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La figlia di Lady Rose

Autori vari · 1904 · Free in the US

128,244 words · about 8 h 59 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1904 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=La_figlia_di_Lady_Rose&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Autori vari
Language
Italian
Published
1904
Length
128,244 words · about 8 h 59 min
Sections
25 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (25)
  1. Front matter under 1 min
  2. Capitolo I about 21 min
  3. Capitolo II about 23 min
  4. Capitolo III about 17 min
  5. Capitolo IV about 22 min
  6. Capitolo V about 19 min
  7. Capitolo VI about 14 min
  8. Capitolo VII about 19 min
  9. Capitolo VIII about 21 min
  10. Capitolo IX about 17 min
  11. Capitolo X about 21 min
  12. Capitolo XI about 19 min
  13. Capitolo XII about 25 min
  14. Capitolo XIII about 23 min
  15. Capitolo XIV about 23 min
  16. Capitolo XV about 25 min
  17. Capitolo XVI about 18 min
  18. Capitolo XVII about 25 min
  19. Capitolo XVIII about 23 min
  20. Capitolo XIX about 17 min
  21. Capitolo XX about 19 min
  22. Capitolo XXI about 36 min
  23. Capitolo XXII about 27 min
  24. Capitolo XXIII about 26 min
  25. Capitolo XXIV about 39 min

Continue:

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Indice

Capitolo I

ct — Olà! No? — Sì — parola d’onore, è proprio Jacob Delafield! mio caro ragazzo, come va?

E così dicendo, una sera di febbraio — parecchi anni or sono — un signore d’età matura, in abito da sera, scese dal suo cab che si era fermato davanti a una casa in Bruton Street, affrettandosi ad incontrare un giovane, che scendeva pure da un’altra carrozza, un po’ più lontano lungo il marciapiede.

Il piacere palesato nella voce del vecchio era sincero, e il giovane lo salutò con uguale cordialità, espressa forse in modo più calmo e meno espansivo.

— Eccovi a casa finalmente, Sir Wilfrid! Il vostro ritorno era annunciato dai giornali. Ma credevo che Parigi vi avrebbe trattenuto qualche tempo ancora.

— Parigi? Non fa per me! Metà delle persone che vi ho conosciuto sono morte, e il resto non sono cortesi. Ebbene, come vanno i vostri affari? State facendo fortuna, eh?

E passando il suo braccio in quello del giovane, egli si diresse con lui, lungo una fila di carrozze, verso una casa con un gruppo di domestici schierati sulla porta. Jacob Delafield sorrise.

— Il mestiere di un agente di campagna mi sembra piuttosto quello di spendere la fortuna altrui, da quanto posso constatare.

— Agente di campagna? Credevo che foste avvocato!

— Lo ero, ma le cause non mi abbondavano. Mio cugino mi offrì l’amministrazione dei suoi possedimenti di Essex, e ho creduto bene d’accettare.

— Chi?... il Duca? Giovane fortunato! Una rendita certa, e senza fastidi. Mi figuro che sarete pagato bene?

— Sì, non c’è male — rispose il giovane con calma. — Andate da Lady Henry, senza dubbio?

— Certo, eccoci arrivati.

Il più vecchio dei due uomini si fermò davanti allo stuolo di domestici allineati a fianco della porta, parlando a voce più bassa. — E come sta Lady Henry? È molto invecchiata?

Jacob Delafield esitò. — È diventata quasi cieca — e forse più debole di prima. Ma essa, come sempre, è in casa ogni sera per gli intimi e al mercoledì per tutti.

— È ancora sola — oppure ha qualche parente che prende cura di lei?

— Parenti? No, li detesta tutti.

— Tranne voi però!

Delafield crollò le spalle senza sorridere.

— Sì, ha la bontà di fare un’eccezione per me! — Voi siete uno dei suoi amministratori, nevvero?

— Per il momento sono l’unico. Ma mentre io era in Persia, gli avvocati hanno fatto quanto era necessario. Lady Henry non scrive mai una lettera se può evitarlo. Da oltre un anno non ne so quasi più nulla. Sono arrivato stamane da Parigi — ho mandato a chiederle se l’avrei trovata in casa ed eccomi qua.

— Ah — disse Delafield abbassando gli occhi — c’è una signora che sta con lei da circa due anni.

