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Libro primo
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Compartimento, morto Teodosio, dell'imperio romano. — Divisione della terra in due parti: Asia ed Europa; forte nomato Septem; larghezza dello stretto di Gadi, e dell'Ellesponto. — Estensione di tutto l'imperio, misurata dalle coste del mediterraneo. — E delle sue parti: occidentale ed orientale
Origine dei Goti, dei Vandali, dei Visigoti e dei Gepidi. — Scorreria degli ultimi e vergognosa fuga d'Onorio. — Alarico dà il guasto a Roma. — Stravagante affetto d’Onorio per una gallina chiamata Roma. -— Azione di Proba, chiarissima romana. — Attalo creato imperatore da Alarico. — Ribellione della Britannia. — Dio protegge Onorio. — Scorreria dei Goti.
Andata de' Vandali e degli Alani a soggiornare nella Spagna, consentendovi Onorio senza conceder loro la prescrizione di trent'anni giusta le romane leggi. — Morte di Onorio, tirannia di Giovanni, suoi costumi, disfatta, imprigionamento ed uccisione. — Cattiva educazione di Valentiniano III. — Elogio di Aezio e di Bonifacio. — Il primo calunniatore del secondo. — Bonifacio trae i Vandali in Africa, quindi offre loro danaro perchè si partano; ma fallito il suo intendimento guerreggiali e perde.
Un’aquila svolazzante sulla testa di Marciano, tenuta presagio del suo imperio, liberata dalla schiavitù di Gizerico.— Il quale traendo buon conto della vittoria s’appacia con Valentiniano, e gli dà il proprio figliuolo in istatico. — Morte di Placidia e turpe furberia di Valentiniano. — Morte di Aezio. — Attila mette a sacco l'Europa, e conquista Aquileia. — Massimo fa uccidere Valentiniano, e sposane la consorte Eudossia, che informata del costui tradimento implora da Gizerico soccorso.
Uccisione di Massimo. — Gizerico, saccheggiata Roma, invia a Cartagine la moglie e le figliuole di Valentiniano, e con esse una immensità di ricchezze. — Atterra le mura delle città d'Africa, e ne divide i colli ai Vandali. Riduce in coorti questo popolo e gli Alani; mette a ferro e fuoco l'Italia e la Sicilia, ed altre genti.
Poderosa oste raccolta da Leone contro i Vandali; Basilisco capitano di lei, subornato da Aspare. — Antemio, eletto imperatore d’occidente. — Marcellino conquista la Sardegna, ed Eraclio Tripoli — Pugna navale. — Generosa morte di Giovanni.
Morte di Antemio, di Olibrio e di due Leoni. -— Laude di Maggiorino; suo stratagemma; prodigio arrivatogli; speranze di Roma fondate sulla riputazione del costui valore e svanite col la sua pronta morte. — I successori Nipote, Glicerio ed Augustolo hanno breve durata. — Basilisco usurpa l'imperio, e tradito da Armazio cade nelle mani di Zenone per opera di Acacio vescovo della chiesa in cui aveva asilo. — Sua lagrimevol fine. — Convenzione di pace tra Gizerico e Zenone. — Morte ed ultima volontà del primo.
Onorico persecutore dei cristiani; ed i Maurusii padroni dei monte Aurasio. — Gondamondo successor d’Onorico affligge anch'egli i seguaci di Cristo. — Il fratello Trasamondo cambia le forme della persecuzione, e sposa Amalafrida sorella di Teodorico re de' Goti. — Gabaone, re dei Maurusii volendo riparare le profanazioni dei Vandali muove lor contro e li sconfigge.
Ilderico successore di Trasamondo. — Imprigionato, perde il regno per congiura tramatagli da Gilimero. — Lettere di Giustiniano a costui; risposta. — Giustiniano risolve guerreggiare i Vandali.
Guerra contro i Vandali temuta da tutto l’esercito. — Sconsigliata da Giovanni prefetto del pretorio. — Persuasa da un vescovo orientale. — Il caso rende a Giustiniano Tripoli e la Sardegna.
Truppe e comandanti spediti da Giustiniano alla conquista dell’Africa. — Preparativi di Gilimero contro la Sardegna. — Presagio formato da un imperiale comando.
Il patriarca di Bizanzio benedice l’esercito. — Sogno di Procopio. — Partenza delle navi, ed omicidio punito da Belisario. — Suo parlamento.
