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Del principe e delle lettere

Vittorio Alfieri · 1927 · Free in the US

44,159 words · about 3 h 6 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Vittorio Alfieri
Language
Italian
Published
1927
Length
44,159 words · about 3 h 6 min
Sections
42 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (42)
  1. Front matter under 1 min
  2. Prefazione under 1 min
  3. Libro primo. Ai principi che non proteggono le lettere about 1 min
  4. Capitolo I about 1 min
  5. Capitolo II about 2 min
  6. Capitolo III about 2 min
  7. Capitolo IV about 1 min
  8. Capitolo V about 1 min
  9. Capitolo VI about 1 min
  10. Capitolo VII about 1 min
  11. Capitolo VIII about 3 min
  12. Capitolo IX about 3 min
  13. Capitolo X about 3 min
  14. Capitolo XI about 3 min
  15. Capitolo XII about 1 min
  16. Libro secondo. Ai pochi letterati che non si lasciano proteggere about 1 min
  17. Capitolo I about 4 min
  18. Capitolo II about 8 min
  19. Capitolo III about 6 min
  20. Capitolo IV about 5 min
  21. Capitolo V about 9 min
  22. Capitolo VI about 11 min
  23. Capitolo VII about 8 min
  24. Capitolo VIII about 8 min
  25. Capitolo IX about 12 min
  26. Capitolo X about 2 min
  27. Capitolo XI about 4 min
  28. Capitolo XII about 5 min
  29. Capitolo XIII about 1 min
  30. Libro terzo. Alle ombre degli antichi liberi scrittori about 2 min
  31. Capitolo I about 1 min
  32. Capitolo II about 10 min
  33. Capitolo III about 10 min
  34. Capitolo IV about 8 min
  35. Capitolo V about 6 min
  36. Capitolo VI about 5 min
  37. Capitolo VII about 5 min
  38. Capitolo VIII about 11 min
  39. Capitolo IX about 7 min
  40. Capitolo X about 8 min
  41. Capitolo XI about 4 min
  42. Capitolo XII about 2 min

Continue:

Front matter

ct ct ct ct

Indice

Libro primo

Prefazione

ct

Libro primo. Ai principi che non proteggono le lettere

ct ct La forza governa il mondo (pur troppo!) e non il sapere: perciò chi lo regge può e suole essere ignorante. Il principe dunque che protegge le lettere, per mera vanitá e per ambizioso lusso le protegge. Si sa che le imprese mediocri vengono a parer grandi in bocca degli eccellenti scrittori; quindi, chi grande non è per se stesso ottimamente fa di cercare chi grande lo renda.

Ma tutti gli uomini buoni si debbono bensí dolere, e non poco, che queste penne mendaci si trovino, ed anche a vil prezzo; e che spesso i piú rari ed alti ingegni si prostituiscano a dar fama ai piú infimi; e che, in somma, tentando d’ingannare i posteri, gli scrittori disonorino la loro arte e se stessi.

Principi che non proteggete le lettere, a voi indirizzo questo primo mio libro, che specialmente tratta dell’aderenza principesca coi letterati. A dedicarvelo mi trae una vera e piena gratitudine: poiché, non corrompendo voi scrittori di specie nessuna, schiettamente pervenite a mostrarvi tali appunto quai siete, sí alle presenti che alle future etá; se quelle pur mai nominare vi udranno.

Capitolo I

ct ct — Protezione, onori, incoraggiamenti, mercedi; — odo per ogni parte gridare dalla ingorda turba, che delle sacre lettere (come d’ogni piú rea cosa) vuol traffico fare e guadagno. Ma che altro per lo piú da queste grida ridonda, se non la viltá del chiedere e l’obbrobrio delle ripulse?

Risponde il principe che i letterati sono inutili al ben pubblico (il quale da lui vien tutto riposto in se stesso); che riescono talvolta dannosi e nocivi alla perfetta obbedienza, come indagatori di cose che debbono rimanere nascoste; e che ad ogni modo sono i letterati piú assai da temersi che non da pregiarsi.

Io mi propongo di trattare profondamente, per quanto il saprò, queste politiche questioni qui accennate. E da prima, investendomi io, per quanto il potrò, del pensare del principe, anderò investigando, in questo primo libro, le ragioni che militano in lui a favore e contro alle lettere; e se debba egli quindi proteggerle o no.

