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Le confessioni

Lev Tolstoj · 1913 · Free in the US

23,896 words · about 1 h 40 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1913 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Le_confessioni&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Lev Tolstoj
Language
Italian
Published
1913
Length
23,896 words · about 1 h 40 min
Sections
18 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (18)
  1. Front matter under 1 min
  2. Prefazione about 1 min
  3. I about 5 min
  4. II about 6 min
  5. III about 7 min
  6. IV about 7 min
  7. V about 9 min
  8. VI about 11 min
  9. VII about 7 min
  10. VIII about 4 min
  11. IX about 7 min
  12. X about 5 min
  13. XI about 4 min
  14. XII about 7 min
  15. XIII about 5 min
  16. XIV about 4 min
  17. XV about 6 min
  18. XVI about 6 min

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Biblioteca Universale

LEONE TOLSTOI

LE CONFESSIONI

Prefazione

Cercava il senso della vita e trovò Dio; trovò Dio perdendosi nell’amore degli uomini, sentendo lo spirito che vive negli uomini, desiderandolo, facendolo suo.

La lunga fatica della ragione che gli pone davanti il nulla e la volontà di vivere che non piega, che si ribella a trarre la conseguenza ultima, la negazione della vita! Speranza inconsaputa che resiste, che apre le porte alla verità, verità che inonda l’anima tutta: ― e da allora tutto fu chiaro in me.

— Compresi che era la verità; e l’accettai.

Accettar la verità: rompere le abitudini di pensiero e d’azione che ad essa contrastano, rifarsi alla verità. È qui il miracolo compiuto dai grandi cercatori di Dio: lo spirito che si ricrea. Lo spirito eroico chiama all’entusiasmo della vita, si fa santo quando è fatto solo d’amore.

Ma la ragione lo pose ancora in contrasto col mondo, con le sue istituzioni: e giudicò e condannò. Si levò in difesa degli umili, e fu amore; si allontanò da loro, ed era la ragione individuale non ancora fattasi grande come il suo cuore. Per gli umili negò il progresso, negò l’arte, ma non tutto se stesso, tutto il suo passato, per cui andava gli ultimi giorni, eterno viandante, a cercare, solo, ad interrogare il suo Dio.

Per i sacramenti, scese l’onda di grazia, fu sentito il tremore dinanzi a Dio, gli umili furono pervasi da Dio: la storia è piena del miracolo.

Al cuore niente è falso: non mi pongo contro la storia, ma l’arricchisco della mia vita.

Dio è nel mondo, ma anche lo avvolge: immanente in quanto sentito, trascendente in quanto voluto. E in quanto voluto Lo sento come il Padre ed io sono ― l’uccellino caduto dal nido, ― e la rappresentazione è in me, mi rappresento il Lontano nelle forme più belle che l’amore umano crea. E dopo che ho liberato l’anima mia, pieno del desiderio di Lui, Lo cerco per le vie fatte sacre da altre speranze, luminose del Suo passaggio.

Ma il Tolstoi chiamò all’azione.

Bisogna riconcepire Cristo: riviverlo in questa nostra vita moderna, ripensarlo nelle nostre aspirazioni. Così sentiamo la sua voce.

I

Io fui battezzato ed educato nella religione cristiana ortodossa che mi fu insegnata fin dall’infanzia, durante l’adolescenza e la gioventù. Ma a diciotto anni, cioè quando terminai il secondo anno di università, non credevo più a nulla di quanto mi era stato ripetuto; non solo: certi ricordi mi farebbero pensare di non aver mai creduto seriamente; avevo fiducia in ciò che mi si insegnava, in ciò che i maggiori confessavano davanti a me, ecco tutto, e quella fiducia era anche assai vacillante.