Belisario attende grandemente al benessere dell’armata di mare. — Molti soldati vittime dell’avarizia di Giovanni prefetto del pretorio. — Avvertimento di Antonina consorte di Belisario perchè sul mare non si guastasse l’acqua potabile.
Procopio va in Siracusa mandatovi da Belisario. — Vi compie gli ordini avuti. — L’armata di mare apporta in Africa. — Archelao sconsiglia il dare in terra. — Belisario gli si oppone. — E, riportato il voto degli altri duci, fa dismontare l’esercito. — Acqua comparsa nello scavare la fossa del campo, e da Procopio tenuta presagio della vittoria.
Belisario arringa l'esercito. — Entra per accordo a Sileno, (città). — Indirizza ai Vandali le scritte loro da Giustiniano. — Procede in buon ordine coll'esercito. — Si procaccia l'amore de' popoli colla disciplina rigorosa delle sue truppe. — Gilimero commette a suo fratello Ammala la morte d'Ilderico e degli affini di lui rinchiusi nelle prigioni cartaginesi.
Ragionamento di Procopio sulla Provvidenza. — Uccisione di Ammata, e rotta delle sue truppe. — Onore accordato dai Massageti ad una loro famiglia, che tale cioe de' suoi membri fosse ognora il primo a disfidare il nemico alla pugna.
Belisario messo a campo l'esercito inspiragli coraggio nel combattere. — Terrore dei confederati — Imprudenza e fuga di Gilimero.
Arrivo delle navi in Cartagine, ed animo degli abitatori bene affetto ai Romani. — Liberazione de' mercadanti prigionieri. — La truppa de' vascelli piglia terra. — Belisario, entrato nella città alla testa dell'esercito, ascende il trono di Gilimero, ascolta i richiami dei saccheggiati da Calonimo, e fa loro giustizia.
Origine delle voci delfico e palazzo adoperate per indicare il cenacolo e l'abitazione de' romani imperatori. — Belisario salvator di Cartagine. — Scioglimento d'un enigma, e compimento d'una visione.
Saggio consiglio d'un Vandalo. — Crudeltà di Gizerico punita ne' suoi discendenti.
Taglia di Gilimero sopra le teste de' romani soldati — Valore di Diogene — Mura di Cartagine ristaurate da Belisario.
Lettera di Zazone al fratello Gilimero intercetta dal vincitore. — Avvenimento singolare.
I Vandali ragunati a parlamento da Gilimero. — Belisario manda ai capi de' Mourusii i segni dell'autorità regale. — Risposta di Gilimero a Zazone. — Sbigottimento grandissimo de' Vandali.
Capo I
ct Compartimento, morto Teodosio, dell’imperio romano. — Divisione della terra in due parti: Asia ed Europa; forte nomato Septem; larghezza dello stretto di Gadi, e dell’Ellesponto. — Estensione di tutto l’imperio, misurata dalle coste del mediterraneo. — E delle sue parti: occidentale ed orientale
I. Giustiniano, terminato di guerreggiare co’ Persi, intraprese a combattere i Vandali. Al morir di Teo-
dosio, principe sopra tutto giusto, i due figli suoi Arcadio, primogenito, ed Onorio passarono a reggere quegli la parte orientale, questi la occidentale dell’imperio, così per lo addietro ereditato dalla prole di Constantino, il quale fu il primo a tradurre il romano trono in Bizanzio, città da lui ornata del proprio nome, e fatta senza comparazione ragguardevolissima.
II. L’oceano circonda o tutta o in gran parte la terra, e dividendola in due continenti forma il mediterraneo, che dallo stretto di Gadi va a terminare nella palude Meotide. L’uno de’ continenti, quello a destra navigando ver la palude, ha nome Asia, e sopra la riva presso alla Colonna d’Ercole giace la rocca detta Settense dallo appresentare sette colli; l’altro di contro ha nome Europa, e la larghezza dello stretto che disgiungeli non supera gli ottantaquattro stadj. Le due terre inoltre divise da mare vastissimo sino all’Ellesponto, si ravvicinano a Sesto ed Abido, ed una seconda volta a Bizanzio e Calcedone, distanti quivi tra loro non più che dieci stadj, sino alle Cianee, in possesso tuttavia del nome Ero.
