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Il miracolo

Clarice Tartufari · 1909 · Free in the US

74,189 words · about 5 h 12 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1909 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_miracolo&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Clarice Tartufari
Language
Italian
Published
1909
Length
74,189 words · about 5 h 12 min
Sections
16 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (16)
  1. Front matter under 1 min
  2. Prefazione about 1 min
  3. Parte prima under 1 min
  4. Capitolo I about 33 min
  5. Capitolo II about 24 min
  6. Capitolo III about 48 min
  7. Capitolo VI about 20 min
  8. Capitolo V about 29 min
  9. Capitolo VI about 31 min
  10. Parte seconda under 1 min
  11. Capitolo I about 30 min
  12. Capitolo II about 21 min
  13. Capitolo III about 26 min
  14. Capitolo VI about 23 min
  15. Capitolo V about 22 min
  16. Capitolo VI about 4 min

Continue:

Front matter

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Prefazione

Questo romanzo, meditato con austerità, preparato con minuzioso studio e scritto con febbrile impeto di passione, troverà nel pubblico dei lettori consenso di simpatia? Sono io riuscita a trasfondere nelle pagine del Miracolo quella particolare tonalità di colore, che ammanta di vapori leggermente azzurrognoli il Duomo meraviglioso, e quel particolare soffio di tenue misticismo che sembra aleggiare attraverso le strade tacite di Orvieto? E i personaggi, taluni umili e ignari, abbarbicati ancora alle radici della razza, taluni irrequieti e affannosi, travolti dal vortice dei nuovi tempi, si disvincoleranno dal passato, si lanceranno alla conquista dell'avvenire, integri e audaci come io li ho sentiti palpitare in me nell'ebbrezza gioiosa del mio sogno? E lo stile sarà, quale io l'ho voluto, schietto, nostrano, soffuso di semplicità quasi arcaica? Non dispero. Comunque, prima di licenziare questo libro, a me incombe il piacevole dovere di porgere grazie a tutti coloro i quali mi furono prodighi di ausilio e consiglio; fra cui l'ottimo Luigi Raffaelli, mia guida instancabile, il professore Pericle Perali, indagatore devoto e sagace nei fasti passati della sua terra, il dottissimo Fumi, di cui le opere ponderose mi sono state di appoggio e di scorta, Erminia Montini per animo ed ingegno elettissima.

Troppo lungo mi riuscirebbe noverare, a uno a uno, gli orvietani a me cortesi di notizie e incoraggiamenti; onde comprendo in una espressione collettiva di riconoscenza la città bella, così raccolta ed assorta all'ombra secolare della sua chiesa magnifica, così pronta all'ospitalità cordiale, così amabile nella effusione di una cotal sua gentilezza misurata e casalinga.

Le nostre città minori, ciascuna di cui fu centro di fervidi eventi storici e di luminose tradizioni artistiche, sono più studiate dagli stranieri che dagli autori italiani, e sopratutto rimangono neglette nei libri destinati, per l'indole ricreativa, a correre fra tutte le mani.

Quando io fossi dunque riuscita a iniziare, sia pure con penna incerta, un genere di letteratura regionale che il Carducci invocava e suggeriva come proficua e feconda, mi sentirei largamente compensata delle mie fatiche, in verità nè brevi, nè lievi.

Parte prima

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Indice

Capitolo I

ct Tutte le campane della piccola antica città umbra suonavano a distesa per l’esultanza della festa imminente, e sopra le viuzze tacite di Orvieto, sopra gli orti fronzuti, sui fastosi palazzi disabitati ed i vasti giardini sonnolenti, le note delle campane volavano a sciami, sparpagliandosi e disperdendosi, oltre la cerchia delle mura tufacee, giù per la soleggiata pianura verde irrigata dal Paglia, sino alla frangia lucente dei colli sinuosi.

Una dopo l’altra le campane tacquero, e la campana sola del Duomo continuò ad innalzare verso il cielo diafano la sua voce. Le note del suono, affrettate dapprima, divennero rade, poi tarde, sciogliendo isolatamente il volo dall’alto delle guglie, indugiandosi al sommo delle cuspidi, roteando come stanche intorno alla fioritura marmorea della facciata per raccogliersi, quasi adagiarsi nella piazzetta Gualterio, deserta e sommersa nel sole.

