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Trattato di architettura civile e militare I

Francesco di Giorgio Martini · 1841 · Free in the US

94,443 words · about 6 h 37 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1841 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Trattato_di_architettura_civile_e_militare_I&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Francesco di Giorgio Martini
Language
Italian
Published
1841
Length
94,443 words · about 6 h 37 min
Sections
144 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (144)
  1. Front matter under 1 min
  2. Ai lettori about 10 min
  3. Vita about 2 min
  4. Vita – Capo I about 10 min
  5. Vita – Capo II about 9 min
  6. Vita – Capo III about 11 min
  7. Vita – Capo IV about 12 min
  8. Vita – Capo V about 22 min
  9. Vita – Capo VI about 21 min
  10. Vita – Capo VII about 15 min
  11. Catalogo dei codici about 44 min
  12. Trattato di architettura civile e militare under 1 min
  13. Libro 1 under 1 min
  14. Trattato - Libro 1 - Prologo about 6 min
  15. Trattato - Libro 1 - Capo 1 about 2 min
  16. Trattato - Libro 1 - Capo 2 about 3 min
  17. Trattato - Libro 1 - Capo 3 about 2 min
  18. Trattato - Libro 1 - Capo 4 about 1 min
  19. Trattato - Libro 1 - Capo 5 about 2 min
  20. Trattato - Libro 1 - Capo 6 about 5 min
  21. Trattato - Libro 1 - Capo 7 about 2 min
  22. Trattato - Libro 1 - Capo 8 about 3 min
  23. Trattato - Libro 1 - Capo 9 about 3 min
  24. Trattato - Libro 1 - Capo 10 about 3 min
  25. Libro 2 under 1 min
  26. Trattato - Libro 2 - Prologo about 4 min
  27. Trattato - Libro 2 - Capo 1 about 2 min
  28. Trattato - Libro 2 - Capo 2 about 3 min
  29. Trattato - Libro 2 - Capo 3 about 4 min
  30. Trattato - Libro 2 - Capo 4 about 3 min
  31. Trattato - Libro 2 - Capo 5 about 3 min
  32. Trattato - Libro 2 - Capo 6 about 2 min
  33. Trattato - Libro 2 - Capo 7 about 1 min
  34. Trattato - Libro 2 - Capo 8 about 8 min
  35. Trattato - Libro 2 - Capo 9 about 2 min
  36. Trattato - Libro 2 - Capo 10 about 3 min
  37. Trattato - Libro 2 - Capo 11 about 2 min
  38. Trattato - Libro 2 - Capo 12 about 2 min
  39. Trattato - Libro 2 - Capo 13 about 5 min
  40. Libro 3 under 1 min
  41. Trattato - Libro 3 - Prologo about 3 min
  42. Trattato - Libro 3 - Capo 1 about 4 min
  43. Trattato - Libro 3 - Capo 2 about 3 min
  44. Trattato - Libro 3 - Capo 3 about 5 min
  45. Trattato - Libro 3 - Capo 4 about 4 min
  46. Trattato - Libro 3 - Capo 5 about 4 min
  47. Trattato - Libro 3 - Capo 6 about 2 min
  48. Trattato - Libro 3 - Capo 7 about 5 min
  49. Libro 4 under 1 min
  50. Trattato - Libro 4 - Prologo about 4 min
  51. Trattato - Libro 4 - Capo 1 about 5 min
  52. Trattato - Libro 4 - Capo 2 about 6 min
  53. Trattato - Libro 4 - Capo 3 about 5 min
  54. Trattato - Libro 4 - Capo 4 about 2 min
  55. Trattato - Libro 4 - Capo 5 about 2 min
  56. Trattato - Libro 4 - Capo 6 about 3 min
  57. Trattato - Libro 4 - Capo 7 about 5 min
  58. Trattato - Libro 4 - Capo 8 about 3 min
  59. Libro 5 under 1 min
  60. Trattato - Libro 5 - Prologo about 3 min
  61. Trattato - Libro 5 - Capo 1 about 4 min
  62. Trattato - Libro 5 - Capo 2 about 2 min
  63. Trattato - Libro 5 - Capo 3 about 4 min
  64. Trattato - Libro 5 - Capo 4 about 4 min
  65. Trattato - Libro 5 - Capo 5 about 2 min
  66. Trattato - Libro 5 - Capo 6 about 4 min
  67. Trattato - Libro 5 - Capo 7 under 1 min
  68. Trattato - Libro 5 - Capo 8 about 2 min
  69. Trattato - Libro 5 - Capo 9 about 3 min
  70. Trattato - Libro 5 - Capo 10 about 2 min
  71. Trattato - Libro 5 - Capo 11 about 2 min
