Front matter
ct ct ct ct
Dalle ripetizioni, come pure dalle incoerenze d’alcune idee, e dalla diversitá dello stile, molti s’accorgeranno come i seguenti articoli, benché fatti di concerto e co’ medesimi materiali, non furono compilati da una penna sola, né nella stessa lingua. I primi quattro sono d’uno scrittore, il quinto è d’un altro; e gli ultimi due furono scritti in italiano da un terzo, che tradusse i precedenti e si studiò di ridurli possibilmente a un tenore, non però usò dell’arbitrio di troncar mai l’altrui testo. S’è anche avuto riguardo al libraio, il quale, ristampando opere italiane con somma cura in grazia de’ forestieri, curiosi d’aneddoti e di critica letteraria, ci ha richiesto d’una Notizia che senza impostura potesse intitolarsi bibliografica. Per altro chi volesse scansare le ripetizioni e soddisfare la propria curiositá nelle materie che piú gl’importano, potrá ommettere o trascegliere i vari paragrafi secondo il titolo. Eccoli: — I. Edizione prima. — II. Edizioni successive. — III. Traduzioni. — IV. Veritá storica del libro. — V. Pareri letterari. — VI. Werther e Ortis. — VII. Effetti morali del libro.
Indice
I. Prima edizione
ct Verso la fine del 1799 Iacopo Marsili libraio cominciò in Bologna l’edizione delle Ultime lettere; se non che il depositario degli originali, pentitosi forse di pubblicare un libro politicamente pericoloso agli editori, e forse moralmente a’ lettori, si partí, e lasciò neppur mezzo stampato il volume. Bensí il libraio, per cavarne utilitá, lo fece continuare da un Angelo Sassoli, giovine letterato: il quale, non avvedendosi che quelle lettere da principio erano state scritte senz’animo di pubblicarle, e scritte da tale che aveva sortito dalla natura carattere d’animo, e modo di sentire, e opinioni, e passioni, e quindi stile tutto suo proprio, v’aggiunse assai cose che potevano allettare la comune de’ lettori; molte altre, le quali rincrescevano a’ governi, levò di pianta; ad altre appose annotazioni, e le confutò; mutò in parte le circostanze di alcuni fatti, e segnatamente del principale che concerne l’amore dell’Ortis, affine di non offendere individui e famiglie viventi: e compilò due volumetti, dove appena un terzo si trova di scritto dal primo
autore, e nulla che non sia guasto e interpolato; e n’usci il romanzo col titolo: Vera istoria di due amanti infelici, ossia Ultime lettere di Iacopo Ortis, con un ritratto in profilo. Il depositario degli autografi, ne’ primi mesi del 1800, smentí nella gazzetta di Firenze questa edizione apocrifa. Ma non passò l’anno che un libraio di Torino mandò fuori un manifesto, promettendo che ristamperebbe la Storia de’ due amanti infelici alla quale, secondo il giudizio d’esso libraio, non mancava altro che piú corretta e piú elegante edizione. Allora il depositario degli originali tolse d’avventurarsi a’ pericoli, anziché lasciar crescere cosí fatta macchia sul nome del vero scrittore, che non poteva scolparsi e a cui quel romanzetto era apposto; e ripigliò l’edizione abbandonata negli anni addietro, e la commise in Milano allo stampatore Mainardi. Ma questo, sgomentato da’ tanti passi ne’ quali i governi d’allora erano affrontati a viso aperto, stampò esattissimo alcune poche copie, ma a tutte le altre sottrasse, segnatamente ne’ primi fogli, a frasi, a periodi, e talvolta a mezze le pagine i tratti pericolosi, lasciando vuoto il bianco delle lacune, affinché i lettori le indovinassero, oppure, collazionando taluno degli esemplari intatti, le supplissero con la penna. Sí fatto compenso non piacque all’editore; cosí che al sesto o settimo foglio fu tralasciata anche questa edizione, che sarebbe riescita pur elegante fra quante se ne fecero in appresso. Né, per pratiche fatte, fu allora possibile di ritrovare stampatore che si attentasse di assumere l’edizione, benché nella repubblica cisalpina la stampa fosse allora liberissima; e le Ultime lettere sarebbero forse manoscritte anche al dí d’oggi, se un gentiluomo non le avesse fatte stampare celatamente in casa propria a Venezia sotto la data: «Italia, mdcccii». Questa è l’edizione prima, e l’unica esatta rispetto agli originali: perché, circa alla correzione, ridonda di errori ortografici e di vocaboli e frasi storpiate, e forse le prove non furono ricorrette a dovere, in grazia del secreto, del pericolo e della fretta; fors’anche per queste ragioni non se ne tirarono oltre a sessanta o settanta copie invendibili e distribuite sotto fede ad amici o a qualche libreria. Consiste in un volumetto di pagine 274, in carta tenuissima, a caratteri minuti e quasi illeggibili, con quattro rami: l’uno è il ritratto dell’Ortis; l’altro è un profilo di giovine donna, per vignetta del frontespizio; il terzo è un paesetto sul principio delle lettere; l’ultimo sta alla fine del libro, ed è un monumento sepolcrale con l’iscrizione: Somnio.
II. Edizioni successive
ct Non abbiamo potuto appurare se la ristampa uscita pochi mesi dopo (Milano, ottobre 1802) da’ torchi del Genio tipografico sia stata eseguita sul testo sovra copia manoscritta della prima edizione: siamo bensí stati accertati che il depositario degli autografi ha prestato il suo consenso, e assistenza al libraio, e che parecchie delle varianti che vi si veggono furono ordinate dalle circostanze de’ tempi: anzi pare che le circostanze abbiano dettato la protesta seguente, la quale si legge nel foglietto anteriore al frontespizio.
