Front matter
ct
ct
ct
I
ct
Le vie di Mosca erano tranquillissime; non si udiva, che a rari intervalli, lo stridere delle ruote sulla neve.
Non si vedevano più lumi alle finestre, e tutti i lampioni erano spenti. Il suono delle campane cominciava a vibrare sulla città addormentata, annunziando prossimo il mattino. Le strade erano deserte: qui si scorgeva un cocchiere di fiacchere che sonnecchiava aspettando un tardivo passante; là una vecchia donna s’incamminava verso la chiesa, dove i ceri accesi gettavano una luce vacillante sulle cornici dorate delle immagini. A poco a poco si risvegliava la popolazione operaia, ricominciando il suo rude lavoro dopo il riposo di una lunga nottata d’inverno.
Ma la gioventù oziosa non aveva ancora terminata la sua serata.
Attraverso le fessure della persiana chiusa di una finestra dell’albergo Chevalier, si vedeva la luce proibita dalle leggi. Una vettura, delle slitte, dei fiaccheri ed una troïka postale erano ferme alla porta dell’albergo. Il portiere, ravvolto nella pelliccia, si appoggiava all’angolo della casa.
— Ma perchè stanno tutta la notte a gingillarsi? — diceva fra sè un cameriere dell’albergo, col viso pallido e scarno, seduto in una stanza attigua — ho sempre questa fortuna, io, quando sono di servizio! —
Nella stanza vicina si udivano le voci di tre giovanotti, che cenavano. Erano attorno ad una tavola su cui si vedevano tuttavia i resti della cena. L’uno, piccolo, magro, lindo e bruttissimo, guardava con aria di bontà il viaggiatore pronto a partire. Il secondo, un giovanottone, era coricato sopra un divano presso la tavola, piena di bottiglie vuote. Il terzo, vestiva una corta pelliccia, e camminava per la stanza, fermandosi di tanto in tanto per prendere e schiacciare delle mandorle con le mani, che avea forti e grosse, ma tenute con molta cura. Sorrideva incessantemente, aveva gli occhi lucidi, e le guance infiammate. Parlava con fuoco, gesticolava molto, cercava le parole che gli mancavano spesso per esprimere il suo pensiero e ciò che gli pesava nel cuore.
— In questo momento posso dir tutto: — disse — non cerco di giustificarmi, ma vorrei che tu mi comprendessi come io comprendo me stesso, e non come in generale vien considerata la cosa. Tu dici che io ho torto verso di lei — aggiunse rivolgendosi a colui che lo guardava con bontà.
— Sì, tu hai torto — disse il piccolo brutto, e il suo viso esprimeva ancor più la dolcezza e l’abbandono.
— Io so perchè la pensi in tal modo; — riprese quegli che era sul punto di partire — secondo te, è meglio, ed è più sufficiente essere amati che amare.
— Sì, anima cara, è più che sufficiente — disse l’ometto, aprendo e chiudendo gli occhi.
— Ma perchè non amare? — diceva l’altro che partiva, dopo un momento di riflessione e guardando l’amico con una certa pietà. — Perchè non amare? È una vera disgrazia sapersi amati e sentirsi colpevoli perchè non si può dividere l’amore che abbiamo ispirato. Ah! gran Dio! —
E fece un gesto disperato.
— Se ciò accadesse almeno coscientemente, ma no! Tutto accade incoscientemente, al di fuori della nostra volontà. Sembra che io abbia sorpreso, rubato questo affetto: tu pure la pensi così, non lo negare! Ebbene, vuoi crederlo!? di tutte le sciocchezze fatte (ed ho da rimproverarmene parecchie) è la sola della quale non mi pento. Nè prima nè dopo, io non le ho mentito nè a lei, nè alla mia coscienza. Ero persuaso di amarla; poi mi sono accorto che m’ingannavo, che era una involontaria menzogna la mia, che non era amore. Mi sono fermato, ma l’amore di lei ingigantiva. Sono dunque colpevole di non potere amare? che cosa dovevo fare?
