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Personaggi
ct Il GENIO BUONO.
Il GENIO CATTIVO.
ARLECCHINO.
CORALLINA, sua moglie.
Mad. PALISSOT. | Francesi.
Mad. la FONTAINE.
Mons. la FONTAINE, suo marito.
Mons. CRAYON.
Mons. LE BARON.
Mad. LOLOTTE.
Mons. le MAREPICA, vecchio gottoso.
ANZOLETTO, Veneziano.
Un Mercante. | Inglesi.
Un Capitano.
Un Pilota.
Un Artefice.
BETZI, caffettiera.
Due Donne.
Il CADÌ.
ALÌ, capitano delle guardie Turche.
Un Moro.
PANTALONE, mercante veneziano.
TOGNONE, pescatore.
AGATA, sua moglie.
CHECCO, pescatore.
LENA, sua sorella.
FILIDORO.
VANESIA.
POLLIGRAFO.
Soldati.
Eunuchi.
Schiavi e Schiave.
Garzoni.
Spiriti.
Atto I
fi ct ct Giardino rustico con vari alberi fruttiferi e varie piante di fiori. Da un lato una capanna grande, di cui non si vede che l’entrata. In fondo la scena due alti cespugli, o due folti boschetti di alberelli truccati uno per parte, e nel mezzo una fontana rustica parimente truccata. Più avanti, di qua e di là, due alberi isolati uno per parte, anch’essi truccati. ct Corallina. Allegramente, Arlecchino.
Arlecchino. Allegri, muggier, allegri.
Corallina. Sono così contenta, che mi pare di esser una regina.
Arlecchino. E mi, dopo che son to mario, sento proprio ch’el cuor me bagola. Salterave sempre co fa un putelo. Me de- spiase co dormo. No vorave mai indormenzarme per no perder un momento de conzolazion.
Corallina. Osserva, Arlecchino, osserva i fiori che io ho piantati. Vedi come sono belli, come sono odorosi.
Arlecchino. Varda quel perer che ho incalmà. Varda che bei peri, che boni peri! Senti, i par de zucchero, de miel, de botiro.
Corallina. Sì, caro, ti ringrazio. Aspetta. Voglio anch’io regalarti. Tieni una rosa, un giacinto, un garofano, un tolipano. Ecco un mazzo di fiori che ti presenta la tua cara consorte.
Arlecchino. Oh benedetta! oh cara! oh che consolazion! oh che gusto!
Corallina. Vuoi tu ch’io vada a preparare da pranzo?
Arlecchino. Zitto. Vedistu là quel boschetto? Ho teso una rede e diversi lazzi, per veder se me riesce de chiappar quattro oseletti. Zitto, vago a veder pian pian, e se ghe ne trovo, te li porto; li peleremo, e ti li cusinerà ti, colle to care manine.
Corallina. Sì, sì, tu sai ch’io so fare delle piatanzine gustose.
Arlecchino. Oh che piatanze, condìe dall’amor, dalla pase, dalla contentezza de cuor!
Corallina. No, non vi può essere al mondo una donna più contenta, più fortunata di me.
Arlecchino. Muggier.
Corallina. Cosa c’è?
Arlecchino. Sento a mover. Che xe qualcossa.
Corallina. Animo, da bravo.
Arlecchino. Aiuto.
Corallina. Cos’è stato?
Arlecchino. Ch’ho visto fogo.
Corallina. Dove?
Arlecchino. Là. Qualchedun che cusina i oseletti.
Corallina. Eh via. Non è possibile: andiamo.
Arlecchino. Ch’ho paura.
Corallina. Eh, vieni con me.
Arlecchino. Andemo. ct ct Genio Cattivo. Fermate, figliuoli, e non paventate. Io sono il Genio dominatore di queste selve. Son vostro amico. Voglio farvi del bene, e vengo a procurarvi la vostra felicità.
Arlecchino. Chi èlo sto sior? Mi no lo conosso!
Corallina. Signore, chiunque voi siate, vi ringraziamo della vostra bontà. Noi non abbiamo bisogno di niente, non ci manca niente, e siamo bastantemente felici.
Genio Cattivo. .
Arlecchino. (El dise che el ne vol far del ben).
Corallina. (Non ne abbiamo bisogno, non l’ascoltiamo).
Genio Cattivo. Poveri sfortunati! La vostra felicità è fondata sulla vostra ignoranza. Se conosceste il mondo, se conosceste i beni e i piaceri di questa vita, comprendereste la vostra miseria, piangereste il vostro destino.
Arlecchino. Sentistu, Corallina?
Corallina. Andiamo, andiamo, non l’ascoltiamo di vantaggio.
