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L’incognita

Carlo Goldoni · 1909 · Free in the US

19,924 words · about 1 h 24 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1909 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=L'incognita&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Carlo Goldoni
Language
Italian
Published
1909
Length
19,924 words · about 1 h 24 min
Sections
8 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Lettera di dedica about 6 min
  3. L’autore a chi legge about 2 min
  4. Personaggi under 1 min
  5. Atto I about 21 min
  6. Atto II about 29 min
  7. Atto III about 18 min
  8. Nota storica about 8 min

Continue:

Front matter

ct ct ct ct

Indice

Lettera di dedica

ct ct ct ct

LCUNI Amici miei, nobilissima Dama, mi van dicendo che anche le lettere, colle quali dedico e raccomando le Commedie mie, vengono lette con avidità e con piacere. Ciò non può essere certamente nè perchè sieno da me elegantemente scritte, nè perchè in esse studiato mi sia d’introdurre cose piacevoli, che non è questo il fine per cui son fatte: la ragione sarà piuttosto, perchè avendo io fatta scelta, nel dedicare le Opere mie, di personaggi illustri per grado, per nobiltà o per dottrina, godesi da ciascheduno sentire di quelli i meriti, le virtù, i fregj, e quei precisamente che nella serie de’ Mecenati miei si ritrovano, concepiscono degli altri maggior diletto, in compagnia veggendosi di tante eroiche persone, che della protezione loro mi onorano; ma che diranno eglino, allora quando il nome vedranno impresso dell’E. V. ne’ fogli miei? Di questo si consoleranno assaissimo tutti, e correranno con giubbilo a leggere questa ossequiosa mia lettera, in cui cose ritroverebbono alla espettazione loro conformi, se stile avessi e valor bastante per dar al Mondo la giusta idea degl’infiniti meriti di una così gran Dama. È nota bastantemente la Famiglia nobilissima da cui nata siete in Roma, e vive ancora colà il nome del fu Eminentissimo Paracciani, dietro l’orme di cui vanno i virtuosi Fratelli vostri, fra quali Monsignore Auditor di Ruota, pieno di meriti e di sapere; nota è parimente la Casa illustre de’ Sorbellongi romana, dove foste voi collocata con prime nozze, arricchendola d’un Figlio maschio, che nato da sì gran Madre, non può che promettere la felicità de’ parenti suoi. Cessato di vi- vere dopo il corso di pochi anni il Consorte vostro in Roma, passaste a felicitarne un altro in Bologna, e ornare col pregevole acquisto della persona vostra la Città medesima, che vi adora. Conosciuta è niente meno la famiglia nobilissima, antica, de’ Conti Marascalchi, e sua Eccellenza il signor Senatore Vincenzo, degnissimo Vostro Sposo, è un Cavaliere pieno di mille fregj, reso da voi lietissimo e giubbilante nell’anno scorso col pargoletto vezzoso dato da voi alla luce, destinata essendo dal Cielo a portare ovunque voi siate le celesti benedizioni.

Tutto ciò non per tanto in ogni parte è palese; e quello che può interessare moltissimo l’altrui curiosità, consiste in una relazione dei personali infiniti meriti vostri. Vero è che la fama anche di questi ne ha sparso il grido, ma da me, che la fortuna ho avuto di potervi da vicino ammirare, s’attenderà facilmente dai più lontani dell’E. V. il ritratto. Questa per me sarebbe un occasione di farmi onore davvero, quando sapessi non dirò i lineamenti del vostro dolce viso dipingere, ma le belle qualità che vi adornano bastantemente spiegare. Pare che noi Poeti sogliamo sempre ingrandir le cose; che i ritratti nostri sieno eccedenti il vero, e perdo sono le lodi nostre sospette, giudicandole il volgo o dall’interesse, o dall’adulazion partorite. Grazie al Signore, non sono io da veruno di questi vizi attaccato, e pur troppo il dire la verità mi ha recato non piccioli pregiudizj. Ma quando anche nel ragionare di V. E. volessi eccedere, non potrei farlo, poichè contenendomi nei limiti della natura umana, senza i pazzi trasporti di quelli che vogliono divinizzare le persone che vivono, nulla dir posso di grande che in voi non si trovi, e non sorpassi il modo mio di spiegarmi, onde quando mi studj a far di voi il miglior ritratto ch’io sappia, dirà chi vi conosce: non la somiglia. Lo diranno poi anche per quella ragione medesima, per cui a cotal critica sono i più celebri ritrattisti soggetti. Convien riflettere in qual punto di vista l’originale e copiato. Taluno considera più una bellezza d’un’altra. Pare a talun altro che meno un qualche fregio sia rilevato, e siccome in V. E. tutti sono perfetti, con tanti colori vivi, non è sì facile far che tutte le parti abbiano un egual lume. S’io voglio, per esempio, far rilevare la vivezza del vostro spirito sorprendente, brillante, non trovo, per dargli risalto, quelle ombre che in qualche altra spiritosa si truovano; ma colorir dovendo con egual forza la vostra esimia prudenza, due forti colori uniti potrebbero per me, che pochissimo so quest’arte, produrre una confusione. Trattandosi però d’un ritratto di virtù morali, che non sopra una tela, ma va sui fogli colle parole impresso, posso disimpegnarmi, asserendo che il tempo e le occasioni fanno ora l’una, ora l’altra di queste due virtù maggiormente risplendere, sendo voi spiritosissima, quando la conversazion lo permette, savissima, quando l’opportunità lo richiede. Così delle altre vostre prerogative parlando. La gentilezza e il contegno, la splendidezza e la moderazione, il frizzo e la nobiltà de’ pensieri spiccano in Voi a vicenda, anzi regnano in voi con armonia perfetta, senza confondersi nelle azioni loro diverse, perchè regolate dalla virtù, che è la base fondamentale d’ogni vostra interna bellezza.

