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Spagnolo e prologo
ct Spagnuolo. O come me spanto en ver estas maravillas! Que pueden significar estos aparatos y estas casas a qui? y estos hidalgos con estas mugeres y donzellas tan hermosas? Que quieren hazer estos senores? Todo sta muy bien, muy lindamente puesto. Por vida mia, que los italianos saben mucho y entienden muy bien las cosas del mundo. Pluguiesse a Dios que me topasse con alguna persona que me declarasse todo este magisterio! Mas cata qui! Por vida mia, que viene uno. Doy al diablo el habito que trahe, que no puedo conocer si es profeta o patriarca. Quierome iuntar con el. Buonos dias, sefior. Digame, de grada: quien es Vuestra Merced? o profeta o patriarca?
Prologo. Signore, perdonatemi. La vostra è scortesia, a non star da banda come gli altri e non ci voler dar libero el proscenio.
Spagnuolo. Estoy maravillado de estas cosas. Quisieralo yo saber todo; y, despues, starme appartado de bonissima gana.
Prologo. Il tutto saprete voi come gli altri. Di grazia, scendete da basso e non ci impedite.
Spagnuolo. Digame agora, por su vida: Vuestra Merced es cristiano? que no entiendo esto habito.
Prologo. Per risposta di questo, basta quasi a dirvi che io non son spagnuolo. Mira che diavol mi domanda!
Spagnuolo. Agora, por vida del emperador, Vuestra Merced me diga que quiere dezir todo este apparato.
Prologo. Uh! sono appoiosi! Ve lo dirò in due parole; e partitevi, di grazia. Qui s’ha da far una comedia.
Spagnuolo. Comedia? Mucho me agrada, por Dios, y mucho me precio de verla. Emperò no la podremos entender, si primiero non se siente lo argumento; y, por esto, ruego a Vuestra Merced que me lo diga.
Prologo. Gli è vero che bisogna saper l’argumento e adesso a punto m’ero messo a ordine per farlo a queste donne. E però, se voi averete pazienzia come gli altri, lo intenderete ancor voi.
Spagnuolo. Con todo el corazon ruego a Vuestra Merced que me lo diga; y, despues, hazed con estas damas a vuestro plazer.
Prologo. Io el farei volontieri; ma non so parlare spagnuolo.
Spagnuolo. Yo entiendo tan bien lo italiano.
Prologo. Se intendete, adunque, italiano, state a udir come gli altri; e non ci accaderá tante parole.
Spagnuolo. Yo le dire, sefior. Ha de saber que no entiendo yo muy perfettamente el italian; y, por esto, quisiera preguntar lo que no entienderé.
Prologo. Donne mie, mi bisogna contentar costui; che, altrimenti, non ci si levarebbe dinanzi, oggi. Vostre Signorie stieno attente, che questo medesimo servirá a loro ancora; poi che la mia disgrazia m’ha impedito el mio disegno, che era di voler parlare un poco con esso voi a solo a solo. Ma lo serbaremo a un’altra volta.
Spagnuolo. Hagame está merced; y, despues, me mande toda cosa, que la haré corno muy noble hidalgo que soy.
Prologo. Orsú! Son contento. La prima cosa, adunque, avete j da sapere che questa cittá è Pisa.
Spagnuolo. Está es Pisa? Siga el argumento y yo le verné preguntando de ratto en ratto por ver si lo entiendo.
Prologo. Cosí fate. Or eccovi l’argumento. L’anno del ventidue si trovavan in Castiglia due fratelli: uno chiamato messer Consalvo che non aveva mai avuti figli né presa moglie; e l’altro Pedrantonio el quale aveva due figli di sette anni nati ad un parto, l’una femina chiamata Ginevra e l’altro maschio detto Ioandoro. El quale, cosí di sette anni, fu mandato da suo padre in corte, a Roma, e ebbe luogo per paggio col cardinale de’ Medici che fu poi papa Clemente.
Spagnuolo. Dezis, vos sefior, que en el ano veinte y dos estavan dos hermanos en Castilla, llamado el un micer Gonzalvo sin hijos y sin muger y el otro Pedrantonio con dos hijos de siete anos, Ginevra y Ioandoro, que tuvo lugar en la corte de papa Clemente que en á quel tempo era cardenal?
