Front matter
ct
ct ct ct ct
ct fi ct ct
Avvertenza
ct Avendo in animo di raccogliere nella Biblioteca Classica Economica le migliori commedie di Carlo Goldoni, mi parve opportuno di farle precedere dalle Memorie scritte dal medesimo. Il lettore troverà in esse tutte le vicende ora liete ed ora tristi della sua vita, narrate con una ingenuità senza pari, e scoprirà il modo nel quale andò svolgendosi a poco a poco il genio drammatico del nostro immortale poeta. Oltre di ciò le Memorie del Goldoni formano, un libro di amena e istruttiva lettura, poichè in esse quasi ad ogni pagina si incontrano descrizioni e giudizi di città, d’uomini e di costumi di una maravigliosa verità. La gioventù studiosa in ispecie, leggendo questo libro con occhio attento, vi attingerà non solo un grandissimo diletto, ma eziandio un profondo ammaestramento, sia per la condotta della vita, come per quella degli studi. La continua ed acuta osservazione dei vizi e delle virtù degli uomini, in mezzo ai quali viveva il Goldoni, valse mirabilmente a fecondare in lui quei germi di cui gli fu tanto cortese la natura. Se a quella osservazione profonda avesse accoppiato con maggiore assiduità lo studio dei Classici, e l’efficace pazienza della lima, il Goldoni sarebbe riuscito senza dubbio il primo commediografo del mondo.
Ma tutti codesti pregi delle Memorie venivano, per così dire, appannati da un difetto capitale per noi, che volevamo introdurle in una Biblioteca di Classici. Il Goldoni scrisse le sue Memorie in Francia, e in lingua francese e quelle che si conoscono generalmente in lingua italiana, sono una traduzione. Le Memorie in francese uscirono alla luce in Parigi l’anno 1787, e nell’anno seguente lo Zatta le pubblicò tradotte in lingua italiana a Venezia. Altre traduzioni vennero poi fatte in Toscana; ma tanto queste, come quella di Venezia, e non esclusa l’ultima di Firenze del 1861, sono traduzioni orribili per ciò che risguarda la lingua. Io, per migliorare questo libro, che credo utile e di piacevole lettura, consultai il testo francese, raffrontai le varie traduzioni, e poi, senza nulla togliere della semplicità e vivezza dello stile, procurai di correggere i vocaboli, le frasi e i costrutti, che ritraevano evidentemente dall’indole della lingua francese. Con questo bucato credo, che siano scomparse dalle Memorie del Goldoni, se non tutte, in grandissima parte le macchie che offendevano l’occhio dei lettori, i quali tengono in qualche pregio la purezza e la proprietà della lingua nativa. Con ciò non pretendo dire, che la traduzione delle Memorie del nostro autore non sia capace di una maggiore perfezione; ma credo di potere affermare coscienziosamente, che la presente edizione delle Memorie di Carlo Goldoni è di gran lunga migliore di tutte le precedenti.
Prefazione
ct Non vi è buono o cattivo Autore, di cui la vita non sia in fronte alle sue opere o nelle memorie del suo tempo. È vero che la vita di un uomo non dovrebbe comparire alla luce se non dopo la morte di lui; ma tali ritratti eseguiti in distanza rassomigliano essi poi agli originali? Se ne assume l’incarico un amico, le lodi alterano la verità; se un nemico, in luogo di critica s’incontra satira.
La mia vita non ha importanza. Ma può fra qualche tempo avvenire che in un angolo d’antica biblioteca si trovi una collezione delle mie opere. Saravvi forse alcuno curioso di sapere chi fosse quell’uomo singolare, che ha avuto in mira la riforma del Teatro del suo paese, che ha posto in scena e sotto il torchio centocinquanta commedie in verso e in prosa, tanto di carattere come d’intreccio; ed ha veduto, vivendo, diciotto edizioni del suo Teatro. Si dirà senza dubbio: quest’uomo doveva esser molto ricco; perchè lasciare la sua patria? Ah! convien dunque rendere ben intesa la posterità, che solo in Francia trovò il Goldoni il suo riposo, la sua tranquillità, la sua prosperità, che ha terminato la sua professione di poeta drammatico con una commedia francese, la quale, sul teatro di quella nazione, ebbe un favorevole incontro.