Arlecchino. Caro sior barbon, cossa ghe pol esser a sto mondo de più delizioso de sta campagna, e de più comodo della nostra capanna, de più dolce de do persone che se vol ben?
Genio Cattivo. Se conosceste il mondo, non parlereste così. Voi siete nella più deserta, nella più povera situazione della terra. Passate i giorni vostri in un bosco, mentre infinito popolo passeggia per le vie spaziose delle città ricche e superbe. L’albergo vostro è un’affumicata capanna, e tanti più fortunati, e di voi forse men meritevoli, albergano in doviziose pareti, riposano su morbidi letti, siedono a laute mense, si trastullano fra i più soavi piaceri. L’amor vostro vi fa parer tutto bello, ma quel medesimo amore che qui v’incanta, che qui vi trattiene, si aumenterebbe in mezzo ai comodi e alle dovizie, e provereste le dolcezze della domestica pace, senza soffrire i disagi della povertà, senza temere i bisogni orribili della vecchiezza.
Arlecchino. Sentistu, Corallina?
Corallina. Sento, sì sento. Ei dice delle belle cose, ma... Orsù, non gli badiamo nè punto, nè poco; andiamocene, che sarà meglio per noi.
Arlecchino. Aspetta. Gh’ho chiappà gusto. Vôi devertirme co sto sior barbon.
Genio Cattivo. (Se mi ascoltano, la mia vittoria è sicura).
Arlecchino. La diga, caro sior; credela mo ella che tutte ste belle cose che la ne depenze le sia fatte per do poveri contadini che xe nati in t’un bosco, e che no sa far altro che arar la terra, piantar dei alberi, e volerse ben?
Genio Cattivo. Il mondo è fatto per tutti, ogni uomo nato nella più vil condizione, può aspirare ai primi gradi della civil società, e vi furono dei pastori che giunsero a possedere delle corone.
Arlecchino. (Sentistu, Corallina?)
Corallina. (Sento anche troppo, e sento ch’egli principia ad inquietarmi. Caro Arlecchino ti prego, andiamo via, non l’ascoltiamo di più).
Arlecchino. (Làsseme devertir). La diga, sior barbon, e ella la gh’averave la facoltà e el poder de farme goder ste belle cosse, sti bei piaceri, ste gran ricchezze?
Genio Cattivo. Vi darò una prova del mio potere. Ditemi nell’ ordine de’ commestibili qual è la cosa che più vi piace?
Arlecchino. Per dir la verità, quello che più me piase xe i maccaroni.
Genio Cattivo. Eccovi il primo saggio della mia amicizia per voi, ecco la prima prova del mio potere.
Arlecchino. E formaio? Oh senza formaio no i val gnente, no i se pol magnar.
Genio Cattivo. Avete ragione.
Arlecchino. Li magneremo a disnar.
Genio Cattivo. Vergognatevi di correr dietro con avidità ad un cibo grossolano, triviale; voi non conoscete i sapori squisiti delle prelibate vivande, non vi è nota la delicatezza delle cucine francesi, siete privi di quella varietà che solletica il gusto e che forma in oggi l’occupazione più seria delle famiglie.
Arlecchino. Sentistu, Corallina?
Corallina. Sì, sarà vero tutto quello ch’ei dice, ma noi siamo avvezzi ai nostri cibi semplici e naturali, e la novità di un mangiare più delicato potrebbe alterare il nostro temperamento, e farci perdere la salute. Non ci pensiamo. Non ci manca da vivere. Ringraziamo il signor barbone, e ch’ai ci lasci nella nostra tranquillità.
Arlecchino. Sior barbon, che la ne lassa nella nostra tranquillità.
Genio Cattivo. Voi, donna di spirito come siete, voi, nata per brillare nel gran mondo, rinunziarete ai privilegi del vostro sesso ed agli avvantaggi del vostro merito personale? Vi contenterete di spoglie rustiche e vili, in tempo che adornarvi potreste di seta, d’oro e di argento? Quanto spiccherebbe mai d’avvantaggio il vostro volto gentile con una acconciatura elegante, col ricco adornamento di diamanti e di perle, coi soccorsi dell’ arte che correggono i difetti, o aumentano i doni della natura? Vivrete voi in una solitudine sì disgustosa, voi che col vostro talento potreste attirarvi le adorazioni degli uomini e formar la delizia delle società più brillanti?
Corallina. Senti, Arlecchino?
Arlecchino. Sento. Ma come podemio goder ste belle cosse, se semo do poveri spiantai, senza un soldo?
Genio Cattivo. Volete voi del danaro? Eccone prontamente.
Corallina.
Arlecchino.
