Front matter
ct ct
Indice
Canto I
ct
ct
Steso ha sull’Arno il tenebroso ammanto Oltre l’usato orribile la notte: Per l’aer denso odesi il flebil canto Di augei sinistri con note interrotte: Tristo un chiaror di spessi lampi è spanto Terribilmente fuor da nubi rotte: E di tuoni e saette alto fragore L’aura ingombra ed il colle e il pian d’orrore.
In sua magione immerso in grave sonno Giace intanto , intrepid’alma, Che di se stesso e d’alto oprar non donno Del rio giogo servil scuoter la salma Vorria; chè i prodi mal portare il ponno: Or suoi mesti pensier in breve calma Danno insolita tregua alla bollente Libera, ardita, irrequieta mente.
Quando allo scoppio d’improvviso tuono L’etra avvampar, muggir la valle, e tutta Tremar la terra in spaventevol suono S’ode, quasi dal ciel fosse distrutta. Fugge il sonno all’orribile frastuono; E sta Lorenzo a udire in fera lutta Pe’ vasti aerei campi andar frementi Con tal rovina imperversando i venti.
Più da stupor che da terror compreso, Tacito a sè chiede s’ei veglia o dorme: Chè rotto il sonno da non mai più inteso Fragor smarrir gli fa del vero l’orme, Quand’ecco in dubbio più di pria sospeso Fera vista lo tien di strane forme, Che tremenda corona intorno al letto Gli fan del tetro lor funèbre aspetto.
Con torvi sguardi in doppia lista un cerchio Di pallid’ombre stassi a lui dintorno, Che, rotto il grave sepolcral coperchio, Tornano in terra ad impedire il giorno. Oh, se non era egli uom d’ardir soverchio, Non fea l’alma a tal vista in lui soggiorno! Ma non si cangia pur in viso, E gli occhi audaci entro i lor occhi ha fiso.
Son di statura gigantesca l’ombre: Quale ha lacero il petto, e quale il fianco: Le immani membra han d’atro sangue ingombre, Che mai da lor ferite non vien manco: Piagate, e in un d’ogni viltà disgombre Paion nel volto orribilmente bianco: Reca ciascuna ignudo un ferro in mano; E gridan tutte: Nol vibrammo in vano.
Ben tutto il capo sovra lor torreggia Donna atteggiata di minacce e sdegno, Che altera in vista il mondo signoreggia, E par che niuno estimi di sè degno: Dagli occhi ardenti un tal furor lampeggia, Che un sol suo sguardo di vittoria è pegno A chi svenare empio oppressore ardisca, Che abborran tutti, e tutti egli abborrisca.
Lo scompigliato crine all’aura sciolto Fa di sua non curanza in lei ben fede; Non men che il vel ruvidamente incolto, Che negletto le scende infin sul piede. Rigida al par che maestosa in volto, Non leggiadria, non grazia in lei si vede: Pur di beltade al paragon sarebbe Vinta da lei qual altra il pregio n’ebbe.
Nell’una e l’altra man di sangue tinta Mostra gl’infranti gioghi, e le spezzate Catene ond’era iniquamente avvinta: Batter la terra fa genti scettrate; E la lor fronte di diadema cinta Si tien sotto le piante insanguinate: Chè ristorarla dei sofferti danni Null’altro può che calpestar tiranni.
Dormi tu, dormi (grida in suon tremendo) Tra le mura di Flora in vil riposo? Mentr’io di trarti i fieri ceppi imprendo, Lento giaci, o , e neghittoso? Forse men grave a te si fa dormendo Del tuo servaggio il peso vergognoso? Non sai che all’odio la tardezza unita Costor, ch’io premo, a incrudelir più invita?
A che ti val quel che giuravi eterno Magnanim’odio del poter d’un solo, Se di quell’un tu primo esser lo scherno Soffri, e non osi uscir da infame stuolo? A che la rabbia, a che il furor che interno Ti rode il cuor, se in apparenza al suolo Dal giogo oppressa la cervice inchini, E, a ciò non nato, al sofferir ti ostini?