L’ombra della stanza, dove la Monaldeschi dormiva resupina nel letto basso, fu per un istante percorsa da brividi sonori, poscia le cose tornarono ad assumere il loro aspetto di benigna immobilità.

Ermanno apparve con molta cautela di tra i cortinaggi serici dell’uscio socchiuso, protese il volto arguto a scrutare la massa quadrata del letto e, mal frenando gli scoppî della sua garrula ilarità, si buttò carponi sul pavimento di marmo e, coll’agile dorso inarcato, si divertì a misurare replicatamente il circuito della stanza e ad imitare, a bassa voce, l’abbaiare festoso del cane.

Il bimbo infatti pareva in quella posa un giovane levriero di razza, con le gambe sottili che prolungavano la snellezza elegante del torso, con le braccia che uscivano frementi e instabili dalle maniche del camice prolisso.

Egli tentò di spingersi fin sotto il letto, e, non riuscendovi, si rialzò di un balzo, mulinò intorno a se stesso sopra la punta dei piedi scalzi, finchè stordito dal troppo girare andò a cader bocconi sul letto della madre dormente.

Un grande terrore e una invincibile voglia di ridere lo presero a un tempo, ond’egli si risollevò pian piano, stringendo forte la bocca, mentre dagli occhi spalancati e attoniti la giocondità sprizzava in minutissime faville.

Il bimbo provocò sulla coperta di seta azzurra un leggero fruscìo e allora Vanna si mosse, tentando di aprire le palpebre; ma le palpebre ri- discesero e le curve ciglia tornarono a segnare di un’ombra lieve il delicato pallore delle gote.

Ermanno si fece serio per ammirare con maggiore intensità la mamma così bella, così bianca, intorno alla cui fronte le stille del sudore sembravano perle. Somigliava a una regina o forse anche somigliava a una santa, a una di quelle sante che calano talvolta dal paradiso, prendono per mano i bimbi devoti e con loro passeggiano sopra la terra, vestite di abiti di argento, la chioma incoronata di gemme.

Dalla torre di Maurizio il suono dell’ora giunse, sospingendo altrove con impeto i pensieri di Ermanno, che alzò subito in alto il braccio destro e, chiuso il pugno, cominciò a marcare con gesto energico i colpi dell’orologio. Egli aggrottava le ciglia e aguzzava intento le labbra, fingendo di essere Maurizio, l’uomo di bronzo, il quale dimora in cima alla torre e, ad ogni scoccar dell’ora, batte di un suo martello i fianchi della campana. Quello strano uomo di bronzo, che di notte può noverare tutte le stelle e che d’inverno, ammantato di neve, rimane impavido a sfidare l’urto del vento, provocava sempre gli scherni del bambino.

Egli lo chiamava «signor Maurizio Stupidone», lo irrideva dai balconi della sua casa, lo invitava a discendere dalla torre per passeggiare, mangiare, dormire come fanno gli altri.

Invano le persone gravi e serie, monsignore, Don Vitale, Bindo e Villa Ranieri, sgridavano Ermanno dolcemente, per queste sue strane idee, ammonendolo che gli uomini di bronzo non camminano e che, a nove anni, non è più lecito di sragionare come un bimbo di cinque.

Ermanno non mutava per questo di parere, giacchè Serena, la compagna de’ suoi giuochi, Serena la bionda, Serena la gaia, più piccola, ma più audace di lui, lanciava anch’ella i suoi frizzi a Maurizio di bronzo, e giacchè Domitilla Rosa, zia di Serena, lo ascoltava con letizia e gli diceva beata, giungendo le palme: «Il Signore ti conservi nella tua santa innocenza, cherubino mio, tu sei puro, tu sei candido come l’agnello Gesù».

L’orologio della torre del Moro suonò alla sua volta e, quasi contemporaneamente, tutti gli orologi della città suonarono, segnando le cinque del pomeriggio.

Vanna tra poco si sarebbe svegliata ed il bimbo non voleva incorrere nella sua collera per averle disobbedito e non essere rimasto tranquillo nella propria stanza. A dire il vero le collere della mamma non erano tali da suscitare uno sgomento eccessivo. Ella, negl’istanti di corruccio, si limitava a crollare il capo in atto di scontento ed a lasciarsi cadere le mani in grembo in atto di sconforto. Ma Ermanno che provava una grande amarezza quando la vedeva scontenta e sconfortata, si buttò di nuovo carponi, attraversò la stanza di galoppo, evitando i mobili con destrezza, e scomparve nella stanza attigua per rannicchiarsi fra le lenzuola e far maliziosamente le viste di avere dormito.