  72. Trattato - Libro 5 - Capo 12 about 3 min
  73. Trattato - Libro 5 - Prologo agli esempi about 1 min
  74. Trattato - Libro 5 - Esempio 1 about 1 min
  75. Trattato - Libro 5 - Esempio 2 about 1 min
  76. Trattato - Libro 5 - Esempio 3 under 1 min
  77. Trattato - Libro 5 - Esempio 4 about 1 min
  78. Trattato - Libro 5 - Esempio 5 under 1 min
  79. Trattato - Libro 5 - Esempio 6 under 1 min
  80. Trattato - Libro 5 - Esempio 7 about 1 min
  81. Trattato - Libro 5 - Esempio 8 about 1 min
  82. Trattato - Libro 5 - Esempio 9 about 1 min
  83. Trattato - Libro 5 - Esempio 10 under 1 min
  84. Trattato - Libro 5 - Esempio 11 under 1 min
  85. Trattato - Libro 5 - Esempio 12 under 1 min
  86. Trattato - Libro 5 - Esempio 13 under 1 min
  87. Trattato - Libro 5 - Esempio 14 about 1 min
  88. Trattato - Libro 5 - Esempio 15 about 1 min
  89. Trattato - Libro 5 - Esempio 16 about 1 min
  90. Trattato - Libro 5 - Esempio 17 about 1 min
  91. Trattato - Libro 5 - Esempio 18 about 1 min
  92. Trattato - Libro 5 - Esempio 19 about 1 min
  93. Trattato - Libro 5 - Esempio 20 about 1 min
  94. Trattato - Libro 5 - Esempio 21 about 1 min
  95. Trattato - Libro 5 - Esempio 22 under 1 min
  96. Trattato - Libro 5 - Esempio 23 under 1 min
  97. Trattato - Libro 5 - Esempio 24 about 1 min
  98. Trattato - Libro 5 - Esempio 25 about 2 min
  99. Trattato - Libro 5 - Esempio 26 about 1 min
  100. Trattato - Libro 5 - Esempio 27 about 1 min
  101. Trattato - Libro 5 - Esempio 28 about 1 min
  102. Trattato - Libro 5 - Esempio 29 about 1 min
  103. Trattato - Libro 5 - Esempio 30 about 1 min
  104. Trattato - Libro 5 - Esempio 31 about 1 min
  105. Trattato - Libro 5 - Esempio 32 under 1 min
  106. Trattato - Libro 5 - Esempio 33 under 1 min
  107. Trattato - Libro 5 - Esempio 34 under 1 min
  108. Trattato - Libro 5 - Esempio 35 under 1 min
  109. Trattato - Libro 5 - Esempio 36 under 1 min
  110. Trattato - Libro 5 - Esempio 37 under 1 min
  111. Trattato - Libro 5 - Esempio 38 about 1 min
  112. Trattato - Libro 5 - Esempio 39 under 1 min
  113. Trattato - Libro 5 - Esempio 40 about 2 min
  114. Trattato - Libro 5 - Esempio 41 about 1 min
  115. Trattato - Libro 5 - Esempio 42 about 1 min
  116. Trattato - Libro 5 - Esempio 43 about 1 min
  117. Trattato - Libro 5 - Esempio 44 about 1 min
  118. Trattato - Libro 5 - Esempio 45 about 1 min
  119. Trattato - Libro 5 - Esempio 46 about 2 min
  120. Trattato - Libro 5 - Esempio 47 about 1 min
  121. Trattato - Libro 5 - Esempio 48 under 1 min
  122. Trattato - Libro 5 - Esempio 49 under 1 min
  123. Trattato - Libro 5 - Esempio 50 about 1 min
  124. Trattato - Libro 5 - Esempio 51 about 1 min
  125. Trattato - Libro 5 - Esempio 52 about 1 min
  126. Trattato - Libro 5 - Esempio 53 about 1 min
  127. Trattato - Libro 5 - Esempio 54 about 1 min
  128. Trattato - Libro 5 - Esempio 55 about 1 min
  129. Trattato - Libro 5 - Esempio 56 about 2 min
  130. Trattato - Libro 5 - Esempio 57 under 1 min
  131. Trattato - Libro 5 - Esempio 58 under 1 min
  132. Trattato - Libro 5 - Esempio 59 under 1 min
  133. Trattato - Libro 5 - Esempio 60 about 2 min
  134. Libro 6 under 1 min
  135. Trattato - Libro 6 - Prologo about 1 min
  136. Trattato - Libro 6 - Capo 1 about 2 min
  137. Trattato - Libro 6 - Capo 2 about 1 min
  138. Trattato - Libro 6 - Capo 3 about 1 min
  139. Trattato - Libro 6 - Capo 4 about 4 min
  140. Libro 7 under 1 min
  141. Trattato - Libro 7 - Prologo about 4 min
  142. Conclusione dell'opera about 2 min
  143. Indice delle voci about 4 min
  144. Indice delle materie under 1 min

