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Il matrimonio per concorso

Carlo Goldoni · 1915 · Free in the US

21,571 words · about 1 h 31 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Carlo Goldoni
Language
Italian
Published
1915
Length
21,571 words · about 1 h 31 min
Sections
6 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (6)
  1. Front matter under 1 min
  2. Personaggi under 1 min
  3. Atto I about 28 min
  4. Atto II about 27 min
  5. Atto III about 20 min
  6. Nota storica about 15 min

Continue:

Front matter

ct ct ct ct

Indice

Personaggi

ct ANSELMO, mercante italiano.

DORALICE, figlia di Anselmo.

PANDOLFO, mercante italiano.

LISETTA, figliuola di Pandolfo.

ROBERTO ALBICCINl, mercante italiano.

FILIPPO, locandiere italiano.

Monsieur la ROSE. | francesi.

Madame FONTENE.

Madame PLUME

Mademoiselle LOLOTTE.

Monsieur TRAVERSEN.

Un Giovane di un stampatore.

Un Servitor di locanda.

Un Garzon di caffè.

Uomini e donne vestiti civilmente, e che non parlano

La scena si rappresenta a Parigi, quasi tutta nella Locanda dell’Aquila, in una sala comune, a riserva di alcune scene dell’atto secondo, che si rappresentano nel giardino del Palazzo Reale di Parigi.

Atto I

fi ct ct ct ct Filippo. Non temete di niente, vostro padre è fuori di casa; s’egli verrà, noi saremo avvertiti, e possiamo parlare con libertà.

Lisetta. Caro Filippo, non ho altro di bene che quei pochi momenti ch’io posso parlar con voi. Mio padre è un uomo stravagante, come sapete. Siamo a Parigi, siamo in una città dove vi è molto da divertirsi, ed io sono condannata a stare in casa, o a sortir con mio padre. Buona fortuna per me, che siamo venuti ad alloggiare nella vostra locanda, dove la vostra per- sona mi tiene luogo del più amabile, del più prezioso trattenimento.

Filippo. Cara Lisetta, dal primo giorno che ho avuto il piacere di vedervi, ho concepito per voi quella stima che meritate. In un mese che ho la sorte di avervi nella mia locanda, ho avuto campo di meglio conoscere la vostra bontà; la stima è diventata passione, e già sapete che vi amo teneramente.

Lisetta. Siate certo, che ne siete ben corrisposto.

Filippo. Chi sa? Mi lusingo ancora, che il nostro amore possa essere consolato. Vostro padre, per quello che voi mi dite, è un uomo che col commercio ha fatto qualche fortuna, ma io pure, grazie al cielo, mi trovo assai bene ne’ miei affari; e circa alla nascita, la mia, per quel ch’io sento, non può niente fare ingiuria alla vostra.

Lisetta. Sì, è vero, i principi di mio padre sono stati al disotto della condizione in cui vi trovate: quando sono venuta al mondo, egli non era che un semplice servitore di un mercadante. Con un poco di attenzione agli affari, si è acquistato del merito, e il suo padrone lo ha impiegato nel suo negozio. Ha fatto qualche fortuna, non sono come, e se lo so, non ardisco di dirlo. So che siamo passati sovente ad abitar da un paese all’altro, e che ultimamente abbiamo lasciato Londra in una maniera che non mi ha dato molto piacere. Siamo ora a Parigi; mio padre vuol maritarmi, ma si è fitta nel capo la melanconia di volere un genero di qualità.

Filippo. Sarà difficile ch’ei lo trovi: non per il vostro merito, ma per la sua condizione.

Lisetta. Eh caro amico, i danari qualche volta acciecano anche le persone di qualche rango, ed io ho paura di essere sagrificata.

Filippo. Sapete voi quanto egli vi destini di dote?

Lisetta. Non saprei dirlo precisamente, ma credo che non avrà difficoltà di arrivare a dieci o dodici mila scudi.

Filippo. A Parigi una simile dote non è gran cosa; ed io, locandiere qual sono, se mi avessi a maritare senza passione, non lo farei per minore dote di questa.

Lisetta. Ecco un altro timore che m’inquieta. Dubito, s’ei qui non trova da maritarmi a suo genio, ch’ei non risolva di condurmi in Italia, e sarebbe per me il maggior dispiacere del mondo.

Filippo. Non vedreste volentieri la patria di vostro padre? Sono italiano ancor io, e vi assicuro che il nostro paese non ha niente ad invidiare a qualunque altra parte del mondo.

Lisetta. Sì, è vero, vedrei volentieri l’Italia, ma....

