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Dell'uomo di lettere difeso e emendato

Daniello Bartoli · 1834 · Free in the US

69,574 words · about 4 h 52 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1834 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Dell'uomo_di_lettere_difeso_ed_emendato&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Daniello Bartoli
Language
Italian
Published
1834
Length
69,574 words · about 4 h 52 min
Sections
48 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (48)
  1. Front matter under 1 min
  2. Introduzione about 2 min
  3. Parte I under 1 min
  4. Parte prima 1 about 9 min
  5. Parte prima - 2. Il gusto dell'intendere, spiegato , per saggio dell'altre Scienze, nella sola cognizione de' Cieli about 11 min
  6. Parte prima - 3. Il Savio povero about 8 min
  7. Parte prima - 4. Il Savio in bando about 10 min
  8. Parte prima - 5. Il Savio prigione about 7 min
  9. Parte prima - 6. Il Savio infermo about 10 min
  10. Parte prima - 7. Ignoranza, e Santità about 7 min
  11. Parte prima - 8. Ignoranza, e Dignità about 7 min
  12. Parte prima - 9. Ignoranza, e Professione d'Armi about 8 min
  13. Parte prima - 10. Ignoranza, e Ricchezze about 5 min
  14. Parte prima - 11. Confusione dell'Ignoranza, condannata a tacere dov'è più bello il parlare about 6 min
  15. Parte prima - Indice under 1 min
  16. Parte seconda about 1 min
  17. Parte seconda - 1. Ladri , che in più maniere s'appropriano le fatiche de gli studj altrui. about 9 min
  18. Parte seconda - 2. Che si dee non torre l'altrui, ma trovar cose nuove del suo . about 12 min
  19. Parte seconda - 3. Come si possa rubare da gli scritti altrui con buona coscienza , e con lode. about 9 min
  20. Parte seconda - 4. L'indegna professione del poctar lascivo. about 5 min
  21. Parte seconda - 5. Le colpevoli discolpe de' Poeti lascivi. about 8 min
  22. Parte seconda - 6. Del buon'uso de' libri cattivi. about 7 min
  23. Parte seconda - 7. A gli Scrittori d'impudiche poesie , Parenesi. about 8 min
  24. Parte seconda - 8. Inclinazione del genio , e mal'uso dell'ingegno nel dir male d'altrui. about 6 min
  25. Parte seconda - 9. Che chi errò scrivendo , non dee rifiutare l'ammenda : about 10 min
  26. Parte seconda - 10. Avvisi intorno al pericoloso mestiere di scrivere contro altrui , e alla maniera di difendere sua ragione. about 7 min
  27. Parte seconda - 11.Stima del suo sapere, con dispregio dell'altrui. about 8 min
  28. Parte seconda - 12. Due gran mali de' Miscredenti about 7 min
  29. Parte seconda - 13. Inganno di chi pretende studiar poco, e saper molto. about 9 min
  30. Parte seconda - 14. L'inutile sforzo di chi studia contra l'inclinazion del suo Genio. about 7 min
  31. Parte seconda - 15. Segni d'uomo ingegnoso, presi dalla Fisonomia , sono di poca fede. about 6 min
  32. Parte seconda - 16. Onde sia l'eccellenza e la varietà degl' Ingegni : ed onde le diverse inclinazioni del Genio. about 10 min
  33. Parte seconda - 17. La pazzia di molti, che, vogliosi di parer Dotti, si publicano con le stampe Ignoranti. about 8 min
  34. Parte seconda - 18. L'infelice fatica di chi studia e scrive materie affatto disutili. about 7 min
  35. Parte seconda - 19. Che reo dell'Ignoranza di molti è chi può giovare a molti con le stampe, e lo trascura. about 6 min
  36. Parte seconda - 20. Felicità impareggiabile de' buoni Autori , che stampano. about 6 min
  37. Parte seconda - 21. Ambizione, e Confusione; due principj d'Oscurità, affettata, e naturale. about 6 min
  38. Parte seconda - 22. Che l'argomento dee scegliersi pari all'ingegno di chi lo tratta. about 4 min
  39. Parte seconda - 23. Ripartimento , e Ossatura di tutto il Discorso. about 2 min
  40. Parte seconda - 24. Apparecchio della materia , che chiamano Selva. about 5 min
  41. Parte seconda - 25. Lo smarrimento di quegli , che incontrano difficoltà sul cominciare. about 4 min
  42. Parte seconda - 26. Che debbono usarsi varj Stili , sì come varia è la materia del Discorso. about 6 min
  43. Parte seconda - 27. Dello Stile, che chiamano moderno Concettoso . about 6 min
  44. Parte seconda - 28. Dove sia colpa di mal giudicio usare Stilefiorito e troppo ingegnoso . about 6 min
  45. Parte seconda - 29. Dell'Esame, e Ammenda de' proprj Componimenti. about 7 min
  46. Parte seconda - Indice under 1 min
  47. Tavola about 1 min
  48. Tavola delle cose più notabili under 1 min