Ho pensato, che l’Autore sapesse egli solo delineare un prospetto verace e completo del suo carattere, de’ suoi aneddoti e de’ suoi scritti; ed ho ceduto, che, pubblicando egli stesso le Memorie della sua vita, e non essendo smentito dai suoi contemporanei, la posterità potesse rapportarsi alla sua buona fede. Giusta questa idea, vedendo nel 1760, che dopo la mia prima edizione di Firenze, ponevasi ovunque a saccheggio il mio Teatro, e che se n’erano fatte quindici edizioni senza il mio consenso, e senza darmene parte, e quel che è peggio ancora, tutte malissimo impresse, mi venne in animo di farne una seconda edizione a mie spese, e di inserire in ogni volume, in vece di prefazione, una parte della mia vita, immaginandomi, che al termine dell’opera l’istoria della mia persona unitamente a quella dei mio Teatro potrebbe riuscire completa.
Sbagliai. Non avrei mai sospettato che il destino fosse per farmi passar l’Alpi, quando incominciai a Venezia questa edizione del Pasquali, in ottavo, con figure.
Chiamato nel 1761 in Francia, continuai a somministrare le correzioni e i cambiamenti che io mi era proposti per l’edizione di Venezia. Ma il tumulto di Parigi, le mie nuove occupazioni, e la distanza dei luoghi diminuirono dal canto mio l’attività, e portarono tal lentezza nell’esecuzione, che un’opera, la quale doveva essere condotta fino al trigesimo volume, e compiuta nello spazio di otto anni, non è per anche, in capo a venti, se non al tomo XVII, nè vivrei tanto da veder giunta quest’edizione al suo termine. Quello che m’inquieta, e mi preme presentemente, è l’istoria della mia vita. Essa non è di alcun momento, lo ripeto, ma quel che io ne ho pubblicato fino ad ora nei diciassette primi volumi, fu così bene accolto, che il pubblico m’impegna a continuare; tanto più che tutto quello che ho fin qui detto non riguarda che la mia persona, laddove ciò che mi resta a dire dee trattare del mio Teatro in particolare, di quello degl’Italiani in generale, e in parte di quel dei Francesi, che io stesso ho visto sì dappresso. I costumi di due nazioni, il loro gusto messo a confronto, tutto ciò che ho veduto, tutto quel che ho osservato, potrebbe divenir piacevole, e anche istruttivo per i dilettanti.
Mi propongo adunque di affaticarmi quanto io potrò, e ciò con un piacere inesprimibile, per arrivare al più presto possibile a far parola del mio caro Parigi, che mi ha sì bene accolto, tanto divertito, sì utilmente occupato. Comincio dal rimpastare e tradurre in francese tutto ciò che si trova nelle prefazioni storiche dei diciassette volumi del Pasquali. Questo è il compendio della mia vita, dalla mia nascita fino al principio di ciò che dicesi in Italia Riforma del Teatro Italiano. Si vedrà come questo genio comico, che fu sempre la mia passione dominante, si è in me manifestato, e poi svolto, e quanti siano stati gli sforzi inutilmente tentati per disgustarmene, e i sacrifici da me fatti a quest’idolo imperioso, che mi trasse dietro a sè stesso. Tutto questo formerà la prima parte delle mie Memorie.
La seconda comprenderà la istoria di tutte le mie produzioni, il segreto degli accidenti che me ne hanno somministrato l’argomento, il buono o cattivo incontro delle mie commedie, la rivalità destata dalla mia buona riuscita, le cabale che ho schernite, le critiche che ho rispettate, le satire che ho sofferte in silenzio, e gl’intrighi dei commedianti che io ho superati. Si vedrà che la natura umana è l’istessa per tutto, che per tutto s’incontra la gelosia, e che per tutto l’uomo pacifico e di sangue freddo giunge a farsi amare dal pubblico, ed a stancar la perfidia de’ suoi nemici.
