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Libro primo
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Intenzione dell'Autore nello scrivere quest'Opera. — Utilità della stessa, e fedeltà osservata nel compilarla. — Comparazione della tattica guerresca a’ tempi di Giustiniano con quella de’ secoli più remoti.
L'imperatore Arcadio, lascia, testando, la tutela del figliuol suo Teodosio al persiano monarca Isdigerte. — Questi l'accetta, e con maravigliosa fedeltà ne compie i doveri. — Vararane, successor d’Isdigerte, mette piede sulle terre imperiali. — Anatolio, condottiero delle romane truppe in oriente, presentatoglisi, ottiene la pace.
Perozo guerreggia gli unni Eutaliti. — Costumi di questi popoli — L'esercito persiano cade in un’imboscata. — Eusebio, legato dell'imperatore Zenone, fa palese al re, valendosi d'un arguto apologo, il sovrastante pericolo. Il condottiero degli Eutaliti condona al nemico la vita, in premio di che vuol essere da lui adorato. — Perozo fa mostra di consentirvi, ma riferisce, per consiglio de’ maghi, quest'atto al Sole.
Seconda spedizione di Perozo. — Stratagemma degli Eutaliti. — Disfatta dei Persiani. — Istoria d'una perla del re. — Legge promulgata dai Persiani dopo la rotta. — Cavado, ultimo dei figliuoli di Perozo, ottiene il regno.
Cavado con legge proclama la comunanza di tutte le donne. — I sudditi, depostolo ed eletto in sua vece Blaso, rinserranlo nella prigione di Lete — Origine di questo nome. — Tragico fine di Arsace re dell’Armenia.
Cavado vestito delle vestimenta di sua moglie fugge del carcere. — Ripara in quello degli Eutaliti, e quivi leva un esercito per ricuperare il regno. — Priva degli occhi Blase. — Dà morte a Gusanascade inalzando all'onore di canarange Adergudunibade, ed a quello di adrasladaraselane Seose.
Cavado chiesto in vano danaro all’imperatore Anastasio prende a farne vendetta col guerreggiare i Romani. — Assedio della città d'Amida. — Sua espugnazione tra la notte posteriore ad un giorno festivo coll'assalto d'una torre mal guardata da monaci. — Orribile strage degli assediati, cessata colla saggia rimostranza d’un prete al vincitore.
Soverchio numero di condottieri nel romano esercito e poca loro concordia — Appione questore delle truppe. — Vergognosa fuga di Areobindo. — Disfatta dei capitani Patriziolo ed Ipazio. — Scorreria di Celere nella regione degli Arzaneni.
Amida assediata dai Romani. — Clone, comandante di lei cade in aguati per gl'inganni d’un villano. — Il figlio prendene le vendette ardendo la chiesa di S. Simeone. — Gl'imperiali riscattano la città con danaro. — Grande continenza de’ Persiani. — Tregua di sette anni
Descrizione delle Porte Caspie. — Ambazuco le offre a prezzo all’imperatore Anastasio, il quale rifiuta di accettarle. — Morto Ambazuco Cavado ne usurpa il dominio. — Anastasio converte in città il borgo Dara, e gli dà il nome suo. — Cinge di mura Teodosiopoli.
Giustino successore d'Anastasio. — Cavado nomina all’eredità del regno il figliuol suo Cosroe. — Una legge di Persia nega il trono ai disformati da qualche personale difetto. — Cavado propone a Giustino l'adozione di Cosroe. — Giudiziosi ragionamenti di Proclo intorno alla proposta del monarca persiano. — Vano assembramento di ambasciadori all'uopo di appaciare i due Stati, e loro separazione. — Odio di Cosroe contro a’ Romani. — Funesta morte di Seose. — Costumanza persiana di non seppellire i cadaveri de’ trapassati. — Rufino accusato all'imperatore da Ipazio.
Confini della Iberia. — Cavado vuoi costringere que’ popoli ad abbracciare la sua religione. — Giustino chiamato in loro soccorso manda a Bosporo Probo per assoldare Unni. — Boez è inalzato di Cavado alla magistratura di varizo. — Belisario e Sitta, guardie di Giustiniano , nella prima gioventù loro ottengono il comando d’un esercito destinato contro la Persarmenia. — Narsete ed Arazio seguono le parti romane. — Procopio dato consigliere a Belisario.
Giustiniano succede a Giustino, e commette a Belisario la fortificazione del castello di Mindo. — Gl’imperiali toccanvi una rotta da’ sopravvenuti Persiani. — Belisario duce supremo delle truppe orientali. — Esercito romano in ordine di battaglia. — Disfide personali.