Genio Cattivo. Godete di quell’oro in comune, approfittate dell’occasione, sortite da questi luoghi infelici, e andate a godere il mondo.
Arlecchino. Ma come faremio? Dove anderemio?
Genio Cattivo. 11 mondo è grande, ma per ben principiare a conoscerlo ed a goderlo, vi consiglio di andare in Francia. Ite a Parigi; colà vi troverete contenti, e se qui manca il comodo delle vetture, e se non siete pratici del cammino, tenete: eccovi due anelli. Poneteli al dito. Qualunque volta vi piacerà di cambiar paese, non avrete che a voltare l’anello, invocare lo spirito che vi è rinchiuso, e diverrete invisibili, e vi troverete in pochi minuti trasportati al luogo desiderato.
Arlecchino. Oh caro!
Corallina. Andiamo a Parigi,
Arlecchino. Vederemo el mondo.
Genio Cattivo. Profittate de’ doni miei, prevaletevi delle occasioni, abbandonatevi ai piaceri del mondo; questa è la vera felicità. (Felicità che non dura, ma che degenera in tristezza, in desolazione, e strascina gli uomini al precipizio). ct ct Arlecchino. Dov’elo andà?
Corallina. È sparito, non si vede più.
Arlecchino. No vorave che anca sti bezzi m’andasse in fumo.
Corallina. Dalli a me che li custodirò.
Arlecchino. Siora no, siora no. Oh cari! oh co belli! me li voggio coccolar mi.
Corallina. Cosa farai di quel denaro? In che cosa l’impiegherai?
Arlecchino. Sangue de mi! Ti vederà cossa che farò! Comprerò dove che anderemo el bon, el meggio che ghe sarà da magnar. Capponi, galline, colombini, maccaroni, formaggio; tre o quattro cuoghi in cusina, magnar sie o sette volte al zorno. Panza mia, preparate de far festa.
Corallina. Sciocco che sei! tu non pensi che a mangiare. Vedrai come io impiegherò il mio danaro! Abiti sontuosi, gioje stupende, casa magnifica, carrozze, servitori, camerieri, lacchè, festini, conversazioni, passeggi.
Arlecchino. E magnar?
Corallina. Il mangiar è l’ultima cosa.
Arlecchino. E mi digo che la xe la prima, e no vôi che ti consumi i bezzi in minchionerie, e vôi pensar a magnar, e damme quei bezzi che li voggio mi custodir.
Corallina. Signor no, li voglio tener io, e spenderli a modo mio, e faresti meglio a consegnarmi anche i tuoi.
Arlecchino. El manizo della casa tocca al mario, e voggio quei bezzi, e no me far andar in collera.
Corallina. Che collera? Che presunzione?
Arlecchino. Dammeli, che li voggio.
Corallina. Lasciami stare, impertinente, briccone.
Corallina. A me uno schiaffo? Giuro al cielo, a me uno schiaffo? ct ct ct Arlecchino. Aiuto.
Corallina. Cos’è mai questo?
Genio Buono. Amici, miei cari amici, porgete orecchio al Genio Buono che vi parla e che vi consiglia. Il mio nemico, il Cattivo Genio che odia la pace e semina la discordia, vi ha sedotto lo spirito, vi ha guadagnato il cuore. Ecco il primo frutto delle sue funeste lusinghe. Voi andate perdendo quell’amore, quell’armonia ch’è il solo bene delle famiglie, e in mezzo alle ricchezze e ai piaceri, la vanità e l’ingordigia dell’oro vi renderanno sempre infelici.
Corallina. Senti, Arlecchino!
Arlecchino. Sentistu, Corallina?
Genio Buono. Deh! fin che siete a tempo, risvegliatevi da quel letargo in cui vi ha assopiti la falsa voce di quel ribaldo. Ri- nunziate alle sue lusinghe, contentatevi dello stato tranquillo in cui vi ha posto la sorte, e credete a me che vi amo e che vi proteggo, credete che non vi è della vostra, vita più felice e tranquilla.
Arlecchino. Sior sì, xe vero, ma quel sior barbon n’ha dito ch’el mondo xe cussì bello!
Genio Buono. Beltà apparente, che nasconde le spine, i triboli ed i precipizi.
Corallina. Tanti piaceri, tante delizie...
Genio Buono. Corti piaceri, delizie vane, che trascinano nella miseria e nell’amarezza.
Arlecchino. E quei magnari cussì delicati?
Genio Buono. Non servono che ad abbreviare la vita.
Arlecchino. Corallina!
Corallina. Arlecchino!
Arlecchino. Chi credemio che diga la verità?
Corallina. Non so. Sono confusa. Non so a chi credere.
