Front matter
ct ct ct
Indice
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Personaggi
ct Il Conte di CASTELDORO.
Madama DORIMENE, vedova, sorella del Conte.
Madama ARAMINTA, vedova.
Madamigella ELEONORA, figlia di Madama ARAMINTA.
Marchese del BOSCO.
Cavaliere del BOSCO, figlio del Marchese.
FRONTINO, servitore del Conte.
FIORILLO, servitore del Marchese.
Il Signor GIACINTO.
Un Sarto.
Un Giojelliere.
Un Notaro, che non parla.
Persone invitate alla cena, che non parlano.
ct
Atto I
ct ct ct Finalmente ho deciso. Risoluto ho finalmente di maritarmi. Come! io maritarmi! io che ho sempre evitato le occasioni di spendere, io che ho sempre abborrito il commercio con donne! Eppure questa volta son forzato di arrendermi mio malgrado. L’ambizione mi ha condotto a comperare un titolo che mi onora. Se muoio senza posterità, il mio danaro è perduto, e se avrò dei figliuoli, l’avrò bene impiegato.... Ehi Frontino. ct. ct Frontino. Eccomi.
Conte. Ascolta.
Frontino. Signore, ho ritrovato un sarto, come mi avete ordinato. Un sarto famoso.
Conte. Verrà egli presto?
Frontino. Non tarderà molto. Mi ha detto che andava da un duca, e che dopo sarebbe qui venuto immediatamente. Fortuna che l’ho ritrovato in casa nel tempo ch’ei montava nella sua carrozza....
Conte. Nella sua carrozza?
Frontino. Sì, signore.
Conte. Carrozza sua? Cavalli suoi?
Frontino. Sicuramente. Carrozza superba, e cavalli di prezzo.
Conte. Male, malissimo. È troppo ricco. Che riputazione ha costui?
Frontino. Mi hanno detto ch’è un sarto eccellente, che serve le prime case di Parigi.
Conte. Ma circa la probità?...
Frontino. Per questo poi, non saprei che dire... Ma caro signor padrone, perchè non vi servite del vostro sarto ordinario? Finalmente con lui...
Conte. Oibò, oibò, il mio sarto ordinario per i giorni de’ miei sponsali! Avrò bisogno di più vestiti; e come devono essere pomposi, magnifici, e fatti alla perfezione, se mi domandano di qual sarto m’avrò servito, vuoi tu ch’io nomini mastro Taccone, che non è conosciuto da chicchessia?
Frontino. Il signor padrone, per quel ch’io sento, è dunque prossimo a maritarsi.
Conte. L’affare è sì prossimo, che oggi si deve qui, in casa mia, sottoscrivere il mio contratto, e ti ho chiamato, e ho da parlarti precisamente per questo. Oggi, con questa occasione, avrò molte persone a pranzo, e vorrei una tavola... brillante... magnifica... atta, non dico a saziare l’indiscrezione e l’ingordigia de’ convitati, ma a dar nell’occhio, e sorprendere con un’aria di splendidezza... Tu intendi, tu capisci più ch’io non dico.
Frontino. Sì signore, capisco a poco presso la vostra intenzione; ma l’eseguirla non mi pare cosa facile. Converrà vedere se il cuoco...
Conte. No, Frontino mio, tu non devi dipendere dalle fantasie del cuoco. Tocca a te dirigerlo, e a farlo lavorare a tuo modo. Conosco la tua abilità, la tua intelligenza, il zelo che hai per gl’interessi del tuo padrone. Non vi è in tutto il mondo un uomo come Frontino. Tu farai de’ prodigi, tu ti sorpasserai in questa occasione.
Frontino. (Eccolo com’egli è per ordinario. Gran carezze quando) ha bisogno... e poi...).
Conte. Ecco qui la lista di quegli che ho destinato invitare.
Mia sorella abita qui sopra; la mia sposa e sua madre sono alloggiate da mia sorella, per queste non occorre.... ecco i biglietti d’invito per il resto della compagnia. Noi saremo trenta persone in tutto. Spedisci subito a ciascheduno l'invito, e che tutti que’ che si trovano, diano positiva risposta perch’io possa, in caso di rifiuto, sostituire degli altri.
Frontino. Trenta persone! Sapete voi, signore, che un desinare per trenta persone...
Conte. Capisco benissimo. Ci vuol giudizio, e unire insieme, quanto si può, l’economia e la magnificenza.
Frontino. Per esempio, voi avete dato da cena l’altra sera a queste tre signore...
Conte. Sì, una piccola cena: ma oggi si tratta di far parlare di me.
