Indice
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Prefazione
Nell’intraprendere quest’opera di revisione delle rime di Guido Cavalcanti, io ebbi dinanzi, unico scopo, quello di tentar di completare l’opera già a buon porto condotta da gli studi dell’, dell’ e del . Pur mossi il passo fin dalle origini, ricercando e consultando tutti i codici che rime di Guido contenessero, e facendone un nuovo esame e traendone ancor di nuovo lo spoglio delle varianti interamente. Non fu diffidenza dell’altrui lavoro che mi trasse a far questo, ma piuttosto un bisogno tutto mio di sicurezza definitiva, onde non si potessero poi accusare a l’opera mia colpe di errori copiati e riconfermati, quali io potrei accusare a gli editori precedenti. Esposta più largamente la prima parte della discussione critica, ho stimato soverchio ed inopportuno continuare uno sviluppo così esteso per tutto il lavoro, pensando che quella prima parte poteva bastare come saggio e come garanzia del metodo seguito nella ricostruzione di tutte le rime. Non lasciai parte a la ricostruzione congetturale se non nel trattare il testo della canzone filosofica su la natura d’amore, perchè, essendo il testo difficile ed astruso, ogni codice, per quanto sia poco inquinato, rappresenta sempre lievi modificazioni od errori, che facilmente si formavano là, dove la difficoltà dell’interpretare traeva il menante a trascrizioni non ragionate. Anche qui però in piccolissima parte: preferendo, ove la modificazione sarebbe stata troppo arbitraria, l’errore ad una correzione senza base di probabilità. Necessariamente, essendo di fronte ad un numero larghissimo di manoscritti, il lavoro di raffronto non potè essere così minuzioso come se si avesse avuto a trattarne una piccola schiera: non minuzioso anche volontariamente, che, il numero largo dei codici attestando un lungo lavorìo di copisti e di eruditi su le rime di Guido, si verrebbe con un soverchio uso di rapporti scrupolosi a conclusioni probabilmente eccessive. Si veggono infatti alcuni codici, che per la struttura fondamentale differiscono assolutamente, unirsi in alcune varianti tanto speciali da condurre facilmente a raggruppamenti smentiti poi da ragioni più profonde.
Il mio lavoro deve essere inteso nel senso di un com- pletamento a le opere precedenti; per ciò evitai di ripetere tutto quello che di impeccabile era nelle edizioni critiche già fatte publiche; e mi fu massima guida a la precisione coscienziosa il pensiero che una edizione critica deve essere estranea totalmente dal rivelare le maggiori e minori qualità di intelletto e di erudizione dell’editore, deve essere opera obbiettiva assolutamente, non avendo di mira che la purezza massima ed il massimo rispetto dell’opera gloriosa, affidata alle nostre mani. Un mal vezzo della critica odierna è quello di infarcire di una facile erudizione molte opere, che pèrdono in tal modo d’ogni severità e rapidità e si movono gravi e sonnolente sotto il peso di tanto orpello: la precisione viene scambiata con la sovrabbondanza, la quale presta a l’autore il mezzo di abbagliare gli occhi altrui con una luce ininterrotta di ostentata sapienza. Un grande amore mi trasse a l’opera mia e, cosciente della sua gravità, io tentai d’avere l’intelletto sgombro da ogni piccola vanagloria e da ogni falsa ambizione speciosa.
Non so s’io abbia raggiunto il mio scopo, ch’era di far risplendere in tutta la sua purezza l’opera artistica dell’amico primo di Dante, lieto se il mio nome non figurasse nell’opera, che come quello di un servo fedele, che umilmente raccoglie le cose preziose di un maestro: se non raggiunsi la mèta fu colpa di natura e non di volontà.
Ringrazio qui caldamente tutti gli amici, che mi aiutarono nell’opera mia, con ricerche parziali là, dove il dubbio delle mie prime ricerche mi toglieva la piena sicurezza dei miei passi, ricollazionando per me alcune parti di qualche codice; così ringrazio i miei carissimi prof. Mario Grandi, che rivide per me il Martelliano e Silvio Chitarin, che mi ripetè lo spoglio del ms. della Universitaria di Bologna 2618, quando le occupazioni professionali mi tennero lontano da ogni centro di coltura e di scienza.
