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Incompreso

Florence Montgomery · 1915 · Free in the US

41,452 words · about 2 h 54 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1915 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Incompreso&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Florence Montgomery
Language
Italian
Published
1915
Length
41,452 words · about 2 h 54 min
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20 reader sections
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Contents (20)

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Parte prima

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Parte prima - Capitolo I

Proprio appena finito il pranzo, un diluvio di pioggia si versò sui campi e sui giardini, sui tetti e giù per i muri della vecchia abbazia di Wareham nella contea di Sussex, e la tavola non era ancora sparecchiata, che già due testine ricciute, stretta l’una contro l’altra, si affacciavano alla finestra a guardar le nubi con impazienza.

Che triste dopo pranzo! E pensare che il babbo doveva arrivare! e che aveva loro permesso dì andargli incontro alla stazione! Sarebbe stato così bello!

Non v’era posto per Virginia nel calessino, ed essi avevano promesso di starvi tranquilli, di non mettere i piedi sulle ruote nel salir su, e di non saltar fuori prima che non fosse ben fermo: di non fare insomma nessuna delle solite bizzarrie. Sarebbero stati affidati soltanto a Pietro, il cocchiere. Ah! che divertimento sarebbe stato!

Andarsene lontani da Virginia per un bel pezzo, era per essi la più grande delle gioie umane. Pareva ad essi che ella fosse stata creata apposta per contrariare ogni loro progetto di gioia, per veder pericoli dove essi non vedevano che divertimenti, e per portar l’ombra del suo eterno: Ne faites pas ceci, ne faites pas cela, attraverso il luminoso sentiero dei loro infantili progetti e dei loro passatempi.

Povera Virginia! Se ella fosse stata portata al tribunale del loro giudizio, sarebbe stata subito condannata senza nessun beneficio di circostanze attenuanti.

Eppure in fondo era una brava donna, piena di buone intenzioni, ma, per sfortuna sua e dei bambini, ella era dotata di nervi, e la grave, intera responsabilità di due bimbi di un vedovo — quasi sempre assente da casa — rendeva la sua vita una continua ansietà.

Non aveva però torto. Humphrey e Miles erano le più spensierate creaturine che siano mai nate: senza paura dei pericoli, senza pensiero delle conseguenze, e sordi a ogni preghiera e a ogni rimprovero.

Il piccolo Miles — il minore, che aveva quattro anni — quand’era solo era abbastanza buono, come diceva spesso Virginia al babbo. Si sapeva almeno come pigliarlo, ed era — forse perchè ancora così piccino — sottomesso all’autorità.

Ma monsieur Humphrey!

Qui Virginia non ritrovava più le parole: si accontentava di alzar le mani e gli occhi al soffitto con un gran sospiro.

Sir Everard Duncombe era membro del Parlamento e durante la sessione se ne stava quasi sempre a Londra, fuorchè dal sabato alla domenica in cui veniva all’Abbazia.

Durante queste sue rapide visite era sopraffatto dal racconto di tutti i malestri che Humphrey aveva commessi nella settimana.

Egli si era arrampicato su alberi impossibili e aveva spiccato salti da altezze spropositate. Era andato nelle scuderie fin sotto i piedi dei cavalli, e si era accovacciato nel canile insieme col bracco. Proprio per un miracolo non era caduto giù nel fossato di confine dei campi, ma il domani era scivolato nello stagno. Insomma le sue scappate non avevano fine! Ma il peggio era — e su questo Virginia insisteva specialmente — ch’egli trascinava anche il suo fratellino in ogni sorta di birichinate, poichè se Humphrey faceva una cosa, subito Miles voleva farla anche lui, e se Humphrey andava via, ecco che Miles gli correva dietro.

— E la cosa era ben diversa! — esclamava Virginia. — Humphrey era a prova di raffreddori e di tossi e d’ogni sorta di accidenti; ma il piccolo Miles era debole, e, poverino, aveva una speciale tendenza al croup e ai mali di petto: perciò bisognava evitare attentamente che pigliasse freddo, o si bagnasse i piedini, o facesse degli sforzi eccessivi.