Continue:

Front matter

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Ai lettori

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L’opera che ora vede la luce fu desiderata da lunghi anni. Già sin da’ primi tempi che venne scoperto il codice Sanese di Francesco di Giorgio, alcuni amatori del nome suo ebbero in animo di pubblicarlo. La edizione prima doveva esser fatta nella patria dell’autore, onde quel bibliotecario abate Ciaccheri, che ne aveva tolto l’impegno, faceva istanza agli amici gli porgessero gli opportuni lumi: e già il bolognese Vincenzo Corazza aveagli promesso aiuto; parecchie annotazioni le desiderava dal Galiani di Napoli traduttor di , e le occorrenti dilucidazioni circa i materiali di costruzione attendevale dal geologo Baldassarri di Siena, con altri sussidii da ; ma, poco dopo, pare ne abbandonasse persin l’idea, come m’insegna una lettera scrittagli nell’anno 1782 da . A tale impresa volle egli pure accingersi il conte , e, come dice di un esemplare del codice Sanese l’abate Trombelli in una inedita lettera, se non era di ortografia pessima, probabilmente il Conte, al quale lo lasciai in mano per alcun tempo, l’avrebbe fatto stampare per le notizie recondite che vi sono. Mirabil ragione! che se così avessero pensato i dotti degli scorsi secoli, rimarrebbero ancora nella polvere delle biblioteche i classici stessi dell’antichità. Ma l’Algarotti, bel parlatore ed uomo di facile e leggera erudizione, era più atto a trattenere i dilettanti, che a soddisfare gli uomini dell’arte, e forse al tentativo suo allude il scrivendo che più d’uno temerariamente pretese correggere questo prezioso manoscritto riducendolo alla frase e lezione moderna, ma non fece che corromperne il senso e alterarne lo stile del secolo. Circa gli anni stessi la medesima cosa erasi proposto monsignor Stratico vescovo di Lesina in Dalmazia, e ne abbiamo notizia per una sua lettera stampata dal professor , nella quale dice, parlando del Martini, spero che il suo trattato, che io pubblicherò con l’aiuto e con i lumi degli amici, e soprattutto del mio Cocchi, farà onore a Siena e a Urbino: e certo, a lui non sarebbero mancati i consigli e l’assistenza del comentatore di Vitruvio Simone Stratico che gli era fratello. Finalmente, il fiorentino professor Del-Rosso volle stamparlo egli pure, seguendo l’idea già esposta dal De-Vegni, ma ne fu disanimato dalla mancanza delle figure nel codice Sanese, e sopra tutto di quelle di fortificazione: ma dopo scoperto il codice Magliabechiano, fece quasi un invito agli architetti per la pubblicazione e singolarmente ai Sanesi, offrendosi e pei lumi dell’arte e per la spesa. Ma anche questa volta, se vi fu la volontà, mancò l’effetto.

Ora solamente alla pubblicazione di codesto trattato concorsero condizioni propizie. Un Personaggio gentile, versatissimo negli studi dell’arte, ed in quelli della storia e delle cose militari, raccolse intieri i libri di Francesco di Giorgio, e volse l’animo a farli cosa pubblica. I lettori Italiani, e fra essi coloro singolarmente che Piemontesi sono, già sanno ch’io parlo di Cesare Saluzzo Governatore delle LL. AA. RR. i Duchi di Savoia e di Genova, tenente-generale, e grande scudiere di S. M. il Re di Sardegna. Egli possessore di una biblioteca di libri storici e militari quanto si possa dire copiosa, trovatore ed acquisitore di codici rarissimi, conoscitore profondo dell’istoria nostra ed amatore caldissimo delle antiche glorie italiane, non volle che la maggior opera di Francesco di Giorgio rimanesse più sepolta.

È per Cesare Saluzzo che i cultori della storia dell’architettura militare leggeranno il più compiuto trattato di quell’arte antica di fortificare, che ora i tanti libri ed i dissepolti documenti, ed il genio del secol nostro che si rivolge ai padri suoi, hanno fatta sì cara: per lui sarà dato agli architetti un libro di un artista dell’aureo secolo decimoquinto, e, fra gli stampati, primo ad unire alla pratica le lezioni teoriche, primo per epoca dopo l’, primo a scrivere nella lingua nostra: per lui sarà dato agli studiosi della lingua un libro scritto da un Sanese sullo scorcio del decimoquinto secolo, condizioni che da sè sole c’indicano un testo del nostro bel parlare: per lui avranno gli amatori delle patrie glorie, i buoni Italiani, quegli scritti ne’ quali quella mente sagace ed indagatrice di Francesco deponeva i germi di tante preziose scoperte, l’applicazione delle quali ostando alla potenza delle artiglierie, fu la salute di tanti piccoli stati; per lui finalmente godremo di un bel tratto di patria carità, quando sarà pagato dal Piemonte un debito della gentile e maestra Toscana, ed avremo veduto la provincia nostra concorrer zelosa ad accrescere il comune patrimonio di gloria.

All’illustre Personaggio che pensava a ridare agl’Italiani il loro Francesco di Giorgio, distratto dai pubblici negozi, falliva il tempo: mi richiese dell’ufficio mio, ed io volonteroso subentrava all’incarico, ponendo mente piuttosto alla utilità che ne sarebbe ridondata agli studi, che non ai mezzi ch’io m’avessi onde poter condurre a buon fine siffatta impresa. Ciò dico, onde mi valga presso il cortese lettore la buona intenzione che mi guidava, e sia scusato almeno in parte, qualora, dovendo dire molte e nuove cose, io avessi errato per meno esatte od insufficienti notizie.

Ora esporrò la ragione della pubblicazione presente. Precede la vita dell’autore tessuta su documenti auten- tici, ed è seguita dal catalogo analitico delle otto opere che lasciò scritte o figurate, delle quali mi fu dato rinvenirne sparsamente ben trentadue copie.