Capitolo II

ct ct Ma prima d’ogni altra cosa, per intendersi e spiegarsi, mi par necessario il definire esattamente le due parole, che saranno per cosí dire il continuo perno di questo trattato. E, dovendo io definire cosa intender si voglia per principe, dico che ai tempi nostri la parola «principe» importa: «colui che può ciò che vuole, e vuole ciò che piú gli piace; né del suo operare

rende ragione a persona, né v’è chi dal suo volere il diparta, né chi al suo potere e volere vaglia ad opporsi».

Costui che in mezzo agli uomini sta come starebbe un leone fra un branco di pecore, non ha legami con la societá, se non quelli di padrone a schiavo; non ha superiori né eguali né parenti né amici; e benché abbia egli per inimico l’universale, le forze tuttavia sono tanto dispari, stante l’opinione, che si può anche asserire che egli non abbia nemici. Costui non si crede di una stessa specie che gli altri uomini; e veramente troppo diverso dée credersi, poiché gli altri tutti, che hanno pure (quanto all’apparenza almeno) e faccia e atti e intendimento umano, soggiacciono a lui ciecamente, e nell’obbedirlo fan fede ad un tempo e della loro inferioritá e della di lui maggioranza. Costui, per lo piú poco avvezzo a ragionare, e molto meno a pensare, non conosce e non prezza altra distinzione fra gli uomini, che la maggior forza; e non la forza del corpo (che egli per sé non ne ha niuna) ma la forza che sta nella opinione dei molti uomini esecutori venduti delle principesche volontá. Il principe vede soggiacere a lui qualunque merito, qualunque dottrina, qualunque virtú, che in eminente grado distinguano l’un uomo dall’altro: il dotto non meno che l’ignorante, il coraggioso non men che il codardo, il fortissimo non men che il piú debole; tutti egualmente egli vede tremare di lui; quindi, senza sforzo veruno d’ingegno, il principe fra se stesso conchiude, (e ottimamente conchiude) che l’uomo veramente sommo è quel solo che comanda e atterrisce un maggior numero d’altri uomini.

Posato questo principio, giustissimo nel capo di chi regna, verrá dunque il principe a stimare se stesso sopra ogni cosa, e ad accarezzare e proteggere infra il suo branco quei soli che piú l’obbediscono, e che piú s’immedesimano nelle di lui opinioni.

Capitolo III

ct ct Ma che sono elle le vere lettere? Difficilissimo è il ben definirle: ma per certo elle sono una cosa contraria affatto alla indole, ingegno, capacitá, occupazioni e desidéri del principe; e in fatti nessun principe non fu mai vero letterato, né lo può essere. Or dunque, come può egli ragionevolmente proteggere e favorire una sí alta cosa di cui, per non esserne egli capace, difficilissimamente può farsi egli giudice? E se giudice competente non ne può essere, come mai rimuneratore illuminato può farsene? — Per giudizio d’altri. — E di chi? — Di chi gli sta intorno. — E chi gli sta intorno?

Se le lettere son l’arte d’insegnar dilettando e di commuovere, coltivare e bene indirizzare gli umani affetti, come mai il toccare ben addentro le vere passioni, lo sviluppare il cuore dell’uomo, l’indurlo al bene, il distornarlo dal male, l’ingrandir le sue idee, il riempirlo di nobile ed utile entusiasmo, l’inspirargli un bollente amore di gloria verace, il fargli conoscere i suoi sacri diritti; e mille e mille altre cose, che tutte pur sono di ragione delle sane e vere lettere, come mai potranno elle un tale effetto operare sotto gli auspici d’un principe? e come le incoraggirá a produrlo il principe stesso?

