav. x). Dei sedici suoni elementari della voce umana quello che è rappresentato da questa lettera è il più semplice e richiede un minore sforzo degli organi a produrlo: perciocchè ad emetterlo basta aprire la bocca e respirare in modo che l'aria spinta fuori per la glottide risuoni sensibilmente nella cavità della bocca e delle nari. Quindi questo suono è notevole per la sua universalità quanto per la sua semplicità. Molti degli animali inferiori hanno la facoltà di produrlo, siccome è facile il convincersene facendo attenzione ai loro gridi peculiari, nella maggior parte dei quali, se non in tutti, si può di leggieri riconoscere. Esso è pur anche, per così dire, la base della vocalizzazione; poichè, chi attentamente vi badi, troverà le altre vocali non essere quasi altra cosa che modificazioni labiali, linguali, dentali o palatine di questo primo, universale ed elementarissimo suono. Non è pertanto senza ragione che il simbolo di esso è (salvo l'eccezione accennata) posto al principio di ogni alfabeto conosciuto. — Alcuni hanno creduto che il suono di questa lettera spiacesse a , il quale la chiama insuavissima litera: ma forse non si è compreso bene il senso di questa espressione. Che se egli l'odiava a cagione di quel picciolo sforzo che si richiede per produrne il suono, le altre vocali avrebbero dovuto spiacergli egualmente, siccome quelle che sono semplici modificazioni di questo primario στοιχειον o elemento. nota che l'A riceveva presso i Latini dieci modificazioni diverse. Presso noi questa lettera ha un suono solo; epperò possiamo argomentare quanto la moderna maniera di pronunziare il latino sia lontana dall'antica.

Fra gl'idiomi europei l'italiano e lo spagnuolo sono quelli nei quali il suono dell'A è più frequentemente ripetuto; ma di tutte le lingue conosciute quella che ne abbonda più d'ogni altra è senza dubbio la sanscrita, lingua che appartiene alla più remota antichità dell'Oriente. Il suono dell'A vi domina talmente, che una immensa quantità di vocaboli non contiene altra vocale, e che nello scrivere, invece di mettere un segno per indicare la sua presenza allorchè vien dietro una consonante, si suole porne uno per indicare la sua assenza quando non vi si trova. La ripetizione di questo suono dà generalmente molta grazia e dignità al discorso. Citeremo per esempio questa bella formola tratta dai , che secondo il rito braminico il padre debbe pronunziare sul capo del neonato al momento che vede la luce:

Angâd anyât sambavâsi, hridayâd abhidjayase;

Atma vœ putra namasi; sandjéva saradas satam.

Tu sei il frutto di tutto il mio essere: sei nato nel mio cuore;

Sei la mia stess'anima: possa tu vivere cent'anni.

I Greci diedero il nome di Alpha a questa lettera, togliendolo dall’aleph fenicio; poichè è evidente che l'alfabeto fu portato in Grecia se non da , certamente dall’Oriente, che nelle lingue semitiche si dice KDM. Il vocabolo aleph significa capo o guida in lingua ebraica, onde è chiaro perchè si desse questo nome alla prima lettera dell'alfabeto. Secondo un modo di esprimersi comune fra gli scrittori ebraici, Gesù Cristo allude alla perfezione del suo carattere con dire «Io sono l’alfa (το Α) e l’omega (το Ω), il primo e l'ultimo, il principio e il fine». Presso di noi si suol dire dall'A alla Z per indicare i due estremi di una cosa, come per esempio «contami dall'A fino alla Zeta» vale a dire «raccontami tutto».

La lettera A era un segno numerale presso gli antichi. Nei numeri greci vale 1 o primo; nei romani valeva 500 prima che si usasse la D, e quando le si poneva sopra una lineetta (Ā) cresceva dieci volte in valore e rappresentava 5000. Nel calendario giuliano è la prima delle sette lettere dominicali: e molto tempo innanzi il Cristianesimo era stata in uso presso i Romani come una delle otto lettere nundinali. I logici impiegano l'A come un simbolo o segno di una pro-

postozione affermativa generale per opposizione ad una negativa universale, giusta il seguente verso che è il primo di un notissimo distico:

Assertis a, negat æ, verum generaliter ambo.

Quindi il primo modo della prima figura, che è un sillogismo di tre proposizioni affermative universali, si dice essere un sillogismo in barbara, parola nella quale i soli alfa hanno una significazione, la triplice ripetizione della lettera a denotando che altrettante delle proposizioni sono affermative e universali, secondo la classificazione tecnica: —

Barbara, Celarent, Darii, ecc.

