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Il giuocatore

Carlo Goldoni · 1909 · Free in the US

21,226 words · about 1 h 29 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Carlo Goldoni
Language
Italian
Published
1909
Length
21,226 words · about 1 h 29 min
Sections
8 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Lettera di dedica about 5 min
  3. L’autore a chi legge about 2 min
  4. Personaggi under 1 min
  5. Atto I about 24 min
  6. Atto II about 24 min
  7. Atto III about 27 min
  8. Nota storica about 7 min

Continue:

Front matter

fi

ct ct ct ct

Indice

Lettera di dedica

ct ct ct

IUNO meglio di Lei, Illustriss. Sig. Conte, può giustificare, se sia vero che da un genio Comico sino ne’ primi anni dell’età mia trasportato io fossi; poichè avendo io l’onore di esser seco frequentemente fin dall’ora, il nostro più geniale trastullo, i nostri fanciulleschi diporti consistevano principalmente nell’abbozzare piccole Commediole per uso de’ Burattini, che dalle nostre mani medesime venivano poi regolati. Oh, dove sono eglino andati que’ felicissimi giorni, ne’ quali tanto piacere io provava nel passar l’ore colla di Lei amabilissima compagnia? I soli voti ch’io porgeva all’amorosa mia Madre erano questi, o di poter io frequentare la di Lei Casa, o impetrare ch’Ella si degnasse di passar nella mia. E tanto amore e tanta benignità avea per essa la nobilissima di Lei Genitrice, nata dalla illustre, eccelsa Famiglia degli Estensi Tassoni, che con generosa condescendenza non cessava di secondar le mie brame. Il Padre mio in quel tempo trovavasi dalla di lui Famiglia lontano; molti anni lasciò la Moglie e due Figli senza la di lui presenza e custodia, poichè vendutasi al pubblico incanto quella carica di Notaro al Magistrato Eccellentissimo de’ cinque Savj alla Mercanzia in Venezia, che per quarant’anni aveva esercitata per grazia e dono della pubblica beneficenza, non trovandosi in grado di soccombere al gravoso sborso, tentò di cercare altrove miglior destino, e stette in Roma parecchi anni ad imparare la Medicina, nella quale poscia si esercitò per tutto il tempo di vita sua, e morì Medico condotto nella grossa Terra di Bagnacavallo, situata nel Ferrarese. Trovandomi io dunque senza l’educazione del Padre, con quella soltanto di una Madre amorosa e sollecita del bene de’ propri Figliuoli, avea io necessità certamente che Dio mi provvedesse de’ buoni esemplari, di ottime guide per battere il miglior cammino, in quella età in cui le buone e le cattive inclinazioni si vanno a poco a poco formando. Felicissimo non per tanto posso io chiamarmi, e lo riconosco per un effetto della Provvidenza Divina, aver io in quel tempo della mia puerizia avuto dinanzi agli occhi lo specchio ammirabile della di Lei saviezza, e dietro la scorta di quelle virtù che in Lei superavano di gran lunga l’età, andava io formando il cuore ed apprendendo le maggior massime, affetto prendendo agli studj, alle lettere, ed ai meno pericolosi trattenimenti. Il destino poscia ci separò. Io nell’età di anni dodici chiamato dal Padre mio in Perugia, colà feci il corso di quegli studj, che dalle Scuole dei venerabili ed al Mondo utilissimi Padri della Compagnia di Gesù con tanto profitto alla gioventù si offerivano. Indi nel Collegio Ghislieri nella Città di Pavia studiai per tre anni la Legge, e poscia nell’Università di Padova presi la Laurea Dottorale per esercitare in Venezia, come feci per qualche tempo, la professione dell’Avvocato.

Ella, Illustriss. Sig. Conte, passò in Vicenza nobilissima Patria sua, dove da più secoli l’antichissima di Lei Casa sostiene cospicuo grado ed infiniti onori. Colà aspettato da’ Nobilissimi Congiunti suoi e dalla Città tutta, che in Lei prevedeva un vero Erede de’ Trissini valorosi, onore della Patria loro non meno, che di tutta la Repubblica Letteraria, e fu alla comune aspettazione seconda la mirabile di Lei condotta, la saviezza e prudenza sua, e le di Lei virtù corrispondono fedelmente a quelle illustri e magnanime de’ suoi gloriosi Antenati.

