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Novellette e racconti

Gasparo Gozzi · 1841 · Free in the US

65,902 words · about 4 h 37 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1841 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Novellette_e_racconti&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Gasparo Gozzi
Language
Italian
Published
1841
Length
65,902 words · about 4 h 37 min
Sections
90 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (90)
  1. Brevi notizie su la vita dell’autore about 2 min
  2. Al lettore about 1 min
  3. I. La Dote about 3 min
  4. II. Il Bevitore about 2 min
  5. III. Burla fatta ad un Parrucchiere about 4 min
  6. IV. Strana beffa fatta da una Signora a un brutto Damerino about 4 min
  7. V. I Ladri about 1 min
  8. VI. Furberia di tre fanciulli che si fingevano pitocchi about 1 min
  9. VII. Il Terrore per equivoco about 3 min
  10. VIII. Se sieno migliori le fatture forestiere o le nostrali about 2 min
  11. IX. Divorzio di nuova specie about 2 min
  12. X. Furto fatto ad un Caffettiere about 1 min
  13. XI. Il Ladro che per rubare perde il suo about 1 min
  14. XII. Il Gabbamondo, o sia, Meglio è fringuello in man, che in frasca tordo about 4 min
  15. XIII. Ladro scoperto in una chiesa about 1 min
  16. XIV. L'Avaro punito about 2 min
  17. XV. Nuovo modo di educazione about 4 min
  18. XVI. Ammirabile fedeltà di un cane about 1 min
  19. XVII. Irriflessione abituale di un servo about 2 min
  20. XVIII. Maniera con cui fu convertito un ricco crudele verso i suoi simili about 2 min
  21. XIX. Curioso contegno di certe donnicciuole abitanti presso una casa in cui si appiccò il fuoco about 5 min
  22. XX. Donne frenate dal timore della Gazzetta about 2 min
  23. XXI. Modo con cui un condannato fuggì dalle carceri about 2 min
  24. XXII. Di uno che morì per avere scioccamente ingojato dell’oro about 1 min
  25. XXIII. Contesa di donne e loro rapacificamento about 3 min
  26. XXIV. Di un ubbriaco che dormì nell’altrui casa about 3 min
  27. XXV. Lettera e novella ad un amico che domanda come debba contenersi con un suo figliuolo d’anni sedici molto inclinato a’ passatempi about 3 min
  28. XXVI. Di uno che credette di aver trovato un liquore che preservasse da morte about 2 min
  29. XXVII. S’insegna ad una moglie il segreto per vivere in pace col marito about 3 min
  30. XXVIII. Nuova moda con che una donna rubò un’altra about 5 min
  31. XXIX. Ladro che portò sul fatto la pena del suo delitto about 1 min
  32. XXX. Come un Padre troppo rigido siasi corretto about 3 min
  33. XXXI. Il Correttore collerico about 2 min
  34. XXXII. Il Contrattempo about 3 min
  35. XXXIII. Il Ladro portato per sua vergogna in trionfo about 1 min
  36. XXXIV. Di uno Zotico che comperò una polizza di lotto about 3 min
  37. XXXV. Accidente occorso ad una Pastorella about 1 min
  38. XXXVI. Come alcuni Schiavoni facessero partire svergognati due paladini about 2 min
  39. XXXVII. Ridicola condotta di uno Spilorcio about 2 min
  40. XXXVIII. Come il pronto ingegno può talora salvare dalle disgrazie about 1 min
  41. XXXIX. Ridicolo effetto di una paura about 1 min
  42. XL. Aneddoto di un Pittore stravagante about 2 min
  43. XLI. La fuga per ispavento equivoco about 3 min
  44. XLII. La finta religiosità about 1 min
  45. XLIII. Loquacità nata dalla stizza about 3 min
  46. XLIV. Spavento incusso ad un Paladino da un uomo pacifico about 3 min
  47. XLV. Rara invenzione di cosa smarrita per ismemoraggine about 2 min
  48. XLVI. Il Nuotatore incauto about 1 min
  49. XLVII. Il finto Ammalato about 3 min
  50. XLVIII. Sottile astuzia di un Ladro about 2 min
  51. XLIX. Il Dolore dei denti about 3 min
  52. L. I Cercatori dì un tesoro immaginario about 3 min
  53. LI. Spavento, unico frutto raccolto da un cercatore di tesori about 4 min
  54. LII. Assalitori colti sul fatto dai birri about 2 min
  55. LIII. Necessità di non ragionare ad alta voce de' fatti suoi per le strade about 3 min
  56. LIV. Avventura di un Avaro about 3 min
  57. LV. Si narra come uno scioccherello fu colto alla rete da una uccellatrice about 4 min
  58. LVI. Il Mantello rapito about 3 min
  59. LVII. Celia fatta ad un Giovane che spacciavasi per leone, e col fatto si manifestò per coniglio about 4 min
  60. LVIII. L'artifizio riuscito vano about 3 min
  61. LIX. L’Uomo bisbetico about 4 min
  62. LX. Inutilità del pensare a' casi avvenire about 2 min
  63. LXI. Curioso bisbiglio di donne per un nonnulla about 2 min
  64. LXII. Il Pazzo che vuol farla da medico about 2 min
  65. LXIII. Il Giovane malpratico del mondo about 3 min
  66. LXIV. Il mantello altrui acconciato alla propria statura about 1 min
  67. LXV. Il Dente posticcio about 2 min
  68. LXVI. Avventura di un Religioso che si mascherò per assistere inosservato al teatro about 3 min
  69. LXVII. Il Suonatore a suo dispetto about 3 min
  70. LXVIII. Il Quadro d'Imeneo about 2 min
  71. LXIX. Medicina usata da' Medici nel curar sè stessi about 2 min
  72. LXX. Industre maniera di esplorare l'indole e le inclinazioni dei fanciulletti about 3 min
  73. LXXI. Curiosi effetti che possono nascere dalla paura about 4 min
  74. LXXII. Il coraggio a proposito può avvilire i millantatori about 2 min
  75. LXXIII. Si narra come una Giovane si vendicò di un Avvocato linguacciuto che si era fatto beffe del fratello di lei about 5 min
  76. LXXIV. Si narra come un povero Giovane si liberò dalla tristezza cagionatagli da una vincita al lotto about 2 min
  77. LXXV. Gli Scrittori plagiarj about 5 min
  78. LXXVI. Fantasia di un pazzo about 6 min
  79. LXXVII. L'Incostanza about 7 min
  80. LXXVIII. Sul prender vendetta about 7 min
  81. LXXIX. Osservazione sull'alterazione cagionata negli uomini dalle ricchezze about 8 min
  82. LXXX. Le Donne cambiate about 14 min
  83. LXXXI. Il Bevitore, o sia regola per dar giudizio di altrui about 5 min
  84. LXXXII. La Speranza about 8 min
  85. LXXXIII. Il Pittore di ritratti about 7 min
  86. LXXXIV. L'Iperbole about 9 min
  87. LXXXV. Trappola tesa ad un Oste about 5 min
  88. LXXXVI. Storia vera about 6 min
  89. LXXXVII. Storia di due Infermi about 3 min
  90. LXXXVIII. Il nuovo Studioso della natura about 2 min