— Ah, sì sì, mi rammento. La vecchia Lady Seathwaite me lo disse l’anno scorso. Mademoiselle Le Breton — non è questo il suo nome? — una persona che scrive le sue lettere, una dama di compagnia....

— Sì, una specie di dama di compagnia — rispose il giovane dopo una breve esitazione. — Ma mi pare che cominci a piovere? Dobbiamo farci largo fra questi gentiluomini?

E passò davanti alla fila di domestici, i quali non erano in numero opprimente, giacchè la riunione non era troppo affollata. La padrona di casa era d’avviso che lo scopo principale di un ricevimento non deve esser quello di adescare la folla, ma bensì di allontanarla.

I due uomini salirono assieme le scale.

— Che splendida casa! — disse il più vecchio guardandosi attorno. — Mi ricordo quando vostro zio l’ha rifabbricata. E prima ancora rammento d’avervi visto sua madre, la vecchia Duchessa, circondata dal suo sciame di curati. Parola d’onore, come sembra bella Londra, dopo Teheran!......

E alzò la sua testa bionda e brizzolata, ammirando i lumi, la casa, gli invitati, coll’aria di un cane che fiuta una pista conosciuta.

— Ah! è perchè siete appena tornato — disse Delafield ridendo. — Ma se tentassimo di trattenervi qui....

— Mio caro — chi è quella persona in cima alla scala?

Il vecchio diplomatico s’interruppe. Una mezza dozzina d’invitati salivano davanti a loro, e altrettanti ne scendevano. Sul pianerottolo stava ritta una donna alta di persona e vestita di nero, che riceveva e congedava la gente.

Delafield guardò pure.

— È Mademoiselle Le Breton — rispose con calma.

— È lei che riceve?

— Essa distribuisce gli invitati. Lady Henry si stabilisce di solito nell’ultimo salotto. Non le conviene di veder troppe persone alla volta. Mademoiselle vi provvede.

— In verità Lady Henry deve essere assai più inferma di quanto rammento — mormorò Sir Wilfrid un po’ stupito.

— Essa lo è — fisicamente. Oh! non c’è dubbio. Nel resto non la troverete molto cambiata. Volete che vi presenti?

La figura snella e slanciata e la fisonomia marcata della giovane donna a cui si avvicinavano, colpì l’attenzione del vecchio diplomatico. — «Non è bella» — tale fu indubbiamente la sua prima impressione. Gli zigomi erano troppo sporgenti; il mento e la bocca troppo pronunciati.

Eppure il delicato pallore della carnagione, la fine armonia dei contorni in bianco e nero, per così dire, di quella testa e di quel viso, la vita, l’animazione di tutta la persona — non era questa bellezza, e forse più che bellezza? In quanto agli occhi, al portamento, allo straordinario splendore dei capelli, negligentemente rialzati nel libero stile del XVIII secolo, come avrebbe potuto pettinarsi Madame Vigèe Le Brun, l’effetto che tutto questo produsse su Sir Wilfrid fu tale che egli non riuscì a staccarne gli occhi. Era l’effetto di qualcosa quasi esuberante di vita, di una intensità di animazione tanto possente, che osservandola a prima vista sarebbe stato difficile dire se riusciva simpatica o meno.

— Mademoiselle Le Breton — Sir Wilfrid Bury — disse Jacob Delafield, presentandoli l’uno all’altra.....

— È francese? — pensava il vecchio diplomatico, assai perplesso. — E.... l’ho già vista prima d’ora?

— Lady Henry sarà così felice! — rispose una voce bassa e piacevole. — Lei e uno dei suoi vecchi amici, nevvero? Ho udito parlare sovente di lei.

La signorina è troppo buona. Certo, sono un vecchio amico ed anche parente rispose Sir Wilfrid, in tono leggermente duro, di cui si pentì l’istante appresso. — Sono dolente di sentire che la salute di Lady Henry ha tanto peggiorato dopo la mia partenza dall’Inghilterra.

— Essa deve evitare ogni inutile fatica. Solo due o tre persone per volta possono entrare a trovarla. Essa gode meglio in questo modo.

— Secondo me — disse Delafield — questa è un’altra astuzia di Milady per ottenere precisamente quello che le piace.

Quella frase detta dal giovane in tono gaio e sommesso unita a uno sguardo scambiato fra lui e Madamigella Le Breton, non fecero che accrescere la muta sorpresa di Sir Wilfrid.