Con qual contentezza non mirerà egli dal Cielo un sì degno Nipote, un così illustre posseditore de’ suoi talenti e saggio imitatore delle sue più belle virtù, quel , che nel secolo XVI tanto splendore recò all’Italia, tanto illustrò la Tragica Poesia colla Sofonisba, e l’Epica Poesia con l’Italia liberata da’ Goti, nelle quali Opere insigni fu egli il primo fra gl’Italiani, ed eccitò i più felici talenti ad imitarlo e seguirlo?

Ella ha perfettamente ereditato il suo genio, il suo merito e le sue inclinazioni, e nella cospicua carica di Bibliotecario, che in Vicenza sostiene, fa mirabilmente spiccare il di Lei talento felice, l’amore che serba alle lettere, e il desiderio vivissimo che la gloria si aumenti della Patria sua e della sua gloriosa Famiglia. Dio volesse che siccome studiai d’imitarla ne’ primi tempi, ne’ quali l’umano intelletto forze non ha bastanti per conoscere ed abbracciare le migliori scienze, avessi poi potuto coll’andar degli anni, mercè del chiaro esempio suo, seguirla, che ora non piangerei l’abbandonamento de’ migliori studj per seguir questo della Comica Poesia, da sì dure spine circondato e sì malagevole. Solletica qualche fiata l’applauso popolare, che a qualche Comica rappresentazione si dona, ma non è questa bastevole compensazione alle fatiche incessanti dello spirito, che consumasi al tavolino, alle critiche sanguinose, alle quali soggette sono anche le Opere più fortunate, ed al rammarico tormentoso, allora quando alcune di esse veggonsi, malgrado lo studio e l’applicazione, dal Pubblico disapprovate. Il Padre ama egualmente tutti i di lui Figliuoli, non conosce i difetti loro, e sono tante ferite pel di lui animo le dicerie che contro di quelli vengono pronunziate. Due volte degg’io andare incontro colle Opere mie ad un così incerto destino: l’una, quando le do al Pubblico dalle Scene; l’altra, allorchè le rendo pubbliche colle stampe. La prima volta vanno elleno senza presidio alcuno abbandonate alla discrezione degli Uditori, i quali sono per la maggior parte a lacerarle inclinati; ma la seconda fiata, siccome durevole esser deve, qualunque siasi, la comparsa loro agli occhi dell’Universale, fo studio di provvedere ciascuna di esse di un autorevole Protettore.

Ecco dunque che questa, la quale ha per titolo Il Giuoca- tore, viene a V. S. Illustriss. da me utilmente raccomandata. Sarà essa indegna per cerio della di Lei Protezione, ma non diffido almen per questo, che Ella non voglia coll’autorità sua difenderla e sostenerla; e mi anima ciò a sperare l’innata benignità del di Lei animo generoso, e quella antica parzialità ch’Ella ha avuto per me nel tempo della nostra puerizia, la quale so essersi in Lei a mio favore aumentata, non perchè siasi in me accresciuto il merito, ma perchè la di Lei bontà e gentilezza cresce nel di Lei animo ogni dì più, e si aumenta l’inclinazione che Ella ha sortito dalla grandezza de’ suoi natali di aggradire, proteggere e beneficare. All’interesse, a cui grandemente aspiro, d’onorare questa mia Commedia col prestantissimo di Lei Nome, aggiungesi ancora la viva brama ch’io nutro di render pubblica al Mondo l’umilissima servitù mia verso un sì benigno, magnanimo Protettore e Padrone, a cui ho l’onore dì protestarmi con profondissimo ossequio

Di V. S. Illustriss.

L’autore a chi legge

ct ct

ON sarò io il primo che abbia al pubblico esposto in una Commedia il Giuocatore; ma tale Argomento è questo, che meriterebbe essere con più e più Commedie in varie guise trattato, fintanto che si estirpasse il vizio che, secondo me, lo credo il peggiore di tutti. Experto crede Roberto, dicesi per proverbio. Anch’io ho provato le pessime conseguenze di questo affannoso piacere. Il maggior benefizio ch’io abbia riportato dall’impegno di scrivere più Commedie in un anno è questo, che occupato quotidianamente in tale esercizio, poco tempo mi resta per divertirmi, e quelle ore che ho destinato al respiro, non le sagrifico ad un tavoliere, dove si perde il tempo, i denari, la salute, e talvolta pur troppo la riputazione. S’io avessi posto in iscena un Giuocator fortunato, brillante, allegro, generoso e felice, avrei formata una Commedia più viva, più gioconda, e forse assai più dall’Universale gradita, ma avrebbe ella servito a solleticare gli animi al vizio, ed avrei innamorato gli Ascoltatori di una lusinghiera e falsissima compiacenza. Il mio Giuocatore facendolo sfortunato, come per la maggior parte tali sono i Giuocatori viziosi, fa conoscere al Mondo i pregiudizi di una sì funesta passione, la quale a poco a poco conduce l’uomo ad uno stato miserabile, e a perdere di vista l’interesse, gl’impegni, le convenienze e l’onore.

