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Il Misogallo

Vittorio Alfieri · 1903 · Free in the US

15,940 words · about 1 h 7 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

Free in the US: this text is in the public domain in the United States; it may still be in copyright elsewhere.

Licence: PD-US · Published in 1903 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_Misogallo_(Alfieri,_1903)&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Vittorio Alfieri
Language
Italian
Published
1903
Length
15,940 words · about 1 h 7 min
Sections
121 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (121)
  1. Front matter under 1 min
  2. Intenzione dell'autore about 1 min
  3. Il Misogallo. Rame allegorico about 1 min
  4. Frontespizio under 1 min
  5. Avviso al lettore under 1 min
  6. Prosa prima. Alla passata, presente e futura Italia about 3 min
  7. Invocazione under 1 min
  8. Prosa seconda. Ragione dell'opera about 25 min
  9. Nota spettante gl'interessi privati dell'autore in Francia about 2 min
  10. Proemio under 1 min
  11. Epigramma I under 1 min
  12. Sonetto I under 1 min
  13. Sonetto II under 1 min
  14. Sonetto III under 1 min
  15. Sonetto IV under 1 min
  16. Sonetto V under 1 min
  17. Sonetto VI under 1 min
  18. Sonetto VII under 1 min
  19. Sonetto VIII under 1 min
  20. Sonetto IX under 1 min
  21. Epigramma II under 1 min
  22. Epigramma III under 1 min
  23. Sonetto X under 1 min
  24. Sonetto XI under 1 min
  25. Sonetto XII under 1 min
  26. Sonetto XIII under 1 min
  27. Sonetto XIV under 1 min
  28. Epigramma IV under 1 min
  29. Epigramma V under 1 min
  30. Sonetto XV under 1 min
  31. Sonetto XVI under 1 min
  32. Sonetto XVII under 1 min
  33. Sonetto XVIII under 1 min
  34. Sonetto XIX under 1 min
  35. Epigramma VI under 1 min
  36. Epigramma VII under 1 min
  37. Sonetto XX under 1 min
  38. Ode about 1 min
  39. Sonetto XXI under 1 min
  40. Prosa terza. Traduzione delle ultime parole pronunziate dal Re Luigi XVI, innanzi la convenzione nazionale il dì 11 decembre 1792 about 10 min
  41. Epigramma VIII under 1 min
  42. Sonetto XXII under 1 min
  43. Epigramma IX under 1 min
  44. Epigramma X under 1 min
  45. Sonetto XXIII under 1 min
  46. Epigramma XI under 1 min
  47. Sonetto XXIV under 1 min
  48. Epigramma XII under 1 min
  49. Epigramma XIII under 1 min
  50. Sonetto XXV under 1 min
  51. Sonetto XXVI under 1 min
  52. Prosa quarta. Dialogo fra un uomo libero ed un liberto about 6 min
  53. Epigramma XIV under 1 min
  54. Sonetto XXVII under 1 min
  55. Sonetto XXVIII under 1 min
  56. Sonetto XXIX under 1 min
  57. Sonetto XXX under 1 min
  58. Sonetto XXXI under 1 min
  59. Sonetto XXXII under 1 min
  60. Sonetto XXXIII under 1 min
  61. Sonetto XXXIV under 1 min
  62. Sonetto XXXV under 1 min
  63. Epigramma XV under 1 min
  64. Epigramma XVI under 1 min
  65. Epigramma XVII under 1 min
  66. Sonetto XXXVI under 1 min
  67. Epigramma XVIII under 1 min
  68. Epigramma XIX under 1 min
  69. Sonetto XXXVII under 1 min
  70. Epigramma XX under 1 min
  71. Epigramma XXI under 1 min
  72. Epigramma XXII under 1 min
  73. Epigramma XXIII under 1 min
  74. Epigramma XXIV under 1 min
  75. Epigramma XXV under 1 min
  76. Epigramma XXVI under 1 min
  77. Epigramma XXVII under 1 min
  78. Epigramma XXVIII under 1 min
  79. Epigramma XXIX under 1 min
  80. Epigramma XXX under 1 min
  81. Epigramma XXXI under 1 min
  82. Prosa quinta. Dialogo fra l'ombre di Luigi XVI e di Robespierre about 8 min
  83. Epigramma XXXII under 1 min
  84. Epigramma XXXIII under 1 min
  85. Epigramma XXXIV under 1 min
  86. Epigramma XXXV under 1 min
  87. Epigramma XXXVI under 1 min
  88. Epigramma XXXVII under 1 min
  89. Sonetto XXXVIII under 1 min
  90. Sonetto XXXIX under 1 min
  91. Epigramma XXXVIII under 1 min
  92. Epigramma XXXIX under 1 min
  93. Epigramma XL under 1 min
  94. Epigramma XLI under 1 min
  95. Epigramma XLII under 1 min
  96. Epigramma XLIII under 1 min
  97. Epigramma XLIV under 1 min
  98. Epigramma XLV under 1 min
  99. Epigramma XLVI under 1 min
  100. Epigramma XLVII under 1 min
  101. Epigramma XLVIII under 1 min
  102. Epigramma XLIX about 2 min
  103. Epigramma LI under 1 min
  104. Epigramma L under 1 min
  105. Epigramma LII under 1 min
  106. Epigramma LIII under 1 min
  107. Epigramma LIV under 1 min
  108. Epigramma LV under 1 min
  109. Epigramma LVI under 1 min
  110. Epigramma LVII under 1 min
  111. Epigramma LVIII under 1 min
  112. Epigramma LIX under 1 min
  113. Epigramma LX under 1 min
  114. Epigramma LXI under 1 min
  115. Sonetto XL under 1 min
  116. Sonetto XLI under 1 min
  117. Sonetto XLII under 1 min
  118. Licenza under 1 min
  119. Sonetto XLIII under 1 min
  120. Conclusione under 1 min
  121. Indice del Misogallo under 1 min