Frontino. Eppure quella piccola cena voi avete trovato che costava....
Conte. Non perdere il tempo in parole inutili.
Frontino. Mi avete stracciato il conterello in faccia, e non me l’avete ancora...
Conte. Ecco mia sorella. Vattene.
Frontino. (Sono in un imbarazzo terribile. Oh, questa volta, signor Frontino, preparatevi, per ricompensa, d’esser mandato al diavolo). ct ct Conte. Buon giorno, sorella amatissima. Come state di salute?
Dorimène. Benissimo. E voi?
Conte. Io? Ottimamente bene. Come un uomo fortunato e contento, vicino a possedere una sposa piena di merito e di qualità.
Dorimène. Vi siete dunque determinato in favore di madamigella Eleonora?
Conte, Così è, sorella mia dilettissima. Ella è vostra parente: voi me l’avete proposta: queste ragioni bastano per preferirla ad ogni altra.
Dorimène. Sì... e centomila scudi di dote, ed altrettanto forse alla morte di sua madre....
Conte. Convenite meco, sorella, che queste condizioni non sono da disprezzarsi.
Dorimene. È vero, ma un uomo come voi...
Conte. Capisco quel che dir mi volete. Un uomo come me, avendo sagrificato una somma considerabile di danaro, per acquistare un titolo che mi onora, avrei dovuto cercare d’imparentarmi con una famiglia illustre: ci ho pensato moltissimo: ho combattuto per lungo tempo quest’inclinazione che mi ha sempre mai dominato: ma conosco i pregiudizi della nobiltà antica. Mi avrebbero fatto pagar troppo caro l’onore d’una pomposa alleanza.
Dorimène. Non è questo ch’io voleva dirvi....
Conte. Al fine, ho deciso. Sposerò la vezzosa Eleonora.
Dorimène. E se la vezzosa Eleonora non si sentisse disposta ad amarvi?
Conte. Sorella carissima, non credo di esser così contraffatto.
Dorimène. Voi meritate molto: ma non si possono forzare le inclinazioni.
Conte. Vi ha detto dunque Eleonora ch’ella non si sentiva alcuna inclinazione per me?
Dorimène. Non me lo ha detto precisamente; ma ho ragione di dubitarlo.
Conte. (Ciò mi piccherebbe ad un segno!...)
Dorimene. Che! Vi adirate? Se voi prendete la cosa in cattiva parte
Conte. No: v’ingannate. Parlatemi francamente, sinceramente.
Dorimène. Voi sapete che a tenore delle confidenze che fatte mi avete, e dopo i discorsi che abbiamo tenuti insieme su questa famiglia, ho scritto a madama Araminta, e l’ho pregata di venir a passar qualche giorno a Parigi, unitamente a sua figlia.
Conte. Sì, è vero, e sono quindici giorni che sono qui in casa vostra alloggiate. Ciò deve cagionarvi dell’incommodo e della spesa, e come voi l’avete fatto unicamente per me so il mio dovere.... e... ve ne avrò una obbligazione perpetua.
Dorimène. Niente, niente, fratello mio. La spesa non è considerabile. L’incommodo non mi dà pena veruna. Io amo questa famiglia, congiunta di sangue col fu mio marito, e m’interesso moltissimo per tutto quello che la riguarda. Eleonora è la miglior fanciulla del mondo, e sua madre è una donna rispettabile al maggior segno, buona, economa, ma... che sa unire all’economia la più esatta, la condotta la più saggia e la più regolare.
Conte. Ottimamente bene. L’educazione di sua figliuola sarà eccellente. Ma si tratta ora di dirmi...
Dorimène. Sì, fratello mio, si tratta di dirvi che, a quel ch’io credo, Eleonora non vi ama ne punto ne poco.
Conte. Ma su qual fondamento avete voi stabilito un sì bizzarro sospetto?
Dorimène. Vi dirò. Quando si parla di voi, abbassa gli occhi, e non risponde parola.
Conte. Effetto di modestia, di verecondia.
Dorimène. Quando vi sente, o vi vede venire, ella cambia di colore, e trema, e vorrebbe nasconclersi.
Conte. A quell’età!.... Io non ci vedo niente di straordinario.
Dorimène. Se le si parla di questo matrimonio, ella si mette a piangere immediatamente.
Conte. Eh, sorella, le lagrime di una fanciulla... non vi è niente di più equivoco al mondo.
Dorimène. E malgrado tutto quello che vi può essere di equivoco e di dubbioso, osereste voi di sposarla?
Conte. Sicuramente. Senza alcuna difficoltà.