Avevo circa undici anni quando venne da noi, una domenica, Volodienka M... (un allievo del ginnasio, morto da molto tempo), per annunziarci, come una grande novità, la scoperta fatta al ginnasio: Dio non esisteva, e non ci avevano insegnato che delle frottole. (Questo avveniva nel 1838). Io rammento che i miei fratelli maggiori, eccitati da questa novità, mi chiamarono, e che tutti, con grande animazione, accettammo questa scoperta come qualche cosa di molto

interessante e di possibilissimo. Rammento ancora che mio fratello maggiore, Dimitri, il quale era allora studente all’Università, si diede ad un tratto, con la passione propria della sua natura, alle pratiche religiose; si mise a seguire tutte le prediche, a digiunare, a condurre una vita casta, pura e morale, e noi tutti, anche i più anziani, ci mettemmo a canzonarlo, affibbiandogli, non so perchè, il soprannome di Noè. Rammento pure che Mussin Puskin, rettore dell’Università di Kazan, ci invitava a ballare, e canzonando nostro fratello, che rifiutava i suoi inviti, gli diceva che Davide stesso aveva ballato davanti all’arca. Io apprezzavo allora questi scherzi dei grandi e ne concludevo che bisognava imparare il catechismo e andare in chiesa, ma che non era necessario prender tutto questo sul serio. Rammento altresì che, da giovanissimo, leggevo , e che le sue arguzie, anzichè ripugnarmi, mi divertivano assai.

La mia diserzione dalla religione si compiè come accadeva allora e come accade anche adesso alle persone della nostra società. Mi pare che, nella maggior parte dei casi, ciò avvenga nel modo seguente: si vive come tutti vivono, e tutti vivono fondandosi su dei principî che, non solo non hanno nulla in comune con la religione, ma soventissimo sono contrari ad essa. La religione non ha un posto nella nostra vita. Nei rapporti col nostro prossimo non ci accade mai di incontrarla e, nella nostra propria esistenza, non la consultiamo mai. La religione viene applicata qualche volta lungi dalla vita e indipendentemente da questa. Se ci si trova in contatto con essa, la si considera come un fenomeno esteriore, per nulla legato alla vita.

Osservando la vita di un uomo, i suoi atti, adesso come allora, non si può sapere s’egli creda o no. Se v’è differenza fra colui che confessa apertamente l’ortodossia e colui che la nega, questa differenza non è mai a vantaggio del primo. Adesso come allora la confessione e la pratica dell’ortodossia si trovano più sovente in persone stupide, crudeli e che si danno una grande importanza, mentre l’intelligenza, l’umiltà, la rettitudine, la semplicità, il senso morale si trovano di preferenza in persone che si dicono incredule.

Nelle scuole si insegna il catechismo e si mandano gli allievi in chiesa. Dai funzionari si esigono i certificati di comunione, ma un uomo della nostra società che non è più scolaro nè impiegato dello Stato, adesso e soprattutto in passato, può vivere delle decine d’anni senza ricordarsi una sola volta che vive in mezzo a cristiani e ch’egli stesso è creduto praticante la religione cristiana ortodossa.

In tal modo, adesso come in passato, la dottrina religiosa, accettata per fiducìa e sostenuta da qualche pressione esteriore, sparisce a poco a poco sotto l’influenza della conoscenza e dell’esperienza della vita, che son contrarie alla religione. Eppure, soventissimo, l’uomo vive persuaso di aver conservato intatta questa religione che gli venne insegnata nell’infanzia; mentre da lungo tempo non ne rimane più traccia. S..., un uomo intelligente è sincero, mi raccontò in che modo cessò di credere. Aveva ventisei anni, quando un giorno, a caccia, prima d’andar a dormire, seguendo una vecchia abitudine infantile, si mise a pregare. Suo fratello maggiore era steso sul fieno e lo guardava. S.., terminata la sua preghiera, stava per coricarsi; suo fratello gli disse: «Ah, lo fai sem- pre?» Non fu detto nulla di più, ma da quel giorno S... smise di pregare e di andare in chiesa; non perchè conoscesse e dividesse le convinzioni del fratello, o perchè nel profondo dell’anima sua avesse preso una decisione qualsiasi, ma unicamente perchè le parole pronunciate dal fratello erano state una leggera spinta al muro presso a crollare, trascinato dal suo proprio peso.

Quell’osservazione gli indicò soltanto che là ov’egli credeva risiedesse la sua fede, non v’era più che un posto vuoto, di modo che le parole che pronunziava, i segni di croce e le genuflessioni che faceva pregando diventavano degli atti perfettamente vuoti di senso e, una volta riconosciuta la loro vanità, gli era impossibile ripeterli.