Principal pregio dell’autore sono le scoperte ed i perfezionamenti circa le mine, i baluardi ed altre parti della fortificazione; e la storia di tali cose trattata in alcuni libri inediti dal Beretta, dallo Scarabelli, dal Velasco, ed in stampati, come quelli del Mandar, del D’Antoni, del Marini, per tacer d’altri, non contenterà a gran pezza i leggitori dell’età nostra. Ebbero questi scrittori (e dico di tutti, sicchè paia destino di questa scienza) un cotal loro modo di scrivere la storia della fortificazione, pel quale fissarono la serie delle scoperte di tale e tale altra parte di essa non come furono, ma come parve loro che avrebbero dovuto succedersi: seguirono il metodo razionale, quasi si trattasse di questioni metafisiche od ideologiche. Ma la storia di una scienza pratica è storia di fatti, e dalla successione di questi dobbiamo ordirla, e per quella della fortificazione non devesi procedere diversamente che per un’altra, nè tralasciare le relazioni degli antichi assedi ed i libri de’ vecchi trattatisti, verbosi sì, ma pur pieni di precetti. A ciò però non badarono gli autori de’ quali ho parlato; essi, conoscitori dell’arte loro, quale all’età in cui vissero l’avevano trovata, nè volgendo lo sguardo addietro, scrissero ad un dipresso come disegnata avrebbero la pianta di una fortezza; e nella serie delle invenzioni, chi legge i libri loro, trova dapprima, a cagion d’esempio, il perimetro bastionato moderno, quindi il rivellino, poi la strada coperta e lo spalto, procedendo con quell’ordine col quale mettonsi in carta; la sincera storia invece ci ammaestra essere antichissimi i rivellini, meno antichi lo spalto e la strada coperta, e posteriore ancora il bastione. Ciò, dico, è accaduto per non aver consultata la storia, o data fede a scrittori ignari delle cose e delle voci dell’architettura militare: aggiungasi che quasi nessun lume può trarsi dagl’ingegneri del decimosesto secolo, i canali, coevi o di poco posteriori alla invenzione de’ baluardi, non la conobbero, o, come è destino di pressochè tutte le grandi scoperte, non si curarono di esporne i primordi e gl’incrementi. Da questa incuria derivò pure uno scetticismo pel quale furon dette inutili tali ricerche, siccome non guidanti a nessun certo termine. La quale sentenza, di persona dotta sì, ma che ne’ suoi studi storici sull’architettura militare non oltrepassando l’età del Marchi ignorò i sistemi e le scoperte de’ secoli anteriori assai più fecondi in invenzioni che non si credano, cade di per sè, solo che si consideri come per le età moderne fornite di scrittori, poco scetticismo possa albergare negli animosi che non sfuggono dal rintracciare le storie.

Queste considerazioni m’indussero a munire il trattato di Francesco di Giorgio di una discussione istorica (Memoria III), nella quale indago e cerco di fissare le epoche e gl’incrementi di tutte quelle parti della militare architettura antica e moderna che usarono in circa l’anno 1500, o che nacquero in quel torno, siano desse tuttora in uso o siano state tralasciate come insufficienti o dannose: quindi di una speciale dissertazione (Memoria IV) colla quale tento di chiarire la storia de’ bastioni moderni e dell’essere stati trovati e posti in disegno prima che da ogni altro ingegnere, dall’autor nostro circa l’anno anzidetto. Aggiungo circa le mine con polvere una disquisizione (Memoria V) per provare essere desse pure invenzione italiana.

L’autore descrivendo e figurando dieci differenti specie d’artiglierie, io per ciascuna apposi una notizia, facendole precedere da un discorso sopra la nomenclatura così intricata delle artiglierie antiche, e le principali nozioni circa esse le riunii sotto l’articolo del genere e specie Bombarda, al quale, fanno seguito le desiderate ed inedite teorie di . Formano queste notizie la Memoria II, per la quale io sostai ai primi lustri del secolo decimosesto.

Ed anzi tutto, a queste quattro Memorie ne feci precedere una prima, nella quale rapidamente parlando della vita e delle opere degl’Italiani che scrissero dell’arte dell’ingegnere e dell’artigliere, e dell’antica meccanica militare, dal 1285 al 1560 (cioè dal primo albore di risorgimento dell’arte antica sino al cominciare del secondo periodo della fortificazione moderna per opera di ), volli esporre in quale stato ognuno di essi abbia trovata la scienza, e quali miglioramenti vi abbia portato. In meno di tre secoli fiorirono in questa patria quarantasei scrittori delle arti anzidette; di essi io parlo, e non computando coloro de’ quali so- pravvisse il nome solo, fors’anche più d’uno ne ho ignorato. Ad ogni modo, in quell’epoca di sì scarsi studi militari, tutta Europa riunita non ne fornì altrettanti.

Al testo apposi quelle note che mi parvero opportune: sono di lingua, di confronto di codici, di autori citati da Francesco o da me, e di brevi digressioni ove mi parve ve ne fosse mestieri.

Gli architetti che leggeranno quest’autore s’ingegnino di rispettare ed imitare la modestia sua, il suo amore per l’arte, pensando che in quei buoni quattrocentisti che fecero quasi sempre bene, spesso ottimamente, e talvolta a segno di lasciar disperati di avvicinarli chi venisse lor dopo, la potenza del fare vinceva d’assai quella del dire. Ora è sorta la generazione de’ sofisti dell’arte, dico degli estetici, che con gonfie parole e tra nebbie metafisiche vanno assegnando alle mirabili opere de’ nostri antichi motivi de’ quali essi pur non s’addavano: parlano con gran sicurezza, e poco sperti nell’arte, poichè non vi si addentrarono mai, non intesi essi stessi dagli artisti, procedono con artificiata passione a declamare canoni del bello, cui la pratica troppo soventi smentisce come impossibili. Costoro vi troveranno proprio il perchè Giotto, , abbiano fatta questa e quest’altra cosa, ed in verità, che quando vi penso, mi rammentano i gramatici del quarto e quinto secolo ed i nostri chiosatori del secento, che notavano ne’ sommi poeti a bellezza il buio, l’arcano, le allusioni che credevano scorgervi per entro. Gran segno di decadimento è questo: che, quando al bello vien fatta una gretta ana- lisi e date leggi che gli dicano, non oltrepasserai questi limiti, già non è più. Pure, e’ si faccian lieti, che se i nostri antichi non conobbero la loro scuola ciarliera, stavano però legati alla catena vitruviana ed alla aristotelica: di questa taccia non è mondo Francesco di Giorgio, nè io il celo: ed appunto quel Vitruvio colla sua capanna, colla sua vergine corintia, colle sue proporzioni antropografiche spacciava a modo suo le dottrine estetiche de’ Greci e de Romani. Dirò di più come travolto l’autor nostro dall’età in cui visse, tutta dedicantesi agli studi dell’antichità, abbia scritta una lingua cospersa di latinismi troppo improprii al soggetto, sicchè spesso ti faccia desiderare la rozza semplicità dell’antico dialetto di Siena in che aveva scritto dapprima. Ma, sono forse molti gli autori di quel secolo che adoprate abbiano le belle e schiette forme italiane? Pur troppo che rarissimi sono. Anzi, maggior fu ancora tra gli artisti codesta lue, come accade a gente che non facendo professione sua le lettere, si volge poi là ove vede andare chi in quella età ne sia tenuto maestro: e nondimeno schiettissima parrà la lingua sua appetto a quella degl’ibridi scrittori d’architettura di que’ tempi, di , del , del , del .

