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Novelle orientali

Gasparo Gozzi · 1841 · Free in the US

19,327 words · about 1 h 21 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Gasparo Gozzi
Language
Italian
Published
1841
Length
19,327 words · about 1 h 21 min
Sections
20 reader sections
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Digital text
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Public domain in the United States

 

Contents (20)

Continue:

I. Avventure della figliuola di un Visir

Il reame di Kachemire era un tempo governato da un principe chiamato Aladino, il quale avea una figliuola che senza contraddizione veruna sarebbe stata la più perfetta bellezza dell’Oriente, se questa vittoria dalla figliuola di un Visir non le fosse stata contrastata. In tutto l’Oriente non si ragionava di altro, che delle attrattive di queste due principesse. Molti re, affidati alla fama che ne correa, si erano lasciati accendere di amore per loro, e già pensavano a richiederle in maritaggio. Difficilmente si potea stabilire qual delle due fosse la più compiuta; ma, o fosse prevenzione, o che la figliuola del Visir, meno superba e più umana della sua rivale, avesse presi gli animi della moltitudine, tutt’i partiti ed i voti erano a suo favore.

La figliuola del re, nel vedersi preferita Ghulnaz (che tal era il nome della figliuola del Visir), cadde in una malinconia e languidezza di morte. Il padre atterrito chiamò i medici a sè, i quali lo accertarono che il male della principessa derivava da qualche segreto dispiacere.

Il re fece strette instanze alla figliuola perchè gli manifestasse il cuor suo; e a fine che ella a ciò far s’inducesse, le si obbligò con solenne giuramento di acconsentire a qualunque domanda gli facesse, quando anche gliene fosse costata la metà del regno. La figliuola di Aladino non solo non avea cuore di scoprire a lui la sua vilissima invidia, ma avrebbe voluto celarla a sè stessa; pure, tocca da’ contrassegni di tenerezza che le dava il padre, e dal profondo dolore che in lui vedea, non potè durare più oltre, e gli confessò Ghulnaz essere la cagione della sua infermità, la quale non potea più cessare se la sua odiata rivale non fosse di là stata allontanata.

Aladino procurò di consolare la figliuola; e l’assicurò che fra poco tempo non avrebbe più udito parlare di colei ch’era cagione de’ suoi travagli. In fatti fece chiamare il ministro a sè, e gli disse: Visir, non senza mio dispiacere vi comando che vendiate la figliuola vostra: veggo io bene, quanto ciò all’animo vostro costerà; ma trattasi della vita della figliuola mia. Attendo da quel fervore che avete sempre dimostrato per me, questo sagrificio.

Il Visir, tutto intorbidato il cuore, stette alcun tempo in bilancia fra l’amore e l’ambizione; ma finalmente rimase superiore questa seconda passione, ed affogò le voci della natura. Gli rimase però tanto di vergogna, che non potè deliberarsi di esporre la figliuola agli occhi di tutti; onde per isfuggire tale obbrorio, immaginò di farla mettere in un cofano, e fatto venire un banditore a sè, gli parlò in tal guisa:

Venderai questo cofano quarantamila aspri; ma odi i patti: colui che ne farà l’acquisto, lo prenda senza vedere che vi è dentro. Il banditore fece dei tentativi per eseguire gli ordini del Visir, ma invano: la condizione posta al contratto facea allontanare quanti comperatori si presentavano. Un portatore di acqua, uomo giovane e più degli altri coraggioso, sospettò che vi fosse arcano, e si offerse a correre il rischio; onde, presa in prestanza la somma assegnata da un negoziante suo amico, la sborsò, ed arrecò il cofano a casa.

Chi potrebbe immaginare com’ei rimase maravigliato e lieto allorchè, aperto in fretta in fretta il cofano, vi trovò una fanciulla ch’era un incantesimo a vederla? Oh bella Hurì, le diss’egli, chè certamente tu sei una delle celesti Ninfe riserbate alla consolazione degli eletti nell’altro mondo; per quale strana avventura sei tu chiusa in questo cofano? La figliuola del Visir, che non volea darsi a conoscere, gli rispose: Tu vedi una infelice dalla mala sorte perseguitata: fortuna volle che io fossi tua schiava; io non mi querelo, e tu ritroverai in me tutta quella sommessione e quella fedeltà, di che sono a te debitrice.