III. Ora dall’una Colonna all’altra andando piaggia piaggia hannovi dugento ottantacinque giorni di spedito cammino, tralasciato il circuito del golfo Ionico e del Ponto Eussino, ma da Calcedone passando a Bizanzio, e da Idrunte all’opposto littorale. L’inter- vallo poi dal Ponto Eussino alla palude Meotide è ben malagevole a dirsi, conciossiachè i barbari abitatori dell’Istro e del Danubio negano ai Romani l’accesso alle marine loro. Per giugnere da Bizanzio alle bocche dell’Istro, nell’Europa, è d’uopo consumare ventidue giorni: che se per la via dell’Asia da Calcedone tu vuoi inoltrare al Fasi, le cui acque dalla Colchide metton foce nell’Eussino, dovrai spenderne quaranta; il perchè in trecento quarantasette di essi camminerai le spiagge imperiali traversando il golfo Ionico a Idrunte, dove la sua larghezza e di circa ottocento stadj, o sia d’una navigazione non minore di quattro giornate. Questa è in oggi la circonferenza dell’imperio romano.
IV. La sua parte occidentale in Asia, da Gadi a Tripoli, è calcolata il viaggio di novanta giorni, e di settantacinque, dalla Colonna al golfo Ionico, in Europa; la orientale ne ha centoventi da Cirene posta di con- tro al golfo Jonico, sino a Epidamno, ora Dirrachio, ed a quant’altro intorno all’Eussino dipende, come scrivea, dai Romani. Con una giornata si va da Atene a Megara, tra loro discoste forse dugentodieci stadj; di tal modo i romani imperatori signoreggiano i due continenti. Delle isole, la Britannia, fuori delle Colonne, obbedisce com’è debito all’imperio occidentale, e così pure Ebuso, al di dentro e della circonferenza di sette giornate, con le due vicine dai terrazzani chiamate Maiorica e Minorica. Delle rimanenti, quale all’uno e quale all’altro degli imperatori va soggetta, secondo che avvicinano i confini degli Stati loro.
Capo II
ct Origine dei Goti, dei Vandali, dei Visigoti e dei Gepidi. — Scorreria degli ultimi e vergognosa fuga d’Onorio. — Alarico dà il guasto a Roma. — Stravagante affetto d’Onorio per una gallina chiamata Roma. — Azione di Proba, chiarissima romana. — Attalo creato imperatore da Alarico. — Ribellione della Britannia. — Dio protegge Onorio. — Scorreria dei Goti.
I. Sedendo l’imperatore Onorio nell’occidente, i barbari osarono rompere ne’ suoi dominj; ora chi fossero questi barbari e come il mandassero ad effetto vuol qui narrarsi. Ebbervi e sonvi tuttora diverse specie di Goti, avendo maggioranza tra esse i Goti, così propriamente nomati, i Vandali, i Visigoti ed i Gepidi, costituenti in cumulo gli antichi Sauromati e Melancleni, o se pur vuoi Geti. Ma avvegnachè tra loro differenti nei nomi convengono assaissimo nel resto, essendo tutti bianchi di corpo, di crine biondi, grandi e avvenenti della persona; comuni altresì hanno le leggi, l’ariana fede, e il gotico linguaggio. Io non mi ri- traggo dal crederli tutti dello stesso ceppo e dall’attribuirne la varianza de’ nomi alla celebrità de’ loro più valorosi condottieri. Cosiffatta gente abitava un tempo al di là dell’Istro, i Gepidi però, distaccatisi da quei luoghi, vennero di poi ad abitare i dintorni di Singidone e Sirmio, ed altro suolo contiguo alle due ripe di esso fiume, dove anche presentemente hanno sede.
II. I Visigoti, de’ rimanenti, al primo uscire delle terre loro strinsero lega con Arcadio, ma trascorsi degli anni impugnarono le armi, violatori de’ patti, contro amendue gl’imperii, e messa a saccomanno la Tracia, capitanati da Alarico inondarono Europa. Onorio stavasi in Roma tutto beato fra le dolcezze della pace al giugnergli la nuova della costoro venuta in Taulanzio con formidabile esercito; il perchè abbandonato di fretta quel cielo riparò a Ravenna, fortissima città sulla riva del mar Ionio. Taluni non di meno supposero che l’imperatore medesimo chiamato avesse i barbari a vendicare la ribellione de’ suoi popoli; ma l’indole a me nota del principe non consente che vi presti credenza. Quelle masnade non trovando opposizione inferocirono grandemente dappertutto, ed in ispecie nelle città poste a tramontana dell’antedetto golfo, non vedendosene più vestigia da qualche torre o porto all’infuori, e massacrarono vecchi, donne e fanciulli, senza commiserazione di età o sesso; e di vero la costoro mercè va anche oggidi l’Italia cotanto dipopolata. Ma è cosa ben più straordinaria che dopo avere predate immense ricchezze in Europa, rifuggissero, carichi de’ pubblici e de’ privati tesori di Roma, nelle Gallie. Ora esporrò con quale ardimento venisse la città sorpresa.