La terza parte di queste Memorie conterrà la mia emigrazione in Francia. Provo tal compiacenza di poterne parlare a mio bell’agio, che fui tentato di dar principio di lì alla mia opera. Ma in tutto vuolsi metodo. Sarei stato forse in obbligo di ritoccare le due parti precedenti, ma non mi piace riandare le cose già fatte.
Ecco quanto io aveva da dire a’ miei lettori. Prego i medesimi a leggermi, e far grazia di credermi: la verità fu sempre la mia virtù favorita, ed ho sempre trovato buono il seguirla. Essa mi ha risparmiato la pena di studiar la menzogna, e mi ha sottratto al dispiacere del rossore.
Parte prima
ct
ct
Indice
I
ct ct Nacqui a Venezia, l’anno 1707, in grande e bella abitazione, situata tra il ponte di Nomboli e quello di Donna-Onesta, al canto di via di Cà cent’anni, nella parrocchia di San Tommaso.
Giulio Goldoni, mio padre, era nato nella medesima città: tutta la sua famiglia però era di Modena. Carlo Goldoni mio avo fece i suoi studi nel famoso collegio di Parma. Vi conobbe due nobili Veneziani, e strinse con essi la più intima amicizia. Questi lo impegnarono ad andar seco loro a Venezia. Suo padre era morto; gliene accordò il permesso suo zio, colonnello e governatore del Finale in quel tempo. Seguitò pertanto i compagni nella loro patria; vi si stabilì; vi fu incaricato di una commissione onorevolissima e lucrosissima nella camera dei Cinque Savi del Commercio, e sposò in prime nozze la giovine signora Barili, nata in Modena, figlia e sorella di due consiglieri di Stato del duca di Parma. Questa adunque era la mia nonna paterna.
Venuta essa a morte, mio avo fece conoscenza con una vedova rispettabile, madre di due sole fanciulle. Sposò la madre; e diede in matrimonio a suo figlio la maggiore. Erano esse della famiglia Salvioni, e godevano, senza esser ricche, una onesta comodità. Mia madre era bruna di colorito, ma bella, un poco zoppa, ma sagacissima. Ogni loro assegnamento passò in mano di mio nonno.
Egli era un brav’uomo, ma punto economo. Amava i piaceri, e si affaceva benissimo all’amenità dei Veneziani. Teneva a pigione una bella villa appartenente al duca di Massa di Carrara sopra il Silo nella Marca Trevisana, sei leghe distante da Venezia. Quivi viveva lautamente. I benestanti del luogo mal soffrivano che il Goldoni richiamasse in propria casa tutte le persone del villaggio, non meno che i forestieri. Uno dei vicini fece le pratiche per togliergli l’abitazione. Mio nonno andò a Carrara, prese a fitto tutti i beni posseduti dal duca nello Stato Veneto, e ritornò trionfante della vittoria, divenuto però più ricco a proprie spese, Aveva in
casa Commedia ed Opera; tutti i migliori attori, tutti i più rinomati musici stavano al suo comando, vi si concorreva da ogni parte. Io nacqui in questo strepito, in questa dovizia; poteva io disprezzar gli spettacoli, poteva io non amare l’allegria?
Mia madre mi diè alla luce quasi senza dolore, onde mi amò anche di più; ed io non detti in pianto, vedendo la luce per la prima volta. Questa quiete pareva manifestare fin d’allora il mio carattere pacifico, che non si è mai in seguito smentito.
Ero la gioia di casa. La mia governante diceva che io aveva ingegno. Mia madre prese cura di educarmi, ed il mio genitore quella di divertirmi. Fece fabbricare un teatro di marionette, le maneggiava in persona con tre o quattro suoi amici, e in età di quattr’anni trovai esser questo un delizioso divertimento.
Nel 1712 morì mio nonno. Un mal di petto acquistato in una partita di piacere lo condusse alla tomba in sei giorni. Mia nonna lo seguì poco dopo. Ecco l’istante di una mutazione terribile nella nostra famiglia, la quale precipitò tutt’a un tratto dalla comodità più felice nella mediocrità più disagiata.