Questo deve accadere, io penso, alla grande maggioranza. Intendo parlare degli uomini della nostra coltura, delle persone sincere di fronte a se stesse, e non di quelle che vedono nella religione soltanto il mezzo per raggiungere qualche fine effimero. Costoro sono i più profondamente atei. Difatti, se per essi la religione non è che un mezzo per raggiungere un fine , non è più religione. Per le persone della nostra coltura, la luce della scienza e della vita fa crollare questo fragile edifizio, abbiano esse notato il posto vuoto nell’anima loro o non se ne siano ancora accorte.

La credenza che mi fu inculcata fin dall’infanzia lasciò me come gli altri, con la differenza che, avendo letto fin dai quindici anni delle opere filosofiche, la mia diserzione dalla religione fu assai presto cosciente. A sedici anni avevo cessato di pregare per mio proprio impulso, avevo cessato di andare in chiesa, di seguire ogni pratica, non credevo più in ciò che mi avevano insegnato fin dall’infanzia, ma credevo in qualche cosa. In che? Non avrei saputo dirlo. Credevo in Dio, o piuttosto non negavo Dio, ma quale Dio? Non sapevo. Non negavo il Cristo e la sua dottrina, ma in che consistesse questa dottrina, non avrei potuto dirlo.

Oggi, ricordando questo tempo, vedo chiaramente che la mia religione — ciò che, all’infuori degli istinti bestiali, guidava la mia vita — la mia vera credenza d’allora era la fede nel perfezionamento; ma in che consistesse questo perfezionamento, quale fosse il suo scopo, io non sapevo. Cercavo di perfezionarmi intellettualmente, imparando tutto ciò che potevo, tutto ciò verso cui la vita mi spingeva; cercavo di perfezionar la mia volontà, imponendomi delle regole che mi studiavo di osservare; mi perfezionavo fisicamente con ogni sorta di esercizî e abituandomi alla resistenza per mezzo di privazioni d’ogni specie: tutto ciò mi pareva essere il perfezionamento. Certo, al disopra di tutto vi era il perfezionamento morale, ma ben presto questo venne sostituito dal perfezionamento in generale, cioè dal desiderio di rendermi migliore, non ai miei occhi o agli occhi di Dio, ma a quelli degli altri uomini. E ben presto questa tendenza venne anch’essa sostituita dal desiderio d’esser più forte degli altri uomini, cioè più celebre, più importante e più ricco di loro.

en:A Confession/I

II

Un giorno racconterò la storia della mia vita, storia commovente e istruttiva, durante questi dieci anni della mia gioventù. Credo che molti abbiano provato gli stessi sentimenti. Con tutta l’anima desideravo esser buono, ma ero giovane, tormentato dalle passioni, e mi trovavo solo, assolutamente solo nella ricerca del bene. Ogni volta che tentavo di esprimere il mio desiderio più intimo, quello di essere moralmente buono, non incontravo che disprezzo e canzonature; ma non appena mi davo alle più vili passioni mi si lodava e mi s’incoraggiava.

L’ambizione, l’amor del potere, del denaro, il lusso, la collera, la vendetta erano rispettati. Dando libero sfogo a queste passioni, diventavo simile a un uomo e sentivo che si era contenti di me. La mia buona zia, in casa della quale vivevo, l’essere più puro al mondo, mi diceva sempre di non desiderar per me nulla più che una relazione con una signora maritata: «Non vi ha nulla che formi un giovane quanto una relazione con una signora ammodo.» Mi augurava anche un’altra fortuna: quella di essere aiutante di campo, e soprattutto aiutante di campo dell’imperatore, e poi, come felicità suprema, di sposare una signorina ricchissima, per poter avere, con tal matrimonio, un gran numero di servi.

Non posso ricordare questi anni senza orrore, senza disgusto, senza sofferenza. Uccisi degli uomini in guerra, provocai in duello per uccidere, perdetti grosse somme al giuoco, dilapidai il frutto del lavoro dei contadini, li punii, commisi adulterio, ingannai. La menzogna, il furto, la cupidigia in tutte le sue forme, l’ubbriachezza, la violenza, l’assassinio... non v’ha delitto che non abbia commesso. E per tutto ciò mi si lodava, mi si considerava come un uomo relativamente morale. Vissi così dieci anni.