Io non pretendo già che le mie Commedie abbiano ad essere la scuola degli uomini; ma questa sì vorrei che lo fosse, e in questa ho studiato di farla da Precettore, quanto mai ho potuto; perchè avendone io nel tempo passato avuto bisogno, avrei desiderato mirar su le Scene un esemplare, che mi avesse svegliato e corretto. Ma all’incontro non ho veduto rappresentare che Giuocatori, i quali menando una vita commoda ed allegra per ragione delle vicende del giuoco, non facevano che lusingare la mia passione. Non occorre adularsi: chi giuoca, giuoca per vincere, e il desiderio di vincere ha il suo principio o dall’avarizia, o dalla scostumatezza; nel primo caso cerca il Giuocatore di vincere per accumulare, nel secondo per appagare le sue voglie, non misurate colla sua condizione. Vi è un altro piccolo eccitamento al giuoco, proveniente dalla poca volontà del far bene. Arricchirsi, o satisfarsi almeno con poca fatica, senza studio e senza merito, è una cosa che agli oziosi piace infinitamente; ma siccome spesse volte accade loro di perdere il poco certo, per la speranza del molto incerto, ciò dovrebbe al fine disingannarli. Ed ecco perchè ho scelto io nella mia Commedia un Giuocatore di tal carattere, il quale se non piacerà a molti, gioverà a pochi, ed io desidero che sia di profitto a tutti gli Amici miei.

Personaggi

ct PANTALONE de’ BISOGNOSI, mercante veneziano.

ROSAURA, sua figliuola, promessa sposa a Florindo.

FLORINDO, giovine civile, giuocatore.

BEATRICE, amante di Florindo.

LELIO, giuocatore.

AGAPITO, altro giuocatore.

TIBURZIO, giuocatore di vantaggio.

GANDOLFA, vecchia, sorella di Pantalone.

PANCRAZIO, vecchio amico di Gandolfa.

COLOMBINA, cameriera di Rosaura.

BRIGHELLA, custode del Casino, ovvero delle stanze del giuoco.

ARLECCHINO, servitore di Florindo.

Un servitore del Casino del giuoco.

MENICO, servitore d’Agapito.

Un servitore di Lelio.

Un servitore di Tiburzio.

ct

Atto I

fi ct ct ct ct Florindo. Chi è di là?

Brighella. Illustrissimo.

Florindo. Che ora è?

Brighella. Per dirghela, illustrissimo, me son indormenzà un pochetto, e no so che ora sia.

Florindo. Andate a vedere che ora è?

Brighella. La servo. (Che bella vita! Da ieri a vintidò ore fina adesso, che l’è sentà al tavolin).

Florindo. Cinquecento zecchini in una notte non è piccolo guadagno, ma poteva guadagnare assai più. Se teneva quel sette, quel maledetto sette, se lo tenevo, era un gran colpo per me. Mi ha detto quel sette fra il dare e l’avere altri mille zecchini. Ho quel maledetto vizio di voler tenere i quartetti, e sempre li do, e sempre li pago. Ah, bisogna ch’io ascolti le suggestioni del cuore; quando li ho da tenere, mi sento proprio lo spirito che mi brilla nelle mani, e quando hanno a venir secondi, la mano mi trema; da qui avanti mi saprò regolare.

Brighella. Sala che ora è?

Florindo. Ebbene, che ora è?

Brighella. L’è ora de smorzar i lumi, avrir le finestre, e goder el sol.

Florindo. Come? E giorno?

Brighella. Zorno chiaro, chiarissimo.

Florindo. Oh diavolo! Ho passata la notte senza che me ne sia accorto.

Brighella. Mah, quando la va ben, se tira de longo senza abbadar all’ore.

Florindo. Oh maledetta la mia disgrazia!

Brighella. Hala perso?

Florindo. Non ho perso. Ho vinto cinquecento zecchini, ma a che servono?

Brighella. La ghe dise poco?

Florindo. Oh, se tenevo un sette! Maledetto quel sette!

Brighella. (Ecco qua, i zogadori no i se contenta mai. Se i perde i pianze, se i guadagna i se despera, perchè no i ha guadagna tutto quel che i voleva. Oh, che vita infelice l’è quella del zogador!) Cossa volela far? Un’altra volta.