Filippo. Che volete dire? Spiegatevi.

Lisetta. Non la vedrei volentieri senza di voi.

Filippo. Questa vostra dichiarazione mi obbliga, m’incanta, m’intenerisce.

Servitore. Signor padrone, in questo punto è entrato il signor Pandolfo.

Lisetta. Ah, che mio padre non mi sorprenda. Mi ritiro nella mia camera.

Filippo. Sì, penseremo al modo

Lisetta. Addio, addio; amatemi, che io vi amo.

ct ct Filippo. Lisetta è la più amabile figliuola del mondo. Peccato ch’ella abbia un padre sì stravagante.

Pandolfo. È venuto nessuno a domandare di me?

Filippo. Non signore, ch’io sappia: non è venuto nessuno.

Pandolfo. Diamine! doveva pur essere capitato.

Filippo. Signore, avete voi qualche cosa che v’inquieta, che vi disturba?

Pandolfo. Bella domanda! Chi ha una figlia da maritare, non manca d’inquietudini, d’imbarazzi.

Filippo. (Meschino me!) Attendete voi qualcheduno per rapporto a vostra figliuola?

Pandolfo. Signor sì.

Filippo. La volete voi maritare?

Pandolfo. Signor sì.

Filippo. Avete ritrovato il partito?

Pandolfo. Lo ritroverò.

Filippo. Signore, se vi contentate ch’io vi faccia una proposizione.....

Pandolfo. Non ho bisogno delle vostre proposizioni. Maritando mia figlia, scusatemi, non voglio passare per le mani d’un locandiere.

Filippo. Signore, convien distinguere locandiere da locandiere....

Pandolfo. Tant’è. Ho trovato io la maniera di procurare a mia figlia il miglior partito, sicuro di non ingannarmi, sicuro di non perdere il mio danaro, e sicuro di aver un genero di mia piena soddisfazione.

Filippo. Posso sapere il come?

Pandolfo. Il come, il come voi lo saprete,

Filippo. (La sua maniera villana non mi dà campo per ora di dichiararmi; ma non perdo la speranza per tutto questo). ct ct Garzone. Signori, fatemi la grazia di dirmi qual è la camera del signor Pandolfo.

Pandolfo. Eccomi qui, non mi vedete?

Garzone. Scusatemi. lo non avea l’onor di conoscervi. Mi manda da voi monsieur de la Griffe

Pandolfo. Lo stampatore?

Garzone. Sì signore, lo stampatore.

Pandolfo. Buono! questi è il giovane ch’io aspettava.

Filippo. (Qual rapporto può egli avere con sua figliuola?)

Garzone. Voi siete stato servito. Eccovi una copia de’ piccioli affissi, in cui troverete l’articolo che gli avete ordinato.

Pandolfo. Ma no, il vostro padrone è una bestia, non mi ha capito; gli ho detto ch’io voleva l’articolo della gazzetta.

Filippo. Signore, non v’inquietate. Poichè quel foglio che in Italia si chiama la gazzetta, qui passa sotto il nome de’ piccioli affissi.

Pandolfo. Ho capito. Vediamo se va bene, o se vi son degli errori.

Filippo. Avete voi perduto qualche cosa? Volete vendere? Volete comprare?

Pandolfo. No no, si tratta di maritare mia figlia.

Filippo. Ma come?

Pandolfo. Sentite. Avviso al pubblico. «È arrivato in questa città un forestiere di nazione italiano, di professione mercante, di una fortuna mediocre, e di un talento bizzarro. Egli ha una figlia da maritare, di età giovane, di bellezza passabile, e di grazia ammirabile. Statura ordinaria, capello castagno, bei colori, occhio nero, bocca ridente, spirito pronto, talento raro, e del miglior cuore del mondo. Il padre le darà la dote a misura del partito che si offrirà di suo genio, e di quello della figliuola. Sono tutti due alloggiati alla locanda

dell’Aquila. Colà potranno addrizzarsi quei che la volessero in isposa, e saranno ammessi al concorso». Ah! cosa ne dite? L’ho trovata io la maniera?

Filippo. Signore, scusatemi, voi volete mettere in ridicolo la vostra figliuola?

Pandolfo. Eh, cosa sapete voi? Non sapete niente. A Londra dove sono stato, e da dove ora vengo, si mette tutto quello che si vuole su questi fogli, ed a Parigi si fa lo stesso.

Filippo. A Parigi si mette tutto sui piccioli affissi, e sono fogli molto utili per la città, ma non si mettono le figliuole da maritare.