Prologo. Signor si. Pedrantonio, poco tempo,’poi che ebbe mandato el figlio a Roma, fu fatto ribello di Castiglia con gravissimo sonaglio per le ragioni che intenderete poi; onde egli, raccomandata sua figlia a messer Consalvo, se ne venne in Pisa sconosciutamente; e abita, e è abitato per insino a oggi, in questa casa qua, facendosi chiamare, per non esser conosciuto, Guglielmo da Villafranca.
Spagnuolo. Sperarne agora un pochitto. Pedrantonio, despues que su hijo hovo embiado a Roma, fue hecho rebelde de Castilla con pregon gravissimo y, encomendada su hija a micer Gonzalvo, se vino a ca en Pisa secretamente y a qui se sta, llamado fingidamente Guglielmo de Villafranca.
Prologo. Cosí sta. Or Ginevra, rimanendo in Castiglia in custodia del zio, quando fu di tredeci anni, s’innamorò d’un Ferrante di Selvaggio, ed ei di lei; e, non la potendo ottenere da messer Consalvo per moglie, si sposoron di secreto; e, entrati in una barchetta, drizzorno, fuggendo, le vele verso Italia. Come fúrno ne’ nostri mari, si diedero in certe fuste di mori e fúrno fatti prigioni. Ma Ginevra, poco di poi, fu riscattata per forza da certi gigliesi i quali la donorno a questo Guglielmo, come loro amicissimo; che giá v’ho detto che gli è suo padre: e con esso, non conoscendosi, s’è vissuta e si vive. Ed ella, come fu prigione, si fé’subitamente chiamar Lucrezia da Valenzia per le ragioni che da lei intenderete.
Spagnuolo. Escucheme Vuestra Merced: veamos si entiendo. Ginevra, de trece afios se enamorò en Castilla de Ferrante de Selvaio y el d’ella assi mismo. Y, por que micer Gonzalvo no quiso iuntarlos en matrimonio, se desposaron secretamente y huieronse de Castilla por mar. Mas Ginevra fue despues rescatada por fuerza de algunos ingleses los quales la dieron graciosamente a este Guilermo suyo amigo muy grande y padre tan bien de la donzella. Y ansi con el ha vivido y vive agora, no conociendose, por que, corno fue presa de moros, se hazia llamar Lucrecia de Valencia. Haveis dicho assi?
Prologo. Benissimo. Ma Ferrante, che ebbe peggior sorte, fu venduto in Tunis a un gentilomo: el quale, fra altri schiavi che tenea, v’avea ancora un Pavol Valori fiorentino col quale Ferrante prese stretta amicizia. Stette schiavo fino alla presa di Tunis, l’anno passato, dove, insieme con molte migliaia di schiavi, fu liberato e da Pavolo menato in Firenze e datoli luogo ne la guardia.
Spagnuolo. No mas. Ferrante fue vendido en Tunez y ansi con uno sciavo fiorentino tomo amistad; y, despues que fue preso Tunez y dada libertad a todos los sclavos, el con el fiorentino se fueron á Florencia; y alli tomo lugar en la guardia.
Prologo. Voi intendete molto ben la lingua nostra. Or accadde, questo carneval passato, che, venendo Ferrante con alcuni compagni in Pisa a solazzo, conobbe alla finestra, qui, di Guglielmo la sua Ginevra; e, vedendo non essere raffigurato da lei, per la barba che a Tunis avea messa, pensò di mutarsi il nome e porsi per servidore con Guglielmo per conoscer se Ginevra si fusse scordato in tutto di lui ed avesse posto il capo ad altri amori, cosi, fattosi chiamar Lorenzino, ha servito giá due mesi e serve in casa di Guglielmo.
Spagnuolo. Vuestra Merced me dize que, Ferrante, veniendo en Pisa a plazer, conociò a su Ginevra, y de ella no fue conocido; y que, mudandose el nombre en Lorenzino, se puso por servidor con Guillermo por ver destramente todo el animo de la donzella y si tiene memoria d’el. Mas dezime agora, de gracia: que fue de Ioandoro que, siendo de siete anos, assentò por paie en corte de papa Clemente entonces cardenal?