Così timido e grazioso, tutto sorrisi e baci, egli era proprio il bambino fatto per deliziare un babbo, e sir Duncombe gli aveva dato tutto il suo amore.

Lady Duncombe — qualche tempo prima di morire — aveva osservato la predilezione del marito per il piccino, e lo aveva anzi rimproverato.

— È un cosino così seducente! — egli aveva rispo- sto prendendo il bimbo in braccio e accarezzandogli la testina ricciuta ch’egli aveva subito chinata, tutto contento, sulla spalla del babbo.

— Vedi, se io prendo Humphrey così, egli sgambetta e si dibatte per voler andar giù e arrampicarsi invece sulla tavola e sulle seggiole.

— Humphrey ha tre anni di più, osservò lady Duncombe, e tu non puoi pretendere ch’egli sia quieto come un bimbo di due anni. Credimi, Everardo, egli ti vuol bene quanto Miles, ma a modo suo.

— Sarà benissimo, rispose il marito, ma è però un gran piacere quando una creaturina ci si avvinghia così e ci sta seduta sulle ginocchia per delle ore.

Lady Duncombe non rispose, ma il suo sguardo errò sulle testine ricciute de’ bambini, e si fermò su quella bruna di Humphrey.

Per tre anni egli era stato il suo unico figliolo, il suo orgoglio e la sua gioia. Ella si gloriava della sua aria d’ometto, della sua infaticabile vivacità, e a lei piacevano le sue brusche tenerezze quanto le più graziose manierine di Miles.

Come godeva di sentirlo venire correndo e spalancando gli usci, e di vederselo saltare in grembo! vero ch’egli buttava giù le sedie lungo la sua strada, o rovesciava la scatola di lavoro con tutti i suoi rocchetti e le sue cartine d’aghi, e insudiciava i canapè cogli stivali infangati: ma che cosa importava?

I suoi baci non piovevano forse in furia sulla guancia? Non vi erano forse due care robuste braccine intorno al suo collo? Non sapeva ella che sotto quell’impetuosità e quella sbadataggine v’era nascosto un cuoricino pieno d’amore?

Che cosa le poteva importare ch’egli dimenticasse ogni raccomandazione e ogni promessa quando non dimenticava mai la sua mamma? e ch’egli non badasse a nulla e a nessuno quando il suo sguardo e i suoi baci erano così desiderati e richiesti?

...Oh, fu un giorno triste per il piccolo Humphrey quello in cui la sua mamma fu portata via. Era stata malata per tanto tempo, poi i suoi occhi incavati che erano rimasti all’ultimo fissati su lui si chiusero per sempre in questo mondo: e le sue mani magre e trasparenti rimasero incrociate sul suo seno, là dove tante volte egli aveva nascosta la testina e fatto singhiozzando le sue confessioni, promettendo d’essere sempre buono.

Sir Everardo, sbalordito dal colpo, non vide quasi i suoi bambini per alcuni giorni, ma quando li rivide si stupì di trovar Humphrey come prima: ancor così sbadato e chiassoso, ancora pronto a cento monellerie. Si era già dimenticato di quello ch’era accaduto?

— Ha poco cuore! — fu la sua conclusione mentre guardava quella figurina vestita a bruno, che rincorreva le pecore in mezzo alle praterie.

Aveva poco cuore? Sì, sir Everardo poteva pensarlo, perch’egli non vedeva il bambino se non nei suoi momenti di distrazione, quando la natura e l’infanzia rivendicavano i loro diritti, e l’elasticità del suo carattere lo lanciava, per così dire, lontano dal suo dolore.

Ma non lo vedeva invece quando il ricordo della sua mamma, ripiombando su lui all’improvviso, faceva scolorire il suo visino.

Non lo vedeva quando, pigliata la corsa verso il sa- lotto, con un nuovo tesoro da mostrare, con un nuovo progetto da svelare, si arrestava di sobbalzo all’uscio perchè gli balenava il pensiero che là sul sofà non c’era la sua mamma ad aspettarlo con un sorriso; no, no, non ci son più i suoi baci, non c’è più la sua voce, più, mai più!