Mio padre non ebbe l’educazione che gli si conveniva. Non gli mancava ingegno, ma non si era avuta bastantemente cura di lui. Non potè mantenersi nell’impiego del padre, che un accorto Greco seppe togliergli. I beni liberi di Modena erano venduti, i beni di sostituzione ipotecati. Non restavano che quelli di Venezia, che formavano la dote di mia madre e l’assegnamento di mia zia.
Per colmo di disgrazia, mia madre diede alla luce un secondo figlio, Giovanni Goldoni mio fratello. Mio padre era alle strette, e siccome non gradiva troppo di gemere sotto il peso di riflessioni ipocondriache, prese risoluzione di fare un viaggio a Roma per distrarsi. Dirò nel seguente capitolo ciò che vi fece, e quello che divenne. Ritorniamo frattanto a me, giacchè io sono l’eroe dell’opera.
Mia madre restò sola alla direzione della casa con sua sorella ed i due suoi figli. Collocò il minore in collegio; ed occupandosi di me unicamente, volle allevarmi sotto i suoi occhi. Ero docile, quieto, obbediente, e di quattro anni leggevo, scrivevo, e sapevo a mente il catechismo. Mi fu assegnato un maestro. Amavo molto i libri; imparavo con facilità la grammatica, i principii della geografia, e quelli dell’aritmetica. La mia lettura favorita però era quella degli autori comici. Ne era ben provvista la piccola biblioteca di mio padre; ne leggevo sempre qualcuno nei momenti di mia libertà, e ne trascrivevo ancora i pezzi che più mi davan piacere. Mia madre, purchè non mi trattenessi in puerili trastulli, non si prendeva la minima cura della scelta dei miei libri.
Fra gli autori comici che io leggeva e rileggeva spessissimo, il era quello che preferivo ad ogni altro. Questo autor fiorentino, pochissimo conosciuto nella repubblica delle lettere, aveva fatte parecchie commedie d’intreccio, sparse di sentimenti noiosi, patetici e di facezie triviali: vi si trovava nulladimeno molto diletto, ed aveva l’arte di mantenere la sospensione, e di piacere con lo scioglimento. Presi per esso un’infinita propensione; lo studiai molto, ed ebbi nell’età di otto anni la temerità di abbozzare una commedia. Ne feci la prima confidenza alla governante, che la trovò piena di grazia; mia zia si burlò di me; mia madre mi sgridò, e mi abbracciò nell’istesso tempo, ed il mio precettore asserì, esservi spirito e buon senso oltre le forze della mia età. Il più singolare però fu, che mio compare, uomo in carica, e assai più ricco di danari che di cognizioni, non volle mai credere che quella fosse opera mia; sosteneva che il mio maestro l’aveva rivista e corretta. Questi trovò ingiurioso il giudizio: la disputa prendeva fuoco; sopraggiunse fortunatamente un terzo soggetto in quell’istante, e li calmò. Era questi il signor Vallè, poi abate Vallè di Bergamo. Questo amico di casa mi aveva visto lavorare intorno a quella composizione, ed era stato testimone delle mie fanciullesche fole ed arguzie. Lo avevo pregato di non parlarne ad alcuno; egli aveva serbato il segreto, e in questa occasione facendo tacere l’incredulo, rese giustizia alle mie buone disposizioni. Nel primo volume della mia edizione del Pasquali, avevo citato per prova di questa verità l’abate Vallè, che nel 1770 ancora viveva, dubitando io fortemente, che vi fossero altri compari, che non mi prestasser fede. Se il lettore mi domandasse qual era il titolo della mia composizione, non sarei in grado di soddisfarlo, poichè questa fu una bagattella, cui niente riflettei nell’eseguirla. Non istarebbe che a me rassegnarglielo presentemente, ma mi compiaccio dir le cose come sono, piuttosto che abbellirle. In somma quella commedia o, per meglio dire, quella puerile follìa, corse per tutte le conversazioni di mia madre, e ne fu spedita una copia al mio genitore. Eccoci al momento di ritornare a lui.