Prologo. Tutto saprete. In poco tempo, Ioandoro, come aviene spesso qua in Italia imbastardirsi i nomi, s’acquistò nella corte nome messer Giannino e tenne tal grazia col padrone che li de’, in piú volte, molte buone entrate e piú era per darli, se non abbandonava quella servitú ; perché, alla tornata di Sua Santitá di Marsilia, passando questo messer Giannino per Pisa per veder la cittá, s’innamorò di questa Lucrezia, non conoscendola, la qual sapete giá che è Ginevra sua sorella; e, trattenendocisi piú giorni per amor suo, se n’accese di sorte che abbandonò Sua Santitá e rimasesi in Pisa sotto scusa di studio. E non ha mancato mai, per aver l’intento suo, di provare tutte quelle vie che egli ha conosciute migliori; e tutto invano. E abita in questa casa.
Spagnuolo. O corno me agrada está historia! Agora dezis que Ioandoro, llamado despues en la corte micer Giannino y favorido de su patron, al volver que hizo Su Santidad de Marsella, passò por Pisa y se enamoró de Ginevra sua hermana, no la conociendo; y, por amor de ella, tornò está casa y á qui posa, solo por passar amores con ella. Mas no aprovecha, que ella no tiene pensamiento en el.
Prologo. Cosí sta.
Spagnuolo. Está otra casa á ca de quien es?
Prologo. È d’un maestro Guicciardo medico. Ed ha una sol figlia, chiamata Margarita, la quale arde de l’amor di questo misser Giannino; ma ei ne fa quel conto che di cosa ch’ei non possa patir di vedere.
Spagnuolo. Está hija de mastre Guicciardo dize Vuestra Merced que está enamorada de micer Giannino y el no se cura de ella ni la puede zufrir?
Prologo. Cosí dico. Or eccovi a ponto come le cose stanno stamattina. Quel che oggi succederá voi vel vederete.
Spagnuolo. Muy sabia y galana es está fabula. Mas digame: quien la ha compuesto y de quien es obra está comedia? Es quiza obra del divinissimo Pedro Aretino?
Prologo. D’uno che è d’una accademia che è in Siena, giá molt’anni.
Spagnuolo. Come se llama está accademia?
Prologo. L’academia dell’Intronati.
Spagnuolo. Los Entronados hazen este? Por Dios, que en todas las partes de Spana se ha esparzido la gran fama de está accademia y tanto ha ido el nombre d’ella addante que ha llegado a las oreias del emperador. O corno me preciaria y gozaria io tan bien de ser puesto en está academia! Y, si me quereis tener obligado todo el tiempo de mi vida, poneme entra vosotros.
Prologo. Se voi avesse buon animo di osservare gli ordini nostri, per mia fé, che io mi ci adoperarci volentieri; altrimenti, non ne farei parola.
Spagnuolo. Que ordines son estos que hazen los Entronados?
Prologo. In poche cose consistono i loro precetti: cercar sempre di sapere pigliare el mondo per el verso; ed esser schiavo, servo affezionato e sviscerato di queste donne e, per amor loro, far, qualche volta, qualche comedia o simil cosa da mostrarli l’animo nostro.
Spagnuolo. Contentanme mucho, sefior, estos precettos. Y pidole, por merced y por vida del emperador, que me haga questa grada de ponerme entre los Entronados; que todos los precettos servare yo. Y, si cosa alguna puedo yo en está comedia, mandamela; que la haré de buena gana.
Prologo. Per Dio, si che ci potreste far servizio! perché aviam de bisogno d’uno che facci meglio un capitano. Voi lo fareste per eccellenzia.
Spagnuolo. Senor si, que lo haré; y me sera poco trabaio, por que otravezes he seido capitan.
Prologo. Or entrate costi dentro a queste case; che verrò oltre io adesso, per ch’io vo’ dir due parole a queste donne.
Spagnuolo. O corno soy contento y come me gozo! Alla me voi.