Lovere, 27 Giugno 1900.
I manoscritti delle Rime
Va | — | Vaticano: 3214 codice notissimo. Fu studiato dal , dall’, dall’ e dal .
Vb | — | Vaticano: 3213.
Vc | — | Vaticano: 4823. Attraverso l’unica segnatura di 477 carte si scorge che le primissime hanno traccia di numeri intorno ad 80, i quali dimostrano come questo fosse un primo fascicolo staccato. La canzone filosofica di è in questo fascicolo a c. 2.
Vd | — | Vaticano: 3793.
Ca | — | Chigiano: L. VIII 305 - in antico 574.
Cb | — | Chigiano L. IV, 122.
Cc | — | Chigiano: L. IV; 131. Il (op. cit. pag. XXI) lo dice scritto da più mani del sec. XVI.
Cd | — | Chigiano: L. IV. 110. L' affermò che della ballata «Perch'io no spero di tornar giammai» non vi è che un frammento; invece è intera.
Ce | — | Chigiano: L. V, 176.
C | — | Casanatense: d. V, 5.
Ba | — | Barberiniano: XLV, 47.
Bb | — | Barberiniano; XLV, 130.
Ma | — | Magliabechiano — VII, 9-1108 giá Strozziano 765.
Mb | — | Magliabechiano: VII, 1010 già Strozziano 640 - II. II. 40 della naz. di Firenze.
Mc | — | Magliabechiano: VII, 1208.
Md | — | Magliabechiano: VII, 991 - Naz. di Firenze, II. IV. 114.
Me | — | Magliabechiano: VII, 1187.
Mf | — | Magliabechiano: VII, 1100.
Mg | — | Magliabechiano: VII, 1009 - Naz. di Firenze, II. IV. 250.
Mh | — | Magliabechiano: XXI, 85 - è eguale nelle rime di Guido ad Mg.
Mi | — | Magliabechiano: VII, 1041.
Mk | — | Magliabechiano: VII, 379.
Ml | — | Magliabechiano: VII, 1207 - eguale ad Mk.
Mm | — | Magliabechiano: VII, 1076.
Mn | — | Magliabechiano: VII, 1098 - eguale ad Mk.
Mo | — | Magliabechiano: II. IV, 251.
Mp | — | Magliabechiano: VIII, 36 - come Mo ha il solo commento della I Canz.
Mq | — | Magliabechiano: XXXIV, 6. 1. Non noto ai precedenti editori. È ms. cartaceo del sec. XV con legatura in pelle del tempo con fregi, mm. 208X140: scrittura in colonna di mm. 150. Ha per titolo «Compendio Theologi». Su la porta: «Conti Bonomei 1521... Compendio di Teologia». Poi: «comprato dal Bargello nei 10 sett. 1721; con altri due manoscritti era dei Conti Bonomei.» Ha un’unica segnatura contemporanea di c. 168 comprese 3 bianche in fine, la quale comincia dopo l’indice susseguente a la porta. La scrittura è piccola e regolare con rubriche in rosso. La maggior parte del ms. è occupata dal compendio teologico e da rime sacre e morali. A c. 151 «Amore fuggitivo, di , poeta greco tradotto in latino per messer e dal latino in lingua fiorentina per ». A c. 152: «Proemio di ad una traduzione di di ». Molte orazioni di , di , di etc., sonetti delle virtù e canzoni del . A c. 133 la canzone I. di ; a c. 134 attribuita a Guido la canzone «Virtù che ’l ciel mosti a si bel punto».
Mr | — | Magliabechiano: VII, 1040.
