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La Chioma di Berenice Discorsi e considerazioni

Ugo Foscolo · 1913 · Free in the US

30,599 words · about 2 h 9 min to read

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Author
Ugo Foscolo
Language
Italian
Published
1913
Length
30,599 words · about 2 h 9 min
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Contents (23)

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ct ct ct ct ct ct

ct

Licuit vanas obtrudere coniecturas in nostro libello, et minutas correctiunculas ad fastidium usque ingerere operosisque criticorum nugis lectoris animum fatigare magis quam erudire, mera ludibria vanaque ingenii ostentamenta.

A Giovan Battista Niccolini fiorentino

ct ct Ho tentato di porre in tutto il suo lume il poema di per la chioma di Berenice, e mando a te il mio lavoro, come premio della tua devozione a’ poeti greci, e come nuovo testimonio della nostra amicizia. Veramente, questa impresa presume maggiori studi di quelli, che la fortuna e la giovinezza, passata fino ad ora fra le armi e l’esilio, mi possono aver conceduto. Pure, se confronterai questo commento e la mia traduzione con quelle degli altri, non avrai, spero, a vergognare per l’amico tuo. E se tu trovassi ch’io possa essere superato da chi verrá, non troverai certamente ch’io non abbia avanzato chi mi ha preceduto. Però, dove io avessi mancato, altri piú dotto e piú curioso di siffatti studi supplisca; ch’io, per me, ho decretato di usare dell’ingegno piú a fare da me che a mortificarlo sulle opere altrui. Né mi sarei accinto a farla da commentatore, se in questa infelice stagione non avessi bisogno di distrarre, come per medicina, la mente ed il cuore dagli argomenti pericolosi, a’ quali attendo per istituto. Cosí , sebbene per la tristezza allontanato dalle vergini Muse, tentava nondimeno l’obblio della sua sciagura, traducendo per Ortalo questo medesimo poemetto. E me pure confortò la brevitá di questi versi, e mi strinse la loro meravigliosa bellezza. Non credo che l’antichitá ci abbia mandata poesia lirica che li sorpassi, e niuna abbiano le etá nostre che li pareggi. Però, dopo averli illustrati, come io so, mandandoli a te, intendo di mandarli, senza lusinga di gloria, a tutti i giovinetti tuoi pari, come tentativo del metodo di studiare i classici, sole fonti di scritti immortali.

Se non che de’ nostri studi, come di tutte le mortali cose, tocca a decidere piú alla fortuna che a noi. Onde accogli frattanto questo piccolo dono, e vivi memore dell’amico tuo, com’io vivo sempre pieno di te.

Milano, 30 luglio 1803.

Argomento

ct Tolomeo Evergete, partendo a guerreggiare contra la Siria, lasciò Berenice, sua sposa recente, tanto sollecita di lui, che ella votò la sua chioma, se il marito tornasse vittorioso. Dopo la vittoria, la chioma fu appesa al tempio di Venere Zefiritide, e la notte seguente involata. Conone astronomo, o per istigazione de’ sacerdoti, o per divozione alla regina, o piú veramente per ragione di Stato, asserí di averla veduta fra le costellazioni; e Callimaco, famigliare di Conone e di Tolomeo, accreditò l’adulazione con questo poemetto, di cui restando rari vestigi in greco, non sarebbe noto a noi senza la traduzione di , reputata mirabile dal . La discrepanza degl’interpreti e delle edizioni, l’oscuritá della storia su questo fatto, l’etá e le opere di Conone, la ragione poetica di questo componimento, saranno svolti al lettore ne’ seguenti Discorsi.

Discorso primo - Editori, interpreti e traduttori

ct ct I. Essendo stato questo poema pubblicato con Catullo sempre, con Callimaco le piú volte, e talora separatamente, rari degli antichi libri possono annoverare piú edizioni e piú tormenti dagli eruditi. L’edizione principe uscí l’anno mcccclxxii, unitamente a , ed alle Selve di ; della quale, oltre le copie memorate da’ bibliografi, una serbasi in Roma nella libreria Corsini, con varianti di mano del e due note: una, alla fine, di Catullo, con che si vanta di avere emendato il testo; l’altra, alla fine, di Properzio, scusandosi della sua temeritá giovenile. Primo commentatore del poemetto di Callimaco fu Partenio Lacisio, veronese, dottissimo per que’ tempi, non infelicemente seguito, sebbene con minore dottrina, da , cognominato Fusco, letterato padovano. Ultimo di questi fu , nipote dell’illustre Guarino il vecchio, che col , col e co’ greci fuggitivi di Costantinopoli non perdonavano né a vigilie né a viaggi per restituire le greche lettere, e figliuolo di quel Battista Guarino che fu amico del Poliziano. Onde a torto il Fabrizio ed il ascrivono questi commenti al padre, senza pur nominare Alessandro; tanto piú che da un epigramma recato in questa edizione appare che Battista non abbia se non emendato il testo catulliano. Considerata la scarsezza di libri, piú lume hanno dato a’ lor tempi que’ primi eruditi, di quello che s’abbiano fatto i lor successori.

