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Lettera di dedica
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RA i Protettori miei benignissimi posso annoverar per mia gloria il Nome grande di V. E., e siccome cresce in noi il godimento di un bene, allorchè di possederlo pubblico vanto dar ci possiamo, aspirai da gran tempo a tale felicità, che reca a me sommo onore, e alle Opere mie un singolare vantaggio. Varie son le cagioni, onde pregevole al sommo riconoscere può ciascuno la protezione dell’E. V., o se riguardo si abbia all’antichità del nobilissimo suo Casato, alla ricchezza del patrimonio, agli onori, alle dignità, allo splendore della Famiglia, illustre non meno nella Germania che nell’Italia; ma ciò che maggiormente si ha in pregio dagli uomini di buon senso, consiste nelle virtù dell’animo e nel sapere, di cui l’E. V. cotanto abbonda; laonde dichiarandosi Ella in favore di qualche opera, o di qualche Autore, l’accredita col di Lei nome e dalle critiche lo difende. Le mie Commedie precisamente hanno questo di buono, mercè della grazia benignissima che loro l’E. V. comparte, che non possono essere disprezzate, quando Ella le approva. Fra gli studj più elevati e più serj, de’ quali per ornamento suo si compiace, non esclude quelli della Commedia, amandola anzi talmente, che fra i sontuosi trattamenti della sua magnifica Villeggiatura, la rende il più caro oggetto del suo piacere e dell’altrui amenissimo divertimento. L’estemporanea Commedia quella è che Italiana unicamente può dirsi, poichè da altre Nazioni non fu trattata; e questa, che sulle pubbliche scene sembra ormai declinata, brilla e risplende nel di Lei delizioso Bagnoli, dove i più nobili e i più valorosi Soggetti ad esaltarla s’impiegano.
Se l’E. V., perfettissimo conoscitore di cotal genere di Teatrali Rappresentazioni, delle Opere mie si compiace, niuno ardirà lacerarle, e le rispetteranno i maligni in grazia di un sì venerabile Nome e della sua validissima protezione, di cui supplicandola più che mai, con profondissimo ossequio mi rassegno
Di V. E.
L’autore a chi legge
ct ct UANDO composi da prima la presente Commedia, lo feci col Brighella e coll’Arlecchino, ed ebbe, a dir vero, felicissimo incontro per ogni parte. Ciò non ostante, dandola io alle stampe, ho creduto meglio servire il Pubblico, rendendola più universale, cambiando in essa non solamente in toscano i due Personaggi suddetti, ma tre altri ancora, che col dialetto veneziano parlavano.
Corse in Firenze una Commedia con simil titolo e con vari accidenti a questa simili, perchè da questa copiati. Un amico mio di talento e di spirito fece prova di sua memoria; ma avendola una o due volte sole veduta rappresentare in Milano, molte cose da lui inventate dovette per necessità framischiarvi. Donata ho all’amicizia la burla, ed ho lodato l’ingegno; nulladimeno, nè voglio arrogarmi il buono che non è mio, nè voglio che passi per mia qualche cosa che mi dispiace.
Ho voluto pertanto informare il Pubblico di un simil fatto, perchè confrontandosi la mia, che ora io stampo, con quella dell’amico suddetto, sia palese la verità, e ciascheduno profitti della sua porzione di lode, e della sua porzione di biasimo si contenti.
Questa Commedia ha caratteri tanto universali, che in ogni luogo ove fu ella rappresentata, credevasi fatta sul conio degli originali riconosciuti. Il Maldicente fra gli altri trovò il suo prototipo da pertutto, e mi convenne soffrir talora, benchè innocente, la taccia d’averlo maliziosamente copiato. No certamente, non son capace di farlo.
I miei caratteri sono umani, sono verisimili e forse veri, ma io li traggo dalla turba universale degli uomini, e vuole il caso che alcuno in essi si riconosca. Quando ciò accade, non è mia colpa che il carattere tristo a quel vizioso somigli; ma colpa è del vizioso, che dal carattere ch’io dipingo, trovasi per sua sventura attaccato.
Personaggi
ct RIDOLFO, caffettiere.
DON MARZIO, gentiluomo napolitano.
EUGENIO, mercante.
FLAMINIO, sotto nome di Conte Leandro.
PLACIDA, moglie di Flaminio, in abito di pellegrina.
VITTORIA, moglie di Eugenio.
LISAURA, ballerina.
PANDOLFO, biscazziere.
TRAPPOLA, garzone di Ridolfo.
Un Garzone del parrucchiere, che parla.
Altro Garzone del caffettiere, che parla.
Un Cameriere di locanda, che parla.
Capitano di birri, che parla.
Altri Camerieri di locanda, che parlano.
Altri Garzoni della bottega di caffè, che non parlano.
La Scena stabile rappresenta una piazzetta in Venezia, ovvero una strada alquanto spaziosa, con tre botteghe: quella di mezzo ad uso di caffè, quella alla di parrucchiere e barbiere, quella alla sinistra ad uso di giuoco, o sia biscazza; e sopra le tre botteghe suddette si vedono alcuni stanzini praticabili, appartenenti alla bisca, colle finestre in veduta della strada medesima. Dalla parte del barbiere (con una strada in mezzo) evvi la casa della ballerina, e dalla parte della bisca vedesi la locanda, con porte e finestre praticabili.
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The end
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