— Ditele, Jacob, che sono qui — soggiunse egli, volgendosi bruscamente al giovane.

— Certamente — quando Mademoiselle me lo permetterà. — Ah! ecco la Duchessa! — disse Delafìeld cambiando voce.

Mademoiselle Le Breton, che si era scostata di qualche passo dalla scala con Sir Wilfrid Bury, si volse tosto. Una donnina piccola, delicata, dalla bionda chioma e risplendente di diamante, saliva la scala tutta sola.

— Mia carissima — disse la nuova venuta, stringendo con effusione la mano di Mademoiselle Le Breton — non ho potuto resistere al desiderio di entrare un momento a salutarvi. Ma Freddie dice che lo devo raggiungere a quel noiosissimo Foreign Office! Per cui non mi posso fermare che dieci minuti. Come state?

E più sottovoce, quasi sussurrando, ma in modo che Sir Wilfrid potè udire egualmente — sempre tormentata e annoiata a morte?

Mademoiselle Le Breton alzò gli occhi crollando le spalle, indi sorrise mettendosi un dito alla bocca.

— Venite da me domani dopo mezzogiorno? — proseguì la Duchessa, sempre a mezza voce.

— Non credo di riuscire a svignarmela.

— Che sciocchezze! Cara mia, avete bisogno di aria e di moto! Jacob, fate in modo che possa venire.

— Oh! io non servo a nulla — disse il giovane. — Duchessa, vi rammentate di Sir Wilfrid Bury?

— Essa sarebbe una figlioccia snaturata se mi avesse dimenticato — disse quest’ultimo sorridendo. — Per quanto sia vostra cugina, io l’ho conosciuta prima di voi!

La giovane Duchessa si volse verso di lui sussultando.

— Sir Wilfrid! Il rivederla è una gioia più unica che rara. Quando è tornato?

Essa mise le sue mani delicate in quelle del vecchio, prodigandogli ogni dimostrazione di sorpresa e di piacere dovute al più vecchio amico di suo padre. La sua voce, i gesti, le parole — tutto era parimenti cortese, compito e d’una perfetta banalità.

Sir Wilfrid se ne era accorto benissimo. Egli possedeva un bel paio di baffi color paglia e delle lunghe ciglia assortite: tanto le ciglia quanto i baffi gli servivano di paravento, dietro al quale, come tutti sapevano, egli osservava il mondo col maggior profitto possibile. Egli notò dunque subito la differenza con cui la Duchessa, avendo disimpegnato i suoi doveri di parentela e di società, lo lasciò per tornare presso a Mademoiselle Le Breton.

— Che noia che voi non abbiate potuto venire oggi. Volevo che vedeste la piccina a ballare. È un vero amore! E poi è venuta a cantare quella giovane canadese. La voce è magnifica, ma ha dei difetti di metodo e io non sapevo cosa dirle. In quanto alla musica del giorno 16 — ma dico, non c’è modo di trovare un angolo per discorrere?

E la Duchessa collo sguardo fece il giro della splendida sala, ove erano entrate in quel momento.

— Lady Henry, se ben vi ricordate, non ama gli angoli! — disse Mademoiselle Le Breton sorridendo.

Il tono leggermente ironico di quell’allusione attirò di nuovo gli occhi di Sir Wilfrid su di lei, ed egli notò pure il gesto impaziente con cui la Duchessa lo ricevette.

— Ah, finalmente! — esclamò Mademoiselle Le Breton volgendosi verso di lui. Ecco il signor Montresor che se ne va pure, suppongo, al Foreign Office. Ora credo che sarà possibile di giungere fino a Lady Henry!

Sir Wilfrid guardò in fondo alla sala e vide il famoso ministro della guerra che attraversava lentamente i crocchi degl’invitati numerosi ma non affollati, fermandosi di quando in quando per scambiare un saluto, assai imbarazzato nel far ciò, a quanto pare, causa una miopia talmente pronunciata che quasi lo sfigurava. Era un uomo assai robusto e di statura oltre la media. I suoi capelli grigio-ferro, i suoi lineamenti accentuati e gli occhi neri e cavernosi gli davano quell’aria di autorità che la sua reputazione richiedeva. D’altra parte, la sua vista indebolita, le sue spalle curvate dall’eccessivo lavoro, modificavano alquanto quest’impressione; si sarebbe detto una forza tormentata e soggiogata, un Sansone in mezzo ai Filistei.