Sinora parlato ho di que’ ritratti che far si sogliono colla penna, ma se il pregio avessi, che ha il valoroso Pietro Zanotti, di farli, e con questa, e con il pennello, vorrei studiarmi anche adesso di dipingervi sopra una tela qual vi ho veduta, per sei sere, due anni sono, in Bologna in abito da Ermione. Fortunata Andromaca di , tu eri bella più che non sei, recitata colà da una sceltissima compagnia di Dame e di Cavalieri. Andromaca coi dolcissimi modi suoi mi ha fatto piangere per tenerezza, Pirro mi trasportava in Grecia colla verità dell’azione, e Oreste destava in me la maraviglia per una parte, e la compassione per l’altra; ed Ermione? Ah, la bellissima Ermione un carattere sosteneva da non piacere agli animi, alla pietà inclinati, ma sapea mescere di tante grazie gli accorti detti e le simulate passioni, che amabile si rendeva, anche nell’atto di tormentare. Il celebre Autor Franzese ebbe animo in questa Tragedia sua di far vedere in Ermione quanto abbia poter la donna sopra d’un cuore amante, e diedele tai sentimenti e tale arte, atta a far delirare. Ma se veduta avesse Ra- cine questa nobile novella Attrice, confessato avrebbe egli stesso, che più delle artifiziose parole sue, forza hanno due neri occhi brillanti, con tale industria or da fierezza, or da pietà regolati, che arte non val poetica nè a descrivere, nè a immaginare. Questa è l’unica volta ch’io ho saputo invidiare un Autor Franzese, e veggendolo sì fortunato, che al sommo grado fosse l’opera sua per sì bella cagion portata, se in volto della Greca Ermione tanto potere locato avessero i Numi, compatibili state sariano le furie d’Oreste; e quell’istesso impareggiabile Attore, che in faccia vostra un tal personaggio eccellentemente rappresentava, con tutto che fornito egli sia d’uno spirito e d’una vivacità sorprendente, non so come egli potesse anche nella finzione resistere.

Tempo è ormai ch’io esca d’un tal proposito, in cui mi sarò forse troppo arditamente diffuso; ma tanta è l’impressione che fecesi nell’animo mio allora, che con piacer ne ragiono, e come dissi, vi dipingerei anche adesso, se l’arte avessi di farlo. Meglio per me sarebbe per altro ch’io descriver sapessi le morali virtù che vi adornano, e lo farei ben anche, se avessi la perfetta cognizione di esse posseduta dal celeberrimo Dottor Francesco Zanetti, che le ha sì bene descritte in quel suo eccellente trattato della Morale Filosofia, in compendio ridotta, regalatomi gentilmente dall’amico vostro, l’eruditissimo Signor Conte Gregorio Casali. Leggete pure, nobilissima Dama, col genio vostro alle Lettere, un cotal libro, e troverete in esso di che consolarvi, quelle virtù, quelle massime rilevandovi, che in voi medesima sono e per natura, e per istudio, e per educazion radicate; e siccome consiglio tutti a studiare su tal volume la vera virtù, per l’amore che deesi alla medesima avere, e per la facilità che in esso trovasi di ben conoscerla e di fondatamente impararla, così animare li voglio eziandio a farlo, per concepire quell’idea del merito vostro, che a me non dà l’animo colle parole mie di rappresentare. Per me dando fine a questo ossequioso mio foglio, restringerommi soltanto a supplicare l’E. V. di accogliere sotto gli auspicj dell’alta protezione vostra questa Commedia mia, che umilmente vi raccomando. Ella ne ha bisogno più di alcun’altra, perchè di un genere ro- manzesco poco a me famigliare, e che mi può essere criticato, e il nome che porta in fronte dell’E. V., può renderla rispettata e gradita. Qualunque siami una tal Commedia riuscita, costami più fatica di tante altre, e almen per questo ho preso io ad amarla, e ingegnato mi sono di procacciarle una magnanima protettrice; spero che la benignità di V. E. non riguarderà la viltà dell’offerta, ma l’animo ossequioso dell’offerente, concedendomi ch’io possa in faccia del mondo tutto gloriarmi di essere quale mi onoro di rassegnarmi.