Continue:

Front matter

ct ct ct ct ct ct ct fi ct ct ct

Indice

Introduzione

ct Le calunnie degl’Ignoranti, e i vizj de’ Letterati, questi sono i due nodi, che fanno eclissi alla gloria delle Lettere, e tolgono il suo splendore a questo unico Sole del Mondo. Gl’Ignoranti odian le Lettere, e non le posson vedere; e perchè non le posson vedere, per questo le odiano: chè se le Nottole avessero occhi con che mirar fiso nel Sole, Nottole non sarebbon, ma Aquile. Gli altri, male adoperando le Lettere, sì come certe Stelle malefiche usan la luce per veicolo di mortali influenze, rendono odiosa al Mondo la più bella e la più innocente cosa del Mondo. Così alle Lettere la loro integrità non giova per renderle amabili; mentre l’altrui giudicio, senza giudicio, le fa ree; e le altrui colpe, a chi non ha buon’occhio, colpevoli le persuadono.

Perchè dunque non sarà lecito ad uomo, non dico d’ingegno (chè tanto non si richiede), ma sol di ragione, per discolpa delle innocenti Lettere, fare come quel grande grande, , che, non meno sollecito dell’onore che sperto degli andamenti del Sole, quando avveniva ch’egli cadesse in eclissi, sgridava il volgo ignorante che mostrando a dito per ischerno il Sole, gli rimproverava le tenebre; e diceva: quell’improviso sintoma di subita oscurità non essere, come credevano, eclissi del Sole, ma de’ loro occhi, che nell’ombra della Luna, quasi in una piccola notte, si rimanevano al bujo: il Sole, che ha le miniere luce di tutto il Mondo, non poterne mai esser povero; non poterla mai perdere, poichè l’ha, non che intima, ma immedesimata. Unde vero, si quæ obscuritas Literarum, disse quel bravo Oratore, nisi quia vel obtrectationibus imperitorum, vel abutentium vitio splendor eis intercipitur?

Ma perciochè quello, che in questo suggetto dee dirsi per necessità della causa (poich’ella da sè si difende), è poco più di nulla; e quello, che può dirsi per la dignità dell’argomento, è più che moltissimo; io, che mi son’obligato non alla materia ma al tempo, tanto sol ne ho detto, quanto d’ozio m’han dato poco più de’ due i più caldi mesi d’una state, avuta disobligata da altre faccende, ed impiegata in questo, più trattenimento per me, che insegnamento per altrui. Pur voglia Dio, che questo poco non sia fuor di misura soverchio; poichè di quello che mal si dice, ogni poco non solo è molto, ma troppo.

Parte I

ct

Indice

La sapienza felice ancora nelle miserie

L'ignoranza misera ancor nelle felicità

Parte prima 1

ct ct Disavventura, per non dire, come altri, destino dell’infelice Virtù, provato e pianto in ogni tempo, è, che ella non truovi in questo gran Teatro del Mondo luogo pari al suo merito, e nicchia degna della sua statua. Già tramontarono que’ Secoli d’oro, quando le corone reali si mettevano all’incanto, e si pesavano le teste di chi vi pretendeva: quando le fasce de’ diademi reali servivano non a legare, come in molti avvenne, il cervello de’ pazzi, ma ad onorare il merito e coronare il senno de’ Savj. Le mura, le fondamenta, le vestigie di quel famoso tempio dell’Onore, in cui s’entrava solo per la porta del Merito, sono oggi sì distrutte e sepolte, che non n’è rimaso nè la memoria dov’egli fosse, nè la speranza di rivederlo risorto dallo scempio delle presenti rovine alla gloria delle passate grandezze. Perciò, quantunque ora fatichi la Virtù per salire, ella non cresce per miracolo un palmo: a guisa di certe Stelle vicine al Polo antartico, che sono oramai sessanta secoli, che dì e notte s’aggirano; ma con sì poco pro della loro fatica, che non sono mai giunte a montare sul nostro Orizzonte, e farsi nè pur’una volta vedere. Le montagne, che sono gravide d’oro, non sogliono avere nè boschi per delizie, nè erba per pascolo. Altro di lor non si vede, che magra cenere e sterile rena, fuor di cui mostrano scoperte l’ossa de’ grandi lor sassi, e hanno una certa vergognosa nudità; onde fra gli altri monti vestiti d’alberi e d’erbe, appena compajono senza disprezzo. Questa è la misera sorte della Virtù qua giù nel mondo: per vene d’oro ch’ella si chiuda in petto, quanto ricca è dentro, tanto povera è di fuori: e con ciò ella mostra esser vero, che Virtù e Nudità nacquero a un parto medesimo nel Paradiso terrestre, nè mai più fino a quest’ora si sono l’una dall’altra scompagnate e divise. Si onorano le vestimenta del corpo più che i virtuosi abiti dell’animo; nè giova seno, come perle d’Oriente, Sapere e Bontà; chè se un’abito povero mostra quasi una corteccia disprezzevole di Madreperla, non v’è chi vi guardi, molto men chi vi curi.