I Romani usavano la lettera A per votare nelle pubbliche assemblee o comizii. Allorchè una nuova legge era proposta, ciascun votante riceveva due pezzettini di legno, uno dei quali era segnato con un'A maiuscola, che significava Antiquo, cioèo 'antiquam volo'; l'altro portava le lettere U. R. iniziali di uti rogas (come proponi). Coloro che si opponevano alla legge proposta, gettavano il primo nell'urna, mentre gli altri che l'approvavano vi deponevano il secondo. Nelle votazioni in materie criminali l'A scolpita su di una tavoletta era adoperata per absolvo, come la C per condemno, e NL per non liquet (non consta). Quindi Cicerone la chiama litera salutaris o lettera che assolveva, come la C era detta litera tristis.

Nelle medaglie antiche l'A indica il luogo in cui furono coniate, come Argo, Atene, Antiochia, Aquileia ecc. (Per lo stile lapidario vedi l'articolo seguente).

I medici l'impiegano con una lineetta (ā) per significare ana, parola usata da Ippocrate in qua per indicare una quantità eguale di diverse sostanze; e triplicata (aa) esprime amalgama nel linguaggio dei chimici.

Sulle lettere di cambio A vale accettata, e nei libri di commercio, posta dinanzi a un nome, dinota credito. In musica A (alamiré) prima nota del tetracordo hyperboleon, corrisponde a la, sesta nota della nostra scala; al principio del secolo xviii s'impiegava nelle partiture per indicare il contralto.

A. — Diano in questo luogo le principali abbreviature comincianti colla lettera A, che occorrono più frequentemente nella numismatica e negli antichi monumenti dei Romani, riserbando al principio delle altre lettere quelle che a ciascuna di esse saranno relative; e di questa distribuzione renderemo ragione alla parola ABBREVIATURE.

A: absolvo, ædes, ædilis, ære, ærarium, ager, albo, amico, amicus, anima, annus, anno eccl., antiquo, argentum, augusta, augustalis, Augustus, aula, Aulus.

AA: augusta, augustalis, Augusti (duo).

AA: augustales, augustalis.

A·A: apud agrum, auro argento.

A·A·A: Augusti (tres).

A·A·A: auro argento ære.

A·A·A·F: auro argento ære flando feriundo.

A·A·COSS: Augustis consulibus.

A·A·L: Auctorum (duorum) libertus.

A·ALB·A·F·A·N: Aulus Albinus Auli filius Auli nepos.

A·A·L·M: apud agrum locum monumenti.

A·A·L·R: apud agrum locavit requietorium.

A·A·S·L·M: apud agrum sibi legit monumentum, apud agrum sibi locum monumenti.

A·A·S·L·M·P: apud agrum sibi locum monumenti posuit.

A·ATIL·A·F·C·N: Aulus Atilius Auli filius Cnei nepos.

A·A·V·S·E·V: alter ambo ve si eis videbitur.

A·A·V·S·L·M: apud agrum vivens sibi locum monumenti.

AB: abdicavit.

AB·AC: ab actis.

AB·AC·SEN: ab actis senatus.

AB·AVG·M·P·XXXXXI: ab Augusta millia passuum quadraginta unum.

ABDIC·IN·E·L·F·E: abdicavit in eius loco fœtus est.

A·B·M: amico (vel animæ) bene merenti.

ABN: abnepos.

AB·R·P: ab ripa proxima.

A·C·Æ: Aulus Cœcina.

ACCENS·COS: accensus consulis.

A·C·L: Auli conlibertus vel conliberta.

Æ3LECTO: adlecto.

ACOL: acolitus.

A·C·P·VI: a capite pedes sex, vel ad caput.

ACT: Actiacus, actor.

A·CVB·AVGG: a cubiculo Augustorum.

A·CVR·AMIC: a cura amicorum.

A·D: ante diem, agris dandis.

AD: adiutor._

ADF: 'adfuerunt.

AD·FRV·EMV·EX·S·C: ad fruges emundasas senatus consulto.

ADI·P: adiutor provinciæ.

ADIVT·TAB·RAT·VEST: adiutor tabularii rationis vestiariæ.

A·D·P: ante diem pridi.

AD·PROX·CIPP: ad proximum cippum.

ADQ: adquiescit.

Æ: æditis, ære.

Æ·CVR: ædilis curulis, vel eurarit.