Prologo. Gentilissime donne, per aver perso tempo con questo spagnuolo, voglio lassar da dirvi molte cose, che avevo in animo , oggi di ragionarvi, di grande importanzia; e solo vi dirò che questi Intronati son piú vostri che fusser mai e da voi hanno ciò che gli hanno e ogni giorno piú s’aveggono che, senza voi, male potrebben fare e hanno piú di bisogno di voi che di generazione che sia al mondo. Però vi pregan di cuore che li vogliate oggi far favore in questa loro comedia, perché da voi depende il tutto: che, se guardarete o tratterete quest’uomini, la comedia andará invisibile; e, se, per il contrario, guardarete a noi e ci favorirete con l’attenzione, tutti quest’altri vi verran drieto. Pregovene, donne, e pregovene che non ci manchiate. Richiedete poi noi; e vedrete se noi faremo de lo schifo! E, per guidardon di questa grazia, se ce la farete, vi ammaestraremo, con la nostra comedia, quanto un amor costante (donde piglia il nome la comedia) abbia sempre buon fine e quanto manifesto error sia abbandonarsi nelle aversitá amorose: perché quel pietosissimo dio che si chiama Amore non abbandona mai chi con fermezza lo serve. E questo vo’ che basti. E, se alcun di quest’uomini, per esser loro male lingue, non sapendo altro che apporre alla nostra comedia, si maravigliasse che quelli che v’intervengano di nazione spagnuola parlino toscanamente, rispondetegli che la longa conversazione di noi qua gli ha fatto imparar questa lingua e s’egli hanno altro di buono. Addio.
Atto I
ct ct ct Messer Giannino. Io t’ho detto: Vergilio, vede d’esser intorno a questa cosa; trova Marchetto; e sappi se questa ingrata di Lucrezia ha voluto degnarsi d’accettar la collana o vero s’ella, rifiutandola come gli altri presenti ch’io gli ho mandati, sta pur ostinata di voler vedermi morire.
Vergilio. Padrone, a Marchetto par tempo perso el farci piú parole perché vede che è cosa impossibile dispor Lucrezia a tôr marito o a cosa che voi voliate. E, per amor mio, non giá che pensi di far frutto alcuno, so che non mancará di fedeltá e diligenzia, sempre che noi voliamo; ma so certo che invano.
Messer Giannino. Oh Dio! Pur a costei si può dare el titolo di tutte l’ingrate e crudeli; che, giá tre anni ch’io so’ in Pisa per amor suo, non mi posso vantar ch’ell’abbia voluto una volta ricever mio presente, non ascoltar mia imbasciata, non pur contentarmi mai d’uno sguardo che non sia stato acceso di sdegno e di crudeltá. E pur io, dal mio canto, non ho mai, ch’io sappi, fatto cosa che meriti questo.
Vergilio. Troppo v’inganna la passione. Pare a quest’uomini, com’egli amano e non son amati, poter meritamente gravar le donne d’ingratitudine. E la cosa non va cosí; che le donne, come gli uomini, son libere d’amar chi lor piace senza carico di crudeltá. Ditemi un poco: perché amate voi Lucrezia, se non perché l’esser suo vi piace? Or, se voi non piacete a lei, per che causa è obligata ad amarvi al suo dispetto?
Messer Giannino. Per che causa? Perché è da persone ingrate non riconoscere i benefici ricevuti; né maggior beneficio si può fare che amar con quella fede che fo io.
Vergilio. Qual fu mai la maggior fede e ’l maggiore amore di quel che porta a voi Margarita figlia di maestro Guicciardo? Nondimeno, non solo non ve ne vien pietá, ma dite villania a chi vi parla per parte sua.
Messer Giannino. Innanzi che questa Margarita s’accendesse dei casi mei, avevo io si interamente dedicato l’animo a Lucrezia che parte non me n’è rimasto per altra donna.
Vergilio. Che sapete voi se Lucrezia, innanzi che voi l’amasse, aveva ancor ella posti i suoi pensieri altrove e in persona che piú forse l’amava che voi non fate?
Messer Giannino. Dio ’l volesse, Vergilio, che l’amor mio avesse a stare a parangone con quel di tutti gli altri che l’amano e che avesse ad esser riconosciuto il piú perfetto! ch’io non dubiterei punto.