Di V. E.

L’autore a chi legge

ct ct

UESTA Commedia che ora pubblico colle stampe, diversa è forse da tutte le altre mie. Ella è romanzesca, fatta per me non per inclinazione ch’io avessi ad un tal genere di teatrale componimento, che anzi ne son nemico, ma per un mero capriccio, in una certa occasione che a farlo mi ha stimolato. Alcune commedie di tal carattere esposte furono sulle Scene da un valoroso soggetto ch’io tanto venero, quanto egli me disprezza ed insulta. Fortunate riuscirono tali composizioni, da un noto Romanzo onninamente estratte, e quantunque condannassi io dentro di me medesimo la massima di nuovamente sulle nostre Scene introdurle, l’esito m’invaghì di darne una io pure al Popolo, che del sorprendente qualche volta s’appaga. Non volli però io, in ciò facendo, perdere soverchio tempo nella lettura di alcun romanzo, ma ideandomi una favola romanzesca, tessei con tale immagine la presente Commedia, la quale è di tanti fatti, di tanti accidenti ripiena, che potrebbe servir di sommario per un romanzetto di quattro tomi almeno. In verità, se ozio avessi, provarmi vorrei a farlo, e intitolarlo vorrei il Bravo Impertinente. Era questo il titolo d’una commedia da me promessa al pubblico, fra le sedici scritte nell’anno 1750, ma venendomi voglia di far l’Incognita, in vece sua, per adempire e la mia volontà e l’impegno mio, intitolai la Commedia allora: L’Incognita perseguitata dal Bravo Impertinente.

Parratti superfluo, Lettor carissimo, ch’io voglia renderti conto di una si frivola mutazione, ma pure ho dovuto farlo, poichè dar si potrebbe che nella edizion di Venezia piantata fosse tale Commedia nella maniera che i comici l’hanno avuta, e parrebbe a taluno che quella e questa non fossero la stessa cosa. Per dir il vero però, la stessissima cosa non sono, poichè pensando io a stam- parla, in molte parti l’ho regolata, e colà (se non vien copiata da questa) sarà come tante altre malconcia. Questa dunque, com’io diceva a principio, è una commedia romanzesca, perchè nel giro di poche ore una moltitudine di accidenti comprende inaspettati e strani, e talor sorprendenti; tuttavolta però studiato ho di condurli in maniera tale, che non abbiano a dirsi impossibili o inverisimili, ma solo da una estraordinaria combinazione diretti. Se avessi prima formato o letto un romanzo, e i fatti sparsi pel medesimo avessi unito in una commedia, caduto sarei anch’io per necessità nell’impossibile, o nella confusione almeno, ma la Commedia originalmente tessendo, ho accomodata la favola al bisogno mio, e se gli uditori diranno dopo di averla veduta: oh quanta roba in una commedia! non diranno almeno: oh quanti spropositi! oh quante bestialità! E chi averà la sofferenza di tener dietro al filo della medesima, partirà contento d’averla sentita. Questo è quello però che sfuggir si deve, cioè non conviene affaticare l’uditore per modo che abbiagli a doler il capo per l’applicazione, e non possa nemmeno soffiarsi il naso, per non perdere la traccia degli accidenti; ma in cinquanta commedie la varietà parmi non disconvenga, ed ho sentito colle orecchie mie dir più d’uno, essere questa la miglior Commedia che io abbia fatto. Certamente se io l’avessi creduta indegna affatto di compatimento, non l’avrei nemmeno stampata, ma parlo così per i genj più delicati, per quelli che della vera Commedia s’intendono, i quali poi non sono moltissimi.