— Non vi è da parlarne più, ora tutto è finito; — disse l’amico, accendendo un sigaro per dissipare la sonnolenza — ti dirò una sola cosa, cioè che tu non hai ancora amato, e non sai nemmeno quel che sia l’amore. —
Colui che partiva voleva rispondere, si strinse la testa con le mani, ma le parole gli mancarono.
— Mai amato!... In fondo, sì, è vero! non ho mai amato, ma ho un violento desiderio di conoscere l’amore; esiste egli, pertanto, l’amore come lo comprendo io? Non è detta l’ultima parola. Ma perchè parlarne? Ho sciupata la mia esistenza e tutto è finito; tu hai ragione. Sto per ricominciare una nuova vita.
— Che sciuperai di nuovo.... — disse il giovane coricato sul divano.
Il giovane che partiva non lo udì.
— Mi dispiace di partire, — disse — e nello stesso tempo ne sono contento. Non so perchè me ne addoloro. —
E continuava a parlare fra sè, senza accorgersi che il soggetto della conversazione interessava mediocremente i suoi compagni. L’uomo non è mai tanto egoista come quando si lascia afferrare dall’esaltazione del momento; nulla gli sembra interessante più di ciò che lo riguarda.
— Dmitri Andreitch! il cocchiere non vuol più aspettare — disse entrando un giovane cameriere che indossava una pelliccia da viaggio e un berretto di lana. — I cavalli son là da mezzanotte, e ora sono le quattro. —
Dmitri Andreitch gettò uno sguardo su Vania e credette di vedere in quel suo abito da viaggio, nelle scarpe di feltro e nel suo viso addormentato il richiamo verso una nuova esistenza, esistenza di privazioni, di lavoro, di attività.
— È proprio l’ora: — disse — addio, amici miei! —
Si abbottonò la pelliccia. Gli amici lo consigliarono di mandare una mancia al cocchiere e farlo aspettare ancora, ma egli ricusò, si mise il berretto di pelliccia e si fermò in mezzo della stanza. I suoi compagni si congedarono da lui e lo abbracciarono una, due, tre volte. Egli si avvicinò alla tavola, vuotò un bicchier di vino, e, prendendo la mano dell’ometto brutto arrossì.
— Senti un’altra cosa.... posso, debbo parlarti francamente, perchè io ho molta amicizia per te.... Dimmi.... l’hai tu amata? io l’ho sempre supposto.... dimmi..... sì?
— Sì — rispose l’ometto, sorridendo dolcemente.
— Allora forse....
— Vi prego, signori, ho l’ordine di spengere i lumi — disse il cameriere, il quale non poteva spiegarsi perchè quei giovani ripetevano sempre la stessa cosa. — Chi lo prende il conto? Voi, signore? — disse rivolgendosi verso il giovane alto, perchè sapeva a chi dovea rivolgersi.
— A me; — disse — quanto ho da pagare?
— Ventisei rubli. —
Il giovanotto riflettè un momento, ma non rispose nulla, e mise in tasca il conto. Gli altri due continuavano a parlare.
— Dunque, addio! tu sei un gran bravo ragazzo! — disse il piccolino magro dal dolce sorriso.
Gli occhi dei due giovani erano umidi. Scesero nell’atrio.
Colui che partiva si rivolse verso il giovanotto grande.
— A proposito, — disse — mi farai il piacere di far i conti con Chevalier, e me li manderai, non è vero?
— Sì, sì; — rispose l’altro mettendosi i guanti, ed aggiunse in un modo affatto inaspettato: — Come t’invidio perchè parti!
— Ebbene, andiamocene! — disse il viaggiatore, avviluppandosi nella pelliccia e facendo posto nel veicolo a colui che aveva detto d’invidiarlo.
Sì dicendo, gli tremava la voce.
— Addio, Mitia! — disse il suo amico — che Dio ti conceda.... — nè disse di più; egli stesso non gli desiderava altro che una sollecita partenza.
Tacquero tutti un momento, poi qualcuno gridò: «Addio!» Un altro esclamò: «Avanti!» e il cocchiere frustò i cavalli.
