Front matter
fi
ct ct ct Rappresentata per la prima volta in Venezia il Carnovale dell’Anno MDCCLX.
Indice
Lettera di dedica
ct ct ct
VOI è noto, amabilissimo Signor Marchese, quanto benignamente mi ama il Signor Senatore Albergati vostro congiunto. So che siete ambidue legati dalla parentela non solo, ma da reciproco amore. Posso dunque a ragion lusingarmi, che vogliate avere per me lo stesso affetto e la stessa bontà. Quando sono venuto in Francia mi ha onorato il Signor Senatore di una sua lettera da presentarvi, l’ha accompagnata coi sentimenti più teneri di stima e d’interesse per voi, e di consolazione per me. Gli elogi fatti alla vostra persona ed al vostro merito da un Cavaliere sì giusto, sì illuminato e sincero m’invogliarono sempre più di conoscervi, e di acquistarmi la grazia e protezione vostra. Giunto a Parigi, non mancai subito di adoperarmi per rintracciarci, ma tutti e due forestieri, nel vortice di sì popolosa Città, penai qualche poco prima di aver il piacere di rinvenirvi. Ciò mi è riuscito soltanto allora quando la fortuna mi ha fatto penetrare nelle case più illustri, nelle conversazioni più riguardevoli del Paese, dove vi ho ritrovato assai conosciuto, amato e stimato. Pria di vedervi, mi è stato fatto il vostro ritratto, mi è stata epilogata la serie de’ vostri meriti in questo Regno. Vedrai (mi dicevano) un Cavaliere di spirito, un uomo amabile, con un fondo di sincerità e d’onoratezza che fa onore alla sua Famiglia ed al suo Paese; egli è Italiano, della città di Bologna... Su quest’articolo non avea bisogno di essere illuminato, troncai con impazienza l’altrui ragionamento, ed ebbi la vanità di far conoscere ch’io n’era istrutto. Dissi a chi mi ascoltava, ch’io sapea benissimo essere la famiglia de’ Conti e Marchesi Albergati di Bologna una delle più antiche, e più nobili, e più decorate d’Italia; che nel nono secolo dell’Era Cristiana Goffino ed Aurelio Albergati passarono dalla patria loro in Germania, al servizio di Ottone Imperatore, e furono da essi fondate le Signorie di Vistinga e Chastel; che da quel tempo fino ai dì nostri mantenne sempre l’antichissimo suo splendore, con cariche insigni, dignità primarie, parentele illustri; che fiorirono in ogni tempo in sì gran Famiglia uomini celeberrimi in Armi, in Lettere, in Secolari ed Ecclesiastiche Dignità; che fra i Cardinali di tal casato si annovera il Beato Nicolò Albergati, il quale dopo essere stato Nunzio in Francia e in Inghilterra, e Legato in Francia e in Germania, meritò per la santità del suo vivere, e del suo morire, di essere venerato sopra gli Altari; che Luigi Senatore Albergati fu tenuto alla Sacra Fonte dal gloriosissimo Re di Francia Luigi XIV; e avrei proseguilo a parlarne per tutto il giorno, se aumentatasi la conversazione, non fossi stato obbligato con dispiacere ad interrompere il mio discorso.
Terminate colle persone novellamente venute le solite cerimonie del ben venuto, del come state, un Uffiziale, Cavaliere di San Luigi, interessato più degli altri per la vostra persona e per l’onor vostro, tirommi in disparte, e mi tenne di Voi il seguente ragionamento. Voi, (mi disse), conoscete la Famiglia Albergati in Italia, ma non conoscete forse bastantemente il Marchese Francesco in Francia. Egli è un bravo soldato; un Uffizial valoroso, che ha mente e cuore, e sa il mestier della guerra, e si è acquistato tutto il merito e tutto il concetto fra le nostre milizie, e fra quelle de’ nostri passati nemici. Ha servito nel Canada nell’America Settentrionale dall’anno 1752 sino alla perdita per noi fatale di quel vastissimo continente. Si è valorosamente distinto nell’assedio della Fortezza Inglese chiamata Il Forte della Necessità, dove è anche stato gravemente ferito. Ha fatto conoscere il suo talento e il suo zelo nell’importante impiego d’Uffiziale inspettore sopra i lavori del Castello nostro di Cariglion; e nell’Inverno del 1757, superiore ai rigori del clima, ebbe l’abilità ed il coraggio di mettere il fuoco più d’una volta ai lavori ed ai vasselli degli inimici, a vista della Fortezza appellata Giorgio, ed in tal vicinanza, che un tiro di pistola potea colpire. Mirabile fu la sua resistenza all’ armata Inglese nel 1759, dopo la perdita della battaglia, e riconoscono i Francesi dal suo valore e dalla sua costanza la ritirata fortunatamente eseguita; ma quello che coronò i suoi meriti e la sua bravura fu la battaglia de’ 28 Aprile dell’anno 1760, in cui meritò gli elogi di tutta l’armata, ed in conseguenza di ciò, fu scelto con preferenza a tanti altri al comando del Forte Jacque-quartier, importantissima Piazza, situata in allora nel centro degl’inimici. Ha egli avuto il talento di nascondere la scarsezza delle provvisioni, lo stato infelice di quel presidio, ridotto con trentasei soldati della marina ed alcuni pochi militari di que’ contorni, ed obbligare gì Inglesi ad attaccarlo con mille uomini e dieci pezzi d’artiglieria, ed accordargli alla fine la più onorevole capitolazione. In somma (continuò il Cavaliere) il vostro Marchese Albergati, nello stato Maggiore, all’armata Francese nel Canada, per tre anni consecutivi durante la guerra, ha adempito con soddisfazione pienissima de’ Generali a tutti i doveri di un Militare, e si ha guadagnata la stima intiera de’ soldati, del popolo e degl’inimici medesimi.