Vergilio. Lassiam andar queste cose. Io non son per mancar, padrone, di non far sempre, intorno a quel che mi comandarete, tutto quel buono ufficio ch’io saprò; e di ciò statene sicurissimo. Ma vi vo’ prima pregar, come buon servidore, mi diate licenzia ch’io vi dica sopra questa cosa liberamente il parer mio.
Messer Giannino. Io so quel che tu mi vuoi dire, che me l’hai detto piú volte; ma tu ti perdi el tempo, ch’io ho acconcio l’orecchie a non volere intender d’altro che di Lucrezia.
Vergilio. Gli è vero. Ma, questa volta, ho animo di parlarvene un poco piú largamente; che voglio che sia l’ultima volta ch’io ve ne parli.
Messer Giannino. Di’.
Vergilio. Quand’io penso, messer Giannino, quanto, dal primo giorno che poneste il pie fuor di casa vostra (che Pedrantonio vostro padre vi mandò, con esso me insieme, di sette anni, in Roma, a provar la corte), vi sia stata favorevole la fortuna, e massime appresso papa Clemente, non posso non dolermi assaissimo che voi cosí vilmente, alla tornata di Marsilia, lassasse Sua Santitá. E per chi? Per una donna che, giá tre anni o piú che séte in Pisa per amor suo, non mostrò pur una volta di vedervi volontieri ed havvi cavato in modo di voi medesimo che, dove giá, in mezzo delle buone fortune vostre, ardevate di smisurato desiderio di riveder la patria vostra, vostro padre e li altri vostri, ora e questo e ogni altro buon desiderio avete mandato drieto alle spalle.
Messer Giannino. Tutte queste son cose fastidiose.
Vergilio. Son fastidiose perché voi volete. Quanto sarebbe stato il meglio che voi avesse caldamente seguita la servitú vostra e vi fusse trovato alla morte di Sua Santitá, giá vicino a due anni sono! che è cosa certissima che, se si considera l’affezion che vi portava e il ben che ne avete avuto, sarebbe stata poca cosa respetto a quel che vi si aggiugneva; e, dopo la morte sua, è agevole a credere che, in questo nuovo pontificato di papa Paulo, non vi sarebbe mancato il luogo vostro.
Messer Giannino. Tutto questo è tempo perso; e tanto piú che queste cose son passate.
Vergilio. Gli è vero che le cose passate non possano piú tornare; ma, con l’essempio del passato, si considera meglio l’avenire. Però sarebbe cosa molto ragionevole che voi, sollevando l’animo di questo fango dove l’avete attuffato, ve ne tornasse a Roma dove, con l’entrate che avete, potrete assai onorevolmente vivere e, praticando fra’ grandi, far prova se la Fortuna si fusse ancor pentita di favorirvi, che credo che no; e fare, un tratto, ferma resoluzione di vivervi prete senza piú vacillare; e lassar le mogli a chi le vuole: perché, insomma, — la piú quieta, la piú libera e felice vita è quella de voi preti ed è per esser ogni dí piú, se un concilio non ci ripara. E, se pur séte inclinato ad amore, in Roma non mancaranno donne, no, molto piú belle che Lucrezia non è, delle quali voi n’arete il mele e gli altri le mosche: perché i vezzi, i basci, gli abbracciamenti, le dolci conversazioni, le saporose parole, le carezzine delle donne son di voi preti; e le spese, i rimbrotti, le vilanie, i tagliuzzi, lo impaccio, le corna sono dei lor mariti. Lassate pur fare; non vi curate di moglie; e, se pur la volete, molto piú vi si appartiene tornare a pigliarla nella patria vostra.