Ms | — | Magliabechiano: VII, 10, 1060 - Strozziano 63. Sfuggì anche questo ai precedenti editori. È di 27 fogli e sembra un avanzo di un codice più vasto. Dei primi del sec. XV; forse di mano di quel Jacopo di Michele Bartoli che segnò il suo nome su l'alto del f. 15. Appartenne anche ad Antonio di Domenico d'Amorrato come appare scritto sul primo foglio. Di Guido Cavalcanti: | :f. 1 - Vedeste al mio parere ogni valore :» 3 - I’ vegnio il giorno a te infinite volte. :» 6 - Io temo che la mia disaventura :» 6b - Dante un sospiro mi fugie dal core :» » - Io mi senti svegliar dentro dal core :» 7 -anon- Voi che per li occhi mi passaste il core — (6 versi soli) :» 9 - Amore Monna Lagia e Guido e io :» » - Se vedi amore assai ti prego Dante :» 9b - Una giovane donna di Tolosa :» » - Perchè non furo a me li occhi dispenti :» 11a - Donna mia non vedestu colui :» 12b -ades- Biltà di donne di sacente core.
Ra | — | Riccardiano: 2846
Rb | — | Riccardiano: 1050.
Rc | — | Riccardiano: 1118.
Rd | — | Riccardiano: 1328.
Re | — | Riccardiano: 1088.
Rf | — | Riccardiano: 1094.
Rg | — | Riccardiano: 1100.
Rh | — | Riccardiano: 1091.
Ri | — | Riccardiano: 2735.
Rl | — | Riccardiano: 1142.
Rm | — | Riccardiano: 1093. Non noto a gli altri editori. Cartaceo del sec. XV di mm. 290 X 220, di carte 56. Ha in principio un indice di mano del Metus: è mutilo in fine e manca di una carta dopo la 15.a; corroso nel margine con danno del testo nelle prime 7 carte. Gli scritti sono tutti di seguito con iniziali di rubrica. Legato in pergamena. A c. I. trovasi adespota anepigrafa la I. canzone di Guido. Seguono canzoni di Dante, le allegorie su le Metamorfosi di Giovanni del Virgilio, epistole di Luigi Marsili, Morbosiano e Cola di Rienzi. Rime varie del Boccaccio, Ventura Monaci, Stoppa de' Bostichi, Giovanni di Lambertuccio Frescobaldi, Lapo Gianni, Bindo Bonichi, Dante e Forese Donati. Una epistola di Cicerone. Si unisce a Par.2 ed a Rf. il quale raccoglie insieme tutte le rime di Dante sparse in Rm e mette in fine la canzone dandole il nome di Guido.
Pa | — | Palatino: 204 - È uguale ad Lc.
Pb | — | Palatino: 203.
Pc | — | Palatino: 180.
Pd | — | Palatino: 202 - È una copia di M'e.
Pe | — | Palatino 418 .
Pf | — | Palatino: 183. - Cartaceo del sec. XIV ha per titolo «Petrarca: rime». S'apre con tre fogli bianchi e sull'ultimo è scritto: «Poesie di diversi». Porta traccia di tre numerature: un'antica disordinata, una più recente da 1 a 75 comprese tre carte bianche finali, una terza ancor più recente che comincia a c. 33 (qui sono tre fogli bianchi) fino a c. 72. È scritto in carattere grande chiaro rotondo con iniziali colorate e rubriche molto più recenti di carattere corsivo su i margini. Le iniziali colorate hanno fregi e figure anche a penna. Da c. 29 a c. 32 la scrittura si fa più piccola, ma è della stessa mano. La c. 45 è bianca e da c. 40 a questa la scrittura muta; mi sembra una mano diversa. La prima parte è occupata quasi interamente da rime di Dante, la seconda
da rime del Petrarca, adespote in origine, ma date dal postillatore più recente. Fra queste ultime a c. 36b trovasi il sonetto «Morte gentil rimedio de cattivi» con la rubrica recente «È di Guido Cavalcanti».
Pg | — | Palatino: 288. — Cartaceo del sec. XVI. È composto di fogli riuniti in una copertina: una numeratura moderna di f. 30. Su la copertina porta queste indicazioni: «E. B. 5.1.25. Poesie varie del Cod. CCLXXXVIII illustrato dal Palermo» Qui una nota del prof. Gentile che il ms. apparteneva al (Vedi per il resto: Gentile op. cit.). A c. 16 si dà a Guido il sonetto: «Per gli occhi fere uno spirto sottile«.