Dorimène. Sembra che voi l’amiate perdutamente.
Conte. L’amo.... all’eccesso.
Dorimène. Ma... se l’avete veduta due volte appena!
Conte. Credete che ciò non basti per un cuore sensibile come il mio?
Dorimene. Eh, fratello, ci conosciamo.
Conte. Voi avete una penetrazione un poco troppo sottile.
Dorimene. Non vorrei un giorno avermi a rimproverare...
Conte. Oh! ecco Frontino.
Dorimene. Se avete degli affari...
Conte. Volete andarvene?
Dorimene. Ci rivedremo. Vi prego solamente di riflettere un poco meglio a quel che vi ho detto, e prima di esporvi.
Conte. Coraggio, sorella amatissima. Oggi mi farete il piacere di venire a pranzo da me. Manderò ad invitare madama Araminta, e sua figlia. Avremo un buon numero di commensali. Farò venir il notaro, e dopo il pranzo, sottoscriveremo il contratto.
Dorimene. Oggi sottoscriverete il contratto?
Conte. Senza dubbio. Madama Araminta mi ha data la sua parola.
Dorimene. Me ne rallegro infinitamente, (con ironia) (No, non soffrirò mai che Eleonora si sagrifìchi per mia cagione... Cercherò di penetrare a fondo il cuore ed i sentimenti della fanciulla) ct ct Conte. Povera donna! ella diffida un poco troppo di me. Non mi crede capace di soggiogar un cuore ancor tenero, ancor novizio. E poi, mia sorella porta la delicatezza troppo lontano. Ne’ matrimoni di convenienza non si consulta il cuore, ma l'interesse delle famiglie. Ebbene, Frontino, hai qualche cosa da dirmi?
Frontino. Il sarto è arrivato, signore.
Conte. E dov’è?
Frontino. E ancora alla porta. Ha licenziato la sua carrozza, e dà degli ordini ai suoi servitori.
Conte. Ai suoi servitori?
Frontino. Sì, signore.
Conte. Ma, a proposito di servitori, è necessario che tu scriva immediatamente al mio fattor di campagna, affine ch’egli mi spedisca sei uomini, giovani, di buon aspetto, e de’ più grandi che trovar si possano nel feudo, o in que’ contorni, affine che il sarto possa loro prendere la misura degli abiti di livrea.
Frontino. E volete vestire sei paesani?...
Conte. Sì, per i giorni del mio matrimonio. Tu dirai al fattore che, per tutto il tempo che resteranno qui, passerò loro le loro giornate come alla campagna, che di più saranno alimentati. Tu conosci questa sorte di gente. Non li caricare di nutrimento.
Frontino. Oh! non temete, signore. Non moriranno di indigestione.
Conte. Tieni. Ecco le chiavi dell’argenteria. Fa in maniera che tutti i pezzi sieno esposti, che tutti sieno impiegati.
Frontino. Ma, signore, la vostra argenteria è sì antica e sì nera... converrebbe almeno farla ripulire.
Conte. L’argento è sempre argento.... Ma ecco il sarto, a quel che mi pare.
Frontino. E desso precisamente, (verso la scena) Entrate, signore, entrate. ct ct Sarto. Servitore umilissimo di vossignoria illustrissima.
Conte. Venite, signor mastro. Io vi aspettava con impazienza. Vorrei quattro vestiti per me, e dodici livree per i miei staffieri.
Sarto. Avrò l’onor di servirvi, e spero che avrò il vantaggio di contentarvi.
Frontino. Signore, il mio padrone paga bene.
Sarto. Ho l’onor di conoscerlo. E chi è che non conosce l’illustrissimo signor conte di Casteldoro?
Conte. L’occasione esige tutta la pompa, tutta la magnificenza possibile.
Sarto. Le farò vedere delle stoffe d’oro, delle stoffe d’argento.
Conte. No, no, voglio di quelle stoffe che sembrano cuoi dorati. Voglio de’ vestiti nobili e ricchi, ma niente di luccicante nel fondo.
Sarto. Vuol ella degli abiti ricamati?
Conte. Per l’appunto; quattro vestiti ricamati, ma tutto quello che si può avere di miglior gusto riguardo alla ricchezza ed alla delicatezza del ricamo.
Frontino. (Diamine! non riconosco più il mio padrone),
Sarto. Ricamo con lametta sicuramente.
Conte. Non signore. Voglio un punto di Spagna, largo, massiccio, ben lavorato. Del disegno, della ricchezza, ma niente di luccicante.