Continue:

Brevi notizie su la vita dell’autore

Gasparo Gozzi nacque in Venezia il 20 dicembre, 1713. Suo padre, spendendo con troppa larghezza, aveva notabilmente diminuite le sostanze ereditate da’ suoi maggiori. Gasparo poi, commettendo la domestica economia alla propria moglie, lasciò che andassero dissipate del tutto. Quando morì il padre nel 1745 le cose erano già condotte a tale, che a stento potè trovarsi il danaro occorrente a rendergli i funebri onori.

I fratelli, tutti minori di Gasparo, avrebbero voluto che abbandonasse gli studi per attendere alle cose domestiche; ed egli mostrava intenzione di assecondarli: ma gli fu poi ugualmente diffìcile, e lo staccarsi dalle Muse, e il persuadere la moglie a cessare dalle solite spese. Essa anzi lo indusse a farsi direttore del teatro S. Angelo in Venezia stipendiando una compagnia di commedianti; nel che, a malgrado di molta diligenza e di molta fatica, consumò poi il patrimonio che ancora gli rimaneva. Allora i suoi fratelli si divisero da lui formalmente; e il nostro Gasparo, già padre di cinque figli, andò sempre più precipitando nella miseria, daché la moglie non ebbe più intorno a te verun freno. Per sottrarsi al trambusto della sua casa ed all’aspetto della rovina sempre più grande, il Gozzi si separò dalla propria famiglia, pigliando a pigione due stanze, sperando di poter quivi attendere con più tranquillità a’ suoi studi, dai quali oramai convenivagli trarre di che mantenersi.

L’ingegno del Gozzi e le sue produzioni gli acquistarono la stima e l’applauso delle persone più colte; nondimeno allorché domandò una cattedra di belle lettere, gli fu negata. Solo molto più tardi ebbe onorevoli e vantaggiose incumbenze spettanti ai pubblici studi ed alla riforma dell’Università di Padova. A quel tempo gli era morta la moglie ed anche un figliuolo; aveva accasate le tre figlie; all’altro maschio aveva assegnato quanto gli rimaneva del patrimonio per ragione di fidecommissi: sicché avrebbe potuto vivere agiatamente de’suoi stipendj. Ma i lunghi e soverchi lavori degli anni passati gli avevano logorata la complessione per modo che fu poi sempre infermiccio. E non é ben certo se fosse per violento e subito accesso di febbre, o per fastidio di quella vita, una volta trovandosi a Padova si gittò dalla finestra nel fiume. Raccolto e soccorso con amore e con munificenza dalla nobil donna Caterina Dolfin-Tron, visse poi sempre a Padova fino alla morte, avvenuta nel giorno 25 dicembre, 1786.