— Elisar! la mia carrozza! — gridò uno di quei che rimanevano.
I cocchieri presero in mano le redini, e le ruote dei veicoli stridettero sulla neve.
— Che buon ragazzo è quell’Olénine! — disse uno dei giovanotti. — Che strana idea è quella di andare al Caucaso, come portabandiera! Io non vi sarei ito a nessun patto. Pranzi al club, tu, domani?
— Dicerto! —
E i giovani si separarono.
Il viaggiatore aveva caldo, sedette in fondo alla troïka e si sbottonò la pelliccia. I tre cavalli dal pelo ispido lo trasportarono di strada in strada, nell’oscurità, passando davanti a delle case che egli non aveva mai veduto. Olénine pensava, che soltanto coloro che partono passano da simili vie. Tutto era cupo, silenzioso e lugubre attorno a lui, e l’anima sua traboccava di ricordi, di affetti e di rimpianti.
II
«Che buone persone! e quanto le amo!» ripeteva, e quasi piangeva. Ma perchè? e chi erano coloro che egli amava? Non avrebbe saputo dirlo. Guardava macchinalmente la casa davanti alla quale passava e si meravigliava che fosse sì mal costruita; oppure si domandava perchè Vania e il cocchiere, a lui completamente estranei, erano nonostante così vicini a lui e obbligati ad accompagnarlo e a subire le scosse comunicate dai cavalli da tiro, che trascinavano a sbalzi le tirelle irrigidite dal freddo. Poi ripeteva a voce alta: «Quanto son buoni! Quanto li amo!» Una volta disse perfino: «È ammirevole!» e ritornando in sè, si chiese se fosse briaco. Aveva bevuto, è vero, due bottiglie di vino, ma il vino soltanto non lo ubriacava; pensava alle parole affettuose, indimenticabili, che gli erano state dette nel momento della partenza, alle strette di mano, agli sguardi, perfino al silenzio e al suono della voce di colui che aveva detto «Addio Mitia!» Si ricordava le confessioni fatte, e tutto aveva per lui un senso misterioso e commovente. Nel momento in cui partiva, parenti e amici, estranei poco simpatici, tutti, pareva che si fossero dati parola per manifestargli un vivo interessamento, e perdonargli i suoi torti, come alla vigilia della prima comunione o della morte.
— Potrei non ritornare — pensava, e gli sembrò, oltre gli amici, di amare e di rimpiangere ancora qualcuno; poi fu preso da una profonda commozione.
Eppure non era l’affetto pei suoi camerati che gl’inteneriva l’animo al punto di strappargli parole incoerenti, nè l’amore per una donna;... non aveva amato mai, no; era l’amore per sè stesso, amore caldo, intenso, pieno d’ansia e di forza; amore di tutto ciò che credeva di possedere di bello e di buono, che lo faceva piangere e gli dettava delle parole senza senso.
Olénine non aveva mai compiuto nessun corso in alcun collegio, non aveva servito mai, era iscritto all’ufficio di un ministero qualunque, come se rendesse servizio; aveva speso una gran parte del suo patrimonio, e a ventiquattr’anni non si era ancora deciso per nessuna carriera, nè si era occupato di nulla; egli era ciò che chiamavano allora a Mosca: «un giovanotto della buona società». A diciotto anni Olénine era già libero delle sue azioni quanto potevano esserlo in Russia, venti o trent’anni fa, i giovani di famiglia ricca, rimasti orfani presto. Non aveva nè freno nè ostacoli morali, e poteva pensare e agire come gli faceva piacere. Non avendo nè famiglia, nè patria, nè fede, non credeva a nulla, e non si sottometteva ad alcuna autorità. Pure non era nè un filosofo, nè un noioso, nè un annoiato, e cedeva facilmente ad ogni specie di fàscino. Si era formato la convinzione che l’amore non è che una vana parola, e nonostante trasaliva alla vista di una donna giovane e bella.