In questo tempo incominciai a scrivere, per ambizione, per avidità, per orgoglio. I miei scritti erano conformi alla mia vita. Per ottenere la gloria e il denaro, in vista dei quali scrivevo, era necessario nascondere il buono e pubblicare il cattivo, e questo io feci. Quante volte, affettando indifferenza e anche una leggera ironia, mi sforzai di scartare dai miei scritti quelle aspirazioni verso il bene che davano un senso alla mia vita! E raggiunsi il mio scopo, e tutti mi incoraggiavano.

Avevo ventisei anni, quando, di ritorno dalla guerra, andai a Pietroburgo e mi misi in relazione con degli scrittori, che m’accolsero come uno dei loro. Essi mi lodarono e, prima che avessi avuto il tempo di riavermi, le opinioni sulla vita, proprie a questi uomini, erano divenute mie e avevano completamente dissipato in me tutte le antiche tendenze a diventar migliore. Queste opinioni costituivano una teoria che giustificava la depravazione dei miei costumi. I miei confratelli in letteratura consideravano che la vita in generale va avanti progredendo e che in questo svolgimento spetta a noi, pensatori, la parte principale e, fra i pensatori, gli artisti e i poeti hanno la massima influenza. La nostra vocazione è quella d’istruire gli uomini.

Perchè non ci si rivolgesse neppure la domanda naturalissima: Che cosa so, e che cosa devo insegnare? si spiegava con la teoria che era inutile esser ben fissi su quel punto, giacchè l’artista e il poeta insegnano inconsciamente.

Io ero considerato come un artista eccelso e un grande poeta: naturalmente dunque adottai quella teoria. Artista e poeta, io insegnavo ciò che neppure sapevo. Mi si pagava per questo; avevo una buona tavola, un bell’appartamento, donne, società, avevo la gloria: per conseguenza ciò che insegnavo era assai buono.

Questa fede nell’importanza della poesia e dello svolgimento della vita era una religione di cui io ero uno dei pontefici; cosa molto piacevole e molto vantaggiosa, ed io vissi parecchi mesi in questa religione senza mai aver il dubbio che non fosse la vera.

Ma il secondo e soprattutto il terz’anno di questa vita, cominciai a dubitare dell’infallibilità della nostra religione e mi misi ad esaminarla. Il primo motivo di dubbio fu questo: avevo finalmente notato che i sacerdoti della nostra religione non erano tutti d’accordo fra di loro. Gli uni dicevano: Siamo noi i maestri migliori e più utili; noi insegniamo ciò che è necessario, gli altri non insegnano la verità. E questi dicevano: No, siamo noi nel vero, voi insegnate l’errore. E disputavano, litigavano, si insolentivano, s’ingannavano a vicenda. Inoltre molti di noi non si curavano neppure di saper chi avesse ragione o chi avesse torto, e seguivano semplicemente il loro scopo materiale. Tutto ciò mi condusse a dubitare della verità del nostro culto.

Avendo così messa in dubbio la religione degli scrittori, cominciai ad osservare più attentamente i suoi ministri, e mi convinsi che quasi tutti questi scrittori erano uomini senza moralità, cattivi per la maggior parte, nullità, assai inferiori per il carattere a quelli che avevo incontrato in passato, nella mia vita militare, ma per contrapposto molto sicuri e contenti di sè come possono esserlo o i santi o quelli che non sanno neppur che sia la santità. Questi uomini m’ispirarono un gran disgusto, ne sentii anche per me stesso, e compresi che tale religione era un inganno. Ma, cosa strana, pur avendo ben presto compreso tutta la menzogna di tale religione e avendola rinnegata, non seppi rinunciare al titolo che mi davano questi uomini, titolo di artista, di poeta, di maestro. M’immaginavo ingenuamente di essere poeta e artista e di poter insegnare a tutti senza saper io stesso ciò che insegnavo; e continuai in questo modo.