ÆD: æditis, ædilitas, ædituus, æditimus.

ÆD·COL·AUG·NEM: ædilis coloniæ Augustæ Nemausi.

ÆD·D·S·P: edem de suo posuit.

ÆD·II·II VIR·II: ædilis iterum duumviro iterum.

ÆD·II VIR·QVINQ: ædilis duumvir quinquennalis.

ÆDIL·COL·F·C: ædilis coloniæ faciundum curavit.

ÆDIL·C·C·N·D·S·P·P: ædilis curulis coloniæ numini devotus de sua pecunia posuit.

ÆDIL·II·VIR·PRÆF·COL·FABR: ædilis duumvir præfecto collegii fabrorum.

ÆDIL·PL: ædilis plebis.

ÆD·MART: ædituus Martis.

ÆD·Q: ædilis quinquennalis.

ÆL: Ælius, Ælia._

ÆM·ÆMI·vel ÆMIL: Æmilia.

Introduzione - Preliminari

Tutto è moto e vicissitudine nell’universo. La produzione e la distruzione costituiscono le leggi supreme con che si svolgono e connettonsi ad armonia le vitali potenze della natura. Ma che è mai distruzione e produzione? Nulla più che la indefinita mutabilità di forma cui scorgiamo la materia sottoposta. Niente si annichila, niente si aumenta nel seno della natura. I vocaboli vita e morte non altrimenti esprimono che il passaggio da una ad altra forma degli enti materiali e pel quale providenzialmente reggesi e sta il miracoloso organismo dell’universo. È solo nei libri che gli esseri fisici esistono in tre grandi regni partiti: la natura travalica continuo nella economia de’ suoi fenomeni questi limiti imposti dall’uomo, e con mirabile magistero fa passare ogni suo elemento dalla specie animale e sensibile a quella bruta ed inorganica, e vicendevolmente da questa a quella. In tutto l’universo vi ha quindi un immenso processo chimico incessantemente produttivo; la metempsicosi indiana non era forse più che un simbolo di questa cosmogonica verità. Ma duplice è, per così dire, il mondo: fisico e spirituale; e per simil modo che i fenomeni di quello traggono la loro prima cagione dalle leggi attrattive e ripulsive, quelli del secondo la ripetono dalla ragione e dall’istinto alla felicità, le sole primitive ed originali dello spirito umano. Vizi e virtù, tutti promanano da queste universali potenze; in esse tutti sviluppansi gl’impulsi delle umane azioni. Ma che è mai questa felicità cui tutti anelano gli uomini su questa terra? Certo il suo oggetto debbe pur essere qualche cosa che pienamente appagare lo debbe; ma l’uomo traviato dalle sue passioni la convertì in un indefinito desiderio che lo agita, che attraverso alle fortune della vita lo trascina d’illusione in illusione, continuamente d’una in altra età mutando sembianze. Ecco l’uomo colle sue passioni, ed ecco le cause, l’economia dei fenomeni umani. — Ma duplice è pur il modo con cui può essere l’uomo dalla filosofia considerato. O sotto la forma di individuo, nella quale questi si presenta a se stesso, cioè a dire siccome un tutto finito, un microcosmo; o sotto quella nella quale realmente esiste nel cospetto della natura, nella idea cioè collettiva di tutto il mondo delle nazioni in cui scompare l’uomo individuo, e prospettasi quasi individuo tutto il genere umano. Nel primo modo la filosofia lo contempla particolarmente col microscopio dell’anatomia, della fisiologia e della psicologia; e, nel secondo, ella in vece si giova, per così dire, del telescopio mentale della storia universale, per contemplarlo in tutto l’immenso teatro de’ suoi fenomeni, delle cause di questi, delle leggi per cui sono questi diversamente modificati in tutta l’estensione dei secoli che abbracciano le molteplici sue fasi e che costituiscono, la sua personalità immortale. Nel primo modo insomma essa studia l’uomo nella sua costituzione fisica, intellettuale, morale, e nel secondo lo studia in tutti i suoi possibili prodotti scientifici, industriali, ne’ suoi sviluppi eudemonologici e nei secoli.