Non potei allora trattenermi di domandargli: qual premio, qual gratitudine, qual ricompensa ha egli ottenuto ai suoi travagli, alla sua condotta? Ha egli avvanzato di grado? Ha ottenuto almeno la Croce di San Luigi? Restò sospeso l’Uffiziale alcun poco; pareva ch’ei volesse rispondere, e non trovasse i termini per ispiegarsi; ma ecco dell’altra gente che arriva, ecco interrotta la nostra conversazione; mi mette in mano un Foglio stampato, mi dice di leggerlo in confermazione di quanto mi aveva esposto, si unisce alla compagnia, e da me si divide. Curioso di leggere il suddetto Foglio, mi ritirai in una stanza vicina; trovai ch’ella era la Gazzetta d’Utrecht de’ 4 Novembre dell’anno 1760. Scorsi coll’occhio per osservare s’eravi cosa interessante sul proposito fin allora tenuto, ed ecco quel che vi ritrovai, in data di Londra de’ 24 Ottobre del medesimo anno. Una lettera di un Uf- fiziale del Reggimento Franzer (de Montagnari), in data di Quebec li 13 Settembre passato, è concepita in questi termini: Noi siamo di ritorno dal Forte Jacque-quartier, del quale ci siamo impadroniti li 9 del corrente, e prima che a noi fosse nota la resa di Mont-Royal. il Colonello Franzer alla testa di un distaccamento di ottocento uomini ha diretto questa spedizione, ed il Marchese Albergati Italiano, Governatore di detto Forte per i Francesi, l’ha sostenuto fin tanto che si è trovato con trenta sole libbre di polvere. Noi ci disponevamo all’assalto, allora quando questo bravo Ufiìziale si è reso. Monsignor Albergati e Monsieur Franzer hanno dunque avuto l’onore, l’uno di prendere l' ultima Piazza del Canada, l’altro di mantenersi l’ultimo in questa antica parte degli Stati di Sua Maestà Cristianissima.
Confesso il vero, Sig. Marchese veneratissimo, questo pubblico foglio mi ha consolalo all’estremo; mi pare ch’egli vi renda tutta la giustizia che meritate, e che l’elogio di una nazione s valorosa, ed in quel tempo nemica, vaglia tutte le ricompense, che forse non avete ancor ricevute.