Florindo. Oh, in quanto a questo poi, m’impegno che questi giuocatori li voglio spogliar tutti.

Brighella. Lustrissimo patron, no bisogna fidarse tanto della fortuna.

Florindo. La fortuna mi vuol bene; fa a modo mio. Anche l’anno passato averò vinto altri mille zecchini.

Brighella. Lo so benissimo, e la me permetta che diga, che so anca che la i ha spesi presto.

Florindo. Benissimo, li ho spesi, e per questo? Denari vinti al giuoco si possono spendere allegramente.

Brighella. Za, quando i se vadagna, i se spende allegramente; e po co se perde, bisogna pagar, e s’intacca la cassa.

Florindo. Oh via! Mi farete voi cattivo augurio? Sono un giuocator fortunato, ma sono anche un giuocatore che sa regolarsi, e vinco perchè ho prudenza.

Brighella. Ma quel maledetto sette?

Florindo. Oh quel sette, quel sette! Mai più tengo il sette.

Brighella. E l’altro zorno, che i l’ha sbancada do volte, che ponto avevela contrario?

Florindo. L’altro giorno li avevo tutti contrari.

Brighella. Vedela, che no bisogna fidarse tanto della fortuna!

Florindo. Oh, non mi state a seccare.

Brighella. No parlo più per cent’anni.

Florindo. Tenete questi quattro zecchini, ve li dono per l’incomodo della notte.

Brighella. Grazie a vussustrissima.

Florindo. Oggi voglio dar da desinare in casino.

Brighella. La sarà servida.

Florindo. Ma voglio sia un desinare magnifico.

Brighella. Per quante persone?

Florindo. Dieci, dodici, quattordici, e che so io.

Brighella. Quanti piatti?

Florindo. Ora non ho volontà di discorrere. Il sonno principia a molestarmi. Per oggi fate voi da maestro di casa; spendete senza riguardo, ch’io pagherò.

Brighella. Benissimo, la lassa far a mi, che la sarà servida pulito.

Florindo. Ho guadagnato, posso spendere. Mandatemi il mio servitore Arlecchino.

Brighella. El dorme.

Florindo. Svegliatelo, e fate che venga qui.

Brighella. E quei denari li portela via?

Florindo. No; voglio meglio riscontrarli, e poi li consegnerò a voi. Mandatemi Arlecchino.

Brighella. (El casca dal sonno. Nol pol più; el pol dormir quieto e senza travaggio, per el zogo el patisse. Oh che bella vita!)

ct ct Vi sono dei zecchini, che calano almeno sei o sette grani l’uno. Li voglio separare, e metterli da parte. Se perderò questi, saranno i primi. Non posso tener gli occhi aperti. Quattro e due sei. Oh, questo è molto piccolo, sette e tre... dieci... Ora il sonno m’inquieta. Dieci... dieci... e due... dodici. ct ct Arlecchino. Gran vita miserabile xe questa, aver da servir un zogador, che fa patir la notte ai so poveri servitori. Eccolo là; el dorme a st’ora, quando i altri se leva dal letto. Oh quanti bei quattrini su quel tavolin! Me vien squasi voia de far quel che non ho mai fatto. Un per de quei zecchinetti i me darave la vita. Me vôi provar. Ma no vorave che el se desmissiasse. Corpo de mi, el se sveia; ma nol se move più. El s’averà insunià. Pussibile che anca in sogno el me veda? Me vôi tornar a provar. Oh belli! oh cari! Veramente ghe n’è vegnù un po troppi; ma no so cossa dir. Quel che la sorte ha fatto, sia ben fatto. Vorave sconderli, acciò noi me li trovasse, ma no so dove metterli. Le scarselle le ho tutte rotte; i perderò. Farò cussì, li metterò per adesso in te le scarpe; e po col tempo li logarò in qualche altro logo.

Florindo. Arlecchino, che cosa fai?

Arlecchino. Son qua pronto per servirla.

Florindo. Vieni qui; accostati, che ti ho da parlare.

Arlecchino. La parla pur. La comandi che, grazie al cielo, ghe sento anca da lontan.

Florindo. Ma voltati almeno verso di me, ascoltami.

Arlecchino. Son qua, l’ascolto.

Florindo. Io non ho volontà di alzar la voce. Perchè non ti avvicini qui al mio tavolino?