Pretendeva di disprezzare il grado e la posizione degli uomini altolocati, eppure provava una certa soddisfazione quando il principe Sergio si avvicinava a lui a qualche ballo, e gli rivolgeva una parola amichevole. Ma non cedeva a un fàscino qualsiasi in modo da divenirne schiavo. Appena presentiva una difficoltà, una lotta, la lotta meschina con l’esistenza, si affrettava ad allontanare l’ostacolo e a ricuperare la sua libertà. Così incominciò la vita sociale, il servizio dello Stato, le occupazioni agrarie, la musica, alla quale erasi per poco tempo dedicato, e l’amore delle donne che sconfessava. Si domandava come avrebbe utilizzato la forze della giovinezza, che non viene se non una sola volta: bisognava consacrarle alle arti, alla scienza, o alle donne? Non le forze dell’intelligenza, del cuore, dell’educazione morale, ma quel potente slancio che solo la giovinezza può dare all’uomo e che lo rende padrone dell’universo per mezzo del pensiero. Vi sono degli uomini che ignorano questa forza irresistibile; costoro, fin dai primi anni della loro vita si mettono una cavezza e la conservano fino alla fine dei loro giorni, lavorando onestamente e placidamente per tutta la loro esistenza. Ma Olénine sentiva in sè quel Dio onnipossente, che concentra tutte le nostre facoltà in un solo desiderio, quello di volere e di agire, di gettarsi a capofitto in un abisso, senza troppo sapere perchè. Era felice e altero di questa forza incosciente, di questo slancio verso l’ignoto. Fino a quel momento egli non aveva amato che sè medesimo, si credeva capace di compiere delle buone azioni e non aveva avuto il tempo di disilludersi. Pur confessando a sè stesso i suoi errori, si persuadeva non esser questi se non l’effetto del caso, che non aveva voluto agir male, e che avrebbe ricominciato una nuova esistenza, dove non sarebbero nè errori, nè rimpianti, e dove troverebbe sicuramente e subito la felicità.
Quando partiamo per un lungo viaggio, nelle prime ore si conserva un vivo ricordo dei luoghi lasciati; poi ci si risveglia con nuove impressioni, non si pensa più che allo scopo cui miriamo, e si comincia a fabbricare nuovi castelli in aria. Così accadde ad Olénine. Dopo aver lasciato la città, rivolse lo sguardo alle pianure coperte di neve, si rallegrò di esser solo in mezzo ai campi, si ravvolse nella pelliccia e cominciò a sonnecchiare. Gli addii agli amici l’avevano snervato; pensò alle ultime ore trascorse a Mosca, e le immagini del tempo passato si drizzavano in folla alla sua mente, riconducendogli mille ricordi confusi ai quali avrebbe voluto sfuggire.
Quando Olénine giunse alla terza fermata, faceva giorno; aiutò Vania a trasportare il portamantelli e le valigie in un’altra troïka postale, e vi si collocò in mezzo ai suoi bagagli, contento di sapere dove si trovava il suo denaro, il suo passaporto e la quietanza del suo appartamento; quel sentimento di soddisfazione e la lunga strada che aveva da fare gli misero l’allegria in cuore, e il viaggio gli apparve come una vera gita di piacere.
Passò una parte della giornata a calcolare la distanza che gli restava da percorrere fino alla prossima fermata, fino alla città vicina, fino all’ora del pranzo, al tè della sera, fino a Stavropol, e al cammino già fatto. Non dimenticava nemmeno i suoi debiti e calcolava quanti ne poteva pagare, quanto denaro gli rimarrebbe, e quanta parte delle sue rendite poteva spendere. La sera, quando ebbe preso il tè, pensò che per giungere a Stavropol aveva ancora da fare sett’ottavi del tragitto, che doveva far molta economia per sette mesi se voleva pagare tutti i suoi debiti, e che questi gli assorbirebbero l’ottava parte del suo patrimonio.
Dopo di ciò, si calmò, si sprofondò nella slitta e cominciò a sonnecchiare.
La voce di Vania, mentre si fermavano gli interruppe il sonno; cambiò troïka mezzo addormentato e continuò il viaggio.
