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Il ventaglio

Carlo Goldoni · 1915 · Free in the US

25,142 words · about 1 h 46 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1915 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_ventaglio_(Goldoni)&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Carlo Goldoni
Language
Italian
Published
1915
Length
25,142 words · about 1 h 46 min
Sections
6 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (6)
  1. Front matter under 1 min
  2. Personaggi under 1 min
  3. Atto I about 16 min
  4. Atto II about 24 min
  5. Atto III about 29 min
  6. Nota storica about 36 min

Continue:

Front matter

ct ct ct

Indice

Personaggi

ct Il signor EVARISTO.

La signora GELTRUDA, vedova.

La signora CANDIDA, sua nipote.

Il BARONE del Cedro.

Il CONTE di Rocca Marina.

TIMOTEO, speziale.

GIANNINA, giovane contadina.

La signora SUSANNA, merciaia.

CORONATO, oste.

CRESPINO, calzolaio.

MORACCHIO contadino, fratello di Giannina.

LIMONCINO, garzone di caffè.

TOGNINO, servitore delle due signore.

SCAVEZZO, servitore d’osteria.

ct

Atto I

fi ct ct ct. ct Geltruda e Candida a seder sulla terrazza. La prima facendo de’ gruppetti, la seconda dell’entoilage. Evaristo ed il Barone vestiti propriamente da cacciatori, sedendo sui seggioloni, e bevendo il caffè co’ loro schioppi al fianco. Il Conte da campagna con rodengotto, cappello di paglia e bastone, sedendo vicino allo Speziale, e leggendo un libro. Timoteo dentro alla sua bottega, pestando in un mortaio di bronzo sulla balconata. Giannina, da paesana, sedendo vicino alla sua porta filando. Susanna sedendo vicino alla sua bottega, e lavorando qualche cosa di bianco. Coronato sedendo sulla banchetta, vicino all’osteria, con un libro di memorie in mano ed una penna da lapis. Crespino a sedere al suo banchetto, e lavorando da calzolaro con una scarpa in forma. Moracchio di qua dalla casa di Giannina verso i lumi, tenendo in mano una corda con un cane da caccia attaccato, dandogli del pane a mangiare. Scavezzo di qua dell’osteria, verso i lumini, pelando un pollastro. Limoncino presso alli due, che bevono il caffè colla sottocoppa in mano, aspettando le tazze. Tognino spazzando dinnanzi alla porta del palazzina, e sulla facciata del medesimo. Alzata la tenda tutti restano qualche momento senza parlare, ed agendo come si è detto, per dar tempo all’uditorio di esaminare un poco la scena.

Evaristo. Che vi pare di questo caffè?

Barone. Mi par buono.

Evaristo. Per me lo trovo perfetto. Bravo, signor Limoncino, questa mattina vi siete portato bene.

Limoncino. La ringrazio dell’elogio, ma la prego di non chiamarmi con questo nome di Limoncino.

Evaristo. Oh bella: tutti vi conoscono per questo nome, siete famoso col nome di Limoncino. Tutti dicono: andiamo alle Case nove a bevere il caffè da Limoncino; e ve ne avete a male per questo?

Limoncino. Signore, questo non è il mio nome.

Barone. Oh via, da qui innanzi vi chiameremo signor Arancio, signor Bergamotto.

Limoncino. Le dico che io non son fatto per far il buffone.

Candida.

Evaristo. Che ne dice, signora Candida?

Candida. Che vuole ch’io dica? Sono cose da ridere veramente.

Geltruda. Via, signori, lasciatelo stare quel buon ragazzo; egli fa del buon caffè, ed è sotto la mia protezione.

Barone. Oh, quando è sotto la protezione della signora Geltruda, gli si porterà rispetto. (Sentite, la buona vedova lo protegge).

Evaristo. Non dite male della signora Geltruda. Ella è la più saggia e la più onesta donna del mondo.

Barone. Tutto quel che volete, ma si dà aria di protezione come lei... il signor Conte, che siede e legge con un’aria da giurisdicente.

Evaristo. Oh in quanto a lui, non avete il torto, è una vera caricatura, ma è troppo ingiusta la comparazione colla signora

Geltruda.

Barone. Un per un verso, l’altra per l’altro, per me li trovo ridicoli tutti due.

Evaristo. E cosa trovate di ridicolo nella signora Geltruda?