II
ct ct Mio padre, che non doveva restare a Roma se non per qualche mese, vi si trattenne quattro anni. In questa gran capitale del mondo cristiano aveva un amico intimo, il signor Alessandro Bonicelli veneziano, che aveva recentemente sposato una romana ricchissima, e che godeva di un brillantissimo stato. Il signor Bonicelli ricevè affettuosamente il suo amico Goldoni: lo alloggiò in sua casa, lo presentò in tutte le sue conversazioni e a tutte le sue conoscenze, e lo raccomandò vivamente al signor , primo medico e cameriere segreto di Clemente XI. Questo celebre dottore, che arricchì la repubblica letteraria e la facoltà medica di eccellenti opere, strinse singolare amicizia con mio padre, che aveva ingegno e cercava occupazione. Lancisi lo consigliò a darsi alla medicina; gli promise favore, assistenza, protezione. Mio padre vi acconsentì; fece i suoi studi nel collegio della Sapienza, e la sua pratica nello spedale di Santo Spirito. Al termine di quattro anni fu laureato dottore, ed il suo mecenate lo mandò a cominciare l’esercizio della sua professione a Perugia. Le prime mosse di mio padre furono felicissime. Aveva la scaltrezza di non s’impegnare nelle malattie che non conosceva; guariva i suoi malati, ed era molto in moda in quel paese il medico veneziano.
Mio padre, ch’era forse buon medico, era ancora graziosissimo in conversazione. Riuniva alla naturale giocondità del suo paese l’uso della buona compagnia, ov’egli era vissuto. Si guadagnò la stima e l’amicizia dei Buglioni e degli Antinori, due delle più nobili e ricche famiglie della città di Perugia.
In questo paese appunto, e in tal felice condizione ricevè il primo saggio delle buone disposizioni del figlio suo maggiore. Quella commedia, comunque informe ella fosse, lo lusingò infinitamente; poichè calcolando con i principii dell’aritmetica, dicea fra sè: se nove anni danno quattro carati di spirito, diciotto possono darne dodici, e per progressione successiva si può giungere fino al grado della perfezione.
Il mio genitore si determinò a volermi presso di sè; e questo fu un colpo di pugnale al cuore di mia madre. Ella vi resistè in principio, esitò in seguito, e terminò con acconsentirvi. Si presentò un’occasione la più favorevole del mondo. La nostra casa era in buonissima lega con quella del conte Rinalducci di Rimini, il quale con la moglie e con la figlia si trovava allora a Venezia. Il Padre abate Rinalducci, Benedettino e fratello del conte, doveva andare a Roma; prese l’impegno di passare per Perugia, e di condurmivi. Si fanno i fagotti, giunge il momento, bisogna partire. Non vi parlerò delle lacrime della mia tenera madre; chiunque abbia figli conosce momenti sì crudeli; io pure sentiva il più forte affetto per chi mi aveva portato nel seno, e mi aveva allevato ed accarezzato; ma l’idea di un viaggio è per un giovane una distrazione seducente.
Imbarcammo, il Padre Rinalducci ed io, al porto di Venezia in una specie di filuga denominata Peota Zuecchina, e veleggiammo per Rimini. Il mare non mi fece alcun male, anzi avevo un ottimo appetito. Sbarcammo all’imboccatura della Marecchia, ov’erano alcuni cavalli ad aspettarci. Mi vidi nel più grande imbroglio, quando mi si propose di salire a cavallo. Per le strade di Venezia non si vedono cavalli; vi sono due scuole di cavallerizza, ma ero troppo giovane per profittarne. Aveva visto nella mia fanciullezza i cavalli alla campagna, li temevo e non ardivo accostarmi. Le strade dell’Umbria, che dovevamo traversare essendo montuose, il cavallo era la vettura più comoda per i viandanti; bisognava adattarvisi. Mi si prende a traverso il corpo, e mi si getta sulla sella. Misericordia! stivali, sproni, briglie, frusta! Che fare di tutto ciò? Sbalzavo come un sacco: il reverendo padre rideva di tutto cuore, i servitori si burlavano di me, ed io pure ne rideva. A poco a poco mi addomesticai col mio puledretto, lo regalavo di pane e di frutte; divenne mio amico, ed in sei giorni di tempo arrivammo a Perugia.