II. La prima e la seconda edizione aldina, eseguite con le castigazioni di Girolamo Avanzio, servirono di fondo, tranne poche emende, al . Quel gentile e coltissimo ingegno di molta luce illustrò Catullo, sebbene nella Chioma di Berenice talor confessi di non intendere, e chiami Edippo in aiuto. Ricco di codici, e piú del suo pieno che dell’altrui, fu . Amendue vennero saccheggiati dal Toscanella, dal Gisselio e dal Pulmano, grammatici.

III. Capitano di nuovi commentatori uscí . Ereditò dal padre l’acuto ingegno, l’audacia nel manomettere i classici, Io studio indefesso, la sterminata erudizione, le gelosie letterarie, e l’acre stile con che Giulio Cesare assalí Erasmo, e piú infelicemente il Cardano. Traspaiono tutte queste doti dalla esposizione alla Chioma di Berenice. Giano Douza, morto giovine di egregie speranze, e benemerito di Lucilio, giurò spesso nelle parole dello Scaligero. Quindi il Passerazio, ed il , filologi, ed alcuni letterati di trivio, che puoi vedere nell’edizione cognominata «greviana». La quale, ad onta della prefazione di questo solenne editore, è tanto male ordinata, ch’io sospetto non gli stampatori abbiano abusato del nome di lui. Chiude la schiera , conosciuta da’ nostri, che leggono Omero francese, sotto il nome di madama Dacier; scaligeriana giurata, se levi poche lezioni lasciatele in legato da Tanaquillo suo padre, e molti abbagli spacciati con la iattanza de’ retori e con inconsideratezza donnesca. E duolmi che , inclito fra tutti i commentatori de’ greci, non avendo affaticato sopra questo poemetto di Callimaco, perché, attesi i pochi frammenti originali, lo reputava forse piú cosa di Catullo, riportandolo dopo gl’inni, abbia adottate le note della Dacier, seguite poi nella nuova edizione, tranne poche mutazioni, dall’Ernesto.

IV. Ben risente della filosofia del suo secolo il commentario d’, figliuolo dell’infaticabile , uomo a cui poco delle antichitá orientali, greche o romane stava nascosto. Troppo bensí compiaceva al proprio ingegno, e pescava nelle tarlature de’ codici nuove lezioni, per adornarle quindi del suo tesoro. Doveva almeno avere questo esemplare sotto gli occhi quel Filippo Silvio, che compilò un’esposizione a’ tre poeti ad usum Delphini. Que’ teologi, innacquando il maschio latino de’ classici con quelle loro parafrasi , deviano i giovinetti dalla fatica, e quindi dallo studio di quella lingua e dall’amore del bello. Violando i testi per accumulare alla fine del libro tutti i tratti men verecondi, corrompono maggiormente la gioventú, perché le preparano uniti quei versi; mentre, per leggerli separati, avrebbe almeno dovuto scorrere tutto il libro. Ed il pessimo di costoro toccò a quel grande,

ct V. Non molto dopo, pubblicando , ancor giovinetto, le sue postille sopra i tre poeti, osservò anche il nostro poemetto, lasciando a divedere ch’ella non era soma dalle sue spalle. Di che vergognando, stampò ventisette anni dopo quel suo commentario «copiosissimo», di cui tanto concetto corre per l’Italia, e tanto ne deve pur correre: poiché lo studio de’ classici è confinato ne’ seminari, e i libri, anziché alla dottrina, servono alla pompa delle biblioteche. Non ha nuova lezione il Volpi, né arcana dottrina che non sia tutta del Vossio; né le virtú sole, ma i vizi adotta del precettore. Lussureggia la mole del suo commento di citazioni importune, che prendono occasione non dalle viscere del soggetto, ma da nude parole. Piú pregio e men grido ha la sua esposizione alla satira decima di . Se non che usando il Volpi di nitida latinitá, toglie il lettore dalla noia, a cui per amore degli antichi soggiace, leggendo i commenti oltramontani.