Sarto. La servirò come desidera. Vuol ella ch’io le prenda la misura?
Conte. Sì... ma con una condizione.
Sarto. Sentiamo la condizione.
Frontino. (Sentiamo).
Conte. Voi farete attaccare il ricamo leggerissimamente per non guastarlo. Non vi saranno sugli abiti né bottoni, ne occhielli. Io porterò i miei quattro vestiti due sole volte per ciascheduno, e passati gli otto giorni, voi riprenderete i vostri ricami che saranno ancor nuovi, e che potrete rivendere come tali. Si tratta ora di dirmi quello ch’io dovrò darvi per il panno, per la fattura, e per l’uso che io avrò fatto degli ornamenti.
Frontino. (Ora riconosco il padrone).
Conte. Vedremo poi, se per gli abiti di livrea...
Sarto. Signore, con sua permissione, avrei qualche cosa da dirle, ma in segreto.
Frontino. S’io non deggio esservi, me n’anderò.
Conte. No, no, non temete. Frontino è antico di casa, e non v’è dubbio che parli. Frontino, Voi vedete, signore, che...
Sarto. No, amico, (a Frontino) Non parlo per voi, ma... guardate se mai qualcuno . uno scudo.
Frontino. (Uno scudo! mai più ho avuto tanto).
Sarto. Signore, comprendo dalla natura del vostro progetto che voi non siete naturalmente inclinato alla pompa, ma che saggio e prudente qual siete, volete far sagrifizio alla decenza, alla convenienza. Mi reputo fortunato di avere avuto l’onore di conoscervi. Io stimo e venero i cavalieri che pensano come voi, e rido di quelli che si rovinano, e ch’ io aiuto a rovinare colla moda e col fasto. Voi avete trovato in me il sol uomo che può convenirvi. Siate tranquillo. Avrò la maniera di soddisfarvi.
Conte. (Credo che sia costui l’uomo il più accorto, il più astuto....) Ebbene, voi mi farete dunque i quattro vestiti...
Sarto. Signore, vi domando perdono. La vostra idea non è praticabile. Sarei forzato di farvi pagare, mio malgrado, estremamente caro il ricamo; e la mia delicatezza non mi permette di farlo.
Conte. (La sua delicatezza! oh! avrà da far con me),
Sarto. Voglio confidarvi un segreto che ho custodito sempre gelosamente, e che apporterebbe del pregiudizio al mio credito e al mio decoro, se traspirasse nel pubblico. Tal che voi mi vedete, sarto della corte, sarto de’ principali signori di Parigi, io faccio andare in segreto, e sotto altri nomi, un commercio fioritissimo di rigattiere... Conte, Come! Un commercio di rigattiere! voi che avete carrozza?....
Sarto. Ebben, signore, questo commercio sordo, segreto, è quello appunto che mantiene la mia carrozza.
Frontino. Lo vedete, signor padrone? (al Conte) Voi avete da fare con un uomo sincero, con un galantuomo, che merita la vostra confidenza.
Conte. Sì, sì. Gliel’accorderò. (Se vi troverò il mio interesse),
Sarto. Vi farò vedere sessanta vestiti tutti magnifici, tutti nuovi, che non hanno servito che una volta, o due volte al più.
Conte. Ma saran conosciuti.
Sarto. Non vi è pericolo. Tutto cambia di faccia nel mio magazzino. E poi, sappiate ch’io spedisco nei paesi stranieri i vestiti di Francia, e faccio venire a Parigi i spogli più ricchi delle principali città dell’Europa. Voi vedrete delle stoffe rare, delle stoffe superbe. E peccato che non vogliate né oro, né argento.
Conte. Eh! vi dirò. Se vi è qualche cosa di bello e di raro. Toro e l’argento potrebbero convenirmi.
Frontino. Sì certamente. Se la lametta imbratta il pavimento, si spazza.
Conte. Ma, per il prezzo...
Sarto. Vedete, scegliete. Farò tutto quel che vorrete ho ritrovato precisamente quello che mi voleva).
Conte. Addio, mastro carissimo, ci rivedremo, Viva Parigi, (Tutto si trova quando si sa ricercare),
Frontino. Ditemi: avreste per avventura un giubberello per me?
Sarto. Vi vestirò dalla testa ai piedi; ma conservatemi la vostra amicizia.
Frontino. La mia amicizia! chi potrebbe negarglierla a questo prezzo? ct
Atto II
ct ct ct Dorimene. Venite qui, la mia cara Eleonora. Desidero parlarvi da sola a sola. Mio fratello, a quel ch’io credo, è sortito: veggiamo se fosse nel suo gabinetto.