Mio padre fu contento in vedermi, e molto più per vedermi in buon essere; gli dissi con un’aria d’importanza, che avevo fatto il mio viaggio a cavallo. M’applaudì sorridendo, e mi abbracciò teneramente. Trovai la nostra abitazione molto melanconica, e in una strada disagiosa e bruttissima. Pregai mio padre di sloggiare dalla medesima, ma non poteva: la casa era congiunta al palazzo Antinori, non pagava pigione, ed era vicinissimo alle monache di Santa Caterina, delle quali era medico.
Vidi la città di Perugia; fui condotto da mio padre stesso per tutto. Cominciò dalla suntuosa chiesa di San Lorenzo, ch’è la cattedrale del paese, ove si conserva e si espone l’anello con cui San Giuseppe sposò Maria Vergine. È una pietra di una trasparenza turchinetta, e d’un contorno molto cupo; tale a me parve: si dice però che questo anello cangi miracolosamente colore e forma ai vari occhi che vi si appressano. Mio padre mi fece osservar la fortezza, che Paolo III fece fabbricare al tempo che Perugia godeva di libertà repubblicana, sotto pretesto di regalare ai Perugini uno spedale per i malati ed i pellegrini. Vi fece introdurre dei cannoni dentro carri carichi di paglia; indi si gridò: Chi viva? Bisognò necessariamente rispondere: Paolo III. Osservai bellissimi palazzi, belle chiese, amene passeggiate; domandai se vi era sala da spettacolo, mi fu risposto di no; tanto peggio, io soggiunsi, non ci resterei per tutto l’oro del mondo. In capo a qualche giorno mio padre si determinò di farmi continuare gli studi; era giusto ed era io pure di tal volere: essendo in voga i Gesuiti, mi propose ai medesimi, e vi fui ricevuto senza difficoltà. Le classi di belle lettere in Italia, non sono distribuite come in Francia. Non ve ne sono che tre: grammatica inferiore, grammatica superiore, altrimenti detta umanità, e rettorica. Quelli che profittano, ed impiegano bene il tempo, possono terminare il loro corso nello spazio di tre anni.
A Venezia avevo fatto il mio primo anno di grammatica inferiore, e avrei perciò potuto entrare nella superiore; ma il tempo ch’avevo perduto, la distrazione del viaggio, i nuovi maestri ch’ero per avere, tutto persuase mio padre a farmi ricominciare, e fece benissimo; poichè voi vedrete, mio caro lettore, come questo grammatico veneziano, il quale non mancava di vantarsi di aver composto un’opera, si trovò rimpicciolito in un istante.
L’anno letterario era inoltrato, e fui ricevuto nella classe inferiore come uno scolare già formato ed istruito per la superiore. Mi fecero alcune interrogazioni, risposi male; mi fecero spiegare, io balbettava; mi si fece fare il latino, un mare di solecismi e modi barbari. Fui deriso, ed ero divenuto lo scherno de’ miei compagni: si divertivano essi a sfidarmi, tutte le mie battaglie erano perdite; mio padre era in disperazione; ed io era mortificato, sbalordito, e mi credei ammaliato.
Si avvicinava il tempo delle vacanze; si doveva fare l’esperimento della propria capacità, il che si chiama in Italia Latino del passaggio, poichè questo piccolo lavoro deve decidere del merito degli scolari per farli salire ad un’altra classe, o per farli rimanere nella medesima. Tale era al più la sorte che io doveva augurarmi.
Arriva il dato giorno; il reggente detta, gli scolari scrivono, ognuno fa meglio che può. Riunisco tutte le mie forze; mi rappresento al pensiero il mio onore, la mia ambizione, il mio genitore, mia madre. Vedo che i miei vicini mi guardano con la coda dell’occhio e ridono: facit indignatio versum. La rabbia e la vergogna mi accendono: leggo il mio tema, sento fresca la mia testa, leggiera la mano, feconda la memoria: termino prima degli altri, sigillo il mio foglio, lo porto al reggente, e parto contento di me.