— Mia cara signorina — buona sera. Devo andare a Whitehall a lottare colle belve... per mia sfortuna! Ah! Duchessa! benissimo... lei pure non schiverà questa noia! E così dicendo, Mr. Montresor strinse la mano di Mademoiselle Le Breton e sorrise alla Duchessa, e questi due atti indicavano precisamente lo stesso grado di gaia intimità.

— Come ha trovato Lady Henry? — gli chiese Mademoiselle Le Breton sottovoce.

— Benissimo, ma di pessimo umore. Essa mi sgrida continuamente,... sono scorticato vivo. Ah! Sir Wilfrid, sono felice di rivedervi. Quando siete arrivato? Pensavo che vi avrei forse incontrato al Foreign Office.

— Fra poco ci verrò.

— Sì, ma non vi si può discorrere. Pranzate da me domani sera, se siete libero? Benissimo! Siamo intesi! E per ora, lo mandi là dentro, Mademoiselle — lo mandi pure! Egli è appena arrivato, è fresco e ben disposto... Prenda anche lui la sua parte. — E il Ministro sorridendo con malizia, additò dietro la sua spalla la porta aperta di un secondo salotto ove si scorgeva vagamente una vecchia signora, seduta fra due persone, in una poltrona a rotelle.

— Quando il Vescovo uscirà — disse Mademoiselle Le Breton, crollando il capo e ridendo. — Ma gli raccomandai di non fermarsi troppo a lungo.

— Se ne guarderà bene. Lady Henry non ha maggior riguardo pel suo abito sacerdotale che per i miei capelli grigi. Bisogna sentire che dose di critiche mi ha somministrato per il mio discorso di ieri sera! Buona sera, cara signorina — arrivederci. Si sente proprio meglio, mi pare?

Mr. Montresor le diede uno sguardo amichevole e scrutatore e quasi tosto Sir Wilfrid, trattenuto da un gruppo di nuovi arrivati, gli intese bisbigliare: — Mi consulti ogni volta che crede — in qualunque momento.

Mademoiselle Le Breton alzò su di lui i suoi magnifici occhi pieni di muta gratitudine.

— E cinque minuti fa mi era sembrata brutta! — disse fra sè Sir Wilfrid, mentre si allontanava. — Per bacco! per una dama di compagnia, quella signorina mi sembra molto disinvolta! Ma dove diamine l’ho vista già, lei o il suo doppio?

Egli si fermò per osservare la sala, prima di prestarsi a una delle numerose conversazioni che s’offrivano a lui. Era un locale ampio ed imponente guarnito di intarsi di legno del secolo XVIII e arredato con quel giusto concetto del bello e del confortabile, che un numero ristretto del fiore della società inglese ha sempre posseduto. Due magnifici Gainsboroughs avvolti nel delicato splendore di tinte bianco-perla e azzurre erano appesi a destra e a sinistra dell’apertura quadrata che metteva al salotto interno. Una bionda e vaporosa testa di fanciulla, dipinta da Romney, sormontava la caminiera. Un abate in sottana, di Van Dyck, occupava il centro di un’altra parete in faccia ai Gainsboroughs. Tutti quei quadri erano celebri, e da parecchie generazioni erano collegati al nome storico dei Delafield. Sotto ai quadri, i tappeti erano coperti di mobili preziosi del secolo XVIII come gli intarsi. Il tempo e l’uso ne avevano attenuato lo stile italiano troppo pomposo. Dalla disposizione delle poltrone comode e numerose, la sala era divisa in diversi gruppi di conversazione; dei cespugli fioriti mascheravano i tête-à-tête o servivano di cornice a giovani bellezze, le lampade mandavano una luce discreta, l’aria era tepida e leggiera. Il gaio mormorio delle voci indicava chiaramente che si parlava per il piacere solo di discorrere, ed un senso generale di intimità e di allegria sincera emanante da quella scena graziosa, si comunicava naturalmente a chi l’osservava.