Eleonora. (Che mai vorrà dirmi?) Ella ha dell’amicizia per me: ma la credo più assai interessata per suo fratello, e non mi aspetto niente di consolante per me.
Dorimene. Siamo sole, e possiamo liberamente parlare. Permettete ch’io vi dica, prima di tutto, che, da qualche giorno in qua, vi trovo di una serietà, d’una tristezza, che non convengono alla vostra età.
Eleonora. Quest’è il mio naturale, signora... poco più, poco meno, io sono stata sempre così.
Dorimene. No, no, scusatemi. Quando siete arrivata a Parigi, non avevate quell’aria tetra, che ora è dipinta sul vostro volto. Voi vi siete intieramente cangiata, e certamente non l’avete fatto senza motivo.
Eleonora. Io non mi accorgo di un tal cambiamento.
Dorimene. Eh! fanciulla amatissima, voi mi nasconclete la verità: voi non vi fidate di me. Rendetemi un poco più di giustizia, e non crediate che avendo intavolato un progetto di matrimonio fra voi e mio fratello, abbia io la pazza ambizione di farlo riuscire a dispetto del vostro cuore. Ditemi liberamente la vostra intenzione: parlatemi con sincerità, e vedrete s’io vi sono amica davvero.
Eleonora. (Se potessi fidarmi... ma no...)
Dorimene. Avete voi dell’avversione per mio fratello?
Eleonora. Signora, non è molto tempo ch’io ho l’onor di conoscerlo.
Dorimene. La sua età, per esempio, vi pare un poco troppo avanzata in comparazione alla vostra?
Eleonora. L’età in un uomo non mi pare considerabile.
Dorimene. Vi è stato detto che mio fratello è un poco troppo economo?
Eleonora. Eh! madama, voi lo sapete. Io sono nata ed allevata nell'economia.
Dorimene. Vedo dunque, mia cara Eleonora, con mia grandissima satisfazione, che finora io mi era ingannata, e che voi sarete perfettamente contenta con mio fratello.
Eleonora. Io?... Voi lo credete?...
Dorimene. Senza dubbio; ne son sicurissima. Io vi ho questionata con buona fede. Voi mi avete risposto... sinceramente... almeno lo credo.
Eleonora. Oh! certamente.
Dorimene. Ebbene, se così è, siate tranquilla. Il vostro cuore mi dice che voi sarete contenta.
Eleonora. Il mio cuore, signora?
Dorimene. Il vostro cuore.
Eleonora. Ah! Vi protesto ch’io medesima non l’intendo.
Dorimene. Ma donde deriva questa agitazione?...
Eleonora. Parmi d’esser chiamata.
Dorimene. Chiamata? Dove? Da chi?
Eleonora. Sarà mia madre... può essere...
Dorimene. No, no, restate, Voi siete con me: vostra madre lo sa, e non può essere inquieta. Ho ancora qualche cosa da dirvi.
Eleonora. Mi costa una fatica estrema a nasconclermi,
Dorimene. Sapete voi, Eleonora, quel che ora il vostro cuore mi dice?
Eleonora. E che, signora? )
Dorimene. Ch’egli è prevenuto in favore d’un altro.
Eleonora. Io, madama?...
Dorimene. Sì, così è, e la vostra confusione me lo conferma.
Eleonora. (Cieli! mi sarei tradita da me medesima?) Che cosa vi andate mai immaginando? Lo direte voi a mia madre? Oh cieli! sarei perduta.
Dorimene. No, no. Non temete, figliuola mia, non temete. Malgrado la diffidenza che voi mostrate avere di me, vi amo teneramente, e non son capace di cagionarvi il menomo dispiacere... Ma ecco madama Araminta. Parleremo poi: penseremo: vedremo.
Eleonora. Ah, madama!... ct ct Araminta. Ebbene, mia figlia, finirete voi una volta d’importunare madama?
Eleonora. Vi domando perdono...
Dorimene. Sono io, amica, che l’ha pregata di tenermi un poco di compagnia.
Araminta. Voi avete più di bontà per lei che ella non merita. Eleonora è divenuta sì trista, sì ottusa....
Dorimene. Credo che l’aria di Parigi non le sia favorevole.
Araminta. Eh pensate voi! dopo che l’ho fatta sortir del ritiro ove è stata educata, non si conosce più, niente le piace, niente la diverte. Ha abbandonato il gravecembalo, il canto, la lettura, il disegno. Io non ho risparmiato cosa alcuna per farla istruire, e l’ho fatto con estremo piacere, perchè aveva delle ottime disposizioni, ma ora che ella neglige tutto, sento che la collera mi divora. Niuno spende il danaro più volentieri di me, quando è bene impiegato, e niuno più di me si rammarica quando è gettato male a proposito.