Tutto ciò riesce vero, così nelle Lettere, come nella Virtù; perchè ancor’esse, quasi nate sotto ’l medesimo Ascendente, hanno per fatale il non ascender mai. Retrogradi truovano tutti i favori, fuori di casa tutti i beneficj, dispettosi tutti gli Aspetti, e la Parte della Fortuna senza veruna parte che non sia sfortunata.

Ora fra’ miracoli si racconta, un Dionigi, fatto cocchiere del suo carro reale, condurre in esso per le publiche vie di Siracusa Platone; e andarne a sì gran gloria superbo, come se guidasse il carro della luce, e portasse in trionfo il Sole: un’Alessandro Severo coprire col suo manto reale Ulpiano Giurista, e fargli della sua porpora e vestimento per onore, e scudo per difesa: un Giustiniano, un Sigismondo Imperadori, e tanti altri lor pari, fare le loro Corti case proprie de’ Letterati, e le case de’ Letterati frequentare come proprie lor Corti, sostentando a grande usura la vita mortale di coloro, da cui riceveano per mercede, al nome e alla gloria, vita appresso i posteri immortale. Cotesti, una volta sì fecondi allori, ora sterili son divenuti, non solo di frutte per pascere ma ancora d’ombre per ristorare. Stanno nelle Corti, più che nella grotta d’Eolo, sotto chiave i Zefiri padri della fecondità, e venti proprj dell’età dell’oro: ne solamente s’è perduto il costume, che penes Sapientes regnum sit, ciò che Possidonio diceva essersi usato illo sæculo quod aureum perhibetur; ma di più ancora, che penes Reges sint Sapientes. Nè, perciochè avvenga che i libri de’ Letterati talvolta letti da’ Grandi truovino appresso loro lode e applauso, avviene perciò, che i careggiamenti e gli onori, che a’ libri si fanno, si riflettano ne gli Autori: che appunto è quello stesso, che per altro diceva Lattanzio: adorarsi le imagini de gli Dei, e non prezzarsi gli Artefici che le scolpirono: darsi alle statue doni, ed esiggersi da gli Scultori tributo: onorarsi i sassi come divini, e calpestarsi chi gli formò, come se fosse un sasso: Simulacra Deorum venerantur; Fabros, qui illa fecere, contemnunt. Quid inter se tam contrarium, quam Statuarium despicere, statuam adorare; et eum ne in convivium quidem admittere, qui tibi Deos faciat?

Avventurosi Principi (diceva un gran Duca di Milano), che hanno reti d’oro e di porpora, cori che pescare uomini di gran senno e valore, che sono le più preziose perle, che il Cielo sappia dare alla Terra; hanno ricchezze, con che comperarsi ingegni in ogni professione di Lettere eccellenti, che è mercatanzia sola degna di Principi.

È famosa la stoltezza d’un povero Ricco, che vedendosi un Bue, e volendo pur diventare un’Aquila, si comperò a gran prezzo la lucerna, al cui povero lume vegghiando Epitteto, divenne un Sole della Sapienza morale. Ma una lucerna poteva illuminar ben sì le carte, ma non l’ingegno; dar luce a gli occhi, ma con che pro de gli studj, se cieca era la mente? Vive lucerne sono i vivi Letterati, a’ raggi della cui limpida luce si scuoprono le vere sembianze di Pallade conservatrice de gli Stati e sicurezza de’ Principi. Questi sono gli occhi, de’ quali è verità ciò che di que’ delle Forcidi era menzogna, che possono prestarsi, e con essi un Principe cieco può diventare un’Argo di cent’occhi e tutto vista: ne meno di tanto debbono essere, se vero è in pace l’aforismo, che de gli affari di guerra si legge appresso Vegezio: Neque quemquam magis decet, vet meliora scire vel plura, quam Principem, cujus doctrina omnibus potest prodesse subjectis.

Prima che ciò intendesse il Re Dionigi, più per ischerno che per curiosità, cercò di e sapere Aristippo, onde fosse che i Filosofi andassero alle case de’ Ricchi, e i Ricchi non andassero alle case de’ Filosofi ad accattare la Sapienza; e ne udì non men vera che pronta risposta: Perchè i Filosofi poveri sanno ciò che loro fa di bisogno, i Ricchi ignoranti nol sanno.