Arlecchino. Ghe dirò, signor, mi son un omo assae delicato. Gh’è quei denari sul tavolin. Se m’accosto... non vorria mai che se disesse... basta, son un servitor onorato.

Florindo. Eh, lascia queste scioccherie. Accostati, dico.

Arlecchino. In verità, la prego a despensarme; la parla, la comandi, ma no me movo certo.

Florindo. Che pazienza ci vuole con costui! Hai ragione che ho vinto. Se avessi perso, ti bastonerei. M’alzerò io, e verrò da vossignoria gentilissima.

Arlecchino. La me farà una grazia singolarissima.

Florindo. (Accostandosi ad Arlecchino) Vossignoria vada subito alla casa della signora Gandolfa, sorella del signor Pantalone de Bisognosi. Faccia sapere alla signora Rosaura, che io la riverisco, che desidero sapere come sta, e mi porti subito la risposta.

Arlecchino. La sarà servida.

Florindo. Animo, va subito a far quest’ambasciata.

Arlecchino. Adesso anderò. Subito.

Florindo. Ma fino che tu stai lì, non vai.

Arlecchino. È verissimo.

Florindo. Dunque parti.

Arlecchino. Partirò.

Florindo. Va subito.

Arlecchino. Adessadesso.

Florindo. Va ora, che ti venga il malanno.

Arlecchino.

Florindo. Amico, quei due zecchini come si trovano lì?

Arlecchino. Mi no so niente da galantomo.

Florindo. Ora capisco, perchè non ti potevi muovere.

Arlecchino. Adesso la capisso anca mi; siccome la calamita tira el ferro, quell’oro el me tirava in t’una maniera, che no me podeva mover de là.

Florindo. Bravo, spiritoso! Briccone, dammi que’ due zecchini.

Arlecchino. Oh! un signor della so sorte, che ha tanti bei zecchini su quel tavolin, el se degna d’una freddura che se trova in terra?

Florindo. Dammeli, temerario.

Arlecchino. Ah! pazenzia.

Florindo. (Finalmente ho vinto, posso anche usare una generosità con costui, che per me ha patito la notte. Questi due zecchini mi saranno caduti in terra). Tieni.

Arlecchino. A mi?

Florindo. Sì, a te. Tieni.

Arlecchino. Cossa comandela che ghe ne fazza?

Florindo. Te li dono.

Arlecchino. Grazie alla so bontà. La me li dona veramente?

Florindo. Sì. Acciò che tu sii attento e fedele.

Arlecchino. L’osserva. Per non saver dove metterli, i metto drente de sta scarpa.

Florindo. Non hai tasche da metterli?

Arlecchino. Le son tutte rotte, li metto qua per no perderli. La favorissa. Me donela veramente i zecchini, che ho messi drente de sta scarpa?

Florindo. Sì. Te li dono.

Arlecchino. Tutti?

Florindo. Tutti.

Arlecchino. Grazie. (Cussì sti zecchini poderò dir che el me li ha donadi, e che no i ho robadi). ct ct Ah quel sette, quel sette! Ecco qui, se non era quel sette, avrei questo tavolino pieno d’oro. Ma quello che non ho fatto, lo farò. Se arrivo a vincere diecimila zecchini, non giuoco più. Dieci mila zecchini impiegarli al quattro per cento, fanno una rendita di quattrocento zecchini l’anno. Ma che cosa sono quattrocento zecchini? Ottocento fìlippi; una minuzia. Colla mia fortuna, colla mia buona regola posso vincere altro! Non potrei vincere trentamila zecchini? Centomila zecchini? Sì, facilmente. Mettiamo solamente ch’io vinca un giorno per l’altro cento zecchini il giorno, in un anno sono più di trentasei mila zecchini, ma dei giorni vincerò altro che cento zecchini! Basta; in un anno io mi posso far ricco. Voglio comprar un feudo, voglio acquistarmi un titolo, voglio fabbricar un palazzo magnifico e ammobiliarlo all’ultimo gusto; voglio farmi correr dietro tutte le femmine della città. Giuoco da uomo, conosco il mio quarto d’ora, ed è impossibile che a lungo andare io non vinca. ct ct Brighella. Illustrissimo.

Florindo. Che c’è, caro Brighella?

Brighella. Una maschera domanda de ela.

Florindo. Una maschera? Vuol giuocare?

Brighella. L’è una maschera donna.

Florindo. Donna? È sola?

Brighella. Veramente le son do: ma credo che una sia la padrona e l’altra la serva.

Florindo. Chi diavolo possono essere?

Brighella. Mi credo che la sia la signora Rosaura colla so camariera.