Lettere di Belisario al mirrane e risposte. — Aringhe de’ capitani. — Ordinamento dell’esercito persiano. — Memoranda battaglia. — Vittoria de’ Romani.
Esercito di Cavado nell’Armenia. — I Persiani due volte sconfitti. — Paese e costumi de’ Zani. — Bolon e Farangion, castella, cadono in poter dei Romani. — Narsete ed Arazio favoreggiatori delle costoro parti.
Rufino consiglia a Cavado la pace. — Risposta del monarca. — Ritorno dell’ambasciadore a Bizanzio.
Scorreria persiana. — Sorgente e corso dei fiumi Tigri ed Eufrate. — Tempio di Diana Tauride, e fuga d’Oreste con la sorella Ifigenia; infermità di lui. — Origine di due città appellate Comane; provenienza di questo nome, e due tempj in una di esse dal culto degli Dei passati ai riti cristiani. — Divisione della Persarmenia in Comagene, Eufratesia ed Osroene. — Cavado toglie al mirrane l’aureo cordone segno di onoranza. — Aringa di Alamandaro al re. — Elogio del Saraceno.
Esercito del re persiano capitanato da Azarete. — Belisario marcia alla testa delle sue truppe, e va temporeggiando. — I Persiani abbandonano il suolo romano la vigilia di Pasqua, solennità presso i cristiani maggiore d’ogni altra. — I Romani impazienti domandano la battaglia. — Aringa di Belisario. — Altra di Azarete. — Schieramento dell’esercito persiano. — Disfatta dei Romani. — Onorevole ritirata di Belisario. — Furore di Cavado contro Azarete — Rassegna delle armi persiane.
Lega di Giustiniano con gli Etiopi e gli Omeriti contro la Persia. — Descrizione del mar Rosso. — Terra de’ palmeti donata a Giustiniano da Abocaralo. — Saraceni soprannomati Maddeni; altri di essi antropofaghi. — Etiopi detti Auzomiti. — Due porti. — Navigli di particolare costruzione sul mare etiopico, e nelle Indie. — Blemj e Nobati. — Tempio inalzato da Diocleziano presso di Elefantina, File nomandone il luogo. — Empj sagrifìzii di que’ barbari. — Giustiniano lo atterra.
Ellisteo, re d’Etiopia, muove guerra agli Omeriti, ed uccisone il re, dà il trono al cristiano Esimifeo. — Ribellione dei popoli contro il nuovo monarca, suo imprigionamento, e scelta di Abramo, schiavo d’un cittadino adulita, a succedergli nel regno. — Ellisteo indarno prende a guerreggiarlo. — Ambasceria di Giustiniano presso gli Etiopi e gli Omeriti. — Sua trista riuscita.
Pace chiesta dai Romani. — Chiamata di Belisario in Bisanzio, e sua destinazione a guerreggiare i Vandali. — Martiropoli assediata dai Persiani. — Giustiniano corrompe un loro esploratore per danaro. — Testamento e morte di Cavado. — Cosroe successor suo. — Martiropoli francata dall’assedio persiano
Ambasciatori di Giustiniano in Persia per conferire sulla pace. — Rufino, altro d’essi favorito da Cosroe, diviene sospetto ai colleghi. — Patti e conchiusione della pace.
Congiura degli ottimati persiani contro al re. — Strana ventura del fanciulletto Cavado. — Adergudunibade è spento per averlo campato da morte. — Mebode al tripode di ferro innanzi l’ingresso della reggia persiana.
Partimento del romano imperio in due fazioni. — Trambusto di Bizanzio. — Fuoco appiccato alla città dai facinorosi. — Carattere di Giovanni cappadoce e di Triboniano. — Ipazio creato imperatore dalla plebe. — Aringa del senatore Origene. — Consiglio tenuto nella reggia di Giustiniano, e risoluzione di non cedere, adottata in virtù di un ragionamento di Teodora augusta. — Ribellione vinta dai capitani Belisario e Mundo. — Prigionia d’Ipazio e dì Pompeo; lor morte la dimane, e gittamento dei cadaveri nel mare.
Giovanni e Triboniano ristabiliti nelle loro magistrature. — Calunnie del primo contro l’imperatrice. — Vendetta di costei coll’opera di Antonina. — Giovanni riceve mal suo grado l’ordine sacerdotale. — Accusato ingiustamente della morte del vescovo Eusebio soggiace a tristissima condizione.
Sconfitta data ai Vandali da Belisario. — Eccessiva gelosia di Cosroe per tale avvenimento. — Tirannia stabilitasi in Dara, e dopo quattro giorni distrutta.