Personaggi

ct OTTAVIO, finanziere.

BEATRICE, sua moglie.

PANTALONE, mercante veneziano.

LELIO, bravaccio, suo figliuolo.

ROSAURA, incognita, tenuta in casa di

COLOMBINA.

FLORINDO, cittadino, amante di Rosaura.

RODOLFO, vecchio.

ELEONORA, contessa.

BRIGHELLA, servitore di Lelio,

ARLECCHINO, servitore d’Ottavio.

Un TENENTE di granatieri.

II MASTRO della Posta.

MINGONE, servitore di Ottavio.

Il BARGELLO.

Un Cameriere dell’osteria.

Un Uomo armato.

Il Vetturino.

Sei Granatieri, che non parlano.

Uomini armati, che non parlano.

Atto I

fi ct ct ct ct Rosaura. Oh Dio! Florindo, dove mi conducete voi?

Florindo. Andiamo, e non temete. Un calesse ed un cavallo ci aspettano. Voi salirete in calesse con Colombina, io a cavallo vi seguirò, e fra un’ora al più saremo in luogo sicuro.

Rosaura. Ah, l’onor mio vi sia a cuore!

Florindo. Questo deve premere a me niente meno che a voi. Se avete a essere mia consorte, immaginatevi con qual zelo procurerò custodirlo!

Rosaura. Oh Dio! Dov’è Colombina? Non viene? Avvertite che senza di lei non mi lascio condurre.

Florindo. Ella ci segue, e poco può tardare a raggiungerci. Sapete che ha ella acconsentito alla nostra fuga, e vi terrà quella custodia medesima, ove anderemo, che vi ha tenuta per sei mesi nella propria sua casa. Convien superare ogni difficoltà. È necessario togliervi dalle insidie di Lelio che vi perseguita, che v’insulta, che minaccia rapirvi, ed io sapete voi quante volte sono stato in pericolo di perdere per vostra cagione la vita. (Ah, se Beatrice s’accorge della mia fuga, tenterà impedirla. Temo ancor più di Lelio questa donna importuna).

Rosaura. Ma dove anderemo? Ma dove pensate voi ricovrarmi?

Florindo. Deh, non perdiamo inutilmente il tempo. Raggiungiamo il calesse, che ad arte ho fatto trattenere fuori di questa terra. Colombina ci avrà prevenuti per via più corta. Andiamo, Rosaura, andiamo. Fidatevi di me, e non temete.

Rosaura. L’amore che ho per voi, ed il timore di Lelio, son due stimoli alla mia fuga. Il cielo, che vede l’onestà delle nostre intenzioni, ci sarà scorta. Oimè, sento gente.

Florindo. Andiamo, andiamo, non ci arrestiamo per questo; all’alba del giorno i contadini vanno al lavoro. Non vi prendete pena d’incontrar gente. (A quest’ora Beatrice non sarà alzata).

Rosaura. Vedete un uomo che si è fermato dietro quegli alberi?

Florindo. Che importa questo? Seguitiamo la nostra strada.

Rosaura. Oh Dio! Mette mano alla spada.

Florindo. Cielo, aiutami, egli è Lelio.

Rosaura. Ah, che il cuore me lo diceva.

Florindo. Presto, nascondetevi.

Rosaura. Dove?

Florindo. Il traditore non passerà. ct ct Lelio. Indegni, vi ho colto al varco.

Rosaura. Dei, assistetemi.

Lelio. Non fuggirai.

Florindo. Chi vuol seguirla, ha da passare per questa spada.

Lelio. Inciampo lieve per arrestarmi. ct ct ct Che delizioso soggiorno è la campagna! Che bel levarsi la mattina per tempo a godere i fiori novelli, che spuntano con il sole! Che soave piacere udir il canto degli augelletti, che si rallegrano nell’uscire dai loro nidi! Quanto volentieri spendo la metà dei miei giorni in questa solitudine amena! Non darei un giorno di villa per un mese d’abitazione in città. ct ct Rosaura. Ah signore, soccorretemi per pietà!

Ottavio. Chi siete voi?

Rosaura. Sono una povera sventurata; il mio nome è Rosaura.

Ottavio. Parmi di avervi un’altra volta veduta.

Rosaura. Io due volte ho veduto voi.

Ottavio. Siete dunque di questa terra?

Rosaura. Sono sei mesi che vi abito.

Ottavio. Ed io non son che otto giorni, che ho qui ripigliato il soggiorno.

Rosaura. Deh signore, per carità, difendetemi. Un traditore m’insidia.