L’anno dopo, uscí un’edizione di Catullo, predicata «principe», perché si pretendea tratta da un codice allora trovato in Roma. Non mi è toccato di vedere l’edizione originale, né posso giudicare dell’esposizione. Ma ne possedo il testo di una elegante edizione schietta di note, ove lo stampatore professa di seguire religiosamente la lezione del Corradino. Vedrai dalle varianti che non a torto fu questo commentatore obbliato, e chiamato «impudente» dal dottissimo Harles e «poco giudizioso» dal bibliografo Arvood.

VI. Alcuni anni prima, tradusse il poemetto e lo corredò di osservazioni, che, se anche fossero state pubblicate senza il nome di tanto filosofo e letterato, vi si scorgerebbe nondimeno l’autore del Cesare, tragedia, e della Eroide di Elisa ad Abelardo, unica poesia elegiaca da contrapporre con fiducia agli stranieri e agli antichi. Ma piú nota di questa è la traduzione di un bifolco arcade, inserita nella malaugurata collezione de’ poeti latini. Que’ preti, che posero rimpetto a Catullo questo petulante e scipito verseggiatore, ben mostrano a che stato era la sí vantata letteratura italiana di quella etá. Né piú senno mostrò il Bandini, inserendo questa versione sotto la greca che fece , il quale era giá stato prevenuto nell’audace fatica dallo Scaligero, che, a mio parere, serba piú greca andatura. Eminente, fra quelli che tentarono traduzioni in greco, reputo Eugenio Bulgari, corcirense, oggi metropolita in Pietroburgo, che dotò il bello virgiliano della grandezza di Omero. Ma se pur v’hanno volgarizzamenti della Chioma di Berenice oltre a’ citati, non so. Degli stranieri non posso dire: sono sí parco cultore delle loro lingue, che, se pure avessi trovate tutte le versioni, e taluna ne avessi letta, non oserei però giudicarne.

VII. Continuavano intanto i commentatori. Fra gli allievi di (chiaro e fortunato per lo suo Virgilio, recente editore di Pindaro, e recentissimo di Omero, non so se con pari fortuna), un certo Doering pubblicò nella sua diligente edizione di Catullo l’esposizione del poemetto di Callimaco: rare orme sue proprie lasciando, ricalca quelle del Volpi. Prometteva anche l’ nuove illustrazioni; ma non mi è avvenuto di vedere il suo libro, o non attenne la promessa. Un Turchi d’Arimino, entusiasta di Catullo, mostrò a me giovinetto, or son sett’anni, un suo lavoro d’incredibile pertinacia sui codici del suo poeta: morí, né posso sapere la fortuna delle sue carte. Forse piú commentatori avrá avuto Callimaco, e, piú che altrove, in Germania, dove que’ letterati si procacciano averi e tentano fama, facendo commercio de’ classici. E noi siam pure costretti, reputandoli poco, a ringraziarneli: ché, senz’essi, né greco né latino scrittore correrebbe piú per l’Italia, la quale rari, a’ miei giorni, ed indisciplinati vede gli antichi uscire dalle proprie tipografie. Era bensí prezzo dell’opera lo svolgere le illustrazioni del , pubblicate postume da Giovanni Luzac. Involte in continua e discordante erudizione, richiedono uomini istituiti appositamente per intenderle. Preoccupato vedendosi il campo, dovea pure sgombrarsi lo stadio, immaginando nuove e strane lezioni, e chiamando in aiuto Lorenzo Santeno ed Ildebrando Withofio, de’ quali divolga ed illustra le congetture e i capricci. Né questo lungo commento passa il segno delle varianti, se non raramente e per incidenza.