Il giorno dopo ricominciarono le fermate, il tè, la groppa dei cavalli che trottavano rapidamente, le brevi conversazioni con Vania, i medesimi sogni indecisi e il profondo sonno della giovinezza durante la notte.
III
Giunto sul territorio dei cosacchi del Don, cambiò la troïka per una carretta; passò Stavropol, e l’aria divenne così tepida, che Olénine si tolse la pelliccia. Eravamo in piena primavera, una primavera inattesa, che entusiasmò il giovane. Non viaggiava più di notte, non gli permettevano di lasciare il villaggio di sera perchè era pericoloso. A una delle fermate, il capo gli parlò di un orribile delitto commesso poco tempo avanti. Si scorgevano delle persone armate sulla via. «Ecco dove comincia l’èra nuova» pensò Olénine, ed aspettò con impazienza le montagne dalle cime nevose, delle quali gli avevano tanto parlato. Una sera, il cocchiere gli indicò con la punta della frusta la catena che si delineava fra le nuvole. Olénine rivolse a quella i suoi sguardi avidi, ma le montagne si perdevano nella nebbia. Olénine scòrse qualche cosa di vago, di grigio, una sfumatura, nulla di bello. Disse fra sè con rabbia che le montagne e le nubi avevano il medesimo aspetto, e che la loro pretesa bellezza non era che una disillusione, come la musica di e l’amore; e cessò di pensarvi.
Il giorno dopo, l’aria fresca lo risvegliò con l’alba; gettò uno sguardo indifferente alla sua destra.
La mattinata era bella e serena; vide ad un tratto (a lui parve a venti passi di distanza) delle masse enormi di una bianchezza risplendente disegnarsi in leggieri contorni e in linee capricciose su di un cielo lontano. Allorchè comprese quanto erano distanti da lui quelle imponenti altezze, fu preso da un segreto terrore e credette di sognare. Si scosse per assicurarsi di essere ben sveglio. Sì, le montagne erano là, realmente davanti a lui.
— Che cos’è!... che cosa vedo? — domandò.
— Sono le montagne — rispose il cocchiere con indifferenza.
— Le ammiro da molto tempo; — disse Vania — quanto sono belle! Nessuno da noi lo crederebbe. —
La catena pareva che fuggisse all’orizzonte davanti alla rapida andatura della troïka ed ai primi raggi del sole le sue cime si coloravano di una tinta rosata.
Olénine fu prima colpito da stupore, poi affascinato; a mano a mano che ammirava or l’una, or l’altra di quelle risplendenti cime, vedeva tutta la catena svolgersi dal fondo delle steppe e fuggirgli davanti. A poco a poco si penetrava di quella bellezza, e finì per sentirla profondamente. Da quel momento tutto ciò che vide, tutto ciò che pensò, risentiva della maestosa impressione delle montagne. I ricordi del passato, le sue colpe, i suoi rimpianti, le sue folli illusioni, ogni cosa svanì.
— Soltanto adesso tu cominci a vivere! — gli mormorò all’orecchio una voce misteriosa.
Il Terek che serpeggiava lontano, i villaggi, i cosacchi, tutto prese un aspetto solenne agli occhi suoi. Guardava il cielo e sognava le montagne, guardava Vania e non pensava che alle montagne. Apparvero due cosacchi a cavallo, col fucile in spalla; il fumo turchino di due abitazioni circasse sorgevano al di là del Terek; il sole nascente rischiarava i canneti che costeggiavano il fiume; una rustica carretta usciva da un villaggio; delle donne giovani e belle comparivano sui lati della strada; dei circassi ostili alla Russia correvano nelle steppe, Olénine non li temeva; era giovane, vigoroso, bene armato, e sognava le montagne, sempre le montagne!