Tali erano le bellezze e le attrattive di Ghulnaz, che il padrone di lei ne fu interamente preso, ed attonito rimase. Era costei una schiava, e ne potea disporre a sua volontà; ma egli avea, rispetto all’amore, una delicatezza di sentimento ch’era di molto superiore alla sua condizione. Se la sua felicità fosse stata conseguenza dell’autorità e della forza, gli sarebbe sembrata non intera, ed egli volea averne tutto l’obbligo all’amore. Prese adunque la risoluzione di restituire a Ghulnaz la libertà, e poscia stringersi a lei col vincolo di maritaggio, ma prima di dare esecuzione al partito preso, volle far prova di lei, per vedere s’ella era degna di quella sorte che a lei avea fra sè destinata. La condusse alla casa di sua madre, la quale dimorava in una piccola città discosta da Kachemire una giornata di cammino. Madre mia, le disse, ho certe intenzioni intorno a questa schiava da me ora affidata alla vostra attenzione: ammaestratela nel contegno, ed esaminatela s’ella è, come bella, anche saggia. Indi prese congedo dalla madre e da Ghulnaz, assicurandole che fra poco vi sarebbe ritornato.

La bella schiava in breve tempo si acquistò l’animo di colei che avea posto al mondo il suo padrone: quella sua dolcezza, quella compiacenza in ogni cosa tanto le piacquero, che cominciò fra poco ad amarla come se fosse stata sua figliuola. La buona femmina che facea vita povera e stentata, avea sempre comportato ogni cosa pazientemente; ma dappoichè vivea con Ghulnaz, non si può dire quanto si mortificasse di vederla a parte della sua miseria, e desiderava ricchezze per farle una fortuna più degna della sua virtù.

Dal lato suo l’amabilissima fanciulla, tocca il cuore dalla infelice condizione di colei che le dava mani- feste prove di tanta bontà, procurò di sollevarla; e datole lui diamante da lei celato quando il suo barbaro padre l’avea nel cofano serrata, ordinò alla vecchia che lo vendesse pel prezzo di duemila zecchini. Essendo il diamante bellissimo, la vecchia ritrovò in pochi momenti comperatore, e tutta lieta ritornò a colei, a cui dava ella il nome di cara figliuola.

Ghulnaz prese a fitto per sè e per la compagna una casa più agiata e spaziosa, e con puliti mobili la fe’ guernire: e già cominciava a consolarsi delle sue disavventure e ad accordare l’animo alla condizione in cui si ritrovava, quando altre nuove calamità la rendettero più degna di compassione di quel che prima fosse. Quantunque facesse una vita la più solitaria del mondo, e andasse fuori assai di rado e sempre colla faccia velata, la fama della sua bellezza si disperse per la città in cui vivea, ed un giovane ne divenne perdutamente innamorato, sicchè ebbe ardimento di palesarle il suo amore. Ma non essendo riuscita a codesto sfacciato la cosa com’egli avrebbe voluto, tanto ne prese sdegno, che l’amore si cangiò in odio, per modo che deliberò di far vendetta di colei che non facea conto del suo amore. Andò alla volta di Kachemire, e riconosciutosi col portatore di acqua: Quanta, egli disse, ho compassione di te, che mentre tu allevi con attenzione una ingrata, e se’ qui abbattuto dagli stenti, ella nuota in una colpevole abbondanza, procacciatasi dalle sue brighe con gli amanti!

Il portatore di acqua montato sulle furie, senza punto esaminare se la nuova datagli avesse fondamento veruno, di là si partì per farne vendetta. La bellezza della casa in cui alloggiava la madre, la galanteria de’ mobili, ogni cosa gli conferma tradimento: entra. Ghulnaz che non sospettava di nulla, come colei ch’era del tutto innocente, levasi per andargli incontro: non le dà tempo; le si avventa e le immerge nel seno un pugnale che tenea sotto la veste celato; e vedendo che non cade al primo colpo, vuoi replicare il secondo; ma l’atterrita Ghulnaz lo sfugge, gittandosi dalla finestra.