Era tempo. La faccia bella di Vanna s’illuminò d’un sorriso inconscio e la giovane signora allungò il braccio con moto istintivo per ricercare lo sposo fiorente, che aveva l’abitudine di allacciarla, di stringerla a sè con foga appassionata, tantochè ogni risveglio di Vanna significava nel talamo una festa d’amore. L’illusione dileguò fugacissima e Vanna, oramai desta completamente, esalò dal cuore un gemito lieve e, incrociate sul petto le mani snelle, rimase immobile, cogli occhi melanconici e i lineamenti minuti soffusi di languore, a ricercare nel passato i tesori delle sue dolcezze.

Ma le dolcezze apparivano lontanissime, impalpabili, quasi non fossero esistite mai, ed il rammarico invece stava lì, presso di lei, implacabile e vigile.

Così, com’ella giaceva in quel momento, immobile e con le mani incrociate sul petto, essa aveva veduto lo sposo per l’ultima volta, vestito di nero, coi chiari capelli giovanili spartiti sulla fronte, marmoreo il volto nel giro della barba fluente.

Erano trascorsi appena venti mesi e già i suoi otto anni di felicità ininterrotta, otto anni riboccanti, spumeggianti di gioia, simili a coppe ricolme, scendevano verso il fondo della memoria, sopraffatti dal peso dello strazio recente. Quanto si erano amati con Gentile! Come si erano amati! Il rimorso pungeva talvolta per questo amore la coscienza di Vanna. Iddio, padrone geloso ed esclusivo di ciascun’anima, s’irrita quando le creature troppo si adorano di affetto caduco; e allora Iddio, nell’ira sua, colpisce, devasta, spezza i legami dei cuori troppo mondanamente avvinti! La passione, anche santificata dal matrimonio, può apparire colpevole agli occhi scrutatori dell’Onniveggente. Egli è solo giudice e padrone, egli solo dispensa, a suo grado e per nostro vantaggio, dolcezza e pene. Questo le aveva detto spesso don Vitale, ed ora Vanna, fissando l’occhio sul talamo deserto, pensava con rimpianto che il Signore forse non l’avrebbe punita, se meno ella avesse amato, se meno si fosse lasciata amare.

Sciolse le mani; il calore di esse sopra la cute del petto, le trasfondeva una mollezza vaga, come il senso fastidioso, eppur delizioso, di un soffio impercettibile, che dalla nuca le scendesse fino alle reni; sospirò, a lungo, ripetutamente, traendo sospiri dal fondo del petto, si gettò sopra le spalle una mantiglia di mussolina bianca e si avvicinò alla grande specchiera mobile, collocata presso un angolo della stanza.

Ella aveva l’abitudine di assorbirsi nella contemplazione della propria immagine. Non già per civetteria. Vanna era semplice al pari del suo piccolo bambino; e nemmeno per vanità, giacchè ella non si curava di piacere. Per piacere bisogna affaticarsi, studiarsi, scrutare sè, scrutare gli altri, scegliere con cura gli adornamenti e mescolare con sapienza sorrisi che invitano, parole che respingono. Vanna preferiva lasciarsi adorare, e tutti l’adoravano infatti, con l’adorazione riguardosa e tenera, che si ha verso un fiore, squisito di fragilità e di bellezza. Ella s’indugiava a contemplarsi per indagare il mistero di se medesima, mistero che le sfuggiva come l’acqua sfugge di tra le dita socchiuse. Si vedeva diversa da tutte le sue amiche, senza potersi dire se migliore o peggiore di esse. Avrebbe voluto indovinare perchè al disotto della sua cute, intatta e fresca, talvolta correvano vampate, un guizzare improvviso di tante piccolissime fiamme, che non si vedevano, ma che le accendevano il sangue, trasfondendole un’arsura piena di tormenti.

Mentre si guardava negli occhi, tentando contare le pagliuzze d’oro fluttuanti nell’iride, una voce, la voce del ricordo, le giunse dal talamo:

«Sei bellissima — la voce diceva. — Non distrarti, non perderti nell’ammirazione di te. Io ti attendo! Vieni, adorata!»