Povero bambino! Soffocato dai singhiozzi, correva via, lontano, all’aria aperta, in qualunque luogo, pur di fuggire da quel salotto vuoto, da quel desiderio ardente, da quel senso spaventoso di desolazione.

Solamente Colui che sta lassù nel più alto de’ Cieli sapeva che cosa vi era nel cuore del fanciullo. Egli solo poteva vedere il guanciale bagnato di lacrime e udire il grido soffocato che fuggiva nel profondo della notte da quel povero cuoricino orfano. «Oh, mamma, mamma! cosa faccio senza di te?»

Tutto questo era accaduto quasi due anni prima del giorno di cui vi ho parlato, quando la pioggia rappresentava così bene la sua parte davanti ai due piccoli spettatori affacciati alla finestra. In questi due anni il ricordo della mamma si era dileguato completamente dalla mente del piccolo Miles, ma in quella di Humphrey era invece ancora fresco e verde.

È vero che a volte passavano settimane e mesi senza che il suo pensiero si fermasse su lei: ma a un tratto un fiore, un libro, qualunque piccola cosa che le era appartenuta, lo portava tutto indietro a quel tempo... e il suo petto si sollevava, e quegli occhioni bruni, pieni d’allegria, erano subito offuscati da un velo di lagrime.

Nel salotto — ora quasi sempre chiuso — v’era un ritratto a figura intera di Lady Duncombe con Humphrey fra le braccia, e in quei momenti d’improvvisa reminiscenza, o quando era in qualche guaio con Virginia, il fanciullo scappava furtivamente in quella stanza buia, e si raggomitolava sul pavimento, nella stessa posizione ch’egli aveva sul quadro, e si figurava di sentirsi intorno le braccia della mamma e la sua spalla contro la sua testa.

In certi giorni, il salotto veniva spazzato e spolverato, e dalle pesanti imposte spalancate la luce pioveva a torrenti sopra il quadro.

Allora i due fratellini correvano là tutti e due e, ritto davanti al ritratto, il maggiore raccontava al piccino tutto ciò che si ricordava della povera mamma.

Miles aveva un gran rispetto e una grande ammirazione per Humphrey. Un fanciullo di sette anni che porta calzoncini è sempre un oggetto d’ammirazione per un bimbo di quattro che è ancora limitato alla gonnellina: ma il sentimento d’inferiorità che provava Miles non era soltanto per la gonnellina.

La sua immaginazione non riusciva a prendere il volo oltre la biblioteca e la sala da pranzo; egli non poteva figurarsi il salotto in altro modo che una stanza chiusa. Quindi il suo rispetto per Humphrey s’ingrandiva ancor più, quand’egli gli faceva quelle splendide descrizioni delle passate glorie della casa, quando vi erano le tende di mussola alla finestra, e le belle fodere di cretonne a fiori su tutte le poltrone, e la mamma era là sdraiata sul canapè con accanto il suo tavolino da lavoro.

Con che voce sommessa e dolce Humphrey parlava di tutto questo! e come scintillavano i suoi occhi bruni!

Miles, poverino, in quei momenti provava invece quasi un senso di vergogna.

Tutto gli pareva così strano e gli riusciva così nuovo, che stentava a capire certe cose. Humphrey si stizziva di tutte quelle sue domande, e quando lo interrompeva dicendogli: — È inutile spiegarlo a te perchè non ti ricordi niente di lei — un’espressione di dolore appariva su quel visino, ed egli ammetteva mortificato la sua grande inferiorità.

Questa ammirazione di Miles per suo fratello era il veleno della vita di Virginia.

Timido per natura, Miles diventava ardito quando si sentiva protetto da Humphrey: di solito obbediente e sottomesso, dietro l’esempio di lui si metteva anch’egli a sfidarla o a lottare con lei, e in quei momenti egli era birichino quanto suo fratello.