L’indole predominante nelle opere d’ingegno nate nel principato, dovrá dunque necessariamente essere assai piú la eleganza del dire che non la sublimitá e forza del pensare. Quindi le veritá importanti, timidamente accennate appena qua e lá e velate anche molto, infra le adulazioni e l’errore vi appariranno quasi naufraghe. Quindi è che i sommi letterati (la di cui grandezza io misuro soltanto dal maggior utile che arrecassero agli uomini) non sono stati mai pianta di principato. La libertá li fa nascere, l’indipendenza gli educa, il non temer li fa grandi; e il non essere mai stati protetti rende i loro scritti

poi utili alla piú lontana posteritá, e cara e venerata la lor memoria. Fra i letterati di principe saranno dunque da annoverarsi , , , , , , , e molti altri moderni, che sempre temono che il lettore troppo senta quando vien loro fatto di toccare altre passioni che l’amore. Ma, que’ tòni di veritá, i quali, perché paiono forse meno eleganti, sono assai meno letti, e che essendo piú maschi, piú veritieri, incalzanti e feroci, sono assai meno sentiti dall’universale, perché appunto fan troppo sentire; quelli non sono mai di ragione di principe. Tali in alcuna o in tutte le parti sono, per esempio: , , , , , , , , , , , , , , , , , , e tanti altri scrittori del vero che, se tutti non nacquero liberi, indipendenti vissero almeno e non protetti da nessuno.

Capitolo IV

ct ct Se comunanza può esservi, amistá, concordia e legami fra gli uomini, la paritá del fine che si propongono e la reciprocitá d’interesse li generano sole e mantengono.

Ma che pari siano il fine e l’interesse del principe e quelli del vero letterato, chi asserirlo ardirebbe? Vuole, e dée volere il principe che siano ciechi, ignoranti, avviliti, ingannati ed oppressi i suoi sudditi; perché, se altro essi fossero, immediatamente cesserebbe egli di esistere. Vuole il letterato, o dée volere, che i suoi scritti arrechino al piú degli uomini luce, veritá e diletto. Direttamente dunque opposte sono le loro mire. Si propone il principe per fine dell’arte sua la illimitata ed eterna potenza; mista di gloria, se gli vien fatto: se no, a ogni modo, potenza ed impero. Il letterato null’altro si propone (né proporre si dée) se non se schiettissima gloria: ed ogni altra cagione che il muova lo toglie tosto dalla classe dei veri

letterati. Alla pura e intera gloria di scrittore necessariamente va annesso l’utile dei piú; perché senza esso non basta il solo diletto a procacciar vera gloria. Ora, l’utile dei piú manifesta cosa è che egli non può essere mai l’utile del principe, il quale d’altro non sussiste, se non della cecitá e danno dei piú. Sono dunque costoro, per necessaria conseguenza dell’arte loro, amici degli uomini gli uni, nemicissimi gli altri: in nulla quindi non possono, né debbono, tra lor concordare.

Ma qual ragione pure li riunisce sí spesso? desiderio di gloria non meritata nei principi; desiderio di falsi onori e di ricchezze non lecite nei letterati. Quelli, col mendicare i non dovuti encomi, manifestano a tutti che sono appieno convinti in se stessi di non gli aver meritati: questi, col procacciarsi le ricchezze non necessarie o gli infamanti onori, si manifestano indegni dell’alto incarico di giovare all’universale col loro ingegno.

Capitolo V

ct ct Ma pure, poiché al principe oltre ogni cosa rileva il parer buono piú ch’esserlo, gran mezzo si è, per ottener tale intento, il tenersi d’intorno, il premiare, onorare e proteggere scrittori d’un qualche merito, che lo pongano in fama e che ne abbiano giá acquistata una tal quale a se stessi, o con opere o con parole o con impostura; che questa, per alcun tempo, equivale al merito vero, se pur non lo supera.

Gli uomini grandi davvero, in ogni etá e contrada rarissimi nascono; ma quei mediocri che, con indefesso studio acquistatasi una certa felicitá di stile, son giunti a farsi leggere ed ascoltare, abbondano oggi giorno in ogni cólto paese d’Europa; e sono questi la base della letteratura cortigiana. Se sorge alcuno scrittore piú grande di loro, dottissimi sono costoro nell’arte di tenerlo talmente avvilito, che talvolta dalla impresa

il rimuovono, se non è in lui un iddio che lo spinga a viva forza innanzi contra ogni ostacolo.