Al lettore

Le piacevoli Novellette, che qui presentiamo ai Lettori, furono sparse qua e là dall’autore nella celebre sua Gazzetta. E senza dubbio tra gli aurei scritti del Conte Gasparo Gozzi tengono esse uno de’ primi luoghi. Vi regna per entro da capo a fondo un attico sapore, una semplice venustà che le rende inimitabili affatto, e nel loro genere originali. Questo leggiadro scrittore avea una delicata maniera di vedere le cose e di presentarle ad altrui, che era tutta sua propria: e nelle graziose narrazioni di lui è dove spicca in singolar modo questo suo maraviglioso talento. Gran numero di Scrittori hanno arricchita l’Italia di Novelle, certamente scritte con molto studio e maestria; ma questa foggia di novel- lare rapida, leggiera, faceta, che si vede posta in uso tanto felicemente dal Gozzi, all’Italia mancava ancora. Bisogna convenire che non picciola parte de’ nostri Novellatori, per riuscire eloquenti, stancano il lettore qualche volta più ancora di quel che il dilettino, con una certa prolissità, dalla quale gli autori italiani non si seppero sempre guardare abbastanza. Nel Gozzi non trovasi nè pur un’ombra di un tal difetto: esso, dando a’ suoi racconti un garbo, che inutilmente cercherebbesi altrove, e spirando da per tutto grazia e piacevolezza, s’è stabilito un onorevole posto anche in questa parte di letteratura italiana.

I. La Dote

Nella contrada di San..... fecesi a’ passati dì un pajo di nozze sì sontuose e di sì nuova invenzione, che merita di aver luogo nel presente foglio. Abitava quivi M. R., sartorella di professione, la quale nell’esercizio dell’arte sua essendo molto perita, avea perciò acquistate molte avventore e pratiche, ch’erano vestite da lei con ogni qualità di abiti alla francese, alla prussiana, e in somma in qualunque modo avessero voluto. La celebrità sua le arrecava per le continue faccende un gran guadagno a casa, tanto che la vicinanza, come si fa, quando ragionava di lei, chiamavala fortunata, e dicea ch’ella aveva un monte di oro, e che l’era pazza a non cominciar ad investire per apparecchiarsi un ozioso stato al tempo della sua vecchiaja. Un gondoliere non fu sordo alle cose che venivano dette; e forse pensando fra sè che lo investire si riduce ad una piccola entrata, e ch’egli è meglio godere un tratto del capitale, che stentare a poco a poco col frutto, volle ajutare la povera sartorella col suo consiglio. Ripulitosi dunque, e affidatosi ch’egli era uno di cotesti gondolieri, de’ quali molti si veggono, biondo, biancone, grassotto e tutto festevole, tanto fece co’ suoi artifizj e con l’ingegno, che cominciò ad entrare in casa della sartorella; e accortosi che non le riusciva mala cosa, ma che lo vedeva di buon occhio, di dì in dì inoltravasi con le parole, tanto che fra il motteggiare e la serietà si conchiuse fra loro un trattato di matrimonio. In breve venne un rigattiere o stracciajuolo, che, fatto un inventario e la lista de’ mobili della sposa, giuntovi non so quali fila di perle e certe dorerie e argenti, si trovò che la somma montava pressochè a duemila ducati. Fecesi la scrittura autentica della dote, e già il gondoliere godevasi a mente i vicini tesori. Per la qual cosa, fatto largo il cuor suo, volle che le nozze fossero belle e grandi; per modo che nell’assegnato giorno furono i novelli sposi accompagnati ad udire la messa del congiunto da otto gondole, e il pranzo si apparecchiò in un casino fornito come un palagetto incantato, e prestato ad instanza della sposa, non so se dal compare o da altri. Tutto fu giubilo in quel giorno e danze e suoni; sicchè ogni cosa augurava contentezza, massime allo sposo che ringraziava tutti delle cerimonie e delle congratulazioni, che avesse con la presenza sua e con l’ingegno saputo acquistarsi duemila ducati e moglie così valente a lavorare. Chiusesi finalmente il giorno dell’allegrezza, e due altri ne passarono; e volendo il marito con maggior quiete rivedere le robe della dote, ritrovò gli armadj e le casse sue vote, e le perle e le dorerie e ogni cosa sparita, e che solo gli restava la moglie con quel poco che avea intorno, e una vesticciuola ed un zendale per uscire di casa. Immagini chi legge s’egli montò sulle furie, e se volle sapere dove era la roba sua, e se con la carta in mano volea far vedere le sue ragioni. Ma le avrebbe fatto vedere all’aria, perché tutti quegli abiti erano stati dalla sartorella restituiti alle sue avventore che glieli aveano dati da cucire e che ella avea trattenuti, scusandosi con esse che non avea potuto in quei giorni pel vicino matrimonio terminarli, e gli avea intanto fatti scrivere sul contratto per suoi; e così fu dell’oro, dell’argento e delle perle, che, parte per andare in maschera e parte per comparire onorevole il giorno delle nozze, le avea domandate in prestanza, e dopo le avea puntualmente date alle padrone che le aveano prestate. Pensi ognuno quale si restasse il novello sposo, a cui però rimane una moglie che sa benissimo lavorare e che ha buona testa.