Continue:

Front matter

ct

Indice

Voci correlate

Intenzione dell'autore

ct

Ove mai il presente Manoscritto, per un qualche accidente, dalle mani di chi lo teneva in deposito passasse in altre; chiunque se ne troverà il possessore è pregato di regolarsi nel seguente modo. Essendo egli persona onesta, di libero, e retto animo s’informerà prima se l’Autore è ancora in vita; e dovunque il suddetto si trovi, lo farà partecipe di aver Egli presso di sè questa sua copia, e non ne farà nessun uso, finchè non abbia saputa la volontà del legittimo padrone di essa. Se poi l’Autore non esiste più, egli lo farà diligentemente stampare, dove, e quando si potrà, e non lo potendo egli, lo darà a chi lo possa fare senza compromettere sè stesso, e per l’utile solo del pubblico.

Ma quand’anche la sorte, nemica spessissimo delle più giuste intenzioni, facesse pur capitare questo scritto alle mani stesse di un qualche Gallo, o amatore di essi e della iniquità, non si lusinghi costui, col tenerlo celato, o coll’arderlo, di venir perciò a capo di annichilarlo. La cosa è oramai impossibile, stante la gran quantità di copie che ne esistono, e tutte già sparse in vari paesi, e depositate, come lo fu questa, in mani illibate, ed amiche dell’Autore, e del vero. Onde il filogallo che lo avrà, anch’egli stesso farà meglio a stamparlo, per ritrarne per sè quel lucro, che, attesa la materia del Libro, non può mai riuscire, nè dispregevole, nè dubbio, quand’anche, a titolo di scritto, egli fosse sprovvisto d’ogni pregio letterario, e non valesse nulla più il Misogallo di quel che vagliano i Galli.

E’ mi pare, avendo spiegata la mia intenzione sì agli amici, che ai nemici, di aver parlato a tutti; poichè nella gran causa, che pende pur troppo fra il retto, e l’iniquo, degli indifferenti non ve ne può mai essere nessuno.

Firenze, 1799.

Il Misogallo. Rame allegorico

ct ct ct

Rappresenterà questo Rame un vasto pollaio nel massimo scompiglio: qua si vedranno le Galline uccidere i Galli: là i Galli a vicenda uccidere le Galline; altrove i Galli fra loro, e così fra lor le Galline, spennacchiarsi, ed uccidersi. In lontananza poi si vedrà posato un Gufo sopra d’un albero: il quale dando fiato in una lunghissima, e sottilissima tromba, ne farà uscire il motto francese «Ils s’organisent.» Si vedranno inoltre molti stuoli di conigli di vari colori, che fuggono per ogni parte; e sul davanti, un maestoso Leone giacente, che guata. E sotto al Rame si leggerà la seguente epigrafe:

fi

Sempre insolenti Coi Re impotenti: Sempre ridenti Coi Re battenti. | Talor valenti; Ma ognor serventi, Sangue-beventi, Regi stromenti. | |

Frontespizio

ct ct ct ct ct

Avviso al lettore

ct

In mille guise, due sentenze sole Questo miscuglio garrulo racchiude: Che libertà è virtude; E che i Galli esser liberi, son fole. Chi già il sapea, non logori qui gli occhi: Chi non vuol creder, tocchi.

Prosa prima. Alla passata, presente e futura Italia

ct

ct

Ancorchè quest’Operuccia, nata a pezzi, ed a caso, altro non venga ad essere che un mostruoso aggregato d’intarsiature diverse, ella tuttavia non mi pare indegna del tutto di esserti dedicata, o Venerabile Italia. Onde, ed a quella augusta Matrona, che ti sei stata sì a lungo, d’ogni umano senno, e valore principalissima sede, ed a quella che ti sei ora (pur troppo!) inerme, divisa, avvilita, non libera ed impotente; ed a quella che un giorno (quando ch’ei sia) indubitabilmente sei per risorgere, virtuosa, magnanima, libera, ed una; a tutte tre queste Italie in questa breve mia Dedica intendo ora di favellare.