Che non nascano senon, come la Fenice, ogni cinquecento anni uomini di mostruoso sapere; che non vi sia chi faccia ricco il mondo di nuovi ritrovamenti nelle lettere e nell’arti, non è perchè sterili corrano i secoli, o perchè i paesi sieno infecondi d’ingegni. Colpa è in gran parte di chi non apre porto a chi naviga, nè mostra esca a chi vola: chè certo, menti con ala grande, ed ingegni con gran vela non mancano. Ne avea la pruova chi disse:

Sono i Poeti e gli studiosi pochi; E dove non han pasco nè ricetto, Infin le fere abbandonano i lochi.

Che non vi sia chi alzi grido di gran sapere, e faccia tacere per istupore il mondo, colpa è de’ Grandi, che non fabrican loro Teatri, con quell’avviso, che diede Vitruvio, dove avvertì, che prima d’ogni altra cosa si guardi, che la fabrica del teatro, dove s’hanno da recitar commedie o cantar musiche, non riesca sorda, sì che i Recitanti e i Musici, abbiano a perdere la voce e la fatica. Oh quanti, a guisa di freddi e morti vapori, non s’alzano di terra due palmi, che, se trovassero un benefico Sole che desse calore alle loro fatiche e li sollevasse, splenderebbono a guisa di stelle. Che le Viti fruttino, è gran mercè de gli Olini, cui elle s’appoggiano per sostegno.

Riuscire in qual si voglia professione di Lettere oltre a termini dell’ordinario eccellente, al certo non è fatica minore di quanto può sofferirsi, nè più brieve di quanto può viversi. Or che maraviglia è, che non vi sia chi voglia spender tanto a guadagno di nulla, consumando la vita, per arrivare con ciò non più oltre che a mantenersi la vita?´

I vascelli spalmati guadagnano di velocità dieci per cento, e ben’unti volano quegli che prima impigriti parevano muoversi a lor dispetto. Anche a gl’ingegni i favori danno ingegno; e dove il termine è un Vello d’oro, i remi, come ad Argo, da sè stessi si muovono.

In fine, avere a disputare ogni giorno con la povertà, a contrastare ogni ora con le sue miserie, a dividere i pensieri dove i bisogni in mille parti li chiamano, queste sono spine, in cui non fanno nido le Lettere. Chi vuole che l’Api raccolgano mele, non l’esponga a’ venti: chè dove essi possono troppo, esse non possono niente. Nel volare da gli alveari a’ fiori, e dall’un fiore all’altro, nel ritornar con la preda, i venti le sviano da’ loro viaggi, e le traportano altrove. Tali sono i pensieri de’ Letterati, che, dove altre cure gli sturbano, non può mai esser che facciano buon lavoro.

E a dire il vero, come può stare, perdere il cervello per vivere, e adoperarlo per istudiare? Perciò fu ben detto; nè de’ Poeti solo, ma di tutti i Letterati s’avvera:

Lieto nido, esca dolce, aura cortese Bramano i Cigni; e non si va in Parnaso Con le cure mordaci: e chi pur sempre Col suo destin garrisce e col disagio, Vien roco, e perde il canto e la favella.

Indegna cosa a vedersi, diceva Demostene a gli Ateniesi, che Paralo, nave sacrosanta, usata prima solo ne gl’interessi della Religione, e per condurre i Sacerdoti a’ sagrificj di Delfo, ora, con uso vile profanata, s’adoperi a caricare le legne de’ boschi e le bestie de’ campi: di che ne fremono infino i venti, che contra lor voglia la portano; e ne geme il mare, che la vede sì diversa da quella che fu e da quella ch’esser dovrebbe. Ma vi par’egli cosa punto meno disdicevole, che un’anima di sublime intendimento e d’alti pensieri, mandata al mondo per publico bene, e più riverita dal Cielo che conosciuta dalla Terra, sia sforzata ad occuparsi nell’indegno mestiere d’accattar pane, usando i nobili suoi pensieri per rinvenire come alla nudità, come alla sete, come a’ freddi del verno, come alla fame d’ogni dì possa provedere?

Tanto si traviano i pensieri dal corso dell’intraprese speculazioni, torcendo dove le necessità importunamente li richiamano, che molte volte o perdono il filo del viaggio, o non posson condursi alla meta: a guisa di quella velocissima Atalanta, che, per troppo uscir di strada a apprendere i pomi d’oro d’Ippomene, rimane sì addietro, che, doppiamente vinta, alla fine ct Quindi tanto sdegno mostrò con la casa di Numitore, anzi sotto questo nome, con tutte le Corti del suo tempo il Poeta Satirico; vedendo che aveano luogo e stanza le fiere, dove gli uomini, e, se lecito è dirlo, i più che uomini non la trovavano: che non mancavano carni per empiere ogni giorno il gran ventre d’un Lione sempre famelico, e non v’era pane per trar la fame ad un magro Poeta:

Che le Corti divengano tempj, in cui s’adorino le teste delle Scimmie, onorandosi i buffoni, mentre se ne cacciano i Letterati; che altro è questo, se non donare alle bestie tutte le stelle, dalle più lucide alle men chiare, e dividere loro la gran Corte del cielo, indi sepellire sotterra gli Elisj, e metterli presso all’inferno: sì che stiano sopra il capo di tutti, con nomi di Segni celesti, uno Scarpione, un’Idra, un Cane, un Capro, un Bue; e sotto i piè di tutti un’Achille, un’Orfeo, e tutto il coro de’ Semidei? le bestie indorate dalla luce del Sole, gli uomini anneriti dal fumo della Reggia di Plutone? Pure il capo, seggio della mente, e perciò solo degno di corona, fu posto dalla Natura nel luogo più alto di tutte le membra; perchè tutte, come schiave, lui portassero come Re: or come è da sofferirsi, che s’alzino i piedi in alto, e si lascino i capi nel fango? che vi sia chi per pregio quasi di sovraumana virtù porti, come il famoso Milone, un gran Bue su le spalle, mentre intanto il povero Cleante, per viver da uomo, conviene che fatichi da bestia?

Ma io, che avea disegno di cominciare questa mia piccola operetta dalla felicità propria d’un’Uomo di Lettere, mostrandovelo, quando anche ogni cosa gli manchi, pago e beato sol di sè stesso, e, come Seneca lo chiamò, un piccol Giove; che ho fatto fino ad ora, esagerando, nella durezza di chi nol sovviene e onora, il bisogno ch’egli ha di sovvenimento e d’onore? Ma pure io con ciò ho più mostrato il male di chi non li prezza, che miseria alcuna che in essi sia per non esser prezzati. Chè alla fine l’oro, benchè cavato dalla terra e da’ sassi, dov’è nelle miniere sepolto, comparirebbe più splendido a questa luce; nondimeno più perde chi nol cava e nol fa suo, che non l’oro con istarci nascoso e non esser d’altrui. Ma di più, nella colpa di chi non istima i Letterati si pruova il merito d’essi; poichè il non ingrandirli è demerito; e il non onorarli è colpa.

Or si vegga, come un’Uomo di Lettere possa trovare dentro a sè stesso la viva surgente di quel famoso nettare de gl’Idii, che, solo avendo in sè ogni altro sapore, non lascia che altro si cerchi o d’altro si goda. Questo è il Gusto dell’intendere; il quale quanto copioso sia, comechè possa largamente mostrarsi ne’ suggetti di tutte le Scienze (ma lunga a dismisura sarebbe, e forte increscevole la fatica), piacemi, per saggio dell’altre, accennarvelo in un solo, non de’ migliori, ma de’ più communi: e sia la vista e la vista e la cognizione de’ Cieli; parte della natura, se si sta al giudicio dell’occhio, la più grande e la più bella; se della mente, non l’ultima delle migliori.

Parte prima - 2. Il gusto dell'intendere, spiegato , per saggio dell'altre Scienze, nella sola cognizione de' Cieli

ct ct Insegnamento commune delle due più celebri scuole, di e di , è, che le sfere de’ Cieli, crescendo l’una sopra l’altra con ispazj d’armonica proporzione, nel girarsi che fanno, compongano il conserto d’una perfettissima musica. Ne rende la ragione, tratta da’ principi naturali del suono; indi conchiude: Ex his inexpugnabili ratione collectum est, musicos sonos de sphærarum coelestium conversione procedere; quia et sonum ex motu fieri necesse est, et ratio quoe divinis inest, fit sono causa modulaminis. Nè perchè di cotal musica giudici non sieno i nostri orecchi, dee perciò ella o men credersi, o negarsi; conciosiccosachè quel dilicatissimo suono al tocco de gli elementi, s’ammorzi ed ammutolisca, e ivi più, dove lo strepito più s’inalza. Perciò non fu mal detto da un mio Compatriota, ristampato ingiuriosamente sotto il mio nome: Muto non è, com’altri crede, il cielo:

Sordi siam noi, a cui gli orecchi serra Lo strepito insolente de la terra; Fra le cui dissonanze in van s’aspira, A l’armonia de la celeste lira, Che si tocca per man del Dio di Delo.

Se già non fosse, come avvisa Filone, che Iddio, riserbandoci a miglior tempo il gusto di musica sì soave, ci abbia intanto con particolar providenza distemperati e assordati per essa gli orecchi: altrimenti, dall’armonia di que’ regolatissimi corpi, rapiti fuor di noi stessi, sospesi ed estatici staremmo, non che non curanti del cultivamento della terra e de’ negozj della vita civile, ma dimenticati infin di noi stessi. Coelum, dice egli, perpetuo concentu suorum motuum reddit harmoniam suavissimam; quæ si posset ad nostras aures pervenire, in nobis excitaret insanos sui amores et desideria, quibus stimulati rerum ad victum necessariarum oblivisceremur, non pasti cibo potuque, sed velut immortalitatis candidati.