Florindo. Bisognava dirle ch’io non ci sono.

Brighella. Mo perchè? No èla una, che ha da esser so muier?

Florindo. Sì, e per questo non voleva che mi ritrovasse al casino.

Brighella. Za tutti sa che el zoga. Nol se pol sconder.

Florindo. Ma! Mi par impossibile che sia la signora Rosaura; a quest’ora in maschera una figlia savia e civile? Sua zia, alla quale l’ha data in custodia il signor Pantalone suo padre, non lo permetterebbe assolutissimamente. Può esser che sia la signora Beatrice.

Brighella. Chi èla mo sta siora Beatrice?

Florindo. Non la conoscete?

Brighella. Mi no, da galantomo.

Florindo. È quella virtuosa di musica, che è venuta a cantare nell’opera tre anni sono, e a mio riguardo ha tralasciata la professione.

Brighella. Ah, l’è quella che ho sentido a dir tante volte che in tre anni averà costà a vussustrissima più de diesemille ducati.

Florindo. Se ho speso qualche cosa per lei, l’ho fatto perchè è una donna assai propria.

Brighella. Sento a chiamar; sarà le maschere. Volela che le fazza vegnir?

Florindo. Fatele venire. Vedremo chi sono.

Brighella. Volela lassar quei bezzi sul tavolin?

Florindo. No, tenete. Questi cinquecento zecchini, in queste due borse, riponeteli; questi dugento li terrò io in tasca.

Brighella. Quelli la li vol perder.

Florindo. Oh, questi hanno a servire per uccel da richiamo. Con questi dugento zecchini non passano tre mesi che ne faccio almen trentamila.

Brighella. El ciel ghe daga la grazia; ma la guarda ben...

Florindo. Non mi fate cattivo augurio.

Brighella. Oh, no digo gnente. (Castelli in aria). ct ct M’impegnerei con dieci zecchini farmi ricco in brevissimo tempo. Basta andar sotto un banco grosso. Metter quattro soli zecchini. Fante a quattro zecchini; se me lo dà, paroli; subito paroli sono quattro, e quattro otto, e quattro dodici. Sulla seconda tutti ventidue, e paroli; ma no, è troppo; alla pace, alla pace. Sì, alla pace, sono ventidue e ventidue quarantaquattro, e dodici cinquantasei. Sul terzo punto venti zecchini; e se me lo dà, e se il punto è in fortuna, tutti sul quarto taglio. Ma se me lo tiene? Oh, non lo può tenere; dice il proverbio: Si tertia venerit, de quarta non dubitabis. Sono regole infallibili. ct ct Rosaura. Si può riverire il signor Florindo?

Florindo. Oh signora Rosaura, voi qui? E chi è quell’altra maschera?

Colombina. Colombina, per servirla.

Florindo. Ma come a quest’ora? Che favori sono questi?

Rosaura. Sono tre giorni che da me non vi lasciate vedere, ed io, impaziente di rivedervi, vengo in traccia di voi.

Colombina. Guardate se è buona la mia padrona. Correr dietro ad un uomo! Se si principiasse a usare questa bella moda, povere noi! Oh sì, che si metterebbero gli uomini in una maledetta superbia.

Florindo. Signora Rosaura, io vi ringrazio infinitamente della bontà che avete per me, ma come avete fatto a uscir di casa a quest’ora?

Rosaura. Ho detto a mia zia, che andar voleva a visitare stamane una sua figliuola maritata, ed ella mi ha data la permissione di uscire, e di andar a mio beli’agio con Colombina.

Colombina. Signor sì, sotto la custodia mia. Di me si possono fidare, perchè sanno che donna prudente ch’io sono.

Rosaura. Mia zia mi vuol bene, e sapete che vuol bene anche a voi. Ella ha penato in questi tre giorni, egualmente che io. Vi nomina a ogni momento, e mi fa piangere sempre più.

Florindo. Povera signora Gandolfa! È una vecchia di buon cuore.

Colombina. Io credo sia innamorata di voi, più di sua nipote.

Florindo. Fatemi la finezza d’accomodarvi.

Rosaura. Crudele! Star tre giorni senza venirmi a vedere!

Florindo. Credetemi, non ho potuto venire.

Rosaura. Ma per che causa?

Florindo. Gli affari miei me lo hanno impedito.

Rosaura. Caro signor Florindo, possibile che non vogliate lasciar il giuoco?

Florindo. Oh, l’ho lasciato, non giuoco più.