La mia relazione con quegli uomini mi valse un nuovo vizio: un orgoglio spinto fino alla malattia, e la folle sicurezza di credermi chiamato ad insegnare ciò che non sapevo io stesso.

Ora, quando ricordo questo tempo, lo stato del mio spirito d’alloŕa e quello di quegli uomini (del resto i loro simili si contano ora a migliaia), sento un insieme di pietà e vergogna; ho voglia di ridere, provo lo stesso sentimento che si prova in un manicomio.

Noi eravamo tutti convinti allora che bisognasse parlare e scrivere, pubblicare al più presto e il più possibile, che tutto questo fosse necessario per il bene dell’umanità, e migliaia di noi, nuocendosi e lanciandosi delle invettive reciprocamente, pubblicavano, scrivevano e istruivano gli altri. Senza notare che non sapevamo nulla, che al più semplice problema della vita: Che cosa è buono e che cosa è cattivo? non sapevamo che rispondere; senza dar retta a nessuno parlavamo tutti insieme, fingendo a volte di approvare e di lodare per essere noi pure approvati e lodati, a volte irritandoci gli uni contro gli altri come in un manicomio.

Migliaia di operai lavoravano giorno e notte, con tutte le loro forze, per stampare milioni di parole che la posta spargeva per tutta la Russia, e noi cercavamo d’insegnare ancor di più, senza riuscire ad insegnar tutto, e ci irritavamo sempre di non essere abbastanza ascoltati.

Cosa strana!... ora soltanto io lo comprendo. Il nostro desiderio vero, il più intimo, era quello di ricevere il massimo di denaro e di lodi. Per raggiungere questo scopo non potevamo che scrivere libri ed articoli; questo appunto facevamo; ma per fare un’opera così inutile e nello stesso tempo possedere la certezza di essere personaggi molto importanti, ci occorreva ancora un ragionamento che giustificasse la nostra attività, ed inventammo il seguente: tutto ciò che esiste è ragionevole, tutto ciò che esiste si svolge, tutto si svolge per mezzo dell’istruzione, l’istruzione si misura dal grado di diffusione dei libri e dei giornali, e noi venivamo pagati e stimati perchè scriviamo dei libri e degli articoli; per conseguenza siamo gli uomini migliori e più utili.

Questo ragionamento sarebbe stato perfetto se fossimo stati tutti d’accordo; ma siccome ad ogni idea pubblicata dall’uno si opponeva sempre un’idea diametralmente opposta pubblicata dall’altro, avremmo dovuto riflettere. Ma noi non notavamo questo: ci si pagava, gli uomini del nostro partito ci lodavano, e ciascuno di noi si credeva nel vero.

Oggi io vedo chiaramente che non v’era alcuna differenza fra la nostra società e un manicomio. Anche a quel tempo lo supponevo vagamente, ma, come fanno tutti i pazzi, trattavo ciascuno da pazzo, eccettuato me stesso.

en:A Confession/II

III

Vissi così, tutto preso da questa follia, per sei anni, fino al mio matrimonio. In questo tempo partii per l’estero. La Vita in Europa e i miei rapporti con gli uomini progrediti e coi sapienti europei, mi affermarono sempre più in quella credenza nel perfezionamento in genere, ch’era stata la mia e che ritrovavo presso di loro.

Questa credenza prese me la forma solita, quella che prende presso la maggioranza delle persone colte nel nostro tempo; essa si esprimeva con la parola: «progresso». Mi pareva allora che questa parola esprimesse qualche cosa, non comprendevo ancora che, tormentato, come tutti gli uomini che pensano, da questa domanda: Come devo vivere per vivere il meglio possibile? rispondendovi: Vivere d’accordo col progresso, rispondevo esattamente come un uomo la cui barca fosse in balìa delle onde, e che, a questa domanda essenziale ed unica per lui: «Dove bisogna dirigersi?» rispondesse indirettamente: «Le onde mi portano laggiù».

Allora non notavo questo.