Ma a dire il vero, per sentire ne’ Cieli il gusto di una soavissima armonia, e per avere di colasù un diletto che ne faccia in parte beati, necessario non è desiderare che la musica di quelle armoniche sfere (sfere le chiamo, per chi non vuol che sieno, come pur sono, tutte un solo e liquido cielo) ne pervenga a gli orecchi. Nulla meno beati ci può fare la nostra mente, seguitando col volo de’ suoi pensieri, non, come altri fa, la Poesia, menzognera ritrovatrice di fole, che guidandoci per l’ampio de’ Cieli ci dica: Qui Fetonte, più animoso che canto,

Ausus aeternos agitare currus, Immemor metæ juvenis paternæ, Quos polo sparsit furiosus ignes Ipse recepit:

qui cadde Vulcano; e il misurare con un sol passo tutto il viaggio dal Cielo alla Terra, per gran ventura non gli costò più, che travolgersi un piede: questa sdrucita parte del Cielo è la gran breccia, che vi fecero i Giganti di Flegra, nella batteria che diedero alle Stelle, quando la Terra di fulminata diventò fulminante: qui Ercole, qui Prometeo, qui Bellerofonte, e che so io? ma quella parte delle più nobili Scienze, ch’è interprete veritiera de’ misterj, e segretaria delle più occulte cose de’ Cieli; che svelandone gli occhi, ne faccia vedere, come essi sieno nella mole sì vasti, e pure sì leggieri nel moto: nelle influenze sì discordi, e pure nel mantenimento della natura sì uniti: ne’ giri che fanno, altri sì pigri ed altri sì veloci, e pure tutti a battuta e quasi in una stessa danza concordi: nell’ubbidienza al primo Cielo motore sì stretti, e nella libertà de’ propri movimenti sì scìolti, Tanto limpidi, e tanto profondi; tanto uniformi, e tanto varj; sì maestosi, e sì amabili. Rapidi con tanta legge; affaccendati con tanta quiete. Nelle misure de’ tempi, nelle vicende de’ giorni, ne’ combattimenti delle stagioni sì consertati. Chi ha occhi per veder tanto; anzi chi di questo sa farsi scala per salire a veder molto più: chi per la lunga catena di queste celesti nature (di cui l’ultimo anello sta legato al piè del trono di Giove) può salire fino alle Forme stesse archetipe, e alle Idee della prima Mente, dal cui invariabil disegno si presero i pesi, i numeri, e le misure, quasi strumenti del lavorio di questo grand’ordine della Natura: chi sa conoscere l’alta Sapienza di chi in tanta varietà di mutazioni tiene stabile il corso d’un’immutabile Providenza, mentre seppe dare occulto ordine al manifesto disordine di tanti effetti, incatenandoli con insolubili nodi a’ fini suoi pretesi; sì che quelli, che sembrano fortuiti avvenimenti del caso, sieno esecuzioni di regolatissima providenza: chi ha vista per oggetti di così alto conoscimento, non è egli con esso solo, più che altri in tutti i godimenti del senso, beato? Ne faccia fede quel gran Platonico, che lo disse per pruova, Filone Alessandrino. Vagata (mens) circa stellarum tum fixarum tum erraticarum cursus, et choreas juæta Musicæ præcepta absolutissimas, trahitur amore sapientiæ so deducentis; atque ita emergens supra omnem sensibilem essentiam, demum intelligibilis desiderio corripitur. Illie conspicata Exemplaria, Ideasque rerum, quas vidit, sensibilium, ad eximias illas pulchritudines, ebrietate quadam sobria capta, tamquam Corybantes lymphatur, alio plena amore longe meliore, quo, ad summum fastigium adducta rerum intelligibilium, ad ipsum magnum Regem tendere videtur.

A chi questi paressero più tosto ingrandimenti d’arte che semplici verità, e, lontano dallo sperimentare, il fosse altrettanto dal credere, io non saprei dar risposta migliore di quella, che meritò da Nicostrato un’uomo poco intendente delle bellezze della Pittura.