VIII. Onde, in tanta battaglia ed incertezza di lezione, mi sono rifuggito alla piú antica, ove non riesca inintelligibile e assurda, prendendomi per esemplare l’edizione principe e quelle dell’etá aldina: certo almeno che sono estratte da’ codici. Poiché, rispetto a’ manoscritti che ognuno degli editori cita per suggello delle proprie congetture, niuno potrá persuadermi che tanti ce n’abbiano mandati il decimoterzo e decimoquarto secolo, e che non sieno foggiati molto piú tardi dalla venalitá de’ librai e dalla mala fede degli eruditi. Di che ti sieno argomento non le lezioni incerte, ma le discrepanti perfin di un intero pentametro, in modo che non errore di amanuense, né tarlo di membrane o di tempo, bensí le architettarono le liti e la ostinazione degli espositori. Di quattro manoscritti, che mi toccò di esaminare nella Ambrosiana in Milano, uno solo in carta sembra anteriore al 1450; gli altri tutti, sebbene in pergamena e con dorature foggiate all’antica, portano i caratteri de’ codici posteriori alla stampa. Però non da questi soltanto ho raccolto tutte quante le varianti, ma dagli editori e dagli altri eruditi che le propongono qua e lá nelle varie opere loro. Che se taluna mi fosse sfuggita, non dissento che tu lo ascriva alla mia inferma pazienza, purché tu ad un tempo consideri la intemperanza di tanti tormentatori di sí pochi versi. Ma se debbasi scrivere «cum» o «quum», «lacrimae», «lacrymae» o «lachrimae», «coelum» o «caelum», e siffatte quisquiglie gramaticali, ho creduto riverenza a chi legge, a me stesso ed al tempo il non disputare. Fuggiamo, mio Niccolini, a tutto potere le liti de literis vocumque apicibus. Non che talora non sieno di alcun momento; ma è grave ed inglorioso l’invadere i regni a’ gramatici, gente clamorosa, implacabile, intenta ad angariare i sudditi ed a scomunicare i ribelli, ma meno pericolosa all’inimicizia che all’ossequio. La loro famigliaritá fa contrarre le ostinazioni e le risse puerili, ch’eglino assumono trattando nude parole e rudimenti da fanciulli, onde anche i sommi letterati diventano gramatici illiberali. E ne’ lor libri recitano a un tempo da sofisti e da poetastri, assottigliando il fumo e gonfiando le minime cose. E minacciano, e gridano per dar peso alle loro inette tragedie, di che van pieni infiniti volumi, che fanno noiosa la lettura de’ classici. Scabbia, onde fu magra e sparuta anche la lingua italiana, per cui gl’ingegni caddero nella contraria barbarie del Secento, ed ora per nuovo fastidio ricorrono alla letteratura d’oltremonte. «Tollat sua munera cerdo». IX. Interpretando un antico poeta, fabbro di arte bella, per cui usa di modi figurati e di peregrine parole, che tocca fatti di principi e di nazioni, onde ritorcerli alla istruzione degli uomini, il commento deve essere critico, per mostrare la ragione poetica; filologico, per dilucidare il genio della lingua e le origini delle voci solenni; istorico, per illuminare i tempi ne’ quali scrisse l’autore ed i fatti da lui cantati; filosofico, acciocché dalle origini delle voci solenni e da’ monumenti della storia tragga quelle veritá universali e perpetue, rivolte all’utilitá dell’animo, alla quale mira la poesia. Chi piú congiunge queste doti, quegli, a mio parere, consegue l’essenza d’interprete, ch’io definisco: «far intendere la lettera e lo spirito dell’autore». Perciò, primo de’ commentatori a’ poeti latini reputo l’inglese , degnamente seguace anche sotterra del suo poeta, e per me onorato e caro come fosse vivo e presente. Ma, esaminando con queste norme gli espositori della Chioma di Berenice, troveremo che il Conti fu critico in ciò solo che contempla l’architettura del poema, ed il Volpi ove intende di mostrare le imitazioni; di che vive un meraviglioso esemplare nel Virgilio di Lacerda. Tutti sono filologi, ma piú per emendare inopportunamente il testo che per notomizzare la lingua. , il ed il si mostrano talora storici, ma con tanto disordine, che fuggono dall’attenzione del lettore. Niuno filosofo; si prédica la poesia maestra degli uomini, ma pochi poeti lo mostrano praticamente, e niuno interprete.

X. Queste cose mi confortarono al presente commento: non a caso, ma pensatamente mi distenderò; ché non intendo di parlare a’ dotti, bensi a que’ che tentassero nuova strada di studiare i classici. Questo mi valga per chi apponesse al nostro libretto il titolo di «commento senza testo», quasi io malignamente alludessi agli sterminati volumi degli eruditi sopra gli antichi. Avrai discorsi generali intorno alla critica ed alla storia del poemetto; sotto il testo le varianti, le postille discrete gramaticali, l’esposizione de’concetti, e le note piú spedite intorno alle bellezze poetiche ed a’ costumi, e, dopo la nostra versione, tutte le considerazioni di storia e di filosofia, alle quali diede occasione il poeta. I commentatori, sebbene ciascuno riesca per sé insufficiente, tutti esaminati, mi hanno di tanto giovato, che senz’essi avrei speso piú tempo e fatica.