Gli odî di una nazione contro l’altra, essendo stati pur sempre, nè altro potendo essere, che il necessario frutto dei danni vicendevolmente ricevuti, o temuti, non possono perciò esser mai, nè ingiusti, nè vili. Parte anzi preziosissima del paterno retaggio, questi odî soltanto hanno operato quei veri prodigî politici, che nelle Istorie poi tanto si ammirano. Nè mi estenderò qui in prove tediose, ed inutili. Parlano l’esperienza, ed i fatti. Ammesso dunque quest’odio reciproco, quasi un tutelare Conservatore de’ Popoli veramente diversi, e tanto più di quelli, che per estensione, e numero riescono minori, innegabil cosa ella fia, che in te, o Italia, l’odio contro i Francesi, sotto qualunque bastone, e maschera ti si affaccino essi, diviene la base fondamentale, ed unica, della tua, qual ch’ella sia, politica esistenza. Quindi finchè, o un terremoto, o un diluvio, od una qualche cozzante cometa, non ti avranno trasmutata di forme, finchè tu, stretto, e montuoso continente, tra due racchiusi mari penisoletta ti sporgerai, facendoti dell’Alpi corona; i tuoi confini dalla natura son fissi, ed una pur sempre (per quanto in piccoli bocconcini divisa, e suddivisa ti stii) una sola pur sempre esser dei d’opinione, nell’odiare, con implacabile abborrimento mortale quei barbari d’oltramonti, che ti hanno perpetuamente recato, e ti recano, i più spessi, e più sanguinosi danni. Ora questi per certo (ben altramente che i Tedeschi) sono stati sempre, e sono i Francesi, i quali tre volte per secolo, ridotti dai loro inetti, ed irreflessivi, e tirannici governi, dalla loro naturale miseria ridotti, e dagli eccedenti loro vizî, alla insociale necessità di andarsene a mano armata questuando, sopra i vicini Popoli poi si rovesciano per isfamarsi, e saldare per alcun tempo con l’altrui sangue le loro piaghe servili.

In così fatto stato locale, e politico, qual è manifestamente il tuo, chiunque, o Italia, t’insegnerà a ben odiare i tuoi naturali, e perenni nemici, verrà ad insegnarti, e rammentarti ad un tempo il più sacro de’ tuoi doveri. Con tutto ciò non mi vi sarei accinto io certamente, se mi fosse stato pur d’uopo, nell’addottrinarti in quest’odio, d’insegnarti anco a stimare i Francesi, temendoli. Ma per fortuna tua somma, e mia, odiabili sotto ogni aspetto per sè stessi costoro son tanto, che io senza studio, nè sforzo nessuno, col solo ritrarli dal vero, largamente posso ottenere il mio intento, e rimanere assoluto ad un tempo da quel ribrezzo, che porta con sè questa idea, dell’insegnare ad odiare chi che sia; poichè qui non è altro, che un semplice insegnare a conoscere. Oltre che, da quella specie di stima, che si suol pure accordare agli eserciti, che con le loro vittorie spaventano, ogni dì più te ne vanno anco assolvendo gli stessi Francesi, che insieme col terrore dell’armi loro hanno saputo instillare ad un tempo medesimo il massimo disprezzo per essi, anche nei più timidi, e meno illuminati individui; mostruoso, e incredibile accozzamento; paura, e dispregio; eppur vero, e da tutti i presenti Italiani palpabile.

Poichè dunque ad abborrirli insegnandoti io, a vieppiù dispregiarli, essi stessi t’insegnano; dalla felice mistura di questi due affetti, incomincia, o nobile Italia, fin da quest’ora, a riassumerti una tal quale nazionale tua faccia. Perciò, da oggi in poi, la parola Misogallo consacrata in tua lingua significhi, equivaglia, e racchiuda i titoli, pregievoli tutti, di risentito, ma retto, e vero, e magnanimo, e Libero Italiano. Tornerà poi frattanto quel tempo, in cui annullata nei Francesi ogni troppo spareggiante ampiezza di mezzi, e di numero, e sparita in te ogni tua viltà di costumi, divisioni, e opinioni, grande tu allora in te stessa, dall’averli odiati, e spregiati, temendoli, maestosamente ti ricondurrai all’odiarli, e spregiarli, ridendo.