Otto giorni dopo si chiama e si aduna la scolaresca; si pubblica la decisione del collegio. Prima nomina: Goldoni nella classe superiore. Ecco un frastuono universale nella medesima, e si tengono degli indecenti discorsi. Si legge ad alta voce la mia traduzione; neppure uno sbaglio di ortografia: mi chiama il reggente alla cattedra, e mentre mi alzo per andarvi, vedo mio padre alla porta, e corro ad abbracciarlo.
III
ct
Continuazione del Capitolo precedente. — Nuovo divertimento comico. — Arrivo di mia madre a Perugia.
Il Padre reggente volle parlarmi in particolare, e mi usò espressioni gentilissime. Mi disse che malgrado i grossi errori, che facevo di tempo in tempo nelle consuete mie lezioni, aveva scorto in me un certo ingegno ed alcuni tratti di aggiustatezza, che incontrava ora qua ora là ne’ miei temi e nelle mie versioni. Aggiunse, che quest’ultimo saggio lo aveva convinto che io mi era tenuto nascosto per malizia, e scherzò sopra l’accortezza dei Veneziani. Mi fate troppo onore, mio reverendo Padre, gli dissi; troppo ho sof- ferto in tre mesi per divertirmi a mie spese: no, non facevo l’ignorante, io era tale in realtà. Questo è un fenomeno, che neppur io saprei spiegare. Mi esortò il reggente a continuare nello studio; e siccome egli pure doveva passare alla classe superiore ove io era per entrare, mi assicurò della sua benevolenza. Mio padre, contento di me, procurò di ricompensarmi, e di divertirmi nel tempo delle vacanze. Sapeva benissimo che io amava gli spettacoli, e poichè li amava egli pure, messe insieme una compagnia di giovani; gli fu data una sala nel palazzo Antinori, ove egli fece erigere un piccolo teatro, addestrò da sè stesso gli attori, e noi vi recitammo commedie. Negli Stati del Papa (eccettuate le tre Legazioni) non son permesse sul teatro le donne. Ero giovine, non ero brutto; mi si assegnò una parte da donna, mi fu data la prima parte, fui incaricato del prologo. Era questo prologo una composizione così singolare, che mi è rimasta sempre impressa nella memoria: bisogna che ne faccia un dono al lettore. Nello scorso secolo la letteratura italiana era così corrotta ed alterata, che poesia e prosa erano un’ampollosità. Le metafore, le iperboli, e le antitesi si sostituivano al senso comune. Questo depravato gusto non era ancora totalmente estirpato nel 1720, e mio padre vi si era assuefatto. Ecco qui pertanto il principio del bel pezzo, che mi si fece spacciare. Benignissimo cielo! (io diceva ai miei uditori) ai rai del vostro splendidissimo sole, eccoci quali farfalle, che, spiegando le deboli ali dei nostri concetti, portiamo a sì bel lume il volo: ec. ec.
Tale grazioso prologo mi guadagnò uno staio di confetti, dai quali fu inondato il teatro, ed io quasi accecato. Questo è l’ordinario applauso negli Stati del Papa.
La rappresentazione, nella quale avevo recitato, era la Sorellina di don Pilone: fui molto applaudito, poichè in un paese ove gli spettacoli son rari, gli spettatori non son difficili a contentarsi. Conobbe mio padre che non mancavo d’intelligenza, ma che non sarei stato mai buono attore; nè s’ingannò. I nostri spettacoli durarono fino alla fine delle vacanze. All’apertura delle scuole, presi il mio posto: a fin d’anno passai alla rettorica, e così diedi compimento agli studi di umane lettere, avendo guadagnato l’amicizia e la stima dei Gesuiti, che mi fecero l’onore di offrirmi un posto nella loro società, che non accettai. In questo tempo seguirono molti cangiamenti nella nostra famiglia. Mia madre, che non poteva più lungamente tollerare la lontananza del suo figlio maggiore, pregò suo consorte di ritornare a Venezia, o permetterle di raggiungerlo ov’egli era. Dopo molte lettere e molte discussioni fu deciso, che madama Goldoni venisse a riunirsi col resto della famiglia in compagnia di sua sorella e del figlio minore. Tutto fu eseguito. In Perugia non potè mia madre goder mai un solo giorno di buona salute: l’aria del paese era per lei fatale poichè, nata ed assuefatta al temperato clima di Venezia, non poteva reggere ai rigori d’un paese montuoso; soffrì molto, e fu ridotta quasi a morte. Seppe però superare gl’incomodi ed i pericoli inquanto che credè necessaria la mia permanenza in codesta città per non espormi ad interrompere gli studi, che erano già sì bene inoltrati.