III. Alarico, speso molto tempo nè bastatogli l’animo di soggiogare colla forza Roma, diedesi a combatterla con l’inganno, scegliendo all’uopo dall’esercito non meno di trecento giovani de’ più valorosi e chiari per nascita, ai quali partecipò che apparentemente destinavali a schiavi de’ più cospicui patrizj del senato romano; eglino però entrati nelle case loro e servitili con sommessione e rispetto, dovevano in tal giorno, che saprebbero in appresso, tenersi pronti, mentre i padroni dopo il pranzo riposavano, ad aprire, morti i custodi, la porta Salara. Fece quindi ambasceria alla città per attestare al senato la sua grande compiacenza mirandolo zelantissimo del proprio monarca, e per assicurarlo che in avvenire e’ goderebbe dal canto suo tranquillità perfetta; ed a maggiormente provargli che era profondo ammiratore di tanta virtù, inviava a ciascun membro di esso uno schiavo: partirono que’ giovani, e poco stante fu divulgato il comando alla soldatesca di strappare in varii luoghi gli steccati. I Romani creduli alle costui parole cominciarono ad allegrarsi senza punto misfidarne; e vie più allontanavano le menti da ogni sospetto nel vedere i nuovi schiavi attentissimi ai servigi loro, parte dell’esercito, svelte le insegne, levare il campo, ed avervi ogni sembianza che tra breve il resto ne imiterebbe l’esempio: arrivato però lo stabilito giorno, e fattosi da Alarico impugnare le armi alla truppa e procedere all’antedetto ingresso, dove appunto era il suo padiglione durante l’assedio, i trecento all’ora determinata furono presti a trucidare la guardia, ad aprire la porta ed a ricevere l’esercito entro le mura. I soldati appena giuntivi misero a fuoco alcune case, e quella tra esse, dello storico , rimanendone anche a dì nostri le rovine; ed allorchè ebbero dato il guasto alla città e morte a parecchi Romani partironsi col bottino.
IV. Corre poi il grido che l’eunuco adetto alla cura degli imperiali volatili fosse il primo a risapere in Ravenna tale saccheggio e che presentatosi ad Onorio, esclamasse; guai a Roma! e questi traudendo colui annunziargli sciagure della sua prediletta gallina, nomata pur ella Roma, compassionandola rispondesse: è solo un momento ch’io davale beccare nella mano; l’altro però accortosi dell’equivoco soggiunse: non del pollo volea io dire, ma del saccheggio sofferto da Roma città, per opera d’Alarico; ed Onorio: temeva sciagura occorsa alla mia bestiuola; parlare da sciocco ed impertinente quale di fatto egli era.
V. V’ha non di meno chi riferisce in modo ben diverso l’entrata d’Alarico in Roma, accagionandone una delle più illustri matrone di nome Proba, la quale forte compassionando i suoi concittadini in causa della fame e d’ogni altro disagio inevitabile negli assedj, e non vedendo mezzo di salvare la città, addivenuti i barbari già padroni del Tevere e del porto, esortasse i familiari suoi ad aprire una delle porte urbane. VI. Alarico prima di abbandonare quelle mura proclamò Attalo, uomo di cospicuo legnaggio, imperatore dei Romani, accordandogli il diadema, la porpora, ed ogni altro segno del poter supremo, nella mira d’inalzarlo, spogliatone Onorio, al trono d’occidente; dopo di che entrambi si partono coll’esercito dirigendosi contro Ravenna. Attalo però non avea omeri da tanta carica, ed era sordo ai buoni consigli, sino a quelli di Alarico stesso, che dissuadevalo dal mandare in Africa prefetti mal provveduti di truppe.
VII. La Britannia intrattanto ribellatasi dall’imperio dichiarava suo re tal Constantino di non oscura prosapia, il quale approntata una forte armata navale salpò tosto contro la Gallia e la Spagna. Onorio poi quantunque possessore di qualche navilio attendeva nientedimeno l’esito delle vicende africane, perocchè se fossero da colà rispinti i prefetti di Attalo, e’ vi navigherebbe a golfo lanciato per conservarsi quella parte del suo imperio, e se non volesse arridergli la fortuna rifuggirebbe a Teodosio, da gran pezza succeduto al genitore Arcadio nel trono orientale, per seco deliberare su’ mali presenti.