Capo primo
ct Intenzione dell’Autore nello scrivere quest’Opera. — Utilità della stessa, e fedeltà osservata nel compilarla. — Comparazione della tattica guerresca a’ tempi di Giustiniano con quella de’ secoli più remoti.
I. Procopio di Cesarea ha fedelmente scritto le guerre di imperatore contro gli orientali ed occidentali barbari, acciocchè le geste di lui, chiarissime
ed eccellenti, per mancanza di storia e di tradizione non venissero coll’età avvenire poste in obblio. E la memoria di tali imprese egli ha giudicato utile e dilettevole a’ suoi contemporanei ed a chi verrà di poi; conciossiacosache gli esempj tramandati dalla istoria possono molto giovare ad uomini vogliosi di guerra, ammaestrando la narrazione delle cose passate ad antivedere quello che uop’è attendere dalle future. Nè a lasciar ricordanza di que’ fatti aveavi altri miglior di lui, sendo egli stato consigliero di , del continuo presente al maneggio degli affari, e persuasissimo ognora che sì dicevol sia alla storia la verità, come all’arte oratoria la forza del ragionamento, ed a’ poeti la favola. Nel tessere perciò questo lavoro non volle mai tenere ascosa verun’azione vituperevole sebbene di persona legata seco in amicizia, ma quanto a ciascuno di fare avvenne, o di bene o di male, candidamente ha qui riposto .
II. Chi prenda poi a ben considerare queste guerre vedrà di leggieri non essersi mai dato cotanto e sì eroico valore; nè havvene per fermo intra tutte quelle antiche ricordate a dì nostri altra ugualmente maravigliosa. Che se taluni leggendo quest’Opera vogliano tuttavia parteggiare co’ secoli trascorsi, ed ostinati nel credere l’età presente incapace di stupende imprese chiamino per ischerno balestrieri le truppe nostre riserbando alle antiche il nome di pavesai e la gloria di combattere a piè fermo; uomini per verità di tal indole non arriveranno mai a persuadersi che il valore di quei tempi sia giunto sino a noi; ma che la sentenzino da giudici poco illuminati e giusti è chiaro a vedersi, non ponendo eglino mente che i balestrieri di , così nomati non senza qualche dispregio, erano mancanti di cavallo, di dardi, di scudo e di ogni personale difesa; che guerreggiavano sempre appiede, e che la necessità inducevali a riparare sotto la targa de’ loro compagni, o dietro i circostanti rialti, da dove non potevano più nè voltar delle spalle, nè incalzare i fuggenti nemici. Meno poi cimentavansi in aperta campagna, ma quasi rubatori avresti tu detto combattessero. Tendevano eziandio sì poco l’arco e sì sconsigliatamente maneggiavanlo traendone la corda ver la mammella, che dallo strale scoccato poteasi attendere sol lieve ferita. I nostri arcieri per lo contrario escono in campo armati di corsaletto, e di stiniere di ferro insino alle ginocchia, ed alla destra vedi loro il turcasso, alla sinistra la spada cinta; havvi pur di quelli cui pende dall’omero e chiaverina e scudo a riparare lor teste. Sollevano altresì l’arco a livello della fronte, e tesane la corda sino all’orecchia destra, avventano frecce con violenza tale che non v’ha scudo o lorica da cui sperare salvezza. Ma chi non discorre e considera siffatta- mente le cose, lauda i soli nostri antenati, e punto non istima le nuove scoperte a perfezionamento delle arti. Dopo di che è uopo confessare le geste portentosissime operate in queste ultime guerre, e nel riferirle io prenderò le mosse da quelle de’ Romani co’ Medi, svariatissime nelle riuscite loro, rintracciandone il filo alquanto più indietro.
Capo II
ct L’imperatore Arcadio, lascia, testando, la tutela del figliuol suo Teodosio al persiano monarca Isdigerte. — Questi l’accetta, e con maravigliosa fedeltà ne compie i doveri. — Vararane, successore d’Isdigerte, mette piede sulle terre imperiali. — Anatolio, condottiero delle romane truppe in oriente, presentatoglisi, ottiene la pace.