Barone. Troppa dottrina, troppo contegno, troppa sufficienza.

Evaristo. Scusatemi, voi non la conoscete.

Barone. Stimo più la signora Candida cento volte.

Evaristo. Sì, è vero... La nipote ha del merito... (Non vorrei che costui mi fosse rivale).

Conte. Eh! signor Timoteo.

Timoteo. Che mi comanda?

Conte. Questo vostro pestamento m’annoia.

Timoteo. Perdoni...

Conte. Non posso leggere, mi rompete la testa.

Timoteo. Perdoni, or ora ho finito.

Crespino. Ehi, Coronato.

Coronato. Cosa volete, mastro Crespino?

Crespino. Il signor Conte non vuole che si batta.

Conte. Che diavolo d’impertinenza, non la volete finire questa mattina?

Crespino. Signor illustrissimo, non vede cosa faccio?

Conte. E cosa fate?

Crespino. Accomodo le sue scarpe vecchie.

Conte. Zitto là, impertinente.

Crespino. Coronato!

Coronato. Or ora non posso più.

Scavezzo. Moracchio.

Moracchio. Cosa c’è, Scavezzo?

Scavezzo. Il signor Conte!

Moracchio. Zitto, zitto, che finalmente è un signore...

Scavezzo. Affamato.

Giannina. Moracchio.

Moracchio. Cosa vuoi?

Giannina. Cosa ha detto Scavezzo?

Moracchio. Niente niente, bada a te, e fila.

Giannina. Oh, è gentile veramente il mio signor fratello. Mi tratta sempre così. (Non vedo l’ora di maritarmi).

Susanna. Cos’è, Giannina? Che cosa avete?

Giannina. Oh se sapeste, signora Susanna! Non credo che si dia al mondo un uomo più grossolano di mio fratello.

Moracchio. Eh bene! Son quel che sono. Cosa vorresti dire? Finchè state sotto di me...

Giannina. Sotto di te? Oh spero che vi starò poco,

Evaristo. Via, cosa c’è? Voi sempre tormentate questa povera ragazza. E non lo merita, poverina.

Giannina. Mi fa arrabbiare.

Moracchio. Vuol saper tutto.

Evaristo. Via via, basta così.

Barone. È compassionevole il signor Evaristo.

Candida. Pare anche a me veramente.

Geltruda. Gran cosa! non si fa che criticare le azioni altrui, e non si prende guardia alle proprie.

Barone. (Ecco, questi sono que’ dottoramenti ch’io non posso soffrire).

Crespino. (Povera Giannina! Quando sarà mia moglie, quel galeotto non la tormenterà più).

Coronato. (Sì, la voglio sposare se non fosse che per levarla da suo fratello).

Evaristo. Ebbene, signor Barone, volete che andiamo?

Barone. Per dirvi la verità, questa mattina non mi sento in voglia d’andar alla caccia. Sono stanco di ieri...

Evaristo. Fate come vi piace. Mi permetterete che ci vada io?

Barone. Accomodatevi. (Tanto meglio per me. Avrò comodo di tentare la mia sorte colla signora Candida).

Evaristo. Moracchio.

Moracchio. Signore.

Evaristo. Il cane ha mangiato?

Moracchio. Signor sì.

Evaristo. Prendete lo schioppo, e andiamo.

Moracchio. Vado a prenderlo subito. Tieni.

Giannina. Cosa ho da tenere?

Moracchio. Tieni questo cane fin che ritorno.

Giannina. Date qui, mala grazia,

Coronato. È proprio una giovane di buon cuore. Non vedo l’ora ch’ella divenga mia.

Crespino. Che bella grazia che ha a far carezze! Se le fa ad un cane, tanto più le farà ad un marito.

Barone. Scavezzo.

Scavezzo. Signore.

Barone. Prendete questo schioppo e portatelo nella mia camera.

Scavezzo. Sì signore. (Questo almeno è ricco e generoso. Altro che quello spiantato del Conte!)

Evaristo. Pensate voi di restar qui per oggi?

Barone. Sì, mi riposerò all’osteria.

Evaristo. Fate preparare, che verrò a pranzo con voi.

Barone. Ben volentieri, vi aspetto. Signore, a buon riverirle, Partirò per non dar sospetto. Vado nella mia camera, ed oggi preparate per due.

Coronato. S’accomodi, sarà servita. ct ct Moracchio. Eccomi, signore, sono con lei.