Ottavio. Non temete. In casa mia non vi sarà chi ardisca insultarvi. Ma chi è il vostro persecutore?

Rosaura. Lelio, figlio di quell’onorato mercante...

Ottavio. Sì, lo conosco, il figlio di Pantalone: figlio indegno, che degenera affatto dall’onorato carattere di suo padre; ma da voi che pretende?

Rosaura. Più volte mi ha chiesto amori.

Ottavio. Qual sorta d’amori?

Rosaura. Di quelli che chiedono i discoli pari suoi.

Ottavio. E voi l’avete scacciato?

Rosaura. Si signore.

Ottavio. Vi lodo, vi stimo e vi reputo per una giovane di merito singolare.

Rosaura. Signore, io non pretendo di aver gran merito a far quello che ogni fanciulla onorata è obbligata di fare.

Ottavio. Felice il mondo, se tutti facessero quello che sono obbligati a fare. Ma ditemi, chi siete voi? All’aspetto, al brio, al ragionar che voi fate, mostra essere di voi indegno quell’abito villereccio che ora portate.

Rosaura. I miei casi non sono di così lieve rimarco, che possa farvene brevemente il racconto, nè sono in grado di favellare più a lungo, oppressa tuttavia dal timore e dalla pena, che egualmente mi opprimono.

Ottavio. Qual timore? Qual pena? Voi siete in luogo di sicurezza.

Rosaura. Ah, che la mia pena, il mio timore sono diretti a chi amo più di me stessa.

Ottavio. Dunque amate?

Rosaura. Signore, e chi non ama?

Ottavio. E chi è l’oggetto de’ vostri amori?

Rosaura. Florindo, quel giovane cittadino che abita in questa terra.

Ottavio. Sì, conosco anche lui. Giovane di buoni e morigerati costumi. Pratica frequentemente nella mia casa. E qual timore avete per lui?

Rosaura. Lelio lo assalì colla spada.

Ottavio. Quando? Dove?

Rosaura. Dietro al vostro giardino, mentre Florindo istesso seco tacitamente mi conduceva.

Ottavio. Florindo vi conduceva seco tacitamente?

Rosaura. Lo facea per sottrarmi...

Ottavio. Sull’alba del giorno? Seco tacitamente?

Rosaura. Sappiate, signore...

Ottavio. Voi siete quella giovane savia, che sa con tanto rigore difendere la propria onestà?

Rosaura. Deh, ascoltatemi...

Ottavio. Sareste forse una pazzarella, che fugge da un amante per riserbarsi ad un altro?

Rosaura. Deh, ascoltatemi per pietà!

Ottavio. Parlate, e non isperate da me soccorso, senza giustificarmi la vostra condotta.

Rosaura. Ah sì, malgrado la confusione in cui sono, parlerò, mio signore, sì, parlerò. Giuro esser sincera; se tal non sono, scacciatemi, e se vi pare ch’io meriti la vostra pietà, datemi quel soccorso che esigono le mie sventure.

Ottavio. Via, parlate. (Il di lei volto non mi fa credere ch’ella abbia il cuore scorretto). ct ct Beatrice. Mi consolo, signor consorte; vi divertite di buon mattino. Non mi stupisco, se vi annoiate di giacere nel letto, poichè una sì bella cagione vi sollecita ad essere vigilante.

Ottavio. Sospendete di mal pensare di me e di questa povera sventurata.

Rosaura. Signora, io sono povera, ma onorata.

Beatrice. Le povere che oneste sono, non vanno a quest ora a chieder l’elemosina agli ammogliati.

Rosaura. Io non sono venuta qui a chiedere un pane.

Beatrice. Dunque che pretendete?

Rosaura. Assistenza, protezione e pietà.

Beatrice. Non temete; il signor Ottavio è pieno di carità per le belle giovani, come voi siete.

Ottavio. Consorte mia, la fanciulla che voi vedete, ha d’uopo della mia protezione. Io non ho cuore d’abbandonarla. Ma acciò non crediate sia interessata la cura che di essa mi prendo, a voi la consegno. Custoditela voi, e rammentatevi che le persone di garbo, come voi siete, hanno impegno di soccorrere gl’infelici.

Beatrice. E chi è costei? Da noi che richiede? Qual disavventura la porta a ricorrere a questa casa?