Senza che, quando pur voi voleste tôr moglie in Pisa, molto piú vi si converrebbe questa figlia di maestro Guicciardo, per esser nobile, di etá di sedici anni, amata dal padre ed unica erede delle sue ricchezze che sono assaissime. E, oltr’a questo, v’ama tanto ch’io mi maraviglio a considerarlo. E il padre medesimamente ve ne stimula tutto ’l giorno: dove che Lucrezia si trova di etá di piú che vinti anni, serva e non figlia di Guglielmo, senza dote; e, ch’è peggio, v’odia tanto quanto voi ben sapete. Ah messer Giannino! Fate, un tratto, buon animo e, s’ella non vuol voi, non vogliate lei; e abbiate rispetto alla nobilitá vostra, all’etá, beltá e tante altre buone parti che sono in voi, per le quali infinite donne da piú che costei aranno di grazia che voi l’amiate. Non manca se non che vogliate disporre, un tratto, l’animo; che ben potrete, volendo, sí.
Messer Giannino. Quanto mi dispiacciono questi che voglion dar conseglio delle cose che non sanno e non han provato! Se tu sapessi, Vergilio, quanto io faccia conto di qualsivoglia altra donna o altra cosa al mondo, per Dio, per Dio, che tu non ti metteresti a gittar le parole al vento tante volte. Bastiti questo: che, se potesse essere rhe mi venissero alla presenzia quante donne furon mai al mondo di pregio, non sarebbe mai possibile che io non stimasse infinitamente piú ogni straccio che Lucrezia mi faccia che qualsivoglia bene che loro mi potessero fare. Sì che, se ami, Vergilio, la mia salute, come dici, ti prego, di grazia, che vogli piú presto aiutarmi che consigliarmi: perché, se non m’aiuti, sento espressamente mancarmi la vita; e invano ti dorresti poi di non aver con ogni sforzo riparato alla morte del tuo padrone.
Vergilio. Io non ho parlato cosí perch’io non abbi animo, fin che spirito sará in me, di operarmi con diligenzia in tutte quelle cose che mi commandarete; ma l’ho fatto perché, essendo io certo che non passará molto tempo, se voi pigliate costei per moglie, che voi conoscerete l’error vostro e indarno ve ne pentirete poi, io voglio sempre essere scarico d’avervi, come s’appartiene a buon servidore, predetta la veritá.
Messer Giannino. Tutto questo torni sopra di me. Vede, com’io dissi poco fa, di trovar Marchetto e saper quel ch’egli ha fatto. Io entrarò in San Martino a udir messa, che queste molliche sogliono voler messa a buon’ora: sí che, o qui o in buttiga di Guido orafo, mi troverai. E, se trovi lo Sguazza, gli dirai dove io sia: perché mi promesse d’essere, questa mattina, a grand’ora, di nuovo con Guglielmo, per disporlo a darmi Lucrezia; perché, se noi disponessimo lei e non Guglielmo, sarebbe zero.
Vergilio. Tutto farò. Andate.
Messer Giannino. Or va’. Sai? Vede, Vergilio, di non mi ingannare perché, dove tu crederesti farmi bene, saresti causa de la mia ruina.
Vergilio. Statene di buon animo. A me basta che voi non vi potrete mai doler di me ch’io non ve l’abbia detto.
ct ct Misero, sventurato mio padrone! in che strano caso, in che intrigato laberinto si ritrova! Se queste nozze gli riescono, non passano quattro mesi che si pente de tutto ’l fatto; se non gli riescono, è cosa chiarissima che poco è per durar piú oltre la vita sua. E mi maraveglio che sia vivo pur oggi, considerando la stentata vita ch’egli ha fatto, giá tre anni. Egli pochissimo mangia; la maggior parte del tempo piange e si lamenta; sempre sta fisso in un medesimo pensiero il quale, profondissimo, continuamente gli rode l’animo; non dorme un’ora di tutta la notte, e quella in mille pezzi, percioché non prima è addormentato che, farneticando, si sveglia e mi chiama: — Vergilio, vien da me; Vergilio, consolami, non mi lassar morire. — E, s’io gli mostro mai l’error suo, voi vedete quanto ei m’intende. E Dio lo sa che dolor che sia el mio, considerando che un tal giovene qual è costui, bello, gentile, litterato, stimato nella corte, da sperarne moltissimo, abbia da perdere i megliori anni drieto a una donna la qual par che tanto conto ne faccia quanto della piú vil cosa ch’ella possa vedere. O donne (dell’ingrate parlo), di quanto male sète cagione! quanto meritareste che sopra di voi si facesse vendetta della vostra ingratitudine! Né altra pena saprei io trovar pari al peccato vostro se non che voi provasse, una volta, ad arder d’amore quanto questo povero di mio padrone né, per arrabbiar che voi facesse, trovasse mai chi si degnasse muoversene a compassione. Forse, forse voi non fareste tanto del grande e dello schifo. Ma io non voglio piú perder tempo, avendo a trovar Marchetto. Sará buono che io vada di qua; che, a questa ora, egli sará in piazza.