Genio Buono. Capisco il turbamento dell’animo vostro. Il mio rivale vi ha empita la testa delle bellezze del falso mondo. Voglio disingannarvi; voglio farvi comprendere a quai pericoli vi esponete, se andate in traccia di questo mondo mendace.
Genio Buono. Ebbene, siete voi persuasi delle bellezze di questo mondo?
Arlecchino. Ladri? zelosie? bastonade? cascar in acqua? morir? No vôi altro. Ve ringrazio dell’avviso. Corallina, xe meggio che stemo qua.
Corallina. Eh sì, la nostra pace, la nostra tranquillità vai più di tutti i piaceri del mondo.
Genio Buono. Mi consolo con voi di una sì pronta, di una sì eroica risoluzione. Ma è necessario che sia costante e durevole.
Arlecchino. Costante, costantissima.
Corallina. Durevole, durevolissima.
Genio Buono. Se così è, spogliatevi della seduzione più forte, date a me quell’oro e quell’argento che custodite.
Arlecchino. St’oro?
Corallina. Questo danaro?
Genio Buono. Se voi non lo rinunziate, vi resterà sempre vicino il pericolo e la seduzione.
Arlecchino. Cossa distu, Corallina?
Corallina. Perchè dobbiamo noi privarci di questo danaro?
Genio Buono. Finora viveste bene, non ne aveste finora bisogno alcuno: a che volete voi conservarlo?
Corallina. Abbiamo vivuto, è vero, ma con parsimonia e fatica. Se potessimo vivere un poco meglio?
Arlecchino. Sempre pan, sempre latte! Qualche gotto de vin, qualche piatto de maccaroni.
Genio Buono. Non vi lasciate ingannare dall’avidità, dalla cupidigia.
Arlecchino. (No vorria che sto sior, co sta pulizia ne fasse la carità de torne sti bezzi, per goderli elo).
Corallina. (Per me non glieli do certamente).
Arlecchino. (Gnanca mi seguro).
Genio Buono. E bene, che risolvete?
Corallina. Signore, tutto va bene. Resteremo qui, non correremo i pericoli di questo mondo, ma circa il danaro...
Arlecchino. Con so bona licenza, lo volemo tegnir per nu.
Genio Buono. Non so che dire. Ho risvegliato la vostra ragione; vi ho illuminato bastantemente. Vi ho veduti disposti a calcolare il prezzo della vostra tranquillità ma, ohimè! se amate l’oro e l’argento, voi conservate il seme del vizio, voi presto o tardi ricaderete nel pelago delle sregolate passioni. ct ct Arlecchino. Pussibile che l’oro sia una cossa cussì cattiva?
Corallina. Potrebbe esserlo per chi ne facesse cattivo uso. Noi resteremo qui; lo custodiremo, e ne useremo a poco a poco nei nostri bisogni.
Arlecchino. E se qualchedun vien a saver che gh’avemo sti bezzi? e se per portarli via i ne sassina?
Corallina. E noi li nasconderemo, non li spenderemo, e nessuno saprà che li abbiamo.
Arlecchino. Sconderli e no spenderli, tanto fa no averli.
Corallina. È meglio, è vero, che li spendiamo.
Arlecchino. Ma in cossa? Qua in sto paese mi no saveria come spenderli.
Corallina. Se andassimo in qualche luogo, in qualche città qua vicina?
Arlecchino. A Bergamo, per esempio.
Corallina. Oh quanto mi dispiace di non andar a Parigi!
Arlecchino. I anelli ne poderave servir.
Corallina. E i pericoli che abbiamo veduto?
Arlecchino. Che sia vero quel che n’ha dito quel zovenotto?
Corallina. Chi sa? potrebbe anche darsi di no.
ct ct ct Genio Cattivo. Animo, figliuoli miei, non vi abbandonate alla viltà suggeritavi da un giovane inesperto, senza cognizione e senza esperienza; ei vi ha dipinto il mondo in un aspetto orribile per atterrirvi. Vedetelo nella sua vera sembianza e profittate dei suoi piaceri. ct Ballerini e ballerine in abiti di letizia e di vari caratteri, ed i suddetti. Danzano con allegria, e danzando circondano Corallina e Arlecchino invitandoli ad andar con loro. Arlecchino e Corallina godono e si compiacciono. Finito il primo ballo, si fermano.
Genio Cattivo. Ecco un esempio di quelle persone felici che godono i piaceri del mondo. Imitatele, seguitatele, prevaletevi degli anelli. Andate incontro ai divertimenti, a’ trastulli, andate in traccia della vostra felicità.
Arlecchino. Sì, sì; per el mondo, per el mondo.