Un Ebreo che per quella strada passava, vedendo una fanciulla nel suo sangue bagnata, l’alza di là, e in sua casa la conduce. Intanto la madre del portatore di acqua, la quale dimorava nella vicina stanza, era corsa allo strido di Ghulnaz. Vede il figliuolo col furore negli occhi dipinto, e col pugnale in mano tinto di sangue: Figliuolo mio, dice, contro a chi tanto sdegno? Ghulnaz dov’è? Risponde egli: Questo ferro in questo punto mi ha vendicato di una perfida che mi facea tradimento. Oimè, qual errore è il tuo! grida atterrita ed amaramente piangendo la vecchia: oh quante lagrime ti costerà! ingiustamente hai fatto morire la più amabile e virtuosa di quante fanciulle sono al mondo. Gli raccontò allora con quanta generosità Ghulnaz l’avesse cavata di miseria.

Il portatore di acqua si lasciò allora andare in preda al più vivo dolore: scese in istrada, credendo di trovare la sua cara Ghulnaz, ma era sparita; corse qua e là per la città tutta senza averne traccia.

Intanto l’Ebreo mandò per un cerusico, il quale, poichè ebbe con diligenza visitata la ferita della figliuola del Visir, affermò che non era mortale; nè s’ingannò, perchè in breve ricoverò salute e attrattive. Non potè l’Ebreo guardarnela con indifferenza, e le dichiarò la passione da uomo innamorato che volea essere ubbidito. Inorridì Ghulnaz del sovrastante pericolo, e vedendosi con tanta ristrettezza custodita, che non potea fuggire, deliberò di gittarsi in mare che bagnava le mura della casa dell’Ebreo, stimando la perdita della vita essere un nulla, purchè avesse potuto salvare il suo onore. Per porre ad esecuzione il pensiero era di necessità che l’amante si scostasse da lei; onde finse di consentire a quanto volea, ma prima volle che andasse al bagno a lavarsi.

L’Ebreo se ne andò. Ghulnaz apre la finestra e si lancia intrepida in mare. Tre fratelli che in que’ con- torni pescavano, la veggono che si dibattea fra l’onde; e come coloro ch’erano attissimi nuotatori, la prendono alle vesti, la mettono nella loro barchetta, e vanno a proda di una prateria dall’altro lato della città.

La figliuola del Visir richiamata alla vita per diligenza de’ tre fratelli, si trovò esposta a pericolo più grave di quello che avea sfuggito. Vivissima fu l’impressione che la sua estrema bellezza fece ne’ tre fratelli: si accese fra loro grand’ira e quistione: ognuno la volea per sè. Erano per venire alle mani, quando il caso condusse vicino a loro un giovane a cavallo, che venne eletto per giudice; a’ quali, poich’egli ebbe inteso il fondamento della disputa, disse: La sola fortuna può dar termine alla quistione fra voi. Io scoccherò tre frecce da tre opposte parti; chi fra voi sarà il primo a ricogliere una delle frecce, sarà colui che possederà la giovane. Parve la proposizione così ragionevole a pescatori, che senza punto dubitarne l’accettarono. Il cavaliere tira l’arco, scocca l’una dietro all’altra le saette a tre diversi punti, ed i tre fratelli si spiccano in furia, con isperanza ognuno di essere il primo a giungere alla meta. Il cavaliere che dilungati gli vede, balza a terra, mette Ghulnaz in groppa, risale a cavallo, e di carriera sparisce via da’ pescatori e arriva al suo villaggio.