Rimane una curiosità ad alcuni di saper quello che si facesse la giovane de’ danari da lei guadagnati prima delle nozze, e per li quali era stata stimata ricca. Gli aveva dati daddovero a conto di dote a poco a poco a persona che con promessa di sposarla, non effettuata, la ridusse in istato di fabbricarsi una dote nuova con l’ingegno, senza far altri rumori.

II. Il Bevitore

Gregorio T. è un calzolajo di corte di ..... che non saprebbe tirare uno spago quando non avesse bevuto. Questa virtù gli pare al viso, perchè ha un naso spugnoso e rosso, gli occhi scerpellini e intorno alle palpebre orlati di prosciutto, con certi bottoncini vermigli sparsi qua e colà per le guance che pajon coralli. Ha moglie, e non potendo bere lei ancora, sta sempre seco ingrognato, e ha giurato nel suo cuore, per vendetta, di bere quante gonnelle, camice e calze ella avrà in vita sua; e adempie il giuramento, perchè quanto gli può capitare alle mani, lo porta al magazzino, e scambialo subito in vino, tutto allegro come se avesse una vittoria. Poco prima che si facesse l’ultima estrazione del lotto, andando costui a rivedere tutti i buchi, mentre che la moglie era uscita di casa, tanto rifrustò e cercò, che in una scatola nel fondo di una cassa piena di cenci e di ciarpe ritrovò una firma del lotto, nella quale la buona donna risparmiando e sudando avea certi pochi danari investiti. Come s’egli avesse trovato un tesoro, ne fu contento, e uscito tosto di casa, tanto pregò e scongiurò parecchi de’ conoscenti che la comperassero, che finalmente si abbattè ad un certo mercatante di panni, il quale, parte per levarsi quella seccaggine d’attorno e parte ancora per augurio, comperò la firma; onde Gregorio volando andò alla taverna, ed ebbe il diletto del bere e quello dell’aver fatto la burla alla moglie. Di là a due o tre dì fecesi l’estrazione, e la donna udito che fra’ numeri cavati erano 2, 5, 8, che nella sua firma si trovavano, cominciò a gridare, che parea invasata: O Gregorio, o marito mio, siamo usciti di stento; e andatagli attorno lo abbracciava e baciava, che parea uscita di sè per l’allegrezza. Gregorio che, mezzo balordo dal vino, non si ricordava più di nulla, e vedea tanta contentezza, strano e imbizzarrito, le domandava se fosse pazza. Che pazza o non pazza, rispose la donna; ho vinto al lotto: vieni e vedrai la firma. Allora Gregorio, a cui non parea di avere il torto, incominciò a dirle: Vedi tu, il Cielo ti ha gastigata. Va da qui innanzi a far le cose di tuo capo e senza saputa del marito, come hai fatto questa volta. In questa casa non si potrà mai aver un bene per tua colpa. Quella tua firma, quella tua maledetta firma che, istigata dalla tua maledetta astuzia, mi volevi tener celata, il Cielo che non vuole astuzie, me l’ha mandata alle mani tre dì fa, e l’ho venduta. — La povera donna cadde tramortita e ammalò gravemente; e benchè il mercatante comperatore della firma le facesse alcuni presenti di danaro e di robe, poco le giovò, perchè il cervello le va attorno, ed è vicina ad essere pazza affatto.