IV
La contrada del Terek, ove sono disposti i borghi dei cosacchi di Grebenskoy, conserva per tutta la sua estensione di ottanta verste il medesimo carattere. Il Terek, che separa i cosacchi dai montanari circassi, scorre le sue acque torbide e rapide, ma la sua corrente è più calma e il letto è più largo in quel punto. Le sue acque ammucchiano incessantemente una sabbia grigia sulla riva destra, piana e coperta di canne, mentre scavano la riva sinistra, dirupata e coperta di quercie secolari e di platani orientali. A destra sono le abitazioni circasse delle tribù amiche, ma non del tutto pacifiche; sulla riva sinistra le abitazioni dei cosacchi, situate a una mezza versta dall’acqua, su di una estensione di sette od otto verste. Un tempo que- sti villaggi erano in riva al Terek; ma il fiume deviando ogni anno al nord delle montagne, ha minato la riva, e adesso non sono rimaste che delle antiche abitazioni, dei giardini abbandonati e degli alberi fruttiferi allacciati coi gelsi e coi pampani selvatici. Non vi abita nessuno, e non vi s’incontrano che le tracce dei cervi, dei lupi, delle lepri e dei fagiani.
La strada, da un villaggio all’altro, è aperta nella foresta; ha la lunghezza di un tiro di cannone. Sulla strada, di tratto in tratto si trovano dei cordoni, e delle sentinelle montano la guardia su alcune vedette fra un cordone e l’altro. Una stretta lingua di terra fertile e boscosa, di un chilometro circa di estensione, forma la proprietà dei cosacchi. Al nord cominciano le terre sabbiose che si perdono nelle steppe dei Turcomanni di Astrakhan e dei Kirghiz-Kaïssak. Al sud del Terek è la grande Tetchenia, la catena di Katchkalassow, le montagne Nere, e più lontano la catena di neve, che si scorge all’orizzonte, ma che nessuno ha osato di penetrare. La lingua di terra fertile coperta di una ricca vegetazione è abitata fin da tempo immemorabile da una razza guerriera, ricca e bella; sono dei russi scismatici che si chiamano cosacchi di Grebenskoy.
Sono ormai dei secoli che questi scismatici fuggirono dalla Russia, e vennero ad abitare sul Terek, fra gli abitanti della grande Tetchenia, ai piedi della prima catena. Si allearono coi tetcheni, si appropria- rono i loro usi e costumi, pur conservando schietta ed intatta la loro antica religione nonchè la loro lingua materna. Una leggenda, conservata fino adesso fra i cosacchi, dice che lo czar Giovanni il Terribile venne un giorno sul Terek, ed invitò i loro antenati a comparire al suo cospetto: donò ad essi tutta la terra che è da quella parte del fiume e li esortò a vivere in pace coi russi, promettendo loro, in compenso, un’intera libertà di coscienza e di azione. Da quel momento i cosacchi si considerano come parenti dei tetcheni. L’amore della libertà, della guerra, della rapina, è la loro caratteristica. La potenza della Russia non vi si fa sentire che per le truppe che vi rimangono acquartierate per poco passandovi; per i disturbi che impongono alle loro abitudini, e per la proibizione di avere delle campane alle loro cappelle scismatiche. Il cosacco, ha, in fondo, meno odio per il circasso che ha ucciso suo fratello, che pel soldato russo che alloggia da lui per difendere il suo villaggio, ma che fuma nella sua capanna. Considera suo nemico il montanaro, e disprezza il soldato come un intruso. Il contadino russo è pel cosacco un essere grossolano e selvaggio; crede di ritrovarlo nel venditore ambulante e nell’abitante della Piccola Russia che penetra talvolta nel villaggio, e ai quali i cosacchi danno un nome sprezzante. La suprema eleganza dei cosacchi consiste nell’imitare il costume dei circassi. Le più belle armi se le procurano dai circassi, e rubano i loro migliori cavalli. I giovani cosacchi si vantano di parlare il tartaro, la lingua nazionale dei circassi e dei tetcheni, e lo parlano fra loro quando hanno volontà di divertirsi. Nonostante, questa piccola tribù cristiana, abbandonata in un angolo isolato dell’universo, circondata da mussulmani semiselvaggi, conserva il sentimento della sua dignità, non stima che il cosacco, e disprezza tutto il resto dell’uman genere.