VIII. Tale pensava nell’animo suo il disgraziato imperatore quando maravigliosissimi avvenimenti cangiarono quel ben tristo apparato di cose. E di vero si compiace il Nume essere aiutatore non già degli astuti o degli orgogliosi, ma di chi, non malvagio, cadde in estremi disastri, come era il caso dell’infelice Onorio. Imperciocchè ad un tratto ferì le sue orecchie la nuova della uccisione dei prefetti mandati da Attalo nell’Africa, ed i suoi occhi la comparsa d’una potente ed improvisa armata di mare speditagli in aiuto da Bizanzio. Alarico da ultimo adiratosi con Attalo per la costui dappocaggine e privatolo dell’imperio, il rinchiuse in carcere; quindi, morto anch’egli di malattia, il successore Ataulfo conducendo un esercito di Visigoti nella Gallia vi sconfisse il tiranno Constantino, ed ucciselo con tutta la prole; ma più non riuscì ai Romani di ricuperare la Britannia, essendo questa passata dall’uno all’altro tiranno.
IX. I Goti valicato l’Istro impadronironsi della Pannonia, e poscia ottennero dall’imperatore di trasferire lor dimora nella Tracia; ma soggiornatovi ben poco presero a corseggiare le terre dell’imperio occidentale, come diffusamente esporremo scrivendone la istoria.
Capo III
ct Andata de’ Vandali e degli Alani a soggiornare nella Spagna, consentendovi Onorio senza conceder loro la prescrizione di trent’anni giusta le romane leggi. — Morte di Onorio, tirannia di Giovanni, suoi costumi, disfatta, imprigionamento ed uccisione. — Cattiva educazione di Valentiniano III. — Elogio di Aezio e di Bonifacio. — Il primo calunniatore del secondo. — Bonifacio trae i Vandali in Africa, quindi offre loro danaro perchè si partano; ma fallito il suo intendimento guerreggiali e perde.
I. I Vandali a stanza sopra le ripe della palude Meotide stimolati dalla fame avventansi contro i Germani, detti oggidì Franchi, e varcato il Reno chiamano a lega gli Alani, gente gotica pur questi; preso quindi a condottiero Gogidisco metton piede nella Spagna, prima delle romane terre presso l’Oceano. Onorio, informatone, accordò al duce di rimanervi a patto ch’ei non avesse a molestarne gli antichi abitatori, e rinunziasse alla legge di prescrizione in vigore tra i Romani, appo cui il possesso continuo per trent’anni d’una cosa toglie ai veri padroni ogni diritto di ripeterne la proprietà.
II. Lacerato a questo modo l’occidente, Onorio tra- passò di malattia; erasi egli associato dapprincipio nell’imperio Costanzo marito della sorella Placidia, il quale, vissuto ben poco e precedendo nel morire l’imperatore stesso, non fece memorabili gesta. Ora mentre che l’appena spoppato Valentiniano, prole di Onorio, veniva cresciuto alla corte di Teodosio, uno delle imperiali guardie per nome Giovanni, benignissimo e di grande virtù, usurpò il trono, e vi rimase un lustro facendo continua guerra ai delatori, guardandosi dal togliere ingiustamente altrui la vita, e mai sedotto dall’amore dell’oro; non potè occuparsi tuttavia dei barbari venendo travagliato di continuo dalle armi bizantine, perciocchè Teodosio figliuolo d’Arcadio mandatogli contro un potente esercito co’ duci Aspare e Ardaburio d’Aspare lo cacciò dalla tirannide, e pose il diadema all’ancor fanciullo Valentiniano, che avuto il pri- gioniero Giovanni lo sentenziò al taglio della destra, a trascorrere obbrobriosamente su d’un asino l’ippodromo, e quindi al supplizio estremo.
III. Il novello imperatore dato così principio all’occidentale reggimento, e per troppa condiscendenza della genitrice Placidia uso ad una molle e dilicata vita, dirizzò la mente agli incantesimi ed alla giudiziaria astrologia, e che peggio ancora si è, a procacciarsi con molta accuratezza ed infamia il godimento delle mogli non sue, quantunque l’avvenenza della propria fosse ben lunge dal temere confronti. Le quali malvagità il ridussero codardo in guisa che non solo vennegli meno l’animo di riconquistare il perduto, ma dovè far senza l’Africa stessa, le cui vicende compiranno questo argomento.