Eleonora. (Mia madre ha ragione. Non mi riconosco più io medesima).
Dorimene. Voi vedrete, madama...
Araminta. S’ella vuol ritornare nel suo ritiro, perchè non dirlo?
Dorimene. No, no, madama. Non credo che desideri di ritornarvi.
Araminta. Ma donde deriva, Eleonora, questa melanconia questa indolenza? Siete prossima a maritarvi. Voi dovrete contribuire al governo di una famiglia. Ciò esige del movimento, dell’attività, delle buone maniere. Voi lo vedete quel ch’io fo in casa mia. In sono in piedi dalla mattina alla sera. Vado, vengo, salisco, discendo, faccio, ordino, grido quando fa di bisogno, e tutto va a maraviglia.
Eleonora. Mi era proposta di fare lo stesso anch’io... ma tutte le mie speranze sono perdute.
Dorimene. Voi vedrete, madama, che quando vostra figlia avrà il cuore contento...
Araminta. Ma quando? Ma che vi vuole per contentarla? A proposito, non è oggi che si dee sottoscrivere il nostro contratto?
Dorimene. Ecco mio fratello: lo saprete meglio da lui.
Eleonora. Ah, sventurata ch’io sono! ct ct Conte. Son ben contento, signore mie, di ritrovarvi qui tutte insieme. Aveva destinato di salire da mia sorella per aver l’onor di riverirvi, e per domandarvi un consiglio.
Araminta. Un consiglio! vediamo di che si tratta. Le donne qualche volta danno de’consigli eccellenti.
Conte. Fate vedere a queste signore quello scrignetto di gioje.
Araminta. Gioje! ha ragione di domandar consiglio. È una mercanzia in cui è facilissimo l’ingannarsi.
Giojelliere. Osservate, signore, se si possono unire insieme diamanti più uguali e più perfetti.
Conte. Vi prego dirmi se ho scelto bene, e se il finimento è completo.
Dorimene. Per me trovo tutto ciò a perfezione, Che dite voi, Eleonora?
Eleonora. Io non ne ho cognizione, signora.
Araminta. Vediamo, vediamo: li conosco bene io. Non ho mai portato diamanti, ma me ne saranno passati per le mani nel mio commercio per più di un milione, Sì, sono belli: l’acqua è bellissima. L’assortimento è perfetto: e quanto ve li vogliono far pagare?
Conte. Oh! circa al prezzo, quest’è un segreto che resta fra di noi. Non è egli vero?
Giojelliere. Signore... non ho niente da dire sopra di ciò.
Araminta. Male malissimo. Sarà ingannato. Viene per domandar consiglio, e poi non ascolta chi può consigliarlo.
Conte. Amico, volete voi confidarmi i vostri diamanti per tre o quattro giorni?
Giojelliere. Se queste signore li trovano belli e bene assortiti...
Conte. Va bene, ma non si comprano gioje di questo prezzo senza un poco di riflessione. Voi mi conoscete. Diffidate forse di me?
Giojelliere. Perdonatemi, signore. Servitevi come vi aggrada.
Conte. Fatemi il piacere di ritornare alla fine della settimana. Il prezzo è già stabilito. Voi avrete il denaro o i diamanti.
Giojelliere. Sì signore, a l’onore di riverirla. ct ct Conte. A maraviglia. Precisamente come io voleva. Madamigella Eleonora vuol ella farmi la grazia di mettere oggi il fornimento che ho l’onore di presentarle?
Dorimene. Oggi?
Conte. Sì oggi, giorno della soscrizione del nostro contratto. Noi avremo trenta persone a desinare con noi.
Araminta. Trenta persone?
Conte. Almeno, signora.
Araminta. Quest’è un uomo che si rovina. Ma gli parlerò, mi farò intendere.
Conte. Sorella amatissima, volete farmi il piacere di incaricarvi di questo scrignetto, e di aver l’attenzione di distribuire i diamanti intorno a madamigella. E voi, vezzosa Eleonora, lo permetterete voi? Mi farete voi questa grazia?
Eleonora. Signore mia madre non ha mai portato diamanti.
Araminta. Via, via, che importa? S’io non ne ho mai portato, è perchè ho avuto un marito prudente, che non ha voluto ch’io ne portassi. Se il signor conte pensa differentemente, la convenienza vuole che li accettiate.