Invocazione

ct ct

Prosa seconda. Ragione dell'opera

ct ct ct

Io non scriverò, certo, Storie, sì perchè niuna delle cose che io vedo, merita storia, sì perchè non sento in me quel carattere disappassionato, che necessario si reputa per veridicamente narrare, ancorchè io sia convinto appieno in me stesso, che l’uomo disappassionato non possa far cosa alcuna perfettamente. Voglio nondimeno supporre, che lo amore della verità divenendo la passione animatrice dello Storico, aggiuntavi la passione della gloria, lo venga a render perfetto nell’arte sua. Lascierò dunque ad altri l’impresa di storicamente narrare varî avvenimenti, di cui sono stato testimonio oculare in Francia, poichè non ho avuta io l’impossibilità di mirarli con occhio indifferente, benchè o nulla, o pochissimo, a toccarmi venissero, e ciò soltanto nel pecuniario interesse, al qual motivo (son certo) niuno di quanti mi avranno conosciuto, attribuirà l’indegnazione non vile, che questi miei scritti respirano. La sola passione del vero bene degli uomini sforzavami a scrivere su quel ch’io vedeva, alcuno sfogo trovando il mio cuore nella dolce speranza, o lusinga, di giovare quando che fosse ai buoni, e di nuocere ai rei. Volendo io dunque, e per la mia propria sodisfazione, e per quella di alcuni pochissimi amici, dar conto a me stesso, ed a loro delle diverse impressioni da me ricevute nel periodo di queste politiche lagrimevoli vicende, gitterò qui in carta rapidissimamente, ed a caso le mie riflessioni, e ragioni su alcuni fatti appoggiate; e da esse, spero, verrà bastantemente motivata, e giustificata questa Operetta, a cui mi è sembrato doverle premettere.

Fin dalla mia più giovanile età, io sentiva in me una predominante passione fierissima per la civil libertà, più assai a me nota allora per un certo indomito istinto naturale, che non per acquistate nozioni. Con gli anni dappoi, con l’esperienza, e con l’assiduo, e lungo studio delle cose, e degli uomini, io imparava forse a conoscerla veramente, e ragionatamente apprezzarla. E dai primi anni miei parimente io mi sentiva una somma naturale avversione per i Francesi in genere, e massime per la loro lingua, pel loro contegno, frasario, e leziosi costumi. Coll’età poi, e coll’esperienza, e con brevissimo studio, io perveniva in appresso a bene appurare questa mia avversione invincibile, le cagioni indagandone, ed a rettificarla, e ragionarla, e comporne un perpetuo odio, per me preziosissimo e per l’Italia tutta, col tempo, non meno che utile, necessario.

Ma già da’ filosofi, o da quegli impassibili egoisti, che oggidì questo sacro nome si usurpano, mi sento pur dire: niuna cosa esser meno filosofica, e ragionevole, che l’odiare in genere una moltitudine d’individui fra’ quali necessariamente ve ne sono di ogni specie. Ed è una tale obiezione in in parte verissima, ma non nell’intero. Se dalle storie de’ passati popoli, dai loro usi, lingue, leggi, ed imprese, il lettore ne viene a ritrarre ammirazione in genere, ed amore per gli uni, odio, e dispregio per gli altri: come mai questo effetto stesso, ed anco più forte, non verrà in noi cagionato da una qualunque moltitudine d’uomini viventi sotto i nostri occhi, i di cui fatti, per la maggior parte fra loro concordi, sotto un tale, o un tal altro aspetto qualificandoli, necessariamente o cari, o discari, o spregevoli, o nulli ce li rendono? Il giudicare e il sentire, sono uno; nè senza affetto alcun giudizio sussiste; poichè ogni cosa qualunque, o vista, o sentita, dee cagionare nell’uomo, o piacere, o dolore, o maraviglia, o sdegno, od invidia, od altro: tal che su la ricevuta impressione si venga ad appoggiare il giudizio; e sarà retto il giudizio degli appassionati pel retto; iniquo al contrario quel dei malnati. È dunque l’odio un affetto contro alla reità non men giusto, naturale, e sublime, di quel che lo siano l’amore, e la stima per la virtù. Il professarsi incapace d’odio, equivale all’essere incapace d’amore: o equivale al dire stolidamente, che le qualità da amarsi faranno impressione viva, e profonda in quello stesso animo, in cui le qualità da odiarsi non ne faranno nessuna, o leggiera.

Eccomi dunque ad accennare di volo le cagioni, che mi faceano per sempre amar con trasporto la civile libertà, e con trasporto non minore aborrire i Francesi. Nella vera civile libertà, la storia di quei pochissimi popoli che la possedevano, mi facea chiaramente vedere compresa la massima possibilità per l’uomo di ottenere una più utile, e più durevole gloria; di più ampiamente sviluppare le proprie intellettuali facoltà; di vedersi tuttora intorno degli uomini veri, e più felici, e più arditi, e migliori; di avere degli emuli in tutte le virtù. Nè mai finirei, se qui ad uno ad uno annoverare volessi i beni moltissimi, che dalla libertà ne ridondano, bene intendendo il significato di essa, e qual dovrebb’essere intesa da tutti, se il di lei sacrosanto nome contaminato mai non venisse dalla impura bocca dei corrotti inverecondi liberti: che a ben parlare di libertà, fa d’uopo essere liberi di animo, e puri, e giusti, e magnanimi; altrimenti ella si scambia coll’invidia, con la licenza, e con la servile vendetta.