L’editore depositario degli autografi smentisce ogni edizione dissimile a questa, e segnatamente le tre anteriori al 1802: la prima, in due volumetti con un profilo in fronte, impressa in Bologna; l’altra recentemente in Torino; e la terza in un solo volume senza data di paese; perché derivanti tutte da una edizione da lui intrapresa e per fieri casi interrotta, e abbandonata a uno stampatore, il quale fece mercantilmente continuare il libro e la stampa: ond’è che in quelle edizioni la vita dell’Ortis s’è convertita in romanzo, contaminando anche le sue poche vere lettere con barbare frasi e con note servili: ed, a scanso di nuove frodi, il rame del frontespizio attesterá l’autenticitá di questa edizione.
Raffrontando questa del Genio tipografico con la precedente edizione, trovansi molti divari; e di parecchi non è difficile il congetturarne i motivi. Cosí la lettera su la necessaria servitú dell’Italia non poteva essere pubblicamente letta, e che non provocasse lo sdegno e degl’italiani e de’ francesi ad un tempo, contro chi la avesse stampata. Inoltre, dove pare che l’Ortis diffidi della religione, hanno per lo piú lasciato intero que’ passi; dove invece pare ch’ei ne fidi, gli hanno tolti e mutati, forse per andare a versi a’ lettori d’allora, a’ quali ne’ libri non piaceva la religione. E questa superstizione di non inimicarsi i lettori fu talvolta sí puerile che alla esclamazione dell’Ortis: «Ah, vorrei pure innalzare sotto le ombre di quel gelso un altare!» hanno sostituito: «E il piú bel gelso che mai, e noi lo chiamiamo il nostro albero favorito». Forse s’è avuto riguardo anche alle persone contrarie agli increduli, alle quali si è temuto potesse rincrescere che la religione fosse profanata in un libricciuolo d’amore. I nuovi editori, corredando il volume del ritratto dell’Ortis solamente, hanno lasciato fuori que’ passi che alludono agli altri rami, i quali nella prima edizione vi stanno chiamati, per cosí dire, dal testo. Una breve lettera dell’Ortis al padre di Teresa fu del tutto levata; forse per sospetto che raffreddasse i lettori; mentre a noi pare che serva loro a farli penetrare piú addentro nel carattere d’un uomo, che, senza poter mai stare nel mezzo, trascorre per troppo vigore d’anima or all’estremo della ragione, ora all’estremo delle passioni. D’un passo d’un’altra lettera scritta a Lorenzo, i nuovi editori hanno fatto un biglietto a Teresa, e non molto avvedutamente; da che in que’ primi tempi l’Ortis (com’esso il ripete) non le aveva mai manifestato il suo amore, né pare che fin d’allora fosse in tanta dimestichezza con lei da darle del «tu»; il che si disdice non solo al decoro, ma altresí al contegno riservatissimo delle fanciulle in Italia: bensí alcuni mesi dopo egli assume i modi d’innamorato. Hanno inoltre accorciato la lettera, che l’Ortis innanzi di partirsi scrive a Teresa, e altri luoghi qua e lá, forse per timore di lungaggini quando in vece lo stile del libro fu generalmente accusato di troppe reticenze. Parecchi vocaboli e modi di lingua parvero a’ nuovi editori, e sono per avventura, antiquati, insoliti e piú toscani che italiani; e li cambiarono forse in meglio, ma ad ogni modo contro alla mente e al carattere dello scrittore. Non si saprebbe congetturare perché mai abbiano rimutata la punteggiatura, e spezzati quasi sempre i periodi col segno di interruzione «...»; quando la prima edizione non l’ha neppur dove farebbe al caso, benché abbia spesso quest’altro segno «—», che si direbbe trascorso dalla penna affrettata, piuttosto che per avvertimento a chi legge. Con tutto ciò, all’edizione di cui parliamo rimangono non pochi pregi. È in complesso corrispondente alla prima; le cose mutate o accorciate, a chi non guardi un po’ sottilmente, paiono di poco momento; e se alcuno de’ tratti arditi
ha levato via, moltissimi, e forse i piú arditi li ha conservati: inoltre è diligentemente corretta e assai nitida, e viene anteposta ad ogni altra; cosí che, quantunque consistesse di piú che mille e seicento copie, non è ora sí agevole il potersene procacciare. Da essa poi derivarono le tante ristampe uscite negli anni successivi da vari luoghi d’Italia: nondimeno, per eludere la legge della revisione, diventata in appresso piú rigorosa, tennero quasi tutte la data del 1802; e, per illudere i compratori, s’appropriarono la protesta riportata dianzi. N’abbiamo sott’occhio dodici, oltre alla veneta e quella del Genio tipografico. Due sole dichiarano la tipografia: una è a grossi caratteri, per Zanotti Bianco in Vercelli; e l’altra, elegantissima, procurata in Londra dal signore Zotti, a cui se fosse stata nota l’edizione veneta, e se inoltre egli si fosse servito di migliore bulino, il pubblico gli sarebbe debitore del testo piú esatto insieme e piú nitido delle Ultime lettere. Quanto alle altre ristampe, benché il libraio, in cui nome scriviamo questa notizia, ci somministri i luoghi delle stamperie e cittá da dove gli sono arrivate, nondimeno a noi paiono cosí scorrette in sostanza e di sí deforme apparenza, e fatte, per aviditá di guadagno con molta fretta e fors’anche con maggiore ignoranza, da non meritare distinta menzione. Eccettueremo unicamente quella di Mantova, pubblicata sotto la data «Italia, mdcccii», e, quanto si poteva, imitarono il sesto, la carta, i caratteri e finanche il preciso numero delle pagine 244 dell’edizione milanese: se non che la contraffazione fu smentita e invilita dal troppo numero degli esemplari; tanto piú che il ritratto, disegnato la prima volta dal celebre artefice Longhi ed inciso lodevolmente dal Boggi, fu per la ristampa mantovana meschinamente rifatto. Onde per l’edizione che ora s’intraprende abbiamo consigliato al libraio che s’attenesse fedelmente alla prima; e, quanto agli errori di stampa e a’ sensi intralciati per difetto d’ortografia, procurasse di ridurla a migliore lezione, aiutandosi del testo del Genio tipografico.