IV. Viveano a que’ dì Aezio e Bonifacio, romani duci, primi nell’arte della guerra, e forniti di molto acume d’ingegno, e di altre non poche ammirabili prerogative, cosicchè potea dirsi non avervi un terzo dell’egual tempra nell’imperio, e tutta la virtù romana essere nei due concentrata; se non che discordavano tra loro intorno ai maneggi della repubblica. In questo mezzo Aezio vedendosi per opera di Placidia anteposto Boni- facio nella prefettura di tutta l’Africa, ne provò dispiacere, ma frenava sua lingua giudicando ancora intempestivo il dichiararsi apertamente; non sì tosto però ebbene udito l’arrivo in su quella terra che si rose a biasimarlo in palese, a riferirne tristi fatti a Placidia, a pingerlo rubatore de’ popoli commessigli, e che tal sia, proseguiva, egli stesso ne darà certissima pruova se richiamato non obbedisca: piacque alla donna il consiglio e propose di valersene. Il calunniatore allora scrive al suo emulo di tenersi bene in guardia, avendo Placidia gravi sospetti contro di lui, e mendicando pretesti a rimoverlo; che poi le sue parole non sieno finzione meglio il conoscerà vedendosi comandato senza legittima causa di tornare. Quegli ricevuto quasi contemporaneamente un tale avviso e l’ordine di retrocedere in Bizanzio, rispose agli inviati di non volersi nè all’imperatore, nè alla madre sottomettere, e costei saputane la ostinazione vie meglio riputò Aezio fedele ed amantissimo d’Onorio, e Bonifacio reo e di mal ferma fede.
V. Il prefetto adunque in sì grande travaglio di mento, paventando movere per manco di forze contra Roma, pensò strigner lega co’ Vandali che stanziavano nella Spagna, come scrivea, poco lunge dall’Africa, dove a Gogidisco uscito di vita erano succeduti i figliuoli Gontari legittimo e Gizerico bastardo, il quale assai valente nelle armi e col fratello ancor pargoletto occupava il supremo potere. Mandò pertanto colà benaf- fette persone ad amicarseli entrambi col mostrar loro che venendo nell’Africa potrebbon godersela tripartita, e confederati insieme aitarsi a vicenda nel respignere chiunque ardisse molestarli. I Vandali, aderito di buonissimo grado alla proposta e valicato lo stretto d’Ercole, occuparono quella regione lasciando che i Visigoti rendessersi quindi padroni della Spagna. In Roma però gli amici del ribello, guardando all’avvenuto ed alla costante sua fede al monarca, non poteano riaversi dallo stupore, e sin taluni di loro viaggiarono ad insinuazione di Placidia stessa in Cartagine per seco lui abboccarsi: e com’ebbero esaminato il carteggio e scoperto Aezio traditore fannosi nuovamente indietro per disvelare tutta la bisogna all’imperial genitrice, asserendole Bonifacio reo di colpa non sua. L’Augusta allora punta nel vivo s’infinse col perfido, nè lo rimproverò delle tante ribalderie contro il figliuolo, mirandolo alla testa dell’esercito e d’una repubblica travagliatissima a que’ dì; ma levatene gravi querele co’ partigiani di Bonifacio, e loro appalesato il tutto giurò voler essere grata a costui, s’e’ riuscissero a distorlo da quel proposito, ciò è dal permettere che l’imperio addivenga per cagion sua proprietà dei barbari. A tale riferta il prefetto ebbe rimordimento dell’operato con troppa fidanza e precipitazione, e detestando la già conchiusa lega prese a tentare con molte migliaia di nummi se i Vandali partirebbonsi dall’Africa; rinvenutili però di tutt’altro parere, e riportandone di soprappiù beffe ed ol- traggi ripose la vendetta nelle armi; se non che avuta eziandio in esse contraria la sorte, riparò ad Ippone regio, marittima e fortificatissima città della Numidia, dove seguendone le orme accorsero i barbari, comandati da Gizerico, ad assediarlo. Da Gizerico dissi, chè Gontari era già morto, e forse per mano del fratello, quantunque asseriscano quelle genti averlo i Germani fatto prigioniero in una battaglia vinta su’ confini spagnuoli, ed impalato; di tal guisa ebbi il fatto dai Vandali stessi. Rimasto il condottiero lungo tempo coll’esercito avanti Ippone, e non potendolo espugnare o ridurre a patti, fu costretto per diffalta grandissima di vittuaglia a sciorre l’assedio. Arrivato poscia da Bizanzio e da Roma supplimento di truppe col duce Aspare, Bonifacio ed i Romani dell’Africa diedersi cuore e principiarono a resistere valorosamente; ma più di prima contrariati dalla fortuna dovettero tutti da sezzo che qua chi là, abbandonato il campo, fuggire: Aspare tornossene in Bizanzio d’onde proveniva, e Bonifacio direttosi a Roma potè di leggieri scusarsi a Placidia delle sofferte calunnie e riaverne il favore.