Ma le ragioni or si espongono, per le quali io altrettanto disprezzo, ed aborro i Francesi, quanto amo, ed incenso la libertà. Negli uomini in generale, principalmente amiam noi il forte sentire, che è il fonte verace d’ogni bene buono, come altresì d’ogni male buono; che io avrò pur la temerità di dar questo epiteto al male, allorchè egli, da passioni ardenti ed altissime procreato, si fa di altissimi effetti cagione. Amiamo inoltre negli uomini, aggiunta al saper la modestia, al valore l’umanità, alla bellezza il pudore, e altri simili accoppiamenti, che caratterizzano il vero merito, e manifestano tosto la differenza tra i mediocri, e gli ottimi: differenza più assai importante, e più difficile a ravvisarsi, che quella tra i mediocri, e i da nulla. Benissimo so, che i da me soprannominati Enti, son rari; che nessuna nazione ne ha molti, e che per lo più i soli popoli liberi si sono mostrati tali, e per breve tempo: ma non sarà però meno vero, che quella nazione, i di cui individui su la totalità si rivestono più espressamente delle qualità diametralmente opposte alle sopra indicate, quella nazione riuscirà la meno amata, e stimata, e la meno amabile, e stimabile. Ora a tutti gli altri Europei sempre i Francesi son sembrati, ed il sono, soverchiatori, millantatori, dispregiatori, ed eccessivamente pregiudicati sul proprio merito; il che manifestamente lo esclude. Ma le altre nazioni (siccome anche fa il tempo) giudicandoli dai fatti, e non dai detti loro, li hanno tenuti uguali in alcune arti ad alcune di esse, inferiori in molte altre, e superiori in nessuna, fuorchè nell’arte della pettinatura, ballo, cucina, ed effeminatezza. Del rimanente, nella guerra inferiori ai Tedeschi, agli Svizzeri, e Spagnuoli ogni qual volta le circostanze erano pari; così nella nautica, e commercio inferiori agl’Inglesi, ed ai Batavi; nelle scienze, nella poesia, e nelle belle arti agl’Italiani; nell’interna politica a tutti; ed in somma, di numero sì, ma in nessun’altra cosa maggiori di niuno de’ popoli dell’Europa; nè inventori veramente, se non se di un sol genere; ma in questo poi, da niun’altra nazione, nè imitati mai, nè imitabili; cioè della difficile arte di operare con ampissimi mezzi picciolissime cose. Del resto non si vede quasi mai un Francese serbare il contegno del proprio stato, nè andar d’accordo coi propri mezzi, nè conoscere sè stesso e le cose. Se il ballerino parla del ballo, egli vi adopra frasi, quali appena un Pompeo avrebbe adoprate nel parlare della Repubblica. Ma se all’incontro i Francesi legislatori della loro infantile Repubblica parlano; il ballerino, e l’arricciatore, e l’istrione vi trapelano, e misti (ch’è il peggio) allo schiavo, e al carnefice. Le più gonfie, e le più (non dirò calde) ma riscaldate espressioni, vengono adoprate con profusione da essi per le loro più triviali cose; onde, se a caso nascessero poi mai le sublimi, non rimarrebbero più parole, nè modi per degnamente lodarle. Queste gelide, e perpetue esagerazioni, da altro non nascono se non dal pochissimo loro sentire di cuore, e dal fittizio sentire di capo. Da questo procede la stomachevole affettazione de’ gesti, passi, contegno, e parole delle loro donne; da questo pur anche quel loro ingegno imparato, e ridotto a parte studiata, e continua recita; quel giudicar d’ogni cosa, e non saperne nessuna; quell’intraprenderle, e pretendere in tutte, e non mai farle intere; e quei tanti, e tant’altri incessanti, e manifestissimi gallici aborti.

Che tali siano costoro in generale, non credo che negare si possa giudicandoli dai fatti. Ma, che cotali uomini aborrire si debbano, forse ciò non parrebbe, poichè il deriderli, e il dispregiarli, è bastante. Eppure, ove costoro sian molti; ove ad ogni passo ciascun Europeo se li debba trovare fra i piedi; ove, o direttamente, o indirettamente, influiscano su tutti i popoli dell’Europa, perchè disgraziatamente per essa il bel mezzo ne ingombrano; ove le dimezzate loro nozioni delle cose, con somma altrui sventura da essi propagate, guastino, trasfigurino, e danneggino il vero; egli è allora ben forza di accoppiare alla derisione, e al disprezzo quell’odio intenso, e sublime, che debbesi al vizio; quell’odio, che agguagliare si dee (e superarlo fors’anche) al danno che se ne viene a ricevere; quell’odio in somma, che ragionatamente instillato negli altri popoli può in gran parte al comun loro danno ovviare.

Ed ecco in qual guisa io mi fo a credere, che anche ragionando, e disappassionandosi (per quanto il possa chi vivissimamente ama il vero) ogni retto, e libero animo e possa, e debba giustamente aborrire una sì fatta nazione, i di cui tristi costumi hanno da cento e più anni in qua indubitabilmente sparsa la corruzione di ogni genere fra tutte le altre; ed ora, sotto diversa maschera, se ne va seminando la mostruosa, e funesta anarchia, innestata sulla propria natìa putrefazione; e le più inaudite crudeltà, e scelleraggini; e ad un tempo il più obbrobrioso servaggio; la dipendenza, cioè, dei possidenti, e dei buoni, dai nulla tenenti, e dai rei.