Gl’ingegneri poi che coltivano la storia dell’arte loro, vedranno senza dubbio volonterosi in questo trattato e negli aggiunti disegni i primordi della loro nobilissima scienza nascente per opera di tanti chiari e laboriosi uomini, e di costui specialmente per cui ne’ moderni tempi cominciò la teorica dell’architettura militare ad accom- pagnarne la pratica; che notò, doversi fare studi di artiglieria non solo per ostare a quella, ma ancora per ostare con quella: fortezza essere che minore potenza alla maggiore potesse resistere: e quindi, che la maggior considerazione che deve muover l’ingegnere si è il considerare in che luogo e di che modo possa essere, la rocca disegnata offesa, e presupporre di essere a quella avversario, e secondo i difetti applicare le medicine ed i rimedi. Ed invero che troppo sconoscenti verso gl’inventori dell’architettura militare moderna mostraronsi gli scrittori: poichè quelli soli vinsero la prova nel più tremendo problema politico di que’ tempi, insegnando il modo che solo restava di ostare alla potenza turchesca: poichè non gli eserciti Austriaci, nè gli Ungheri salvarono nel 1529 la capitale e l’impero d’Austria, ma sì i nuovi ingegneri: come non le flotte Veneziane nel 1537, nè quelle di Spagna e d’Italia nel 1565 difesero Corfù e Malta, ma sì gl’ingegneri Italiani formati alla scuola di coloro che a Padova, cominciante il secolo, avevano per virtù d’ingegno prostrato lo sforzo della lega di Cambrai. Queste cose leggeranno volontieri, e saranno grati a chi le scrisse, grati a Quegli che volle si rendessero pubbliche.

Vita

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Indice

Nascita di Francesco. Si correggono parecchi errori del Vasari e di altri scrittori. Lavora al duomo di Orvieto. Ritorna a Siena. Gli si attribuiscono in questa città molti edifizi pei quali non v’è certezza. La città di Pienza con tutte le opere di Pio II, sono di un Bernardo Fiorentino. Chi sia quest’architetto. Edifizi varii in Siena ed in Roma apposti a Francesco, non si possono provare opera sua.

Francesco disegna le antichità di Perugia, Ferento, Gubbio, Tivoli e Roma. Probabilità di un suo viaggio in Lombardia. Scrive il suo primo trattato. Ritornato in patria, si ammoglia ed è impiegato alle pubbliche acque. Vi esercita la pittura e l’architettura.

Va in Urbino ingegnere del duca Federico, pel quale edifica molte rocche. Il ducal palazzo d’Urbino fecelo Luciano Schiavone. Si notano gli errori di parecchi scrittori. Però i bassi rilievi di quel palazzo sono di Francesco. Confutazione dell’opinione di M.r Bianchini.

Federico lo accomanda alla signoria di Siena. Ritornato in patria vi è ingegnere, ed oratore pel Duca. Va un’altra volta in Urbino, e fa alcune rocche pel Prefetto di Roma. Chiamato dai Cortonesi disegna la chiesa del Calcinaio. Rimpatria, ed è fatto ingegnere provvigionato della repubblica.

Fatto potestà di Port’Ercole, se ne esime col mezzo di Guidobaldo duca d’Urbino. I Sanesi lo vogliono architetto perito nell’affare di Chianciano. Informa la repubblica di alcuni moti di gente d’armi. Quei di Lucignano lo chiamano a munir la terra. Gian Galeazzo Visconti lo dimanda per averne il parere circa la cupola del duomo di Milano. Va in questa città ed a Pavia. Espone il suo giudizio, è rimunerato, e ritorna in patria.

È chiamato da Guidobaldo a dar perfezione ad alcuni edifizi. E dal Prefetto di Roma. Fa per Gentil Virginio Orsino il castello di Campagnano. Ritorna a Siena, poi va nel regno ad istanza del Duca di Calabria. È richiesto dai Lucchesi, li serve, e ne ha grandi encomi. Il Duca di Calabria lo vorrebbe di nuovo a Napoli: non ci va, e perchè. Chiamato una seconda volta dal Duca d’Urbino. Va al Duca di Calabria che lo conduce seco alle spiaggie di Puglia. La Signorìa lo richiama; egli ritarda, ne è minacciato, e rimpatria.