Ph | — | Palatino: 359. - Cartaceo del sec. XV, mm. 290X219. Legato in tavola con chiusure di cuoio e ferro: ha una porta in pergamena. Di carte 128: antica numeratura fino a c. 113. Le carte seguenti, eccettuata la 114ª che ha quattro sole linee scritte, sono bianche. È a due colonne, salvo sei pagine in due diverse parti alla fine del codice, con titoli di rubrica. Le iniziali hanno piccoli segni rossi. Nella guardia membranacea una mano del sec. XV scriveva una nota poi raschiata: si legge ancora «Questo libro è di Lorenzo (Moregli?) chiamato un zibaldone perchè tratta di più cose diferenziate.» Comincia con le epistole di Ovidio rubricate in rosso con rubriche dilucidatorie. Una antica segnatura, ma più tarda al codice è scomparsa in parte nello smarginamento. Una mano moderna numerò le 128 carte, Fra c. 107b e c. 108a si trova «Giovanni Chavalchanti - I vidi gli occhi dove amor si mise - ». Questi tre ultimi codici non furono esaminati da gli altri editori.
La | — | Laurenziano: 34 pl. 41.
Lb | — | Laurenziano: 20 pl. 41 - È uguale ad Ma.
Lc | — | Laurenziano: pl. 90 inf. 37.
Ld | — | Laurenziano: 46 pl. 40.
Le | — | Laurenziano: 49 pl. 40. - Simile a Rf. Rm. Par.2
Lf | — | Laurenziano: 44 pl. 40.
Lg | — | Laurenziano: pl. 90 inf. 15. - Attribuisce a Guido una frottola apocrifa.
Lh | — | Laurenziano: pl. 90 sup. 35; - Come Lg. per la frottola. L’Ercole non
vide che in mezzo al commento di c’è anche sparsa a strofe la I. canzone.
Ll | — | Laurenziano-rediano: 9.
Lk | — | Laurenziano: fondo. Conv. Sopp. S. Annunziata 122.
Lm | — | Laurenziano-strozziano: 170. Membranaceo del sec. XVI, mm. 224×143. Legatura recente: titolo dorsale: «Canzoni di Dante e di altri» È scritto in colonna unica. S’apre con le canzoni di Dante e con un bellissimo fregio avvolgente la pagina; così i fregi si ripetono in tutto il codice ed il titolo delle rime e le iniziali sono in oro e tinte di verde o di rosso. Le iniziali dei versi in azzurro ed oro. Una segnatura non recente di f. 110. A le rime di seguono adespote: | f. 57 - Donna mi prega ch’io deggia dire » 59 - Vedete ch’io son un che vo piangendo » »» - Poi che di doglia cor convien ch’io porti » 60 - Per gli occhi fere un spirito sottile | In fine ha la data di Lione 1526. È simile molto ad Me.
Ln | — | Laurenziano-mediceo-palatino: 118. - Cartaceo di varie età: mm. 283×205. Legatura moderna; titolo dorsale: «Epitaffi e rime» che è ripetuto nell’interno. È miscellaneo: lo si vede dalla carta diversa e dai resti di varie segnature. Le prime otto carte contengono epitaffi: seguono due carte bianche. Da f. 11 a 17 un secondo fascicolo del sec. XV contenente in rima i libri di e rime diverse di varia mano. Il f. 20 è bianco: al 21° un lamento amoroso in versi: a f. 22 un carme del . Da f. 29 a 33 rime di Cino rubricate. Il 28° e 36° bianchi. A f. 37 un altro fascicolo acefalo con canzoni di Dante rubricate in rosso, con rime del Petrarca, Antonio da Ferrara, Bartolomeo del Castel dela Pieve, Sinibaldo da Perugia, Simone da Siena, frate Stoppa, Bosone d’Agubbio, . Un altro fascicolo da f. 75 a f. 103 con i trionfi del Petrarca ed un sonetto di . A f. 47 la canzone filosofica di Guido con rubrica: questa parte sembra del principio del sec. XV.