Quei che tumido e fero assiso vedi Sull’usurpato etrusco seggio, è tale Qual tu per lunga esperïenza il credi. Minor di tutti, ei non ammette eguale, E ogni uomo tien sotto gli audaci piedi: Nè a raffrenar l’empia ferocia vale Altra ragion che il ferro: e tu nol stringi? E tu umiltade e obbedïenza fingi?
Mira quest’ombre che a me intorno stanno, Cui più che vita piacque libertade: Tutte o di greco o di latin tiranno Troncaro i giorni con le ultrici spade. Nè il perder sè dee riputarsi danno, Quando il comun nemico estinto cade: Chi serve, muor: ma chi dirà ch’ei mora L’uom cui d’eterna fama il mondo onora?
Uopo non è ch’io narri ad una ad una Le memorande loro alte vendette: Chè il sol nomarli ogni gran laude aduna, E tutte in lor stan le virtù ristrette; Poich’emendando col valor fortuna, Le invitte destre, ancor che in ceppi astrette, Di ferro armaro, e il cor mostraron forte Nel ricever non men che nel dar morte.
I due che miri al fianco mio più presso, Son e ; in lor Roma finío: Là vedi; egli è quel desso Che a dieci re pagar fe grave il fio: L’altro è, quei che all’oppresso Popol di Palla tolse il giogo rio: Ecco d’ e d’ gli uccisori, Ch’ebber divini meritati onori.
E qui tra’ miei si sta pure il gran , Benchè il ferro, che in sè crudo ei ritorse, Meglio a in petto avria vibrato. Ma che? tutti degg’io nomarli forse, Quando, all’udir di un sol, già in te l’innato Alto desir di libertà risorse? Scegli su dunque, e non tardar più omai, Tra fama egregia od il non viver mai.
Disse: e finiti appena avea gli accenti, Sparía la donna col feral corteggio, Che nell’aer dietro sè di strisce ardenti La via segnava del celeste seggio. in essa i cupidi occhi intenti Affissa, e grida: Oimè, più non la veggio! Ma vegg’io ben per qual sublime strada, Fama acquistando in terra, al ciel si vada;
Ma ben intero in mente ancor mi suona Quel parlar, che sì forte il cor m’incende Che alla vendetta od al morir mi sprona. Tace: e rapido sì dal letto scende, Che, allor che l’alto Giove irato tuona, Non così ratto il fulmin l’aer fende: Balza in piè: ma sul letto, ecco, improvviso Vede ignudo un pugnal di sangue intriso.
Tosto in man se lo reca; ed, in feroce Atto rivolti al ciel gli sguardi, ei grida: Deh, se al tuo seggio può giunger mia voce, Ombra che a tanta impresa or mi se’ guida, Quel ch’io pronunzio giuramento atroce Odi, ed appieno in mio valor t’affida. Ben il conosco, o Bruto: io già non erro: Degno il dono è di te: questo è il tuo ferro.
Mira; lo impugno ad ambe mani: e giuro, Quel che sopra vi sta sangue rappreso Terger col sangue del tiranno; e giuro, Ch’entro al mio cuor solo al ferire inteso Speme o timor nulla potranno; e giuro, Se avvien ch’ei scampi da mie’ colpi illeso, O che il trono col sir non cada a paro, Tosto immergere in seno a me l’acciaro.
Qui di parlar ristassi; e in se disegna Il tempo, i mezzi, il loco, ove ad effetto L’ardua impresa condur meglio convegna. Ma il prence intanto entro all’aurato letto Già non dorme (chè mal dorme chi regna, Pieno il cor di viltà tema e sospetto), Non dorme; e in vano il travagliato fianco Volge or sul destro lato ed or sul manco.
Conscio a sè de’ suoi vizi e di sue tante Sozze crudeli ingiuste opere avare, Odio cova nel petto egro-tremante: Nè scema il suo timor l’altrui tremare. Fremere ogni uom vede al suo aspetto innante; Chè, non che i buoni, i rei nol ponno amare: Nè fraude a sè può usar; chè nel cor pravo Più vil si sente d’ogni vil suo schiavo.