Eleonora. Ma voi sapete, signora...
Araminta. Oh! io so... io so.... io so quel che voi non sapete. Non mancate alla civiltà. Prendeteli, e ringraziatelo.
Eleonora. Mi sento morire. Signore, vi sono obbligata.
Dorimene. Ebbene, siete voi contento dell’accettazione?
Conte. Contentissimo.
Dorimene. La sua freddezza non v’inquieta?
Conte. Niente affatto.
Dorimene. Che uomo singolare ch’è mio fratello! ct ct Frontino. Signore, ecco una lettera.
Conte. Permettete voi, signore?...
Araminta. Sì, sì, accomodatevi, Vediamo un poco meglio questi diamanti.
Conte. Venga il malanno al signor marchese; dopo un pranzo di trenta persone, dovrei ancora preparar per lui una cena? E me la domanda sì francamente? Se sapessi come esentarmi.
Dorimene. Che avete, signor fratello? Mi parete agitato.
Conte. No, no. Ricevo anzi in questa lettera un annunzio che mi fa piacere. Il marchese del Bosco mi domanda da cena per questa sera.
Eleonora. Che sento!
Araminta. Il marchese del Bosco? Lo conosco. Il suo castello non è che tre miglia lontano dalla mia abitazione di campagna.
Conte. Voi lo vedrete qui questa sera colla marchesina sua figlia, e col cavaliere suo figlio.
Eleonora. Il cavaliere! oh cieli!
Conte. Spero che arriveranno a tempo per assistere alla soscrizione del nostro contratto.
Eleonora. Sento che il mio cuore...
Araminta. Che avete voi, mia figlia?
Eleonora. Niente, niente, signora. Un picciolo giramento di testa.
Conte. Per amor del cielo, badate... Non partire.
Araminta. Sortiamo, sortiamo. L’aria vi farà bene.
Dorimene. Andiamo a passeggiar nel giardino.
Araminta. Sì. Andiamo.
Dorimene. È aperto il giardino, signor fratello?
Conte. No, è chiuso, ma ecco le chiavi se le volete.
Dorimene. (Non si fida di nessuno: le
ha sempre In tasca). Andiamo Eleonora, andiamo, (Profitterò di quest’occasione).
Araminta.
Conte. Spero, madama, che questo leggiero accidente non produrrà niente di sinistro per madamigella, ma non converrebbe esporla al pericolo... Facciamo una cosa, se l’approvate. Sospendiamo il pranzo per oggi, e si cenerà questa sera.
Araminta. Sì, sì. Tutto quel che vi piace, ma i vostri pranzi... le vostre cene... avrei molto da dirvi su tal proposito... Vado a veder se mia figlia... torno subito, se non ha bisogno di me. ct ct Conte. Odi, Frontino. Spedisci immediatamente quanti messi potrai, per avvertire le persone invitate, che in luogo del pranzo, le prego di onorarmi alla cena.
Frontino. Ma... sarà difficile di ritrovare a quest’ora tutti quelli che sono stati invitati questa mattina.
Conte. Non importa. Quelli che si presenteranno per il pranzo saranno informati del cambiamento, e.... ritorneranno, o non ritorneranno, come vorranno.
Frontino. Sì, signore. La cosa va co’ suoi piedi. ct ct Conte. Il pretesto è venuto a tempo. La cosa non poteva meglio riuscire. Ma ecco madama Araminta... Ebbene, signora...
Araminta. Niente, niente, grazie al cielo spero non sarà niente.
Conte. Ho piacere che madamigella si porti bene, ma conviene aver cura della sua salute. Ho mandato ad avvertire i convitati, e li ho pregati per questa sera.
Araminta. E avete trenta persone alla vostra cena?
Conte. Così spero, signora.
Araminta. Permettete voi ch’io vi parli a core aperto, e ch’io vi dica tutto quello ch’io penso?
Conte. Anzi mi farete un piacer grandissimo.
Araminta. Non è una follia manifesta il dar da pranzo o da cena a trenta persone, delle quali venti almeno si burleranno di voi?
Conte. Si burleranno di me?
Araminta. Sì, senza dubbio. Non crediate ch’io sia una femmina avara: grazie al cielo non ho questo difetto, ma non posso soffrire che si getti il danaro male a proposito.
Conte. Ma, signora mia, in un giorno come questo, in una tal circostanza....
Araminta. Sono vostri parenti quelli che avete invitati?
Conte. Non signora. Noi avremo della nobiltà, dei letterati, delle persone togate, infine una compagnia scelta, tutte persone di merito e di distinzione.