Lp | — | Laurenziano: Conv. Sopp. 440. - Cartaceo: mm. 200×140 del sec. XVII. Scritto da varie mani. Ha una legatura vecchia con il titolo dorsale: «Poesie moderne latine e volgari», ed una numeratura pur vecchia di c. 526 comprese le bianche ed eccettuate le prime otto. È miscellaneo: una unione di fascicoli è chiarissima a f. 79. Varie pagine bianche qua e là. Contiene molte cose sacre: di , di , , del , del Petrarca, del Benivieni e e di altri molti. A f. 341 vi è rubricata con il nome di Guido la prima
canzone. Pure questi tre ultimi codici furono dimenticati da gli editori precedenti.
M’a | — | Marciano Cl.: IX cod. CXCI.
M’b | — | Marciano Cl. IX cod CCCLXIV.
M’c | — | Marciano Cl. IX cod. CCXCII. - Rappresenta con UBb. Berg. Nap. Cors. il manoscritto Bartoliniano.
M’d | — | Marciano Cl. IX cod. CCIII.
M’e | — | Marciano fondo Zanetti LXIII.
M’f | — | Marciano Cl. IX cod. CDXCI. - Non visto da l’. Cartaceo del sec. XVI. Contiene di la «» e rime sparse fino a f. 67. Qui in fianco il nome di Guido seguito da le rime. È in tutto di f. 86 più 4 non numerati. Ha la numerazione moderna: le iniziali sono colorate fino a f. 62: poi c’è il posto vuoto: un breve spazio sta fra i vari componimenti. Ha uno sbaglio di numerazione in causa della legatura fra f. 32 e 37. Diviso in sette fascicoli letterati dimostra somma cura di trascrizione: sul finire dei fascicoli c’è il richiamo con il mezzo verso iniziale del fascicolo seguente: | f. 67 - Donna mi prega perch’io voglia dire » 69 - Se m’hai del tutto obliato mercede » »» - La forte e nova mia disaventura » 69b - Veggio ne gli occhi della donna mia » »» - Poi che di doglia cor convien ch’io porti » 70 - Quando di morte mi convien trar vita » 71 - I’ prego voi che di dolor parlate » 71b- Gli occhi di quella gentil forosetta » 72b - Io non pensava che lo cor giamai » 73b - Era in penser d’amor quando trovai » 74b - Per gli occhi fiere un spirito sottile » 75 - Morte gentil remedio dei cattivi » »» - Poi che pegli occhi mi passaste il core
» 75b - Veder poteste quando vi scontrai » 76 - Un amoroso sguardo spiritale » »» - Se mercè fusse amica a mei disiri.
UBa | — | Universitario bolognese 1289.
UBb | — | Universitario bolognese 2448 - È una copia del Bartoliniano.
UBc | — | Universitario bolognese 2618 - di più mani del sec. XVI, non noto a l’Ercole.
Cap1 | — | Capitolare veronese CCCCXLV.
Cap2 | — | Capitolare veronese 824. Non noto a gli editori precedenti.
A | — | Ambrosiano O. 63. di questo codice l’Ercole non vide oltre a gli altri anche i sonetti: | I’ vidi li occhi dove amor si mise Se vedi amore assai ti prego, Dante | di cui il secondo adespoto, come è adespoto anche il sonetto: | Beltà di donna e di sacente core | che l’Ercole disse attribuito a Guido.
Mart | — | Martelliano bass. I. n. 12.
S | — | Comunale di Siena I. IX 18.
Par¹ | — | Nazionale di Parigi 554 (7767) - Copia non totale della raccolta aragonese.
Par² | — | Nazionale di Parigi 7778 - del sec. XIV. - Cartaceo in foglio. Appartenne a Tommaso Alderotti «cittadino fiorentino ghonfalone» ed ha circa la stessa contenenza di Rm ed Le.