III. Traduzioni
ct Il concorso de’ lettori non giustifica le opere nuove davanti a periti giudici, i quali possono spesso pronosticare senza ingannarsi che le piú famose saranno un dí biasimate da chi le lodava. Ma quanto minore è il vero pregio de’ libri avidamente letti, tanto piú importa investigarne i motivi: perché possono guidare a conoscere
il cuore umano e le nature de’ tempi; specialmente ove alcuni libri siano letti per varie ragioni da tutti i ceti d’una nazione popolatissima, se uomini d’altri paesi si obbligano a pesarne ogni vocabolo e li traducono, se finalmente que’ libri producono effetti contrari ne’ loro lettori e inducono a giudizi diversi. Trattandosi qui d’un libro sí fatto, è prezzo dell’opera il ricercare analiticamente sí fatte cause: però è nostro scopo di raccôrre de’ soli fatti per chi poi, aggiungendovi molti altri consimili, volesse desumerne delle veritá generali. Ora, per dire quello che noi sappiamo delle traduzioni delle Ultime lettere, pare che tutte smentiscano la fama dell’originale. Una in tedesco fu pubblicata a Iena dal professore Luden, e non ebbe favorevoli i giornalisti, che lo accusarono di avere lavorato sopra un testo poco meritevole di versione. Il professore Luden non vide la prima edizione, e nella prefazione si duole di non avere potuto ottenere la milanese in ottavo. Tradusse letteralmente, e le frasi tutte secondo l’ordine loro; metodo che, se alle volte arricchisce la lingua in cui si traduce, rende spesso strani e raffredda i pensieri del testo. Pari è il difetto della versione inglese: sí che molti, nel leggerla, con ragione deplorano il tempo perduto e dal traduttore e da’ suoi lettori. Dove si narrano de’ fatti, un romanzo alletta anche nelle altre lingue; ma, se invece si esprimono affetti, allora l’incanto sta nello stile ed è raro che possa serbarsi nella traduzione, e rarissimo è che taluno, anche potendo, voglia spendervi le cure ed il tempo indispensabile a questa fatica, la men lodata forse, ma certo la piú ardua in letteratura. E le Ultime lettere hanno uno stile tutto loro proprio; e tale da essere censurato da chiunque volesse guardarlo a parte a parte, ma da sedurre i lettori. Le cose che contengono sono per lo piú comuni; il modo è sempre nuovo. Lo scrittore accenna, piú che non esprime a parole; trapassa, senza frapporre mai mezze tinte, da un oggetto all’altro; par che sprezzi sempre la rotonditá dei periodi, e talor l’armonia; non cerca vocaboli o frasi eleganti, e pare che il concetto gli suggerisca le voci piú proprie; né si cura che siano fuor d’uso, anzi la dicitura ha non so che ruggine proveniente dalla lettura de’ piú antichi scrittori italiani; ma, ad onta di certo zelo di puritá di lingua, che in generale trovasi in quelle Lettere, vi s’incontra alle volte delle licenze tutte nuove e non imitabili: insomma è stile d’uomo che scrive a sé unicamente e per sé; che non pensa a chi leggerá; che appena tocca fatti e concetti a cui necessiterebbe spiegazione piú chiara; altri li ripete troppo; d’altri tace e, benché non gli abbia mai accennati, presuppone che siano saputi; e il vigore e la schiettezza delle espressioni escono da impeto d’anima e da uso pratico della lingua, piuttosto che da metodo premeditato di scrivere. Però chi sul serio dicesse che lo stile di questo libretto piace appunto perché non ha stile (pigliando il vocabolo nel significato delle scuole), darebbe forse nel segno. Non si legge mai, si ode sempre; né s’ode l’oratore o il narratore, bensi l’uomo giovine che parla impetuosamente e lascia discernere i vari colori della sua voce e i mutamenti della sua fisonomia. La versione francese, tenendo metodo al tutta contrario dall’inglese e dalla tedesca, è caduta nel contrario e peggiore difetto. Le prime due, non foss’altro, rendendo frase per frase (segnatamente la tedesca, lavorata da scrittore perito nelle due lingue), lasciano intatta la sostanza del testo. Bensí la francese, per abbreviarlo talvolta, allargarlo spesso, e abbellirlo sempre, lo trafigura in guisa che taluni, leggendola, hanno sospettato che fosse traduzione della Vera storia di due amanti infelici pubblicata da Angiolo Sassoli, anziché delle Lettere di Iacopo Ortis. Senza che, molti passi sono traintesi, molti travolti a bella posta; e il senso vien a rovescio dell’originale: il che s’incontra principalmente ne’ ragionamenti, concatenati con rapida e stretta brevitá, ne’ quali chi tradusse non ha sottinteso i nodi tralasciati dall’autore. Finalmente il traduttore non si contentò né del frontespizio, né d’un volumetto solo: lo divise in due e lo chiamò Le proscrit. Quanto ad altre due versioni francesi, che, stando agli annunzi del Journal de l’empire, 7 febbraio 1811, e della Gazette de France, 9 febbraio di quell’anno, doveano essere vendibili l’una dal libraio Dentu, l’altra dal Lefèvre, non sappiamo altro se non che il governo le sequestrò, e allora il libro fu proibito anche in Italia. A molti pare ad ogni modo difficilissimo che, tradotto in altre lingue, riesca leggibile; ed è presso che impossibile il tradurlo in francese, idioma che ha per indole la chiarezza e l’esattezza, e sopra tutto certa eleganza di «convenzione» e di «bon ton», due cose ignote, agli scrittori originali delle altre nazioni. Insomma, se i pensieri e gli affetti sentiti ed espressi da molti sono ridetti o comunemente o con troppo studio, non possono provocare la curiositá di chi legge, perché ei li sa, né procacciarsi la sua fede, perché gli paiono ricercati e dettati con arte. Ma, se le cose medesime sono riscaldate e scritte da un foco tutto proprio a chi le dice; s’ei le porge quasi gli fossero insegnate dalla sola natura e rischiarate col suo