Corallina. A Parigi, a Parigi. ct
Atto II
fi ct ct Boschetto corto nel giardino delle Tuglierie di Parigi, con varie sedie di paglia, sparse qua e là per la scena.) ct Arlecchino. Monsieur... Votre serviteur tres umble... coment vous portez vous... a vous rendre mes devoirs.... Je suis enchanté... ma fois en sovitè... oui. Oh che bella cossa! oh che bella cossa! Son qua a Parigi, son impareginà. Oh che gusto, oh che piaser! Oh che piaser, oh che gusto, ma ho perso mia muggier, e questo no me dà troppo gusto. Sto zardin delle Tuglierie el xe grando co fa un paese. Quei do francesi l’ha tolta in mezzo. I corre che el diavolo i porta; i ho persi de vista, e no so dove andarli a cercar. Pazenzia, o presto o tardi la troverò, ma sta cossa la me despiase un pochetto. Son avezzo a star sempre con ella. No voleva lassarla andar co nissun, ma in sto paese no ghe vol zelusia. Me preme de farme onor, e bisognerà sopportar. Son stracco, xe caldo, me senterò un pochettin. Manco mal che ghe xe sto comodo de ste careghe; starò qua; se capitasse mai mia muggier... Sento zente. Donne! donne, per diana, donne! Manco mal che no ghe xe mia muggier. ct ct La Fontaine. Aspettiamo qui mio marito. Egli è solito passeggiare da questa parte.
Palissot. Oh se troviamo vostro marito, vuò che ci paghi la colazione.
La Fontaine. (Chi è mai questo sguaiato?)
Palissot. (Mi par forastiere).
Arlecchino. Me permettele che abbia l’onor de sentarme?
La Fontaine. Il luogo è pubblico; vossignoria non ha bisogno di permissione.
Arlecchino. Grazie alla so bontà generosa.
Palissot. Ma il luogo è grande; ella starebbe più comodamente se si tirasse un poco più in là.
Arlecchino. El più bel comodo del mondo xe l’onor della so vicinanza.
Palissot. (È poco polito questo signore).
La Fontaine. (È forastiere senz’altro). ct ct Anzoletto.
Arlecchino. La perdoni, madama; no credeva che le signore in franza le fusse cussì rusteghe.
Palissot. Voi, a quel che vedo, non sapete distinguere la rusticità dall’impolitezza.
La Fontaine. Di qual nazione siete, signore?
Arlecchino. Italian per servirla.
La Fontaine. Di qual paese?
Arlecchino. Romano per obbedirla.
Anzoletto. (Chi diavolo xe sto martuffo che vien qua a discreditar la nostra nazion?)
Arlecchino. E le sappia che le donne italiane no le xe cussì salvadeghe come elle.
Palissot. Si usa nel vostro paese prendersi confidenza con una persona che non si conosce?
Arlecchino. A una persona della mia sorte tutto xe lecito, tutto xe permesso.
La Fontaine. Chi siete voi? Qualche principe?
Arlecchino. No prencipe, ma cavalier. El cavalier Batocchio a so riveriti comandi.
Anzoletto. (El dise che el xe romano, ma al linguaggio el me par venezian).
ct ct Crayon.
Arlecchino. La diga; èlo un musico quel signor?
Palissot. Non signore. È un giovane assai civile, che ama la musica e si diverte.
Arlecchino. Certo; l’è una cossa che fa da rider. In Franza tutti canta. Sappia o no sappia, gh’abbia ose o no gh’abbia ose, tutti vol cantar, tutti canta.
Anzoletto. (Mo chi mai xe sta bestia? Me sento proprio che me vien i suori).
Crayon.
Le donne.
Crayon. È forastiere questo signore?
Arlecchino. Sior sì. Cossa gh’intrela ella, patron?
La Fontaine. È un italiano che non è contento delle donne di Francia.
Crayon. Ha ragione. Le signore di Francia sono poca cosa per un uomo di spirito come lui.
Arlecchino. Cossa voravela dir? Crédela che no ghe sia altri omeni de spirito che i francesi?
Crayon. Anzi ho in grandissimo credito il talento de’ signori italiani; e vossignoria mi conferma nella mia opinione.
Anzoletto. (No posso più).
Arlecchino. Ah! cossa disela! Ghe par che gh’abbia del brio, della disinvoltura? E pur con tutto questo ste signore no le vol far grazia, no le me vol per gnente.
Crayon. Scusate, signore mie, fate torto al merito del signor italiano.
Arlecchino. Séntele? le me fa torto.
La Fontaine. Noi conosciamo il vostro merito, come lo conosce monsieur Crayon.