Pandolfo. Ed a Londra anche le figliuole da maritare.

Filippo. Vi assicuro che questa cosa.....

Pandolfo. Vi assicuro che così va bene, che così mi piace, e non voglio altri consigli. Dite al vostro padrone che son contento, e lo pagherò.

Garzone. Mi comanda altro?

Pandolfo. Non altro.

Garzone. Mi favorisce qualche cosa per bevere?

Pandolfo. Oibò, vergogna, domandar per bevere! È una villania.

Garzone. O per bevere, o per mangiare.

Pandolfo. Tenete.

Garzone. (Due soldi!) Viene da Londra vossignoria?

Pandolfo. Sì, vengo da Londra.

Garzone. E ha imparato a regalare due soldi?

Pandolfo. E voi dove avete imparato a mettere il prezzo alla cortesia?

Garzone. Signore, quel che voi dite non s’impara e non si usa in veruna parte, ma una mancia di due soldi avvilisce chi la fa, e mortifica chi la riceve,

ct ct Pandolfo. Oh l’impertinente!

Filippo. Eh signore, la gioventù di questo paese ha dello spirito e del sentimento.

Pandolfo. Tanto meglio per loro non me n’importa un fico. Voglio andar a leggere a mia figlia il capitolo della gazzetta, e prevenirla perchè stia preparata.

Filippo. Voi le darete una mortificazione grandissima.

Pandolfo. Che mortificazione! ella non amerà meglio che di vedersi in istato di scegliere fra cento concorrenti che le verranno d’intorno. Ringrazierà suo padre che pensa a lei, che pensa al suo bene, alla sua fortuna. So quel che faccio, so quel che penso. Ho viaggiato il mondo, ho del talento, ho delle cognizioni bastanti, e voi non sapete far altro che dei cattivi ragù col lardo, e mettere delle droghe nel vino. ct ct Filippo. È veramente un villano; la maniera incivile con cui mi tratta, non mi dà coraggio di domandargli sua figlia; son sicuro che mi direbbe di no, e mi obbligherebbe forse a qualche risentimento. Ciò non ostante, non voglio abbandonare l’idea, gli farò parlare da qualcheduno, che forse lo metterà alla ragione.

Servitore. Signore, sono arrivati due forestieri, un uomo avanzato ed una donna giovine, e domandano due stanze unite.

Filippo. Bene, daremo loro quel picciolo appartamento; fateli venire. In ogni caso di resistenza, Lisetta mi ama, ed il padre non potrà obbligarla a maritarsi contro la di lei volontà. ct Anselmo e Doralice da viaggio. Il Servitore della locanda, un facchino col baule e Filippo. Il Servitore ed il facchino col baule passano a dirittura nell’appartamento accennato.

Filippo. Servitore umilissimo di lor signori. Restino serviti, favoriscano vedere se quell’appartamento conviene al loro gusto e al loro bisogno.

Anselmo. Siete voi il padrone dell’albergo?

Filippo. Per obbedirla.

Anselmo. Questa giovane è mia figliuola, onde vorrei due camere l’una dentro dell’altra.

Filippo. Quell’appartamento è a proposito. Si dia l’incomodo di vederlo.

Anselmo. Andiamo, figliuola, ho piacere che siate anche voi soddisfatta.

Doralice. Se è un appartamento di libertà, sarò contentissima. ct ct Filippo. È vero che in Francia non si può maritare la figlia senza il consenso del padre, e se ci maritassimo senza di lui, il matrimonio sarebbe nullo; ma non arriva l’autorità del padre ad obbligare la figlia a maritarsi per forza,

Servitore. Mi pare che l’appartamento non gli dispaccia.

Filippo. Tanto meglio. Hanno detto come vogliano esser serviti?

Servitore. Parleranno con voi.

Filippo. Benissimo. Ecco il padre. ct ct Filippo. E bene, signore, siete voi contento?

Anselmo. Contentissimo; quanto vi dovrò contribuire per l’appartamento?

Filippo. Contate di trattenervi qui molto tempo?

Anselmo. Non lo so ancora precisamente. Ho degli affari da consumare. Può essere ch’io resti poco, e ch’io resti molto.

Filippo. Non s’inquieti per questo . Ella ha da fare con un galantuomo. Sono buon italiano. Mi pare dal linguaggio, che anche vossignoria sia della stessa nazione.

Anselmo. Sì, è verissimo. Sono italiano ancor io.

Filippo. Viene d’Italia presentemente?

Anselmo. No, vengo di Spagna; vorrei sapere a press’a poco quanto dovrò pagar per l’alloggio.