proprio ingegno; ispirate, per cosí dire, dal genio delle sue passioni, e confermate dall’esperienza degli accidenti della sua vita; se finalmente le esprime per necessitá di spassionarsi, anziché per progetto di farsi ascoltare: allora tutto quello che dice porta seco una novitá che infallibilmente alletta chi legge, e, quantunque vi siano de’ sofismi e de’ paradossi, non se ne incolpa l’autore, perch’ei mostra di dire solamente cose che nella sua coscienza egli crede innegabili e vere. Or chi non vede come sia malagevole il serbare sí fatta originalitá nelle traduzioni? la quale oltre all’essere individuale, è parimente caratteristica della nazione; e, tolta l’originalitá, il rimanente, come s’è detto, riducesi al niente. E, per riferire quanto ci è noto intorno alle versioni dell’Ortis, aggiungeremo che il signore Atanasio Politi di Leucade lo tradusse in greco, e ne pubblicò il manifesto in Firenze; ma della stampa e dell’esito del suo lavoro non abbiamo notizie. Ecco quanto abbiam letto e udito su le traduzioni del libro.
IV. Verità storica delle Ultime lettere
ct Da una lettera scritta nel 1808 al signor Bartoldi, letterato prussiano, autore d’un Viaggio in Grecia, e della quale ei rilasciò copia in Italia a persona che ce l’ha partecipata, desumesi che l’amore destato dalla giovinetta, e le circostanze, e le qualitá estreme di generositá e di furore della passione sono storia, e che parecchie di quelle lettere amorose furono scritte e spedite, quali appunto si leggono; e il pensiero, di ridurle a libro e di pubblicarle nacque dopo assai tempo, quando, calmatesi le passioni, non rimaneva che la memoria de’ fatti. I caratteri individuali de’ pochi personaggi introdotti nell’azione sono espressi dalla natura vivente; cosí pure alcune scene de’ luoghi: e vi fu tal viaggiatore il quale, standosi una sera sull’altura del monte che gli fu mostrato, riconobbe esattissimi i quadri campestri e, come ei dice, «le tinte locali» della lettera che incomincia: «S’io fossi pittore!». Gli episodi della gentildonna di Padova, della vecchierella romita, della giovinetta maritata di fresco, de’ dialoghi col poeta , del mendico vagabondo e del contadino calpe- stato dal cavallo sono verissimi quanto a’ fatti, benché esagerati per avventura dalla fantasia di chi ne fu spettatore insieme ed attore, dalla troppa passione con che li racconta e dalle tristissime conclusioni ch’ei ne ricava. Intorno a Lauretta siamo in dubbio se fosse persona reale o fantastica. Finalmente, in quanto al protagonista, è presentato tale qual era, ne’ casi della sua vita, nell’etá ch’egli aveva, nelle sue opinioni e passioni e in tutti i moti tempestosi dell’anima sua, specialmente in quelle ore ch’ei meditava su la morte e s’apparecchiava con mente deliberata al suicidio. Bensí il nome è mutato: quantunque sia vero che un giovine di casato Ortis s’uccise in Padova verso que’ tempi; non però lasciò scritto veruno, né s’è potuto mai congetturare la ragione della sua morte. Ed oltre all’essersi cangiati tutti i nomi de’ personaggi, e traslocata la scena d’una in altra contrada d’Italia, molte particolaritá sono state innestate, e alcuni quadri di paesi sono ideali, per riguardi alle famiglie, le quali, sebbene non fossero per quegli avvenimenti disonorate, sarebbero state a ogni modo riconosciute e nominate indiscretamente dal mondo. Tale è il trasunto della lettera scritta al Signor Bartoldi; e noi, per gli stessi riguardi, non abbiamo riferito se non quanto è necessario a’ lettori.
Un altro scrittore osservò: che il protagonista, essendosi anteriormente ingerito negli avvenimenti della sua patria, ed educatosi l’animo con l’esperienza di que’ tempi, veste di necessitá un carattere storico, importantissimo a chi desidera di osservare gli effetti che le politiche mutazioni producono in un individuo e in tutto un partito, che pensa e sente com’esso. Né all’autore era necessario di riferire particolarmente de’ fatti in guisa ch’altri debba prestargli fede, e forse viveva sotto tale governo da non potere fuorché accennarli: nondimeno gli basta; perché, toccandoli appena, spiega sovr’essi tutti i pensieri che bollivano in molti de’ suoi cittadini e mostra almen da una parte le opinioni degli italiani. Che poi queste opinioni, e il sistema politico a cui l’Ortis s’appiglia, sia da riprendersi o da lodarsi, poco rileva; ma, chi non guarda indifferentemente le sciagure de’ popoli e le opinioni a cui sono strascinati appunto dalle sciagure, importa molto il trovare conservata ne’ libri un’immagine viva de’ tempi.