Il principe, per naturale sua indole, pende sempre maggiormente per i mediocri; o come piú vicini alla capacitá sua, e perciò meno offendenti la sua ideale superioritá; o come piú arrendevoli al tacere, o al parlare a modo suo. Ma pure, anche i grandissimi ingegni, per onta loro e dei tempi, si sono spesse volte imbrattati fra il lezzo delle corti: e quel principe protettore dovea tacitamente in se stesso applaudirsi, e non poco, di aver loro scemata co’ doni ed onori quella preziosa libera bile, che sola è madre d’ogni bell’opera. Accorto adunque e veramente saputo è quel principe che non meno protegge i sommi letterati che i mediocri: perché dai mediocri ne ottiene per sé quella glorietta, che è la giusta misura del merito suo, poich’egli se ne appaga: dai grandi ne ottiene spessissimo il disonor di se stessi, o almeno la tregua di quella loro guerra che gli arrecherebbe danno, assai piú che utile non gli arrechi lo smaccato lodar di quegli altri.

Capitolo VI

ct ct Glorietta dunque, e splendore e lustro e quiete arrecano al principe i letterati protetti; ma negletti, gli apportan discredito. Nel sistema presente della nostra Europa, quasi tutti i principi mantengono degli accademici, non altrimenti che due secoli addietro soleansi mantener dei buffoni, di cui però assai piú si valevano. Quindi un principe che trascuri le lettere, corre rischio oggidí che un qualche suo suddito letterato e negletto da lui, non cerchi, e ritrovi, pane ed onori in casa d’altro principe; del che a lui sará per tornarne grand’onta. Gli uomini sempre ciechi, sempre leggieri al credere, e paghi di quel che pare, sono presti tutto dí a dare lode a quel principe il quale, non si valendo in nulla dei letterati, e in ogni cosa operando

il contrario di quello che van predicando le lettere, le oltraggia perciò maggiormente col proteggerle, nutrirle, e ogni giorno svergognarle. Alla pubblica voce del volgo fanno eco i letterati stessi i quali, parlando di cosa che li tocca da presso, non vogliono schiettamente dire la veritá. Eppure, ben pesato il tutto, qual piú atroce insulto può egli farsi alle lettere, che di pascerle ed impedirle? ma, certamente, se i letterati negletti pongono il principe moderno in discredito, conviene pur anche confessare che i letterati protetti pongono se stessi in un discredito assai maggiore e piú fatale di tanto, che alla sublimitá dell’arte loro una tal protezione può nuocere e nuoce, senza che alla mediocritá del principe proteggente quasi niuno accrescimento ne ridondi. Del che nel secondo libro mi riserbo a ragionar lungamente.

Capitolo VII

ct ct Che dirò poi del principe che, non pago di lasciargli alla necessitá, li perséguita? egli si apparecchia molta infamia, e molto piú danno. Se le cose deboli per se stesse (o almeno di una forza non palese a tutti, come lenta e lontana) possono pure mai nuocere al potente, l’unico mezzo affinch’elle nuocano si è lo inimicarle, mostrando di temerle. Gli uomini per natura inclinano dalla parte del debole; e gli oltraggi fatti dal principe all’universale sono giá tanti che, a farsi egli biasimare e abborrire, ci vuole assai meno che il perseguitar letterati. Ma dirá il principe: — Mi biasimino in voce costoro; poco e sommessamente il faranno: ma se io non gli opprimessi o cacciassi o affliggessi, mi biasimerebbero in iscritto, il che sarebbe assai peggio. — E molto bene ragionerebbe costui, se alcun cantuccio non rimanesse sul globo, donde il letterato potesse poi, ricovratosi in sicurtá, scagliare contr’esso di ogni sorta scritti, e ridersi dei suoi fulmini. Ma, poiché pure un tale asilo

vi rimane in Europa, quale altro guadagno fará egli il principe, nel costringere il letterato a rifugiarvisi, fuorché la vergogna di manifestare in quale brevissimo cerchio il suo potere si confini?

Visto dunque lo stato presente delle cose, politica sana, e savia nel diciottesimo secolo, e adattabile ad ogni principe e grande e piccolo e mediocre, sará il proteggere, il pascere e premiando avvilire gli scrittori; e togliere cosí il valore e la fama alle lettere, coll’infamarne preventivamente i prezzolati artefici.

Capitolo VIII

ct ct ct Ma il timore, dovendo pur sempre essere la norma di ogni uomo che sotto qualunque titolo ne costringa ad arbitrio suo molti altri, dico, e spero di provare, che anco lo stesso timore dovrá indurre i moderni principi a non perseguitare i letterati, altrimenti che coi loro doni e col loro proteggente disprezzo.