Che «l’unione fa la forza» Virginia lo aveva esperimentato da un pezzo a scapito dei suoi nervi e del suo temperamento. E ora Virginia aveva ripetuto più volte che se Humphrey si fosse sottomesso al waterproof e alle scarpe di guttaperca sarebbe andato incontro a suo padre alla stazione: se no, no. E Humphrey aveva acconsentito di venir a patti, se però Miles andava anche lui.

Ma su questo punto Virginia era ferma. Neppure venti scialli avrebbero potuto difendere Miles da un raffreddore in una giornata così piovosa e umida: ella lo sapeva per esperienza, e quindi l’ordine questa volta era irrevocabile.

— O Humphrey andrà solo, o tutti e due resteranno a casa.

— Non andare... supplicò Miles, è così brutto star a casa solo con Virginia.

— Vecchia strega cattiva! — borbottò Humphrey avvicinandosi ancora alla finestra e arrampicandosi sul largo parapetto di legno.

— Ma non importa, Miles. Io non vado senza di te. Guarda! contiamo le goccie che cadono li fuori sul davanzale, e il tempo passerà presto.

Questa interessante occupazione ebbe l’effetto desiderato: mezz’ora passò, ed essi erano ancora così assorti nel loro conto, che la carrozza entrò nel viale ed era quasi al vestibolo prima ch’essi se ne fossero accorti.

— Quest-ce que c’est donc? esclamò Virginia trasalendo per il salto che Humphrey aveva fatto dal parapetto.

— C’est mon père, fu tutta la risposta che egli le accordò; e si precipitò fuor della stanza.

— M.r votre père! Attendez donc que je vous arrange un peu les cheveux. Ella parlava al vento: dei salti e dei colpi, in lontananza, le dicevano la sua rapida discesa giù per le scale.

Miles, più lento, fu afferrato e spazzolato a dispetto de’ suoi sforzi per sfuggirle: ma finalmente potè andarsene a raggiungere suo fratello.

Arrivarono al vestibolo proprio nel momento in cui la carrozza vi si fermava, e i due bambini si misero a saltare con allegria intorno a un signore alto e bruno che salì la gradinata levandosi il suo impermeabile.

Il signore si chinò a baciare quei visini animati.

— Oh, oh, miei follettini! e come state tutti e due? nessun osso rotto in questa settimana? nessuna nuova ammaccatura e nessun bernoccolo, eh?

Essi erano così assorti nel babbo che non s’erano accorti che non era solo, ma che un altro signore era sceso dalla carrozza. Non se n’accorsero se non quando sir Everardo disse:

— E ora date la mano a questo signore. Vediamo un po’ se sapete dirmi chi egli è!

Humphrey fissò i suoi occhioni in viso al giovane e rispose mutando colore:

— Io dico che è lo zio Carletto, che è venuto a trovarci una volta: tanto tempo fa: prima che andasse sul mare; e prima....

— Proprio lui! interruppe sir Everardo. Non credevo che te ne ricordassi. Che cosa ti pare, Carletto? Humphrey non è molto mutato d’allora, eh? Ma questo demonietto qui, era proprio un bimbo quando tu sei partito, aggiunse, pigliando Miles in braccio e guardando suo cognato con un sorriso raggiante come per dire: Bello, eh?

— Che somiglianza! esclamò Carletto.

Sir Everardo rimise a terra il bambino con un sospiro.

— Le somiglia in più modi, ne ho paura, guarda qui. — E segnò col dito le traccie delicate delle vene azzurre sopra la fronte e il roseo di quelle belle gote.

Humphrey aveva ascoltato attento quella conversazione, ma quando il babbo si mise a baciare ancora Miles, egli si avvicinò allo zio e mise la sua mano in quella di lui:

— Sei un grazioso ometto, — gli disse lo zio Carletto passandogli l’altra mano sulla testina ricciuta. — Noi eravamo buoni amici, ti ricordi? — poi voltando in su quella faccetta vivace, e guardandolo fisso per un momento, disse fra sè:

— Tu invece non somigli punto punto a tua madre.

Il primo squillo della campana del pranzo risuono per la casa, e i bambini corsero davanti al babbo nella sua camera per aiutarlo, o meglio per impacciarlo mentre si vestiva.