Fu chi disse che il libro tende unicamente a insinuare negl’italiani la passione dell’indipendenza, l’abborrimento a qualunque dominazione straniera e il disprezzo d’ogni setta religiosa, letteraria e politica, le quali, lacerando l’Italia, la lasciano a beneplacito del piú forte: però le massime di politica sono artificiosamente ravviluppate in un libretto d’amore, affinché penetrassero fino al cuore de’ giovani e delle donne. Altri stima che siccome il rappresenta il suicidio quasi malattia crescente, incurabile di certi individui; cosí l’Ortis intenda di raccomandarlo quasi rimedio di certi tempi, come se il troppo terror della morte avvezzasse i mortali a comperarsi la vita a prezzo d’infelicissima servitú. La insistenza ne’ ragionamenti sul suicidio, e l’ardire con che ei fin d’allora parlava dell’uomo, che insieme atterrí e fece seco ridicola mezza l’Europa, potrebbero avvalorare le due congetture sovraccennate; e il maggior merito, che il traduttore francese trovi nel suo testo, si è: che «abbia nel silenzio universale snudata l’anima dell’oppressore comune» . E questa è forse la causa principale del concorso di tanti lettori di varie nazioni, i quali amavano di vedere espressi i loro propri sentimenti ch’essi non avrebbero forse saputo né ardito manifestare. Nondimeno sí fatto merito non è di gran peso per chi esamina il libro come opera letteraria e per chi, oltre al bene che può recare, considera anche il veleno che può instillare appunto negli animi de’ giovinetti e delle fanciulle.
V. Pareri de' letterati su le Ultime lettere
ct V’è tanta discordia fra’ giudici letterari dell’Ortis, che per lo piú gli uni censurano appunto le cose lodate dagli altri. Lo stile, hanno detto i censori, non che bizzarro, è oscuro spesso, e incertissimo e dissonante da sé; alle volte par casereccio, alle volte
oratorio; or pedestre, or poetico; e non in parti diverse del libro, ma nella stessa lettera e pagina; e a lato a un vocabolo recondito dei trecentisti s’incontra un idiotismo de’ fiorentini d’oggi; e modi danteschi e biblici; senza dire d’infinite frasi di conio dello scrittore, e de’ periodi spezzati e sprezzatamente disarmonici e sconnessi per penuria di congiunzioni; cosí che spesso chi vi togliesse la punteggiatura, penerebbe a raccapezzarne il significato: insomma è stile, che, come non è fatto sovra ottimi esempli, cosí non avrá che pessimi imitatori. Gli avvenimenti tutti, che dánno principio, progresso e catastrofe all’azione, sono sí scarsi e miseri, che, ove si prescinda dagli episodi, non basterebbero a dar moto a un cortissimo dramma; e sono tessuti in guisa che il lettore li prevede da sé innanzi tratto: difetto capitale d’arte, di cui l’autore o compilatore che sia, il quale pubblicò il libro, s’accorse sí poco, che l’eroe disperato della prima lettera è pure, né piú né meno, il disperato dell’ultima; se non che a principio parla, e in fine opera, ma non sa far altro che uccidersi; e dagli 11 ottobre 1797 a’ 23 marzo 1799 discorre sempre egli solo da farne un volume. È fuor di dubbio che, ove que’ fatti siano realmente accaduti, gli altri pochi personaggi, che sono connessi necessariamente all’azione, avranno anch’essi esternato l’animo loro e operato secondo i lor propri interessi ed affetti; inoltre dicono e agiscono poco o nulla, e quel poco unicamente per l’Ortis: e, caso che tutto fosse invenzione, ognun vede come nel silenzio e nell’inazione di que’ personaggi, la natura fu assai male imitata. Vero è che Teresa, di sotto al velo virginale dal quale è coperta, si fa scorgere innamoratissima; e in questa parte sarebbe carattere ben ideato: se non che vi si sente dell’incoerenza; da che tanto amore può assai difficilmente associarsi a tanta virtú, sino al sacrificio che la giovine si mariti ad un uomo «che essa non può amare»: sacrificio antiveduto da lungo tempo, senza che mai vi sia frapposto verun tentativo a distorlo; ed è consumato, e il lettore non ode da quella donzella innamoratissima neppure un sommesso lamento. Né Teresa è carattere che possa stare da sé; e si vede che è ripiegato e modellato e attratto, per cosí dire, dall’Ortis, e fa trasparire le stesse qualitá d’animo, e pensa ed ama e quasi parla nel modo stesso: tutto al piú, per la differenza del sesso, dell’etá, e dell’educazione mostrasi meno ardita, meno aspra e meno ostinata. Come poi un uomo sí agitato dalle passioni e d’indole sí impaziente possa compiacersi di descrizioni campestri; e osservare d’altra parte tante minuzie e ragionare sovr’esse sino a desumerne delle massime generali; e perché mai si diletti di registrare nelle sue lettere tutti gli accidenti meteorologici, mostrando in se stesso un vivente barometro dell’atmosfera che lo circondava: sono quesiti a’ quali non si può forse dare risposta, se non col dire che s’è voluto stampare tutto quello che fu scritto dall’Ortis senza pigliarsi pensiero se sia tutto conforme alle leggi dell’arte, agli esempi de’ grandi scrittori, e sopratutto a’ modi co’ quali la natura suole procedere. Che poi due passioni cosí diverse, quali pur sono il furore di patria e l’amore, possano ardere simultaneamente nell’anima d’un solo individuo, e tutte due si manifestino spesso in uno stesso periodo, e talvolta