ct ct Messer Ligdonio. Malann’aia l’anima degli morti tuoi, Panzana! Aggioti sempre accorgere d’ogni piccola cosa, che mai per te medesimo indenni cosa nesciuna?
Panzana. Chi arebbe pensato mai di farvi dispiacere a ridere quando voi, ragionando, dite qualche bella caprestaria, come faceste iersera?
Messer Ligdonio. Tu sei poco pratico. Li servitori buoni non hanno da ridere in presenzia delli padroni quanno nce sono forestieri e massimamente femmene a chi io voglia bene; como fo iere a sera, a quella veglia in casa di mastro Guicciardo.
Panzana. Oh! Non v’intenderebbe tutto ’l mondo.
Messer Ligdonio. Perché?
Panzana. Perché voi fate l’amore oggi con questa e domane con quella. E io non arei mai pensato che iersera, a quella veglia, vi fusser donne che vi piacessero; perché mi credevo ch’ai presente fusse la vostra amorosa madonna Chiostrina.
Messer Ligdonio. Sapíentis est mutare propositum acciò che le male lingue, dopo molto fantasticare che fanno sopra de’ casi miei, non s’apponghino a lo vero e non mi iudichino con rascione.
Panzana. Come se ci fusse gran pericolo coi casi vostri!
Messer Ligdonio. Senza ch’io te porria risponnere ca tu trovarisse poche che fossero chiú patroni della persona soa che son io della mea; che, se leisse l’Epistole d’ e la Bucolica, trovarisse infiniti che se sono ancisi issi stissi per amore. E io, tutto lo contrario, tanto m’enamoro quanto voglio; non me lasso metter legge a femmene. Se issa mi fa bona cera, m’enamoro; se me la fa trista, la lasso e trovone un’autra che me la faccia bona. E cosí non aggio mai se non piacer de l’amore, lassando li selluzze e li sospiri a chi li vòle. Che te ne pare? Tu ti chiudi la bocca. Che vuoi dicere?
Panzana. Scoppio di voglia di ridere; e, per rispetto de’ forestieri, tengo la bocca, ché non rida.
Messer Ligdonio. E dove son li forestiere?
Panzana. Eccone qua tanti.
Messer Ligdonio. De chesti non importa. Ride pure. Isse sono a Siena e noi siamo a Pisa.
Panzana. Ah! ah! ah! ah! ah!
Messer Ligdonio. De che diavolo ride, de che?
Panzana. Della vostra sapienzia, che v’innamorate delle donne a vostro vantaggio. In fine, e’ bisogna praticare con chi ha studiato, a volere diventar savio.
Messer Ligdonio. Si; ma se conosce male ca pratiche in casa mea, che ogni giorno ne sai manco. Ma fa’ che non t’intervenga chiú com’a sera. Mò te lo dico per sempre. Quanno me vedi infra la gente, sforzati de star remisso e non parlare, se non te parlo; non ridere, non responnere, se non te chiamo; e sta’ che sempre para ch’abbi paura de’ fatti miei. Quanno po’ sarimmo infra nuie, pazzeia, burla, baciami e fa’ chello che vuoi, ca non me ne curo.
Panzana. Ah! ah! ah! Questo non farò io.
Messer Ligdonio. Perché?
Panzana. Come «perché»? S’io vi baciasse e che lo sapesse la vostra innamorata, mi farebbe amazzar vivo vivo. Baciarvi? Non mi ci cogliete.
Messer Ligdonio. Ah! ah! ah! Crederia essa ca non ce ne fosse la parte soia? Ma l’aggio detto per una manera de parlare, per mostrane ca, da solo a solo, non faraggio mai lo granne con ti eco.