Rosaura. Mi è stato detto che tutta la scorsa notte avete giuocato.

Florindo. Ah! È stato un impegno. Ma sentite, ho guadagnato cinquecento zecchini; ma zitto, che nol sappia nessuno.

Colombina. Capperi! cinquecento zecchini?

Rosaura. Godo della vostra fortuna, ma non vorrei che giuocaste più.

Florindo. Oh, certamente non giuoco più.

Colombina. Orsù, la mia padrona è venuta qui per bere la cioccolata.

Rosaura. Oh, non badate...

Florindo. Sì, volentieri, subito. Ehi...

Colombina. Lasciate, lasciate, anderò a ordinarla io.

Rosaura. Io non voglio cioccolata.

Colombina. Se non la volete voi, la beverò io. ct ct Rosaura. Caro Florindo, mi parete di poco buon umore.

Florindo. No, anzi son allegro, ho vinto cinquecento zecchini.

Rosaura. Ma averete patito la mala notte; siete un poco pallido, siete abbattuto.

Florindo. Oibò, non è vero.

Rosaura. Voi avete sonno.

Florindo. No davvero. Prendiamo il tabacco.

Rosaura. Buono assai questo rapè.

Florindo. Tenete.

Rosaura. No, vi ringrazio.

Florindo. Tenete, vi dico.

Rosaura. Non ve ne private voi.

Florindo. Oh, che a me non mancano scatole. Ne ho ordinate due d’oro; ne darò una a voi.

Rosaura. Vi ringrazio; la prendo perchè ho da essere vostra sposa; ma quando si concluderanno queste nozze?

Florindo. Presto.

Rosaura. Voi avete sonno.

Florindo. No.

Rosaura. Mio padre bramerebbe due cose. La prima, che voi lasciaste il giuoco: la seconda, che si stabilisse il nostro matrimonio.

Florindo. Sì, si stabilirà.

Rosaura. E il giuoco lo lascerete?

Florindo. Sì.

Rosaura. Voi siete un giovane pieno d’ottime qualità, ma credetemi che il giuoco vi rovina. Tutti dicono che non abbadate alla vostra casa, che trascurate i vostri interessi, che perdete i denari ed il tempo, ed io certamente per causa del giuoco non posso lodarmi di voi... Signor Florindo... Oh meschina me! Si è addormentato. Poverino! Non avrà dormito la notte, non ho cuore di risvegliarlo.

Florindo. Sette. Non v’è altro.

Rosaura. Egli sogna.

Florindo. Sette, no, no.

Rosaura. Anche dormendo il giuoco lo tormenta. ct ct Brighella. Signor...

Rosaura. Zitto.

Brighella. Cossa vol dir?

Rosaura. Florindo dorme. Poverino, non lo svegliate.

Brighella. E pur bisognerà desmissiarlo.

Rosaura. Per qual causa?

Brighella. Per causa soa de ela. Ho visto dal balcon vegnir verso de sto casin sior Pantalon so sior padre. Se el vien qua e che el la trova, la vede che desordene.

Rosaura. Oh povera me! Se mi trova, sono perduta.

Brighella. Desmissiemolo.

Rosaura. No, no, lasciatelo dormire. Io partirò. E Colombina dov’è?

Brighella. In camera de mia muier.

Rosaura. Presto, presto, vado via. Se l’incontro colla maschera, non mi conoscerà.

Brighella. No la vol desmissiar sior Florindo?

Rosaura. No, non vi è tempo da perdere. Salutatelo da parte

mia, e ditegli che, se mi vuol bene, venga da mia zia a ritrovarmi,

Brighella. Che putte de garbo! A torzio in maschera a trovar i morosi? Sior Pantalon crede de averla messa in seguro a metterla in casa d’una so zia, ma al dì d’ancuo le zie le son troppo caritatevoli per le ragazze. ct ct Brighella. Come! Un’altra maschera?

Beatrice. Galantuomo.

Brighella. Signora?

Beatrice. Dov’è il signor Florindo?

Brighella. Eccolo là che el dorme.

Beatrice. Non ha dormito la scorsa notte?

Brighella. Oh, la se figura! L’ha studià tutta la notte.

Beatrice. Come ha studiato?

Brighella. Tutta la notte colle carte in man.

Beatrice. E chi è quella maschera, che ora è partita da questa camera?

Brighella. Mi no so gnente.

Beatrice. Non sapete nulla? Mi maraviglio di voi, che tenete mano a questa sorta di contrabbandi.