Ecco dunque come ho imparato a conoscervi, prima ancor di vedervi. Considerate la mia impazienza. Informato del vostro albergo, vi corsi subito, e non vi trovai. Lasciai la lettera, scrissi un viglietto, vi rimarcai la mia pena, il mio desiderio, ed eccovi il giorno dopo, pieno di bontà, di gentilezza, di cortesia, ad onorarmi, a consolarmi nella mia abitazione. S’io avessi cominciato allora a conoscervi, e non fossi stato di già prevenuto pel vostro grado e pel vostro merito, bastato avrebbe il vedervi, il trattarvi, il ragionare con Voi, per amarvi, e stimarvi, ed esservi perpetuamente attaccato. Vi si legge in fronte l'onore, il valore, la sincerità. I vostri ragionamenti, succosi e piacevoli nello stesso tempo, uniscono perfettamente la cognizion delle cose alla virtuosa semplicità, onde dissi tosto a me stesso: ecco un uomo di garbo, che non affetta di esserlo. Contento fui all’estremo dell’onor di conoscervi, e di ritrovarmi qualche volta con voi; ma fu ben tosto amareggiata questa mia contentezza, rilevando da voi medesimo, che siete in disposizione di ritornar ben tosto in America. Avrei desiderato, che foste contento di Parigi; non so se lo siate; non ve l’ho dimandato, e se ve ’l chiedessi, siete troppo moderato e prudente per lamentarcene. Voi partirete adunque pe ’l Canada; rivedrete que’ luoghi, bagnati dal vostro sangue e dal vostro sudore, difesi dal Vostro coraggio, ed onorati dal vostro zelo e dalla vostra condotta. Consolerete, egli è vero, la Signora Marchesa, degnissima vostra Sposa, che colà impaziente vi aspetta, ma ella sarebbe stata egualmente contenta di seguitarvi in Europa, dove avrebbe fatto risplendere quelle virtù che l’adornano, e che la rendono preziosa e distinta nella Colonia da due secoli colà trapiantata. Vi abbraccieranno con giubbilo gli amici vostri; e i nuovi possessori della conquista avranno di voi quella stima e quel rispetto che meritate. Tutto ciò vi anima e ci consiglia a ripassare l’Oceano, ad allontanarvi da noi, ma un altro stimolo non meno forte degli altri vi sollecita forse ad anticipare il cammino. Voi avete un amico, un amico vero; Voi conoscete il pregio della vera amicizia; Vi credete in obbligo di perfetta corrispondenza; l’amate con eguale virtù; ritorna in America; v’invita seco a partire, e non avete cuore di abbandonarlo: andate dunque, se così la sorte di voi dispone, secondi il Cielo le oneste mire del vostro talento, e vi renda felice, qual meritate di essere. Ma ricordatevi qualche volta di noi; non ci abbandonate per sempre; tornate a rivedere la Vostra Patria, gli amici, i Parenti vostri, il vostro degnissimo, amabile Genitore, che teneramente vi ama.
Vi ha fatto egli sortire dal Reggimento delle Guardie del Corpo di S. M. Imperiale in Firenze, con animo forse di avervi seco in Bologna, ma il genio vostro, Militar valoroso, manifestatosi in voi negli anni più teneri dell’età vostra, intollerante dell’ oziosa tranquillità, vi ha trasportato di là dal mare a rintracciare la Gloria. Ha sagrificato e sagrifica tuttavia il tenero, virtuoso Padre all’idolo dell’onore il suo caro Figlio, ma voi siete in obbligo di corrispondergli con eguale impegno, sollecitando il vostro ritorno. Credete voi interessato questo mio rispettoso consiglio? Sì, è vero, non mi nascondo, il mio interesse, il mio amor proprio mi eccita a persuadervi. Desidero di rivedervi in Bologna, in compagnia del nostro amabilissimo Signor Senatore, del Vostro amico, del mio Protettore.
Ma vorrei pure, che il lungo viaggio che voi intraprendete, e la smisurata distanza, in cui saremo per qualche tempo, pregiudicasse il meno che sia possibile alla bontà vostra per me, ed al mio attaccamento verso di voi. Mi è venuto alla fantasia un espediente; lo credo opportuno, e lo esseguirò se mei permettete. Ho pensato di dedicarvi una mia Commedia, e di presentarvela prima della vostra partenza. Così Voi avrete il mio umilissimo nome dinanzi agli occhi, ed io il vostro nelle mie opere. La Commedia ch’io vi destino, non può essere che poca cosa, se è cosa mia; ma il titolo per lo meno e l’intreccio vi conviene perfettamente. Ella è intitolata: La Guerra, ed è intrecciata di virtuosi caratteri militari. Che ne dite? Poteva io meglio scegliere al gusto vostro? Poteva dedicare quest’operetta a persona che meglio lo meritasse? Nelle situazioni nelle quali vi siete voi ritrovato, avete dimostrato tanto valore, e sì buona condotta, quanta poteva usarne in congiunture maggiori un Generale d’armata. Ritroverete nella Commedia qualche tratto, che non vi darà dispiacere. Vedrete fra le cose le più rimarcabili il carattere di una Donna, accesa del più tenero amore, sagrificare all’onore del caro amante i suoi timori, le sue speranze, la sua passione. Vi sovverrete allora della virtuosissima Sposa vostra, la quale con intrepidezza ammirabile v’incoraggiva a combattere, ed a trionfare: qual situazione dolorosa, difficile per due consorti che s’amano! Voi, nel Castello, dirigere i colpi verso i nemici, impadroniti della Città, essere obbligato a non risparmiare la vostra Casa medesima, e la valorosa Signora, esposta al pericolo, lungi dal rattristarsene, animare i timidi col proprio esempio, e preferire l'onor del marito alla propria vita! Questa è la giustizia che a lei vien resa da tutti quelli che obbligati furono a passare in Francia, dopo la resa del Canada, e questo è quanto può rendere una Donna immortale.
