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La putta onorata

Carlo Goldoni · 1908 · Free in the US

26,282 words · about 1 h 50 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1908 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=La_putta_onorata&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Carlo Goldoni
Language
Italian
Published
1908
Length
26,282 words · about 1 h 50 min
Sections
8 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Lettera di dedica about 4 min
  3. Lettera dell’autore al Bettinelli about 2 min
  4. Personaggi about 1 min
  5. Atto I about 32 min
  6. Atto II about 35 min
  7. Atto III about 32 min
  8. Nota storica about 5 min

Continue:

Front matter

ct ct ct

Indice

Lettera di dedica

ct ct ct ct

O per dir vero del numero di quei non sono, che possano a ragione della fortuna lagnarsi. Ella mi ha fatto sempre del bene, e me lo ha fatto anche quando meno lo meritavo, e mi ha ella porta la mano più d’una fiata a risorgere, qual’ora ingrato a suoi doni le voltai, per così dire, le spalle.

Pregiatissimo dono della fortuna rimarco io l’onor massimo dell’alto Patrocinio vostro. Eccellentissimo Signore, onore e dono che io confesso non meritare, e che di custodir mi prefiggo gelosamente quanto la mia medesima vita, giacchè del pari nell’animo mio risento il piacer di essere, e quello di essere cosa vostra.

Quelli che hanno l’immagine della fortuna nell’oro e nell’argento e nella vita comoda collocata, si rideranno di me, che in mezzo alle fatiche e alli stenti, e assai mediocremente in arnese, e incerto sempre del mio destino, fortunato mi vanto; ma io co- nosco me stesso, e so di meritar molto meno, e assaissimo mi compiaccio di quel cortese compatimento, che dall’Universale esigono le mie fatiche, e molto più di consolazione mi empie e di giubilo, quello che degnossi di accordarmi l’E. V., Cavaliere di tanta scienza ripieno, e di sì fino discernimento, i di cui giudizi possono assicurar chi che sia nel dubbio e incerto cammino della Virtù e del Merito.

Fu nel mese di Giugno dell’anno scorso, ch’io ebbi la prima volta l’invidiabil contento di baciarvi la mano, e di vedere cogli occhi miei nel vostro Venerabile aspetto i raggi luminosi di quella grand’Anima, che ripiena di tutte le morali Virtù rende Voi la delizia della vostra gran Patria, l’esempio dell’Uomo nobile e del Cavaliere Cristiano.

Oh qual giornata per me felice fu quella! Non so ricordarmene senza novello giubilo, facendo in me una tal rimembranza l’effetto che suol produrre nei ciechi l’immagine delle più belle e più rare cose vedute.

In fatti, se io sapessi descrivere le delizie della vostra Villa di Castellazzo (ove in quel felice giorno vi trovai) cose avrei a scrivere degne di maraviglia, ne poche pagine basterebbono a dare altrui un’idea vera di tutte quelle magnifiche cose, che formano un soggiorno degno di Voi.

La vastità del Palazzo, la ricchezza delle suppellettili, la estensione del gran Giardino, in cui si vedono variamente architettati e distinti i più bei verdi d’Italia; la quantità delle fontane e de’ giochi d’acqua, tuttochè procurata dall’arte ed estratta di sotterra a forza di macchine, e mantenuta con una eccedente spesa; il Parco de’ cervi; il Serraglio delle fiere, il grato e scelto Pomario; la Biblioteca, ricca di scelti e copiosi Libri; la Camera delle Mateniche, in cui si vedono tutte le più scelte Macchine, che servono allo studio ed alle esperienze della Meccanica Filosofia; una Statuaria di antichi celebrati marmi, fra’ quali ammirasi la magnifica statua collossale di Pompeo, la quale dal Cam- pidoglio di Roma con immensa spesa fu trasportata dal vostro grand’Avo ad arricchire la Lombardia con uno de’ più preziosi avanzi dell’antichità, cose queste son tutte che richiederebbono altro luogo per essere scritte ed altra mano che le scrivesse; cose elleno sono, che richiamano tutto giorno e i lontani e i vicini all’ammirazione, e voi con tanta umanità e cortesia trattar solete i quotidiani numerosi Ospiti vostri, ai quali non manca mai, nel tempo della Vostra villeggiatura, nè lauta mensa, nè agiato riposo, nè musica, nè altri piaceri di questa vita, il condimento dei quali si è la vostra erudita, graziosa, amabile conversazione.

E non dovrò io render grazie alla mia fortuna per avermi ella fatto partecipe di tante sì rare cose? Sì, che le sarò sempre grato, ed or piucchè mai, poichè fortuna sola, e non grado alcun di merito fa sì ch’io possa porre in fronte ad una delle miserabili mie Commedie il nome grande, il venerabile nome di V. E. e fregiando in sì alto modo le imperfette Opere mie, tentar gloriosamente gl’auspici di un Protettore eccelso e magnanimo.

Ma no, non è questo puro dono della Fortuna; egli è, Eccellentissimo Signore, un tratto della vostra benignità, la quale non sa che spargere a larga mano le beneficenze e le grazie, e voi formate la fortuna di quelli che vi servono, vi conoscono, e ammirano da vicino le vostre peregrine Virtù.

Che manca in Voi di ammirabile e di grandioso? Non la antichità del sangue, il quale sino nel decimoquarto Secolo sparso fu da’ gloriosi Vostri Antenati a prò della Patria, ed in servigio di Filippo Maria Visconti, Duca di Milano.