Arlecchino. Obblìgatissimo alle so grazie,
Palissot. E vi rendiamo quella giustizia ch’egli vi rende,
Arlecchino. Effetto della so gentilezza.
Anzoletto. (Oh che alocco! I lo tol per man, e nol se ne accorze).
Arlecchino. Se le gh’ha per mi sta bontà, poderave donca torme la libertà...
Palissot. Signore, se il vostro talento non vi fa discernere quale stima si fa di voi, non voglio espor d’avvantaggio la mia sofferenza. Madame la Fontaine, andiamo.
Arlecchino. La favorissa, la senta...
La Fontaine. Signore, per quel ch’io vedo, voi non capite le frasi che hanno del sale, della finezza. Vi parlerò io più chiaro per illuminarvi. Sappiate che le francesi stimano tutti; stimano i forastieri quanto i nazionali medesimi, ma non fanno alcun caso di chi non conosce la politezza. ct ct Arlecchino. Come? No capisso gnente. La se spiega maggio.
Crayon. Fermatevi, signore, e se ancor non capite, e se volete una spiegazione più chiara, ve la darò io.
Arlecchino. La me farà grazia.
Crayon. Voi siete italiano. Nel vostro paese non vi è forse quella delicatezza...
Anzoletto. Con so licenza, signor. La me permetta ch’intra anca mi in sto discorso. Per quel che vedo, ella no conosce l’Italia. Son italian anca mi, e son in stato de informarla del mio paese.
Arlecchino. Italian?
Anzoletto. Sior sì, italian.
Arlecchino. De che paese?
Anzoletto. Venezian, patron.
Arlecchino. E mi bergamasco. Patria, patria, cara patria.
Anzoletto. Sior patria caro, adessadesso se parleremo, Crédela, patron, che in Italia no ghe sia zente de spirito, e che no se cognossa la politezza, la civiltà, e la bona maniera de conversar?
Arlecchino. Crédela ste bestialità? Semo zente de spirito, e ghe faremo toccar con man che no la sa quel che la se diga.
Crayon. La maniera vostra di parlare è così villana...
Anzoletto. No la gh’abbada, signor, la me responda a mi.
Crayon. A voi che siete più ragionevole, dirò ch’io non ho mai veduto l’Italia, ch’io la conosco per relazione dei viaggiatori che hanno scritto sul vostro paese, e che tutti i libri che qui si leggono di tal natura, ne parlano con poco avvantaggio
Anzoletto. Sior sì, xe vero. Tutti sti libri li ho letti anca mi. Libri francesi, scritti da viaggiatori francesi, che portando per tutto l’amor della patria, e la prevenzion, accresce i difetti delle nazion forastiere, diminuisce el merito che le distingue, mette tutto in ridicolo, e dà una falsa idea delle cosse, per adular se medesimi e farse un merito coi so patrioti. Nualtri all’incontro no femo cussì. Stimemo tutti, anca più del bisogno; scrivemo con avvantaggio delle nazion forastiere, conoscemo i difetti senza criticarli, e se femo un pregio de respettar tutto el mondo.
Crayon. I vostri libri io non li conosco.
Anzoletto. Perchè in Franza no se leze altro che libri francesi, e no se crede che ghe sia zente che scriva fora de qua.
Arlecchino. Vederè, vederè, patron, quando che mi scriverò: aspettò che impara a scriver, e po vedere el libro che stamperò dei mi viazi.
Crayon. Signore, io ho tutta la stima per voi. Vedo che siete uomo di spirito, e crederò tutto quel che mi dite. Ma non potrò mai formare buona opinione del vostro paese, quando vedrò degl’italiani del carattere di questo signore.
ct ct Anzoletto. (El gh’ha rason).
Arlecchino. Alo dito ben, o alo dito mal?
Anzoletto. Diseme, caro sior romano da Bergamo, chi diavolo v’ha fatto vegnir in sto paese?
Arlecchino. Perchè? no ghe posso vegnir? Ghe vien tanti altri, e no ghe posso vegnir anca mi?
Anzoletto. I omeni della vostra sorta no i xe fatti per viazar, no se va per el mondo co sto boccon d’ignoranza a svergognar la so patria.
Arlecchino. Svergognar la so patria? Co sto abito? Co sta borsa de bezzi?