Volea il destino di Ghulnaz, ch’ella dovesse accendere di amore quanti la vedeano: appena ebbe il cavaliere posto il piè a terra, che le dichiarò la sua violenta passione. Ella, vedendo che non potea scansarsi dal nuovo assalto salvo che coll’accortezza, non diede indizio di sdegno, e paziente stette ad udire la sua dichiarazione, anzi mostrò che le piacesse; ma solamente lo scongiurò ad indugiare la sua felicità fino alla notte. Un nuovo pensiero, disse la figliuola del Visir, mi nasce, strano, è vero, ma che potrà giovare alla vostra ed alla mia tranquillità. Non c’è chi sappia ancora il mio arrivo in questo luogo; prestatemi uno de’ vostri abiti da uomo; date a credere che io sia uno de’ parenti vostri che ri- torni da paesi lontani: non essendoci chi possa sospettare che io sia femmina, non avrete a temere di rivali. Il cavaliere fuori di sè per così bel trovato, le diede uno de’ vestiti suoi, del quale essendo ella vestita, gli disse: Ora voglio io farvi vedere a prova che io so fare da uomo, quale vi apparisco agli occhi, e che pochi uomini hanno la destrezza mia nel reggere un cavallo. Disse, e ad un tempo salta con leggerezza sul cavallo del cavaliere, gli fa far più caracolli qua e colà; e mentre ch’egli ne ammira il bel garbo, ella a poco a poco si allontana, dà di sprone al cavallo, lo mette alla carriera, e come lampo sparisce agli occhi del cavaliere che sembra statua. Il timore di essere inseguita la fece correre per tutto il restante del giorno e tutta la notte, senza sapere per qual via andasse.

I primi raggi del sole che toccarono l’orizzonte, le fecero scoprire una gran città, verso la quale, non sapendo che farsi, rivolse i passi. Non si può dire quanta fosse la sua maraviglia a vedere che gli abitatori di quella venivano a riscontrarla, dicendole: Morto è il re nostro stanotte, e non avendo egli lasciato erede del suo trono, e perciò temendo di una guerra civile, ordinò col suo testamento che vi si mettesse a sedere quel primo che fosse trovato all’apertura delle porte della città. Ghulnaz accolse con aria ad un tratto maestosa ed affabile gli omaggi de’ suoi nuovi sudditi che non si sognavano punto nè poco di credere lei donna. Passò per le vie fra le acclamazioni del popolo, e andò a prendere possesso del palagio ch’era l’ordinaria dimora dei re di quella nazione.

Ritrovatasi ella sul trono, cominciò ad impiegare tutta sè nel reggere lo Stato. Elesse visiri pieni di lumi e d’integrità, e principalissima cura avea che fosse fatta giustizia ad ognuno. Ammiravano i sudditi la prudenza del suo governo, e benedicevano la sorte che avesse loro fatto ritrovare un re più occupato della felicità loro, che della sua propria.

Avea la bella Ghulnaz per qualche tempo tenuto il regno, quando fece rizzare una fontana magnifica alle porte della città, e quando fu compiuta, fece fare il suo ritratto; ma senza manifestare al pittore le ragioni che avea particolari segrete, volle essere figurata in vestimento di reina. Il ritratto venne allogato in sulla cima della fontana, e certe spie collocate in alcuni luoghi, ebbero commissione di condurle innanzi tutti coloro che considerando quel ritratto avessero gittato qualche sospiro o manifesto sentimento di dolore.

Intanto il portatore di acqua non potea confortarsi dell’amata schiava da lui perduta, e andava trascorrendo qua e colà per le città tutte, sperando di scoprirne qualche traccia. Giunto un dì a questa fontana, appena gli corse agli occhi le sembianze dell’amata donna che gli era sempre nel cuore, che gittò un profondo sospiro. I soldati lo presero in sul fatto e lo condussero innanzi a Ghulnaz, da lui in quella mentita veste da uomo non conosciuta, la quale con faccia sdegnosa gli comandò che dicesse qual cagione mosso l’avesse a versar lagrime alla vista del ritratto collocato sulla fontana. Egli tremando da capo a piedi le narrò le sue disgrazie, e Ghulnaz lo fece chiudere in prigione.

Guidò il caso di là a qualche tempo i tre fratelli pescatori alla stessa fontana: riconobbero nel ritratto colei che aveano salvata dal naufragio; a tal vista la male estinta fiamma si riaccese, nè fu possibile che non sospirassero. Vennero anch’essi condotti davanti a Ghulnaz, la quale, dappoichè ebbe fatte loro le stesse domande che al portatore di acqua, ne gli mandò parimente in prigione. Il Cavaliere e l’Ebreo giunsero anch’essi alla stessa fontana, e avendo palesata la stessa tenerezza, soggiacquero alla medesima sorte.