III. Burla fatta ad un Parrucchiere

Domenica, che fu a’ 17 di questo mese, andarono quattro amici goditori all’osteria del ..... Eravi fra loro un parrucchiere di assai buona pasta, il quale per difetto di lingua parlava balbettando naturalmente come fa il Tartaglia per imitazione. Poichè furono stati parecchie ore mangiando, bevendo e motteggiando di varie cose, venuta la notte, disse uno di loro: A che ne andremo noi più a casa stasera? quelle lenzuola casalinghe a me sono venute a noja. Io direi, quanto a me, che dove si è pranzato, si ceni e si dorma: l’oste è buon compagno e amico nostro, non ci torrà la pelle: voi che ne dite? Assentirono tutti; e chiamato l’oste, gli dissero quel che voleano, ed ebbero due letti con le lenzuola di bucato. Mentre che questo si facea, disse il parrucchiere a’ compagni: Io conosco due di voi di così insolente natura, ch’io non mi saprei arrecare a dormire nè con l’uno nè con l’altro: scherzare e ridere tutto il dì, al nome sia del cielo, ma la notte intendo di dormire. G. E. è del mio parere, io dormirò seco. Fa come vuoi, gli dissero gli altri due, che noi staremo insieme. G. E. che dormiglioso é di natura, l’ebbe caro, e si accordò anch’esso. Agli altri due parea di morire se non trovavano qualche beffa da non lasciargli dormire in tutta notte; e chiamato l’oste in disparte, gli dissero, che per romor grande che udisse, e per chiamare che fatto fosse, non entrasse nè egli nè altri in quella stanza; ma che, serratala di fuori a chiave a tempo dell’andare a letto, quivi gli lasciasse; e che intanto arrecasse loro di nascosto una ricotta o puina molle molle, chè intendevano di fare una burla. Venuta la ricotta e uscito l’oste, i due fecero in modo con varie malizie che il parrucchiere e G. E. uscirono della stanza; ed essi intanto posero la ricotta fra le lenzuola da quella parte ove intendevano di far coricare il parrucchiere. Intanto si cenò lietamente, e venne l’ora del dormire. G. E. cominciava sonniferare, e aveva gli occhi mezzo chiusi; i due, ridendo e fingendo di scherzare e di avere compassione di lui, lo spogliarono essi medesimi e lo posero a letto dalla parte non tocca. Poi cominciarono essi medesimi a scalzarsi, comandando al parrucchiere, che per castigo di non aver voluto dormire con esso loro, fosse l’ultimo a spogliarsi e ammorzasse il fuoco che ardea. E così fu; chè quando essi si furono coricati il parrucchiere ammorza e copre; ma essi che non voleano che pure una favilluzza ne rimanesse, dicevano: Io veggo un barlume costà, e vedi un carbone colà: io ho paura del fuoco più che della morte: spegni là, ammorza costì, copri con le ce- e tanto dissero, che il parrucchiere, stanco di tal seccaggine, va a certi vasi che avean dentro acqua lavorata dalla vescica, e versagli sul focolajo, dicendo: Ora sarete contenti; e lo furono, perchè quel lago avrebbe ammorzato Troja. Allora uno di loro levasi, prende la candela e dice: Al bujo vedrò meglio se il fuoco è bene ammorzato o no; e il dire e il soffiare nella candela e il tornare a letto fu un tempo. Il parrucchiere borbotta; essi due si domandano l’un l’altro: Vedi tu faville? no: ora siamo sicuri; e il parrucchiere sbuffa, e diceva: Ecco perchè mi avete fatto ammorzare il fuoco; ma io son uomo di andare a letto al bujo: chè non sapea della ricotta molle che l’attendea. Il compagno suo con tutti questi rumori seguiva la sua buona natura e russava forte; il parrucchiere in camicia leva le coltrici, e dentro. Ma non sì tosto si sentì sotto a’ fianchi quella cosa molliccia, che mise uno strido che parea invasato. I due domandano come spauriti, che è? ed egli: È che questa carogna ch’io mi elessi per compagno, mi ha concio tutto il letto: che maledetto sia egli. Vergognoso, déstati! e grida sì forte, che l’altro rispondendo arrabbiato: Che diavol hai tu? si volta in fretta e dà nel molle; e così mezzo balordo esce del letto e incolpa il parrucchiere dell’imbratto. Dopo molti vituperj detti dall’una parte e dall’altra, usciti tuttadue di letto, chiamano l’oste, vogliono aprire: è chiuso. Picchiano, battono in terra, gridano con le maggiori voci ch’abbiano in gola; tanto che la stanza parve un inferno, perchè anche gli altri due ajutavano. Finalmente non vedendosi persona, dicono i due dell’altro letto: Sapete che é? noi intendiamo di dormire sta notte. Andate a letto, rannicchiatevi come potete, mettetevi in un cantuccio e statevi. Dice il parrucchiere: Che cantuccio o non cantuccio? per grazia di costui il letto é un letamajo; e non c’é filo che ci potesse ricogliere. G. E. va in collera, il parrucchiere anch’egli; tra per l’ira e pel freddo battono i denti. Gli altri due compagni vedendo che la cosa si riscaldava, si diedero a ridere; narrarono il fatto, e dopo molto borbottare, risero anche gli altri, e come potettero si allogarono fra le coltrici, cianciando e motteggiandosi fino alla mattina.