Discorso secondo - Di Berenice

ct ct I. Chi delle regine di Egitto fosse questa di Callimaco, è da desumersi da’ versi del poeta, applicandovi i documenti delle storie:

Atque ego certe cognoram a parva virgine magnanimam: anne bonum oblita es facinus, quo regium adepta es coniugium, quod non fortior ausit alis?

A questi versi tutti i commentatori applicano concordemente questo passo d’: «Hanc Berenicem nonnulli cum Callimacho dixerunt equos alere, et ad Olympiam mittere consuetam fuisse. Alii dicunt hoc amplius: Ptolomaeum, Berenices patrem, multitudine hostium perterritum, fuga salutem petiisse; filiam autem saepe consuetam insiliisse in equum, et reliquam exercitus copiam constituisse, et complures hostium interfecisse, reliquos in fugam coniecisse; pro quo etiam Callimachus eam ‛magnanimam’ dixit. Erathostenes autem dicit et virginibus dotem, quam cuique relictam a parente nemo solveret, iussisse reddi, et inter eas constiltuisse petitionem». Che molti principi e privati mandassero cavalli in Olimpia, ogn’uomo sel vede negli storici e ne’ poeti antichi; ma non era merito questo che s’acquistasse il titolo di «magnanimo» e non ancora che si dicesse «bonum facinus» premiato di «nozze regali». La terza opinione, intorno alle doti fatte restituire alle giovani lesbie, cade sotto la stessa opposizione. La seconda peserebbe, se negli annali de’ Tolomei si trovassero Berenici guerriere; il che dubito ricavato da Igino piú dalla fama che da scrittori assennati: se non che, dalle varie opinioni da lui recate, si manifesta ch’ei pur sospettava di tutte. Quindi gl’interpreti o tacciono, o senz’altri testimoni ascrivono il poemetto alla moglie di Tolomeo Lago o a quella di Filadelfo. Soli il Doering ed il Valckenario la dicono moglie di Evergete, senza però che né l’uno né l’altro appaghino della loro interpretazione rispetto al «bonum facinus quo regium adepto, est coniugium». , quel dottissimo, benemerito, piú ch’altri mai, della poesia greca, reputa il poemetto consecrato a Berenice, madre di Filadelfo; ed il , alla moglie di Tolomeo Sotere. Per chiarire questi abbagli, toccherò quanto piú brevemente le storie de’ Tolomei.

II. Primo re d’Egitto dopo la morte d’Alessandro magno fu Tolomeo Lago, creduto bastardo del re Filippo, o, come altri scrive adulando, principe reale di Macedonia e discendente, al pari di Alessandro, da Alcide, o, piú veracemente, d’umile schiatta, ma fortunato soldato e sapiente politico. Serbò il nome paterno, anzi istituí un ordine militare in onore di Lago; il che forse guiderebbe a rintracciare l’origine degli ordini da noi chiamati «cavallereschi», ed a paragonare i governi ne’ quali vennero stabiliti. Scrisse la vita di Alessandro suo capitano, e, come letterato ch’egli era, fondò la biblioteca ed il museo, ospizio di tutti i dotti. Ebbe quattro mogli: Artonide e Taide, privato; Euridice e Berenice, sul trono. Di Berenice, vedova di un guerriero, nacquero Arsinoe e Filadelfo; e tanto poteva sul re, che lo strinse ad associarsi al trono Filadelfo, per troncare le speranze e i diritti a’ primogeniti nati d’Euridice. Donde ebbe questi ironicamente il cognome di Filadelfo, poiché si sgombrò il trono con l’ingiustizia, ed assicurò le sue ragioni allo Stato col sangue de’ fratelli. Ed, anziché per riconoscenza e caritá figliale, fece deificare la madre per prudenza politica. Morto Tolomeo primo, lasciando specchio di sé a’ pastori de’ popoli, tacciato solamente, come Aurelio, di aver troppo compiaciuto all’amore della consorte, Filadelfo sposò Arsinoe di Lisimaco, da cui nacque Evergete. Ma, ripudiatala per congiura, raccolse la sorella Arsinoe, male avventurata nelle sue nozze in Siria; e, menatala moglie, l’amò sí caldamente, che la tristezza per la morte di lei gli affrettò il fine della vecchiaia. Fu principe di alti vizi, comandati dalla necessitá del trono, ma compensati da somme virtú; ospite delle scienze e delle arti, felice in guerra, e primo de’ re lontani che si alleasse co’ romani, giá illustri per la ritirata di Pirro.