Oh! con quale ansia nei tempi della sua gioia, ella accorreva frettolosa a tale richiamo!

Squilli brevi di riso le palpitavano nella gola, le guancie sembravano lembi di porpora, ed ella si lasciava cadere in ginocchio, si abbandonava col seno presso la sponda del letto e sollevava il volto, sollevava le braccia, si ergeva, si offriva con l’anima e con la bocca all’ardore dello sposo fiorente. Ma adesso la voce aveva il suono fioco della eco, quando la eco ripete con fedeltà schernitrice le parole che non sono più.

Vanna si accasciò in una poltrona di fronte allo specchio, e rimase tutta ripiegata sopra di sè con le dita immerse nell’onda viva de’ suoi capelli. Non voleva più pensare, non voleva più ricordare. Da venti mesi il dolore la sollevava, la sbatteva, come il mare in tempesta fa di una barca senza più vele, e Vanna stanca di sentirsi così in balìa di una forza avversa, non girava più il capo indietro ad invocare il lido dond’era partita; ma spingeva l’occhio in avanti alla ricerca di altri lidi remoti ancora, ancora velati, forse irraggiungibili, forse anche inesistenti.

Nell’atto, la mantiglia di mussolina era scivolata e Vanna sentì qualche cosa di vivo camminarle sopra la spalla nuda. Guardò, sorridendo, nello specchio e vide Ermanno, che le tracciava geroglifici lungo la cute con la punta delle dita.

— Hai dormito? — ella chiese, prendendo nella sua la piccola mano del bimbo per tenerselo fermo accanto e poterlo accarezzare.

Ermanno, con un occhio aperto e l’altro chiuso, rispose che aveva dormito tanto, che, per metà, dormiva ancora; ma Vanna candida e maliziosa, comprendeva le astuzie del suo bambino malizioso e candido.

Lo minacciò dunque coll’indice e gli mosse rimprovero.

— Perchè dici bugie? Il topolino mi ha rac- contato che tu non hai dormito affatto e che sei stato disubbidiente.

Ermanno non si turbò; egli sapeva per esperienza che il topolino della mamma era un animaluccio assai discreto, il quale si contentava di narrare ciò che la mamma sapeva o indovinava da sè. Tuttavia valeva assai meglio non ostinarsi nella menzogna.

— Non ho dormito perchè non avevo sonno — egli confessò — e allora ho fatto il cane. Ho fatto il cane qui nella tua stanza; ma tu non ti sei svegliata.

Vanna gli baciò con fervore i lunghi capelli inanellati e rise forte in uno scatto di giocondità da molto tempo insolita.

Ermanno si era infilata una blusa alla marinaia sul camice da notte, e il camice da notte, scendendogli dai fianchi a foggia di vesticciuola, lo faceva somigliare a una vezzosa ragazzina.

— Quanto sei strano! Sembri mascherato — Vanna gli diceva e seguitava a ridere.

Anche Ermanno rideva, ed anzi si dette a correre, facendo svolazzare le pieghe del camice, acciocchè la mamma ridesse di più.

Vanna invece ridiventò seria, si avvolse nella mantiglia ed alzandosi dalla poltrona disse al bimbo:

— Andiamo a fare le nostre preghiere.

Entrarono, tenendosi per mano, nella cappella attigua alla stanza e Vanna si prostrò sull’inginocchiatoio, collocato davanti all’altare, che occu- pava, tra le due finestre, un lato della parete ottagonale.

Vanna aveva costume di rimanere assai tempo in orazione, forse perchè si distraeva facilmente e doveva spesso riprendere da capo le sue preghiere.

Dritto in piedi accanto a lei, Ermanno si rivolgeva al Signore Iddio, creatore del cielo e della terra, e gli domandava tante grazie, sapendo benissimo, da bimbo educato religiosamente, che, quando si prega, bisogna sempre domandare al Signore molte cose; ed egli domandava la salute per sè e per la mamma, per parenti, amici e nemici, domandava la bontà, l’ubbidienza, la castità, l’umiltà, implorava per essere adorno di virtù, di cui non conosceva il pregio, e per essere immune da vizi; di cui non conosceva la bruttura; spesso anche implorava qualche favore speciale per conto suo, rimanendo poi indignato e stupito, allorchè il favore non gli veniva concesso, come una volta in cui aveva chiesto con fede cieca di veder correre il suo bel cavallo di legno ed il cavallo si era ostinato a rimanere immobile sopra le quattro zampe.