Volge fra sè nella turbata mente Gli stupri, i danni, le rapine, l’onte, Lo sparso sangue, e le tant’alme spente, E del serto non suo cinta la fronte: Ma se avvien poi che il suo natal rammente, Freme d’uscir da così impuro fonte: Spurio infame, ei non sa chi a lui sia padre; Nota gli è sol per suo rossor la madre.
Non è, non è però sozzo cotanto Il sangue in lui, che assai nol sia più il core; Benchè a celar lordura il regal manto Sia d’ogni vel qualunque il vel migliore. Picciol d’alma e di cuor, sol si dà vanto D’esser d’ogni uomo in crudeltà maggiore: Ma quanto è crudo più, tanto più trema; E a lui par quella notte esser l’estrema.
Socchiusi appena i timidi occhi avea, Ch’entro al pensier, non mai di cure scarco, Strana ed orribil visïon pingea De’ suoi tanti misfatti il grave incarco. Ben è dover che in coscïenza rea Pace non entri; e sta il rimorso al varco: Troppo del ciel sarian le ingiurie espresse, Se chi la toglie altrui pace godesse.
Nell’inquïeto amaro sonno ei vede Uom, che in aspetto orrendo, lento, lento, Sen vien così, che par non muova il piede: Porta impresso nel viso alto spavento, Come colui che in sua virtù mal crede: Guardingo appressa; e, come foglia al vento, Tutto trema dal capo infin le piante: Or s’arretra, or s’arresta, or torna avante.
Veste triplice usbergo, e doppio scudo Con mal sicura man regge ed imbraccia; Membro non ha che sia di ferro ignudo; Sola discuopre la squallida faccia: Par non men che codardo agli atti crudo, Ch’ora a vicenda ei pave ed or minaccia, Come ogni vil suol far s’ei crede altrui Men possente o più timido di lui.
Tale ei s’inoltra, e giunge alfin là dove Il sir d’Etruria palpitante giace. Tremi tu? dice: alle sublimi prove Scorrer ben veggio in te sangue verace, Che di regio-celeste fonte muove: Ben se’ tu figlio d’alcun tosco Aiace. Gelida mano, in così dire, al core Gli adatta, e ’l stringe, e addoppia in lui l’orrore.
Quindi prosiegue: O per valor tu degno Sovra i vili mortali aver possanza, Me non ravvisi? eppur d’ogni uom che ha regno Io spiro al cor la timida baldanza: Io d’atterrire altrui l’arte gl’insegno, E a ben celar la propria sua sfidanza: Io delle corti onor, nume, custode, Timor mi appello; ed ogni re fo prode.
Te cui nomar poss’io diletto figlio Fra quanti altri ne cinga il regal serto, Te vengo io stesso a trar d’alto periglio, A farti appien nel diffidare esperto. Regno saratti e vita il mio consiglio, Se m’appresti mercè che agguagli il merto; Se i sacri onor che al nume mio qui densi, Tempio, immagin prometti, ara ed incensi.
Ma che? tu taci?... Io veggio ben che invaso Sei di mia deitade e l’alma e il core; Nè v’ha dal lucid’orto al negro occaso Chi più intenda di te che sia Timore: Sì il sai; ma, appena in sicurtà rimaso, Sarai tu pure ingrato e traditore: Ch’appo altri re tuoi pari, a cui prestava Simile ufficio, inonorato io stava.
Voi che meglio d’ogni uom saper dovreste Quanta innata viltade in cor chiudete; Voi che dal mondo spersi appien n’andreste, Se vi scorgesse ognun quali vi sete; Voi che nulla per voi nulla sareste, E sol per l’opra mia poco parete; Sleali, io ’l so, che è vostra usanza ria Fingere ognor di non saper ch’io sia.
Odi perciò qual ti minaccio fero Destin, se a me delubro e culto nieghi. Pria che raccenda il sol questo emispèro Tre volte, e tre la notte il vel dispieghi, Con la vita ti fia tolto l’impero: Nè a salvarti varran minacce o preghi; Se di te stesso e di ciascun non tremi, O se il timor celato in cor tu premi.