Gli scrittori, per quanto esser possono caldi ed anche entusiasti, rarissimamente sono da temersi per se stessi; o sia perché la loro vita molle e sedentaria li rende poco atti all’eseguire o tentare azioni grandi; o sia perché lo sfogo del comporre indebolisce nella massima parte e minora il loro sdegno. Da temersi dunque sarebbero soltanto i loro scritti nella persona dei diversi loro lettori. Ma in questo secolo, in cui pur tanto si legge e si scrive, esaminiamo rapidamente quali siano coloro che leggono, e quali scritti e in qual modo si leggano. Quale animo vediamo noi, infiammato da quei tanti generosi tratti di storia antica, dar segno di averne ricevuto una profonda impressione, col fare o dire o tentare, o almeno caldissimamente lodare alcuna di quelle imprese alte e memorabili che dai moderni col freddo e vile vocabolo di «pazzie» vengono denominate?

Ma poniamo anco che tali cose si vadano pure leggendo, e con qualche frutto; chi è che le legge? Non il popolo, che appena sa leggere; che, sepolto nei pregiudizi, avvilito dalla servitú, fatto stupido dalla povertá, non ha né tempo, né mezzi, né aiuti, per imparare a discernere i suoi propri diritti: ed egli pur solo potrebbe farli valere, conoscendoli. Leggono adunque veramente nel principato i pochi uomini rinchiusi nelle cittá; e fra questi, il minor numero di essi; cioè quei pochissimi che, non bisognosi di esercitare arte nessuna per campare, non desiderosi di cariche, non adescati dai piaceri, non traviati dai vizi, non invidiosi dei grandi, non vaghi di far pompa di dottrina, ma veramente pieni di una certa malinconia riflessiva, cercano ne’ libri un dolce pascolo all’anima, e un breve compenso alle umane miserie; le quali forse assai piú vivamente vengono sentite da chi il minor danno ne sopporta. E cosí fatti lettori (a questi soli attribuisco io un tal nome) che non sono uno in dieci mila, spaventare potrebbero il principe?

Leggere, come io l’intendo, vuol dire profondamente pensare; pensare vuol dire starsi; e starsi vuol dire sopportare. Si esamini la storia e si vedrá che i popoli tutti ritornati di servitú in libertá non lo furono giá per via di lumi e veritá penetrate in ciascuno individuo; ma per un qualche entusiasmo saputo loro inspirare da alcuna mente illuminata, astuta, e focosa: e neppur quella era una mente seppellita nell’ozio degli studi, ma pensante per se stessa, e di quel pensare che nasce da un sentimento naturale e profondo; forse risvegliato da un tratto di tale o tal libro, ma non mai accattato dai molti di essi. Ed in fatti, Giunio Bruto, Pelopida, Guglielmo Tell, Guglielmo di Nassau, , e altri pochi grandi che idearono od eseguirono rivoluzioni importanti, non erano letterati di professione. Crederei anzi (e l’effetto finora me lo dimostra vero, pur troppo!) che i lumi, moltiplicati e sparpagliati fra i molti uomini, li facciano assai piú parlare, molto meno sentire, e niente affatto operare. Si parla e si legge e si scrive in Parigi; e ci si obbedisce pure finora, quanto e piú che a Costantinopoli, dove nessuno scrive e pochi san leggere. Ma pure, fra’ turchi,

come in ogni altro asiatico dispotismo, sorge di tempo in tempo un tal capo che, nessuna altra dottrina conoscendo fuorché le leggi di natura fortemente sentite, dice con energica rozzezza a molti di quegli idiotissimi uomini: — Questo nostro principe è irreligioso, è tiranno, non è guerriero: si deponga, si uccida. — E spesso viene egli e deposto e ucciso.

Non nego però che a lungo andare, lo spirito dei libri non s’incorpori, direi cosí, nello spirito dei popoli, che nella loro lingua gli hanno; e penetra questo spirito in tutti gl’individui, o sia per tradizione, o sia per lettura effettiva, o sia per lo diverso pensare che si va facendo strada nel discorrere familiarmente; e penetra a tal segno che in capo a qualche secolo si trova poi mutata affatto l’opinione di tutti. Ma colla stessa lentissima progressione, si trovano poi anche mutati i mezzi e l’arte del comandare: e gli uomini (pur troppo) non si vengono niente meno di prima a tener sotto il freno da chi conoscere li sa e prevalersene.