Filippo. Se si tratta a mese, non posso far a meno per quelle due camere di quattro luigi il mese.

Anselmo. Che sono all’incirca otto zecchini di nostra moneta.

Filippo. Così è per l’appunto . Oh benedetti siano i nostri zecchini: è vero che non arrivano alla metà del luigi, ma qui si spende un luigi, come da noi si spende un zecchino.

Anselmo. Credo tutto ciò, ma quattro luigi il mese mi pare troppo.

Filippo. Signore, nelle locande non si può spender meno. Se va in una casa particolare, spenderà la metà; ma poi non sarà servita. Converrà si provveda il mangiare altrove, o che se lo faccia da sè, e vi vorrà un servitore, e i servitori a Parigi costano assai, e non fanno niente. Io sono locandiere e trattore, e la servirò ad un prezzo assai conveniente.

Anselmo. Che vuol dire, a qual prezzo mi darete voi da mangiare?

Filippo. Vuol pranzo e cena?

Anselmo. No no, per il pranzo solo.

Filippo. Quanti piatti?

Anselmo. Una cosa onesta.

Filippo. Una buona zuppa.....

Anselmo. Zuppa, zuppa, sempre zuppa ; non si potrebbe mangiare quattro risi alla veneziana?

Filippo. La servirò di riso, s’ella comanda, ma qui poco si usa, e quando si dà, si fa cuocere quanto il bue. Però so il costume d’Italia, e sarà servita. Le darò un buon bollito, un’antremè, un arrosto...

Anselmo. Cosa significa un antremè?

Filippo. Un piatto di mezzo. Le darò le frutta, il formaggio, la fornirò di pane, di vino; e non mi darà che sei lire al giorno per due persone.

Anselmo. Sei lire di Francia, che sono dodici di Venezia.

Filippo. Sì signore, questo è il meno che qui possa spendere.

Anselmo. (Ho capito, ci resterò poco; le mie disgrazie non mi permettono di soffrir questa spesa).

Filippo. È contento, signore?

Anselmo. Bene bene, sopra di ciò parleremo; avrei bisogno di andare subito in qualche parte della città, per ritrovare alcuni miei amici e corrispondenti.

Filippo. Perdoni, vossignoria è negoziante?

Anselmo. Sì, negoziante (ma sfortunato). Vorrei qualcheduno che m’insegnasse le strade.

Filippo. Parigi è grande; s’ella ha da girare in più d’un quartiere, la consiglio di prendere una carrozza.

Anselmo. E quanto si paga di una carrozza?

Filippo. Se vuole una carrozza che chiamasi di rimessa, si prende a giornata, e costa dodici franchi il giorno.

Anselmo. Ventiquattro lire di Venezia!

Filippo. Se vuole un fiacher ch’è una carrozza un poco male montata, ma di cui tutt’i galantuomini se ne possono onestamente servire, questa si paga a ragione d’un tanto l’ora. Ventiquattro soldi di Francia la prima ora, e venti soldi per ogni ora che seguita.

Anselmo. Benedetta la gondola di Venezia! con quaranta soldi di Francia, mi serve dalla mattina alla sera. Fatemi il piacere di ritrovarmi un fiacher.

Filippo. Vado a servirla immediatamente. Ah signore, chi dice male della nostra Italia, è indegno di vivere a questo mondo. ct ct Anselmo. Oh, Italia, Italia! quando avrò il piacere di rivederti?

Pandolfo. Sciocca! stolida! imprudente! non meriti l’atten- zione, la bontà che ha per te tuo padre. Ma la farò fare a mio modo.

Anselmo. (Vien gente, sarà bene ch’io mi ritiri in camera ad aspettar la carrozza).

Pandolfo. Non si poteva immaginare un espediente più bello per maritarla, ed ella si chiama offesa. Balorda, ignorante.

Anselmo. (Cosa vedo? Pandolfo? È egli sicuramente).

Pandolfo. (Finalmente comando io).

Anselmo. Pandolfo!

Pandolfo. Oh, signor Anselmo!

Anselmo. Voi qui?

Pandolfo. Voi a Parigi? Oh che piacere ch’io provo nel rivedervi! Lasciate che vi dia un abbraccio.

Anselmo. Oh, oh, Pandolfo! gradisco il vostro buon cuore, ma voi non mi avete mai abbracciato con simile confidenza.

Pandolfo. È vero, ma ora non sono più quel ch’io ero una volta.

Anselmo. E che cosa siete poi diventato?