Quando si trovarono tutti raccolti, la figliuola del Visir volle che le fossero condotti innanzi. Se quella persona ch’è oggetto de’ vostri desiderj e della vostra passione, vi comparisse ora qui agli occhi, disse tutta commossa nell’animo, la riconoscereste voi? Non sì tosto ebbe queste parole proferite, che spiccandosi il regio mantello, si fece vedere col suo vero vestito di femmina. Tutti e sei le caddero alle ginocchia, e le domandarono pietà e perdono di quell’eccesso, a cui un violentissimo amore gli avea tratti. La figliuola del Visir, buona ed umana, gli rilevò, e prendendo il portatore di acqua alla mano, lo fece seco sedere sul trono, e lo fe’ vestire degli ornamenti reali. Raunando finalmente i grandi del regno, narrò la sua storia, e gli pregò che riconoscessero per loro re colui ch’era già stato suo padrone. Di là a pochi dì lo prese per marito, e furono fatte le nozze solenni e veramente reali. L’ebreo, i tre fratelli pescatori ed il cavaliere vennero rimandati a’ paesi loro carichi di ricchezze, i quali, per quanto fossero belle e grandi, non poterono mai di cotanta perdita racconfortarsi.

II. Crudeltà non più udita di un padre

Un negoziante detto Kebal avea presa per moglie una giovane donna bella e ricca; e quantunque la legge maomettana ammetta la pluralità delle mogli, costei, imperiosa di natura, non volle mai con altra donna dividere nè il cuore, nè il letto del marito. Kebal, uomo debole e al tutto sottoposto a lei, avea timore di una moglie, da cui avea ricevuta la sua sorte, anzi giurata le avea una fedeltà da non mancarle; ma trovandosi da lei lontano, poco durò a dimenticarsi de’ giuramenti a lei fatti.

Essendo stato costretto dalle faccende del suo traffico a fare un viaggio, s’innamorò di una giovinetta schiava, da lui comperata pel prezzo di cinquecento zecchini. A capo di nove mesi la schiava gli partorì un fanciullo, la cui nascita non solo non fu allegrezza al padre, ma gravissimo spavento.

Kebal, il quale volea nel suo governo domestico la pace, non ebbe punto ribrezzo di acquistarsela con un delitto: la moglie da lui lasciata in dimenticanza, in un momento di ebbrezza gli si presenta alla fantasia, e per timore di una donna gelosa, spogliasi di ogni sentimento umano. Comincia dal sagrificare, per aver tranquillità, lo sventurato oggetto del suo amore: poichè egli ebbe fatta morire la madre, volle anche sacrificare il figliuolo; ma la voce della natura, per quanto fosse crudele, si fece udire nel cuor suo a suo dispetto, e gli arrestò il braccio; e per non versare il proprio sangue, prese il partito di portare il fanciullo in un deserto, stimando che l’innocente vittima dovesse quivi fra poco perire. Ma la divina provvidenza che custodiva la vita del fanciullo, condusse un pastore là dov’era stato abbandonato: bellezza, gridi, miserie, ogni cosa commosse il povero pastore, il quale lo arrecò alla sua capanna, dove la moglie, non men di lui compassionevole, si prese l’obbligo volentieri di allevarlo e gli diede per balia una capra. Era egli pervenuto agli anni quattro dell’età sua, quando Kebal viaggiando passò per la villa in cui dimorava il pastore, e divenne suo ospite: vide quivi il figliuolo proprio da lui non conosciuto; ma o fosse che la sua gran bellezza gli facesse colpo, o che natura gli parlasse a pro di lui, si commosse al vederlo, e domandò al pastore s’egli era suo padre.