Ma comechè sì l’uno che l’altro si giovino di vicendevole sussidio, il primo è meramente elementare, ed una più splendida dignità è solo del secondo. E per verità osserviamo a che generalmente si circoscriva l’ufficio del primo, e scorgeremo la filosofia intendere a nulla più che all’alfabeto della scienza: scorgeremo che ella si arresta quasi al limitare della scienza dell’uomo, poichè la compiuta nozione dell’uomo non consta solo di quella dei congegni della sua machina, delle funzioni, dei rapporti di questi congegni e nemmeno di quella del numero e dei vicendevoli rapporti di quelle potenze che svolgonsi dalla sua natura fisica, intellettuale e morale; ma sibbene della cognizione degli effetti di queste funzioni e di queste potenze sottoposte a tutte le relative loro possibili influenze modificatrici.

Gettando pertanto lo sguardo sulla vita universale dei popoli non è più solo l’uomo individuo che ne si para al pensiero, ma l’uomo nel più grandioso aspetto che possa mai presentarsi allo sguardo del filosofo; l’umanità sviluppata. Quale spettacolo non offrono allora tutte le nazioni, tutti i secoli che concorrono a porgere quei sublimi prodigi delle arti e delle scienze che li fe’ splendide di gloria e di sapere non più siccome l’esclusivo retaggio di una nazione, ma bensì come l’opera di un solo immenso essere collettivo. Allora la dignità dell’uomo in tutta l’ampia sua luce risplende e grandeggia. Allora può l’uomo col linguaggio di un entusiastico orgoglio sclamare: Ecco l’uomo. Allora ne sarà dato di scorgere come la natura, nell’egual modo che intromise fra gl’individui quella mirabile varietà di attitudini d’onde ne sorge quel tutto armonico nella sfera dei bisogni e dei mezzi a soddisfarli che tanto si ammira nell’ordine sociale, abbia contradistinto il carattere delle varie nazioni con facoltà loro proprie, affidandone il vario grado di sviluppamento, la maggiore o minore energia delle medesime alle influenze di clima, di suolo ecc. Allora penetrato l’uomo di un sentimento che lo dice cittadino del mondo, avranno tregua quelle municipali e nazionali rivalità che, coll’urto e riurto di città e nazioni fra loro, tanto fanno tempestose le età, sorgendone un vero e continuato suicidio sociale. . . . . Ma a dove ne leva un delirio del cuore!