Ricevete dunque benignamente questa Commedia, che a voi appartiene, e divertitevi qualche volta a leggere i miei volumi. So che vi dilettano i studj più serj, le lettere più utili ed interessanti. So che non avete profittato de’ vostri ozj a Parigi per correre colla folla ai spettacoli, ai divertimenti, ma vi siete seriamente applicato ad un corso metodico di Archittetura, e meditate di pubblicar colle stampe le vostre applicazioni ed i vostri progressi; ma spero non isdegnerete talora gettar l’occhio alla sfuggita su questi libri, i quali non contengono eleganza e dottrina, ma semplicità e verità. Il Cielo vi feliciti ne’ vostri viaggi, nelle vostre intraprese. Ricordatevi qualche volta di chi vi stima, e vi ama, e si protesta ossequiosamente
L’autore a chi legge
ct ct
UTT’arme è il Mondo. Arma virumque cano. «Le Donne, i Cavalier, l’armi e gli amori. «Canto l’armi pietose, il Capitano.
Così principia Salvator Rosa la satira intitolata: La Guerra. Così principierò io questo mio ragionamento al Lettore. Tutt’arme è il Mondo. Ne’ circoli, nelle piazze, nelle conversazioni, nelle botteghe non si sente che parlar di guerra, ed è venuto a me pure il capriccio di comporre una Commedia intitolata la Guerra. Mi trovai da principio un po’ imbarazzato nello scegliere le nazioni belligeranti, temendo l’indignazione degli appassionati geniali, ma finalmente trovai la maniera d’uscir d’impegno, in quella guisa che si può scorgere dalle ultime righe della Commedia medesima. Negli anni miei giovanili mi sono trovato in qualche occasione da poter conoscere da vicino la guerra: non già ch’io abbia fatto il mestiere del militare, che per grazia del Cielo, tutte le tentazioni ho sofferte fuori di questa, ma si può essere informato di qualche cosa anche senza averne fatta la professione, trattando co’ professori, informandosi con esattezza, e riflettendovi, come io per abito a tutte le cose ho accostumato sempre a riflettere. Chi è pratico della Guerra, giudicherà se io ho trattato l’argomento a dovere, se sono informato di quelle massime d’onore che spingono i valorosi al cimento, se nota mi è veramente quell’allegrezza, quella carità, quell’ intrepidezza che regna al campo, che ravviva il coraggio, e che fa non curare i pericoli, se ho ragionevolmente unita la passion dell’amore agli obblighi del Militare, e se finalmente ho usata la giusta critica rispetto a coloro che in tali occasioni si approfittano un poco più del dovere. Circa alle operazioni militari, ho scelto un assedio di una Fortezza, che è delle più interessanti. Quando si rappresentò questa mia Commedia, ho creduto di servir bene al piacere del pubblico facendo agire gli assedianti non meno che i difensori coll’uso delle artiglierie, delle sortite, degli assalti e de’ movimenti delle milizie, ma vidi in pratica esser operazioni difficili da eseguirsi sopra la scena, e che male eseguite, guastano anzichè adornare la rappresentazione. Ho ridotte ora le cose a facilità. Alcune ne ho del tutto levate, supplendovi con brevissime narrative; altre ne ho moderate, che possono soddisfare collo spettacolo, senza impegnare gli attori alla difficile esecuzione. Il fine è lietissimo, poichè viene coronato dalla santa pace: fine che io desidero ardentemente sollecito alle presenti guerre d’Europa, che Dio lo voglia.
Personaggi
ct Don EGIDIO, comandante della fortezza assediata.
Donna FLORIDA sua figliuola.
Don SIGISMONDO, generale degli assedianti.
Il Conte CLAUDIO, tenente.
Don FERDINANDO, alfiere.
Don FAUSTINO, alfiere.
Don CIRILLO, tenente stroppiato.
Don POLIDORO, commissario dell’armata.
Donn’ASPASIA sua figliuola.
LISETTA, contadina.
ORSOLINA, venditrice di varie cose all’armata.
Don FABIO, alfiere.
Un Aiutante.
Un Caporale.
Un Corriere.
Cinque soldati, che parlano.
Soldati | che non parlano.
Contadini
Contadine
Atto I
fi ct ct ct Don Fabio, che taglia al faraone. Il Conte Claudio, che punta al faraone. Donna Florinda e don Faustino a sedere, parlando e amoreggiando fra di loro. Don Ferdinando e donna Aspasia a un altro tavolino, bevendo con bottiglia, bicchieri ecc. Altri due Ufficiali, che puntano al faraone. Altri Ufficiali, che giocano ad un altro tavolino.