Ottavio. Nel punto che voi giungeste, ella mi rendeva conto dell’esser suo. Non seppi altro sinora, se non che quel temerario di Lelio l’insulta e la perseguita. Ciò impegnommi a difendere la di lei onestà. Mi riserbai per altro a prendere maggior impegno, dopo la cognizione totale dell’esser suo. Rosaura, il racconto che a me eravate disposta a fare, fatelo alla mia signora: ella non è meno generosa di me; assicuratevi della sua protezione, se sarete in grado di meritarla; consorte amatissima, a voi raccomando usarle quella pietà ch’ella merita, e rimettendo a voi la di lei causa, e lasciandola all’arbitrio vostro, conoscerete ch’io sono un marito onesto, un cavaliere onorato, un protettore innocente. ct ct Beatrice. (Mi pento di aver sinistramente pensato). Buona giovane, venite qui.

Rosaura. Eccomi a’ vostri cenni.

Beatrice. Sappiate che mio marito è l’uomo più onesto e più prudente di questo mondo.

Rosaura. Ho sentito da tutti parlar di lui con rispetto.

Beatrice. Egli non è capace di amare altra donna che la propria moglie.

Rosaura. Chi ha una sposa amabile come voi, non lo potrebbe fare volendo.

Beatrice. Palesatemi le vostre disavventure, e assicuratevi che troverete in me tutto l’amore, tutta la protezione che abbisognare vi possa.

Rosaura. Voi mi consolate, signora, e niente meno sperar poteva dalla vostra pietà. Lelio m’insidia, Lelio mi perseguita. A forza mi vuol far sua. Io amo Florin...

Beatrice. (Come! Ama Florindo?)

Rosaura. Egli mi vuol sua sposa...

Beatrice. (Florindo, impegnato a servirmi, vuole sposare costei?)

Rosaura. Signora, voi non mi ascoltate.

Beatrice. (Ed egli a me lo tiene celato?)

Rosaura. Sospenderò l’importunarvi, se vi do noia.

Beatrice. Dite, dite. Florindo vi ama? Vi fa sua sposa?

Rosaura. Sì, mia signora, il cielo impietosito di me, mi offre questa fortuna. Ma Lelio tenta distruggere le mie speranze, tenta rapirmi; ed il mio sposo, per sottrarmi da un sì fiero pericolo, allestito un calesse, m’involava questa mattina agli occhi di quel ribaldo.

Beatrice. (Mi sento arder di sdegno).

Rosaura. Lelio ha scoperto la nostra fuga; ci sorprese coll’armi alla mano. Io salvata mi sono, ma di Florindo, oh Dio! sa il cielo che mai sarà succeduto.

Beatrice. (Fosse morto l’indegno! )

Rosaura. Venni qui a ricovrarmi, senza sapere dove mi portasse il destino. Eccomi nelle vostre braccia, eccomi ad implorare da voi pietà.

Beatrice. (Ecco nelle mie mani una mia nemica).

Rosaura. Giusto è per altro, prima che v’impegnate a proteggermi, che dell’esser mio vi renda, per quanto posso, informata. Sappiate dunque ch’io sono...

Beatrice. Venite meco. Nelle mie camere con più agio vi ascolterò.

Rosaura. Vi sieguo ove comandate.

Beatrice. Precedetemi. Chi è di là?

ct ct Beatrice. Accompagnate questa giovane al mio appartamento.

Rosaura. Il cielo vi remuneri di tutto il bene che siete disposta a farmi. Vi raccomando la mia vita, la mia onestà; vi raccomando l’innocente amor mio, e sia un primo atto della vostra pietà assicurarmi che sia vivo e sia salvo il mio adorato Florindo. ct ct Cosa mi raccomandi, che mi eccita a fiero sdegno. Come! Così poco rispetta Florindo una donna del mio carattere, una donna che lo ammette all’onesto possesso della sua grazia? Io mi sagrifico per sua cagione ad abitare la metà dell’anno in questa piccola terra; preferisco la di lui servitù a quella di tanti altri da me negletti, e così ingratamente il perfido mi corrisponde? Lo so, perchè più di me non si cura. Perchè non può sperare da una moglie onesta quell’indegno frutto che cercano gli sciagurati da’ loro scorretti amori. Ecco la ragione per cui mi abbandonasti; perchè non sai amare virtuosamente. Tu sei vago di compiacere la tua passione. Ma questo tuo pensiere a me non lo hai palesato; che se palesato l’avessi, ti avrei fatto pentire d’aver osato pensare temerariamente di me. Sì, ti amo, ma onestamente; sono di te gelosa, ma senza intacco dell’onor mio. Nulla puoi sperare da me; ma nulla voglio che tu ricerchi da un’altra. Tu amar altra donna? Tu aspirare a sposarla? Giuro al cielo, non sarà vero. L’averai a fare con me. Scellerato Florindo... Ma, oh Dio! che sarà di lui? Tardar non voglio a rintracciarne la verità. Ah, se egli muore, se egli è ferito, se ei mi abbandona, sopra colei che il destino ha condotta nelle mie mani, giuro di fare la più crudele vendetta.

ct ct ct Lelio. Sì, lo giuro al cielo, o trovami tu Rosaura, o la tua vita la pagherà.