Anzoletto. I abiti e i bezzi xe belli e boni, ma ghe vol del saver, della prudenza e della bona condotta. Aveu sentìo sto francese? Da un omo solo spesse volte se giudica de tutti i altri. Se un italian fa una bassezza, se mette in ridicolo el nome della nazion. Ve lo digo perchè pur troppo son testimonio de sta verità, e cento volte ho dovesto arrossir. Compatisso quei che vien per bisogno, e i soccorro se posso, coll’opera o col conseggio. Ma vu, per esempio, vu che se qua per capriccio, per bizzarria, e che no sè fatto per viver in sto paese, ve prego da amigo, da fradelo, per el vostro ben e per l’onor della nostra patria comun, andè via de qua, partì più presto che podè; no v’esponè d’avantazo a renderve ridicolo in Franza; no fe che un omo d’onor, che un ben patrioto, come son mi, abbia un’altra volta la mortificazion de sentir per causa vostra a dir mal de quel caro paese, che venero, che rispetto, che adoro, mi che sparzerave el mio sangue per la so gloria, e per la so vera reputazion.
ct ct Arlecchino. Poverazzo! el me fa da rider; nol sa gnente a sto mondo. Un omo della mia sorta? Pien de oro, pien de bezzi, pien de diamanti! El cavalier Batocchio?
Baron. Oh signor cavaliere?
Arlecchino. Oh signor Baron... A proposito, dove xe mia muggier?
Baron. Non vi prendete pena di lei. E restata con M. la Fontaine.
Arlecchino. Sola? Fin che gieri in do, pazenzia, ma sola co sto monsieur...
Baron. Siete forse geloso 7
Arlecchino. Mi no.
Baron. Non sareste italiano, se non lo foste un pochino.
Arlecchino. Sior no; ghe digo assolutamente che no son geloso. (Ghe patisso, ma vôi far onor alla patria).
Baron. Volete venir con me?
Arlecchino. Dove?
Baron. Al bosco di Bologna.
Arlecchino. A Bologna? In Italia?
Baron. No; una lega di qui lontano. Al ballo pubblico, dove vedrete una quantità di belle e graziose giovani, ballare, passeggiare e passare il tempo.
Arlecchino. Donne? andemo subito.
Baron. Andiamo. ct ct Corallina. Oh oh, ecco qui mio marito.
Arlecchino. Mia muggier.
Corallina. Monsieur, votre tres umble servante.
Arlecchino. Madame, votre serviteur tres zamble
Fontaine. Scusate, amico, se ho trattenuto un poco troppo la vostra signora da voi lontano. Ha desiderato di vedere la sala dell’opera, e mi ho creduto in debito di servirla.
Arlecchino. Bravissima! l’ha fatto ben.
Baron. Eh, il signor cavaliere è un uomo di spirito, non è geloso.
Arlecchino. Ah! cossa disela! So viver alla francese.
Corallina. Oh se sapeste, marito mio, quanto questo signore è cortese! Quante finezze mi ha fatto!
Arlecchino. Me ne consolo.
Fontaine. Signore, io ho fatto il mio dovere con madama nei termini della buona amicizia e dell’onestà.
Baron. Il signor cavaliere non è geloso.
Arlecchino. Mi? Gnanca per ombra.
Baron. Signori, con vostra licenza, il signor cavaliere ed io vogliamo andare al bosco di Bologna a vedere il ballo.
Corallina. Ci possiamo andare ancora noi.
Arlecchino. Poderessimo andar insieme.
Baron. Nella mia carrozza non ci stanno che due persone.
Fontaine. E due nella mia.
Corallina. Bene; ne abbiamo abbastanza. Io anderò in una con mio marito, e lor signori nell’altra.
Baron. Perchè con vostro marito? Che volete che dica il mondo?
Arlecchino. Che diavolo de vergogna! Voleu che se femo ridicoli in Franza?
Baron. Venite con me, signor cavaliere. Madama anderà coll’amico.
Arlecchino. Sior sì, andemo. Madame, votre tres zamble serviteur.
Corallina. Monsieur, votre tres umble servante.
Arlecchino. (Forti, coraggio, e che se fazza onor alla patria).
ct ct Corallina. Vuol che andiamo anche noi?
Fontaine. Vi sovverrete, che passeggiando vi ho proposto un appartamento comodo per voi e per vostro consorte.
Corallina. È verissimo. Mi sono scordata di dirlo a mio marito.
Fontaine. Scusatemi, non è necessario che voi diciate a vostro marito tutto quello ch’io mi prendo la libertà di offerirvi.
Corallina. Capisco la sua delicatezza. Ella ha paura di esser ringraziata.
Fontaine. Così è. Volete che andiamo a veder quest’appartamento?
Corallina. Facciamo tutto quello ch’ella comanda. ct ct La Fontaine. (Oh ecco qui mio marito).
Palissot. (Chi è quella signora?)
La Fontaine. (Non lo so, non la conosco: ascoltiamo).
Fontaine. Vedrete un appartamento che non è magnifico, ma gentile, proprio, e ben situato.
Corallina. Noi non abbiamo bisogno di una gran casa.