Conte. Paroli al sette.
Faustino. Donna Florida, mi permettete ch’io vada a quella banca di faraone ad arrischiar la mia sorte?
Florida. Stupisco che possa venirvi in capo la volontà di giocare.
Faustino. E perchè vi maravigliate?
Florida. Perchè oramai si approssima il giorno. Potete essere di momento in momento chiamato a dar la muta alle batterie. Potete essere destinato all’assalto della fortezza, a sostenere l’impeto di una sortita, e voi senza pensare al pericolo, senza prepararvi al cimento, avete animo di divertirvi?
Faustino. Che ho da far io per prepararmi al cimento? Partito di casa mia, vestito l’abito militare, cinta la spada al fianco, disposi l’animo fin d’allora ad ogni pericolo ed a qualunque azzardo. Se mi chiamano al campo, so ch’io deggio obbedire. Se mi espongo al nemico, so ch’io posso morire; ma so altresì che l’importuna tristizia potrebbe rendere il mio coraggio men forte, e che il pensier del pericolo a nulla serve per evitarlo. Lasciatemi goder in pace questi momenti di vita, e se non vi piace ch’io giochi, consolatemi almeno con la dolcezza de’ vostri sguardi.
Conte. Ho vinto il paroli. La pace al fante. La pace al fante.
Ferdinando. Tenente, come va il gioco?
Conte. Va bene. La pace al fante. Or ora lo sbanco. La pace al fante. Ho vinto il fante. Ho vinto il fante. Aspettate. La doppia pace al re. La doppia pace al re.
Ferdinando. Bravo, Conte, coraggio.
Conte. Coraggio.
Faustino. Lasciatemi arrischiar due zecchini.
Florida. No, per ora non vo’ che giochiate.
Faustino. Siete padrona di comandarmi.
Conte. Diavolo maladetto, ho perduto la bella posta.
Ferdinando. Come va, Conte?
Conte. Niente, niente. Mescolate le carte. Ora vengo, mi ricatterò. Un bicchier di Borgogna.
Ferdinando. Sentirete che vino! Regalo di madamigella.
Conte. E che viva madamigella, Buono da cavaliere. Eh, in casa di un commissario di guerra tutte le cose hanno da esser preziose. Felice voi, che godete la grazia della figliuola.
Aspasia. Che cosa vorreste dire per ciò?
Conte. Voleva dire...
Fabio. Tenente, è fatto il taglio.
Conte. Eccomi. Sette per dieci zecchini.
Faustino. Ma voi, donna Fionda, mi volete far disperare. Questa è forse l’ultima volta che ci vediamo, e voi con sì poca carità mi trattate?
Florida. Oh cieli! mio padre è il comandante di quella piazza che voi battete. Sorpreso il borgo dalle vostre armi, sono rimasta io prigioniera; è incerto il destino dell’armi, potete perir voi, che tant’amo; può perire il mio genitore che adoro, e mi vorreste ilare e disinvolta? e pretendereste che vi parlassi d’amore?
Faustino. Vi compatisco, ma io sono di animo intollerante. Permettetemi almeno che divertir mi possa col gioco.
Florida. Sì, ingrato. Fatelo a mio dispetto.
Faustino. No, cara, non v’inquietate, non parlerò mai più di giocare.
Conte. Maladetto il sette. Va il sette.
Aspasia. Il Conte perde.
Ferdinando. Perde il meschino, ed io spero di guadagnare moltissimo.
Aspasia. E che sperate di vincere?
Ferdinando. Il vostro cuore.
Aspasia. Mi fate ridere.
Ferdinando. E voi ridete.
Aspasia. Non pensate alla guerra?
Ferdinando. Alla guerra ci pensa il mio generale. Noi subalterni abbiamo da obbedire, non da pensare. Chi non è al campo, non è in pericolo, e tanto vale esser lungi dal campo dugento miglia, quanto dugento passi. Sono ora tranquillo in questa camera, come s’io fossi in luogo dove non si parla di guerra. Domani andrò al cimento, se occorre; sta notte voglio divertirmi, s’io posso. La vostra compagnia mi diletta; madamigella, siete amabile, siete vezzosa. Alla vostra salute.
Conte. Oh fortuna indegnissima! ho sempre da perdere? Vada tutto sul sette. Il resto de’ miei danari sul sette.
Florida. Vedete il povero Conte, come è agitato pel gioco; e vi vorreste esporre ancor voi ad una simile agitazione?