I. Arcadio imperatore giunto, in Bizanzio, dappresso al morire, e volgendo l’animo al figliuol suo Teodosio ancor bambino, pensava il da farsi per meglio provvedere a lui ed alle pubbliche bisogna. Conciossiachè dandogli un compagno nel comando temea fregiare della reale dignità un futuro nemico del proprio sangue, e lasciandolo solo in trono forte paventava non molti abusassero della costui tenerissima età per tramargli congiure, insidiarne la vita, ed impossessarsi del potere supremo. Ed i suoi dubbj addivenivano
anche maggiori vedendosi quivi affatto privo di congiunti cui affidarne la tutela, nè potendo operare un sì dall’avo Onorio, se ne lo richiedesse, per essere di già l’Italia in grande trambusto. Davasi poi non minore fastidio dei Medi, antivedendo ch’e’ incoglierebbero ogni occasione di molestare a tutta lor possa i Romani. Trovò nulla di manco, in tanta perplessità e sebbene di mediocrissimo ingegno, un consiglio salutare alla prole ed all’imperio dichiarando nel testamento, o per divina inspirazione o per avviso degli ottimati suoi, erede Teodosio, e ponendolo sotto la tutela d’Isdigerte re dei Persiani, cui raccomandava col massimo fer- vore la conservazione dell’eredità al pupillo; di tal guisa ordinati gli affari mancò ai vivi.
II. Isdigerte poi se prima riscuoteva generale riputazione di virtù e di animo assai prestante, ne apparve allora di gran lunga più meritevole, imperocchè osservantissimo dell’ultima volontà d’Arcadio sempre ebbe pace co’ Romani, e guardò intatto l’imperio al pupillo. Scrisse inoltre di subito al senato manifestandogli che accettava la tutela, e che intraprenderebbe guerra contro chiunque macchinasse novità a danno di Teodosio.
III. Ma pervenuto questi coll’andare del tempo all’età virile e morto Isdigerte, Vararane, cui toccò la regale corona, incontanente assale con esercito poderoso il tener dei Romani; fu però breve la sua dimora in esso, e priva d’ogni ostile violenza: come ciò accadesse, ora prendo a narrare.
IV. Teodosio all’annunzio di tal nuova mandò a lui ambasciadore Anatolio, duce delle romane truppe nell’oriente, il quale giunto in vicinanza al nemico scese di sella, e pedone e tutto solo andava al re. Questi vedutolo interrogò il corteo chi mai si fosse colui che procedeva alla sua volta. Rispostogli: - il capitano de’ Romani - e’ maravigliossi di tant’onore, e spronando indietro il cavallo si portò con tutta la reale comitiva a ri- ceverlo urbanissimamente nelle sue terre concessegli quindi la pace a condizione che nè Persi nè Romani construissero in avvenire fortezze sopra i proprii confini. Fattosi l’accordo i due monarchi governarono con piena libertà le genti loro.
Capo III
ct Perozo guerreggia gli unni Eutaliti. — Costumi di questi popoli. — L’esercito persiano cade in un’imboscata. — Eusebio, legato dell’imperatore Zenone, fa palese al re, valendosi d’un arguto apologo, il sovrastante pericolo. — Il condottiero degli Eutaliti condona al nemico la vita, in premio di che vuol essere da lui adorato. — Perozo fa mostra di consentirvi, ma riferisce, per consiglio de’ maghi, quest’atto al Sole.
I. Perozo re dei Persiani dopo qualche tempo venne a contesa cogli unni Eutaliti, detti pur Albi, in grazia dei confini, e mosse con grand’esercito a combatterli.
II. Nomansi gli Eutaliti unni avvegnachè nè della stessa consorteria, nè ad essi vicini, dimorando invece a frontiera co’ Persiani da vento Borea, e presso d’una
cittadetta chiamata Gorgo; il perchè vengono a frequenti risse tra loro a fine di sostenere i diritti delle proprie terre. Non menano vita errante o pastorale siccome gli altri Unni, ma fissata lor dimora in ubertosa regione quivi rimangonsi, nè scorrazzano tampoco mai gli stati imperiali se non se in compagnia de’ Persiani. Hanno di più, soli tra gli Unni, carnagione bianca e non brutte forme, nè seguono l’unnica usanza di condurre vita ferina. Monarchico è il governo loro e retto da savie leggi; oltre di che non meno dei Romani e di qualsivoglia altro popolo osservano in patria la giustizia e la santità dei trattati. Quelli infine di essi che hanno miglior fortuna siedono cotidianamente alla mensa in compagnia sin di venti amici e tal volta d’un numero maggiore, e dividonvi il danaro ed ogni loro agiatezza, se non che morendone alcuno, la schiera degli amici suoi fassi viva interrare con lui.