III. Ma Berenice, che preoccupò il soglio d’Alessandria per Filadelfo, ottenne, con quella medesima persuasione che le schiudeva l’animo del marito Tolomeo Lago, il regno di Cirene ad Aga, suo figliuolo dal primo marito. Temendo poi Aga il diritto degli egizi al suo regno, mosse guerra, con gli aiuti del suocero Antioco Sotere, contro Filadelfo, suo fratello uterino. Ma, forzato dalla fortuna delle armi a domandar pace, l’ebbe con questi patti: che, s’ei non avesse successione maschile, tornasse il regno di Cirene alla casa de’ Tolomei, come dote di Berenice, unica figlia di Aga, la quale andrebbe in Egitto sposa all’erede di Filadelfo. Morto Filadelfo ed, alcun tempo dopo, Aga senza figliuolo, la madre di Berenice, ambiziosa del regno, chiamò dalla Macedonia Demetrio d’Antioco, anch’egli della stirpe de’ Tolomei, promettendogli le nozze e la dote della figliuola. Ma, innamorata del genero, ch’era giovine altèro della propria avvenenza, si concitò contro l’ira del popolo e la congiura de’ militari, guidati dalla donzella Berenice. Fu ammazzato Demetrio fra gli abbracciamenti della suocera, che, senza la figlia, a cui piangendo gridava pietá, sarebbe stata trafitta sul medesimo letto. Per questi fatti Berenice riebbe in isposo Evergete, successore di Filadelfo, recandogli in dote il regno di Cirene.

Rex novo auctus hymenaeo, Cognoram a parva virgine magnanimam. Bonum facinus, quo regium adepta es coniugium, quod non fortior ausit alis.

IV. Resta ad applicare i documenti storici alla guerra, cagione del voto di Berenice.

Qua rex tempestate... Vastatum fines iverat Assyrios.

Queste guerre siriache furono per gli egizi perpetue, e quasi dote di quella monarchia, causate dalla vicinanza e dal potere reciproco; onde le vediamo sin dalla etá di Sesostre. Ma piú incitamento di guerra erano a’ Tolomei le parentele, fonte d’odii a’ mortali e pretesto a’ principi di diritti; e la preparava lo stato agguerrito di quegl’imperi, nati dagli eserciti e da’ capitani d’Alessandro. Fra tutte le guerre, quella mossa da Tolomeo Evergete ci venne serbata da Giustino. Seleuco, che ereditò da Antioco il trono della Siria, uccise la matrigna, sorella di Tolomeo Evergete, ed il figliuoletto di lei. Per la fraterna vendetta e per isperanza di conquiste volò Tolomeo. Ribellarono le cittá avverse a Seleuco, e con quelle cittá si univa all’egizio tutta la Siria, se da domestica sedizione non fosse stato richiamato a’ suoi regni. Rinforzatosi Seleuco, assalí l'Egitto; ma, vinto, rifuggí in Antiochia al fratello Antioco, giovinetto di anni quattordici. Assumendo costui virile ardimento ed astuzia principesca, mosse l’esercito sotto sembianza d’aiuto, ma per arricchirsi delle spoglie fraterne, abusando della fede ospitale e della sventura del re consanguineo. Tolomeo, per rompere le forze collegate, o che si avvedesse che la guerra occulta fra questi due, ove fossero senza timore d’altro nemico, li distruggerebbe alla scoperta, si pacificò con Seleuco. Ed i fratelli, d’alleati, tornarono nemici implacabili, commettendosi alle armi de’ Galli mercenari, che si pasceano dell’oro del vinto e del sangue del vincitore.

Di queste tre guerre la prima e la seconda distano di pochi mesi. Pongo le nozze di Berenice dopo la prima, perché fu interrotta da sedizioni domestiche, delle quali Callimaco non fa motto, né il ritorno sarebbe stato sí fausto alla regina. Anzi, non mentovandosi dagli storici sedizioni sotto Evergete, credo che le parole di Giustino alludano alle insidie tramategli dalla regina di Cirene, che, per li patti della pace con Aga, era sotto la dipendenza dell’Egitto. Né poteano avvenir molto prima. Aga ebbe lunghissimo regno di anni cinquantuno. Le quali congetture mi persuadono a porre le nozze pochi dí innanzi la seconda guerra, giacché il re «partí nel tempo del nuovo imeneo».