— Iddio può tutto — gli asseriva Domitilla Rosa — Iddio può far muovere le montagne e parlare le pietre; Iddio può far risorgere i morti e dar vita agli oggetti inanimati!

Questo asseriva Domitilla Rosa, ed Ermanno non sapeva capacitarsi che Iddio, così onnipotente, avesse rifiutato proprio a lui il favore me- schino di far correre il suo cavallo di legno. Dopo tale circostanza le sue preghiere continuarono ad essere altrettanto frequenti, ma velate da un dubbio inconscio; e quel giorno, diritto accanto alla mamma, chiese con spirito agitato, che l’indomani, festa del Corpus Domini e nono anniversario della sua nascita, gli giungessero da varie parti molti regali. Non sapendo poi più che cosa dire al Signore e vedendo che la mamma rimaneva tuttora in meditazione, egli per distrarsi volle coprir col piede un breve raggio di sole che, entrato per la finestra, brillava sul pavimento; ma, in quella ch’egli credeva di avere coperto il raggio, vide che il raggio era stato pronto subito a coprirgli il piede, sicchè ne prese dispetto e si trastullò ad ammirare gli arredi sacri dentro l’armadio a cristalli; ammirò le cotte di filo guernite di pizzo antico, le stole di seta ricamate in oro, il calice smaltato, la patena a rilievi.

Finalmente si avvicinò alla madre e le disse:

— Io ho pregato tutto.

— Prega ancora, bambino — Vanna rispose, senza nemmeno sollevare il capo, che teneva nascosto tra le palme.

— Ho già domandato le grazie al Signore.

— Domandagli di portare presto in Paradiso l’anima del tuo povero babbo e di toglierlo presto dalle pene del Purgatorio.

Ermanno spalancò gli occhi e rimase preoccu- pato. Egli era semplice di spirito, perchè semplici erano le parole ed i costumi delle persone con le quali viveva; ma era insieme profondamente riflessivo e terribilmente logico.

Se il babbo si trovava in Purgatorio, allora perchè mai, all’epoca della sua morte, monsignore gli aveva detto che il babbo era andato in Paradiso? Chi mentiva? Monsignore verso il quale tutti mostravano tanto rispetto, o la mamma alla quale egli portava tanta affezione?

Per sincerarsi interrogò ancora:

— Perchè dici che il babbo non è in Paradiso?

— Perchè deve mondarsi l’anima dei peccati commessi. Taci.

Il bimbo tacque; ma frugò più che mai nel proprio pensiero.

Quali peccati il babbo aveva potuto commettere?

Egli se lo ricordava ilare sempre, col viso illuminato di bontà, le mani pronte a soccorrere e ad accarezzare; si ricordava perfettissimamente che, quando il babbo era morto, tutti avevano esclamato con accento di desolazione: «Oh! che buon signore! Che signore benefico è sparito dalla città!» e Titta, il vecchio servo, aveva giurato, piangendo, che sopra la faccia della terra mai era apparso uomo più generoso e più nobile di Gentile Monaldeschi.

Dunque Ermanno disse convinto:

— Il babbo non deve stare in Purgatorio, perchè non commetteva nessun peccato.

Vanna lo riprese con molta severità:

— Non c’è nessuno al mondo che non commetta nessun peccato. Iddio segna tutto, misura tutto; il più piccolo pensiero, la mancanza più lieve, e poi ci castiga in questa vita e nell’altra.

Ermanno fu preso da grave sgomento al suono di tali parole e l’immagine del Signore gli si presentò alla fantasia come di uomo straordinariamente vecchio e nerboruto, con barba inverosimilmente copiosa e bianca, con gli occhi irati e le braccia stese in avanti nell’atto di piombare sul mondo per distruggerlo.

Ma, frattanto, essi erano usciti dalla cappella ed i pensieri del bimbo avevano preso un corso giocondo, mentre le pupille irrequiete e limpide scrutavano ogni gesto di Vanna, che alla sua volta si compiaceva di tormentare alquanto il piccolino, eccitando con la sua pacatezza ostentata l’evidente impazienza di lui.

— Cosa vuoi? — ella gli disse, mal riuscendo a frenare il riso. — Perchè fiuti? Cosa cerchi? Mi segui come un cagnolino e io non ho niente da regalarti.