Terminate le umane lettere, e compito il corso di rettorica, indusse mio padre a compiacerla, ed egli vi condiscese di buon animo. La morte del suo protettore Antinori gli aveva cagionato disgusti. I medici di Perugia non lo riguardavano di buon occhio; prese però il partito di abbandonare il Perugino, e di ravvicinarsi alle lagune adriatiche.
IV
ct
Mio viaggio a Rimini. — Studio di Filosofia. — Mia prima relazione con i comici.
Fu eseguito in pochi giorni il disegno. Presa una carrozza a quattro posti, dove entrò anche mio fratello, sebbene non compreso nei patti, prendemmo la volta di Spoleto, ch’era più comoda, ed arrivammo a Rimini, ove si trovava riunita tutta la famiglia del conte Rinalducci, e dove fummo accolti con grandissima gioia.
Era per me necessario non interporre una seconda volta lacune nelle mie letterarie occupazioni; mio padre mi destinava alla medicina, ed io doveva studiare la filosofia. I Domenicani di Rimini erano in gran riputazione per la logica, che apre la strada a tutte le scienze fisiche e speculative. Il conte Rinalducci ci fece fare la conoscenza del professor Candini, ed io venni affidato alla cura di lui. Non potendo tenermi in casa propria il signor conte, fui collacato a dozzina dal signor Battaglini negoziante e banchiere, amico e patriotto di mio padre. Malgrado le rimostranze, ed i rammarichi di mia madre, che non avrebbe mai voluto distaccarsi da me, tutta la mia famiglia prese la strada di Venezia, ove non dovevo riunirmi alla medesima, che allorquando si fosse creduto a proposito di richiamarmi. Imbarcarono per Chiozza in una barca di quel paese; il vento era favorevole ed arrivarono prestissimo; ma essendo mia madre alquanto affaticata, vi si trattennero per riposarsi.
Chiozza è una città a otto leghe da Venezia, fabbricata sopra palafitte come la capitale: vi si contano quarantamila anime tutta plebe, pescatori, marinai, donne che lavorano galloni, e trine, delle quali si fa un commercio considerabile; e non vi è che un piccol numero di persone, che s’inalzino sopra il volgo. In questo paese si divide tutta la popolazione in due classi: ricchi, e poveri. Quelli che portano una parrucca ed un mantello sono i ricchi; quelli che non hanno che un berretto ed un cappotto, sono i poveri, e bene spesso questi ultimi hanno quattro volte più danaro degli altri. Mia madre stava benissimo in questo paese, poichè l’aria di Chiozza era consimile alla sua aria nativa; la sua abitazione era bella, e vi godeva un colpo d’occhio piacevole, e una deliziosa libertà. Sua sorella era compiacente, mio fratello era ancora un fanciullo che non s’esprimeva, e mio padre, che aveva certi disegni in capo, li comunicò a sua moglie, da cui furono approvati. — Converrebbe, diceva egli, non ritornare a Venezia, che in uno stato da non essere a carico di alcuno. Per questo effetto era necessario, che andasse prima a Modena da sè stesso per assestare gli affari della famiglia: così fu fatto. Ecco mio padre a Modena, mia madre a Chiozza ed io a Rimini.
Caddi ammalato: si manifestò il vaiuolo, ma di un’indole benigna. Il signor Battaglini non ne diede parte a’ miei parenti, che allorquando mi vide fuor di pericolo: non è possibile destare una maggiore attenzione, ed esser meglio serviti, di quello che io fui in tale occasione.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Memorie.