A questi detti un tale orror per l’ossa Dell’atterrito principe trascorse, Che del mal sonno desto, a tutta possa Manda un acuto strido, e stassi in forse: Poi gli si appannan gli occhi; il fiato ingrossa; Freddo un sudor tutte sue membra ha scorse. Ma già l’immagin vana, a lui sparita D’altro tiranno al letto iniquo è gita.
(chè tale era nomato Lo imperador del popolo Tirreno; Che al Macedone invitto posto a lato, Se in valor no, lo avanza in vizi almeno), Alessandro è sì forte spaventato, Che a gran pena può l’alito del seno Trarre, e tre volte appuntarsi gli accade Per sollalzarsi, e tre volte ei ricade.
Tale al empio giacea (Chè il tiranno al tiranno s’assomiglia, Ed a null’altro), allor che a sè vedea Ne’ sogni orrendi con irate ciglia venir, venir , E tutta la svenata sua famiglia: Nè lo togliean di sè rimorso o pieta, Ma terror che non ha ne’ vili meta.
Tramortito così gran pezza stette Il Tosco re, fin che le fauci aperse Cui soverchio temer gli avea ristrette. Voci di pianto in ulular converse, Quanto più forte può, tremando ei mette; Che per le regie sale erran disperse, Rimbombando in un suono lamentevole Da atterrir, non che schiavi, ogni uom men fievole.
Primo ad udire il flebile concento Arrigo fu, degno del prence amico, Del suo mal regno lo peggior strumento, Codardo anch’ei, d’ogni virtù nemico: Udì, temè, sorse; e ben cento e cento Guardie, che notte e dì per uso antico Vegliano de’ tiranni all’alte porte, In armi aduna, e lor parla da forte.
Prodi, che in guerra dare orribil urto Anco potreste soli a un’oste intera, V’ha chi nel regio limitar di furto Entrò: corriamvi; e per man vostra ei pèra. De’ satelliti il capo allora insurto, Grida: Corriamvi; è ben dover ch’ei pèra. Ratti muovono in folla: e lance e scudi Fan suonar l’ampio tetto, e brandi ignudi.
Ma non è chi d’Arrigo i passi avanze, Che dar vuol primo al suo signor soccorso; E d’uomo ardito ei veste or le sembianze, Or ch’ei si sente armato stuolo al dorso: Ed atrii e scale e logge e sale e stanze Del gran palagio in un istante ha scorso; Infin che giunge là, dove stridendo Giace di angoscia morendo.
Urta, spalanca, atterra, e al letto corre (Fatti addietro restar gli armati pria); E semivivo il trova in opra porre Di sue forze l’estremo, e tentar via Onde al supposto assalto ei s’abbia a tôrre; Ma invan, chè in letto par chiovato sia. Trema Arrigo in veder la regal tema: D’Arrigo ai moti intento il prence trema.
Soglion talora duo mastin ringhiosi, Fin che l’un l’altro si miran da lunge, Fieri in atto mostrarsi e minacciosi, Come quei ch’odio stizza e rabbia punge: Poi, quanto appressan più, meno animosi Li fa viltade; e qual primiero giunge, Già s’è pentito, e intorno gira, e guata Se l’altro il teme, e s’è in sembianza irata.
Così il gran Tosco Duca, e Arrigo forte, Esterrefatti, l’un l’altro guatava, Dipinti in viso di color di morte: Ciascun tremante l’altro spaventava: Nel periglio temendo esser consorte Arrigo al suo signor, per sè dubbiava: Non sa il tiranno, se a prestargli aiuto O se a ucciderlo sia costui venuto.
Ma pur vedendo poi che almeno eguale Se non maggior temenza il cuor gli scuote, Alquanto ardir ripiglia; e in atto, quale Assume un re che vuol più che non puote, Tra minaccioso e timido, con frale Voce prorompe in fulminanti note: Tanto, perfido, ardisci? a che ne vieni? Chi sei? tu tremi? olà, guardie, si sveni.