Zeusi quel Sole de’ Pittori, che fece non tanto lume alla Pittura illustrandola, quanto ombra a’ Pittori emuli oscurandoli, ritrasse in tela il volto d’un’Elena di sì nobile lavorio, che vinto rimase dalla copia l’esemplare, e parve ch’Elena vera cedesse a sè stessa dipinta: perchè se vera trasse da Troja un Paride a rapirla, dipinta trasse tutta la Grecia per ammirarla. Quale ella fosse, sia vostro pensiero d’imaginarvelo: mio certo non sarà di descriverla, sì perchè non m’intendo di bellezza, come anche perchè io stimo, che un’Elena non possa acconciamente ritrarsi con altro pennello, che con un fumante tizzone tolto dall’incendio di Troja; nè lumeggiar con altro chiaro, che col fuoco che incenerò una città e distrusse un Regno; nè ombreggiare con altro oscuro, che con quello d’una perpetua infamia. Ora in questa pittura s’incontrò Nicostrato, Pittore anch’egli di non bassa lega; e al primo sguardo, come s’egli avesse mirato non una testa d’Elena ma di Medusa, restò di sasso; e sembrava, con iscambievole inganno, tanto viva Elena nella pittura, quanto morto Nicostrato nello stupore. Intanto un’indiscreto, un rozzo, un’uomo senz’occhi, mirando Nicostrato, che scolpito in un’atto di maraviglia pareva una statua che guardasse una pittura, gli si accostò, e quasi riscotendolo dal sonno gli chiese, quid tantum in Helena illa stuperet. Troppe cose chiedeva costui in una parola. Ma come egli non avea occhi buoni per veder’Elena, neanche avea orecchi docili per udire Nicostrato. Dunque gli si voltò il Pittore, e tra la compassione e lo sdegno mirandolo, Questo, disse, non è Quadro per Nottole. Cavatevi cotesti occhi ignoranti che avete, ed io vi presterò i miei; e se ora siete una Talpa senz’occhi, bramerete essere un’Argo tutt’occhi: Non interrogares me, si meos oculos haberes.

Eccovi quello appunto, che interviene a chi stupisce, come, in mirando quel bellissimo volto della Natura il Cielo, in cui Iddio, quanto n’era capace materia sensibile, disegnò, copiandoli da sè, lineamenti di sì rare bellezze, possa trovarsi materia di tal godimento, che ne resti assorto l’ingegno, estatici i pensieri, e beata la mente. Tutti mirano il Cielo, ma non tutti l’intendono: e v’è fra chi l’intende e chi no quel divario, che corre fra due, de’ quali l’uno d’una scrittura arabica, tratteggiata d’oro e miniata d’azzurro altro non vede che il lavorio de’ ben composti caratteri, l’altro di più ne legge i periodi e ne intende i sensi, talchè il minor de’ piaceri che gode è quello de gli occhi.

Ma benchè il gusto dell’intendere sia come la dolcezza del mele, per cui persuadere non sono sì efficaci gli sforzi d’una lunga favella com’è la semplice pruova d’assaporarne uan stilla; pure piacemi di farvi udire il moralissimo Seneca dove spiegò qual fosse il godimento che si provava nella considerazione de’ Cieli, mentre si concepiscono colasù spiriti disprezzatori del mondo, spiriti più che d’uomo. Uditelo.

Fatevi, dic’egli, portare a’ vostri pensieri fino alla più alta sfera de’ Cieli, sì che gvediate sotto a’ vostri piedi rivolgersi ne’ loro giri Saturno e Giove e Marte, e sotto essi gli altri Pianeti correre ciascuno i loro periodi. Colà mirate la smisurata mole de’ corpi l’impareggiabile velocità del corso, il numero senza numero delle stelle, che qui ci sembravano appena scintille, e colà son modi di luce, e niente meno che altrettanti Soli. Indi, con gli occhi pieni della grandezza de gli spazj e della mole di que’ vastissimi corpi calate lo sguardo a questo centro a vederla, (sì piccola ella compare a chi dalle stelle la mira!) sarà necessario che aguzziate lo sguardo cerviere, e bramiate che qualche Nunzio sidereo v’ajuti la vista. Quale di quagiù vi sembra la menoma delle stelle che l’occhio dubbioso non sa se la vegga o pur se pensi di vederla, tale di colasù vi si farà vedere la Terra; sì che a tal vista direte: Quella dunque laggiù, che appena scorgo, appena discerno coll’occhio, quella è la Terra? Quello è quel punto, diviso in tante Provincie, ripartito in tanti Regni, per cui avere si son trovati a sì gran copia e l’arti e l’armi per uccidere? Assedj, assalti, incendj, batterie campagne aperte, scempj delle intere Nazioni fatti in poco d’ora; che tante volte hanno sforzato a pianger vedova d’uomini la natura, ad impuzzolir l’aria al fetor de’ putrefatti uccisi, e anche ora pigri i fiumi, ora vermiglio il mare, per gran copia di cadaveri, per gran piena di sangue umano?