Non si può dire lo stupore di Kebal quando il pastore gli ebbe narrato in qual forma ritrovato avea il fanciullo, e conobbe ch’era il suo figliuolo. Dietro all’affetto del sangue che gli avea tocco il cuore, ne vennero i sentimenti di un odio mortale; con tutto ciò s’infinse, e fece le viste che gli piacessero le fattezze del fanciullo; domandò con instanza al pastore che glielo vendesse, e gli offerse cinquanta zecchini.

Il pastore considerando la sua povertà, l’amicizia pel fanciullo, e tenendo per cosa certa che sarebbe stato più fortunato con un uomo ricco che in sua compagnia, consentì all’offerta. Non potea immaginarsi mai quello che sovrastava al suo allievo.

Non sì tosto l’ebbe Kebal nelle mani, che seco via di là lo condusse sulla riva del mare; nè bellezza, nè innocenza, nè tenere carezze, nè lagrime del povero fanciullo furono bastanti ad ammollire quell’animo di tigre. Prende il figliuolo, lo cuce in un sacco di cuojo, e gittalo in mare, dicendo fra sè: Ora non fuggirai tu la morte. Ma altro avea disposto il Cielo. Il sacco diè nelle reti di un pescatore che nello stesso punto lo trasse di là per caso.

Maravigliasi il pescatore, apre il sacco, e vedendovi dentro un fanciullo che respirava ancora, lo tiene sospeso pei piedi, e richiamatolo in vita, lo si arreca alla sua capanna. Era il figliuolo di Kebal destinato dalla fortuna a ritrovare in ogni luogo anime tenere ed affettuose, trattane quella del suo barbaro padre.

Il pescatore lo allevò nell’arte sua, nella quale il giovanotto divenne famoso per la sua destrezza e intrepidità. E già era pervenuto all’età di quindici anni, quando Kebal, il quale spesso facea viaggi pel suo traffico, passò per quella città in cui dimorava il giovine, e lo riscontrò in compagnia del pescatore che gli avea salvata la vita, carichi l’uno e l’altro di pesci che andavano vendendo qua e colà per le strade. Il bello aspetto del giovine corse agli occhi di Kebal, il quale per avere l’opportunità di sapere chi egli fosse, comperò certi pesciatelli dal pescatore, e poscia gli domandò se quegli era suo figliuolo. Gli rispose il pescatore che non era suo padre, e gli narrò in qual modo l’avea trovato nelle reti cucito in un sacco.

Kebal riconosciuto il figliuolo, non potea fra sè intendere come avesse potuto sfuggire una morte ch’egli avea stimata sicura: onde disperato di vedere la pessima riuscita di tante colpe, deliberò di prendere meglio che prima le sue misure: offerì al pescatore cinquecento zecchini pel prezzo del giovane, ed il mercato in breve fu conchiuso.

Kebal tenendosi tuttavia celato al figliuolo, lo tenne appresso di sè come schiavo, e nè modestia, nè fedeltà di lui, nè altro potè rintenerire il duro cuore del padre, che sempre più era determinato a farlo morire.

Erano già corsi due anni dachè il suo figliuolo lo serviva con un fervore senza pari, quando gli consegnò una lettera sigillata, e gli disse: Vanne a Bagdad, quivi ritroverai mia figliuola, e le darai questa lettera. In essa le raccomando che si prenda cura di te: tu ti rimarrai appresso di lei fino al mio ritorno, che fra poco ti verrò dietro.

Ubbidì il giovane a Kebal, e si pose subitamente in cammino. Giunto a Bagdad, s’informò dov’era l’abitazione del suo signore; e picchia all’uscio che gli viene additato. La figliuola di Kebal apre e vede un giovane bello che parea Amore, il quale le dà una lettera da parte del padre. Impaziente l’apre; ma non si potrebbe dire da quanto orrore venne côlta leggendo queste parole: Chi ti darà questa lettera è il mio maggiore nemico: a te lo mando perché tu lo faccia morire. Chieggoti tal prova del tuo affetto verso di me.