Nap | — | Nazionale di Napoli XIV. D. 16
Cors | — | Corsiniano, fondo Rossi n. 94
Berg | — | Comunale di Bergamo D. V. 35
L'esame delle stampe, fatto dal prof. Ercole, si può dire completo. Noi terremo, più che tutto, conto di quelle edizioni, in cui apparvero rime inedite, facendone uno studio nella discussione critica: le edizioni cioè: Giuntina, del Corbinelli, del Biscioni, del Serassi, del Cicciaporci e dell’.
Le Rime originali ed apocrife
Giustamente osservò nell’opera sua l’, relativamente a molte rime attribuite al Cavalcanti, che esse devono essere ritenute come spurie, ricercando invece per altre o testimonianze esterne o ragioni intime che ne convalidassero l’autenticità. Onde io mi terrò soltanto a discutere quelle, su cui rimaneva alcun dubbio od a portare qualche nuovo argomento in aiuto a le sue asserzioni. Delle tre canzoni date da S non si può tenere alcun calcolo: di quelle date da M’e la canzone: ct si trova in Pd Lk Mq ed ha in questi due ultimi la rubrica: Chanzon morale fecie Ghuido Chavalchante da Firenze in lodando lo ’mperatore. - Osservò bene il che l’invio appare posteriore di un secolo almeno.
Si deve anche tener conto che se M’a la porta insieme con la canzone; Alta virtù che si ritrasse al Cielo - nè l’una nè l’altra si riprodussero in M’b che con M’a ha tanta relazione. La canzone: Sempre a felice sua salute intende - sembra una imitazione pessima e tarda dei sentimenti del dolce stil nuovo; è di poeta che si diletta di ragionare e gode delle sue parole: questo mai fece Guido. Lo stesso Ronconi afferma riferirsi la canzone: Il moto il corso e l’opra di fortuna - a la battaglia di Monteveglio avvenuta il 15 novembre 1325 ed a la prigionia di messer Malatestino nel castello di messer Passerino, signore di Mantova: e con lui pure io credo che il Malatesta, a cui è indirizzata la canz.: E s’el non fosse il poco meno e il presso — non sia, come l’ stima, figlio di , ma di Malatesti d’Urbino che nel febbraio del 1324 condusse la taglia di Toscana contro gli aretini: trattasi in ogni modo sempre di personaggio del secolo XIV. La canz.: L’ardente fiamma della fiera peste — è tutta un arzigogolo sopra due potenze nemiche che tolgono la deliziosa vita, ed una preghiera ad una dolce figura
Nella canz.: Cotanto è da pregiar ogni figura - si avrebbe la preoccupazione di un erroneo antropomorfismo d’amore, chè il poeta rimprovera «certa grossa gente» che
nella «» ricorda il rimprovero delle «persone grosse» ai simboli e sostiene essere lecito ai poeti far parlare le cose inanimate e gli accidenti «come fossono sustantìe»; pur che poi il simbolo possa essere risolto. Alcuni non sanno far ciò e: - questo primo mio amico ed io ne sapemo ben di quegli che così rimano stoltamente. - Ora come Dante avrebbe citato il nome del Cavalcanti a questo proposito se questi avesse scritto:
Veniamo quindi, escludendo tutta questa serie di canzoni necessariamente apocrife, a le due ballate:
su cui l’Ercole aveva lasciato alcun dubbio, e prendiamo ad esaminare la seconda. Ad ambedue Ca dà la rubrica: - Guido Cavalcanti et Jacopo - e la seconda si trova pure in Ra, Ashb. 763, Bart. (M’c. UBb. Nap. Cors. Berg.) Cb. Le. Pa. L’esame di questi codici fa che si unisca Pa come dipendente da Le, il quale a sua volta discende da una fonte parallela a Ca, onde la sua attribuzione della ballata a Guido, dipendente forse da una eguale attribuzione della sua fonte o, più probabilmente, da l’opinione che ne ebbe il raccoglitore, . Cb contiene la ballata nella sua seconda parte, la quale mostra di discendere pure dal gruppo parallelo ad Lc, con il quale o si unisce completamente o rivela fonti affini, pure parallele a Ca. Ricordano il testo del o tanto Ra, di cui è parallelo Ashb. 763, quanto Bart, il quale ha la rubrica - dal testo del Brevio, che non è data da Ra. Basti precisare al nostro scopo che ambedue questi codici sono sempre in relazione con i gruppi discendenti da Ca, perchè questa ballata è contenuta da Ra in quella sua parte comune con Bart, che è sempre in relazione con Ca; e Bart, appare sempre corretto su Ca da lezioni parallele al gruppo di Lc e simili: il chè avviene anche in questa ballata. Resta quindi autorità originaria Ca con il dubbio della sua rubrica doppia. L’ lanciò l’ipotesi che il menante di Ca trovandosi dinanzi a rime di fra le rime di Guido le ommettesse stimandole indegne: perchè allora le avrebbe trascritte in altro luogo del codice? Esaminiamo invece queste rime del fratello di Guido e cerchiamo se vi sia relazione alcuna in esse con questa ballata. Una relazione di rime è con il sonetto che sta a f.º 84b;
e ciò non è senza importanza, specialmente trattandosi di poeta non sovrano, al quale dovevano con ogni probabilità ricorrere a la mente le stesse rime con perennità monotona. Si noti ancora:
Sonetto:
...che ’n forza tutta se’ di crudeltate e tua dolceza non credo che vi vaglia ch’i’ veggio ch’è sbandita umiltate.
Ben di raro nelle rime di Guido manca ogni speranza di mercede e la donna sua, pur essendo disdegnosa, mai è priva di quella umiltà dolcissima, che invece manca sempre nelle rime di Jacopo: la disperazione del disinganno e della crudeltà femminile pervadono la ballata come i tre sonetti riportati dal codice Chigiano.
L’altra ballata è nei codici Ca. Lc. Pa. Cb. e nella edizione Giuntina del 1527. Cb l’ha nella sua prima parte che è discendente da la Giuntina. Resta quindi a discutere l’origine di questa, la quale origine si ritrova in Lc o in un parallelo di Lc. Può sorgere un dubbio: - Perchè Giunt. diede al Cavalcanti questa ballata e non la precedente che pur trovavasi in Lc? e perchè essa non è data dai codici ricordanti il Bembo o Brevio? - Notiamo ch’essa si trovava nel Libro Reale secondo la tavola del Colocci dataci dal Monaci e vi si trovava con altre rime di Guido in questo ordine:
L. Reale - 1. 2. Io vidi. 3. 4. 5. 6. 7. 8 | - | Canzoni 9. 10. 11.
Cap2 - La | R|7. 8. 6 | - | Canzoni 9. 10. 11. 4. 5. 3. -. -. 2.
Lc - | R|7. 8. 6 | - | Canzoni 9. 10. 11. 4. 5. 3. -. Io vidi. Sol per pietà. - 2.
Ca - | R|7. 8. 6 | - | Canzoni 9. 10. 11. 4. 5. 3. -. Io vidi. Sol per pietà. -. 1. 2.