Il cosacco passa il suo tempo al cordone, oppure in spedizioni militari, alla caccia o alla pesca. Non lavora quasi mai in casa; se vi si ferma, per eccezione, si diverte, e allora beve. Il cosacco fabbrica da sè stesso vino, e l’ubriachezza in lui non è un vizio, ma un uso, che egli deve osservare strettamente. La donna per lui è la sorgente del benessere; una giovane può stare oziosa e divertirsi, ma la donna maritata deve lavorare fino alla vecchiaia più avanzata, stare sottomessa e laboriosa come la donna dei paesi orientali.
Sotto quel regime severo, la donna cosacca si sviluppa singolarmente nel fisico come nel morale, e quantunque apparentemente rassegnata, ella non acquista meno autorità reale nella famiglia della donna d’occidente. Allontanata dalla vita sociale, condannata a dei rudi lavori, regna non pertanto nella capanna.
Il cosacco crederebbe di derogare alla propria dignità, se parla familiarmente con sua moglie, o avesse qualche riguardo per lei in presenza di estranei; ma nell’intimità riconosce la supremazia di lei, e sa che ella con la sua attività porta l’abbondanza nella casa. Pel cosacco è un’umiliazione il lavoro, e lascia lavorare il suo operaio o la propria moglie schiava, ma confessa a sè stesso, per quanto vagamente, che a lei deve il benessere e l’agiatezza, e che è in potere di lei di privarnelo. La donna cosacca, curva incessantemente sotto il peso dei più gravosi lavori e delle cure continue, acquista una forza fisica straordinaria, molto buon senso, e soprattutto una indipendenza e una fermezza di carattere a tutta prova. Ella è più bella, più forte e più intelligente degli uomini della sua razza. La sua beltà offre una mescolanza sorprendente, del puro tipo circasso con quello delle nostre donne del nord. Veste il costume circasso che consiste in una camicia tartara, una giacca ricamata, delle scarpe tartare, ma ella porta il fazzoletto sulla testa, alla foggia russa. L’eleganza ricercata nell’abbigliamento e la squisita proprietà della sua capanna sono in lei un’abitudine e una necessità dell’esistenza. Le donne, e soprattutto le ragazze, godono di una grande libertà nei loro rapporti con gli uomini. Il villaggio Novomlinska forma il centro della tribù cosacca di Grebenskoy; ivi sono meglio conservati i costumi degli antichi cosacchi, e le donne hanno una riputazione di somma bellezza.
Come mezzo d’esistenza, la tribù ha dei vigneti, dei frutteti, dei campi di cocomeri, di zucche, di miglio, di granturco, poi la pesca, la caccia e le spoglie del nemico. Il villaggio di Novomlinska è separato dal Terek per mezzo di una fitta foresta di tre verste di estensione. Da una parte della via che conduce al villaggio vi è il fiume, dall’altra i vigneti, i giardini, i frutteti, e al di là le sabbie mobili delle steppe dei Nogais. Il villaggio è circondato da un fossato di sterpi. Vi si entra per un gran portone di pietra sormontato da un tetto di giunco; da una parte vi si vede sopra un affusto di legno, un vecchio cannone, antico trofeo di guerra, arrugginito da un secolo. Un cosacco armato vi monta o no la guardia, a volontà, e rende, se gli piace o se gli accomoda, gli onori militari all’ufficiale che passa. Una piccola lastra fissa sulla porta vi dà la seguente scritta: «266 case; popolazione: 897 uomini, 1013 donne».