Miles si dedicò subito alla valigia, in attesa di qualche pacchetto tentatore, ma l’attenzione di Humphrey si concentrò invece tutta sui vari oggetti che ritrovava nelle tasche del soprabito che il babbo si era levato allora allora. Un clic accusatore fece voltare il baronetto.

— Che cos’hai in mano, Humphrey?

Un temperino aperto sfuggì dalle manine del fanciullo. Egli era riuscito ad aprirne le due lame e stava per tagliarsi l’unghia del pollice.

Fallito questo esperimento, le due dita inquiete vagarono sulla toeletta e ci fu un silenzio di cattivo augurio.

— Humphrey! gridò il babbo. Metti giù quel rasoio!

Nello specchio egli aveva veduto a un tratto una faccia insaponata, e fu appena in tempo di arrestare l’operazione.

La punizione segue il peccato, e Humphrey fu mandato nella sua stanza a lavarsi la faccia e a mettersi un po’ in ordine. Poi con una scivolata giù per la balaustrata della scala — forse per riacquistare il tempo perduto — egli arrivò all’uscio della biblioteca nello stesso momento in cui vi arrivava il babbo con Miles.

Lo zio Carletto era ritto davanti alla finestra, già in ordine: la campana suonò e tutti passarono nella sala da pranzo.

I due bambini avevano le seggiole ai lati del babbo, il quale ogni tanto dava loro un bocconcino della sua pietanza.

Il pranzo procedeva in silenzio. Lo zio gustava la zuppa, e sir Everardo si divideva fra il suo piatto e i suoi figliuoli.

— Oggi è il giorno di nascita di Guglielmo, — disse Humphrey rompendo finalmente il silenzio.

Lo sfortunato individuo in calzette di seta bianca, portato così improvvisamente in pubblico, arrossì fino alla radice de’ capelli e mancò poco che nella sua confusione non lasciasse cadere il piatto, proprio nel momento che stava per presentarlo al suo padrone.

— Ha ventidue anni oggi, continuò Humphrey, me lo ha detto lui stamattina. — Sir Everardo tentò di mostrare un conveniente interesse a un annuncio così importante.

— Guglielmo, a che ora sei nato? — proseguì Humphrey, voltandosi verso la credenza dove il domestico s’era ritirato col copripiatto, e di dove faceva ogni sorta di segni al suo tormentatore, nella vana speranza che la finisse con quella conversazione.

Sir Everardo offerse in fretta al fanciullo un boccone di rombo sulla punta della sua forchetta: e infatti, esso gli chiuse la bocca per due minuti, ma, appena il boccone fu inghiottito, la bocca s’aperse ancora.

— Che cosa darai, babbo, a Guglielmo per la sua festa? — domandò posando le braccia sulla tavola e il mento sulle braccia e guardando il babbo in viso in attesa della sua risposta.

La testa dello zio Carletto si chinò giù giù sul piatto, e il suo viso diventava sempre più rosso.

— Lo so che cosa desidera! esclamò Humphrey. Lo ha detto lui a me!

Il povero giovane afferrò il copripiatto e fece per battere in ritirata, ma sull’uscio l’inesorabile maggiordomo gli passò la salsa di gamberi, ed egli fu obbligato ad avanzarsi verso il suo padrone. Ed Humphrey continuò, glorioso d’essere il confidente di Guglielmo: — Io oggi gli ho detto: Se il babbo volesse farti un regalo per il giorno della tua festa, che cosa ti piacerebbe? Ti ricordi, Guglielmo?... e lui mi disse: Ti ricordi neh?...

Un attacco così diretto era più di quel che occorreva per sbalordire un uomo.

Guglielmo si precipitò all’uscio col piatto mezzo pieno, e, malgrado le furiose occhiate del maggiordomo, disparve appunto nel momento in cui lo zio, non potendo più tenersi, scoppiava in una risata.

— Non devi chiacchierare a questo modo a pranzo, disse sir Everardo quando l’uscio si chiuse. Lo zio ed io non siamo ancora riusciti a dir una parola.