La libertà dunque, e i Francesi, due cose nelle quali io, sì per istinto naturale, che per matura riflessione, e lunga esperienza dappoi, collocava il mio amore, e il mio odio, si trovano oggi (agli occhi però degli stupidi soli) in apparenza riunite. Io quindi mi vedo costretto (non già per appagare gli stupidi, ma per impor silenzio ai maligni, o confonderli) a dimostrare con alcuni fatti, che amare non si può la libertà, nè conoscerla, senza aborrire i Francesi; appunto perchè questi due opposti nomi, e materie non si son mai raccozzati, nè raccozzar mai si possono. Che forse, ove io nelle presenti circostanze mi fossi taciuto, potea venire il dì, che un qualche schiavuccio travestito da uomo, di me supponesse, o fingesse di credere, che io la libertà in parole soltanto lodata, in fatti odiassi; ovvero che io la libertà dai Francesi contaminata approvassi; o che io finalmente non conoscessi nè questi, nè quella.

ct Qualora un popolo, che geme oppresso sotto un’ingiusta, e non meritata tirannide, perviene ribellandosi a distruggere con la viva, e generosa forza la forza opprimente, egli è questo per certo un popolo appassionato, valente, apprezzabile, e meritevole di libertà. Ma nel dire io un popolo, non intendo la feccia oziosa, e necessitosa di una immensa Città; intendo bensì, una moltitudine, e quasi totalità di onesti abitanti sì delle Città, che del contado, promiscuamente composta di tutti i ceti; la quale, non istigata, non prezzolata, ma per naturale sublime impeto, dalle ricevute ingiurie commossa a sdegno, e furore agisce all’improvviso con entusiasmo, energia e schietto coraggio. Premessa questa definizione di un popolo ribellantesi, e de’ suoi lodevoli sforzi, ormai scenderò ai francesi tumulti. Benchè di moltissimi io sia stato per circa quattr’anni testimonio oculare, potrò non di meno brevissimamente affastellarli, senza più menomarli.

Già fin dall’anno 1786, io stava a dimora in Parigi, oltre parecchi altri viaggi fattivi nella mia prima gioventù fin dall’anno 1767. Pare dunque, che io per esperienza avrei dovuto conoscere bastantemente il Gallume. E dirò, pel vero, che io fra i popoli dell’Europa, quasi tutti da me visitati in cinque anni di giovenili peregrinazioni, non ne avea visto alcuno (eccettuandone forse i soli Moscoviti) che sopportasse l’autorità assoluta, e la servitù che n’è figlia, con maggior disinvoltura de’ Francesi. Le incessanti prepotenze de’ grandi, non che tollerate sempre, ma invocate spessissimo, e non mai vendicate, ne fanno ampia prova. Ed a volersi convincere quanto fosse o ignoto, o spento ogni seme di libertà nei cuori francesi, bastava il dare una rapida occhiata alle affollate anticamere dei ministri, sottoministri, e meretrici de’ ministri, in Versaglia; dove un’intera nazione d’indefessi, e pieghevolissimi postulanti perpetuamente scorgevasi. Le mode stesse, ed il gergo di tutti i loro ceti, le iscrizioni perfino delle loro più vili taverne, dove la parola Reale in spaventevoli letteroni campeggiava pur sempre; e le tant’altre loro frasi di gratuita vigliacca cortigianeria, in bocca della più fetida plebe; questi usi tutti, largamente dimostrano, che i Francesi erano senza dubbio, non solamente schiavi, ma schiavi contenti, e degnissimi. Contuttociò ne voglio allegare in prova un sol fatto, ma di massimo peso; come quello che risguardando tutte le classi, verrà così a definirle; e precede immediatamente le novità del 1789.