IV. Strana beffa fatta da una Signora a un brutto Damerino

Bellimbusto, dice dunque la cronaca, è un giovane d’anni ventidue in circa, che stimasi bell’uomo a perfezione, bench’egli abbia non so quali difettuzzi che gli guastano alquanto la proporzione della faccia. La fronte sua non passa in altezza le due dita, e quelle ancora sono coperte da una certa peluria che gliele impaccia; e se la volesse radere, gli lascia un colore che trae allo sbiadato; è di tale ostinata prosunzione, che vince tutte le diligenze e gli artifizj suoi e quelli di un parrucchiere che vi perde intorno la pazienza e l’ingegno. Ha gli occhi piccolini e bigi, l’uno scorpellino, e tuttaddue orlati le palpebre quasi d’una cordellina vermiglia. Il naso nella sua origine è schiacciato; ma quando è a mezzo, si prende una subita licenza, e con una repentina rivoltura si ripiega a sinistra alquanto. Il mento suo è lunghetto; sicchè se cominci dal principio della fronte e vai con l’occhio fino alla punta di esso mento, tu trovi che la bocca è situata appunto alla metà della faccia, la quale è tutta forellini, intarlata dal vajuolo per modo, che in lontananza di mezzo miglio ne acquista una bell’aria. È vero che la carnagione acconcia tali erroruzzi della natura, perchè un bel colore di bossolo sparso per tutto il viso fa una grata armonia con quello de’ denti piuttosto grandetti e piantati in due solchi di gengie di ebano, che sono una rarità maravigliosa. Con tutto ciò, come s’egli fosse Ganimede o Adone, va sempre assettato della persona, e tale è la sua delicatura, anzi fastidio del vestire, che gl’ingegni penetrativi gli veggono la mente fuori del corpo, ora svolazzare intorno ad un bel pajo di manichetti di pizzi finissimi, ora volteggiare intorno ad una parrucca, e talvolta sopra un lucido anello, e fino fu veduto errare sopra un pajo di fibbie, e tanto in esse intrinsecato, che non udiva chi lo chiamava. Quando poi la mente sua ritornava talvolta a segno, ed egli principiava a cianciare, i suoi ragionari non erano altro che vantamenti di favori ricevuti dalle signore; e voleva ora con ghigni, ora con attucci ed altri suoi artifizj dare ad intendere ch’egli era caro alle femmine, e che a tutte avea ritrovato il cuore di cera molle. Avvenne dunque, che ritrovatosi questo giovane una sera in una compagnia di uomini e di donne, dopo di avere empiuto gli orecchi de’ circostanti con tali cicalamenti, senza punto avvedersi che ognuno credeva il contrario dì quanto dicea, la compagnia si divise, e ognuno andò a’ fatti suoi. Passati due giorni entrò il nostro giovane in una bottega da caffè, ove sendo richiesto da un omicciatto che conosciuto quivi non era, gli venne presentata una polizza, il cui tenore si era, che alle ventidue ore di quel giorno si fosse ritrovato ad un assegnato luogo rimoto, ove sarebbe approdata una barca con entrovi una persona a cui grandemente abbisognava la sua presenza; ed era soscritta la polizza: sua amica, un’Incognita. Immagini chi legge qual fosse allora la boria di Bellimbusto, ch’io non so perchè il cuore non gli scoppiasse in petto per l’allegrezza. Non si può dire quante volte lesse e rilesse la carta, massime s’egli si accorgeva che alcuno lo stesse spiando, perchè allora più misteriosamente la leggea, per far venir voglia altrui di domandargli che leggesse; e se gli veniva domandato, tacea prima alquanto il ritroso, poi finalmente gli dicea in segreto ogni cosa, raccomandandogli caldamente che tacesse; e così fece con più che sedici persone. Mille volte intanto, quando egli ebbe pranzato, trasse fuori l’oriuolo e altre mille stette in ascolto per udire se gli oriuoli della città scoccavano le ore ventidue che gli pareano pur troppo infingarde. Ma non sì tosto gli parve l’ora a proposito, ch’egli si partì per trovarsi allo stabilito luogo, ove, poichè fu giunto, ogni cosa gli parea barchetta che approdasse e Incognita che gli venisse incontro. Mentre ch’egli dunque si sta fra tanti pensieri occupato, eccoti la barchetta, e facendogli un barcajuolo cenno ch’egli entrasse, entra, e vede veramente una giovane di suprema bellezza, la quale chiedendogli scusa dell’averlo sturbato, lo prega che non apra bocca fino a tanto che non sieno pervenuti ad una certa casa, ov’essa gli avrebbe le sue intenzioni spiegate; e tanto graziosamente ne lo prega, che non ardisce Bellimbusto di fiatare, non che altro. Giunsero in questo mezzo ad una casa, alla quale smontati, venne loro incontro un galantuomo lieto in viso, a cui la signora rivolta disse: Questi è l’uomo; voi vedete, linea per linea puntualmente: e il dire queste parole e il rientrare essa sola nella sua barchetta fu un punto solo. Il nostro Adone, smemorato e mezzo balordo, non sapendo che fare, nè che dire, o in qual mondo si fosse, o a qual fine dovesse l’accidente riuscire, si rimase un pezzo senza parlare: pur finalmente rivòltosi al padrone della casa, gli facea instanza che gli dichiarasse la faccenda. Quegli, stato alquanto sopra di sè, e vergognandosi forse di dire quello ch’era veramente, in fin, dalle preghiere stimolato, rispose: Voi dovete sapere, signor mio, ch’io sono pittore, e mi sono obbligato alla signora, che avete veduto, di fare un quadro con dentrovi .... nel deserto, e un diavolo che lo tenti; e non avendo mai potuto darle nell’umore a dipingere questo ultimo, sicchè la ne fosse soddisfatta, mi promise un originale da poterlo imitare. — La cronaca racconta l’ira di Bellimbusto, l’impaccio del pittore, il ridere che si fece del caso quando fu saputo; ma io non vado più oltre.