Pandolfo. Con vostra buona grazia mercante.

Anselmo. Bravo, mi consolo infinitamente con voi. Siete ricco?

Pandolfo. Non sono ricchissimo, ma ho una figlia da maritare, alla quale potrò dare, senza incomodarmi, dodici mila scudi di dote.

Anselmo. E come avete fatto ad ammassare tutto questo danaro? I vostri principi sono stati meschini.

Pandolfo. Vi dirò: io ho avuto l’onore di essere impiegato nel vostro negozio.....

Anselmo. E prima nella mia cucina.

Pandolfo. Non prendiamo le cose sì da lontano; quando mi sono licenziato da voi a Barcellona, io aveva messo da parte qualche danaro.....

Anselmo. Danaro tutto bene acquistato? Avete voi alcun rimorso d’avermi un poco rubato?

Pandolfo. Non m’interrompete. Lasciatemi continuare il filo del mio discorso. In sei anni ch’io sono stato al vostro servizio, ho appreso qualche cosa a negoziare, ho approfittato delle vostre lezioni....

Anselmo. E del mio danaro, non è egli vero?

Pandolfo. Ma non m’interrompete, vi dico. Sono andato a Cadice, poi sono passato a Lisbona, e di là mi sono trasportato in Inghilterra. Per dirvi la verità, in confidenza, per tutto ho avuto delle disgrazie, e a forza di disgrazie sono arrivato ad esser padrone di qualche cosa.

Anselmo. Amico, io non invidio niente la vostra fortuna. Anzi vi dirò, che di me è avvenuto tutto al contrario; la guerra ha interrotto il commercio, gli affari miei sono andati male. I creditori mi hanno pressato, ho pagato tutti, e per non fallire sono restato, posso dir, senza niente.

Pandolfo. Signor Anselmo, permettetemi ch’io vi dica una cosa, con tutta quella sincerità e quel rispetto che ancora vi devo.

Anselmo. Parlate, che cosa mi vorreste voi dire?

Pandolfo. Voi non avete mai saputo fare il negoziante.

Anselmo. E come potete voi dir di me questa cosa?

Pandolfo. Scusatemi, siete troppo galantuomo.

Anselmo. Sì signore. Io sono e mi pregio di esserlo. Amo meglio di aver rinunziato i miei beni, ed avermi conservato il buon nome. Ho dei crediti in Francia, procurerò di ricavarne quel che potrò, cercherò di dare stato alla mia figliuola, ed io mi ritirerò in Italia a vivere onoratamente, senza macchie, senza rimproveri, e senza rimorsi.

Pandolfo. Passiamo ad un altro discorso. Avete qui con voi la vostra figliuola?

Anselmo. Sì signore, ella è qui con me, e siamo alloggiati in quell’appartamento.

Pandolfo. Ed io in questo: tanto meglio, siamo vicini. Voglio andare a far il mio debito colla signora

Anselmo. No, no, vi ringrazio. Non mancherà tempo. Ella è stanca dal viaggio, ed ha bisogno di riposare.

Pandolfo. Volete voi venire a veder mia figlia?

Anselmo. La vedrò con più comodo, attendo una carrozza per andare a girare per la città; mi preme di veder subito qualcheduno.

Pandolfo. Mia figlia e vostra figlia si tratteranno; staranno insieme, saranno amiche.

Anselmo. Sì sì, amiche come vi piace.

Pandolfo. Ci avreste qualche difficoltà? Sono ancor io mercante.

Anselmo. Sì, un poco fallito, ma non vi è male.

Pandolfo. Eh, se tutti quelli che hanno fallito.... ct ct Servitore. Signore, il fiacher è alla porta, che sta aspettando.

Anselmo. Vengo subito,

Pandolfo. Avete bisogno di qualche cosa?

Anselmo. Niente; obbligato. Vado a prendere certe carte. Vado ad avvisare mia figlia, e parto subito.

ct ct Pandolfo. Il signor Anselmo conserva sopra di me quella superiorità con cui mi trattava una volta. Ma adesso io ho più denari di lui, è chi ha danari è signore, e chi n’ha di più, è più signore, e chi non ne ha, non è più signore.

Anselmo. Presto presto, che l’ora passa, e vi vogliono ventiquattro soldi di Francia per la prima ora.

Pandolfo. Una parola, signor Anselmo.

Anselmo. Spicciatevi.

Pandolfo. Voglio maritare mia figlia.

Anselmo. E bene?

Pandolfo. Ci saranno moltissimi pretendenti.

Anselmo. L’ho a caro.