Nell’aprile del 1788, volle il ministro regnante arcivescovo di Sens sovvertire in ogni parte il governo. A ciò lo spingeva la totale mancanza del denaro pubblico, e l’impossibilità di raccoglierne coi mezzi ordinarî. I diversi Parlamenti del Regno, pigliando tutti norma da quel di Parigi, resistevano giustamente in ciascuna provincia all’accrescimento delle ormai insopportabili gravezze. Ma si era sopratutti distinto quello di Parigi, che tornato pur dianzi dall’esilio di Troyes, non aveva punto ceduto all’arbitrio dell’accennato ministro. Alcuni dei più accreditati individui di esso si comportavano, ed in fatti, ed in parole, come uomini che quasi meritato sarebbersi di esser liberi veramente; e quali ch’elle pur fossero le nascoste cagioni, o i privati fini, che li movessero, certo è che un Parlamento di legittimi rappresentanti, liberamente eletti da un vero popolo, non avrebbe potuto mai con più calore, dignità, e libertà difenderne i diritti, nè porre un più giusto, e forte limite alle regie oppressioni. Qual fu dunque l’esito di questa moderata, e lodevole resistenza? Di pien mezzogiorno il dì 4 maggio 1788 nel bel centro di Parigi, il palazzo della Giustizia, e il Parlamento adunatovi, sono investiti dagli armati satelliti regî chiamati Guardie Francesi, e Guardie Svizzere; di pien mezzogiorno, nel dì susseguente ne vengono estratti a viva forza, ed in toga, tre de’ più eloquenti, ed arditi Parlamentarî, e al cospetto di tutto Parigi vengono strascinati fuor di Città, e inviati nel punto prigionieri in diverse lontane fortezze. Certo, se alcun atto mai assoluto, ingiurioso, e sfacciato veniva commesso in alcuna Monarchia, egli era ben questo. E se mai violenza alcuna tirannica dovea far muovere un popolo, che fosse stato di magnanima, e risentita natura, ell’era certamente ben questa. Io stesso, scrittore, costante e implacabil nemico d’ogni qualunque tirannide, fremendo allora d’indegnazione, e di rabbia, più volte dattorno a quell’investito palazzo mi andai aggirando, e attentissimamente osservai ed i volti, e gli atti, e il contegno di quel popolo. Ed io asserisco, che allora, o coloro erano perfettissimi, e ben incalliti schiavi, o ch’io era in quel punto, e tuttavia sono, uno stupido. Quella naturale insofferenza del giogo; quel fremere sublime della oltraggiata, ed oppressa ragione; quel silenzio che parla, od accenna; quel tacito sogguardarsi l’un l’altro, che tradisce il cor pregno di torbidi affetti, e feroci; quella mal repressa bollente febbre dell’animo, il di cui impeto non mai pienamente domabile, se non iscoppia, minaccia; nulla quivi di sì fatte cose vidi io, per quanto in altrui le cercassi, per quanto io le sentissi in me stesso fierissime. Quell’arcivescovaccio re, un mezzo cadavere con cinque fanticoli, facea pur tremar tutta Francia egli solo: che così sempre avviene in quel regno; chi ha la cassa e il bastone, ancorchè quella sia vuota, e questo sia rotto, purch’egli nol dica e l’adopri, è sempre obbedito, e temuto. E tanto ardiva codesto arcivescovo, che in quell’anno stesso, pochi mesi dopo dichiarò un fallimento parziale ai creditori dello Stato. Toccati allora nella borsa, cioè nella vera, e sola anima dei popoli vili, e corrotti, un qualche sdegnuzzo si destò nei Francesi, ma non mai nella moltitudine, benchè la stessa infima plebe (per una incredibile scostumatezza dei governanti, e dei governati, anch’essa vitaliziata) venisse così a perdere gran parte del suo scarso vitto, somministratole come frutti dai pubblici fondi. Questa plebe con tuttociò non dava alcun segno di vita, se le borse maggiori non incominciavano a comprare da essa il di lei sdegno, con ricompense, e promesse cercando di triplicarglielo; ed a comprare dai regi satelliti la impunità dei tumulti di quella plebe pungolata, e sedotta. Due, o tre individui della classe chiamata dei grandi, trovandosi potenti assai di denaro, e disgustati allora con la Corte, cominciarono a stipendiar la baglia, perch’ella osasse pur fare, e stipendiare la soldataglia, perch’ella lasciasse pur fare. Ma chi volesse una giusta misura del quanto poco osassero da principio costoro, e del quanto poco spontaneo, e terribile fosse allora il furore venale di quella plebe vilissima, la ricavi dalla umile, e sola vendetta eseguita allora contro al sopraccennato Arcivescovo fallitore Ministro. Già erano passati otto giorni dalla pubblicazione di quel fallimento parziale, quando il Re, dal mormorarne che se ne facea grandissimo, intimoritosi, indotto si era di togliergli il Ministero. Codesto Arcivescovo se ne rimaneva dunque avvilito, e privato, in una sua villa situata tra Parigi, e Versaglia, sotto gli occhi, e sotto la mano del Pubblico. Era incorso costui nell’odio dei buoni da prima con le violenze usate alle leggi, ed ai loro generosi difensori e Ministri. Era incorso dappoi nell’odio di tutti, con quel suo disleal fallimento. Qual vendetta ne fu dunque presa da quel popolo, che ora sì ferocemente e spoglia, ed uccide ogni giorno chiunque non pensa come i di lui pagatori? Il nostro solenne Arcivescovo, con le usate stolide plebee derisioni, in sulla piazza di Greves fu arso, ma in un fantoccio di paglia, non attentandosi alcuno di cercare, ed estrarre dalla sua prossima villa il vero fantoccio di ossa, e di arderlo effettivamente. Allora dunque, o umanissimo era quel popolo, o codardissimo. Umano non era, poichè in appresso lo ha dimostrato, e va tuttavia dimostrandolo, con tante crudeltà volontarie inaudite ed inutili. Era dunque allora quel popolo e schiavo, e muto, e crudele, e codardo: o tale almeno con sì fatta maestria fingevasi, che ci si sarebbe ingannato ciascuno.