in una sola frase, è fenomeno naturale e può ammettere spiegazione; ma sí strano a ogni modo, che, se fu alcuna rara volta mostrato in una o due scene di qualche tragedia, non deve essere ripetuto per duecento e piú facciate in un libro; e chi disse che quelle Lettere hanno due anime, le censurò con argutissima veritá. Certo è che un lettore appassionato di politica, vedendosi frastornato da’ sospiri d’un innamorato, s’adira; e tal altro, mentre apre il cuore a’ sospiri, si rimane a un tratto gelato da quelle fiere minacce repubblicane e dalle predizioni politiche, che per allora non importavagli di sapere. Finalmente un letterato di molta fama e d’antica esperienza, benché di stile non troppo corretto, trovò «da lodare lo stile e la lingua e la forte immaginazione ne’ quadri, e l’ardimento di tante veritá in quel libro»; ma, quanto al punto capitale, trovò altresi «che non erano pregi bastanti a trasfondere in altri quel profondo patetico, che pur sembra dettato dalle viscere dello scrittore. Chi ha pubblicato quell’operetta ha dunque voluto le lagrime dei lettori, e la corrispondenza de’ lor cuori. Ma gli ha poi consultati questi giudici provocati? Non parlo del fine che ebbe in tal provocazione; qual frutto ne aspetta? qual orrore ne vuole ispirare? qual morale insinuare? Domando qui solamente, se pensò a’ suoi lettori, alla diffidi lor commozione, al prolungarla per tanto tempo, al pronto asciugarsi le lagrime loro, al piú pronto stancarsi di lamenti, di pianti, d’amori, di personaggi ignoti o poco interessanti; onde il lettore, raffreddato, divien critico, e talor nemico del libro, benché l’autore faccia ogni sforzo per farselo amico, interessato per esso, commosso da esso, piangere con esso. I bellissimi tratti di stile allora languiscono, e qual si voglia penna pittrice, armonica, elegante e perfin sublime non farebbe passare in altrui le doti dello scrittore. Ho gustato alcuni passi e ammirati; m’hanno talor commosso, ma non sino alle lagrime, benché mi siano delizia, e ch’io spargo si volentieri e bramo di spargere a mia consolazione e a tributo della umanitá non che dell’eloquenza». Frattanto gli altri dicevano: — A chi scrive è piú agevole, siccome anche piú grato a chi il legge, il romanzo tessuto di complicate vicende, vario di caratteri e dilettevole per inaspettate catastrofi, esposte con brio, con passione e con eleganza; e, s’anche questi requisiti dello stile mancassero, non resterebbe che non trovasse lodatori, specialmente fra quelli, e sono i piú, che leggono con poca penetrazione e spesso per noia; e veramente chi libera gli uomini dalla noia, fa loro grandissimo beneficio. Invece la difficoltá di lasciare da parte le avventure meravigliose e i molti accidenti, e contentarsi di assai pochi e ordinari, a fine di agitare e sviscerare per mezzo di questi un solo carattere umano e di richiamare per tutto il corso d’un volume i lettori sovr’esso, è malagevolissima a sormontarsi. L’autore cosí non esercita piacevolmente la fantasia di chi legge; la quale per altro, essendo prestissima a muoversi, non tarda a stancarsi: ma, ove gli riesca bene il suo schietto lavoro, eccita i cuori a osservare commossi in que’ fogli la malattia giornaliera e progressiva d’un altro cuore umano febbricitante di passioni e per cose che tuttodí accadono a tutti. La sostanza de’ racconti complicati è depositata nella sola memoria, che non può lungamente serbarla; e sostanza d’un romanzo, come il Werther e l’Ortis, consi- stendo tutta di commozioni naturali, penetra le anime. E, quando da mille colpi graduali, continuati, diversificati con novitá, modificati con arte, ma provenienti pur sempre da un medesimo oggetto e tendenti a un unico scopo, le anime giovanili siano state una volta gagliardamente scosse, conservano, se non quel moto medesimo, certamente una oscillazione protratta per anni, la quale avverte del modo di preservarsi da simile violenza di cuore, o, non fosse altro, inizia a conoscere le proprie viscere nelle altrui, e tollerare le angosce umane e compiangerle. I casi della vita sono vari e individuali, e non ammettono regola; ma le passioni, da’ gradi in fuori, e il dolore sono comuni a’ mortali. L’autore della intese di rappresentare i principi, i progressi e le catastrofi dell’amore in certi individui che, secondo lui, esistevano e, se la societá fosse men guasta, esisterebbero in piú gran numero; e li volle contrapporre appunto agl’individui corrottissimi della societá. Perciò s’è giovato di cinque o sei attori e di semplici avvenimenti: pone i suoi innamorati in una piccola appartata cittá degli Svizzeri: avverte che sono educati alla ritiratezza domestica e alle solitudini severe delle Alpi, senza uso di mondo, né curiositá di conoscerlo; e li ha dotati di tanto ingegno da farli vagare ne’ spazi d’un’ideale filosofia, e di tanto ardore da strascinare la loro indole ingenua e naturalmente buona a falli ed a pentimenti; e pubblica le loro lettere, dettate (come egli ridice spesso) in istile scorretto, e da essere meritamente censurato da chiunque ha gusto elegante in letteratura. Veggonsi infatti in quelle lettere gli affetti dolcissimi, inquieti, profondi; i generosi sensi; gli errori di mente; le ingannevoli