Aprendo i grandi annali dello spirito umano, divisando con qual magistero venga dalla natura governata l’economia universale dell’umano sapere, v’ha chi credette trovare indeclinabili argomenti a dimostrare il famoso principio presentito da , e tanto da e seguaci suoi proclamato, che l’andamento cioè del progresso intellettuale elaborato nel segreto della meditazione di alcuni di eminente ingegno, non sia punto diverso da quello della coltura intellettuale delle nazioni. Credettero esistere nella vita politica e morale delle nazioni, tranne quella da Dio stesso illuminata e governata, gli stadii stessi che noi ravvisiamo nelle età dell’uomo individuo, d’infanzia cioè, di adolescenza, di pubertà, di virilità, di vecchiezza, decadimento. E perchè ciò? Perchè, dicon essi, nel mondo non esiste veruna potenza educatrice esteriore, ma tutto si compie per l’opera stessa degli uomini. E mentre l’uomo individuo cade nè più risorge a questa vita terrena, la vita intellettuale delle nazioni decade per risorgere, dopo un più o meno lungo letargo, a vita novella. I pochi semi che una tramonta civiltà lascia sempre qua e colà sparsi sulla terra, avvivati dal concorso di varie benefiche influenze, principiano grado grado a gettare i primi germogli; questi vigoreggiati dal tempo, vale a dire da mille arcani e providenziali combinamenti che solo ponno nella lunga estensione dei tempi svilupparsi, rampollano vigorose radici, mettono fiori, fronde e frutti, che indi di bel nuovo cadono per potere con perpetua vece a nuova vita e a nuova morte tornare. Ma a tali principii farebbe conflitto la storia di un gran numero di popoli e tribù rimasti sempre impotenti di civiltà, finchè loro non venne da altre nazioni importata. I principii poi della indefinita perfettibilità con tanto entusiasmo da alcuni proclamata, ne riempiono proprio di un inebbriante affetto lo spirito; ma gettiamo un solo sguardo profondo nel cuore umano, ed essi non sono più che fantasmi di una sognante filantropia. Se l’uomo è perfettibile, è altresì combattuto continuo da troppo possenti e indomite passioni, perchè la sua ragione possa riuscire su di lui quell’assoluto dominio che solo potrebbe guidare il suo perfezionamento ad un progresso continuato e indefinito, comprimendo il troppo prevalente istinto corrotto ed incostante. S’egli insomma è perfettibile, lo è solo quanto è mestieri lo sia pei fini eterni dell’autore della natura, che ha segnate all’uomo, e a tutte le nazioni la durata e le fasi della loro esistenza, con quelle leggi immutabili che misea presiedere segrete all’ordine si istintivo come artificiale di tutti i fenomeni umani. Vedremo noi però che se molti sono i secoli che la natura adopera a maturare e produrre quelle grandi cosmologiche rivoluzioni che mutano in gran parte la faccia della terra, di varii secoli mostra aver mestieri per maturare e sviluppare le catastrofi politiche ed i civili, letterarii e scientifici rivolgimenti. Essa lavora in segreto ed a lentissimi moti: tutte, per così dire, le sue potenze sono assorbite dal suo gran lavoro nella gestazione di quel grand’essere che l’organo esser debbe de’ suoi grandi operati. Sorgono di quando in quando questi enti privilegiati, i quali, colla forza prepotente del loro genio, guidano a loro talento le menti e le passioni dei popoli; improntano del loro carattere l’intellettuale criterio di queste, e fecondano le loro età di quei germi che gradatamente svolgonsi e figliano nelle età successive gli avvenimenti che sono le cause cooperatrici di quelli di molti secoli avvenire. Egli è evidente che noi qui diciamo di quei genii meramente scientifici che compiono la loro sublime missione indipendentemente da ogni politica influenza. Ma la providenza non si vale esclusivamente di sifatti mezzi per condurre le grandi sue crisi; essa affida bene spesso il ministero di queste a degli enti di ben altra tempra, ma non straordinarii meno. Volgiamo uno sguardo sul teatro delle apoteosate glorie umane, e uomini vedremo di veementi passioni e di un genio profondo sorgere qua e là nel tempo, che aggirati da una splendida chimera trascinano le nazioni allo sterminio fra loro. Vedremo gemere insanguinata l’umanità al passaggio di queste terribili meteore, ma vedremo non essere se non se allora che lo spirito umano spiega talvolta più rapidi i voli al progresso; non essere se non se allora che una nuova rigenerazione si sviluppa degli Stati e della società. Uno spirito generale d’innovazione svolgesi e domina il carattere di queste età, e riflettendosi gagliardemente nel pensiero del filosofo, dello storico, del poeta, dell’artista; lo commove, lo agita, lo sublima, e sorgono allora i capolavori dell’umano ingegno. In ben picciol numero troveremo noi scolpite siffatte crisi, ma, meditandole, vedremo quanto abbiano esse contribuito a condurre gli avvenimenti di ben sessanta secoli. Noi vedremo insomma tutto essere nell’universo mirabilmente coordinato, tutto essere nell’ordine dei tempi e delle cose una filiazione di conseguenti. Ecco perchè il presente dicesi figlio del passato e padre dell’avvenire. Noi siamo ben lontani dall’assurdo principio della fatalità, ma non puossi non ammettere una catena di umani pensieri dai primordii del mondo sino a noi che non è misteriosa meno, nè men grande di quella degli esseri fisici. E se alla sola divinità potrebbe esser dato di segnare la linea e divisare i punti con che, quasi per addentellato, si connettono le idee de’ primissimi pensatori con quelle delle presenti convinzioni, nulladimeno potremo noi sempre ravvisare questa relazione in generale; potremo in generale scoprire come i secoli abbiano influito sopra i secoli; le nazioni sopra le nazioni; gli errori sopra le verità; le verità sopra gli errori. Infine, cercando su questi grandi annali che cosa, e per quale impulso abbiano mai sempre operato ed operino gli uomini, strano spettacolo contempleremo di avvilimento e di eroismo, di orrore e di ammirazione, di vizio e di virtù, di tenebre e di luce. Vedremo tutti i fenomeni sottoposti all’influenza dei governi che imprimono loro un generale impulso progressivo o retrogrado; a quella delle leggi che servendo di freno dirigono le abitudini; a quella del commercio che tramesta la nazioni, i lumi e gli errori, i vizii e le virtù: a quella del clima e del suolo, forza latente ma non meno cooperativa: finalmente a quella della religione, una delle più possenti cagioni, che determina il vario grado d’incivilimento, il vario carattere di moralità, e che se, traviata, può talvolta fare di un uomo un bruto, può sempre, colla fede di un Dio supremamente perfetto, renderlo virtuoso e felice, e statuire i fondamenti su cui erigere indeclinabile l’edificio dell’umana sapienza. L’uomo quindi, a mente nostra, ben è continuamente perfettibile per la sua psicologica costituzione; ma dissentiamo che il suo perfezionamento sia fatale e indeclinabile. Ma se l’umanità continuamente si muove, se si sviluppa, qual è dunque la linea che esprime questo suo andamento? Vuolsi distinguere il muoversi dell’umanità nella sfera del bene morale ed eudemonologico dal movimento meramente intellettivo, e dalle corrispondenti forme esterne della Società. Nel primo caso l’uomo non può che correre a congetture, e neppure probabili; restringendosi al secondo, opiniamo che il sistema di un regresso periodico o un ritorno sui propri passi, ma non però identici, ma diversi in qualche modo dai primi, sia l’andamento naturale delle nazioni. In quanto poi alla Società dominala dal cristianesimo, ci accostiamo all’opinione che stabilisce muoversi questa per una spirale le cui rivoluzioni sempre più s’allarghino senza potersi assegnare all’ampliamento alcun limite necessario.