Pandolfo. E saranno ammessi al concorso.

Anselmo. E così?

Pandolfo. Se volete concorrere ancora voi.....

Anselmo. Eh, ho altro in testa che le vostre pazzie.

Pandolfo. Pazzo io? Pazzo lui, che ha danari molto meno di me, nè mia figlia si contenterebbe di un vecchio, nè io forse mi degnerei. Eh, andiamo un poco a vedere se gli affissi corrono, se la gazzetta fa colpo, se i pretendenti si movono. Mi aspetto di vedere Lisetta (a suo dispetto, che non lo merita), mi aspetto di vederla maritata a qualche cosa di grande; ed in che è fondata la mia speranza? In tre cose, una meglio dell’altra. Nel merito della figlia; in dodici mila scudi di dote; e in un avviso al pubblico lavorato da questa testa.

ct ct Filippo. Se ne va l’amico. Parte; se ne va; se n’è andato. Sia ringraziato il cielo, veggiamo di parlare a Lisetta.

Lisetta. È partito mio padre?

Filippo. Sì, è partito, ed ora io veniva da voi.

Lisetta. Che dite eh! della maniera indegna con cui mi tratta? Sono io da far mettere sulla gazzetta?

Filippo. Io ci patisco niente meno di voi, e vi assicuro che comprerei questi fogli a costo di sagrificar tutto il mio. Ma il male è fatto, ed è inutile per questa parte il rimedio. A quest’ora ne sarà pieno tutto Parigi. Gli uomini deputati alla distribuzione di questi fogli, corrono per tutti i quartieri. I curiosi li aspettano con impazienza, e se un articolo novo interessa, non si parla di altro in tutta quella giornata. So come sono a Parigi, aspettate di essere visitata da più d’uno.

Lisetta. Venga chi vuole, io non mi lascierò veder da persona. Una giovane onorata non deve essere esposta e messa in ridicolo in tal maniera.

Filippo. Figuratevi qual pena avrei io medesimo, veggendovi in un tale imbarazzo. Vi è nota la mia passione. Sapete quale interesse io abbia nel vostro decoro e nella vostra tranquillità.

Lisetta. Liberatemi, per carità, da un si duro impegno. Provate almeno, fatemi domandare a mio padre.

Filippo. Lisetta carissima, io veniva appunto per dirvi che il passo è fatto. Ho pregato una persona di autorità e di credito, perchè ne parli al signor Pandolfo; mi ha promesso di farlo subito, e può essere che lo farà; ma voi ancora, dal canto vostro, non mancate di appoggiare colle vostre preghiere la mia domanda.

Lisetta. Sì, lo farò con tutto l’animo, con tutto il calore. Pregherò, piangerò, griderò, se occorre. So piangere e so gridare, quando bisogna. ct ct Roberto. Monsieur Filippo, vi riverisco.

Filippo. Servitor umilissimo, signor Roberto.

Lisetta. (Chi è questi?)

Filippo. (Un italiano: non abbiate soggezione). Ha qualche cosa da comandarmi?

Roberto. Vi dirò, caro amico, ho veduto nei piccioli affissi una certa novità che mi ha fatto ridere. Si dice che nella vostra locanda vi è una giovane da maritare, e ch’ella è esposta al concorso. La curiosità mi ha spronato, mi son trovato per i miei affari da queste parti, e sono venuto a vederla.

Lisetta. (Povera me! non so come abbia da regolarmi),

Filippo. (Gl’Italiani non sono meno curiosi dei Parigini).

Roberto. E bene, monsieur Filippo, si può avere la grazia di vedere questa giovane?

Filippo. Signore, io non so chi ella sia, io non so di chi voi parlate; la mia locanda è piena di forestieri, e non conosco la persona che voi cercate.

Roberto. È impossibile che non lo sappiate.... (Ma alla descrizione della persona, ai segni rimarcati nel foglio, mi pare quella senz’altro), Scusatemi, signora mia, dell’ardire: sareste voi per avventura la bella e graziosa giovane, di cui ho letto con mio piacere l’avviso al pubblico?

Filippo. (Che tu sia maladetto!)

Lisetta. Signore, io non sono nè bella, nè graziosa; per conseguenza non sono quella che voi cercate.

Filippo. Non signore, non è quella altrimenti. Voi domandate di una giovane da marito, e quella è di già maritata.

Lisetta. Così è, padron mio, sono maritata. .

Roberto. Nuovamente vi chiedo scusa, se ho fatto di voi un giudizio che non vi conviene. In fatti non si può sentire cosa più ridicola al mondo. Pare impossibile che si trovi un padre sì sciocco, che voglia esporre in cotal guisa una figlia.