Parmi adunque che i principi moderni, visto i progressi non impedibili oramai delle lettere, non abbiano perciò a perseguitare i letterati, perché in vano il farebbero; ma che sapendo essi serpeggiare fra loro e, per cosí dire, innestarseli, potranno forse riuscire a rendere col tempo le lettere non essenzialmente contrarie alla somma della loro illimitata autoritá, ed appena debolmente sfavorevoli a un certo eccessivo modo di esercitarla.

Capitolo IX

ct ct Se un solo principe vi fosse su questo globo, o se nessun altro governo vi fosse che il principesco; o se qualche isola cosí ben guardata vi fosse, da cui nessun uomo uscire, né alcuno entrar vi potesse, credo che in questi tre casi, il principato potrebbe con suo manifesto vantaggio proscrivere ogni lume di lettere e ogni qualunque libro che non insegnasse il servire.

Non si può mettere in dubbio che l’uomo che si trova soggetto non vuole per natura obbedire, se non il meno ch’ei può; e cosí quello che si trova sovrano, vuol comandare il piú ch’egli può. Al principato dunque gioverebbe moltissimo la totale cecitá e ignoranza dei sudditi tutti; né mi par questa una proposizione che abbisogni di prove. Ma dico di piú: che in un tale stato di cose, la ignoranza perfetta dei sudditi gioverebbe al principe assai piú che non possono nuocergli nello stato presente i tanti lumi che a noi pare d’avere. E di quanto asserisco ne trovo la prova nei fatti. Malgrado questi nostri tanti lumi, malgrado che da molti di noi ben si sappia, che ogni autoritá illimitata non può avere altra base che la nostra debolezza, e non mai l’altrui forza, poiché nessun uomo ne ha tanta in se stesso da poter tutti sforzare, ogni giorno pure, e ad ogni capriccio da noi ciecamente si obbedisce tacendo. Al contrario, nei paesi di perfetta ignoranza, l’autoritá assoluta vien riputata o il diritto divino, o privativa di quella tale stirpe, o necessaria o inerente alla natura dell’uomo; e quindi ogni fantasia del dominante viene senza mormorare accettata come giusta inviolabile e sacra legge. Certo è che per gli animi volgari piú queta e secura cosa riesce il comandare a chi non dubita punto se obbedire si debba; ma questo prezioso dubbio, trasmesso alle nazioni moderne europèe per via dei libri antichi, non si può da nessun principe con niuna forza estirpare del tutto. Ed in fatti, per quanto siano mai state perseguitate o si perseguitino le lettere e i letterati, non si potrá però mai annichilare un ; e questo solo è piú che bastante per rivelare agli uomini ogni segreto dell’arte principesca. Mi pare dunque chiarissima cosa che il tentare d’impedire a mezzo ogni seme di vera letteratura non sia né prudenza, né ragione, né astuzia, nel moderno principe. Nel mostrare egli di molto temere, ciò che l’effetto e l’esperienza debbono avergli insegnato oramai, che poco si dée temere da chiunque lo sa deviare, il principe non accresce di nulla la propria sicurezza; ma bensí in molto maggior dose si va egli procacciando in tal guisa e l’odio e il disprezzo di tutti.

Maometto secondo, nell’impadronirsi d’Alessandria, fece ardere tutti i libri raccolti dai Tolomei, come inutili per chi sapeva obbedire, e dannosissimi per chi nol sapeva. Ma, molti secoli innanzi, quegli stessi Tolomei regnando assoluti in Egitto; molti secoli dopo, Lodovico decimoquarto e assai altri principi, regnando assoluti in Europa, premiarono pure ed onorarono infiniti scrittori. Ora io domando: Que’ Tolomei in Egitto, questi Luigi, o Carli, o Franceschi in Europa, volevan eglino esser meno obbediti che quel Maometto? nol credo; ma stimavano essi che alla obbedienza dei sudditi, o niente, o pochissimo nuocessero e gli scrittori ed i libri.