Introduzione - Capitolo primo

Epoca 1a, delle tradizioni mitologiche risguardanti le origini del mondo, dell’uomo e delle nazioni.

L’origine dei popoli (nelle storie profane) si smarrisce nel buio dei secoli non altrimenti di quella di pressochè tutte le instituzioni sociali, religiose, e di gran parte delle scienze e delle arti le più strettamente connesse colle prime necessità della vita. Ma l’epoca primitiva d’ogni popolo, quale ne si rivela da antiche tradizioni, ha certamente dovuto esser dominata da instituzioni d’una forma assolutamente teocratica. E questo solo è forse il motivo per eui gli annali di ogni più antica nazione tutti mettono capo ad una cosmogonia; forse è in ciò solo la causa per cui i principii loro ne si mostrano involuti in quella strana moltitudine di miti, dai quali i cento e più sistemi dei simbolici eruditi non hanno per anco potuto evocare pur un lume di verità. Destituita siccome è la scienza umana di quella chiave d’interpretazione che sola potrebbe aprirci il linguaggio in cui quelle tradizioni ci parlano, essa fantasticherà sistemi, ma non arriverà pur mai a rimovere un lembo di quel velo in che si ravvolge a’ nostri sguardi quella mistica antichità. — Se, non ostante i numerosi interpreti che si successero da a , è pur tanto inaccessibile alla nostra intelligenza la maniera con cui applica le proporzioni armoniche alla generazione dell’anima del mondo nel suo , non lo è certamente per una metafisica affettazione di quel filosofo, ma sibbene perchè non conosciamo noi le idee che le sue espressioni rappresentano, nè il rapporto di queste idee fra loro. Se taluno all’esempio di lui volesse oggidi ritrarre con forme poetiche il sistema dell’universo e che a tale oggetto si giovasse della legge di , di quella dell’accelerazione dei gravi di , e di quella della gravitazione di , non gli è vero che, ove le opere di Keplero, Galileo, Newton e le successive ad esse andassero smarrite o interamente dimenticate, non comprenderebbesi questo sistema meglio dell’anima cosmica di Platone? Tale è per appunto il caso per noi, riguardo al linguaggio con cui quelle antiche tradizioni ci tramandarono certamente la storia politica e civile delle prime umane famiglie.