III. Mossosi adunque contro degli ebbe a compagno ambasciadore di . I nemici al comparire dell’esercito persiano mentendo timore prendono la fuga, e con veloce passo aggiungono tal vallea attorniata da scoscesi monti coperti di alberi: appresentavasi nondimeno allo sguardo nel mezzo di essi una via molto larga ma priva d’uscita, avente a termine il giro stesso de’ poggi; ed il re lunge dal paventare inganni calcando suolo nemico, va oltre. Quei però degli Unni i quali avean simulato la fuga erano di numero ben inferiori a quanti rimanevansi celati sull’alpestre giogaia alle terga dei Medi, nè si manifestavano tuttavia, desiderosi di vedere il Persiano ancor più trascorso là entro, da dove quindi mancherebbegli ogni via di salvezza. Il reale esercito non conobbe il pericolo che quando esso fu evidente, e pur allora nessuno ebbe animo di appalesare al condottiero, riveritissimo dalle truppe, la sua tema; da ultimo però si rivolse all’ambasciadore Eusebio pregandolo di svelare al re la imminente sciagura, e di persuaderlo che provedesse alla comune salute anzi che esporre cotanto popolo a fare sì intempestivamente pruova di valore.
IV. Or quegli presentatosi al monarca non gli scoprì di subito il grave rischio in che era, ma con un apologo diede principio al suo discorso: «Già tempo, di- ceva, non so che leone scontratosi ad un belante capro appeso in alto luogo, spiccovvi un salto per gola di sbranarne le deliziosissime carni; ma fallitogli lo intendimento suo precipitò entro altissima buca di forma circolare e di molto angusta apertura, fatta così a bella posta dal padrone del capro». Perozo udita la istoriella cominciò a temere non si fosse tropp’oltre spinto a suo danno inseguendo il nemico, ed arrestatosi immediatamente volse l’animo a deliberare sulle presenti bisogne. Intrattanto però gli Unni, che occupavagli dalle spalle le gole dei monti acciò non avesse più ritirata, manifestaronsi, ed i Medi veduto l’estremo pericolo deposero, piangendo lor triste ventura, ogni speranza di salute.
V. In questo mezzo il re degli Eutaliti mandò a rimproverare il condottiero nemico della temerità usata nell’incalzare i fuggenti, tradendo con grave disdoro sè stesso e tutto il suo popolo, e ad accordargli la vita quand’e’ promettesse adorarlo come signor suo, e sagramentassegli che i Persiani da quinci innanzi più non guerreggerebbero gli Unni. Il vinto, dato orecchio alle parole del vincitore, interrogò i maghi di sua corte se potesse consentirvi, e questi risposero non occorrergli quanto è al giuramento consiglio stando in suo pieno arbitrio il compierlo, quanto poi al resto volersi provvedere con doppiezza. E siccome la persiana legge comanda che si adori unicamente il Sole, così per non trasgredirla egli sen vada in sul mattino al re degli Eutaliti, e voltosi all’astro nascente eseguisca l’adorazione; servati di tal modo i patrii riti eviterà l’ignominia ed il biasimo d’essersi prostrato al nemico.
VI. Perozo adunque fatto il giuramento adorò secondo le ammonizioni dei maghi l’Unno, e lieto di aver salvato sè stesso e tutto l’esercito di buon grado si restituì nel regno.
Capo IV
ct Seconda spedizione di Perozo. — Stratagemma degli Eutaliti. — Disfatta dei Persiani. — Istoria d’una perla del re. — Legge promulgata dai Persiani dopo la rotta. — Cavado, ultimo dei figliuoli di Perozo, ottiene il regno.
I. Perozo, trascorso breve tempo, vuole in onta del suo giuramento vendicare il ricevuto oltraggio. Laonde fatta leva di Persiani e di confederati muove contro gli Eutaliti, e meno Cavado ultimo de’ figliuoli, rimaso nella reggia in grazia della tenerissima eta sua, gli altri tutti in numero di trenta escono col genitore a campo. Gli Unni fatti consapevoli di sì grande apparecchio biasimavano altamente la mala fede persiana, e mordevano il proprio re come traditore della cosa pubblica. Ma quegli ridendosi delle accuse domandava loro che mai ceduto avesse ai Medi, se terra, se armi, o altro che de’ suoi regii tesori? E quelli: Nulla di tanto, affè nostra, ma sì bene la opportunità che risponde al tutto, dichiaravansi nondimeno pronti a marciare contro il nemico. Egli però fe’ comando che si rimanessero, non
avendovi tuttavia notizia certa della costui partenza, e molto meno sapevasi che di già inoltrasse per l’eutalitico suolo.