Brighella. Mi son un omo onorato, e quando la vol che ghe diga la verità, ghe la dirò, che no me ne importa un bezzo. Chi no vol che le se sappia, no le ha da far. Quella l’era una tal siora Rosaura Bisognosi, promessa co sior Florindo per muier.

Beatrice. Promessa in moglie a Florindo?

Brighella. Senz’altro; l’è cussì.

Beatrice. (Ah traditore! Mi tiene nella speranza di sposarmi, e poi m’inganna?)

Brighella. I me chiama. Bisogna che vaga; comandela andar ancor ela?

Beatrice. Voglio parlar con Florindo.

Brighella. Poverazzo! La lo lassa un poco dormir.

Beatrice. Sì, lo lascierò dormire. Aspetterò che si svegli.

Brighella. Se vien zente, no sta ben...

Beatrice. Se verrà gente, me n’anderò.

Brighella. No vorria che vegnisse sior Pantalon; anderò a veder, e se el vegnirà, l’avviserò. ct ct Beatrice. Anima scellerata! Così mi manca di fede? Meriterebbe che io lo facessi passar dal sonno alla morte. Ah, che ancor l’amo, ancor non posso credere ch’ei mi tradisca. Mi ha promesso, mi ha giurato. Voglio attendere ch’ei si risvegli, e mostrando non saper nulla, ricavare con arte da lui medesimo la verità. ct ct Brighella. Signora, la vada via.

Beatrice. Perchè?

Brighella. L’è qua el socero de sior Florindo.

Beatrice. Il suocero?

Brighella. Signora sì: quello che ha da esser suo suocero.

Beatrice. Ah traditore! Non vo’ scoprirmi.

Brighella. Sior Florindo, la se sveia.

Florindo. I miei denari, i miei denari.

Brighella. Cossa è sta?

Florindo. Oimè, i miei denari.

Brighella. Coss’è, s’insonielo?

Florindo. Sì, mi pareva che mi avessero sbancato, mi portavano via li denari.

Brighella. La se desmissia, che vien el sior Pantalon.

Florindo. Il signor Pantalone?

Brighella. Sior sì, la destriga sta maschera, che intanto procurerò de trattegnirlo.

Florindo. Presto, non sentite che è qui vostro padre? Ritiratevi in quella camera.

Beatrice. (L’indegno non mi conosce).

Florindo. Sì, mia cara Rosaura, nascondetevi. Eccolo ch’egli viene.

Beatrice. (Lo seconderò, per meglio rilevare la verità). ct ct Pantalone. (Ola? Zogo e macchina? Ho trova un bon zenero). Servitor obbligatissimo, mio patron.

Florindo. Riverisco umilmente il signor Pantalone.

Pantalone. Chi la vol trovar, bisogna vegnir al casin.

Florindo. Perchè? Io son qui per accidente.

Pantalone. Xe tre zorni, che a casa soa no i la vede.

Florindo. Sono stato in campagna.

Pantalone. In campagna? A mi me xe sta dito che l’è sta sempre al casin, e che l’ha zogà zorno e notte, e che l’ha vadagnà per disgrazia una bona somma de zecchini.

Florindo. Hanno detto male, non è vero; e poi non so chi sieno questi graziosi che misurano i miei passi, e vogliono entrare ne’ fatti miei.

Pantalone. Zente che ghe vol ben, zente alla qual preme la so reputazion, e ghe despiase che per causa del zogo el se rovina cussì miseramente.

Florindo. Ma io non giuoco più.

Pantalone. La senta, sior Florindo, mi son un omo che parla schietto, e no son capace nè de simular, nè de adular. Ela m’ha fatto domandar mia fia, ho avudo qualche difficoltà a dir de sì, no per la so casa, che la stimo e la venero infinitamente, ma per causa del so zogar. I nostri amici comuni, che ha trattà con mi per sto matrimonio, i m’ha assicurà che l’ha lassà assolutamente el zogo, e mi su sto riflesso me son lassà indur a sottoscriver el contratto, e a darghe mia fia, e a darghe quindese mille ducati de dota. Sta mattina per el fresco me xe sta dito: sior Florindo zoga, sior Florindo fa la so vita al casin, sior Florindo xe tornà quel che el giera. Mi non ho volesto cercar i amici, mi non ho volesto parlar co nissun. Vegno da ela a drettura, e ghe digo che son seguro che l’ha zogà, che non occorre sconderse e dir de no; e che se el gh’ha intenzion de seguitar a zogar, strazzeremo el contratto, e mia fia no la voggio precipitar, e i mi bezzi no li voggio buttar via.

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