Dulcia nocturnae portans vestigio, rixae, quam de virgineis gesserat exuviis:

dopo avere còlto il fiore della giovinetta, e’ ritornò trionfando di vittoria presta ed intera:

Is haut in tempore longo captam Asiam Aegypti finibus addiderat.

La terza guerra non fu guerreggiata.

V. Per liberare d’ogni opposizione le autoritá delle quali abbiamo formata la storia, recheremo questi documenti. La guerra siriaca del terzo re, di cui né lo , né il , né il , e meno i loro seguaci vollero far parola, è celebrata nel Monumentum Adulitanum, edito in Roma da , or son anni clxxii. Nondimeno, quantunque molti compilatori di storie lo attestino come irrefragabile, non dissimulo che per molte congetture mi riesce sospetto. Ma né quel monumento ci è necessario: assai piú provano queste memorie di Gioseffo ebreo: Ὁ τρίτος Πτολεμαῖος, ὁ λεγόμενος Εὐεργέτης, κατασχὼν ὅλην Συρίαν κατὰ κράτος, οὐ τοῖς ἐν Αἰγύπτῳ θεοῖς χαριστήρια τῆς νίκης ἔθυσεν, ἀλλὰ παραγενόμενος εἰς Ἱεροσόλυμα, πολλὰς ὡς ἡμῖν νόμιμόν ἐστιν, ἐπετέλεσε θυσίας τῷ θεῷ, καὶ ἀνέθηκεν ἀναθήματα τῆς νίκης ἄξια. Le parole: «il terzo Tolomeo appellato Evergete», e le altre: «i doni degni di tanta vittoria andando a Gerosolima dalla Siria tutta conquistata», unite a queste di Eratostene, coetaneo e concittadino di Callimaco: Ὁρόντ᾽ ὑπὲρ αὐτὸν [Leonem] ἐν τριγώνῳ κατὰ τὴν κέρκον ἀμαυροὶ ἑπτὰ [Stellae]: οἵ καλοῦνται πλόκαμοι Βερενίκης Εὐεργετίδος, dove chiamasi l’asterismo «trecce di Berenice Evergetide»; convincono:

1º che le cose scritte da Igino, ereditate di commentatore in commentatore, non sono, come asserisce il Volpi, «unice illustrantia Calllimachum»;

2° che questa Berenice non è quella di Teocrito, come vorrebbe il Pagnini (la quale mostreremo moglie del primo Tolomeo, poiché fu la Berenice deificata), né la moglie di Sotere, come narra, senza mai citar autori, il Bailly. Né ignoro che anche Tolomeo primo fu detto Sotere, , da’ rodiani, soccorsi contro Demetrio e mantenuti da lui in libertá, e che, prevalendo questa adulazione, fu poi ereditá di tutti i successori: ma il Tolomeo cognominato propriamente Sotere fu re in Alessandria ottavo, quando Conone e Callimaco non viveano piú, se non nella memoria degli uomini;

3° che se il Conti, il Doering, il Volpi e gli altri, i quali la chiamano Evergetide, ma figlia anch’ella di Filadelfo, interpretando col costume, recato da Diodoro, di sposar le sorelle il verso

ct avessero opposto al loro autore tutti quelli citati da noi, avrebber dato lume al passo di Diodoro; ed, anziché ritorcere a proprio soccorso la voce «fratello», avrebbono confermato l’antico uso di chiamare «fratelli» anche i cugini. Testimonio il poeta forse piú dotto de’ latini, che, parlando di antichissime famiglie e di greci costumi, chiama Oreste fratello d’Ermione, figli l’uno di Agamennone, l’altra di Menelao:

Quid? quod avus nobis idem Pelopeius Atreus? Et si non esses vir mihi, frater eras.

Cosí parimenti chiamavansi «fratelli» Berenice di Aga ed Evergete di Filadelfo, quantunque nati da due fratelli uterini.