— Ti assicuro, — aggiunse sottovoce a suo cognato, — che questi bambini mi tengono sempre sulle spine, perchè non posso mai prevedere che cosa stiano per dire.

Quando il domestico riapparve, a suo gran sollievo, i signori stavano chiacchierando di politica, e Humphrey aveva dedicato la sua attività a scavare delle fosse nella saliera, e seppellirvi dentro delle pillole di pane rubato al babbo.

— Vuoi venire la settimana ventura ad aiutarmi nel mio pranzo, Carlo? disse Everardo. Ho invitato degli aborigeni e avrei bisogno di un po’ d’aiuto. Sono più di due anni che non uso ai miei elettori nessuna cortesia e mi par che sia tempo di farlo.

— Che parole lunghe! mormorò Humphrey mentre copriva l’ultima fossa di sale e piantava sul colmo della montagnola una fogliuzza di prezzemolo ch’era caduta dal pesce.

— Babbo, domandò dopo un poco, che cosa sono gli abo... abo...

— Aborigeni, finì lo zio Carletto. Sono degli uomini selvaggi che stanno nelle foreste. Mezzo uomini e mezzo bestie, Humphrey.

— E il babbo li invita a pranzo?! esclamò stupito il fanciullo.

— Sicuro, rispose lo zio divertendosi dello scherzo. Sarà un bel divertimento per te e per Miles, non ti pare?

— Non ti pare! fece eco Humphrey, e balzato dalla sua seggiola, si mise a saltare intorno alla tavola.

— Oh, babbo, ci lascerai, ma senza dirlo a Virginia, veh! ci lascerai venir giù a pranzare quella sera? così li vediamo!

— Mah! in quanto al pranzo non so. I bambini sono un impiccio in queste occasioni... specialmente quando non sanno frenar la lingua a tempo. Ma potrete venire tutti e due nella biblioteca a vederli arrivare.

In questo punto la malaugurata testa di Virginia fece capolino all’uscio e la sua voce ancora più malaugurata proclamò: Monsieur Humphrey, monsieur Miles, il faut venir vous coucher.

I due bambini obbedirono facendo il broncio, perchè la conversazione era stata interrotta proprio al punto più interessante, e Humphrey aveva ancora cento domande da fare intorno agli aborigeni.

Pure s’avviarono di sopra cheti cheti, e Virginia li seguì proprio alle calcagna in caso saltasse loro in testa di far qualche malestro lungo la strada.

Ma quella sera erano troppo occupati dei selvaggi delle foreste che dovevano venire venerdì, per pensare ad altro: e arrivarono nella stanza da letto senza aver dato nessuna scossa al sistema nervoso di Virginia.

E, caso strano! la cosa durò per tutto il tempo che furono svestiti, lavati e messi nei loro lettini, l’uno di fianco all’altro.

Virginia chiuse le imposte, e con un sospirone di sollievo andò a cenare.

— Che gioia! è andata! esclamò Humphrey. Così potremo fare una bella chiacchierata sui selvaggi.

— Oh, Humphrey! disse il piccino con accento di preghiera. Non parlare adesso! è tanto scuro... Ma se proprio hai bisogno, dammi la tua mano da tenere, così non ho più paura.

— Allora non ne parleremo, Miles, rispose il maggiore con una voce carezzevole; e si tirò sulla sponda del letto, poi passò il braccio intorno al fratellino come per proteggerlo.

Miles, tutto riconfortato, si tirò anche lui sulla sponda e si addormentarono coi visini che si toccavano e le manine strette insieme.

Povere testine ricciute, su cui una mamma non s’era chinata a mormorare una parola d’amore e di benedizione! Povere belle guancie a fossette su cui nessun lungo bacio s’era posato!

Fuori, nella prateria, gli agnellini erano coricati di fianco alla pecora; sull’olmo gli uccelletti erano accovacciati sotto l’ala della loro madre, ma qui dentro nessun passo leggero, nessun fruscio d’abito, nessuna imposta socchiusa e nessuna striscia di luce, interrompeva il sonno senza sogni dei due bambini per dir loro che una madre era lì a guardarli.