Così gridava con tremula voce, Nulla fidando in sè, poco in altrui: Ch’ogni tiranno sa che a troppi ei nuoce, Perch’abbia alcuno a perder sè per lui. Ma ad atterrarsi Arrigo è sì veloce, E sì umile a baciare i piedi sui, Giungendo alte le man supplice in atto, Che il sir dal fiero dubbio ha quasi tratto.
Dagli atti poscia ai detti viene; e chiaro, Quanto si può per lui più umilemente, Gli narra il tutto; e giura indi sì caro Avere il suo signor, sì caldamente, Che ogni uom dell’arti delle corti ignaro Stimar forse potria che in ciò non mente. Pur se avvien mai che amato un re si estime, Ne ha colpa ei che in ogni uomo il ver comprime.
Ne ha colpa ei solo; il danno ei sol ne avesse! Ma de’ suoi falli ognor la pena è nostra. Fede intera il tiranno al fin concesse All’affetto di cui fe Arrigo mostra. Nè di menzogne appien suoi detti intesse Costui, che il latte nella regia chiostra Bevve; e, se il sir non ama, hanne il timore, Ch’infra quei vili pur si noma amore.
Il prence in sè tutto rïentra allora: Le voci gli atti e le superbe ciglia, Cui viltà sbaldanzite avea finora, Con l’alta usata maestà ripiglia: E in suon di re gli impon che alla terz’ora La turba, a cui talvolta ei si consiglia (Glorïoso senato, altera greggia!), Sollecita s’aduni entro la reggia.
Soleano allor, nè antico tanto è l’uso Che non sen vegga ai nostri dì vestigi, Soleano i re quel gran saper, che infuso, Ha in essi il ciel, talvolta esporre ai ligi Schiavi lor scelti: e qual, se il labro ha schiuso Giove a giurar pe’ gorghi orrendi Stigi, Trema la terra, il ciel, l’onda e l’abisso, Tremava ognuno al proprio scanno affisso.
Parlava il re: gli altri taceano tutti; Ovver laudavan; del feral periglio Che seco arreca il vero appieno instrutti, Qual di croce temendo e qual d’esiglio, D’amistà principesca usati frutti. Pur tal consesso i re nomâr consiglio, Ad esemplo di quei sì venerandi Che adunò Roma ai tempi memorandi.
Sorge entro al nido del toscan tiranno Sacro ai consigli spazïoso loco, Ov’ei risolver suole il comun danno Non senza prima dir: Gran Dio, te invoco. L’alte pareti prezïose fanno D’eccellenti pittor l’opre, che foco Celeste spiran sì che ingegno umano Fatte non le diría da mortal mano.
Nella parte ch’è vôlta al pigro Arturo, , quel grande senza pari, Diè vita e moto in sull’ignudo muro A’ Medicèi signori, al mondo chiari Per aver già sotto il lor giogo duro Ridotto i Toschi a libertà discari: Nè marzïal virtude era lor laude, Ma ben speso oro e ben usata fraude.
Pur di costor le militari imprese (Sognate o false) il gran pennello avviva. Oh scellerati tempi! oh vilipese Arti divine! oh cieca etade priva D’ogni senno e valor! dal ciel discese Tanto artefice dunque, affin che viva Memoria eterna rimanesse al mondo D’infami eroi degni d’oblio profondo?
, che pugne altre ritrarre Non dovea che dei Numi in Flegra irati, O di quei che a Termopile le sbarre Chiusero all’oste coi corpi svenati, O di quei che togliea Roma alle marre Gran capitani a un tempo e pro’ soldati; Michelangiol, da’ rei tempi costretto, Eroi ritrasse a cui fu campo il letto.
Così cantâr del vile il grande e il : Così ne avvien che ai posteri tramande Gli Estensi duci il , che a voi sì vario l’ali spande. Deh! che non stette ogni alto ingegno muto, Pria che i fiacchi laudar, con biasmo espresso Di virtude dell’arte e di se stesso?
che primo ai cittadini sui La patria tolse, e della patria padre Pur lo gridava la viltade altrui, Par ch’ivi spiri infra le tosche squadre A ogni altri schive d’obbedir che a lui. Ma nè il duce nè i suoi le vesti hann’adre Di sangue ostil: troppo saria menzogna Pinger ferite ove fu sol vergogna;
Vergogna ai vinti, ai vincitor non gloria: Pugne, cui non Bellona o Marte fero Vedi guidar, ma il più timor vittoria Dare a quei che ferrar più e più si fero; Pugne, di cui narra verace istoria Durate esser talvolta il giorno intero, E solo un uom, non già di spada, spento, Ma sotto il peso dell’armi, di stento.