Né i principi nostri, in ciò credere, s’ingannavano punto, visto i moderni tempi ed i costumi europei. Questi nostri costumi che ogni cosa a mezzo ci dánno, che coll’educazione indeboliscono sempre a metá la natura, e colla metá della rimanente natura corrompono e annichilano spesso quanto avrebbe operato la educazione; questi stessi costumi dai quali non può andare esente il principe, poiché vi è nato egli pure, lo costituiscono un ente che non si accorda mai con se stesso. Ed in fatti, egli riunisce contraddizioni massime e perenni, egli vorrebbe e non vorrebbe, egli è feroce ed umano, despota e privato; e mille altre cose miste e contrarie tutte fra loro; da cui nondimeno sempre ne risulta l’intero nostro obbedire e tremare; e il non esser noi, per dir vero, né egiziani né turchi, ma né tampoco romani, né greci.

Capitolo X

ct ct ct I viaggi, il commercio e l’arte del cambio, hanno emancipato per cosí dire gli abitatori d’Europa; quindi i nostri padroni e pedagoghi politici non ci possono piú tenere come bambini del tutto. In oltre, il rimanervi alcuna picciola parte d’Europa in cui l’uomo nasce o libero o meno oppresso, sforza anche i

piú risoluti oppressori ad osservare alcuni indispensabili riguardi coi sudditi. In questo stato di cose, facilmente (pur troppo pe’ principi!) si promulgano le opinioni diverse, e si estendono rapidamente in Europa, allorché da eccellenti uomini vengono poste in iscritto. L’amore di novitá, l’ozio, la curiositá e anche il dolce fine di render se stesso migliore, sono le cagioni per cui da alcuni altri non volgari uomini si legge; e, fra tutti i libri, pare che quelli che scuotono il cuore dell’uomo siano piú universalmente letti e gustati. L’autore ottiene questa commozione in molte maniere; ma in nessuna piú efficacemente che illuminando con colori nobili patetici e forti le imprese grandi in se stesse, e da cui ne siano ridondati effetti importanti. E suole ciò farsi, o fingendo per via di poesia, o traendo dai fonti della storia, o perorando al popolo, o su le cose umane generalmente filosofando. Toltane dunque la passione d’amore, che sotto ogni governo può allignare, e piú sotto i meno virtuosi, se l’autore vorrá maneggiarne alcuna dell’altre allegandone splendidi esempi, bisognerá pur sempre ch’egli ricorra ai popoli liberi. Quindi è che ai giovinetti ampiamente si insegnano le cose di Roma, di Atene, e di Sparta, ma raramente e non mai si favella a loro di Persia, d’Assiria, d’Egitto, e dei loro tiranni. Volendo sotto qualunque velo insegnar la virtú, è dunque sforzato lo scrittore a cercarla dove ella è stata; ad indagarne o accennarne le cagioni, a narrarne gli effetti; e ad incoraggire in somma i lettori alla imitazione di essa. Perciò non mi pare che abbisogni di prove l’asserire che libro di sane lettere non vi può essere, il quale (per qualunque mezzo vi arrivi) non abbia però sempre per fine principalissimo ed unico l’insegnar la virtú. E intendo qui per virtú quella nobile ed utile arte per cui l’uomo, col maggior vantaggio degli altri, procaccia ad un tempo la maggior gloria sua.

Ammessa questa definizione, che mi pare innegabile, ogni buon libro (che non sia però di scienze esatte, delle quali parlerò in appresso) dée necessariamente in quasi tutti i suoi princípi offendere l’autoritá illimitata; poiché, per quanto voglia anche lo scrittore essere discreto e serbare riguardi, non può pure mai laudare il vizio; né, molto meno, può insegnare la vera virtú, senza dimostrare o accennare che il fonte di essa non può essere, e non è stato mai, né l’obbedire al capriccio di un solo, né il servire, né il tremare.