Prima di essere riconosciuto e accapparrato tumultuosamente da un gruppo vicino, Sir Wilfrid seguì per alcuni momenti collo sguardo Mademoiselle Le Breton che attraversava la sala colla giovane Duchessa. Ogni suo movimento era accolto con deferenza e con una marcata attenzione. Passando qua e là essa faceva delle presentazioni, modificava un crocchio di persone, cambiava di posto a una sedia. Era evidente che il suo occhio vedeva ogni cosa e che essa conosceva tutti e la sua autorità, per quanto assoluta, pareva bene accetta. E quando finalmente essa pure si mise a sedere, Sir Wilfrid, negli intervalli della sua propria conversazione, notò che essa divenne il centro del gruppo più animato che si trovasse nella sala. La Duchessa, con un braccio delicato appoggiato alla spalliera del sedile di Mademoiselle Le Breton, rideva e chiacchierava; due fanciulle, vestite di bianco virginale, si erano sedute innanzi ad essa su dei grandi sgabelli dorati. Tutti gli uomini venivano successivamente a unirsi al gruppo che la circondava; e nel centro di questo gruppo la sua bella testa bruna spiccante su uno sfondo di broccato rosa, la grazia della sua alta figura quasi diafana nella sua magrezza, l’espressione mutevole dei suoi strani lineamenti, la vivacità dei gesti, la dolcezza della voce, tutto questo attirava lo sguardo e l’attenzione di una buona metà della sala sulla «dama di compagnia» di Lady Henry.

Ad un tratto un movimento si produsse all’altra estremità della sala. Un personaggio in calzoni corti e scarpe a fibbie d’argento usciva dall’ultimo salotto.

Mademoiselle Le Breton si alzò tosto andandogli incontro.

— Il Vescovo ha terminato la sua lunga udienza — disse un vecchio generale a Sir Wilfrid Bury. — Ecco Mademoiselle Le Breton che vi cerca. fi

Sir Wilfrid, obbedendo a un cenno cortese della signorina in questione, si alzò e seguì il lungo strascico nero e serpentino del suo abito, verso la sala di fondo.

— Chi sono quelle due persone a fianco di Lady Henry? — chiese egli alla sua guida mentre si avvicinavano al santuario ove regnava la padrona di casa. — Ah!.... vedo.... uno è il D.r Meredith — ma l’altro?

— L’altro è il capitano Warkworth — rispose Mademoiselle Le Breton. Lo conosce?

— Warkworth, Warkworth? Ah! sì — è l’ufficiale che si è distinto nella spedizione del Mahsud. Come mai è già di ritorno?

Mademoiselle Le Breton sorrise vagamente.

— Credo che è stato mandato in congedo di convalescenza — diss’ella con quel modo cortese e riservato che Sir Wilfrid aveva già notato. Era il tono di una persona che conta, e che malgrado una modestia apparente, conosce la propria forza.

— Egli sollecita qualcosa dal ministero. Ora mi rammento di lui — pensò Sir Wilfrid tacitamente.

Ma erano entrati nel salotto. Lady Henry volse il capo. Sul suo viso aggrinzito bianco come la pergamena, brillò un raggio di piacere improvviso, schietto e veemente.

— Sir Wilfrid!

Fece l’atto di alzarsi dalla sua poltrona, tosto arrestata dalla sua impotenza quanto dal gesto del suo vecchio amico.

— Che buona fortuna! — diss’ella porgendogli ambe le mani. — Stamane, mentre mi vestivo, ebbi il presentimento che doveva accadere qualcosa di piacevole finalmente! — poi mi giunse il vostro biglietto. Sedetevi qui. Conoscete il D.r Meredith; è più brontolone che mai. Il capitano Warkworth — Sir Wilfrid Bury.

Il giornalista a testa quadrata e portante gli occhiali, chiamato D.r Meredith, accolse il nuovo venuto colla tranquilla cordialità di un uomo le cui giornate contano di solito un tal numero d’avvenimenti che riesce impossibile di dare molta importanza ad alcuno. E il giovane seduto all’altro fianco di Lady Henry si alzò salutando. Era bello, alto, elegante. Una specie d’impetuosità nei movimenti e la grazia noncurante con cui mosse la sua testa ricciuta, sorpresero alquanto Sir Wilfrid. Si era aspettato di trovare un altro genere d’individuo.

— Le cederò il mio posto — disse il capitano in tono gaio. — Ho avuto la mia parte a usura.

— Devo condurle la Duchessa? — chiese Mademoiselle Le Breton, sottovoce, inclinandosi dietro la spalliera della poltrona di Lady Henry.