Tali di Cosmo eran le imprese: ed ora Il vedi in rotta por d’Adria il Leone, Che rugge in voce ogni dì men sonora; E mercenaria gente alla tenzone Manda, e dell’altrui braccio si avvalora; Rado ei trova però cotal campione Che morir voglia in sua difesa; e spesso Ha i vili duci suoi sbranati ei stesso.
Or contro le Sforzesche Insubri torme, Or contro il gran vessillo del Vicario Di Cristo che sì ben ne calca l’orme, Move Cosmo il suo Tosco armamentario. Nell’una e nell’altr’oste in mille forme Timor vedresti sotto aspetto vario: Colpi al vento, minacce, fughe, fremiti; Di morte no, ma di spavento gemiti.
E così tutta ingombra è la parete D’opre simíli, e non di un Cosmo solo, Ma di quant’altri del bel numer sete, Cosmi o Fernandi del Medíceo stuolo. Qual di Pisa tradita alloro miete; Qual le rôcche adeguar minaccia al suolo Di Siena vinta, ma coi brandi Ispani Comprati dai pacifici Toscani.
Nè fia stupor, se pinse Quivi le fatte e le future imprese; Chè qual sue labbra in Aganippe tinse, Sia poeta o pittor, tosto comprese Ha le venture etadi; e già lo strinse Il profetico spirto a far palese Dei nipoti la gloria agli avi illustri, Se premio ottiene ai vaticini industri.
Nella opposta parete opre di pace D’altri Medici eroi, ma non men chiare, Altro pennel quanto il primier verace Havvi dipinto; e li vedi parlare. che noto d’Urbino il nome face Che non si udria senz’esso ricordare, Di e , duo Papi santi, I santi gesti avviva e i pregi tanti.
Qui ’l gran Leon, di sì feroce nome Decimo che di il seggio prema, Vedresti carco di papali some, Con man di cui la sola Italia trema, Maladir genti assai di noi men dome; E aver la sacra sua faretra scema Nel saettar quei duri cori, a cui Piaccion più che il ciel compro i regni bui.
Oh cieca in vero, e dal cammin del sole Lontana affatto nazïon perversa, Che coll’oro mercar non vuoi parole Sante; per cui, benchè nel fango immersa, Ogni alma può, se il peccator ben vuole, Innanzi a Dio tornar candida e tersa! Scuoti, o Leon, le giubbe; e i feri artigli Aguzza; e accarna i travïati figli.
Là sovra eccelso carro trionfale, Cui ben otto destrier bianchi di neve Tiran, si vede il padre santo eguale Fatto alle nubi andarsen lieve lieve Gli orli del ciel lambendo, in atto tale Che tu diresti: or Dio seco il riceve. D’ogni intorno s’atterrano i fedeli, Cui con due dita in croce ei schiude i cieli.
Tali, o con pompa forse assai minore, Roma a salir già vide in Campidoglio Que’ suoi folgor di guerra, onde terrore Si fea del mondo e ne acquistava il soglio. Essi coll’armi, e il buon roman pastore Colla verga rintuzza altrui l’orgoglio: Tanto è dover ch’ei più trionfi e goda, Quanto il da men, se vince, ottien più loda.
E, affinchè niun de’ leonini pregi A tacer s’abbia, ora il pittor cel mostra Seduto a mensa infra apparati regi Far di squisito gusto santa mostra; E a lui d’intorno in blanda faccia egregi Uomini star cui già lor speme innostra e ed altri, Tutti, più che il secondo, in corte scaltri.