Fontaine. Farò tutto quello che potrò, perchè siate contenta.
Corallina. Sarà un effetto della sua bontà.
La Fontaine. Signor marito.
Fontaine. (Oh diavolo! mia moglie).
Corallina. È questa la sua signora consorte?
Fontaine. Sì signora.
Corallina. Ho piacere d’aver l’onor di conoscere una mia padrona, e di rassegnarle la mia umilissima servitù.
La Fontaine. Chi è questa signora?
Fontaine. Una forastiera.
Corallina. Vostra umilissima serva.
La Fontaine. Signore, mademoiselle Palissot vorrebbe ritornarsene a casa, e vi prega di accompagnarla.
Palissot. Se voleste farmi questo favore.
Fontaine. Ma io ho debito di servir questa signora.
La Fontaine. Ella avrà la bontà di aspettare che ritorniate, ed io avrò l’onore di tenerle compagnia.
Corallina. Mi farà grazia. Si accomodi. Fontaine) Io godrò la compagnia della sua signora consorte.
Fontaine. (Io sono nel più bell’imbroglio del mondo).
Palissot. Volete favorirmi?
Fontaine. Andiamo... Signora, con sua licenza. (Non dite niente a mia moglie).
Palissot. (Qualche avventura, M. la Fontaine?)
Fontaine. (Andiamo, andiamo. Vi racconterò). ct ct La Fontaine. Voi dunque siete forastiera?
Corallina. Per ubbidirla.
La Fontaine. Come conoscete mio marito?
Corallina. Ho avuto l’onore di conoscerlo qui questa mattina, passeggiando alle Tuglierie.
La Fontaine. Che cosa vi diceva egli a proposito di un appartamento?
Corallina. Vi dirò; è tanto generoso e compito, che mi ha esibito un appartamento.
La Fontaine. Mi maraviglio che osiate dirlo a me stessa, e che non arrossite di voi medesima.
Corallina. Perchè, signora, mi dite questo? Che male faccio a dire la verità? Siete forse gelosa? Sono anch’io gelosa di mio marito, ed egli è geloso di me; ma ci hanno detto che qui la gelosia è cosa ridicola, e ci sforziamo per uniformarci al costume.
La Fontaine. È ridicola in Francia la gelosia che oltraggia e disturba la società. Si tratta, si conversa liberamente, ma nei limiti della politezza e dell’onestà. Una moglie saggia ed amorosa non soffre che suo marito offra un appartamento ad una giovane sconosciuta; e una donna onesta non accetta al primo incontro una simile esibizione. Conosco mio marito: è un uomo d’onore, ma ha la debolezza di correr dietro, non dirò alla bellezza, ma alla novità, e voi fate un’opera indegna se lo secondate. Il vostro discorso mi fa dubitare, se siate maliziosa o innocente. Se agite con innocenza, illuminatevi, e sappiate che le finezze degli uomini tendono alla rovina del cuore: ponetevi in guardia e prevaletevi dei miei consigli. Se poi maliziosamente vi conducete, assicuratevi eh io non soffrirò questa tresca, che troverò la via di troncarla, che i tribunali favoriscono le mogli oneste, e che voi sarete giustamente e severamente punita. ct ct Povera me! Son rimasta stordita, avvilita, mortificata. Senza saperlo, faceva dunque un’opera mal onesta, e il povero mio marito non ne sa più di me. Allevati in una campagna, cosa sappiamo noi de’ costumi delle città? Come possiamo noi distinguere le finezze e gl’inganni? Se questa buona signora non mi faceva aprir gli occhi, io mi lasciava attrappar nella rete. Ah il Genio Buono me l’ha avvertito, ed il Genio Cattivo mi ha strascinato. Quanto meglio faremmo a ritornarcene alla nostra capanna! Sì, sì, vuò ritrovar mio marito, e voglio persuaderlo che ce n’andiamo a rigodere la nostra pace; ma prima di farlo, giacchè siamo in giro e che abbiamo il modo, potremmo vedere ancora un poco di mondo. Ho sentito dire che l’Inghilterra è un paese buono, dove gli uomini sono schietti e sinceri. Colà spero non ci tenderanno di tali insidie. Sì, sì, andiamo a veder Londra, e poi ritorneremo al nostro paese... Ma non sarebbe meglio ritornar subito a casa nostra?... L’animo mi dice di sì. Ma sento una voce che mi dice di no. È curiosissima la cosa. Di qua sento dirmi di sì, di là sento dirmi di no. Animo, animo; ci vuol coraggio. Abbiamo il danaro, abbiamo gli anelli. A ritirarci vi è tempo, e divertiamoci ancora un poco. ct
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The end
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