Capo IV
ct Un’aquila svolazzante sulla testa di Marciano, tenuta presagio del suo imperio, liberata dalla schiavitù di Gizerico.— Il quale traendo buon conto della vittoria s’appacia con Valentiniano, e gli dà il proprio figliuolo in istatico. — Morte di Placidia e turpe furberia di Valentiniano. — Morte di Aezio. — Attila mette a sacco l’Europa, e conquista Aquileia. — Massimo fa uccidere Valentiniano, e sposane la consorte Eudossia, che informata del costui tradimento implora da Gizerico soccorso.
I. I Vandali tolta l’Africa ai Romani guardarono sotto buona custodia i prigionieri tra cui era Marciano quindi successore di Teodosio, e vo’a dirne la istoria: Mentre che in tal giorno questi disgraziati eransi fatti raccorre da Gizerico entro una vasta corte, bramoso di osservare dai volti loro se aveavene di stirpe regale per sottrarli da sì triste condizione, e là pel nudo terreno d’inedia e di fatica oppressi giaceansi assonnati, un’aquila d’improvviso volatavi s’arrestò, librandosi in sulle ali, qualche tempo sopra il capo di Marciano. Il barbaro tra sè notato il prodigio, nè tenendolo opera del caso, lo chiama e vuol sapere da lui chi mai e’ si fosse. E quegli: il partecipe, rispose, di tutti gli arcani di Aspare, o con voce romana, il familiare suo. Gizerico a queste parole ravvolgendo nella mente ed il maraviglioso operare dell’uccello e la possanza di quel duce in Bizanzio, giudicò fuor di proposito il dargli morte, nè verisimile che l’aquila così onorasse chi aveva ad un filo appesa la vita. Il perchè vedendo inutile ogni tentativo di nuocergli se destinato era all’imperio, non valendo possa umana contro ai voleri del Nume, si fa giurare da lui una costante amicizia e che terrebbesi ognora lontano dal guerreggiare i Vandali. Per simigliante guisa Marciano riebbe la propria libertà, e morto poco dopo Teodosio fu imperatore, da ottimo principe governando la repubblica, solo che trascurò le africane vicende, come narreremo a suo tempo.
II. Gizerico, superato Aspare e Bonifacio, prudentemente chiamandosi alla memoria la volubilità della fortune, la picciolezza sua rimpetto all’imperio, ed i gravi pericoli cui soggiacerebbe se Roma e Bizanzio mandassergli contro un nuovo esercito, meglio estimò, in virtù di tali considerazioni, il moderarsi che non l’inorgoglire per la testè riportata vittoria; laonde chiese ed ebbe pace da Valentiniano, obbligandosi ad un annuo tributo e dandogli in istatico il proprio figlio Onorico, il quale però dopo breve assenza, crescendo sempre più tra loro la buona armonia, vennegli dall’imperatore spontaneamente restituito. In Roma frattanto muoiono Placidia e Valentiniano, non lasciando costui prole virile, ma due sole femmine avute da Eudossia figliuola di Teodosio, e qual ne fosse l’estremo fato esporrò qui brevemente.
III. Vivea a que’ dì tra’ senatori un Massimo, congiunto per parentado al tiranno di egual nome spento dal seniore Teodosio, e di sua sconfitta era celebrato festivo anniversario dai Romani. Valentiniano invaghitosi della costui moglie di grandissima onestà e bellezza, e disperando averne l’affetto, studiossi compiere i suoi desiderj con abbominevol arte; imperciocchè mandato ordine a Massimo di tosto presentarglisi nella reggia, e preso a giuocar seco ai dadi, con invito di danaro, il vinse, e giusta il pattuito dapprima tra loro, in isconto delle poste ebbene l’anello, che fe segretamente ed a nome del consorte pervenire alla matrona, sollecitandola di portarsi appena ricevuto quel segno alla corte per salutarvi l’imperatrice Eudossia. Ella obbedisce, ed al suo arrivo è accolta da persone complici del tradimento, e condotta a diritto nel gineceo, dove pronto giugne Valentiniano ad incontrarla per eseguire la ordita trama. La meschina tornata quindi alla sua abitazione mesta lagrimava il sofferto oltraggio, e corrucciavasi acerbamente al marito supponendolo partecipe di tanto delitto. Massimo ribollente d’ira medita vendicarsi coll’offensore, ma trovando grave ostacolo a’ suoi divisamenti nel duce supremo, in molta estimazione allora per una segnalatissima vittoria riportata sopr’Attila condottiero d’un poderoso esercito di Massageti e di Sciti contro i Romani, pensò torre a costui in anticipazione ogni lode e merito derivatigli da quelle imprese rendendolo sospetto al monarca; ed avevane tutto il destro, certissimo che i Romani erano ben lunge dal riporre in esso ogni loro speranza.