Evaristo. Andiamo. Signore mie, se me lo permettono, vado a divertirmi un poco collo schioppetto,

Geltruda. S’accomodi, e si diverta bene.

Candida. L’auguro buona preda e buona fortuna.

Evaristo. Son sicuro d’esser fortunato, se sono favorito da’ suoi auspizi.

Candida. Veramente è gentile il signor Evaristo!

Geltruda. Sì, è vero. È gentile e compito. Ma, nipote mia, non vi fidate di chi non conoscete perfettamente.

Candida. (Per che cosa dite questo, signora zia?)

Geltruda. (Perchè da qualche tempo ho ragione di dirlo).

Candida. (Io non credo di poter esser condannata...)

Geltruda. (No, non mi lamento di voi, ma vi prevengo perchè vi conserviate sempre così).

Candida. Ah, è tardo il suo avvertimento. Sono innamorata quanto mai posso essere.

Evaristo. Oh, tutto è all’ordine: andiamo. Nuovamente servitor umilissimo di lor signore.

Geltruda. Serva.

Candida. Serva umilissima,

Evaristo. Oh!

Candida. Niente, niente.

Geltruda. La non s’incomodi.

Evaristo. Il ventaglio è rotto, me ne dispiace infinitamente.

Candida. Eh non importa, è un ventaglio vecchio.

Evaristo. Ma io sono la cagione ch’è rotto.

Geltruda. Non si metta in pena di ciò.

Evaristo. Permettano ch’abbia l’onore...

Geltruda. La non s’incomodi. Lo dia al servo Tognino.

Tognino. Signora.

Geltruda. Prendete quel ventaglio.

Tognino. Favorisca.

Evaristo. Quando non mi vonno permettere... tenete...

Candida. Guardate quanta pena si prende, perchè si è rotto il ventaglio!

Geltruda. Un uomo pulito non può agir altrimenti. (Lo conosco che c’entra della passione). ct Tognino sulla terrazza dà il ventaglio alle donne; esse lo guardano e l’accomodano. ct Evaristo. (Mi spiace infinitamente che quel ventaglio si sia rotto per causa mia; ma vo’ tentare di rimediarvi). Signora Susanna.

Susanna. Signore.

Evaristo. Vorrei parlarvi. Entriamo in bottega.

Susanna. Resti servita. S’accomodi.

Evaristo. Moracchio.

Moracchio. Signore.

Evaristo. Andate innanzi. Aspettatemi all’entrata del bosco, ch’or ora vengo.

Moracchio. Se perde il tempo così, prenderemo delle zucche, e non del selvatico.

Giannina. Manco male che mio fratello è partito. Non vedo l’ora di poter dire due parole a Crespino; ma non vorrei che ci fosse quel diavolo di Coronato. Mi perseguita, e non lo posso soffrire.

Conte. Oh oh, bella, bella, bellissima. Signora Geltruda.

Crespino. Cosa ha trovato di bello, signor Conte?

Conte. Eh, cosa e’entrate voi? Cosa sapete voi che siete un ignorantaccio?

Crespino. (Ci scommetto che ne so più di lei),

Geltruda. Che mi comanda il signor Conte?

Conte. Voi che siete una donna di spirito, se sentiste quello ch’io leggo presentemente, è un capo d’opera.

Geltruda. È qualche istoria?

Conte. Eh!

Geltruda. Qualche trattato di filosofia?

Conte. Oh!

Geltruda. Qualche bel pezzo di poesia?

Conte. No.

Geltruda. E ch’è dunque?

Conte. Una cosa stupenda, meravigliosa, tratta dal francese: è una novella, detta volgarmente una favola.

Crespino. (Maledetto! Una favola! stupenda! meravigliosa!)

Geltruda. È di ?

Conte. No.

Geltruda. E di monsieur ?

Conte. Non so l’autore, ma non importa. La volete sentire?

Geltruda. Mi farà piacere.

Conte. Aspettate. Oh ch’ho perduto il segno. La troverò...

Candida. Voi che leggete de’ buoni libri, amate di sentir delle favole.

Geltruda. Perchè no? Se sono scritte con sale, istruiscono e divertono infinitamente.

Conte. Oh, l’ho trovata. Sentite...

Crespino. (Maledetto! legge le favole!)

Conte. Oh, principiate a battere?

Crespino. Non vuol che li metta li soprattacchi?

Timoteo.