V. I Ladri

Andando uno per la riva degli Schiavoni l’altra sera verso le quattr’ore di notte, gli si fecero incontra due uomini che, salutandolo cortesemente, gli domandarono ov’egli andasse. Rispose: Verso castello. E perchè col tabarro? dicono essi. Il galantuomo pur dubitando di quel ch’era, ma volendo fare buon viso, ripiglia: Per due ragioni; l’una perch’è freddo, e l’altra perchè il mantello è mio. Alla prima, rispondono, non v’ha chi si opponga: è freddo; ma quanto all’esser vostro, sia con vostra buona grazia, non è ragione giuridica: è nostro. Volea il buon uomo difendersi; ma i due che avevano i loro statuti nelle ugne, glielo tolsero dalle spalle e sparirono. Mentre ch’egli mezzo attonito si dolea e borbottava, gli si fa innanzi uno e gli domanda, che è? Esso gli narra in fretta il caso; e l’altro in fretta, gridando: Bricconi, ladri! e udendo da qual parte erano andati, dice: Tenete qua e serbatemi questo fagotto, chè non m’impacci il correre; e vi do parola che vi riporto il vostro mantello in un attimo. Così detto, gli dà un involto che avea in mano, e va correndo da quella parte ov’erano andati i ladroni. Il buon uomo rimaso col fagotto in mano, pieno di speranza nel suo difensore, pensava al ringraziamento e alla gratitudine che dovea a tanto beneficio. Mentre che sta tutto intrinsecato in tal pensiero, escono fuori del fagotto improvvise le acute strida di un bambino che vi era dentro: gli parve un incantesimo, e credette di spiritare. Finalmente spiacendogli più l’avere acquistato famiglia, che perduto il mantello, si diede a correre anch’egli quanto potea verso il luogo della Pietà, e qui riposto ove dovea il bambino, se ne andò a casa sua prima che altro ancora gli succedesse.

VI. Furberia di tre fanciulli che si fingevano pitocchi

Chi parlasse co’ poveri e con gli accattapane che stanno limosinando per le vie e sui ponti della città, udirebbe che fanno molte querele intorno alla durezza del cuore di chi passa. La vera miseria merita compassione ad ogni uomo: essi però hanno le loro arti per commovere a pietà, e sono antichissime. S. Giangrisostomo in una omelia ne fa una lista; e io ne lessi anche assai in una commedia spagnuola, in cui si trovano le adunanze che fanno, i loro statuti particolari, e gli ordini a’ quali ubbidiscono. Non so se debba incolpare la loro malizia, o dire, come appunto S. Giangrisostomo, che gli orecchi sordi degli uomini gl’inducono alla necessità di tali finzioni. Poche sere fa, passando un ponte, vi trovai tre fanciulli mezzo ignudi che battevano i denti, e facevano un piangere così doloroso e lamenti tali che fendevano il cuore. Feci quanto potei in loro pro; e passato oltre un poco, non so perchè, mi arresto: era bujo; cessa il pianto e si cambia fra loro in un quieto ragionamento. Dice uno: Che ti pare? fo io bene la parte mia? Risponde l’altro: Passabilmente; ma la voce vuol essere più stridente. Dice il terzo: È vero, accordiamoci bene: e fanno come gli strumenti. Quando parea loro che i tuoni andassero bene, diceano: Oh così, così; e rideano. Intanto passa uno, e il coro alza le voci. Io stetti mezz’ora nascosto ad udire quella musica; poi ripassai, ed essi intuonano: Voi non fate bene, diss’io; e cominciai a far loro il maestro con gli stessi insegnamenti che avea uditi. Mi ascoltarono prima attoniti, e appresso tutti ad un tratto sparirono.

VII. Il Terrore per equivoco

Due giovani sollazzevoli di natura e di grazioso ingegno nel procurarsi scherzi da consumare il tempo lietamente, erano già passati più volte di notte per la Calle di . . . e avevano udito ad una data ora un fischio, al quale si rispondea incontanente dall’alto con un aprire di finestra, donde si udiva poi una voce di donna che rispondeva alla voce del maschio fischiatore. Passano di là una notte, passano un’altra, e ogni volta odono il zufolino e ogni volta la stessa apparizione. Venne dunque loro in animo di provare se poteano avere qualche buona ventura, o almeno sapere chi colui era, il quale avea tanta virtù nel fischiare, che facea correre le femmine alla finestra come gli uccelletti al richiamo. Per la qual cosa accordatisi fra loro, e imparato con varie prove la fischiata dell’innamorato, ne andarono, gli 11 del corrente mese di marzo, verso le sei ore, cioè un quarto d’ora prima di lui, ove sapeano; e appostatisi l’uno di qua e l’altro di là ai due canti della via, cominciarono a fischiare co’ tuoni dell’amico. Ma o fosse che l’ora non era l’assegnata dalla donna, o che i sibili non avessero la perfetta misura e il sapore degli altri, la finestra si stava chiusa che parea murata. I due fischiatori ostinati nell’impresa, sperando pur che si aprisse, ritoccavano a vicenda e guardavano di quando in quando all’insù; ma non era nulla. Avvenne frattanto che un terzo giovane, il quale andava per via alle sue faccende, molto bene e riccamente vestito, passò per caso di là, ed entrando nella Calle, udì poco discosto alzarsi or l’uno or l’altro de’ fischi all’aria. Il bujo e la solitudine gli cominciarono a metter la paura in corpo; onde stando in orecchi si arrestò, e temendo del suo mantello, pensava così fermo s’egli dovesse andar oltre o tornar indietro. I due che adocchiato l’aveano e lo vedeano star saldo, pur per vedere qual movimento facesse, zufolarono di nuovo; ed egli, come se avesse udito a sibilare basilischi, postosi in pensiero che fossero ladri che si accennassero per ispogliarlo, e parendogli forse di avergli intorno, di vedere le sguainate coltella a luccicare, di sentirsi trafitta la gola e vedere il sangue, prese una subita risoluzione: diede la volta indietro e cominciò a fuggire quanto potea. I compagni credendo ch’egli potesse essere l’innamorato, bramosi di conoscerlo in viso, si mossero tuttaddue ad un tempo, e dietro gli corsero volando. La furia del correre fu grande e le intenzioni diverse; ma l’uno parea la lepre, e gli altri i levrieri. Il pauroso, ch’era fuori di sè e ansava, parendogli di aver la morte sul capo, non vedendo più dove andasse, incespica in non so che, e stramazza disteso come un tappeto, rinvolto nel mantello, che non si potea muovere. Immagini ognuno, che gli parve quando si vide i due sibilatori addosso, i quali divenuti del suo caso pietosi e presolo per le braccia, cercavano di rilevarlo, e gli chiedevano s’egli si fosse in qualche parte del corpo danneggiato. Ma egli, prendendo ogni parola per bestemmia e ogni atto per coltellate, si diede a chiedere con voci compassionevoli la vita e a conceder loro il mantello e quanto avea indosso, purché potesse essere salvo. Essi avendolo finalmente rilevato, e veduto che gli tremavano le ginocchia, sicchè non potea reggersi in piedi, deliberarono di condurlo ad un tragitto per metterlo in barca, e standogli uno di qua e l’altro di là, gli prestavano assistenza. Ma egli tutto pieno di sospetto, e non vedendo in fantasia altro che ladri, talora sospirava profondamente e tacea, ora si sbottonava il vestito e dicea: Prendete, io vi do anche questo; ora mostrava loro le fibbie delle scarpe, e accennava che le togliessero; e in somma ogni cosa promettea, ogni cosa scongiurava che si portassero via e lo lasciassero in pace. Finalmente giunti al tragitto e consegnatolo ad un gondoliere, quivi lo lasciarono così dalla paura accecato, ch’io credo che gli paja ancora di essere stato nelle mani de’ ladri.