Ciò posto, io dunque dico che nessuna vera sublime epica poesia, nessuna tragedia né commedia né storia né satira né opera filosofica né arte oratoria, né in somma alcun ramo di belle lettere (tolto il madrigale, il sonetto puramente amoroso, e la pastorale) potrá mai riempire nel principato il suo proprio dovuto scopo e dare nel vero, senza offendere o piú o meno l’autoritá assoluta. E, se non volessi esser breve, e massimamente in questo primo libro, potrei ampiamente provare quanto asserisco. Ma per mille ragioni mi vaglia una sola; e siano i fatti. Domando: qual è il buon libro (veramente stimato tale) che, sviluppando altre passioni umane che l’amore, o tutto o in parte, da qualche principe, e in qualche tempo, non sia stato proibito o screditato o schernito o calunniato o perseguitato? Ma che pro? i libri sussistono e durano contra ogni ira, potente o impotente sia ella, purch’essi sian ottimi.

Non potendo adunque il moderno principe europeo assolutamente impedire che i libri buoni giá fatti continuino ad esistere e ad esser letti; né che alcuni altri buoni, ma sempre pochi, se ne vadano scrivendo, accortamente fará egli se saprá non mostrarsi interamente contrario alle lettere, e se saprá premiarne a tempo gli artefici; anteponendo però sempre i mediocri ai sommi e astutamente cercando di fare che i sommi rimangano o paiano mediocri, coll’impedir loro cortesemente di pensare e di scrivere, fin dove bisognerebbe. Per la stessa ragione egli fará benissimo di fingere di onorare gli scrittori morti, col ristamparli; ancorché tali siano che, se avessero scritto a tempo suo, sotto lui, gli avrebbe egli, potendo, piuttosto soffocati che non mai dati in luce. In tal guisa perverrá forse il principe a persuadere ai piú che egli non teme l’effetto di una certa libertá di scrivere e di pensare. E quella stessa apparente sua noncuranza sará anche uno scoraggimento grandissimo a chi sperasse di farsi un nome liberamente pensando e scrivendo; perché

una certa persecuzione contro ai libri fortemente e luminosamente veraci, costituisce per lo piú la base della loro prima fama; e quindi maggiormente e piú presto propagandogli, assai piú utili in minor tempo li può rendere.

Capitolo XI

ct ct Insorta dunque a poco a poco in Europa questa classe d’uomini che si assume l’incarico, pensando e scrivendo, di far pensare gli altri; e che, comunicando a tutti le proprie idee, perviene pure a spandere fra molti una semiluce; i principi, che ereditariamente si assumono l’incarico d’impedir di pensare, si sono di necessitá ritrovati nemici degli scrittori. Ma la vicendevole paura (come in tante altre occorrenze umane il vediamo) gli ha tosto rapprossimati. Gli autori, come giá accennai, mossi dal bisogno, dal timore e dalla vanagloria, per acquistar fama súbita, ancorché non durevole; i principi, mossi da vanitá, dal timore d’essere con ingegno derisi, smascherati e screditati per sempre, per parer buoni, e per non potere in fine altrimenti operare, attesa la gran piena presente de’ letterati, sono queste, o mi paiono, ragioni vere, per cui questi fra loro naturali nemici si vengono a cangiare in protettori e protetti.

La maniera con cui si ricompensano i letterati dai principi è per lo piú con provvisioni pecuniarie, che chiudono loro la bocca a ogni veritá luminosa chiaramente e fortemente esposta, quale deve essere per farsi strada nell’instupidito intelletto del volgo ignorante e servo. Gli scrittori a vicenda, contraccambiano i principi con le smaccate lodi, con le deificazioni, co’ falsi poemi, storie alterate, libri di diletto senza utile, false massime in politica, falsa filosofia ecc. ecc. Da questo commercio di reciproca dissimulazione, il pubblico intanto ne rimane sempre piú cieco e ingannato; e sempre piú allontanato dal forte sentire e dal vero, che sono i soli fonti d’ogni alto operare.

Ma siccome in questo primo libro io cerco (per quanto sia pure possibile ad un uomo libero) di farmi principe e non letterato, dovrò dire che i principi fanno molto bene di operar cosí; poiché finora felicemente è riuscito loro, per via di mercede condita col timore, di spuntare in gran parte le saette dell’ira scrivana. Ed a provare anche questo, mi bastano i fatti. Chi può dubitare, per esempio, che e , non ricompensati né onorati dal principe, e aventi una esistenza indipendente affatto da lui, non sarebbero andati molto piú in lá nelle loro massime, sviluppando e lumeggiando col loro forte pennello tante importantissime cose spettanti alla felicitá umana, le quali si vedono appena accennate e velate assai nei loro timidi scritti?

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