Conte. Ecco qui quest’altro canchero che viene a pestar di nuovo. La volete finire?

Timoteo. Signore, io faccio il mio mestiere.

Conte. Sentite. Eravi una donzella di tal bellezza... Ma quietatevi, o andate a pestare in un altro luogo,

Timoteo. Signore, mi scusi, lo pago la mia pigione, e non ho miglior luogo di questo.

Conte. Eh, andate al diavolo con questo maledetto mortaio. Non si può leggere, non si può resistere. Signora Geltruda, verrò da voi. Sentirete che pezzo, che roba, che novità.

Geltruda. È un poco troppo ardito questo signor speziale. Andiamo a ricevere il signor Conte.

Candida. Andate pure, sapete che le favole non mi divertono.

Geltruda. Non importa, venite, che la convenienza lo vuole.

Candida. Oh questo signor Conte!

Geltruda. Nipote mia, rispettate, se volete essere rispettata. Andiamo via.

Candida. Sì sì, verrò per compiacervi.

ct ct ct Candida. Come! Ancora qui il signor Evaristo! Non è andato alla caccia? Son ben curiosa di sapere il perchè.

Susanna. La non si lagni di me, perchè le assicuro che le ho dato il ventaglio a buonissimo prezzo.

Evaristo. Non v’è più la signora Candida! (Mi dispiace che non sia qualche cosa di meglio).

Susanna. Non ne ho nè di meglio, ne di peggio: questo è il solo, questo è l’ultimo che m’era restato in bottega.

Evaristo. Benissimo, mi converrà valermi di questo.

Susanna. M’immagino che ne vorrà fare un presente,

Evaristo. Certo ch’io non l’avrò comprato per me.

Susanna. Alla signora Candida?

Evaristo. (È un poco troppo curiosa la signora Susanna), Perchè credete voi ch’io voglia darlo alla signora Candida?

Susanna. Perchè ho veduto che si è rotto il suo.

Evaristo. No no, il ventaglio l’ho disposto diversamente.

Susanna. Bene bene, lo dia a chi vuole. Io non cerco i fatti degl’altri.

Evaristo. Non li cerca, ma li vuol sapere. Questa volta però non l’è andata fatta.

Candida. Gran segreti colla merciaia. Sarei bene curiosa di sapere qualche cosa.

Evaristo. Giannina.

Giannina. Signore.

Evaristo. Vorrei pregarvi d’una finezza.

Giannina. Oh cosa dice! comandi se la posso servire.

Evaristo. So che la signora Candida ha dell’amore per voi.

Giannina. Sì signor, per sua grazia.

Evaristo. Anzi m’ha ella parlato perchè m’interessi presso di vostro fratello.

Giannina. Ma è una gran disgrazia la mia! Sono restata senza padre e senza madre, e mi tocca essere soggetta ad un fratello ch’è una bestia, signore, è veramente una bestia.

Evaristo. Ascoltatemi.

Giannina. Parli pure, che il filare non mi tura l’orecchio.

Evaristo. (Suo fratello è stravagante, ma ha anche ella il suo merito, mi pare).

Susanna. Che avesse comprato il ventaglio per Giannina, non credo mai.

Coronato e Crespino.

Candida. Interessi colla merciaia, interessi con Giannina! non capisco niente.

Evaristo. Posso pregarvi di una finezza?

Giannina. Non le ho detto di sì? Non le ho detto che mi comandi? Se la rocca le dà fastidio, la butterò via.

Evaristo. Quasi quasi non direi altro, ma ho bisogno di lei.

Candida. (Cosa sono mai queste smanie?)

Crespino. Getta via la rocca?

Coronato. Mi pare che si riscaldino col discorso!

Susanna. Se le facesse un presente, non andarebbe in collera.

Giannina. Via, eccomi qua, mi comandi.

Evaristo. Siate buona, Giannina.

Giannina. Io non so d’essere mai stata cattiva.

Evaristo. Sapete che la signora Candida ha rotto il ventaglio?

Giannina. Signor sì.

Evaristo. Ne ho comprato uno dalla merciaia.

Giannina. Ha fatto bene.

Evaristo. Ma non vorrei lo sapesse la signora Geltruda.

Giannina. Ha ragione.

Evaristo. E vorrei che voi glielo deste secretamente.

Giannina. Non lo posso servire.

Evaristo. (Che risposta villana!)