La Duchessa si volse bruscamente verso di lei.

— Faccia precisamente quello che le aggrada — rispose una voce aspra, sommessa ma imperiosa come una lama di spada. — Se mi vuol vedere, sa dove trovarmi.

— Essa sarebbe dolente.

— Ne jouez pas la comédie, ma chère! Dov’è Jacob?

— Nell’altra sala. Devo forse dirgli che lei lo domanda?

— Lo manderò a cercare io, quando mi accomoderà. Intanto, siccome vi avevo specialmente raccomandato di avvertirmi appena egli veniva....

— Egli è qui da soli venti minuti — mormorò Mademoiselle Le Breton. — Credevo che mentre c’era il Vescovo, lei non desiderasse essere disturbata.

— Credevo, credevo! — Lady Henry crollò le spalle con violenza e proseguì in francese: — Comme toujours, vous vous êtes trop bien amusée pour vous souvenir de mes instructions, voilà la vérité. Docteur Meredith! — e l’imperiosa persona si volse bruscamente dalla parte del giornalista — col vostro consenso dirò a Sir Wilfrid chi ha fatto in luogo vostro la critica del suo libro.

— Oh! in nome del cielo — ve lo proibisco con tutta l’energia di cui mi sento capace! — disse il giornalista spaventato, alzando le mani in atto supplichevole, mentre che Lady Henry, felice dell’effetto prodotto colla sua allusione maliziosa e inaspettata, ricadeva nella sua poltrona con un sorriso di amara soddisfazione.

Nel frattempo l’attenzione di Sir Wilfrid Bury era ancora cattivata da Mademoiselle Le Breton. Durante il dialogo fra lei e Lady Henry egli aveva notato uno straordinario mutamento da parte della signorina. La disinvoltura e la grazia erano scomparse. Il di lei tono era umile, e tutto il suo essere sembrava sussultare di ansietà e di timore. E nel momento in cui stava ritta dietro la poltrona di Lady Henry, stringendo convulsivamente le mani l’una nell’altra come per frenarle, Sir Wilfrid ricevette una nuova impressione. Lady Henry aveva trattato la sua dama di compagnia con una malagrazia altiera e sdegnosa, e in faccia alla sua padrona Mademoiselle Le Breton lo aveva sopportato con aria sottomessa e quasi servile. Ma ora mentre si stava silenziosa dietro alla vecchia signora che l’aveva vilipesa, il suo viso così espressivo e il suo corpo delicato e nervoso parlavano per lei con una energia indiscutibile. I suoi grandi occhi neri lampeggiavano e sembrava la personificazione della collera e dell’orgoglio umiliato. — Che donna pericolosa, e che strana situazione, pensava il diplomatico mentre proseguiva a parlare della politica dell’Asia Centrale e degli ultimi pettegolezzi di Smila co’ suoi due compagni.

Intanto il capitano Warkworth e Mademoiselle Le Breton erano tornati assieme nella gran sala, e poco dopo anche il D.r Meredith prese commiato. Lady Henry e il suo vecchio amico rimasero soli.

— Sono dolente di sentire che la vostra vista è più debole che per il passato — disse Sir Wilfrid avvicinandosi a lei.

Lady Henry sospirò con impazienza. — Tutto va di male in peggio. Vi è una malattia di cui nessuno guarisce, mio caro Wilfrid, e già da molto tempo essa si è impadronita di me.

— La vecchiaia, volete dire? Oh! non siete molto da compiangere per questo — rispose Sir Wilfrid sorridendo. — Molti cambierebbero la loro gioventù colla vostra vecchiaia.

— Allora vuol dire che il mondo contiene un maggior numero d’imbecilli di quanto supponessi! — disse Lady Henry con energia. — Per qual ragione si dovrebbe cambiare con me, povera vecchia cieca e gottosa, senza figli nè alcuno al mondo a cui importi se vivo o se muoio!

— Ah! questa è una disgrazia, non lo nego — disse Sir Wilfrid con bontà. Ma io torno dopo tre anni di assenza, e trovo la vostra casa più affollata che mai. Avete nei vostri saloni tutte le persone più distinte di Londra. È doloroso per voi di non poter più riceverle come per il passato — ma sedete qui come una regina, e la gente si disputa l'onore di qualche minuto d’udienza.