Le capanne sono fabbricate tutte su dei pali, a un metro da terra; i tetti sono molto alti e accuratamente ricoperti di giunchi. Tutte sono più o meno bene costruite, pulite, ben tenute, con dei peristilî a guisa di balconi; non sono accanto l’una all’altra, ma pittorescamente aggruppate formano delle strade assai spaziose. La maggior parte delle capanne hanno delle larghe finestre circondate di piante verdi, di alberi di ogni specie, di acacie coi fiori odorosi e le tenere foglioline; vicino ad esse il girasole mette in mostra insolentemente i suoi larghi fiori gialli; i pampani e i vilucchi si arrampicano ovunque. La pubblica piazza, nel centro del villaggio, è adorna di tre botteghe, dove si vendono cotonine, semi di girasole, pan di spezie ed altre ghiottonerie. La casa del colonnello si innalza al disopra di un gran muro e di una fila di vecchi alberi. È più grande e più spaziosa di tutte le altre, e le sue finestre si aprono a due battenti. Nell’estate, nei giorni di lavoro, si vedono poche persone nelle strade; i cosacchi prestan servizio al cordone, o vanno in campagna; i vecchi si recano alla pesca, alla caccia, o aiutano le donne a lavorare nei giardini. Nelle case non rimangono che i ragazzi e gl’invalidi.
V
Era una di quelle serate, come se ne vedono soltanto nel Caucaso. Il sole si nascondeva dietro la catena dei monti, ma l’aria era ancora chiara. Le bianche cime dei monti si delineavano sui risplendenti rossi colori del tramonto. L’aria era cruda, calma e sonora. Le montagne allungavano la loro ombra ad una enorme distanza; al di là del fiume, sulla via, nelle steppe, tutto era quieto e deserto; appena di tanto in tanto si scorgeva un cosacco di ritorno dal cordone, qualche tetchene che usciva dal villaggio circasso, e il viaggiatore si chiedeva con una certa inquietudine se non era per caso un nemico; poi le abitazioni apparivano più vicine, ma gli uccelli e le bestie soltanto erravano sicure in quella solitudine. Le donne occupate ad allacciare i ceppi delle vigne, si affrettano per ritornare a casa prima di notte; i giardini divengono deserti, il villaggio si anima, gli abitanti vi rientrano da ogni parte gli uni a piedi, gli altri a cavallo o nelle carriole. Le ragazze, corrono con dei lunghi rami in mano, ad incontrare il gregge, che si avvicina fra un nuvolo di polvere e di moscerini. Le grasse vacche e le bufale si disperdono per le vie, seguìte dalle donne vestite con la giacchetta screziata. Gli scherzi, le risate si mescolano ai muggiti dell’armento. Un cosacco a cavallo, di ritorno dal cordone, bussa nell’imposta di una finestra senza scendere di sella; una graziosa testa di donna si affaccia e si odono delle dolci parole mormorate a bassa voce. Un operaio che porta sulla sua carriola delle canne del deserto, stacca i buoi nel cortile dell’ufficiale superiore, o capo; e parla con lui in tartaro. In mezzo alla via, da molti anni trovasi una palude che i viandanti cercano di evitare rasentando le siepi; una giovane donna l’attraversa a piedi nudi, rialzandosi le sottane, curva sotto un fascio di legna; un cosacco, reduce dalla caccia, le grida ridendo: «Alzale di più, ancora, sfacciatella! E la prende di mira con la sua саrabina; ella abbassa rapidamente la veste, e lascia cadere il fastello. Un vecchio cosacco che torna dalla pesca, porta dei pesci ancora saltellanti nella rete, e si arrampica, per scorciar la via, sopra la siepe già manomessa dal vicino e si sgraffia alle spine. Una vecchia passa trascinando un ramo secco; risonano dei colpi di accetta; dei ragazzi gridano giocando a palla; alcune donne scavalcano delle siepi vive; il fumo s’innalza da tutti i cammini, ovunque si prepara il pasto della sera.
Ulita, la moglie del primo ufficiale, che funziona anche da maestro di scuola, sta come le altre sulla soglia della sua capanna aspettando l’armento, che sua figlia Marianna andata a prendere. Ha appena il tempo di aprire il cancellino della stalla, che una bufala enorme, perseguitata dai moscerini delle steppe, vi si precipita muggendo, e infila la porta; è seguìta dalle vacche, i grandi occhi delle quali si girano familiarmente verso la padrona. La bella Marianna le segue, chiude il cancellino, getta via il ramo, e corre, con tutta la sveltezza dei suoi piedi leggieri, per far rientrare il rimanente del gregge.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of I Cosacchi.