Brighella. Ma come ho io da far a trovarla?

Lelio. Ella non può essere lungi da noi. Fuori di questa terra non può essere andata. Cercala, trovala e pensaci tu.

Brighella. No disela che gh’era un calesse preparado per condurla via? La sarà andada via.

Lelio. In quel calesse non sarà andata via certamente. Il vetturino ha da pensare a guarire dai colpi del mio bastone, ed i cavalli non cammineran con tre gambe.

Brighella. L’ha bastonà el vetturin?

Lelio. Sì, e lo stesso farò di te.

Brighella. L’ha taià una gamba ai cavalli?

Lelio. Una a te ne taglierò, se non mi trovi Rosaura.

Brighella. Caro sior padron, i cavalli con tre gambe i poi camminar; ma mi con una sarà difficile.

Lelio. Non è tempo di facezie. Cerca Rosaura, e in qualunque luogo ella sia, assicurati che la saprò involare, a dispetto di tutto il mondo.

Brighella. Mi farò tutte le diligenze per saverlo, e subito che so qualche cosa, l’avviserò.

Lelio. Non vi è stata cosa da me voluta, che ottenuta non l’abbia.

Brighella. La supplico in grazia: la m’ha dito che i s’ha battudo co sior Conte; com’èla andada a fenir?

Lelio. È venuto mio padre e gli ha salvato la vita.

Brighella. Povero sior Pantalon!

Lelio. Ma che non torni; ma che non torni mio padre in un caso simile. Giuro al cielo! Venirsi a esporre in difesa d’un mio nemico, quando ho la spada in mano? Mio padre ha poca prudenza.

ct ct Lelio. Brighella, va, trova mio padre, e digli che non faccia più una cosa simile, perchè.... perchè.... Basta, digli che non ci torni.

Pantalone. Cossa vorla dir, patron? Cossa sarà, se tornerò? La diga, cossa sarà? (a Lelio) Andè via de qua.

Brighella. Servitor umilissimo.

Lelio. (Ehi, ci siamo intesi).

Brighella. (Non occorr’altro).

Pantalone. Cossa gh’è? Segreti?

Brighella. Eh! Mi son galantomo. La sa chi son. (Sto sior Lelio me vol far perder el pan).

Pantalone. Caro el mio caro fio, ma fio, po fio, che ve lo digo de cuor, che razza de viver xe el vostro? Che razza de parlar? Vostro pare, per provvidenza del cielo, vien avvisà che ve trovè impegnà colla spada alla man; el corre, povero vecchio, el corre in soccorso della vostra vita, in difesa della libertà: el ve libera dal pericolo o de restar sulla botta, o de morir in una preson, e vu lo ringraziè in sta maniera? Un povero vecchio de sessantacinqu’anni, che ha sfadigà tutto el tempo de vita soa per vu, unicamente per vu, per farve ricco, cussì lo trattè? Anca in tempo che el rischia la vita per causa vostra, invece de ringraziarlo, de benedirlo, lo manazzè? Tocco de desgrazià, ti me manazzi? Se ghe tornerò, ti disi? Se ghe tornerò? No, no ghe tornerò più, no tornerò più dove che ti sarà ti; ma ti no ti tornerà dove che son mi. Furbazzo! A sto eccesso ti xe arriva? Orsù, t’ho soffrio abbastanza, no te vôi più sopportar. In casa mia no ghe star più a vegnir. Chi manazza el pare, no xe degno d’averlo. Chi sprezza un pare che gh’ha dà la vita, no merita compassion, no merita che lo soccorra el cielo, no merita che lo sostegna la terra.

Lelio. Dunque non mi volete più in casa?

Pantalone. No, desgrazià, no te vôi.

Lelio. Servitor umilissimo.

Pantalone. Dove vastu?

Lelio. A provvedermi un alloggio.

Pantalone. Cussì, co sta bella disinvoltura?

Lelio. Così placidamente, senza alterarmi. Vi par molto, eh? che un figlio si senta scacciar dal padre, e non dia quattro cospetti uno più bello dell’altro.

Pantalone. Ah Lelio, ti va in precipizio, e no ti lo sa.