Filippo. Non può essere che uno zotico, un ignorante, una bestia.

Roberto. Ma non carichiamo il padre soltanto; convien dire che anche la figlia, poichè lo soffre, non abbia miglior talento e miglior riputazione.

Lisetta. Oh, in quanto a questo, signore, voi pensate male e parlate peggio. Il padre può essere capriccioso, può aver fatto ciò senza il consenso della figliuola; ella può essere savia, ragionevole e onesta e non si giudica male delle persone che non si conoscono.

Roberto. Signora, voi vi riscaldate sì fortemente, che mi fate credere che la conosciate. Fatemi il piacere di dirmi chi ella sia.

Lisetta. Io non la conosco altrimenti; e se parlo, parlo per onore del sesso.

Filippo. (Bravissima! non si porta male).

Roberto. Lodo infinitamente il vostro zelo e il vostro talento; posso esser degno di sapere almeno chi siete voi?

Lisetta. Io? Sono maritata, e non vi può niente interessare la mia persona.

Roberto. Via, signora, non siate meco sì austera; e chi è il vostro signor marito?

Lisetta. Che cosa importa a voi di conoscere mio marito?

Filippo. Oh via, il signor Roberto è mio padrone e mio buon amico. Bisogna soddisfarlo, bisogna dirgli la verità. Quella è mia moglie.

Roberto. Vostra moglie?

Lisetta. Sì signore, sua moglie.

Roberto. Me ne consolo infinitamente. È lungo tempo ch’è vostra moglie?

Filippo. Un anno incirca, non è egli vero, Eleonora?

Lisetta. Sì, un anno e qualche mese; comanda altro, signore?

Roberto. Vi supplico appagare la mia curiosità. Vorrei poter dire di essere stato il primo a vederla.

Lisetta. Chi?

Roberto. La giovane degli affissi.

Lisetta. Ella? Ditemi in grazia, signore: sareste voi in grado di sposare una giovane esposta in una maniera da voi medesimo condannata?

Roberto. Il cielo mi liberi da un tal pensiero. Son un uomo d’onore, sono un negoziante assai conosciuto da monsieur Filippo, son qui venuto per bizzarria, per capriccio, per divertirmi, per burlarmi di un padre sciocco e di una figlia ridicola.

Lisetta. Mi maraviglio di voi, che abbiate tai sentimenti. Gli uomini d’onore non si devono burlare delle figlie onorate. La vostra è un’azione pessima, e un’intenzione maligna. S’io fossi quella tale che voi cercate saprei trattarvi a misura del vostro merito, e vorrei farvi imparare, se nol sapete, che le donne si trattano con pulizia, con civiltà e con rispetto.

ct ct Roberto. È un diavolo questa vostra moglie.

Filippo. Dello spirito non gliene manca.

Roberto. Ma dalla maniera sua di parlare, capisco ch’ella assolutamente conosce la giovane di cui si tratta, e voi la conoscerete al pari di lei e quando un galantuomo vi prega, mi pare che non dovreste fare il prezioso.

Filippo. Gli replico ch’io non ne so niente, e ciò le dovrebbe bastare.

Roberto. No, non mi basta.

Filippo. Se non le basta, non so che farle. Perdoni, ho i miei affari, non posso più trattenermi. (Per questa volta è passata bene). ct ct Roberto. Possibile che gli affissi mentiscano? Sarebbe una cosa strana. Potrebbe anche darsi che la giovane fosse qui, e Filippo e sua moglie non lo sapessero. Ma anche questo pare impossibile. Vi sarà sotto qualche mistero, avranno impegno per qualcheduno.... Ma io perchè mi scaldo la fantasia per sì poco? Cosa perdo se non la vedo? Perdo un semplice divertimento, una cosa da niente. Ma tant’è, sono in impegno. Pagherei dieci luigi per appagare la mia curiosità.

Doralice. Ehi della locanda? Camerieri vi è nessuno?

Roberto.(Oh ecco un’altra donna; sarebbe questa per avventura la giovane degli affissi?)

Doralice. (Questa è una miseria. Non si può avere un servigio. Pregherò mio padre che non mi lasci più sola).

Roberto. (Parmi di riconoscere ancora in questa dei contrassegni indicati).

Doralice. Ehi dell’albergo?

Roberto. Signora, comandate voi qualche cosa? Posso io aver l’onor di servirvi?

Doralice. Scusatemi, signore, avrei bisogno di un servitore.