A volte, raramente, il sentimento, anzichè la ragione, si ribellava in me contro questa superstizione generale del nostro tempo, in grazia della quale gli uomini nascondono a se stessi la loro incomprensione della vita. Così, durante il mio soggiorno a Parigi, l’aver assistito ad una esecuzione capitale, mi mostrò la fragilità della mia fiducia nel progresso; quando vidi la testa staccarsi dal corpo e, separatamente, cader nel paniere, compresi, non con la ragione, ma con tutto il mio essere, che nessuna teoria sulla razionalità dell’ordine esistente e del progresso avrebbe potuto giustificare un atto simile. Se anche tutti gli uomini dell’universo, appoggiandosi sopra qualsiasi teoria, fin dalla creazione del mondo, trovassero quell’atto necessario, ben saprei, io, che è male, e per conseguenza che il progresso non è là, che il bene o il male non può esser stabilito da ciò che dicono o fanno gli uomini, ma che io solo, col mio cuore, posso giudicarne.

Un’altra ragione per convincermi dell’insufficienza, per la vita, della fede nel progresso, la ebbi nella morte di mio fratello. Egli era intelligente, buono, serio, si ammalò giovanissimo, sofferse per piů di un anno e morì dolorosamente, senza aver compreso perchè avesse vissuto e soprattutto perchè dovesse morire. Nessuna teoria potè rispondere alle sue domande ed alle mie durante la sua lunga e crudele agonia.

Ma queste occasioni di dubbio erano rare e, in realtà, continuai a vivere, non avendo altra fede che quella nel progresso. «Tutto si svolge, ed io pure mi svolgo: perchè? lo si vedrà.»

In questo modo avrei dovuto formulare la mia fede.

Di ritorno dall’estero mi stabilii in campagna, e risolsi di occuparmi delle scuole dei contadini. Questo compito m’era particolarmente piacevole, poichè non vi trovavo quella menzogna divenutami evidente durante i miei anni di dottorato letterario. Anche qui agivo in nome del progresso, ma in me sorgeva il critico. Mi dicevo che certe manifestazioni del progresso son piuttosto bizzarre e che bisogna lasciare una grande latitudine alla gente primitiva, ai bimbi dei contadini, permettendo loro di scegliere nel progresso la via preferita. Ma in realtà io giravo sempre intorno allo stesso problema insolubile, che consisteva nell’insegnare senza saper che cosa insegnare. Nelle alte sfere dell’attività letteraria, capivo che non si può insegnare, poichè avevo visto che tutti insegnavano cose diverse e non riuscivano a nascondersi reciprocamente la propria ignoranza che discutendo fra di loro; ma qui, coi bimbi dei contadini, credetti di poter girare quella difficoltà lasciando che essi imparassero ciò che volevano.

Mi par strano ora il modo con cui divagavo per sfogare il mio desiderio d’insegnare, sapendo benissimo, nel mio intimo, che non potevo insegnare nulla di ciò che sarebbe stato necessario, poichè l’ignoravo io stesso. Dopo un anno trascorso occupandomi della scuola, partii la seconda volta per l’estero, con lo scopo di impararvi il mezzo per arrivare ad istruire gli altri, pur non sapendo nulla io stesso.

Mi parve di averlo imparato e, forte di tutta questa saggezza, l’anno dell’emancipazione dei servi tornai in Russia dove, dopo aver accettato la funzione di arbitro territoriale, mi misi ad insegnare al popolo ignorante nelle scuole, e alle persone colte in una rivista che cominciai a pubblicare. E mi pareva che tutto andasse bene; pure sentivo che il mio spirito non era completamente equilibrato e che ciò non avrebbe potuto durare a lungo. Mi sarei forse dato allora a quella disperazione a cui arrivai quindici anni più tardi, se in quel tempo non mi fossi fermato su un altro lato della vita, che non conoscevo ancora e che mi prometteva la salvezza: intendo la vita di famiglia.

Per un anno intero mi occupai dell’arbitrato territoriale, della scuola e della rivista, ed ero assai afflitto poichè mi ci perdevo ognor più. La lotta continua, resa necessaria dalla mie condizioni di conciliatore, mi fu così penosa, la mia attività nella scuole si manifestò così vagamente, il mio lavoro nella rivista, il desiderio d’insegnare e nello stesso tempo di nascondere a me stesso la mia propria incapacità, mi divenne così ripugnante, che caddi malato moralmente più che fisicamente. Abbandonai tutto e fuggii nelle steppe, presso i Bashir, a respirar l’aria pura, a bere il kumis e a vivere della vita animale.