Udite maraviglie incredibili dell’umana forsennatezza. I vastissimi nostri desiderj si perdono in un punto. Che dissi in un punto? In una menoma particella d’un punto. Che altro farebbono le Formiche, se avesser discorso? Non ripartirebbono ancor’esse un palmo di terra in molte Provincie? Non pianterebbono i loro termini ostinati sì che non cedessero nè ancor a Giove, quantumque fulminante? Non fonderebbono in un’aja un Regno in un piccol campetto un gran Monarchia? Un ruscelletto d’acqua sarebbe per esse un Nilo, una fossa la chiamerebbono un’Oceano, una piccola pietra una gran rupe, un podere non sarebbe meno d’un Mondo. Alzerebbono baluardi e cortine per mettere in fortezza gli Stati; raccorebbono esrciti alla speranza di nuove conquiste alla disputa di vecchie differenze: e si vedrebbono in due piè di terreno marciare in ordinanza a bandiere spiegate squadroni di nere Formiche; incontrarsi con ardire, urtarsi, rompersi, e andarne altre, vinta la campagna, vittoriose, altre o rendersi a patti, o fuggitive nasconderesi, o morte in battaglia rimanere allo spoglio delle nemiche. Una simil guerra fra venti mila o più Formiche, fatta per disputare le pretenzioni d’un palmo di terra, solo a ripensarlo ci muove le risa. E noi, che altro facciamo, ripartendo un punto in tanti Regni, e distruggendoci per allargarli? sieno le confini della Dacia l’Istro, della Tracia lo Strimone, della Germania il Reno. Giungano i Parti fino all’Eufrate, i Sarmati fino al Danubio. I Pirenei la Francia e la Spagna, l’Alpi l’Italia dividano. Formicarum iste discursus est in angusto laborantium.

Voi distinguete i Regni, e a sì gran lite Segnate loro i termini e le mete, E con ciò stolti sete; Chè per troppo volere impoverite. Tutto il mondo è d’ognuno; e chi ne cerca Per sè sol’una parte,

Quel che tutto era suo divide e sparte. Tutti gli uommini siamo una Famiglia, Tutta dal sommo al fondo Sol’una Casa, e nostra casa è il Mondo.

Venite a vedere di quasù la vostra terra, cercate i vostri Regni, e misurate quanto sia quello, onde prendete titolo di Grandi. Vedrete le menome vostre particelle d’un punto, se il punto intero a gran pena si vede? E questo è quel che vi fa andare sì alteri? Venga tra le stelle, non a vederle solo, ma a possederle, chi vuole il regno pari al desiderio di regnare. Nè avrà con chi litigare de’ termini, posseduto ch’egli sia da molti, a niuno si toglie. Così juvat inter sidera vagantem divitum pavimenta ridere, et totam cum auro suo terram.

Qual maggior godimento, che guadagnare spiriti sì generosi, e cognizioni sì nobili? Alessandro, avvezzo alle grandi vittorie d’Asia, quando riceveva dalla Gracia avviso diqualche fatto d’armi o quache conquista (ch’era al più d’un castello o d’una piccola città), solea dire, che gli parea qua sì grandi, se si guardano fin dalle stelle! E quanto si gode sentendosi ingrandire i pensieri, e crescer l’animo fino a farsi disprezzatore di quello, che gli altri come schiavi adorano!

Ciò che il buon Seneca insegnò doversi fare, avea fatto molto prima il grande Anassagora, che vago solo di vedere il Cielo, per cui vedere egli dicea d’esser nato, lasciata la patria quasi un sepolcro d’uomini vivi, perchè la terra non gli togliesse la vista del Cielo, vivea alla campagna povero e allo scoperto? Che dissi povero e allo scoperto? Più godea di vedersi sopra il capo il bel cortinaggio de’ sereni azzurri del Cielo, di trovarsi coronato d’un mondo di stelle che gli giravan d’intorno, e che il Sole gl’indorasse con la sua luce la povera vesta, e che il Cielo gli mandasse gli avvisi di tutte le sue novità, che non se avesse avuto indosso le porpore, in capo le corone, e d’intorno il vassallaggio di tutta la terra. E perciochè hic cœtus astrorum, quibus immensi corporis pulchritudo distinguitur, populum non convocat, lo schernivano come scimunito i Clazomenj suoi, e ‘l ributtarono come selvaggio: ma egli, a gli scherni del volgo opponendo gli onori del Cielo, tanto non curava di esser veduto, con quell’occhio cortese, con che disse di sè stesso: Me stellæ etiam ipsæ benigne identindem despectare videntur, quem in vastissima regione solum cum scientia sui inspectorem intuentur.

Ciò che della veduta del Cielo, oggetto d’una particella delle naturali scienze, ho io detto fino ad ora, per provare che l’intendere è una certa beatitudine di sì esquisito gusto che incanta il senso e toglie i desiderj di qunt’altro è d’ordine inferiore alla mente, intender si vuole de gli altri sì numerosi, sì nobili, e sì vasti suggetti di soavissime cognizioni, di che può godere l’ingegno de’ Lettere, introdotto nel mondo (disse Pitagora riferito da Sinesio) come Spettatore in un Teatro di sempre nuove e tutte nobili maraviglie. Ita Pithagoras Samius Sapientem nihil aliud esse ait, quam corum, quæ sunt fiuntque, spectatorem. Proinde enim in Mundum ac in saerum quoddam certamen introductum esse, ut iis, quæ ibidem fiunt, spectator intersit.

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