Ermanno esultò. Se la mamma diceva ridendo: «Io non ho niente da regalarti» voleva significare che il dono stava lì, nascosto dentro il tiretto di qualche mobile.

— Dammelo — egli supplicò — dammelo.

— Ma cosa? Io non so cosa darti.

— Il regalo. — E si aggrappava a lei, si alzava sulla punta dei piedi, eccitato, fremente, tutto vibrante per l’orgasmo del desiderio.

Vanna prese una scatola dall’armadio e la porse al bambino, che l’afferrò, la scoperchiò e ne trasse una statuetta di cera, vestita da chierico, con la sottana di seta e la cotta di pizzo. La statuetta teneva un giglio nella mano ed aveva la faccia compunta, il collo piegato verso sinistra. Ermanno l’ammirò e la riconobbe subito per la immagine di un San Luigi Gonzaga, il santo giovinetto che don Vitale gli suggeriva d’imitare, esaltandone la devozione e la purezza.

Vanna, seduta, contemplava il bimbo con faccia amorosa.

— Ti piace? — gli chiese.

Certo, a Ermanno la statuetta piaceva, perchè era di cera dipinta e perchè indossava una cotta di pizzo; ma, senza osare di confessarlo, egli provava un senso di amara disillusione. Le immagini dei santi vanno conservate con molta cura, ed egli avrebbe preferito un regalo da sciupare: un fucile, un vapore, magari un pulcinella, che si movesse da sè.

Vanna ne indovinò il rammarico.

— Rifletti. Pensa che sei grandicello — gli disse, accarezzandogli le gote — Domani compirai nove anni, e adesso i giuochi non bastano più. Bisogna diventar serio e imparare.

Ermanno teneva la statuetta sopra la palma della mano e rifletteva, guardandola. A un tratto chiese:

— San Luigi Gonzaga, quando era vivo, camminava sempre con un giglio in mano?

Vanna si mise a ridere e lo sgridò:

— Come mai dici questo? Come si fa a camminare sempre con un giglio in mano? Lo rappresentano così, perchè il giglio è l’emblema della castità e San Luigi era castissimo.

Ermanno pretendeva che la mamma gli spiegasse che cosa vuol dire un fiore di castità; ma ella gli dette sulla voce, assicurandolo che i bimbi troppo indiscreti addolorano Maria Vergine, ed allora Ermanno, per una strana connessione di idee, volle conoscere se era vero che San Luigi Gonzaga odiava tutte le donne e si vergognava della propria madre.

— Sì, sì — rispose Vanna, abbracciandolo — ma egli era un santo e tu sei un piccolino senza giudizio.

Ermanno depose con molta deferenza l’immagine del santo e si rifugiò nel grembo della madre, cingendole il collo e posandole il capo sulla spalla. Ridevano entrambi, sottovoce, alquanto confusi, umiliati forse di non essere santi, ma felici di sentirsi così uniti, beati per la soavità che si trasfondevano a vicenda.

Palmina entrò e rimase estatica presso la soglia, giungendo le mani con adorazione.

— Pare proprio di vedere il quadro del duomo — ella esclamò. — La Beata Vergine col Bambinello Gesù! e si avvicinò con la sua andatura obliqua e fugace di lucertola, che guizzi al sole. Era ossequiosissima, faceva inchini e muoveva la testa piccola, da sinistra a destra, dardeggiando lampi dagli occhietti luccicanti, simili a punte di ago, sotto la pioggia dei ricciolini impomatati.

Da anni Palmina si trovava al servizio in casa Monaldeschi, eppure simulava di estasiarsi tuttavia al cospetto della sua nobile signora, come il giorno in cui, arrivata dalla campagna, aveva finto di scambiare la giovane sposa di Gentile Monaldeschi per un’apparizione della Madonna.

La signora si lasciava adorare placidamente e donava spesso, donava molto, suscitando in Palmina un tale zelo di riconoscenza ammirativa che ella si vedeva costretta a raddoppiare il dono per trovarsi al livello di una riconoscenza così sviscerata.

Palmina baciò un lembo della mantiglia di Vanna, baciò con effusione il piede scalzo di Ermanno e suggerì umilmente alla signora che era il momento di abbigliarsi per sedersi poi a respirare il fresco sul balcone, acciocchè gli orvietani, recandosi in Duomo per i vespri, potessero vederla ed ammirarla.