illusioni di perpetua felicitá e di pura virtú; le colpe e le sciagure e i ravvedimenti, che finalmente si risolvono e si concentrano in un lungo sentimento sublime di passione purificata dalla ragione protratto fino alla morte: il che infatti è conseguenza dell’amore altamente provato da’ cuori bennati, che non siano stati guasti dalla corruzione delle grandi cittá; ma l’autore voleva far leggere il suo romanzo nelle grandi cittá. Ricavò molti affetti dall’anima sua; moltissimi ne inventò con la sua fantasia, e a forza d’ingegno li scalda, li svolge, li mostra da tutte le parti adornati, a fine di costringere ogni lettore piú incallito dalla corruttela a sentirli: e intanto l’autore si compiace della propria fatica, e, dimenticandosi de’ suoi personaggi, non pensa che a sé. Alla seconda lettura di quelle lettere, massime chi la ripiglia in etá matura, ognuno s’accorge che non ha còlto nel segno appunto perché ha voluto mirarvi un po’ troppo. Anzi un uomo di tempra veemente, d’anima fervida, e per tendenza di mente attentissimo osservatore dei ripostigli del cuore umano, ch’egli poi svolse nelle sue tragedie, racconta com’ei nella sua gioventú, quand’era avido di romanzi ed innamorato e facile a prorompere in lagrime, raffreddavasi alla lettura della Nuova Eloisa, perché i personaggi volevano a forza sentire piú di quel che naturalmente sentivano; né ha mai potuto finirne un volume. Ma questo giudizio forse proviene dalla diversa singolaritá d’ingegno in questi due scrittori. Nondimeno è certissimo che le passioni sono nella Nuova Eloisa oratoriamente descritte, come da persone che non ne sono attualmente invasate, ma che con l’immaginazione e con la ragione ritornano a’ tempi passati per esaminare il lor cuore. Le loro riflessioni, invece di sgorgare spontanee e di cedere, subito dopo, il luogo agli affetti che le hanno provocate, si prolungano in via di dissertazioni controverse. La virtú de’ loro sentimenti, delle loro parole, delle loro azioni non germoglia da’ cuori che la sentano, e che però non possano operare altrimenti; bensí dai sistemi morali: quindi la contraddizione fra la condotta e le massime di que’ personaggi. Il carattere di Giulia, a chi lo guarda come felice combinazione del genio e dell’arte, che abbelliscono la natura imitandola, è lavoro da spaventare qualunque grande scrittore meditasse di fare altrettanto: e l’errore di Rousseau non consiste giá nella colpa in cui fa cader Giulia, bensí nel farla cadere con quell’amante: da che Saint Preux è carattere dispregevole; giovine altero a parole, e servile a fatti; spirituale e platonico in fantasia, ed epicureo sino alla crapola ed al postribolo; che non ha ingegno se non per raffinare de’ paradossi in proprio favore; non ha dialettica che per circuire di sofismi la misera vergine; non ha eloquenza che per sedurla; non ha coscienza che per inorgoglirsi della sua immaginaria virtú e adonestare per essa le libidini e il tradimento. Codesti individui stanno pur troppo in natura; ed oggi, da che la filosofia entra ne’ giovani assai prima dell’esperienza, s’incontrano piú che mai. Un inesorabile scrutatore del proprio e dell’altrui cuore ha detto che «nell’accesso delle violenti passioni, e molto piú nell’amore, che le attrae tutte a sé, e le irrita tutte, ed è irritato da tutte, la coscienza è spesso sí illusa, che giustifica gli errori e le colpe; e, quando gl’individui pur vedano d’avere strascinato sé e gli altri ne’ guai, confessano il danno, ma non il torto: sentono compassione e dolore di sé e degli altri, ma nessun rimorso o pochissimo: protestano in buona fede l’innocenza delle loro intenzioni; e, credendosi piú sventurati che rei, si rifugiano sotto lo scudo della loro coscienza». Or, se l’uso del mondo non avea travisato i personaggi di Rousseau, non s’illuse egli forse? non vide che i libri e le opinioni del mondo avevano modificato que’ cervelli e que’ cuori? e tanto peggio, quando i sistemi, di cui s’erano imbevuti da sé, non erano stati paragonati con l’esperienza sociale. Né Rousseau intendeva di fare del suo nuovo Abelardo un carattere abbietto: anzi gli ascrive tanto vigore d’animo e sí puro ingenito senso d’onestá, che nella seconda parte dell’opera lo rappresenta dotato di soprannaturali virtú. E siano virtú naturali: bensí, date quelle circostanze, sono pur rare anche ne’ cuori generosissimi, e rarissime ne’ Saint Preux: cosicché i giovani impa- reranno a sedurre com’esso le vergini, né potranno pentirsi com’esso. E quel misto di mortale e di angelico, che ha la sua Giulia, giustifica le colpe insieme e le virtú di lei, tanto vera è l’unione della schietta natura e dell’ideale in quel divino carattere; ma non giustifica mai l’essersi lasciata (userò due frasi dell’Ortis) «contaminare dalle braccia» di sí misero «animale umano». Ecco donde deriva quel non so che di «romanzesco incredibile», che Rousseau credeva pure di avere scansato: se non che vedesi chiaramente che il giusto, ma inopportuno desiderio di sfoggiare la sua facondia, l’ha ingannato; e pare che innanzi tratto avesse persuaso se stesso che le belle massime, eloquentemente espresse e riscaldate da molta passione, bastino a santificare le azioni di chi le detta. Intanto la