II. Dopo di che aocchiata una campagna per dove era mestieri procedesse il Persiano venendo a combatterli, fecela munire all’intorno con profondissimo e largo fosso, lasciandovi soltanto nel mezzo un passaggio atto ad accogliere dieci cavalli di fronte, e quindi al vano furono sovrapposte canne, ed alle canne terra. Ammonì eziandio i suoi cavalieri destinati a battere la campagna di strignere giunti a quel sentiero lor file, e di valicarlo a tutto bell’agio, cauti e guardinghi dal cadere eglino stessi nelle insidie. Sospeso inoltre alla cima del suo padiglione il suggello apposto da Perozo al giuramento, stettesi colà tranquillo finattantochè il seppe entro le proprie trincee. Arrivati però gli esploratori coll’avviso che il nemico era vicinissimo a Gorgo, ultima città sulle persiane frontiere, e per mettere piede sull’unnico suolo, e’ mosse colla parte maggiore dell’esercito, ed attelatolo di contro allo scavamento mandò piccola mano d’armati a spiarne la venuta, con ordine di arretrarsi non appena vedutolo, e di attendere alla piena osservanza de’ comandi avuti; questi partirono e terminato nel miglior modo l’uffizio loro si ricondussero alle insegne.
III. I Persiani all’opposto ben lunge dal paventare aguati correndo a spron battuto sopra il mentito sentiero tutti nabissarono, nè solo i primi ad incontranlo, ma eziandio quanti venivan loro dappresso. Imperciocchè occupati del perseguitare con ardor sommo i fuggenti, e fuor d’ogni sospetto di sì trista sorpresa non badavano allo sprofondamento di chi precedevali, e co’ loro cavalli precipitandovi sopra nel dare morte ai già caduti compagni perdevano anch’egli la vita. Di questo numero fu Perozo stesso con tutta la prole, e narrasi di lui che, traboccatovi, dal suo orecchio sinistro distaccasse una perla di mirabile grandezza e candore e gittassela via, acciocchè non altri de’ mortali ne usasse in sua vece. Perla affè di sorprendente bellezza, nè principe gloriar si potea di avere l’eguale. A me però non sembra verisimile che nella sua mente in sì orribile perturbazione sorgessero cosiffatti pensieri, ed inclinerei meglio a credere che in tanto scombuglio laceratosi il reale orecchio quella ne uscisse per non comparire più agli sguardi umani. Fatto sta che il romano imperatore vogliosissimo di possederla ne inviò premurosa domanda agli Eutaliti, ma neppur questi dopo assai diligenti e penose ricerche giunsero a saperne la fine. Havvi nondimeno chi opina essersi trovata da loro, ma in sua vece altra averne avuta il successore di Perozo. Piacemi qui riferire la tradizione persiana sul conto di lei, e la istoriella non riuscirà all’intutto discara.
IV. Si vuole adunque che la perla giacesse a breve distanza dalla spiaggia del mare Persico entro un pesce, il quale schiudendo alcun poco il nicchio manifestava nel suo interno stupendissima cosa non più ad occhio mortale apparsa; uom non avendo giammai veduto perla di sì maraviglioso candore e sorprendente grossezza. Un cane marino però di straordinaria mole, preso da grandissimo diletto nel rimirarla, seguivane dì e notte il pesce, e quando più reggere non poteva agli stimoli noiosissimi della fame, iva in traccia di preda lungo quelle acque, tornando subito dopo a bearsi nella vista del suo caro oggetto. Un pescatore, la tradizione prosegue, osservolli, ma intimorito dal cane seguace mancavagli l’animo d’intraprendere un che su lei. Divisò tuttavia andare con tale riferta al re Perozo, e questi similmente invaghitosi di possederla, studiossi con molte promesse e lusinghe indurre colui a tenderle insidie; il quale non potendo resistere a sì forte domanda: «Mio re, disse, l’uomo pur troppo ama le ricchezze, ma vie meglio la vita, e di lei ancor più la prole, in grazia della quale spoglio affatto di timore brava ogni cimento. Io spero in fe mia di vincere il cane e di tornare innanzi a te con la perla, e riuscitovi menerò certo nell’opulenza il resto della vita, imperocchè, essendo tu il re de’ regi, ho fiducia riportarne generoso premio; e dato pure che non ricevessi guiderdone alcuno, riputerei sempre condegna mercede l’aver fatto servigio al signor mio: se poi il mio fato renderammi vittima del mostro, la tua bontà saprà sdebitarsi co’ miei figliuoli della perdita del genitore. Di tal guisa trarrò dalla morte stessa vantaggio, nè avrai tu minor gloria di liberalità, mercè che adoperandoti a pro loro ti appaleserai il mio grandissimo benefattore, non avendovi più sinceri benefizj di quelli renduti alla memoria d’un trapassato, cui più non lice mostrarsi riconoscente». Così il pescatore, e dipartitosi aggiunse alla dimora della conchiglia e del cane marino. Seduto quivi su d’uno scoglio, attende che questo vada a sbramare sua fame, e giunto il momento nuota ad afferrare la perla; ma vicino a dare in terra con essa, vedutosi da tergo il mostro gittala sul lido, e non appena gittatala viene azzannato ed ucciso. I suoi compagni, spettatori d’insù la spiaggia, colsero la perla, e di lancio presentaronsi al re col dono e colla trista relazione di quanto era occorso. Tali cose narrano i Persiani, ed io rattacco il filo del propostomi argomento.