Faustino. Avete tanta compassione per me?
Florida. Sì certo; ho della premura per voi.
Faustino. Se fosse vero, sareste meco un poco più compiacente.
Florida. Lo stato in cui ci troviamo, non mi permette di più.
Conte. Primo anche il terzo sette. Contro me tutti i sette? Voglio vedere anche il quarto. Venti zecchini sul quarto sette.
Fabio. Conte, io non tengo su la parola.
Conte. Son cavaliere; sono un offiziale d’onore.
Fabio. Compatitemi; al campo non si gioca sulla parola.
Conte. Prestatemi venti zecchini.
Ferdinando. Vi servirei, se li avessi.
Conte. Prestatemi venti zecchini.
Faustino. Non li ho, da galantuomo.
Conte. Ehi, chi è di là?
Carluccio. Signore.
Conte. Chiamatemi il commissario.
Carluccio. Sarà servita.
Florida. Ehi.
Carluccio. Signora.
Florida. Che nuove abbiamo dal campo?
Carluccio. 1 nostri hanno principiato a fare la breccia.
Florida. Povera me! che sarà del mio genitore?
Conte. Ecco il sette secondo. E non ho potuto mettere, e non ho potuto giocare. Dov’è il commissario?
ct ct Polidoro. Chi mi vuole; chi mi domanda?
Conte. Signor commissario, favorite prestarmi venti zecchini.
Polidoro. Venti zecchini?
Conte. Venti zecchini.
Polidoro. Per chi?
Conte. Per me.
Polidoro. Per giocare?
Conte. Per giocare.
Polidoro. Venti zecchini?
Conte. Venti zecchini.
Polidoro. Benissimo.
Conte. Fate presto.
Polidoro. Aspetti un poco.
Conte. Non mi fate perdere la pazienza.
Polidoro. Favorisca. Il signor Conte Claudio, Tenente di cavalleria, deve dare a conto delle sue paghe zecchini 60.
Conte. E venti ottanta.
Polidoro. Favorisca una cosa sola.
Conte. E che cosa?
Polidoro. Una sicurtà.
Conte. A un cavaliere par mio si domanda una sicurtà? Sono uffiziale, son galantuomo, e nell’armata son conosciuto.
Polidoro. Benissimo.
Conte. Benissimo, benissimo, e mi domandate una sicurtà?
Polidoro. Io non le domando la sicurtà del danaro.
Conte. Di che dunque?
Polidoro. Che domani mattina una palla di moschetteria o di cannone non coroni le glorie del signor Conte, e non porti i miei venti zecchini nei fortunati elisii degli eroi militari.
Conte. Se morirò, sarà tutto finito.
Polidoro. Benissimo.
Conte. E se viverò, vi sarò debitore di cento zecchini; a questo patto, me li volete dare?
Polidoro. Quando c’è il rischio, credo si possa fare.
Conte. Date qui dunque.
Polidoro. Benissimo.
Conte. (Quel maladetto libro mi vuol far delirare). Aspettatemi, che ora vengo.
Fabio. Di qui non parto.
Polidoro. In tutto zecchini cento. (scrive sul libro) Favorisca di porvi la di lei firma.
Conte. Benissimo.
Polidoro. Ecco venti zecchini.
Conte. Obbligatissimo. (In questa maniera i commissari si fanno ricchi). Eccomi qui, tagliate.
Aspasia. Serva sua, signor padre.
Polidoro. Oh figlia mia, cosa fate qui?
Aspasia. Sto qui un poco in conversazione.
Polidoro. Benissimo.
Aspasia. Mio padre è il miglior uomo di questo mondo.
Ferdinando. Se io gli domandassi una cosa, vorrei che mi rispondesse benissimo.
Aspasia. Capisco, capisco quello che gli vorreste chiedere, ma prima ch’ei rispondesse, avrei da risponder io.
Ferdinando. E voi che rispondereste?
Aspasia. Se andate alle schioppettate, malissimo.
Ferdinando. E se ritorno sano?
Aspasia. Benissimo.
Ferdinando. Brava, così mi piace. Alla vostra salute.
Aspasia. Portate un’altra bottiglia.
Florida. Donna Aspasia ha un bel divertirsi.
Faustino. La casa di un commissario di guerra è il fondaco dell’abbondanza. L’oro che consumasi nelle armate, non si perde sotterra; cola nelle mani di alcuni particolari, e i commissari ne hanno la maggior parte.
Conte. Non mi restano che tre zecchini. Vadano questi ancora sul sette.
Florida. Sentite? Se il Conte perde ancor questi, mi aspetto vedere qualche orrida scena.