Frattanto, con le dita svelte, le attorcigliava i capelli, lasciando ch’essi ricadessero ondulati sopra le tempie e si rovesciassero nel mezzo della fronte a mostrarne il candore.

Vanna si alzò e disse svogliata:

— Dammi l’abito di seta nera; quello con le maniche di merletto.

Palmina si affrettò a trarre dall’armadio una fresca vestaglia di batista color acqua marina, adorna di pizzi.

— Ecco, signora, così lei oggi si deve vestire. Quell’anima benedetta è scomparsa da venti mesi e in città già si mormora che lei porta il lutto da troppo tempo.

Vanna turbata, guardava la veste vaporosa ed esitava. A lei piacevano le stoffe leggere dai colori tenui e scherzosi, le stoffe che avvolgono la persona come in una carezza ed i colori che richiamano alla fantasia lembi di cielo, lembi di mare, piccole nubi isolate e diafane, brevi margini verdeggianti e punteggiati di fiori; ma ella sentiva in modo confuso il dolore staccarsi da lei, e sentiva che per arrestarlo era necessario oramai qualche cosa di tangibile e dì visibile, con cui richiamarsi costantemente al pensiero la propria sventura. Crollò dunque il capo e ripetè:

— Dammi il vestito nero.

Palmina, più che mai ossequiosa, più che mai melliflua nelle parole e rapida nei gesti, abbigliò Vanna di chiaro, dicendo, con guizzi di malizia negli occhietti irrequieti:

— I brillanti no, signora, i brillanti no. In questo ha ragione lei; ma la catenella d’oro con le perle, sì, la catenella d’oro è lecito che lei la porti. Chissà, chissà, quanti ori, quante perle porterà il suo sposo in Paradiso — e, aperto un forzieretto, prese dall’astuccio un vezzoso monile e lo allacciò con lestezza intorno al collo di Vanna, che, guardandosi dentro lo specchio, si stupì nel vedersi a un tratto ringiovanita, come rinnovata, più delicata e ridente fra lo spumeggiare azzurrino della sua veste.

Distolse il capo, irritata contro di sè, irritata contro Palmina; ma non ebbe agio di protestare, giacché Ermanno accorse, gridando:

— Ecco monsignore! Mamma, ecco monsignore!

Vanna si avviò sollecita verso il grande salone, di cui appunto varcava la soglia mentre monsignore entrava dall’anticamera, introdotto cerimoniosamente da Titta, che scomparve subito.

Monsignore, facendo scricchiolare sul pavimento di marmo le scarpine lucentissime, attraversò l’ampia sala e, raccolto sul braccio il ferraioletto di seta, s’inchinò di fronte a Vanna con perfetta eleganza mondana, piegando la persona aitante e curvando la testa bruna, dove la tonsura segnava un cerchio appena visibile.

— Prego, prego, signora mia — egli disse cortese, tentando schermirsi dal baciamano di Vanna; ma ella, con gesto pieno di grazia umile, gli prese la destra e se la recò alle labbra, dopo di che riassunse con naturalezza il suo fare di gentildonna amabile, ed invitò monsignore ad assidersi sopra il balcone, poichè la giornata era stata assai calda e dentro la stanza l’aria mancava.

— Per la festa di domani avremo un tempo magnifico — disse monsignore con la sua nitida pronuncia senese, che faceva sembrare anche più morbida la pastosità della sua voce.

Vanna rispose:

— Stamattina pareva che il tempo volesse rabbuiarsi; ma poi si è rimesso al buono. Avremo davvero per la festa di domani una giornata magnifica — e, parlando, aspirava il grato odore d’incenso e di cera, esalante dall’abito accuratissimo del sacerdote.

Non avevano troppe idee da comunicarsi, vedendosi almeno due o tre volte alla settimana; onde tacquero a lungo, monsignore assorto forse nelle sue varie preoccupazioni di rettore del Seminario; Vanna intenta, a capo chino, a guardare le mani prone e bianche di lui, spiccanti sul nero della veste talare.

Ella ripensava ai desolati pomeriggi quando, nei tempi primissimi della vedovanza, il dolore la rendeva quasi ribelle ai decreti divini.