Morto Perozo con tutto l’esercito, i pochi la Dio mercè campati del pericolo incontanente caddero anch’essi nelle mani del vincitore.
IV. Fu di poi tra’ Persiani divolgata una legge di non assalire più terra nemica, avvegnachè i costei difensori fuggissero in piena rotta.
V. La soldatesca del resto che non aveva oltrepassato le persiane frontiere con Perozo, dichiarò suo re Cavado, il minore dei figliuoli di lui ed il solo rimaso nella reggia. Gli Eutaliti dopo sì gloriose vittorie signoreggiarono i Persiani due anni, terminati i quali il novello monarca fidandosi nel poter suo più non volle comportarne il giogo.
Capo V
ct Cavado con legge proclama la comunanza di tutte le donne. — I sudditi, depostolo ed eletto in sua vece Blaso, rinserranlo nella prigione di Lete. — Origine di questo nome. — Tragico fine di Arsace re dell’Armenia.
I. Dopo queste vicende Cavado, abusando con ogni maniera di violenza dell’autorità sua, pubblicò una legge che metteva a comune tutte le donne.
II. La qual cosa riscuotendo l’universale abborrimento de’ sudditi, questi, ribellatisi, il presero e gittaronlo in carcere; dopo di che elessero a re loro Blase, fratello di Perozo, mancando a Cavado prole maschile, nè accordando le persiane leggi di mettere in trono uom privato, se non se quando la regale prosapia vada al tutto estinta. Blase ricevuta la corona tenne consulta cogli ottimati del regno sopra i destini del prigioniero, e varie furono le costoro opinioni, avendovene molti propensissimi a conservargli la vita. Gusanascade però, canarange di grado (voce che suona presso di noi comandante delle truppe d’una provincia a frontiera cogli Eutaliti), procedè nel mezzo del consiglio e mostrando il coltelluzzo adoperato in Persia al tagliare delle unghie: «La picciol arma, disse, è di per sè stessa bastevole a troncare in oggi la contesa, ma temporeggiando voi, più che venti mila de’ migliori guerrieri verranno meno all’uopo stesso»; e davasi con ciò a significare che non spegnendo prontamente la vita di Cavado, ne proverrebbero grandi molestie. L’orrore nondimanco inspirato loro dall’imbrattare le mani col regio sangue indusseli a soscriverne la chiusura nel carcere di Lete.
III. E degli infelici condannati là entro v’ha pena capitale a parlarne o a profferirne tampoco il solo nome. Dall’istoria dell’Armenia poi abbiamo il perchè venisse chiamato di tal guisa quel luogo, e vi leggiamo parimente una singolare circostanza che si uscì del precetto.