Faustino. Non temete; siamo qui in molti, non ardirà di trascendere.
Conte. Oh sette indiavolato! oh sette maladelto! Datemi quelle carte. Diavolo, porta chi le ha stampate; diavolo, porta chi ha guadagnato; diavolo, porta me che ho perduto.
Aspasia. Or ora dà in qualche bestialità.
Conte. Eh, non importa. Chi ha fatto, ha fatto. Non ci vo’ più pensare. Allegramente. Datemi del Borgogna. Viva la guerra, viva l’amore, viva il buon vino; vivano le belle donne. Vivano i buoni amici, anche quel maladetto tenente che mi ha rovinato.
Fabio. Amico, lagnatevi della vostra fortuna.
Conte. Sì, hai ragione. Vieni qui, ti abbraccio, ti bacio, tu sei un onest’uomo, ed io sono stato una bestia; ora che non ho danari da giocare, voglio far all’amore. C’è loco per me con alcuna di queste signore?
Florida. Eh via, signor Tenente, pensate che dai vostri compagni si batte ora il castello che si difende, e voi quanto prima dovrete essere sostituito.
Conte. Che importa a me di queste malinconie? Si ha da combattere? andiamo. Si ha da montare la breccia? si ha da scalare le mura? son pronto. Fin che sto qui, non ci penso; vo’ divertirmi. Voglio fare all’amore con voi.
Florida. Mi maraviglio. Con me non vi avete a prendere una tal libertà.
Conte. Eh via, che cosa volete fare di quel ragazzo. Io, io v’insegnerò il viver del mondo.
Faustino. Conte, portate rispetto a questa dama.
Conte. Io non le perdo il rispetto; ma se fa conversazione con voi, la può fare, e la deve fare ancora con me.
Florida. Questa è un’impertinenza.
Conte. Non mi fate scaldare il sangue.
Faustino. Se il sangue vi si riscalda, vi pungerò io la vena per moderarlo.
Conte. V insegnerò io a maneggiare la spada.
Aspasia. Eh! signori, in casa del commissario?
Conte. Sì, in casa del commissario è il luogo dove si scannano gli uffiziali, dove si succhia il sangue delle milizie, e il vostro signor padre per venti zecchini ci permetterà di fare un duello.
Ferdinando. No, caro amico, riflettete al luogo ed al tempo. Guai a voi, se penetra il generale un simil trapasso, sul punto di dover servire ai suoi ordini. Questo non è il tempo a proposito...
Conte. S, è vero. Ci batteremo dopo la battaglia.
Faustino. Quando vorrete voi.
Florida. Oh cieli! si poco stimate la vita; vi esponete per così poco ai pericoli? Ora non mi sorprende più tanto, che in allegria ed al gioco passiate l’ore che precedono ai militari cimenti. Credei che l’amor della gloria vi rendesse giulivi e solleciti di conquistare il trionfo sotto i comandi di un generale, giudice e spettatore del vostro coraggio. Credei che con eroica indifferenza andaste incontro ad una vittoria illustre, o ad una morte gloriosa; ma or che vi veggo esporre per cagion sì meschina ad una morte ingiuriosa, mi fate credere che il fanatismo, più assai che la ragione, vi domini e vi consigli. L’uso che fatto avete di scherzar colla morte, vi rende famigliare il suo nome, e vi esponete ai suoi colpi non per virtù, ma per abito. Se amaste veramente la gloria, dovreste meglio apprezzar la vita per conquistarla, e preferire il debito di buon soldato alla vanità di un imprudente coraggio.
Conte. Viva la dottoressa. Facciamole una canzona per la bella lezione che ora ci ha fatto.
Faustino. Donna Florida favellò con ragione.
ct ct Cirillo. Allegri, compagni, allegri. Abbiamo fatto tre piedi e mezzo di breccia.
Conte. Come si può sapere, se appena è giorno?
Cirillo. È giorno, è giorno (saltando); in campagna si vede chiaro. Sono stato io fra le batterie. Ho livellato io due cannoni, e ho imboccato un pezzo d’artiglieria del nemico. Oh che bel colpo, oh che bel colpo!
Aspasia. E non avete paura che una cannonata vi porti via l’altra gamba?
Cirillo. Che importa a me della gamba? Per il gusto d’imboccar un cannone darei dieci gambe, se ancor le avessi. Animo, che si sa qui? non si gioca?
Fabio. Abbiamo giocato finora.
Conte. Ed io ho perduto l’osso del collo.
Cirillo. E don Ferdinando?
Conte. Ha bevuto.
Cirillo. Bravo; e don Faustino?
Conte. Ha fatto all’amore.