Il Duca di Calabria scrive ancora alla signoria di Siena per riaver Francesco, ma inutilmente. È eletto al supremo magistrato di Siena. Nuovi eventi di Montepulciano. Lavora di plastica, e getta in bronzo. Pare che andasse di nuovo in Urbino. Gli operai del duomo di Siena gli allogano alcune opere. Sua morte. Sua vita civile e domestica. Suoi discepoli.

Vita – Capo I

ct Nascita di Francesco. Si correggono parecchi errori del e di altri scrittori. Lavora al duomo di Orvieto. Ritorna a Siena. Gli si attribuiscono in questa città molti edifizi pei quali non v’è certezza. La città di Pienza con tutte le opere di sono di un Bernardo Fiorentino. Chi sia quest’architetto. vari in Siena ed in Roma apposti a Francesco, non si possono provare opera sua.

Sullo scorcio del secolo decimoquinto le arti figlie della fantasia procedevano all’apice del sommo bello per opera di una numerosa e sceltissima schiera d’uomini che onorerebbero qualsivoglia età e nazione, ed ai quali erano guida un , un , un , un , un Francesco di Giorgio, uomini egregi nelle arti figurative, di squisito gusto nell’architettura, eruditi delle antichità, dotti nella scienza delle acque e degli artifici militari, culti scrittori, e dotati di sì potente facoltà inventiva che col genio loro spesse volte videro ciò a che altri non pervenne poscia che dopo lungo e faticoso studio.

Di questi eletti uomini che primeggiano per vasto e moltiplice ingegno, due sono al merito de’ quali non ha resa ancora piena giustizia la storia, voglio dire il Giocondo e Francesco di Giorgio. Del primo, speriamo che nelle città venete, laddove maggiormente rifulse quel raro uomo, sorgerà una volta chi ne darà compiuta notizia; del secondo parlò poco e non esatto il Vasari, ripetuto e copiato mille volte al solito:

meglio ne discorsero il , il , il , il , quantunque con poca luce di documenti autentici: venne poscia sanese (al quale io mi professo obbligato della conoscenza di molte importanti carte) che la sua vita troppo breve impiegò tutta nel raccorre infinite e svariate notizie degli artisti che tanto nome crebbero alla sua illustre patria, ed invaghito specialmente del nostro Francesco, ne scrisse una vita rimasta inedita, ma ricchissima di documenti, moltissimi de’ quali furono di fresco dal Dottor stampati in Firenze nel suo veramente utile .

Io, venuto ultimo di tutti, ho pure avuta la sorte di trovare cose agli altri sconosciute, e ne parlerò a luogo: additerò, anzichè sviscerarle, le opere che il nostro Cecco condusse in pittura, in bronzo, in marmo: ma non potrò consentire nella infinita quantità di edifici civili che da’ suoi concittadini gli vengono apposti. Nè perciò scemerà il suo merito il quale ha vera base nelle sue opere militari, nel trattato suo e nel codice de’ disegni ne’ quali pose le fondamenta della moderna arte di fortificare.

Francesco figlio di un Giorgio e nipote di un Martino d’ignota famiglia, sottoscrivesi ed è chiamato in documenti che citerannosi in seguito, Francesco di Giorgio, al qual nome egli unì poi quello dell’avo, chiamandosi Martini. Non era di nobil casata nè della famiglia Trecerchi come scrisse l’ nei tempi fervorosi della scienza araldica: non fu neppure de’ Martini di Siena nobili dell’ordine ossia Monte del Popolo poichè quand’egli siedè magistrato in patria nel 1493 è scritto il nome suo, come di uomo nuovo, senz’altro, mentre i colleghi portanvi il nome dell’ordine cui spettano, e che fosse bassamente nato lo fa travedere egli stesso nella prefazione al suo trattato «a quello che la natura m’inclinava non mi determinava, ma più volte mosso dalla ragione, non sottoposto alle inclinazioni corporee, in qualche più vile e meccanica arte fui per esercitarmi, sperando in questa con minor peso di animo, se non di corpo, alle necessità del vitto mio possere suplire». Chi fossero o quali professioni esercitassero il padre e l’avolo suoi, è cosa ignota affatto, poichè quel Giorgio pollaiolo cui il De Vegni trovò ne’ libri di Biccherna, e padre di un Francesco nato nel 1439, se converrebbe pei nomi, disconverrebbe troppo per l’epoca: giacchè, quantunque non si conosca l’anno nel quale Francesco ebbe vita, pure dovette necessariamente precedere il detto anno 1439, stantechè sappiamo di certo che egli nel 1447 lavorava di scultura al duomo d’Orvieto, e se in tal epoca lo ammettiamo giovine, ragion vuole però che non fosse infante. Adunque in questa oscurità, investigando io l’anno probabile della sua nascita, propendo a quanto scrisse il Vasari nella sua prima edizione, per cui Francesco, che si dice morto circa il 1470 e vissuto 47 anni, sarebbe nato circa il 1423, e tale epoca è seguita dall’Ugurgieri e dal , e così in età di 24 anni non v’è ostacolo a supporlo fra i maestri della fabbrica di Orvieto.