Roberto. Andrò io a chiamarlo, se comandate.

Doralice. Oh no, vi supplico, non v’incommodate per me.

Roberto. Lo farò col maggior piacere del mondo. Ditemi che cosa vi occorre, darò io i vostri ordini, se vi contentate,

Doralice. Vi ringrazio, signore.

Roberto. Vi supplico instantemente.

Doralice. Per dirvi la verità, vorrei che un servitore mi portasse un bicchiere di acqua.

Roberto. Sarete servita immediatamente. (Se è quella, mi pare che abbia del merito. Mi piace infinitamente). . ct ct Doralice. Mi rincresce infinitamente dover incommodare una persona ch’io non conosco, ma la necessità mi obbliga a prevalermi della sua gentilezza.

Roberto. Signora, voi sarete tosto servita.

Doralice. Sono molto tenuta alle grazie vostre.

Roberto. Vi supplico di trattenervi un momento.

Doralice. Avete qualche cosa da comandarmi?

Roberto. Vorrei aver io l’onore di presentarvi quel bicchiere di acqua che avete chiesto.

Doralice. Scusatemi, signore, non vi è mio padre, e s’egli mi trovasse fuori della mia camera....

Roberto. Avete il vostro signor padre con voi?

Doralice. Sì signore, ma ora è fuori di casa.

Roberto. (Scommetterei ch’è questa sicuramente).

Doralice. Con vostra permissione.

Roberto. Un momento. Ecco l’acqua, accordatemi quest’onore.

Servitore.

Doralice. (È sì gentile, ch’io non posso ricusare le sue finezze).

Roberto. (Convien dire, se è dessa, che la locandiera ha ragione. Ella è la più saggia figlia del maggior pazzo di questo mondo).

Doralice. Sono mortificata per l’incommodo che vi prendete.

Roberto. Niente affatto, godo anzi del piacer di servirvi.

Doralice. Tenete.

Roberto. Favorite.

Doralice. (È di una cortesia impareggiabile!)

Roberto. (Vorrei pur iscoprire la verità). Perdonate l’ardire, il vostro signor padre è italiano?

Doralice. Sì signore, è italiano.

Roberto. Di profession negoziante?

Doralice. Per l’appunto è un negoziante.

Roberto. (Queste sono due circostanze che si confrontano perfettamente). Scusatemi, siete voi maritata, o da maritare?

Doralice. Perchè mi fate tutte queste interrogazioni?

Roberto. Per non ingannarmi, signora. Per sapere s’io posso parlarvi liberamente.

Doralice. Su qual proposito mi volete voi ragionare?

Roberto. Compiacetevi di rispondere a ciò ch’io ho l’onore di domandarvi, e mi spiegherò senza alcun mistero.

Doralice. (Mi mette in curiosità).

Roberto. Siete voi da marito?

Doralice. Così è, sono ancor da maritare.

Roberto. Vostro padre ha egli intenzione di maritarvi a Parigi?

Doralice. Sì certo, so ch’egli lo desidera colla maggior premura del mondo, ed ha avuto la bontà di dirmi, che mi ha condotto in questa città unicamente per questo.

Roberto. (Sì, è ella sicuramente). Vostro padre, signora, è un uomo molto bizzarro.

Doralice. Lo conoscete, signore?

Roberto. Non lo conosco, ma permettetemi ch’io vi dica con estremo mio dispiacere, che la sua condotta mi pare assai stravagante. Voi meritate d’essere trattata con maggior decenza, e non vi possono mancar de’ buoni partiti, senza ch’egli ve li procuri per una strada sì irregolare che fa gran torto alla vostra condizione ed al vostro merito.

Doralice. Signore, vi domando perdono. Mio padre è un uomo saggio e prudente, e non è capace....

Roberto. Voi potete difendere vostro padre quanto volete, ma non sarà mai compatibile, che un padre faccia pubblicar cogli affissi che ha una figlia da maritare, e che i pretendenti saranno ammessi al concorso.

Doralice. Come, signore? Mio padre ha fatto questo?

Roberto. Così è: non lo sapete, o fingete di non saperlo?

Doralice. Non lo so, non lo credo, e potrebbe essere che v’ingannaste.

Roberto. Tutti i segni si confrontano, e voi ci siete dipinta perfettamente: giovane, vaga, gentile, di statura ordinaria, capelli castagni, bei colori, occhio nero, bocca ridente, figlia di un negoziante italiano, che vuol maritare la sua figliuola a Parigi, che alloggia in questa locanda. Siete voi quella sicurissimamente.

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