Ma vediamo oramai quali fossero i primi vagiti della francese licenza. Nell’aprile del 1789, una sollevazione del sobborgo di S. Antonio mandò a fuoco, e a sacco la casa, e manifattura di un Reveillon, cartaio di parati, assai ricco, ed in credito. La sanguinosa disparità delle opinioni non aveva ancora divisa la città: quell’uomo era conosciuto per onesto da tutti, e da’ suoi lavoratori amatissimo; non era sospetto al Governo, nè ai nemici di esso, non contrario in nulla a nessuno; non potente, non raggiratore; nessuna in somma delle cose era in lui, che vagliono a muover l’ira, o l’odio, o la vendetta di un pubblico. Quel tumulto contro un tal uomo, era dunque manifestamente un’esperienza di ribellione, comandata, e pagata da quei faziosi che disponevansi, dopo la imminente apertura degli Stati Generali, ad eseguire delle ben altre violenze. Motore e pagatore di questa atrocità vile si era il , per mezzo degli infami raggiratori, che per lui, o sotto il di lui nome, operavano. Fu eseguita questa esperienza, per assaggiar l’obedienza, e la fedeltà de’ soldati regi; e già da quel giorno si conobbe manifestamente, che le Guardie Francesi erano vendibili, e compre: ma le Guardie Svizzere, no. Codesto Duca di Orleans, si era mostrato sino a quel punto un mediocrissimo uomo in tutti gli aspetti; nè in appresso Egli è uscito mai dal mediocre, eccettuatane la trivialità di animo; nel quale pregio ha ecceduto, ed eccede la misura di Francese e di Principe.

Nel maggio consecutivo, mi è toccato poi veder co’ miei occhi nel pubblico giardino del Palazzo Reale di Orleans dar la caccia ad un uomo, come darebbesi ad una fiera in un bosco. Il pretesto di sì nobile espedizione fu, che colui era tacciato d’essere spia del Governo, e si noti che ve n’erano in Parigi di tali a migliaia. Codesto misero, non si sa come, improvvisamente preso ad inseguire da molti, correndo e ricorrendo per ogni lato del giardino, preso, rilasciato, straziato, battuto, attuffato più volte nella gran vasca dell’acqua, dopo mille sanguinosissimi scherzi fattigli da quello stuolo di schiavi scatenati, durata tal festa più di quattr’ore, fu finalmente trafugato da qualche pietoso, ma in quella notte morì. Fu questa la prima impresa campale del Popolo di Parigi, abbandonato a sè stesso, nell’interregno di quasi due mesi, che corsero tra la caduta invisibile ma effettiva, e la caduta manifesta della regia podestà. E questo annullamento indugiò a manifestarsi fino al 14 luglio dello stesso anno; giorno in cui visibilmente sulle rovine dell’antica inalzossi un’autorità nuova; mentre da più di sei, o otto settimane inoperosa giacevasi l’altra. Ed a provare il suddetto interregno, bastimi il dire, che di così atroce strazio, e omicidio seguito in un pubblico giardino in pieno giorno, nessuna autorità ne fece giustizia, e debolissime ne furon fatte, ed inutili, e tremando le perquisizioni. Lo stesso avvenne alcuni giorni dopo, circa la frattura delle carceri dette della Badia, dalle quali vennero estratti a viva forza di plebe vari soldati delle Guardie Francesi imprigionati per insubordinazioni, ammutinamenti, e altri delitti militari, tutti forieri della prossima total defezione di esse.

Ma eransi frattanto congregati in Versaglia gli Stati Generali. Quella più che regia Adunanza, dopo aver con aperta violenza sforzato i due Ordini, Ecclesiastico e Nobile, ad incorporarsi passivamente con essa, sotto il nuovo titolo di Assemblea Nazionale, usurpavasi la intera assoluta sovranità. Ed in vece di eseguire le positive, e concordi istruzioni de’ suoi legittimi elettori, espressamente le andava violando ogni giorno, a nome del popolo, con le minacce, ed aiuto della plebe, operando per l’appunto l’opposto di quanto le era stato intimato di fare dal popolo vero, cioè da tutti i possidenti del Regno. Tenevasi in codesta adunanza la pubblica scuola dell’ignoranza, ralità sociale, e della licenza. Gli spettatori, o fanatici, o stupidi, o stipendiati, o scellerati, facevano un indecentissimo eco all’insania, e impudenza di quei facinorosi strioni. Più volte, con mio sommo fastidio, ed indegnazione udiva io stesso ora spaventar con minacce, ora svillaneggiare con servili improperj, quei deputati, che dissentivano dai sediziosi. In tal guisa veniva loro, o vietato, o troncato il discorso; così che in quella funesta Assemblea, più che in nessuna Corte, ad ogni onesto, e libero avviso era impedita ogni via; e il non far coro coi dominanti ribaldi, a capital delitto ascriveasi. Da un sì fatto scandaloso consesso assoluto, dovea dunque nascere, e trionfare il disordine pubblico.

Ed in fatti la famosa giornata del dì 14 luglio 1789 fu quella che diè la corona all’iniquità vincitrice. Rapidamente la narrerò.

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