Lady Henry rimase seria, e posando una delle sue mani aggrinzile sul braccio di lui: — C’è qualcuno che ei può udire? — diss’ella sottovoce. Sir Wilfiid fu commosso dal timore impotente del suo gesto e del suo sguardo vagante.

— Nessuno — siamo affatto soli.

— Ebbene! non vengono per me.... tutte quelle persone! — mormorò essa tremante e indicando con una mano la sala principale.

— Cara amica, cosa intendete dire? — Vengono.... avvicinatevi un poco, non voglio essere udita. Vengono per una donna che ho accolta in casa mia in un momento di demenza — e che ora mi ruba i miei migliori amici, e prende il mio posto nella mia propria casa!

Il pallore di quel viso in rovina aveva perduto tutta la sua cerea dignità; la voce sommessa sibilava all’orecchio di Sir Wilfrid. Oltremodo stupito, egli esitò prima di rispondere. Lady Henry che non poteva vederlo, sembrò indovinare il mutamento della sua espressione.

— Oh! mi figuro che mi crederete pazza o ridicola! — diss’ella con impazienza. — Ebbene, guardate e giudicate voi stesso. A dire il vero, aspettavo con impazienza il vostro ritorno, lo imploravo, lo invocavo. Mi avete aiutato altre volte a trarmi d’impiccio, e nel mio stato d’animo presente non credo più a nessuno, e non parlo più ad alcuno che di banalità. Ma vi sarei assai riconoscente se veniste da me in questi giorni a sentire quello che ho da dirvi e — specialmente a consigliarmi.

— Col massimo piacere — disse Sir Wilfrid imbarazzato; poi dopo una pausa: — Chi è quella signorina che trovai installata in casa vostra?

Lady Henry esitò — poi chiuse la bocca per frenare la tentazione di parlare.

— Non è una storia che possa raccontarvi questa sera — diss’ella — e il parlarne mi sconvolgerebbe i nervi. Ma dite, vedendola per la prima volta, quale impressione avete ricevuto?

— Ho capito subito — rispose egli esitando — che avevate scelto una personalità.

— Una personalità! — ripetè Lady Henry con un sorriso irato. — È un modo come un altro di rispondere. Ma fisicamente non vi ricorda nessuno?

Sir Wilfrid rimase un istante pensoso.

— Sì, quel viso mi ha colpito fin dal primo momento. Ma non mi è possibile di trovare la somiglianza....

Lady Henry parve disillusa.

— Ebbene! Pensateci. Avete conosciuto benissimo sua madre. È tutta la vita che conoscete suo nonno e se andate, come suppongo, al Foreign Office, è probabile che lo incontriate questa sera. Essa gli assomiglia in modo sorprendente. In quanto al padre — non so ma credo che fosse una specie di essere vagabondo, ed è assai probabile che l'abbiate trovato sul vostro cammino.

— Conobbi sua madre e suo padre? — disse Sir Wilfrid stupito e meditabondo.

— Essi non avevano il diritto di essere suo padre e sua madre! — disse Lady Henry in tono mordace.

— Ah! — per cui se indovino....

— Sarete pregato di tener la lingua in bocca.

— Per il momento sono completamente all’oscuro — rispose Sir Wilfrid.

— La memoria vi si rischiarerà forse col tempo. In ogni modo non posso dirvi nulla ora. Ma quando tornerete? domani? a colazione? Ho proprio bisogno di voi.

— Sarete sola?

— Certamente! Questo almeno mi è ancora concesso! di far colazione come piace a me e con chi piace a me! — Chi entra ora? Ah! non occorre dirmelo!

Lady Henry si volse verso la porta raddrizzando il corpo con una dignità istintiva e passionata che colpì d’ammirazione il suo vecchio amico.

La piccola Duchessa si avvicinava in un fruscio di seta e di merletti, preceduta dal profumo di violette di Parma che le ornavano a profusione il petto e le spalle. Essa si avanzava con graziose precauzioni come se camminasse su una mina pronta a esplodere.

— Zia Flora! concedimi un minuto.

— E perchè non dieci se li desideri — disse Lady Henry porgendo tre dita alla nuova arrivata. Avevi promesso ieri di venire a darmi il resoconto del ballo di Devonshire House. Ma non importa, te ne sei scordata.

— No, te lo prometto! — disse la Duchessa confusa. — Ma mi sembravi così bene occupata questa sera con altre persone! Ed ora....