Or di giustizia al tribunal severo Dannare il vedi a infame e cruda morte Due Cardinali, che a lui trar d’impero Veleno usâr non qual voleasi forte: Rinnova in essi il successor di Piero Quella che Giuda s’ebbe estrema sorte; Devoto laccio ai sacri colli ei cinge, Che a viva forza in ciel lor alme spinge.
Per ristorar poi la romana Chiesa Dei duo baron tolti al purpureo coro, Ne crea ben altri trenta in sua difesa; E in mezzo al venerando concistoro Sta meditando alta guerriera impresa, Che costerà gran sangue e gran tesoro A Roma no, ma ai principi cristiani; Gerusalemme trar di man de’ cani.
immortale! oh come in volto Al padre santo il pio desir fiammeggia! Perchè sia il regno di Sïon ritolto A chi ’l sacro terren preme e dileggia, Va d’ogni fallo il peccator già assolto, Cui croce a mezzo il petto ampia rosseggia. E il buon messo d’Iddio par quivi inviti I re che aver spera all’impresa uniti.
Poi degli indugi lor dolente e irato, Com’uom cui roda di vendetta il tarlo, Già di Cristo il vessillo aver spiegato Non vuole indarno; ed ora il , Ora il grand’Emul suo, duce ha creato: Ma sordi entrambi niegan d’ascoltarlo Stolti, cui di lor regni cura muove Più che il sepolcro del figliuol di Giove.
Raffaello così gran parte adombra, Se tutte no, del fier Leon le gesta. Quanto riman poscia del campo ingombra Clemente, cui papal triregno innesta Tra i buon Medícei germi onde lo sgombra La madre sua più bella assai che onesta. Frutto ei non è di sacramento schietto: Ma che rileva? egli è d’Iddio lo eletto.
D’Iddio lo eletto è il , Non men che gli alti antecessori suoi. Qui il vedi in atto d’uom, che santamente Brama in pace compor due fieri eroi, Rivolger entro la papal sua mente Cosa onde gli ha forte ad increscer poi; S’ei debba o no de’ Galli il re disciorre Da quanto ei giura entro all’Ispana torre.
Ma infranto poi per sua sentenza cade Il regal giuro; ch’ogni giuro è vano, Se nol rafferma l’alta potestade Di lui ch’è in terra l’arbitro sovrano. Quindi s’adira, e di profane spade Roma rïempie il vincitore Ispano; Tal che di Cristo il gran Vicario veggio Sforzato, e vilipeso il santo seggio.
Dell’infallibil suo pastore il fallo Ecco scontar dall’innocente gregge, A cui schermo non fa muro nè vallo: Ecco già l’armi ed il furor dar legge A Roma vinta; e dal papal suo stallo Fuggirsen quei che i principi corregge; Dai merli poi dell’ Contro il nemico fulminar parole.
Son questi, sì, questi i trionfi sono Dei veritieri successor di Cristo, A cui lasciò di pazïenza il dono Onde fer poi lo smisurato acquisto. Qui d’ogni speme il Papa in abbandono Sottrarsi vuol dal contestabil tristo: Ve’ della rôcca ei fugge in vesti abbiette, Come il figliuol di Dio da Nazarette.
Passa poi la tempesta: e dileguato Il fiero nembo, di sovrana luce Vedi brillar in manto aurato. Già in lui la prisca maestà riluce, Già di folgori sacre ha il braccio armato: E sa s’ei fera de’ Britanni il duce, L’, ch’ei dal cielo esclude E co’ suoi danna all’infernal palude.
Qui ’l vedi alfin con quella man, che morte All’Anglo re portò, ventura e vita Recare al Franco; a cui manda in consorte La , un dì sortita Le infette Gallie a governar da forte; Or d’indulgenze pria l’ha ben munita, E d’italici providi consigli, Per cui non vengan manco al re mai figli.
Ma omai di campion santi e di guerrieri, Stanchi i pennelli son, stanche le viste. Ecco d’alte madonne i dolci imperi L’alte virtudi a leggiadria commiste, Crear novelli in noi d’amor pensieri: Come alloro immortal donna s’acquiste, Altro pittor qui dottamente insegna Nel far delle Medícee rassegna.