Cirillo. Bravissimo. Così mi piace; impiegar il tempo in cose allegre, in cose gioconde. Amici, da qui ad un’ora, o due al più, vi tocca montar la guardia alle batterie. I nemici si difendono da disperati. Hanno fatto una sortita da diavoli. Noi li abbiamo respinti, ma ci è costato la perdita di trenta uomini. Gran fuoco ho veduto fare dagli assediati! non ho mai più veduto un fuoco simile. Lo vedrete, lo proverete anche voi. Ma fino che vien quell’ora, divertiamoci, stiamo allegri.
Conte. Sì, stiamo allegri; beviamo.
Ferdinando. Beviamo pure.
Cirillo. Beviamo.
Faustino. Allegramente, beviamo.
Ferdinando. Con licenza della padrona di casa.
Aspasia. Accomodatevi pure. (Non so come facciano. Pare impossibile quest’allegria, un’ora prima di andare ad esporsi alle archibugiate).
Cirillo. E che viva il nostro Sovrano.
Tutti. E viva.
Ferdinando. E che viva il nostro generale.
Tutti. E viva.
Faustino. E che vivano quelli che ora difendono le batterie.
Tutti. E viva.
Conte. E viva noi, che anderemo a battersi coll’inimico.
Cirillo. Viva il primo che salirà su la breccia.
Conte. Il primo voglio esser io.
Ferdinando. A me tocca prima di voi. Il mio reggimento è più anziano del vostro.
Conte. Andrò coi volontati a farmi largo su le trinciere.
Ferdinando. Da voi non mi lascierò pigliare la mano.
Cirillo. Bravi; e viva il vostro valore, e viva il vostro coraggio. Divertiamoci intanto, ecco un violino,
Ferdinando. Madamigella, balliamo.
Aspasia. Balliamo pure.
Conte. Ballate, e noi beveremo.
Cirillo. ct ct Fabio. Amici, il generale ha intimato un consiglio di guerra. Sono già ragunari nelle sue tende tutti gli ufficiali dello stato maggiore, e vuole che tutta l’altra ufficialità stia sull’armi.
Ferdinando. Sapete di che si dee trattar nel consiglio?
Fabio. Trattasi di deliberare l’assalto generale della piazza nemica. Andiamo.
Conte. All’assalto, all’assalto.
Citillo. All’assalto, all’assalto.
Ferdinando. Al cimento.
Faustino. Alla gloria.
Cirillo. Ehi, favoritemi le mie stampelle.
Aspasia. Eh via, don Cirillo. Voi siete esente dalle fatiche. Riposatevi, che ne avete bisogno.
Cirillo. Datemi le mie stampelle.
Aspasia. Non vi voglio dar niente.
Cirillo. Maladettissima. Sì, voglio andare al fuoco, al cimento, alle cannonate. ct ct ct Poh! gran bella cosa è la guerra! Io ne dirò sempre bene, e non vi è pericolo che mi esca un voto dal cuore per desiderare la pace. Direbbe alcuno, se mi sentisse, tu prieghi pel tuo mestiere, come la moglie di quel carnefice pregava il cielo che si aumentassero le faccende di suo marito. E bene, chi è colui nel mondo che non desideri, prima d’ogni altra cosa, il proprio vantaggio? Le liti danno da vivere agli avvocati, le malattie ai medici, e chi è quel medico, o quell’avvocato, che vorrebbe tutti gli uomini sani, e tutte le famiglie tranquille? Se non vi fossero guerre, non vi sarebbero commissari di guerra, e chi è colui, che potendo mettere da parte centomila scudi in quattro o in cinque anni di guerra, volesse per carità verso il prossimo desiderare la pace? Esclamano contro la guerra coloro che vedono desolare le loro campagne, non quelli che per provvedere l’armata vendono a caro prezzo il loro grano ed il loro vino. Si lamentano della guerra i mercanti, che soffrono il danno dell’interrotto commercio; non quelli che servono al bisogno delle milizie, e guadagnano sui generi, o sul danaro, il venti o il trenta per cento. Piangono per la guerra quelle famiglie che perdono per disgrazia il padre, il figlio, il parente; non quelle che se li vedono tornare a casa ricchi di gloria, e carichi di bottino. Si lamentano della guerra talvolta i soldati, e gli uffiziali ancora, mancando loro il bisogno; non si lamenta già un commissario, come son io, che nuota nell’abbondanza, che lucra sulle vendite e nelle provviste, e che col crogiuolo della sua testa fa che coli nelle sue tasche l’oro e l’argento di tutta quanta un’armata. ct ct Orsolina. Serva, signor commissario.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of La guerra.