Monsignore le parlava allora interminabilmente, e le parole soavi di pietà, temperate di ammonimenti austeri, cadevano benefiche sul cuore di Vanna e ne stemperavano lo smalto, aprendo il varco alle lacrime. Talvolta ella non seguiva il filo del ragionamento; ma quella fresca loquela senese le gorgogliava canora dentro le orecchie a guisa di sorgente montana, e lo spasimo diventava in lei meno acerbo, una iride di speranza s’inarcava, sia pure velata, sulla tenebra de’ suoi pensieri.

Un giorno egli l’aveva redarguita con acerbità per una frase amara all’indirizzo della Provvidenza, e Vanna si era sentita all’improvviso felice e pavida, annientata di terrore per la minaccia dei castighi celesti e, in pari tempo, avvam- pata da l’ardore di redimersi, di salvarsi, abbandonando la sua volontà alla volontà vigile di monsignore; un altro giorno egli, servendosi del linguaggio simbolico dei libri sacri, le aveva inculcato che i frutti dell’eterna gioia si maturano spesso nel pianto, e Vanna aveva offerto a Dio l’olocausto delle sue pene, chiedendogli in compenso di chiamarla presto partecipe del celeste convito, ov’ella si sarebbe assisa ai fianchi della sposo, ammantato di forza e di bellezza, giovane per l’eternità, per l’eternità innamorato di lei.

Poi, a mano a mano che la disperazione s’era ammansata nell’animo di Vanna, monsignore era diventato meno loquace, e adesso egli si limitava a regolari visite di amico autorevole, sempre affettuosamente accolto, sempre rispettosamente ascoltato, sollecitato sempre di largire i suoi consigli, molto più che Gentile Monaldeschi si era fatto promettere da monsignore, in punto di morte, di vegliare sulla vedova e sull’orfanello.

Ermanno si presentò, ancora col camice che gli scendeva dai fianchi, per baciare la mano a monsignore, e Vanna lo rimproverò sorridendo:

— Come? Non hai vergogna di mostrarti così? Perchè non ti sei fatto vestire da Palmina.

Ermanno confessò che Palmina aveva insistito per vestirlo, ma che egli non aveva voluto.

— Quando verrà Serena — Ermanno spiegò — le farò vedere di essere diventato anch’io una bambina e rideremo insieme.

Monsignore gli posò la mano sul capo e lo consigliò di essere ubbidiente, di farsi vestire e tornare sopra il balcone a prendere il fresco.

Entrambi accompagnarono il bimbo, mentre egli si allontanava, con occhio di tenerezza.

— Quel bambino è l’emblema dell’innocenza — monsignore disse — ha l’anima tersa più del cristallo e ciò dev’essere per lei di somma consolazione.

Vanna intrecciò le mani con fervore.

— Oh! Sa Iddio quanto Ermanno mi è caro e di quanto conforto! Eppure spesso io tremo. Cosa avverrà di lui? Chi potrà guidarlo fra i pericoli della vita, quando il mio cuore non gli basterà più? Sono io stessa inesperta e debole.

— Iddio veglia, Iddio vede e provvede — il sacerdote disse con solennità mitigata da squisito garbo signorile, discendendo egli da nobile e antica famiglia senese.

— Mi basterebbe che Ermanno somigliasse al mio povero Gentile. Non vorrei di più.

— Il buon albero dà buoni frutti, signora, e noi penseremo ad avviare il giovanetto sulle vie del bene.

Vanna sorrise e poi disse crollando il capo:

— Don Vitale ieri si è lamentato. Ermanno non sapeva la sua lezione di latino.

Monsignore sorrise anche lui di un sorriso lievemente irrisorio.

— Non dia eccessivo peso ai lamenti di don Vitale. Ottimo sacerdote, zelante maestro; ma non troppo perspicace. La classe ch’egli tiene in seminario è dominata da lui con pugno ferreo; ma, finito l’anno scolastico, i migliori esami vengono in genere sostenuti dagli alunni, di cui egli più si lagna.

Vanna si dette a ridere con discrezione. Quel terribile don Vitale, con la grossa testa e le grosse scarpe, aveva una così singolare maniera di sgranarle in volto i rotondi occhi minacciosi ch’essa doveva inevitabilmente mostrargli i piccoli denti uguali e nitidi simili a grani di riso.

Il suono di un violoncello, stridente come il cigolìo di una ruota, giunse fino alle loro orecchie, lacerandole.

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