Candida. (Mi dà ad intendere che va alla caccia, e si ferma qui).

Crespino. (Quanto pagherei sentire!)

Coronato. Sempre più mi cresce la curiosità.

Evaristo. Perchè non volete farmi questo piacere?

Giannina. Perchè non ho ancora imparato questo bel mestiere.

Evaristo. Voi prendete la cosa sinistramente. La signora Candida ha tanto amore per voi.

Giannina. È vero, ma in queste cose...

Evaristo. Mi ha detto che vorreste maritarvi a Crespino... Che fate voi altri? Che baronata è questa?

Crespino. Io lavoro, signore.

Coronato. Non posso scrivere e passeggiare?

Candida. (Hanno dei segreti importanti).

Susanna.

Giannina. Se non ha altro da dirmi, torno a prendere la mia rocca.

Evaristo. Sentite: mi ha pregato la signora Candida, acciò m’interessi per voi, per farvi avere delle doti, e acciò Crespino sia vostro marito.

Giannina. Vi ha pregato?

Evaristo. Sì, ed io sono impegnatissimo perchè ciò segua.

Giannina. Dov’avete il ventaglio?

Evaristo. L’ho qui in tasca.

Giannina. Date qui, date qui, ma che nessuno veda.

Evaristo. Eccolo.

Crespino. (Le dà qualche cosa).

Coronato. (Cosa mai le ha dato?)

Susanna. (Assolutamente le ha donato il ventaglio).

Candida. Ah sì, Evaristo mi tradisce. Il Conte ha detto la verità.

Evaristo. Ma vi raccomando la segretezza.

Giannina. Lasci far a me, e non dubiti niente.

Evaristo. Addio.

Giannina. A buon riverirla.

Evaristo. Mi raccomando a voi.

Giannina. Ed io a lei.

Evaristo. (Oh, eccola un’altra volta sulla terrazza. Se potessi prevenirla!) Signora Candida?

Candida.

Evaristo. Che vuol dir questa novità? Sarebbe mai un disprezzo? Non è possibile... So che mi ama, ed è sicura che io l’adoro. Ma pure... Capisco ora cosa sarà. Sua zia l’avrà veduta, l’avrà osservata, non avrà voluto mostrare presso di lei... Sì sì, è così, non può essere diversamente. Ma bisogna rompere questo silenzio, bisogna parlare alla signora Geltruda, ed ottenere da lei il prezioso dono di sua nipote.

Giannina. In verità sono obbligata alla signora Candida che si ricorda di me. Posso far meno per lei? Fra noi altre fanciulle sono piaceri che si fanno e che si cambiano senza malizia.

Coronato. (S’alza, e s’accosta a Qiannina) Grand’interessi, gran segreti col signor Evaristo!

Giannina. E cosa c’entrate voi? e cosa deve premere a voi?

Coronato. Se non mi premesse, non parlerei.

Crespino.

Giannina. Voi non siete niente del mio, e non avete alcun potere sopra di me.

Coronato. Se non sono ora niente del vostro, lo sarò quanto prima.

Giannina. Chi l’ha detto?

Coronato. L’ha detto e l’ha promesso, e mi ha data parola, chi può darla e chi può disporre di voi.

Giannina. Mio fratello forse...

Coronato. Sì, vostro fratello, e gli dirò i segreti, le confidenze, i regali...

Crespino. Alto alto, padron mio. Che pretensione avete voi sopra questa ragazza?

Coronato. A voi non deggio rendere questi conti.

Crespino. E voi che confidenza avete col signor Evaristo?

Giannina. Lasciatemi star tutti due, e non mi rompete la testa.

Crespino. Voglio saperlo assolutamente.

Coronato. Cos’è questo voglio? Andate a comandare a chi v’appartiene. Giannina m’è stata promessa da suo fratello.

Crespino. Ed io ho la parola da lei, e vai più una parola della sorella che cento parole di suo fratello.

Coronato. Su questo ci toccheremo la mano.

Crespino. Cosa vi ha dato il signor Evaristo?

Giannina. Un diavolo che vi porti.

Coronato. Eh, ora ora. L’ho veduto sortire dalla merciaia. La merciaia me lo dirà.

Crespino. Che abbia comprato qualche galanteria?

Giannina. (Oh, io non dico niente sicuro... Non vorrei che Susanna...)

Coronato. Ditemi in grazia. Che cosa ha comprato da voi il signor Evaristo?