Parte prima - Capitolo II

Sir Everardo non uscì dalla sua camera se non alle nove ore, ma molto tempo prima delle nove tutti in casa sapevano ch’egli era alzato e che cosa stava facendo. Poichè poco dopo le otto i due ragazzini s’erano appostati fuor del suo uscio, e non essendo stati ammessi, tenevano conto dei progressi della sua toeletta in un tono così alto che s’udiva per tutta la casa.

— Babbo! non sei ancora uscito dal bagno?... Ah, stai insaponandoti, eh? Ma che cosa fai adesso?... Adoperi la spugna? Oh che sciaguattamento! Babbo!... Ora s’asciuga certo. Senti com’è quieto!

In quel momento si sentì girar la chiave nella serratura e lo scalpitio di quattro piedini in fuga.

— Ti faccio i miei complimenti per il modo perfetto con cui eseguisci le tue abluzioni, fu il saluto di Carletto a suo cognato che entrava nella sala della colazione coi due bimbi per mano.

Sir Everardo si mise a ridere, e stringendogli la mano, disse: — In questa casa non vi sono segreti, come vedi. Ma che giornata deliziosa, non è vero?

— Stupenda! ma fuori dev’essere molto caldo. Se però mi rammento bene, la passeggiata alla chiesa è tutta all’ombra. Vengono anche i bambini in chiesa?

— Miles no, ma di solito piglio Humphrey, e, ti parrà strano, egli è tranquillissimo in chiesa! Credo sia l’unico posto al mondo in cui riesca a star seduto un po’ quieto.

Per tutto il tempo della colazione non si udì la voce di Humphrey ch’era tutto occupato a segnar le preghiere nel suo libricino.

— Ecco fatto! esclamò trionfante mettendo l’ultimo segno, e fece uno sforzo per trattenersi dal buttar il libro in aria.

— E ora faresti meglio ad andar a vestirti, gli disse il babbo. Così non farai aspettare lo zio e me.

Humphrey corse subito di sopra, ma non li raggiunse che all’ultimo minuto perchè aveva perduto un po’ di tempo in una scaramuccia con Virginia.

Per andar alla chiesa s’attraversava tutto il giardino, poi s’andava giù per il viale. Uscirono da una porticina di fianco alla casa e Miles rimase a guardarli sconsolato, col suo bel visetto e la sua snella personcina incorniciati dallo stipite della porta.

Camminavano in silenzio.

Sir Everardo si godeva la calma bellezza di quel mattino d’estate. Humphrey inseguiva una farfalla, e lo zio Carletto guardava tutto intorno e ammirava la disposizione di quelle grandi aiuole, di que’ cespi di rose, di quel giardino, testimonio del buon gusto della sua povera sorella che amava tanto i fiori; e ripensava all’ultima volta che l’aveva attraversato con lei per andar alla chiesa.

— Chissà come arriva accaldato quel benedetto ragazzo! disse a un tratto sir Everardo guardando Humphrey che spiccava salti al di sopra delle aiuole. Non capisco davvero come si possa correre in una simile giornata.

— È un bel ragazzino! esclamò lo zio guardandolo anche lui, e sembra robusto.

— Oh, questo sì, rispose il baronetto. Non è mai stato a letto neppur un giorno. Ritrae molto dalla mia famiglia: diventerà forte ed alto come tutti noi.

— L’ho pensato anch’io questa mattina guardando i ritratti de’ tuoi antenati: la stessa figura diritta e ben piantata e gli stessi occhi neri. Miles è proprio l’opposto: così biondo e delicato...

— Come ti dicevo ieri, temo che Miles abbia tutta la costituzione di sua madre. Il minimo freddo gli fa venire una certa tossetta che mi spaventa, rispose il baronetto con un’aria turbata.

— Oh, ma che! crescendo gli passerà. Anch’io alla sua età avevo il petto delicatissimo, e ora, lo vedi, non ho mai il più piccolo disturbo.

Essi erano arrivati in fondo al viale e Humphrey non c’era più.

— Non lo aspetto mai, disse sir Everardo aprendo il cancello del parco. Egli capita fuori quando meno lo si pensa. Infatti attraversavano il camposanto quando il fanciullo li raggiunse, rosso e ansante.