Io so che sbaglia il Vasari dicendolo morto circa il 1470; so pur anche che sbaglia quando nella seconda edizione () e nelle posteriori gli prolunga vita sino al 1480, poichè è certo che Francesco morì nel secolo seguente, ma vedo che dal primo computo si trae giusta almeno l’epoca della nascita, qual cosa non accade nel secondo, e se vi fu errore nella data della morte, non ne segue che erronea pur sia quella del nascimento. Ciò dico appositamente, prestan- domisi spontanea l’occasione di notar cosa inavvertita a chi tante volte ristampò il Vasari, ed è che non di rado la vecchia edizione vince in pregio di verità e di esattezza la seconda, per la quale il buon autore adottò troppo soventi inopportune correzioni. Per figura: il Cecca ingegnere fiorentino morì sotto Piancaldoli nel 1488, lo dice , e di tal anno è la lapide citata dal Vasari nell’edizione prima; ora, nella seconda ei scrisse l’anno 1499, con manifesto errore ripetuto poi da tutti.

Pel lungo soggiorno ch’egli fece in Urbino, fuvvi chi, essendo Francesco ancora in vita, lo disse urbinate; ma i suoi concittadini se lo rivendicarono, e nulla può opporsi ai documenti che lo dicono Sanese, ed alle parole sue stesse nel Trattato d’architettura laddove dice (codice sanese, fogli 7 e 8) la marittima della mia città di Siena; il territorio della mia città di Siena.

Della prima giovenile età sua puossi ben dire che la passasse tra gli studi, ma sotto qual maestro è impossibile lo asserirlo. In calce al codice sanese vi è una nota, la quale dice che Francesco di Giorgio fu scolaro di Filippo Brunellesco: perchè quest’opinione meritasse fede, vi vorrebbe in vero qualche cosa più d’una semplice annotazione di moderno carattere; l’epoca lo consente essendo morto il Brunellesco nel 1446, ma non si giudichi di queste cose da quanto vediamo ai giorni nostri, chè allora un sanese che si fosse dato discepolo ad un fiorentino, o viceversa, sarebbe stata, per gli odii municipali, cosa pressochè mostruosa: d’altronde lo stile di Francesco se è della scuola toscana, non è però della fiorentina per nulla, nemmeno nelle parti; in quei tempi felici delle arti studiavasi il bello in natura e nei monumenti, nè un artista facevasi pedissequo di un altro.

Prima notizia di sua giovinezza l’abbiamo trovandolo l’anno 1447 in Orvieto, dove dà il nome suo ai maestri di quella loggia: vi dipingeva allora fra Giovanni Angelico da Fiesole, il quale partendosene sul fin di settembre, ebbe voglia Francesco, che certamente dovealo amare assai, di seguirlo; ma il 14 novembre adunati i fabbricieri ordinarono al camarlingo badasse che Francesco non lasciasse Orvieto.

Dall’anno citato sino al 1467 corre un ben lungo spazio di quattro lustri, ne’ quali non si ha parola del nostro artista: gli scrittori sanesi riempiono agevolmente questa lacuna aggiudicandogli la maggiore e la più bella parte degli edifici allora eretti in Siena, i quali, dopo altri, enumerati dal Romagnoli sarebbero: nel 1457 la piccola cappella presso la chiesa di S. Pietro alla Magione: nel 1460 l’archivolto ed il cornicione alla cappella di piazza appiè della torre del Mangia, essendo la inferior parte colle statue, opera del 1353, terminato il tutto nel 1470: e di queste due opere non ripugna il crederlo autore, come pure del dilicato sepolcro eretto nel 1462 al cavalier Cristofano Felici nella cappella di S. Galgano in S. Francesco di Siena, che è cosa bella pel tanto amore con che è condotta, ma peccante di soverchia secchezza.

Dicevano suo anche il palazzo ora Nerucci, già Piccolomini, e detto delle Papesse, edificato da donna Catterina Piccolomini sorella di in terreno presso la cattedrale, cedutole dopo lungo contrasto dal comune in deliberazione del 9 ottobre 1460, contrasto causato da ciò che il nuovo edificio avrebbe per sempre impedito il desiderato perfezionamento dell’aggiunta del duomo. La facciata bugnata e severa ritrae molto dell’architettura fiorentina, e nulla ha di comune col fare di Francesco: trovò poi il Romagnoli un documento del 1.° giugno 1463, nel quale apparisce con alto incarico un maestro Bernardo, il quale altri non può essere fuorchè quel Bernardo Fiorentino architetto di Pio II, e quindi anche della casa Piccolomini.

Qui cade occasione di parlare degli edifizi di Pienza. Tutti sanno, che la terra di Corsignano in quel di Siena fu da Enea Silvio Piccolomini (che vi era nato) diventato papa e dettosi Pio II, rifabbricata e dal nome suo appellata Pienza ed innalzata al grado di città. Di questa sua creazione egli assaissimo si compiaque, e dell’amor suo grandissimo pel luogo natio sono sparse quelle pagine de’ suoi , uno fra i migliori monumenti letterarii di quella età, nelle quali ne cade discorso. Pio stesso (è ben noto che opera sua e non del Gobelino sono quegli scritti) si estende in sì minuta descrizione di quelle fabbriche che nulla lascia a desiderarvi, e se il volger del tempo perverrà una volta a distruggerle, basteranno le parole di Enea Silvio a farle vivere eternamente come se intatte fossero. La prima descrizione si aggira circa il palazzo Piccolomini; viene quindi alla cattedrale la quale egli stesso volle di uniforme altezza nelle tre navi: parla quindi della canonica, dell’episcopio e della casa della magistratura: della piazza circondata di nobili edifici, e finalmente dei palazzi cominciativi da chi più amava essergli grato. Il computo fatto dall’architetto non era che di otto o dieci mila scudi d’oro: ma la spesa oltrepassava già i cinquanta mila. Multa adversus architectum Pontifici suggesta fuerant, qui et infideliter egisset et errasset in aedificio..... Bernardus hic erat natione florentinus, absentem cuncti lacerabant. Il buon Pio non che rimproverarlo, lo ringraziò e regalollo.