Si ha quindi una relazione continua. L’importanza che sempre fu data al L. Reale dimostra quanto esso fosse stimato e quanto diritto abbia a la nostra fiducia. Lo ebbe il Bembo, che ebbe pure Va e fu forse dal confronto dei due codici che egli trasse l’esclusione della canzone filosofica. Forse dal L. Reale trasse la ballata anche la Giuntina. Quanto ai Bartoliniani, uniti ad un’origine simile a Ca, si può credere che anche Ca fosse noto al Bembo, onde la incertezza, per cui egli pensò di escludere ambedue le ballate; rimanendo invece in Bart. ed Ra la prima come proveniente dal Brevio: il che si desume da la rubrica di Bart. Resta ora a dilucidare la rubrica di Ca, dato che nella ballata nulla vi è, che non possa essere opera di Guido, nè essa ha alcuna relazione con le rime di Jacopo; anzi a me pare conservi quella vaghezza quasi imprecisa di amoroso sentire che è tutta propria dei migliori poeti dell’età. La prima strofa rappresenta quel concetto di sovranità eccellente, che Guido e Dante ebbero delle lor donne e corrisponde del tutto al: ct che il Cavalcanti scrive pure parlando delle donne circondanti la donna amata. Questa diversità di carattere artistico fra le due ballate dovrebbe trarre a la supposizione che la confusione dei nomi fosse colpa del menante di Ca, come fece l’Ercole con una ipotesi ch’io credo insostenibile e fece l’Arnone che volle leggere o per et senza alcuna giustificazione ed il Monaci approvato dal Salvadori che ridusse l’et ad un a, totalmente smentito dal contenuto della ballata; il fratello non c’entra per niente. Io credo invece che in un codice primitivo, da cui Ca tolse le due ballate, la rubrica fosse in testa a le due composizioni riunite intendendosi che la prima era di Guido e la seconda di Jacopo; il menante di Ca per maggior diligenza poco intelligente ripetè la rubrica in principio di ognuna delle ballate. La prima quindi io ritengo di Guido e la seconda escludo come appartenente a Jacopo, tratto a questa conclusione, oltre che da l’esame estetico, da l’autorità del Libro Reale, confermata da la Giuntina che forse la prese da altra fonte, i quali due testimoni assicurano la autenticità della ballata: ct in confronto dell’altra, ch’essi non annoverano fra le rime di Guido.
Nei due codd. M’a M’b trovasi una serie di quattordici sonetti, tra i quali due da molti altri codici attribuiti a Guido, che seguono le rime portanti il nome del nostro. Il copista di M’b sembra aver fatto opera di selezione in confronto di M’a, poichè omise tutte le canzoni dimostrate apocrife e si riprese ai sonetti e continuò la serie degli adespoti fino a tutto il 7° oltre il frammento iniziale: poi troncò la trascrizione là dove M’a portava la rubrica: Guido Cavalcanti a Dante — I sonetti presentano una forma rammodernata, sotto la quale mal si nasconde un tipo arcaico di poesia, tale da doversi riportare piuttosto più indietro che dopo il Cavalcanti. Del solo sonetto: ct troviamo ricordo in Ca che lo attribuisce a Dante, presentandone una lezione che è prova degli svarioni della lezione di M’a.
A Dante lo attribuisce anche il codice Bologna. Un altro di questi sonetti pure adespoto fu scoperto dal prof. tra i frammenti di un canzoniere ignoto del sec. XIV. L’antichità quindi di alcuno fra questi sonetti è fuor di dubbio. Il sonetto scoperto dal Pellegrini appare tosto incompatibile con l’arte squisita del Cavalcanti: è l’ammonizione ad una gentil donna: — Voi mi amate ed io vi amo: perchè non ci mettiamo d’accordo? — Questa è l’unica idea diluita in quattordici versi. Il sonetto primo della serie è in aperta contraddizione con quel che Guido soavemente scriveva nel sonetto a Dante per il sogno:
ed ha tre volte la ripetizione, iniziale nei versi, di un: — cosi mi... — che è retorica ed insignificante ed un verso: ct ruvida rivelazione amorosa poco adatta a la squisitezza di Guido quando pur anche canta il desiderio della sua umana sensualità. Alcuni quindi di questi sonetti sono evidentemente spurii e quì già sono adespoti, mentre nessun altro codice li attribuisce a Guido, ed abbondano tutti di imagini, in cui si stempera un unico concetto, ed il 9 ha tutte le rime ripetute ed il 2° parla dell’orgoglianza della donna non relativa a l’umiltà della donna di Guido e nel 12° l’imagine di una tigre ricorda la serie di sonetti di . Tutte queste incoerenze con l’arte di Guido, unendosi al fatto che pure il menante di M’a premise la rubrica soltanto ai due sonetti veramente autentici, vogliono che criticamente i sonetti sieno lasciati come apocrifi. Ne daremo però la copia in appendice per raddrizzare la errata lezione che ne trasse l’Arnone.
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The end
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