Lo zio sospirò al pensiero d’aver per un paio d’ore un vicino così poco tranquillo, e spiò i suoi movimenti con una certa inquietudine. Ma Humphrey, arrivato sotto il portico, si levò svelto il suo cappellino, scosse indietro i riccioli che gli cadevano sulla fronte sudata e entrò in chiesa diritto e serio.

S’avviò verso la cappella dove era l’antico banco di famiglia, ma arrivatovi si fermò di botto perchè il chiavistello dell’usciolo non era alla sua portata. Lo zio l’aperse e stava per entrarvi, — pensando che naturalmente il bambino si sarebbe seduto accanto a suo padre, — ma invece il nipotino si spinse innanzi, andò laggiù in fondo e s’arrampicò su un alto sedile imbottito che aveva avanti a sè, sul legglo, un grosso libro di preghiere col monogramma: Adelaide.

La gente stupiva di veder il padre e il figliuolo seduti così lontano l’uno dall’altro, ed anche il vecchio ministro trattenne a stento un sorriso la prima volta che vide quell’uomo alto sei piedi a una estremità del banco, e il cocuzzolo di una bruna testina all’altra.

Ma sir Everardo aveva inutilmente detto al fanciullo di avvicinarsi a lui un po’ più: chissà perchè, egli preferiva star laggiù solo.

Una volta al baronetto balenò l’idea che fosse perchè quello era il posto della mamma, ma egli aveva poco buona opinione della testina e del cuore di Humphrey, e finì col persuadersi che era un puro capriccio.

Ma Humphrey lo aveva confidato a Miles, solamente a Miles, il gran perchè! Gli piaceva di guardare lo stesso pezzo dell’invetriata dipinta su cui gli occhi della mamma erano sempre fissi; e di tener i piedi sullo sgabello su cui teneva i suoi la mamma; e siccome il libro ch’ella leggeva era troppo pesante per lui da aprire, gli piaceva di posarvi su il suo libricino e di tener le dita su quell’«Adelaide» d’argento incastonato nella copertina di cuoio.

Egli non avrebbe saputo spiegare che cosa vi fosse nella vecchia chiesa che portava il suo pensiero indietro al tempo in cui c’era la mamma, ma è certo che quel bambino, di solito così irrequieto, si sedeva immobile nel suo cantuccio, e pensava alla prima domenica che vi era venuto, quando aveva letto sullo stesso libro con lei, e udito la sua voce dolce che si univa a quella di tutti gli altri nei salmi e negli inni.

Il servizio incominciò e Humphrey presto presto, dibattendosi, si tirò sull’orlo del sedile da cui si lasciò sdrucciolar sul pavimento.

I contadini erano ormai abituati a vedere in questo punto il baronetto rizzarsi alto e franco e la testina bruna sparire invece interamente. Ma lo zio Carletto che non vi era preparato, credette che il nipotino fosse caduto.

Ma no; eccolo là in piedi sul pavimento cogli occhi fissi sul libro, e colle pareti del banco che torreggiavano intorno a lui.

— Perchè mai non sale sullo sgabello? pensò il giovane.

Oh, era venuta tante volte al bambino la tentazione di guadagnare que’ tre piedi di altezza, ma era così sicuro che la mamma stava sempre ritta così sul pavimento! E infatti se Lady Duncombe fosse salita su quell’alta fabbrica che chiamano inginocchiatoio, la serietà della congregazione sarebbe stata messa a una difficile prova.

Humphrey seguì molto bene il servizio sino al momento che incominciò il canto, ma qui la cosa mutò. Egli non sapeva tener il tempo cogli altri e arrivava alla fine del versetto o troppo presto o troppo tardi.

Ma a poco a poco, badandoci bene, scoperse che non doveva seguitar a cantare fino alla fine, perchè vi erano de’ brani che si cantavano due volte. Ma come mai poteva riuscir a capire quali erano le parole e le sentenze che si stava per ripetere? Ah, era proprio un grande imbroglio!

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