La figliuola di Kebal, non somigliante punto al padre, avea un cuore semplice e pieno di sentimento di umanità; onde, considerato con maggiore attenzione colui che le avea data la lettera, non potè sfuggire amore, dal quale le fu posta in cuore la via di salvare la vita a colui che in un punto era a lei carissimo divenuto, e di farlo suo per sempre. Impose dunque al giovane che l’aspettasse, e scrisse, contraffacendo il carattere del padre suo, un’altra lettera contenente queste parole: Colui che vi arrecherà questa lettera, è a me più caro che se fosse mio figliuolo; lo riguarderete dunque come un altro me stesso; affidategli l’amministrazione di tutte le mie facoltà, e fate sì che prenda per isposa Melahiè mia figliuola.

Poiché in tal guisa ebbe scritta la lettera, la sigillò; indi ritornata alla stanza dove avea lasciato il giovane, gli disse: Voi avete preso sbaglio; la lettera da voi datami era indirizzata a mia madre; venite meco al suo appartamento. Il giovane Kebal consegnò la lettera alla madre, la quale poichè l’ebbe letta, non sospettando punto che non fosse del marito, fece secondo l’ordine che letto avea, e diede per isposa al giovane la figliuola.

Intanto Kebal avendo terminate le sue faccende, ripigliò il cammino verso Bagdad, dove essendo giunto, rimase all’estremo maravigliato, ritrovandovi il figliuolo suo vivo e sano più che mai fosse; e ben più si maravigliò e quasi uscì di sè, quando riseppe ch’era divenuto suo genero. Tutti gli pareano casi da non potergli credere; ma il timore di avere a scoprire i suoi delitti gli fece passar la voglia di sapere come fosse stata la cosa, e prese lo spediente della dissimulazione, e mascherò sotto le apparenze dell’amicizia quell’odio mortale che portava tuttavia sempre a quell’innocente figliuolo. Melahiè sua figliuola non si lasciava tuttavia ingannare da quella falsa tranquillità, ma sempre più innamorata del suo caro sposo, tenea aperti bene gli occhi e vegliava ogni passo del padre.

Kebal di là a qualche tempo dopo il suo arrivo donò un montone a’ servi suoi, con molte secchie di vino; e disse loro: Statevi trionfando sta notte, e festeggiate il mio felice ritorno alla patria; ma un servigio di grande importanza vi chieggo. Un segreto nemico tende agguati alla mia vita; stasera lo trarrò meco a casa mia; verso l’ora quarta della notte discenderà dalla scala delle mie stanze; non sì tosto vi accorgerete di lui, che gli sarete coi pugnali addosso.

Venuta l’ora assegnata, Kebal ordinò al figliuolo ch’egli andasse alla corte dov’erano i domestici suoi, e che un certo ne conducesse davanti a lui: e già era per mettere piede sulla scala fatale, quando la moglie di lui, piena di sospetto com’era, lo arrestò, e lo scongiurò a non effettuare una commissione, nella quale parea a lei di vedere che vi fosse qualcosa di misterioso, e ne lo condusse seco.

Era Kebal intanto da varie passioni travagliato; ed essendo già passata mezza ora, ch’egli non avea ancora novella veruna della riuscita dell’iniquo ordine, volle pur sapere se finalmente i domestici suoi aveano mandata a fine la sua vendetta; per la qual cosa, mentre ch’egli scendea facendo qualche romore, coloro che aveano l’ordine suo ricevuto, e non aveano fino allora udito uomo veruno scendere la scala, tenendo per fermo quella essere l’assegnata vittima, gli si avventano in quel bujo, e lo uccidono. Tale fu la fine assai ben meritata di cotesto barbaro padre. Colui, al quale egli avea data la vita ed a cui avea più volte tentato di levarla, ereditò tutte le facoltà di lui; ed essendo i suoi natali a lui incogniti, visse in pace colla sposa, nè mai seppe ch’ella fosse sua sorella.

Lo Storico orientale finisce la storia con questo proverbio arabo: Chi cava il pozzo al fratello, egli stesso dentro vi cade.