Araminta. Male, malissimo: vanità, ostentazione, follia. Amico, voi non conoscete il valor del danaro.
Conte. Io non conosco il valor del danaro?
Araminta. No, non lo conoscete. Vostra sorella mi ha fatto credere che voi eravate economo, ed io l’ho creduto. Se avessi saputo la verità, non avrei accordato mia figlia ad un uomo che getta il suo danaro come voi fate.
Conte. Voi credete ch’io getti il mio danaro?...
Araminta. Oh! me ne sono accorta quando ho saputo che avevate speso una somma considerabile per comprare un titolo, che non rende che della vanità, e niente di benefìzio reale.
Conte. Come! non vedete voi con piacere che il titolo, che il rango da me acquistato, imprimeranno un carattere rispettabile nel sangue di vostra figlia?
Araminta. Tutto al contrario. Vi avrei dato mia figlia più volentieri quando eravate il signor Anselmo Colombani, antico negoziante, piuttosto che ora che siete divenuto il conte di Casteldoro, gentiluomo novello.
Conte. Ma, signora mia...
Araminta. I vostri antichi hanno accumulato, e voi distruggete.
Conte. Distruggo?... Io? Voi siete in errore. Voi non mi conoscete.
Araminta. Sì, sì, vi conosco. Scommetto che, senza avere alcuna cognizion di diamanti, e senza consigliarvi con chi potrebbe istruirvi, voi sarete solennemente gabbato dal giojelliere.
Conte. Oh! circa a que’ diamanti...
Araminta, Oh! circa a que’ diamanti... So quel che volete dirmi. Sono destinati per l’ornamento della contessa di Casteldoro. E che cos’è la signora contessa di Casteldoro? Mia figlia, signore, è stata allevata bene, comodamente, ma modestamente. Noi abbiamo sempre accordato tutto, e con abbondanza, alla convenienza, alla decenza, e niente al fasto, niente alla vanità. L’ornamento di mia figlia è sempre stata la modestia, l’obbedienza, il rispetto, e son certa ch’ella non si scorderà mai l’educazione ch’io ho procurato di darle.
Conte. Ma, signora...
Araminta. Ma padron mio.... vi domando scusa. Mi riscaldo un poco troppo, può essere, ma vi vedo ingolfato in un eccesso di spese che mi fan tremare. Si tratta di mia figlia: le do centomila scudi di dote.
Conte. Non ho io bastanti fondi per assicurarla?
Araminta. Sì, sì, de’ fondi. I fondi si mangiano. Voi principalmente, che avete la vanità di essere grande, magnifico, generoso.
Conte. Ma vi replico, madama, voi non mi conoscete.
Araminta. Eh! se voi foste differente da quel che siete, aveva un’idea di proporvi il più bel progetto del mondo. Grazie al cielo, ho venticinque milalire di rendita per me sola. Mi sarei accomodata con voi: avrei vissuto con mia figliuola, e avremmo fatto di due famiglie una sola famiglia: ma con un uomo come voi, il ciel me ne guardi!
Conte. (Mi farebbe dar la testa per le muraglie), Ascoltatemi di grazia. Voi mi prendete in isbaglio. Vi sono pochi al mondo che conoscano l’economia, come io la conosco, e voi vedrete, e voi toccherete con mano...
Araminta. Non vedrò niente. Voi vorreste darmi ad intendere una cosa per l’altra, ma non ci riuscirete. Circa a mia figlia... l'ho promessa.... le parlerò.... vedremo.... ma non fate alcun calcolo sopra di me. Non vorrei, per tutto l'oro del mondo, aver a fare con un uomo che ha le mani forate, che spende a rotto di collo come voi fate.
Conte. Non avrei mai creduto di dover passar per un prodigo, ct
Atto III
ct ct ct Conte. Frontino.
Frontino. Signore.
Conte. Va a vedere come sta madamigella Eleonora.
Frontino. Vi è nell’anticamera uno de’ vostri convitati che desidera di parlarvi.
Conte. E chi è egli?
Frontino. E quel giovine, che giorni sono vi ha letto una commedia di sua composizione.
Conte. Ah, ah! il signor Giacinto: che venga.
Frontino. Signore, se vuole entrare, è padrone. ct ct Conte. Buon giorno, signor Giacinto. Mi dispiace infinitamente che il messo che ho rimandato da voi non vi abbia ritrovato in casa. Vi faceva avvertir, che in luogo del pranzo sospeso per un accidente, mi avreste favorito alla cena.
Giacinto. Non vi è alcun male, signore; avrò intanto l’onore...
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The end
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