Ma se è per noi, per tale via storica, inesplicabile il modo con cui la primitiva umanità è venuta mano mano costituendosi in società, egli è però certo che l’opera della religione ha dovuto essere universale e lo doveva essere necessariamente; mentre essa non fu altrimenti che un universale linguaggio della natura loro propria, espresso bensì con differenti segni, differenti dogmi, simboli e riti, ma che ha un principio identico nella primitiva rivelazione; è dessa la voce inestinguibile di un sentimento che la Providenza fece istintivo e che fra i fenomeni morali i primi a svilupparsi nello spirito umano iniziato a civiltà, è di tutti per psicologica necessità il primo. È ben vero che attraverso alle molteplici modificazioni della carriera progressiva de’ popoli, bene spesso assume forme nuove e diverse, ma esso ha pur sempre un perpetuo ed identico principio nel gran quesito che ogni intelligenza perseguíta del come, del quando, del perchè, banno esistito ed esistono gli uomini, la terra, i cieli. L’immaginativa umana volendo, per un connaturale suo bisogno raggiungere di tutto una causa, si è talvolta con sterminato volo sospinta perfino al di là del punto stesso in cui cominciarono i secoli, e datò gli annali del mondo da epoche che quasi confinano coll’eternità. Di qui la vantata antichità dei Persi, nei religiosi e letterarii monumenti dei quali voi avreste un Caimort che fino da 100,000 anni fa avrebbe dato origine alla progenie umana; in quelli de’ Caldei o Babilonesi voi andate ancora assai più oltre e, 480,554 anni fa, il mondo, popolato allora di mostri a forme e grandezze diverse, sarebbe stato governato da Omorca; volgetevi a’ Cinesi ed essi vi diranno essere stati governati da gran numero di principi per più milioni d’anni. Nè meno sterminatamente esagerate rinverrete le antichità de’ Giaponesi, che spingono i loro annali nientemeno che a 2,562,594 anni. I libri dei Bramini poi fanno risalire il regno del loro Brama a parecchi milioni d’anni. Ciò che più evidentemente rivela la natura favolosa di queste tradizioni è il modo stesso con cui tali tradizioni vennero in quei libri conservate. Ogni cosa è vestita di un tal carattere mistico e religioso; ogni epoca è così costantemente dominata da forme simboliche, che non è chi non possa ravvisare in esse, anzi che il linguaggio della storia, i sogni beati d’una fantastica mitologia. Quindi, a modo di esempio, in tutto l’intervallo di milioni d’anni vantati dai Giaponesi voi non vedrete che spiriti celesti dominare la terra; non avrà principio, per così dire la loro storia umana che al 660 av. C.. Nè di un carattere meno mitologico è la cosmogonia degli altri popoli orientali ove se ne eccettui l’indiana, la quale fra tutte le altre dell’Oriente è quella certamente che maggiormente rivela qualche analogia con quella di Mosè. Infatti in amendue queste cosmogonie è un Dio unico eterno, che esiste per se stesso, immateriale, o per lo meno invisibile, ordinatore e regolatore padrone sovrano di tutte le cose. Ma se Manù concepisce Dio come distinto dal mondo, tuttavolta la sua nozione è già molto meno pura di quella di Mosè: poichè il Manava-Dharma-Sastra presenta il mondo come qualche cosa di preesistente, di coeterno a Dio, il quale non crea la materia, ma si l’organizza dopo averla cavata dal sonno e fatta capace di percepire. In questo Dio, il quale dopo avere compiuta l’opera sua, dispare assorbito nell’anima suprema, in cui alla loro volta dissolvonsi gli esseri animati, semplici forme di cui l’anima nostra si spoglia e si riveste successivamente, vi ha un qualche principio di panteismo. Ma se il cristiano scorge in questi principii un pervertimento già operato nella primitiva rivelazione, egli vi ravvisa però sempre altresì una gran parte di vero maravigliosamente conservato. In Manù come in Mosè, il primo stato delle cose erano il caos e le tenebre, la prima manifestazione del potere divino è la produzione della luce. In Mani come in Mosè tutto esce dal seno dell’elemento umido, e lo spirito di Dio nuota su le acque. Nella Genesi è la parola di Dio che feconda; nel Manava-Dharma-Sastra, Dio formò il cielo e la terra col solo pensiero. Noi potremmo spingere più innanzi questo confronto e forse mostrare nei dieci Maharisci (maha grande, risci santi) prodotti dal creatore di tutte le cose, quando è in desiderio di dare nascimento al genere umano, i dieci patriarchi anteriori al diluvio: Adamo, Seth, Enos, Caino, Malaleel, Jared, Enoch, Matusalem, Lamech e Noè. Ma questo confronto ci condurrebbe troppo lontani. Discendiamo più basso nei secoli e noi vedremo le cosmogonie andarsi sempre più discostando dai principii mosaici, ma sempre ravvolgere esse in forme mitologiche la spiegazione del gran problema della creazione.