III. I tre truffatori

Un contadino conducea a Bagdad una capra: cavalcava un asino; lo seguita la capra con un campanelluzzo al collo. Tre truffatori videro passare questa picciola carovana, e di subito se ne invogliarono. Disse l’uno: Che sì ch’io trafugo a colui la capra in modo che non me la richiederà mai più? Ed a me, disse l’altro, dà l’animo di rubargli l’asino sul quale è montato. Oh veramente gran valenteria! disse il terzo: che direste voi, ch’io intendo di spogliarlo del vestito, e ch’egli me ne sappia grado?

Il primo gaglioffo, seguendo il viaggiatore pian piano a passo a passo, slaccia con destrezza il campanelluzzo dal collo della capra, l’appicca alla coda dell’asino e se ne va colla preda. L’uomo cavalcando l’asino, che tuttavia udiva sempre dietro a sè il suono del campanello, non dubitava punto che la capra non gli fosse dietro: di là ad un tempo si volta; si può pensare s’egli ebbe maraviglia di non veder più la bestia ch’era da lui condotta al mercato per venderla: ne domanda notizia ad ognuno che passa. Gli si affaccia il secondo maruiolo, e gli dice: Ho ora veduto da quel canto di quella viuzza colà un uomo che fuggiva, traendo seco una capra.

Il contadino smonta in furia dall’asino, e gli dice: Di grazia, abbilo in custodia, te ne prego; e la dà a gambe dietro al ladroncello da quella parte dov’ei credea che fosse andato. Dappoich’egli fu andato correndo qua e colà buon tempo, ritorna trasudato, e per colpo di fortuna non vede nè asino, nè custode.

I nostri due truffatori erano già andati bene avanti, contentissimo ognuno di essi della sua preda: il terzo attendea l’uom dabbene, standosi ad un pozzo appoggiato, donde avea di necessità a passare. Il truffatore traeva guai altissimi, dolendosi con tanta passione, che a colui, il quale avea perduto asino, e capra, venne tentazione di accostarsi ad uno che gli parea a dismisura afflitto, ed accostatosi gli disse: Di che vi disperate voi tanto? io so che voi non avrete tante disgrazie, quante sono le mie: ho perduto due bestie, il prezzo delle quali avrebbe stabilita la mia fortuna: l’asino e la capra mia mi avrebbero fatto ricco un dì. Oh, vedete perdita ch’è questa! ripigliò il ladroncello. Avreste voi mai, come ho io, lasciata cadere in questo pozzo una cassettina piena di diamanti, che io ebbi commissione di portare al Cadì? io sarò forse impiccato per ladro. Or chè non andate voi giù nel pozzo, ripigliò il contadino? non è già sì profondo. Oimè! io non ho destrezza che basti, ripigliò il truffatore; e voglio piuttosto andare a pericolo di essere impiccato, che annegarmi da me, come sono certo che avverrebbe: ma se ci fosse alcuno che volesse prestarmi questo servigio, volentieri gli darei dieci monete d’oro.

Il povero gabbato ringraziò il profeta Maometto che gli mettesse innanzi così bella opportunità di guadagno che potea ristorarlo della capra e dell’asino, e disse: Or bene, promettete a me le dieci monete d’oro, ed io riacquisterò la cassettina. Detto fatto; si tragge di dosso i vestiti con tanta destrezza, e sì pronto si cala nel pozzo, che il truffatore vede benissimo che appena avea tempo d’impadronirsi della sua preda.

Il contadino giunto al fondo del pozzo, non vi trovò cassetta, e risalito di là, fu chiarito della sua disgrazia: vestiti, asino, capra aveano prese tre strade diverse, e lo sventurato loro padrone potè con grandissimo stento appena trovar luogo e genti sì caritatevoli che si contentassero di rivestire il nudo suo corpo.

IV. I due Orsi

Un pittore ed un orefice, grandi e stretti amici, faceano viaggio insieme. Gli colse la notte vicini ad un monastero di Religiosi cristiani, dove furono con umanità accettati. Aveano i nostri due viaggiatori le borse vote per poter proseguire il viaggio; onde il pittore ch’era valente nell’arte sua, fece offerta ai monaci di lavorare pel monastero, e poco andò che si acquistò grandissimo concetto fra gli ospiti suoi, anzi gli aveano tanta fede, che fra poco gli fece pentire dell’avergliene tanta.

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