VI. Fu l’etá di Berenice splendida per trionfi e per le muse, a principio invitate da Tolomeo Lago, ed onorate poi da Filadelfo. Que’ letterati aveano protratta la vita ad una gloriosa vecchiezza, sino a godere delle liberalitá di Evergete, o gli lasciarono illustri discepoli. Scrisse questo re i suoi commentari né so come sieno sfuggiti a ed a’ letterali che fecero il supplemento all’opera De historicis Graecis. Arricchí la biblioteca fondata dall’avo, per consiglio di , filosofo e principe. Con munificenza degna del nome suo di «liberale», fece copiare i tragici greci. Viveva ancora Callimaco sotto il suo regno, e vecchio scrisse questo poemetto, poiché da Filadelfo, che regnò anni ventisette, fu chiamato in Alessandria mentre era in etá da far da precettore. Il secolo de’ tre Tolomei (gli altri tralignarono in peggio sempre) merita una storia sua propria, pari a quella che l’inglese , amico dell’onore italiano, scrisse con sommo studio del secolo mediceo: seppure l’Heyne non vi avesse supplito nel suo libro, ch’io vidi citato, ma che non ho potuto leggere, De genio saeculi Ptolomaeorum. Né recherá detrimento alla loro fama il giudizio d’Ottaviano, che, dopo avere onorata la sepoltura d’Alessandro, sdegnò quella di Tolomeo, dicendo: «ch’ei voleva vedere re, e non morti»; quasi quell’usurpatore della fortuna di Cesare, grande per la sventura di Bruto e di Cassio, per le infelici passioni di Antonio, e molto piú per la viltá del senato e la stanchezza del popolo romano dopo tanto sangue civile, di veruna dote fregiato di principe, tranne dell’astuzia di Ulisse, volesse dare, con quelle parole, speranze all’impero di emulare piú quel grandissimo macedone che Tolomeo, suo successore. Ma Alessandro diede regni a’ suoi capitani, ed il nipote di Cesare l’ebbe dal valore de’ suoi guerrieri. La Grecia restituí con le sue rovine le arti e le lettere all’Egitto dopo la schiavitú delle repubbliche, ed all’Italia dopo la caduta dell’impero d’Oriente, col favore della famiglia de’ Tolomei in Alessandria, e de’ Medici in Firenze ed in Roma. Ma ora appena si degnano di ricordanza que’ greci, che, rifuggiti dopo il decimoquarto secolo a’ veneti ed a’ toscani, portarono agli avi nostri le greche muse e li armarono contro alla signoria degli scolastici.

Vixere fortes . . . . . . . . . . . . . . Multi! Sed omnes illacrymabiles urgentur ignotique longa nocte, carent quia vate sacro.

Discorso terzo - Di Conone e della costellazione berenicea

ct ct I. Dalla metamorfosi della chioma di Berenice in costellazione, a noi giunta con tanti documenti storici dalla men remota antichitá, acquista fondamento questa opinione: che i simboli fossero scrittura compendiosa della storia, la quale era trasferita dalla terra al cielo; onde piú si conoscerebbe l’etá del mondo chiamata «favolosa», se si potessero sapere tutti i simboli delle costellazioni. La quale lingua de’ simboli, usitata presso molte nazioni, fu, inventati gli alfabeti, politicamente riserbata come ereditá propria a’ sacerdoti ed a’ principi, i quali nascondevano al volgo la filosofia della storia. Varranno queste sentenze a confermare ciò che diremo intorno alle deificazioni. Trovo l’astronomia negli antichi tempi utile alla navigazione ed alla agricoltura, Lascerò a’ professori di questa madre delle scienze il disputare se quello fosse piú studio di stagioni e di meteore, che scienza di moti celesti. Affermo bensí che non senza disegno politico i savi ed i governi consegnavano all’ammirando e perpetuo corso degli astri la memoria delle gesta e delle arti piú chiare. Onde non mai uomo mi persuaderá che per odio o invidia di cittadini o per incuria di sacerdoti siesi perduta la chioma dal tempio. Era ella cosa sí preziosa da far affrontare la vendetta de’ principi ed il sacrilegio contro gli dèi? E sí agevole al furto era il luogo del tempio, ove si consecrò una chioma regale e di meravigliosa bellezza? Il re la fece egli stesso rapire, per maggiormente persuadere alle suddite genti la divina origine della famiglia de’ Tolomei e la possanza in cielo della prima Berenice, diva associata a Venere; e si valse della mano sacerdotale, della fama di Conone e dell’ingegno di Callimaco.

II. Conone fu samio, e celebre matematico dell’etá sua, che viene a cadere verso l’olimpiade cxxx. Tolomeo Filadelfo lo ricettò con gli altri nobili ingegni, che con la scuola alessandrina restituirono all’Egitto l’astronomia; e da quel tempo questa scienza stese salde radici nella Grecia. Tranne Manctone, piuttosto astrologo, e Tolomeo, egiziani, tutti quasi gli astronomi illustri sono greci. Conone viaggiò in Italia, ove fece le osservazioni su le fasi delle stelle fisse:

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