IV. In epoche lontane, riferisce la stessa, fuvvi ostinata guerra pel corso di trentadue anni tra Persiani ed Armeni, questi capitanati da Arsace di schiatta arsacida, e gli altri da Pacoro. Ed avvegnachè la sua durata recasse danni sommi ad amendue le parti, l’Armenia in preferenza v’andò colla peggio; siffattamente poi i due competitori perduto aveano ogni scambievole assicuranza che fin le ambascerie erano tra loro interdette. Datisi però intanto i Persiani a guerreggiare altra gente prossimana agli Armeni, questi in pruova di aver cessato l’antico sdegno, e che bramavano ricuperarne l’amicizia, deliberarono scorrere il tener di que’ barbari, ed accintisi all’opera, mandatone prima avviso a Pacoro, tutti passaronli a fil di spada senza perdonare ad età o sesso. Il re persiano sorpreso dell’avvenuto spedì pregando Arsace che si portasse da lui, ed arrivato lo accolse urbanissimamente, e trattollo da germano e da re suo pari. Nulladimeno accusatogli dopo breve tempo l’Armeno come fomentatore di nuove guerre, il richiamò in Persia col pretesto di voler seco trattare intorno a comuni bisogne; e quegli tornovvi all’istante accompagnato da’ suoi duci più famosi nelle armi, e soprattutto da Bassizio, duce anch’egli e suo consigliere in campo, sendo uomo di grandissima prudenza e di sommo valore. Il Persiano allora forte rimprocciò ammenduni di lor mala fede, e della violazione del giuro non sì tosto profferto; ed avvegnachè quelli protestassero altamente contro l’accusa, volle tuttavia rinserrarli con molto disdoro in prigione, e quindi fecesi ad interrogare i maghi sul come ridurre a buon termine la faccenda. E questi dissero non volersi condannare perchè non confessi e neppure convinti; avervi però mezzo da costringere Arsace ad incolpare sè stesso: al qual uopo consigliarono di coprire il pavimento dell’aula regale per metà con terra scavata di sul tenere persiano, e per metà con altra proveniente dall’Armenia. Compiutosi il consiglio loro, e celebrati su tutta quell’area non so che riti, e’ persuasero al re di camminarvi in compagnia dell’Armeno e di riprenderlo intrattanto siccome violatore degli accordi, ma dovere anch’eglino essere al tutto presenti, e porgere orecchio ai discorsi d’entrambi. Disposta ogni cosa Pacoro chiamò al suo cospetto Arsace, e passeggiando seco, testimonj i maghi, addimandògli perchè avesse, rendendosi spergiuro, tramato di avvolgere i loro popoli in nuove sciagure. Ma l’Armeno sinchè rispondea di su la terra persiana asseverantemente dimentiva le accuse adducendo invece di essersi mai sempre conservato fermo nelle sue promesse. Giunto nullamanco nel mezzo del luogo, al premere col piede la terra natale, il suo discorso ad un tratto prendeva opposte forme, come se inspirato da una qualche soprannaturale potenza, e vendicar proponeasi a miglior tempo la ricevuta ingiuria, nè punto moderava il parlar suo nel rispondere di su quella terra; ma valicatala appena eccolo di bel nuovo tutto sommesso a Pacoro, ed articolare voci piene d’onore e rispetto; se non che al ricambiar del suolo tornava a prendere il suo primo linguaggio: e così fatto parecchie volte disvelò gli arcani del cuor suo. I maghi adunque il dichiararono violatore degli accordi e spergiuro, ed il Persiano allora comandò che si scuoiasse Bassizio, e che venissene la pelle, imbottita con paglia, ad un altissimo albero appesa. Non essendogli poi lecito di punire colla morte Arsace in grazia della sua regale prosapia, il dannò alla prigione di Lete. E là vivea quando coll’andare del tempo un Armeno, suo intrinseco e del novero di quelli che avevanlo accompagnato in Persia, valorosamente pugnando contro de’ barbari segnalossi cotanto innanzi agli occhi del re, quanto era spediente perchè fossegli attribuita la parte maggiore di quella vittoria. Laonde Pacoro ammiratone il coraggio diedegli ampia facoltà di scegliere il meritato premio; e questi chiese di servire Arsace un giorno intiero secondo ogni suo desiderio. Tale domanda recò grave molestia al Persiano, il quale non potea aderirvi senza rompere una legge antichissima com’era quella sul carcere di Lete; volendo nondimeno tener sua parola v’acconsentì, e l’Armeno ito di fretta alla prigione salutò Arsace, e tra’ più affettuosi abbracciari e le più tenere lagrime sulle miserande loro sciagure venner meno ad entrambi le forze di reprimere i trasporti dell’animo e di ricomporsi delle persone. Sazio al fine il dolore dello sfogo avuto col pianto, l’amico lavò Arsace, e messagli regale veste fecelo adagiare su di magnifico letto, da dove l’infelice re con tutto lo splendore della primitiva grandezza lautamente banchettò, porgendo in tanto orecchio a mille piacevolissimi racconti. Durato il conversar delizioso e le squisite imbandigioni sino a molto inoltrata notte, entrambi soddisfatti appieno delle ore sì lietamente passate diedersi l’ultimo addio. Taluni qui aggiungono che Arsace allora perdendo ogni speranza di più reggere agli oltraggi della fortuna, dopo gustate le dolcezze di quell’intertenersi col più fido tra gli amici, preso dalla mensa un coltello di sua mano s’uccidesse. La storia d’Armenia conferma la costui morte in simigliante guisa, e che nell’antedetta con- giuntura i Persiani contravvenissero alla patria legge sul carcere di Lete. Ma riprendiamo le mosse donde ci siamo partiti.
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The end
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