Susanna. Un ventaglio.

Crespino. Sapete voi che cosa ha donato a Giannina?

Susanna. Oh bella! Il ventaglio.

Giannina. Non è vero niente.

Susanna. Come non è vero niente?

Coronato. Lasciate veder quel ventaglio.

Crespino. Voi non c’entrate. Voglio veder quel ventaglio.

Coronato.

Crespino.

Giannina. Per causa vostra.

Susanna. Per causa mia?

Giannina. Siete una pettegola.

Susanna. A me pettegola?

Giannina. Alla larga, che giuro al cielo...

Susanna. Vado via, perchè ci perdo del mio.

Giannina. Ci perde del suo?

Susanna. Siete una contadina, trattate da quella che siete.

Giannina. Lasciatemi stare.

Crespino. Lasciatemi vedere il ventaglio.

Giannina. Io non ho ventaglio.

Coronato. Cosa vi ha dato il signor Evaristo?

Giannina. Vi dico ch’è un’impertinenza la vostra.

Coronato. Voglio saperlo.

Crespino. Non tocca a voi, vi dico.

Giannina. Non si tratta così colle fanciulle onorate,

Crespino. Ditelo a me, Giannina.

Giannina. Signor no.

Coronato. Io, io ho da saperlo.

Giannina. Andate al diavolo.

Coronato. A me quest’affronto? Per causa vostra.

Crespino. Voi siete un impertinente.

Coronato. Non mi fate riscaldare il sangue.

Crespino. Non ho paura di voi.

Coronato. Giannina dev’esser mia.

Crespino. No, non lo sarà mai. E se questo fosse, giuro al cielo...

Coronato. Cosa sono queste minaccie? Con chi credete di aver che fare?

Crespino. Io sono un galantuomo, e son conosciuto.

Coronato. Ed io cosa sono?

Crespino. Non so niente.

Coronato. Sono un oste onorato.

Crespino. Onorato?

Coronato. Come! ci avreste voi qualche dubbio?

Crespino. Non sono io che lo mette in dubbio.

Coronato. E chi dunque?

Crespino. Tutto questo villaggio.

Coronato. Eh amico, non è di me che si parla. Io non vendo il cuoio vecchio per il cuoio nuovo.

Crespino. Nè io vendo l’acqua per vino, nè la pecora per castrato, ne vado di notte a rubar i gatti per venderli o per agnelli, o per lepre.

Coronato. Giuro al cielo...

Crespino. Ehi!...

Coronato. Corpo di bacco!

Crespino. La mano in tasca!

Coronato. Non ho coltello...

Crespino. ct ct Timoteo.

Limoncino.

Scavezzo.

Conte. Alto, alto, fermate, ve lo comando. Sono io, bestie, sono il conte di Roccamonte; ehi bestie, fermatevi, ve lo comando,

Crespino. Hai ragione che porto rispetto al signor Conte,

Coronato. Sì, ringrazia il signor Conte, altrimenti t’avrei fracassato l’ossa.

Conte. Animo, animo, basta così. Voglio saper la contesa. Andate via, voi altri. Ci sono io, e non c’è bisogno di nessuno.

Timoteo. C’è alcuno che sia ferito?

Conte. Voi vorreste che si avessero rotto il capo, scavezzate le gambe, slogato un braccio, non è egli vero? Per avere occasione di esercitare il vostro talento, la vostra abilità.

Timoteo. Io non cerco il mal di nessuno, ma se avessero bisogno, se fossero feriti, storpiati, fracassati, li servirei volentieri. Sopra tutti servirei di cuore in uno di questi casi V. S. illustrissima.

Conte. Sei un temerario, ti farò mandar via.

Timoteo. I galantuomini non si mandano via così facilmente.

Conte. Si mandano via i speciali ignoranti, temerari, impostori, come voi siete.

Timoteo. Mi maraviglio ch’ella parli così, signore; ella che senza le mie pillole sarebbe morto.

Conte. Insolente!

Timoteo. E le pillole non me l’ha ancora pagate.

Coronato. Il Conte in questo caso mi potrebbe giovare.

Conte. Ebbene, cosa è stato? cos’avete? qual è il motivo della vostra contesa?

Crespino. Dirò, signore... Non ho riguardo di dirlo in faccia di tutto il mondo... Amo Giannina...

Coronato. E Giannina dev’esser mia.