Panzana. Poi che noi siam dunque qui tra noi, messer Ligdonio, di grazia, ditemi: qual è quella che vi piace di quelle donne ch’erono iersera in casa di maestro Guicciardo?
Messer Ligdonio. Quisto è no gran secreto. Te lo voglio dicere. Vede de tener la lingua in bocca.
Panzana. Non la sputarò; non dubitate.
Messer Ligdonio. Io voglio che sappi, per scoprirte meglio l’animo mio, che lo maggior pensiero ch’aggia avuto tutto lo tempo della vita mia non è stato mai amore, conio te piensi, ma è stato solo uno desiderio grandissimo di aver da spennere.
Panzana. Tanto è stato el mio. Odi che coglionaria!
Messer Ligdonio. E te iuro che, per arricchire, non me saria curato de farmi prete e di pigliar mogliere a uno medesimo tempo, pur che fussero venuti denari freschi. Ma, perché sappi la veritá, aggio pensato di pigliar per moglie questa Margarita de maestro Guicciardo. Lo patre non n’ha autra e è ereda sola di tutte le sue ricchezze. Lo fatto sta che se ne contentin essi. Ma spero che sí, perché lo maggior amico che aggia al mondo quisto maestro Guicciardo è quel Guglielmo da Villafranca lo quale, da poi che vinne di Spagna forenzuto e che ha accatato quella possessione vicina alle meie, sempre è stato mio. Io l’aggio parlato stamattina e dettole la cosa. E m’ha impromesso di parlarne oggi con maestro Guicciardo; e pienza di fare quarche frutto. E lo creo: perché, ancora che non sea ricco, manco son povero; e son gentiluomo del seggio di Capuana, stimato; e de virtude non bisogna dicerete. Giá aggio comenzato a fare l’amor con essa perché saria buono che si comenzasse ad innamorare de me.
Panzana. Oh buonissima resoluzione! oh bellissimo trovato! Per arricchire, pigliar moglie, ah?
Messer Ligdonio. E, per farla chiú enamorare, le mannaraggio quarche letera d’amore e la faraggio scrivere a maestro Bartolo che fa una letera che par stampata. E, per la buona ventura mea, m’è stata messa per le mani la piú valente roffiana de lo monno, che la voglio ire a trovare innanzi che mangi.
Panzana. Come si domanda?
Messer Ligdonio. Si chiama mona Bionna.
Panzana. Oh! oh! Mona Bionda è conosciuta per tutto ’l mondo per le sue virtú. Sa fare acque di piú sorte, sonniferi a tempo; erbolaia valentissima, stregona, maestra di malie; racconcia vergini, pratica fra le scope, ché due volte è stata scopata in Roma e fu marcata in Vinegia, pochi anni sono; e, sopra tutto, pollastriera eccellentissima, sí che, s’ella vi vòl servire, la sa dove ’l diavol tien la coda. Ed avertite, se, alle prime sue parole, la vi paresse una santa Amen, di non vi sbigottire; perché non fu mai santa Brigida sí devota quanto vi parrá costei su la prima giunta. Parla della Bibbia e de’ santi padri come s’ella fusse il primo predicatore di San Francesco.
Messer Ligdonio. Eh! Averá a fare con bono capo. E voglio vedere, se posso, che non passi oggi che vada a parlar con Margarita, che boglio tu le porti no madrigaletto assai bello ch’aggio fatto per issa. Te lo voglio dicere.
Panzana. Eh! Non importa; ve lo credo.
Messer Ligdonio. Voglio che lo sienti. «Madonna...». M’è scordato; ma l’aggio ca.
Panzana. Che fate de tante cartucce adosso?
Messer Ligdonio. Per mostrare alli amici le fatiche meie. Nce sono de belle composizione fra cheste. Chisto è no sonetto in laude de’ poeti. Cheste sono certe stanze che aggio fatte per lo duca di Fiorenza: saccio quanto me valeranno. Chisto è no Trionfo d’Italia nella venuta de l’imperadore. Oh! Chisto è isso. «Madonna, io moro bene...». No è isso. Eccolo, per Dio.
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The end
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