Lelio. Benissimo; se ho d’andare in precipizio, fuori di casa vi anderò più presto.

Pantalone. Ma varda se ti xe una bestia. Varda se ti xe un omo strambo, un omo senza giudizio. Invece de procurar de placarme, invece de pregarme, de sconzurarme che te tegna in casa, no ti ghe pensi, e ti me disi servitor umilissimo?

Lelio. Ho io da inginocchiarmi davanti mio padre, perchè mi dia da mangiare e da dormire? Son vostro figlio, siete obbligato a farlo.

Pantalone. Cussì ti parli a to pare?

Lelio. Io parlo schietto. Non ho paura, quando dico la verità.

Pantalone. Orsù, vame lontan, e vederemo se son obbligà a mantegnirte.

Lelio. Oh, mi manterrete anche lontano.

Pantalone. Anca lontan? Come, cara ela?

Lelio. Col vostro grano, col vostro vino. Ma che dico col vostro grano, col vostro vino? Col mio, col mio. In questi poderi ci ho anch’io la mia parte. Mia madre mi ha partorito in casa, ho da vivere anch’io.

Pantalone. Ben; vederemo quel che te tocca per giustizia, e te lo darò.

Lelio. Eh, che la giustizia io me la fo da me stesso.

Pantalone. Da te stesso?

Lelio. Sì, da me stesso. Se i contadini non vorranno morire bastonati, mi daranno il mio bisogno.

Pantalone. Oh poveretto mi! A sto eccesso ti arrivi? De sta sorte de cosse ti xe capace? Sassinar to pare? Robarghe le vissere? Farlo morir desperà? Ma ghe troverò remedio. Ricorrerò alla giustizia, te farò metter in t’una preson.

Lelio. Di ciò me ne rido. I birri non si azzarderanno accostarsi.

Pantalone. I te mazzerà.

Lelio. E allora tutti sarete contenti.

Pantalone. Ah Lelio, te prego per carità, mua vita, caro Lelio, per amor del cielo, mua vita.

Lelio. Orsù, se volete ch’io muti vita, fatemi voi mutare stato.

Pantalone. Ma come? Farò tutto quello che poderò. Dime, come hoio da far a farte muar stato?

Lelio. Datemi moglie.

Pantalone. Via; perchè no? Troveremo un bon partio, e son contento.

Lelio. Il partito l’ho ritrovato. Rosaura mi piace. Datemi quella, e può essere che mi vedrete cambiato.

Pantalone. Ma ti voi sposar una che no se sa chi la sia?

Lelio. A me non importa saper chi ella sia: mi piace, e tanto mi basta.

Pantalone. No, caro Lelio, la reputazion no vol che accorda sto matrimonio, e po ti sa pur che Florindo la vol per elo, che ti xe sta in cimento d’esser mazzà per sta putta.

Lelio. Che cimento? Ammazzerò Florindo e quanti pretenderanno impedirmi ch’io sposi Rosaura. Se incontro colui, lo voglio crivellare colla mia spada Sentite, signore, se mi trovate in un caso simile, non vi arrischiate a difenderlo. Quando mi accieca la collera, non conosco nessuno. ct ct Oh povero Pantalon! Oh povero pare desfortunà! Gh’ho un unico fio, e el me dà tanto da suspirar. Per causa soa ho resecà el negozio in città, e me son retirà in campagna, e me con- tento de viver in t’una terra, acciò le occasion e le pratiche della città no lo fazza precipitar. Ma qua femo pezo che mai. L’ozio della campagna l’ha precipità. Nol parla d’altro che de dar, de struppiar, de mazzar. In sto liogo noi gh’ha suggizion de nessun. Qua la giustizia no ghe fa paura. Ma ricorrerò al Governator, me butterò ai so piè, lo pregherò de trovar la maniera de farmelo andar lontan. El xe el mio unico fio, ghe vôi ben più che a mi medesimo; ma se no penso a correggerlo, se no gh’averò cura de castigarlo, sarò mi credesto a parte delle so colpe, sarò mi quello che le averà fomentade, e me crederò sempre in debito de tutto quel mal che averò perdonà a un fio discolo, a un fio vizioso e baron. ct ct ct Oh me infelice! Dov’è la mia adorata Rosaura? Ah, che se io non la trovo, mi voglio uccidere colle mie mani. Chi sa non l’abbia raggiunta Lelio? Chi sa ch’ella non sia fra le di lui braccia? Oh pensiere che mi tormenta! Oh rabbia che mi divora! ct ct ct Rosaura. Ah Florindo mio!

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