Quindi presso a’ Sidonii o Fenici che, secondo , fanno risalire l’epoca della loro origine, e in un quella del mondo a 50,000 anni. Colp e Baan sono i primi esseri — Esone o il primogenito generò Genio o Urano, da cui uscirono i giganti, Cossio, Libano, Antilibano e Bratio. I loro discendenti Memrumo ed Ipsuramio, furono i primi Sidonii e gli antenati di Vulcano e di Titano che loro appresero le arti, la caccia, la pesca, l’agricoltura; da essi discesero Amino e Mago, padri di Misor e di Sidic ece. Ma guardate all’idea che di sotto a questi nomi apparentemente storici si occulta, e voi vi ravviserete bentosto la loro radice mitologica cominciando da Colp e Baan che non sono altrimenti che il vento e la notte: risalite all’origine di questi due enti, e voi ne scoprirete bentosto la loro vera natura. — L’aria tenebrosa, lo spirito dell’aria tenebroso ed il caos, erano i primi principii dell’universo. Infiniti esistettero gran tempo innanzi che limite alcuno li circoscrivesse; ma lo spirito animò questi principii, ne subbolli un miscuglio, e le cose vennero a coesione; nacque l’amore, e il mondo cominciò. Lo spirito non concepi già la sua generazione, ma mediante la coesione delle cose generò Mot. Mot è o il limo o la putrefazione d’una massa acquosa. Di qui l’origine di tutti i germi. Svilupparonsi animali privi d’organi e di sensi, i quali divennero col tempo esseri intelligenti, contemplatori del cielo; erano tutti sotto la forma d’un uovo. In seguito alla produzione di Mot venne quella del sole, della luna e degli astri. Dell’aria fatta umida dal mare e riscaldata dalla terra, ri- sultarono le nubi e le pioggie; furono le acque separate dal calore del sole e precipitate nel loro luogo, ed ebbervi i primi tempi ed i primi tuoni. A quel rumore si concitarono a vita gli assopiti animali; escono dal limo e riempiono la terra, l’aria ed il mare, maschi e femine. Vennero allora prodotti Colp (il vento) e Baan (la notte), e da questi due coniugi ebbero origine tutta la progenie fenicia.

Nè è a dire che questo carattere fantastico e mitologico che domina la storia primitiva delle più antiche nazioni, sia esclusivo alle calde immaginative degli orientali; ovanque volgiate lo sguardo, dai climi più ardenti ai più temperali, ai più settentrionali, voi troverete le medesime traccie di una rude teocrazia, pronuba costante delle prime fasi della civiltà dei popoli. Volgetevi alla Islanda, e quindi troverete degli uomicciatoli uscire dal caos e gittarsi sul gigante Junner, e farlo in pezzi; col suo cranio formare il cielo, coll’occhio destro il sole, la luna col sinistro, le montagne colle spalle, colle ossa le rupi, colla vescica il mare, dall’orina derivare i fiumi, e così di tutte le altre parti del corpo fatte altrettante parti del mondo. Vedrete siccome nell’aurora dei secoli, secondo altra fantasia, non mare vi avesse, non spiagge, non zeffiri soavi; tutto fosse un vasto abisso senz’erbe, senza sementi; il sole non aveva palagio, non l’aveva la luna, non le stelle; un mondo eravi allora luminoso dalla parte di mezzodì; da questo mondo folgoranti torrenti di fuoco sgorgavano di continuo sull’abisso che stava al settentrione, questo fuoco scostandosi dalla sorgente congelavasi per entro all’abisso e lo riempiva di scorie e di ghiaccio: per tal modo l’abisso fu colmato. Ma un aere vi rimaneva pur tuttavia nelle sue viscere lieve ed immobile; quinci ne uscivano gelati vapori; in progresso un soffio di calore venuto dal mezzodi, fuse quei vapori, e li converse in gocciole viventi, e da queste acque il gigante Imer, e la vacca Edumla. Dalle mammelle della vacca scorrevano quattro fiumi di latte per nutrimento di Imer; questi generò una duplice razza di altri giganti, l’una malvagia e l’altra migliore: queste s’imparentarono e ne derivò la famiglia di Bore, la quale uccise il comun padre Imer. Dal sangue di costui si originarono allora le acque ed il mare; dalle sue ossa le montagne, dai denti le pietre ecc. Gli assassini fabbricarono col suo cranio il cielo, e lo sovraposero alla terra dividendolo in quattro parti, e collocando ad ogni sua parte un nano per sostenerlo; questi nani si appellano Levante, Ponente, Ostro e Tramontana; andarono quindi a prendere dei fuochi nel mondo infiammato del mezzodi, e nell’abisso li disposero sotto e sopra il cielo affinchè illuminassero la terra, un luogo fisso assegnarono a tutti i fuochi, e di qui la distinzione dei giorni e degli anni. Nel centro della terra fabbricarono, per guarentirsi dagli attentati de’ giganti nemici, un forte che zona il mondo; impiegarono in tal costruzione le sopraciglia di Imer, gittarono poscia il suo cervello per aria e ne trassero le nubi. Askus fu il primo nomo, ed Enobla fa la prima donna degli Scandinavi.

The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.

Loading the full text…