IV. Comperatosi adunque l’affetto degli eunuchi, ai quali, in premio di lor fedeltà, aveva l’imperatore commesso la custodia del suo corpo, induceli a persuadere Valentiniano che Aezio macchinavagli insidie, e colui di leggieri credutolo, per averne sospette le virtuose azioni, ordina che di ferro perisca; si vuole poi che interrogato un Romano a’ suoi fianchi sul merito di quella morte venissegli risposto: «Se dalla proferita sentenza avrem utile o danno a te spetta il giudicarne, o sire: sta però fitto nel mio capo che siiti coll’opera della manca tagliato la destra mano».
V. Attila, morto Aezio, non vedendo più tra’ romani duci chi potesse competer seco in valore, guasta e rovina per poco Europa tutta e fa suo tributario l’Imperator d’occidente. E narrasi che cinta d’assedio Aquileia, città marittima, ricca e popolata sopra ogni al- tra al di là del golfo Ionico, arrivassegli il seguente faustissimo augurio. Stanco omai dal lungo ed infruttuoso accerchiar quelle mura, intimò la partenza all’esercito per l’aurora del vegnente giorno; ed in effetto ai primi raggi mattutini pronti i barbari cominciavano a retrocedere, quando fu in cotal mezzo aocchiata una cicogna portar via per singolo i suoi pulcini da una torre ov’erane il nido, i quali non ancor destri al volo adagiavansi nel tragitto sul dosso materno, e così l’un dopo l’altro condurli a salvamento. Attila, di moltissimo ingegno nell’interpetrare gli augurj, considerato il fatto rivocò subito l’ordine della partenza, dicendo che l’uccello non abbandonerebbe indarno sua magione se non antivedesse minacciata di qualche gravissimo disastro la città dal Nume; e fu indovino, mirando poco stante cadere di per sè la parte del muro che ricettava il nido, e con ciò aprirgliesi un varco, per mettervi a ferro e fuoco quanto eravi dentro; tali furono i destini di Aquileia.
VI. Massimo di poi estingue Valentiniano, e rimaso a que’ dì vedovo invaghisce d’Eudossia e vi passa a nozze; ma avendole confessato, tra i piaceri del talamo, che preso oltre misura di lei non seppe rattenersi dal vedovarla del marito, la matrona cui già da gran pezza non iva costui più all’animo, esacerbossi maggiormente per le udite malvagità, ed agognò vendicare il tradito consorte. Laonde appena dileguate le tenebre mandò frettolosamente a Cartagine pregando Gizerico di accorrere a gastigare l’empio tiranno e dell’assassinio di Valentiniano e de’ cattivi trattamenti cui soggiaceva ella stessa. Aggiugne di più che ove il perfido riuscisse ad usurpare il supremo potere tutto ne andrebbe in perdizione, e conchiude rammentandogli l’obbligo suo di sovvenirla mercè dell’amicizia e degli accordi che legavanlo all’ucciso, e la impossibilità di sperare aiuto alcuno da Bizanzio, dove mancato ai vivi Teodosio, imperava Marciano.
Capo V
ct Uccisione di Massimo. — Gizerico, saccheggiata Roma, invia a Cartagine la moglie e le figliuole di Valentiniano, e con esse una immensità di ricchezze. — Atterra le mura delle città d’Africa, e ne divide i colli ai Vandali. Riduce in coorti questo popolo e gli Alani; mette a ferro e fuoco l’Italia, la Sicilia, ed altre genti.
I. Gizerico avido fuor di misura delle sfondolate ricchezze che rinverrebbe in Italia, solcane frettoloso con immenso navilio le acque ed entra senza opponimento a Roma, dove il popolo di botto scagliasi contro a Massimo fuggente, e lapidatolo ne fa il cadavere in brani.
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The end
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