Il Vasari aveva nella prima edizione taciuto delle fabbriche di Pienza; le attribuì nella seconda a Francesco di Giorgio: io veramente non credo che ai Sanesi, che scrissero di questo artista, fossero sconosciuti i Commentari del massimo loro concittadino, e la menzione che fa del Bernardo fiorentino: di più, e’ sapevano quanto Francesco stesso (codice Magliabechiano f.° 52 r.°) aveva scritto, avvertendo che i fondamenti in suolo instabile causano rovina dell’edifizio, come avvenne a Pienza città in Toscana, dove per la medesima inavvertenza un edificio, bellissimo tempio, tutto si aperse; ma e’ non seppero togliere al loro architetto l’onore di quelle vaste costruzioni, quantunque le citate parole suonino chiaramente ch’ei non v’era per nulla, che se quell’edificio lo avess’egli architettato, non avrebbe certamente mancato di dichiarare che della rovina ei non aveva colpa.

Scoprì l’errore il prof. Del Rosso, e dopo lui il Romagnoli ed il Dottor Gaye, convennero nell’assegnare le opere di Pienza al Rossellino, che di nome chiamavasi Bernardo, di patria era fiorentino, e vivea a que’ tempi. A me però fa ostacolo il vedere come il Vasari, che minutamente parla di ogni più piccola opera del Rossellino, di questa così importante non faccia motto: v’ha di più, che la narrazione degli edifici per esso fatti cessa colla morte di l’accaduta nel 1455, mentre che l’edificazione di Pienza ebbe principio dopo il 1458, ed il soggiorno fattovi da Pio II fu nel 1462.

A togliere la difficoltà occorre l’esistenza di un altro architetto Bernardo fiorentino, impiegato dai Papi e segnatamente da nella chiesa di S. Marco in Roma e nel gigantesco palazzo annessovi: è questi certamente persona diversa dal Rossellino, che è figlio di un Matteo di Domenico Gamberelli, mentre il Bernardo che lavorò a S. Marco è figlio di un Lorenzo. Questa mia opinione è anche avvalorata dal vario stile di questi architetti: l’intelligente troverà identità perfetta tra gli edifici di Pienza e lo sgarbato portico di S. Marco, dal Vasari malamente attribuito a Giuliano da Maiano: ma per certo che tra le opere del Rossellino e quelle di Pienza analogia non corre. Basti delle cose di Pienza, delle quali parlai e per dimostrare che non sono del nostro Francesco, e per rivendicare il nome di un architetto sconosciuto affatto. Alla storia degli artisti italiani di que’ tempi nuoce la stessa loro moltitudine.

La tradizione de’ Sanesi dice opera di Francesco la loggia de’ Piccolomini detta del Papa in quella città presso S. Martino, fatta nel 1460 da Pio II per convegno de’ suoi consanguinei, apponendovi l’iscrizione pivs ii pont. max. gentilibvs svis picolomineis: è un grazioso portico di tre arcuazioni su colonne corintie: era voler del Papa di farlo maggiore, ma o fosse che non potesse vincere la durezza di un privato che sempre negogli di vendergli alcune attigue casuccie, od impedito dalla morte non lo compiè.

Un’altr’opera di que’ tempi e di quel Papa gli è attribuita, non già da’ suoi concittadini, ma dal , ed è l’edicola di S. Andrea a Ponte-Molle; il volgo la dice di Bramante, ma non può essere, non essendo questi venuto in Roma che l’anno 1500; perciò soggiunge il Guattani: «minutamente cercando qual bravo architetto fiorisse in quell’epoca, non trovo che un certo di Giorgio sanese.... niente più facile che (Pio II) gli ordinasse anche questo picciol lavoro». Ma prove non ne adduce: onde io direi con maggior fondamento che niente più facile, che questa graziosa edicola l’ordinasse al suo Bernardo fiorentino.

Delle altre numerose fabbriche di Pio II registrate da lui stesso, dal Campano, dal Platina, dal Ciacconio, dall’Oldoini e dal Malavolti, poichè niuno le attribuì al nostro architetto, ne tacerò io pure.

Nei regesti del consiglio generale di Siena, citati dal Romagnoli, leggesi, che adunatosi il consiglio il 24 aprile 1464, deliberò di dar compimento alla chiesa di S. Caterina in Fonte Branda, il qual lavoro fu fatto l’anno seguente, essendone operaio pel comune Giovanni di Antonio Cigalini. È voce antica in Siena che la facciata sia disegno di Francesco di Giorgio, ma ne’ libri dell’archivio delle Riformagioni (libri turchini, vol. VIII, carte 112) ne’ quali sono segnate le partite d’ogni cosa, si parla di M.° Corso, che fece la facciata, di Mariano di Tingo scultore della porta, e di Urbano di Pietro da Cortona statuario: ai quali la giudiziosa guida di Siena (del 1822) aggiunge Francesco di Duccio del Guasta, che diresse l’innalzamento della volta per lire 195, e Jacopo Cozzerelli scultore, che architettò le due graziose logge collocate in alto. Io, non trovando qui menzione del nostro Cecco, amerei apporre quell’opera al Cozzerelli piucchè ad altri, e vieppiù, perchè bello, e degno di Francesco è l’edifizio, ed al Cozzerelli, che gli era compagno e carissimo amico, non avrà negati i suoi lumi.

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