Conte. Ah ah, ho capito. Guerra amorosa. Due campioni di Cupido. Due valorosi rivali. Due pretendenti della bella Venere, della bella dea delle Case nove.

Crespino. Se ella crede di volermi porre in ridicolo...

Conte. No. Venite qui.

Coronato. La cosa è seriosa gliel’assicuro.

Conte. Sì, lo credo. Siete amanti e siete rivali. Cospetto di bacco! guardate le combinazioni! Pare la favola ch’ho letto alla signora Geltruda. «Eravi una donzella d’una bellezza sì rara...»

Crespino. (Ho capito). Con sua licenza.

Conte. Dov’andate? Venite qui.

Crespino. Se mi permette, vado a terminar di accomodare le sue scarpe.

Conte. Oh sì, andate che siano finite per domattina.

Coronato. E sopra tutto che non siano accomodate col cuoio vecchio.

Crespino. Verrò da voi per avere del cuoio nuovo.

Coronato. Per grazia del cielo, io non faccio nè il ciabattino, nè il calzolaro.

Crespino. Non importa, mi darete della pelle di cavallo, della pelle di gatto.

Coronato. (Certo colui ha da morire per le mie mani).

Conte. Che ha detto di gatti? Ci fareste voi mangiare del gatto?

Coronato. Signore, io sono un galantuomo, e colui è un impertinente che mi perseguita a torto.

Conte. Questo è un effetto della passione della rivalità. Siete voi dunque amante di Giannina?

Coronato. Sì signore, ed anzi voleva raccomandarmi alla di lei protezione.

Conte. Alla mia protezione? Bene, si vedrà. Siete voi sicuro ch’ella vi corrisponda?

Coronato. Veramente dubito ch’ella sia portata più per colui, che per me.

Conte. Male.

Coronato. Ma io ho la parola di suo fratello.

Conte. Non è da fidarsene molto.

Coronato. Moracchio me l’ha promessa sicuramente.

Conte. Questo va bene, ma non si può violentare una donna.

Coronato. Suo fratello può disporre di lei.

Conte. Non è vero: il fratello non può disporre di lei.

Coronato. Ma la di lei protezione...

Conte. La mia protezione è bella e buona; la mia protezione è valevole; la mia protezione è potente. Ma un cavaliere, come son io, non arbitra e non dispone del cuor di una donna.

Coronato. Finalmente è una contadina.

Conte. Che importa questo? La donna è sempre donna; distinguo i gradi, le condizioni, ma in massima rispetto il sesso.

Coronato. (Ho capito, la sua protezione non val niente).

Conte. Come state di vino? Ne avete provveduto di buono?

Coronato. Ne ho del perfetto, dell’ottimo, dell’esquisito.

Conte. Verrò a sentirlo. Il mio quest’anno è riuscito male. Coronato. (Son due anni che l’ha venduto).

Conte. Se il vostro è buono, mi provvedere da voi.

Coronato. (Non mi curo di questo vantaggio).

Conte. Avete capito?

Coronato. Ho capito.

Conte. Ditemi una cosa. S’io parlassi alla giovane, e con buona maniera la disponessi?

Coronato. Le sue parole potrebbero forse oprar qualche cosa in mio vantaggio.

Conte. Voi finalmente meritate d’essere preferito.

Coronato. Mi parrebbe che da me a Crespino...

Conte. Oh, non vi è paragone. Un uomo, come voi, proprio, civile, galantuomo...

Coronato. Ella ha troppa bontà per me.

Conte. E poi rispetto alle donne, è vero, ma appunto per questo, trattandole com’io le tratto, vi assicuro che fanno per me quel che non farebbero per nessuno.

Coronato. Questo è quello che pensavo anch’io, ma ella mi voleva disperare.

Conte. Io faccio come quegli avvocati che principiano dalle difficoltà. Amico, voi siete un uomo che ha una buona osteria, che può mantenere una moglie con proprietà; fidatevi di me, mi voglio interessare per voi.

Coronato. Mi raccomando alla sua protezione.

Conte. Ve l’accordo e ve la prometto.

Coronato. Se volesse darsi l’incomodo di venir a sentir il mio vino...

Conte. Ben volentieri. In casa vostra non vi ho alcuna difficoltà.

Coronato. Resti servita.

Conte. Buon galantuomo! Andiamo,

Coronato. Due o tre barili di vino non saranno mal impiegati. ct

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