VIII. Se sieno migliori le fatture forestiere o le nostrali

Ci sono certuni i quali debbono credere ch’io sia una sibilla. Mi vengono con polizze domandate cabale, spiegazioni d indovinelli, interpretazioni, scioglimenti di dubbi: fioccano i biglietti da ogni lato; io gli leggo, e non trovando in essi cose a proposito per questi fogli, non rispondo: privatamente non mi posso scusare del mio silenzio a chi mi scrive, non sapendo chi sia stato: alcuno si sdegna e ritocca con polizze nuove, onde ho sempre addosso una tempesta di carte. Ho pensato di scusarmi con certuni in istampa: ognuno si prenda la scusa che va a lui, perch’io dico ora fra me, qual chi semina il grano: germoglierà dove cade.

Alla polizza che mi domanda ch’io giudichi se sieno migliori le fatture forestiere o le nostrali, rispondo che la richiesta è troppo universale, e che le fatture sono di sì varj generi, e io ne so tanto di fatture, quanto le fatture sanno di me. E però mi scusi se in cambio di sentenziare gli dirò una novelletta accaduta pochi anni fa in una nobilissima città d’Italia.

Trovavasi in una città Fefautte, musico di professione, a cui soffiava ne’ polmoni un certo venticello di boria che lo rendea in molte cose nuovo e singolare. Pure, perch’egli sapeva l’arte sua assai bene e cantava dolcemente, avea molte persone che per udirlo lo visitavano la sera, onde in casa sua facevasi una garbata conversazione. Accadde che una sera fra le altre venne in quella compagnia condotto un dottissimo uomo, valente in medicina e buon filosofo, il quale per gli arguti suoi detti e per un certo suo vivere naturale e quasi alla carlona veniva grandemente amato da ogni uomo del suo paese. Era già adunato nella stanza del Fefautte un bel cerchio di persone, quando per avventura cominciò a cadere il ragionamento sopra le fatture nostrali e sopra le forestiere. Il musico che di oltramare venuto era pochi mesi avanti, si diede ad avvilire quelle de’ nostri paesi e a mettere in cielo con le lodi le inglesi, e dicea: Io per me non voglio altro in vita mia che lavori d’Inghilterra. Cava fuori un oriuolo, ne mostra uno appiccato al muro, e dice: Questi sono d’Inghilterra; fa veder sedie, tavolini, armadi, e capo per capo ritocca: Questi sono d’Inghilterra; e in tal guisa empie gli orecchi di tutti, giurando ad ogni punto che in vita sua non volea mai altro che roba d’Inghilterra. Il medico, che mai non avea parlato, e a cui forse era venuta anche a noja quella vocina di zanzara e si sentia a rodere, balza in piedi e dice: Ora mi avveggo perchè vostra signoria è musico; certo ella ha gittata via la tal parte di sè, perchè non era d’Inghilterra. Cosi detto mettesi il cappello e va ai fatti suoi. — Ogni paese ha le sue fatture particolari che sono le migliori, e la natura è liberale d’ingegno in ogni paese.

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