Al mio ritorno mi ammogliai. Le condizioni nuove di una felice vita di famiglia mi distolsero completamente da ogni ricerca del senso generale della vita. Tutta la mia vita, in quel tempo, si concentrò sulla mia famiglia, mia moglie e i miei bambini, e, per conseguenza, sui mezzi di aumentare le mie risorse. L’aspirazione al mio perfezionamento, che aveva già prima ceduto il posto all’aspirazione al perfezionamento in generale, al progresso, ora cedeva nettamente il posto al desiderio di avere, per me e per la mia famiglia, una vita assai comoda. Così passarono quindici anni ancora.

Quantunque considerassi la letteratura come una bagattella, pure, durante questi quindici anni, continuai a scrivere. Conoscevo l’enorme seduzione esercitata dalla letteratura, l’esca di un guadagno enorme e di applausi che ricompensano un lieve lavoro, e vidi nella lettera- tura il mezzo di migliorare le mie condizioni materiali, di soffocare nella mia anima tutte le questioni sul senso della mia vita e della vita in generale.

Scrivevo, insegnavo quello ch’era divenuto per me la sola verità: che bisognava vivere in modo di dare a sè e alla propria famiglia la massima felicità.

Così vissi; ma cinque anni fa qualche cosa di strano cominciò a manifestarsi in me: dapprima ebbi momenti di stupore, un arrestarsi della vita, come se non sapessi nè come vivere nè che cosa fare, e diventavo inquieto e triste. Passati questi momenti, continuavo a vivere come prima. In seguito questi momenti di perplessità divennero sempre più frequenti, ma presero sempre la stessa forma. Questi momenti di arresto della vita si esprimevano sempre con le stesse domande: Perchè? Ebbene? E poi?

Dapprima mi parve fossero domande inutili, senza scopo; mi parve che fossero cose conosciute e che se un giorno avessi voluto pensare a risolverle, sarebbe stato facilissimo, che allora non avevo tempo, ma che avrei trovato la risposta non appena l’avessi voluto. Ma le domande si affacciarono sempre più frequentemente; sempre più incalzanti, esigevano una risposta e, come dei pugni sempre nello stesso posto, queste domande senza risposta finirono col formare una macchia nera. Mi accadde ciò che succede a chiunque si ammali di una malattia interiore mortale: prima appaiono gl’infimi sintomi del male ai quali il malato non bada, poi questi sintomi si fanno sempre più frequenti e si riassumono in una sofferenza unica e continua: questa aumenta ed il malato, prima d’aver il tempo di voltarsi, s’accorge che ciò che gli pareva una semplice indisposizione è ciò che per lui ha la massima importanza: la Morte.

Ecco quello che avvenne. Compresi che non si trattava di un’indisposizione passeggera, ma di qualcosa di assai grave, e che se la stessa domanda si fosse ripetuta sempre, sarebbe stato necessario rispondervi. Cercai di farlo: le domande parevano così assurde, così semplici, così infantili! Ma appena le studiai e cercai di risolverle, fui immediatamente convinto che prima di tutto non erano nè infantili nè stupide, ma le questioni più serie e più profonde della vita, e in secondo luogo che avrei un bel riflettervi: non potrei risolverle. Prima di occuparmi del mio possedimento di Samara, dell’educazione di mio figlio, della pubblicazione di un libro, dovevo sapere perchè farei tutto questo: fin che non sapessi perchè, non potrei far nulla, non potrei vivere. Nel bel mezzo delle mie idee sulla organizzazione dei miei affari, che mi preoccupavano molto in quel tempo, tutt’a un tratto mi veniva in mente questa questione: «Ebbene, avrai seimila desiatine nel Governo di Samara, trecento cavalli. E poi?» Ed ero completamente sconcertato, e non sapevo più che pensare. Oppure, non appena cominciavo a riflettere sul modo di educare i bambini, mi dicevo: «Perchè?» O quando mi chiedevo in che modo il popolo potrebbe raggiungere il benessere, tutt’a un tratto mi dicevo: «Che m’importa tutto questo?» O quando pensavo alla gloria che mi valevano le mie opere, mi dicevo: «Ebbene, sarai più celebre di , , , , di tutti gli scrittori del mondo, e poi?» e non, potevo rispondere nulla.