Ripiena è tutta la parete terza Di Lucrezie di Bianche e d’Isabelle, Cui casto amore intorno intorno scherza, E di ghirlande par le adorni e abbelle. Ma co’ fervidi rai più non mi sferza Apollo, ond’io non vaglio a dir di quelle: Sol concede ch’io accenni , Di Francia, umana, pia, giusta reina.
Questa è colei che al gran accanto Vedemmo or or di blanda sposa in atto: Eccola invasa qui da furor santo Serbar di Cristo a forza il culto intatto. Senna impara per lei, di Roma quanto Vaglia il pugnal; se in queta notte è tratto Se all’improvviso e a tradimento ei fiede, Propugnator della verace fede.
Ecco dell’apostolico macello Dare il segnal la gran tosca Giuditta: Ecco del figlio il padre, ecco il fratello Del fratello provar la destra invitta: Ve’ come mai non resta il pio coltello, Fin che ogni eretic’alma a Dio trafitta Cadendo innanzi in olocausto sacro Fatto non ha di sangue ampio lavacro.
Inermi, ignudi, in letto, a sonno in braccio, D’ogni età, d’ogni sesso, d’ogni grado, Senton di morte il repentino ghiaccio Sì, che di Senna ecco sanguigno il guado. Le strida, i pianti, gli ululati io taccio Della notte, che Roma ebbe sì a grado: Sol Caterina trïonfante io miro Vietar ch’abbiansi i morti anco un sospiro.
Così il Tosco signor per ogni dove, Dall’alto seggio suo volgendo i lumi, Grandi opre ognora, virtüose e nuove Mira de’ suoi, per cui son pari ai Numi. Della quarta parete a dir non move La Musa mia: son pinti ivi i costumi Dei sette Savi, cui veder non lascia Ampio trono regal che il muro fascia.
Canto II
ct
Sorger da’ lidi Eoi la messaggera Del nuovo dì vedea forte. Rose la fronte, il crine auro non era: Ma come pinta di color di morte, Dietro una nube orribilmente nera Par che novella notte al mondo apporte. Almo Sol, forse rischiarar tu sdegni Terra ove il giusto gema e l’empio regni.
Tinte di sangue e in torbo fuoco ardenti Travi tengon dell’aria il vasto campo. Benchè il Bruto toscan poco ai portenti Creda, a tal vista pure un doppio lampo Gli appar negli occhi di furor splendenti: E grida: O ciel, s’oggi il tiranno ha scampo Dal mio pugnale, in questa guisa orrenda Sempre sanguigno il sole a me risplenda.
Precipitoso già fuor della soglia Scagliasi, e l’alta impresa a compier vola; Quand’ecco innanzi a lui d’amara doglia Piena il cor, piena il volto, in negra stola Sua madre fassi; e in disadorna spoglia Trista del par vien seco la figliuola. Vedova madre, al mondo or che ti resta? Nè congiunti nè prole altr’hai che questa.
Lorenzo e Bianca ad un sol parto in luce Died’ella, del suo amore ultimi pegni: Chè tosto poscia inesorabil truce Morte il suo sposo trasse ai cupi regni; Indi l’ingorda ultimo danno adduce Al fratel suo; nè pon tregua agli sdegni, Se pria non l’ha d’altri duo figli orbata, E quasi a eterne lagrime dannata.
Posta ogni cura ogni speranza estrema Dunque ha ne’ due cui morte non le tolse: D’affetto piena e di materna tema Ad ogni lor più lieve duol si dolse: Chi dir potria com’ella or spera or trema! Quante fïate al ciel gli occhi rivolse Imploratori del supremo aiuto, Pria che il quinto lor lustro abbian compiuto!
E già del figlio e la virtude e il senno, Come di Bianca la dolce beltate, Quasi obbliar suoi prischi guai le fenno, Soave appoggio a sua cadente etate. Ma il dì, che ad essa i figli increscer denno, Già surse; e duolsi che crudel pietate Le Parche indusse a differir lor rabbia, Perch’ella poscia a disperar più s’abbia.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of L'Etruria vendicata.