— Ora, te ne vai — disse Lady Henry con ostile serenità.

— Freddie pretende che è necessario — disse l’altra come una bambina che si scusa.

— Alors! — rispose Lady Henry alzando la mano. — Sappiamo tutti che sei un modello d’obbedienza. Buona sera.

La Duchessa arrossi, sfiorò la mano di sua zia, e volgendo un viso sdegnato verso Sir Wilfrid, essa lo salutò coll’aria di fargli capire che voleva vendicare su di lui l’ingiuria che provenendo da Lady Henry doveva essere sopportata senza replica anche da una bimba viziata davanti a chi di solito tutto cedeva.

Venti minuti più tardi Sir Wilfrid entrava nel primo dei vasti saloni del Foreign Office. Egli si guardava attorno collo stesso senso di piacere che aveva provato sulla scala di Lady Henry. Dopo cinque anni passati a Teheran, e il suo lungo viaggio di ritorno attraverso il deserto, tutte le cose più banali di quel ricevimento lo rallegravano: i lumi, le dorature, lo scintillìo dei gioielli, le uniformi scarlatte, il frastuono e il movimento di quella folla elegante. Poi dopo il primo momento di intimo piacere, si produsse un godimento di secondo grado; i riconoscimenti, le parole di benvenuto, che in seguito a un’assenza prolungata mostrano a un uomo quale posto occupi nella società, ne riassumono il passato e predicono l'avvenire. Sir Wilfrid non aveva motivo di lagnarsi: dei ministri, delle dame del gran mondo, dei membri del Parlamento, e tutta quella parte permanente del mondo ufficiale che governa, ma che non regna; militari, giornalisti, avvocati, tutti sembravano felici di stringergli la mano. Egli era tornato preceduto dalla fama di aver adempiuto brillantemente dei servizi difficili, e la società inglese ne lo ricompensava coll’usata maniera.

Verso la una egli si trovò trascinato da una folla di persone che si pigiavano verso la scala per vedere la partenza di un’Altezza Reale. Davanti a lui un uomo d’alta statura si volse indietro in cerca di alcune signore da cui era stato separato dalla folla. Sir Wilfrid riconobbe Lord Lackington, veterano d’una prodigiosa giovinezza, pittore, poeta e marinaio, il quale all’epoca in cui era stato luogotenente di vascello, aveva festeggiato Byron a bordo della sua nave, nel mar Egeo, e di cui la fama riempiva anche oggi tutti i giornali, come d’uno dei più autorevoli riformatori della marina. A sessantacinque anni, la sua personalità seduceva ancora quasi tutte le donne, sfidando la maggior parte degli uomini.

Mentre il vecchio gentiluomo si voltava, egli sorrideva per qualcosa che gli era stato detto in quel momento; e i suoi occhi neri sotto ai suoi capelli bianchi come l’argento esaminavano la folla coll’animazione di un giovane di vent’anni. Una energica fiamma di vitalità brillava ancora nella sua fisonomia, come un sole che tramonta in un cielo senza nubi. Il viso conservava una vivacità eccessiva e che colpiva. La bocca era sgradevole e il mento comune. Ma l’aspetto generale era tuttora sorprendente.

Sir Wilfrid vedendolo, sussultò. Egli rivide il salone di Bruton Street; la figura e il viso di Mademoiselle Le Breton; le frasi con cui Lady Henry aveva tentato di metterlo sulla buona pista. La sua memoria rievocò gli anni trascorsi — riunendo i ricordi di uno scandalo sepolto da tanto tempo.

— Ma sì! Ma sì! — diss’egli fra sè non senza eccitazione. — Essa non assomiglia a sua madre; ma possiede tutti i tratti caratteristici della razza materna.

Capitolo II

Era una fredda e limpida mattina di febbraio ed un pallido raggio di sole faceva capolino fra le piante sfrondate di Hyde Park. Sir Wilfrid dall’Arco di Marmo si dirigeva verso il lunch di Lady Henry. Egli godeva con delizia l’aggradevole sensazione di calore procuratagli dal suo soprabito a bavero di pelliccia, cosa che non gli impediva però di invidiare la gioventù spensierata ch’egli incontrava per via, e i monelli senza giubbe, colle guancie rese vermiglie dall’aria pungente.

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