Le domande non aspettano, bisogna rispondervi subito; se non si risponde non si può vivere. Nessuna risposta. Sentivo che il suolo sul quale mi reggevo, mi fuggiva sotto, che non v’era più nulla a cui potessi aggrapparmi, che ciò di cui vivevo non era più, e che non mi rimaneva nulla.

en:A Confession/III

IV

La mia vita s’arrestò. Potevo respirare, mangiare, bere, dormire, giacchè non avrei potuto non respirare, non mangiare e non dormire. Ma non era la vita, poichè non sentivo un desiderio la cui soddisfazione mi paresse ragionevole. Se anche desideravo qualche cosa, sapevo in anticipo che dal mio desiderio, soddisfatto o no, non sarebbe derivato nulla. Se fosse venuta una fata a propormi di soddisfare ogni mio desiderio, non avrei saputo che cosa chiederle. Se, in un momento di ebbrezza ritrovavo, non il desiderio, ma l’abitudine del desiderio, appena ritornato calmo sapevo trattarsi di un inganno: non avevo nulla da desiderare. Non potevo neppure augurarmi di conoscere la verità; poichè indovinavo in che cosa consistesse; secondo la verità, la vita è una pazzia. Avevo creduto di vivere, di andare innanzi, ed ero arrivato all’abisso e vedevo nettamente che davanti a me non v’era nulla, tranne la morte. Eppure non ci si può fermare nè tornare indietro nè chiuder gli occhi per non vedere che non si ha nulla davanti a sè, tranne il dolore e la morte: l’annientamento completo.

Arrivai al punto che, pur essendo sano e felice, sentii che non potevo più vivere. Una forza invincibile mi trascinava a sbarazzarmi della vita in modo qualunque, ma non si può dire che volessi uccidermi: la forza che mi trascinava di là dalla vita era più potente, più completa, più generale del mio desiderio; era una forza simile alla mia antica aspirazione alla vita, ma in senso inverso. Con tutte le mie forze aspiravo a liberarmi dalla vita; l’idea del suicidio mi divenne tanto naturale quanto altra volta l’idea del perfezionamento della vita. Quest’idea era così suggestiva che dovetti usar degli artifizi con me stesso per non metterla in esecuzione troppo in fretta; non volevo affrettarmi unicamente perchè volevo concentrare tutti i miei sforzi a veder chiaro in me; in caso d’insuccesso avrei sempre avuto il tempo di uccidermi. Ed ecco che io, l’uomo felice, per non impiccarmi, nascondevo a me stesso la corda tra gli armadi della mia camera, in cui ogni sera restavo solo a svestirmi; non andavo più a caccia col fucile per non lasciarmi tentare da quel facile mezzo di liberarmi dalla vita. Non sapevo neppur io che cosa desiderassi: avevo paura della vita, aspiravo ad uscirne, eppure speravo ancora qualche cosa da essa.

Ciò accadeva in un momento in cui, sotto tutti i rapporti, avevo ciò che è considerato come la felicità completa. Non avevo ancora cinquant’anni, avevo una moglie amante ed amata, dei bambini buoni, un gran possedimento che, senza alcuna fatica, si allargava e prosperava; ero più che mai rispettato dai miei parenti e dalle mie conoscenze; gli estra- nei mi colmavano di elogi e, senza falsa vanità, potevo credere che il mio nome fosse celebre. Inoltre non solo non ero nè pazzo nè malato mentalmente, ma possedevo una forza morale e fisica come ho trovato raramente fra i miei compagni. Fisicamente avrei potuto falciare come un contadino, intellettualmente avrei potuto lavorare otto, dieci ore di seguito senza risentirne menomamente.

In tale stato giunsi a non poter più vivere e, avendo paura della morte, dovetti usar degli artifizi verso me stesso per non togliermi la vita. Ecco come si riassumeva per me questo stato d’animo: «La mia vita è uno scherzo stupido e cattivo giuocatomi da qualcuno.»

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