Non grado e dignità, poichè tante ne ha profuse in Voi l’Imperadore Carlo Sesto e tante la Invitta e Gloriosa Regina Vostra Sovrana, che vi rendono in altra guisa noto al Mondo e ragguardevole per ogni dove.

Non Virtù, non Valore, non ottima, regolata Prudenza, onde negli affari Economici, Politici e Militari, e nei Consigli e nei Governi ove foste con tanto merito destinato, deste saggio mai sempre di pronto spirito e di robustezza di animo, e sopra tutto di dolce adorabile benignità, la quale siccome è a Voi medesimo la Virtù prediletta, così porge a me la dolce lusinga, che aggradire vi degnerete quest’umile offerta dell’ossequioso rispetto mio, concedendomi ch’io possa in faccia del Mondo gloriarmi di essere, quale con profonda umiliazione ho l’onore di protestarmi

Di V. E.

Torino, il primo di Maggio 1751.

Lettera dell’autore al Bettinelli

ct ct ct ct APPOICHÈ pare a voi che la Putta Onorata possa apportarvi qualche utilità coll’essere data al pubblico, io voglio compiacervi anche di questa, quantunque non abbia quella opinione di essa, che voi avete. Sia stata qual si voglia la sua riuscita sul Teatro, non potrà certamente ritrovare quel gradimento fra’ Leggitori fuori di Venezia, che ritrovò fra gli Spettatori sulle Scene Veneziane. Otto personaggi, che dentro vi favellano nel nativo linguaggio di quella Città, mi fanno dubitare che perdendosi nella non bene intesa lingua il sapore de’ sentimenti, rimanga scipita e forse rincrescevole. Nè mi sgomenterei gran fatto, se la favella in essa usata fosse stata tratta dal parlare degli uomini colti, perciocchè non si discosterebbe lungo tratto da quella, che per tutta l’Italia è intesa; ma avendo io in più luoghi imitato le azioni e i ragionamenti della minuta gente, mi convenne attenermi a que’ modi di dire, che più a tal qualità di persone si confanno. È a ciascheduno palese, quanto sia diverso in ogni Città il ragionare degli uomini qualificati, da quello delle genti d’altra condizione e che queste ultime sì dagli altri lo hanno diverso, che quasi nati sembrano in altro Paese; perciocchè oltre alla differenza di molti vocaboli e della pronuncia ancora, hanno altresì certe forme particolari o di sentenze, o di proverbi, o di diciture in gergo, che piacevolissime sono a chi le intende, ma riescono a chi non è più che pratico oscurissime. Fra tutti quelli che hanno grandissima copia di sì fatte forme di favellare, sono i Gondolieri di Venezia, i quali furono da me nella presente Commedia imitati, con attenzione. Questa stessa esattezza, che fece così grata la mia fatica in una Città, dove tali cose sono sotto gli occhi ogni dì, e tali vocaboli si odono sempre; temo che la renderà forse noiosa a quelli che, nati lontani da essa, non intendono la proprietà de’ vocaboli Veneziani. E più mi conferma l’osservazione che ho fatta nel vederla a recitare; poichè in Venezia dovete ricordarvi quante e quante sere fu replicata la prima volta, e come in calca venivano le persone per aver luogo nel Teatro ad udirla, e nell’anno susseguente ancora non ebbe peggior fortuna; nè minor piacere diede agli ascoltanti di Verona, come quelli a’ quali quel ragionare non è affatto nuovo; ma allontanata di là, non ebbe la stessa riuscita; appunto perchè, rimanendo oscura per metà, non poteva più essere gradita interamente. Quello ch’io vidi quando fu rappresentata, dubito che accada quando sarà venuta alla luce, e tanto più perchè nel leggere il movimento dell’azione è perduto; che pur tal volta dà tanto spirito anche alle cose non affatto evidenti, che le fa comprendere agli ascoltanti. Raccomando almeno che i più oscuri modi di favellare sieno con alcune postille dichiarati, e quanto si può venga aperto il senso di quelli, acciocchè il non intenderli non disgusti altrui dal leggere. In questa forma facendo, son certo che, se non darà tutto quel diletto a’ Forestieri che può dare a’ Leggitori Veneziani, si renderà almeno men faticosa, e perciò più facilmente si potrà ritrovare chi la legga senza rincrescimento. Non dubito che adoprerete in ciò tutta la diligenza, e promettendovi pel venturo ordinario la Buona Moglie, che a questa, quasi secondogenita vien dietro, col cuore vi abbraccio.

Personaggi

ct

OTTAVIO, marchese di Ripa Verde.

La marchesa BEATRICE, sua moglie.

PANTALONE de’ BISOGNOSI, mercante veneziano, creduto padre di Lelio e protettore di

BETTINA, fanciulla veneziana.

CATTE, lavandaia, moglie di Arlecchino e sorella di Bettina.

Messer MENEGO CAINELLO, barcaiuolo del Marchese, e creduto padre di Pasqualino.

LELIO, creduto figlio di Pantalone, poi scoperto figlio di messer Menego.

PASQUALINO, creduto figlio di messer Menego, poi scoperto figlio di Pantalone.

Donna PASQUA da Pelestrina, moglie di messer Menego.

BRIGHELLA, servitore del Marchese.

ARLECCHINO, marito di Catte.

NANE, barcaiuolo.

TITA, barcaiuolo.

Un GIOVANE caffettiere.

Un RAGAZZO, che all’uso di Venezia accenna ad alta voce dove si vendono i viglietti della commedia.

SCANNA, usuraio.

Un CAPITANO di sbirri con li suoi uomini.

ct

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