doviziosa, elegante, affettuosa, ma calcolata eloquenza dell’autore traspare sempre da quelle lettere, che dovevano essere scritte nativamente da quegli svizzeri provinciali, e adesca il lettore alla meraviglia, e lo svia dal cuore de’ personaggi; innalza la sua ragione a ideali contemplazioni di perfezione morale, in guisa che, benché il libro sia pieno di sentimenti naturali e di schiette pitture dell’umana societá, non trasfondono in chi legge né tanto né sí profondo né sí lungo calore, da obbligarlo a meditare sovra le altrui e sovra le proprie passioni. E vuolsi distinguere «calore» da «fiamma»: il primo è dote di molti antichi scrittori e di tutti i primitivi, come la Bibbia ed ; e la seconda è dote moderna, per lo piú francese, specialmente in questi ultimi anni: onde certi romanzi, e anche le opere storiche uscite recentemente, furono da taluni chiamati «racconti infiammati di metafisica, che abbagliano e si risolvono in fumo». I primitivi scrittori avevano men libri da imitare e meno lettori sazievoli, de’ quali bisogna oggi consultare i discordi giudizi, e adulare il loro capriccio di novitá, e avere finanche rispetto alla fretta con che percorrono un libro. Gli antichi scrivevano le cose come le vedevano; esprimevano il senso, né piú né meno, che gli oggetti eccitavano nella lor anima; gli abbellivano de’ soli colori che ricavavano dalla propria immaginazione; ne desumevano sentenze ovvie e dirette, che sono quasi sempre le piú utili e le piú vere; esponevano le loro idee con la sola lingua che aveano succhiata col latte e che, essendo la sola a cui s’erano applicati, non potevano imbarbarirla e se ne giovavano da padroni: poi non si curavano d’altro. Oggi invece ogni scrittore si crede obbligato di percorrere la storia e la letteratura di tutti i secoli scorsi, d’ogni paese e di tutte le lingue contemporanee; la vanitá, mista all’impossibilitá di riescire, n’induce a mostrare di sapere quello che non sappiamo; le molte letture ci logorano l’intelletto; il nostro giudizio si affila tanto, che finalmente si spezza; lambicchiamo, anche ne’ romanzi, il perché d’ogni cosa; e, invece d’imitare l’oggetto tal quale la madre natura lo ha creato per gli occhi dell’uomo, tentiamo tutti i mezzi di guastarne la forma per arrivarne sino al midollo: cosí ne’ romanzi i pensieri diventano or minutissimi, impercettibili, or generali e trascendentali, e vestiamo d’erudizione e di rettorica e di psicologia il racconto e i caratteri de’ nostri protagonisti. Si descrivono gli oggetti, non con gli affetti che hanno prodotto in noi, e ne’ gradi che possono produrre secondo la loro natura, bensí esagerandoli, affinché i lettori, infastiditi d’indigestione di libri, ne siano, volere e non volere, potere e non potere, commossi; si mendica l’entusiasmo nelle interiezioni e perfino ne’ punti ammirativi, e la morale filosofia nelle nuove nomenclature e nelle formole matematiche: cosí la «fiamma» risolvesi in «fumo»... Pur non è da incolparsi Rousseau, se molti, aspi- rando a sorpassare le doti mirabili del suo stile, ne sorpassarono invece i difetti. Considerando la Nuova Eioisa come uno de’ primi e maggiori tentativi a ordire un romanzo tutto di sole passioni, senza varietá né stranezza d’avvenimenti, e mettendolo a fronte del Werther e dell’Ortis, è certo che la sua ricca magnificenza umilia, per cosí dire, la loro schietta semplicitá. Ma quanto hanno è tutto lor proprio, non accattato di fuori, bensí dal loro ingegno, dal loro cuore, e dall’esperienza, e dal dolore delle loro passioni; e non mostrano quant’hanno; e di quello che mostrano, non fanno pompa; ed è sufficiente al lettore ad affratellarsi con loro, a credere a tutte le loro parole, a compiangerli, a volerli quasi soccorrere, a penetrare nelle loro viscere esulcerate e osservare le piaghe, di cui al lettore non traspare se non l’angoscia. L’Ortis è meno semplice del Werther; non però meno schietto. Le sue circostanze politiche, che in altri tempi sarebbero forse state inopportune e stranissime dentro un romanzo, ma che oggi sono comuni quasi a tutti i viventi, dilatano la sfera delle sue idee; la sua educazione letteraria (della quale quantunque ei non ne parli, anzi dichiara di non volerne essere debitore alle universitá) traspare piú accurata dell’educazione di Werther; finalmente il suo ingegno è piú attento a ogni cosa, il suo modo di sentire è piú impetuoso; quindi, agitandosi piú oggetti nella sua fantasia, riesce men semplice del Werther. Ma non gli cede mai di schiettezza, appunto perché quanto dice, quanto opera, quanto pensa, è tutto spontaneo, vero, individuale e dettato da un vigore innato. Il lettore confessa che l’Ortis gli pare carattere nuovo e alle volte stranissimo, ma che pure è uscito tal quale dalle mani della natura, e non poteva né parlare, né pensare, né operare altrimenti. Il suo stile piglia improvvisamente vari colori dalla moltiplicitá degli oggetti, i suoi pensieri sono disordinati; e nondimeno lo stile ha sempre uno stesso tenore, mantenuto dal carattere dell’individuo, e il disordine forma un tutto che si direbbe composto armonicamente di dissonanze.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Notizia bibliografica intorno alle Ultime lettere di Iacopo Ortis.
