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Della congiura di Catilina

Gaio Sallustio Crispo · 1903 · Free in the US

12,495 words · about 53 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Gaio Sallustio Crispo
Language
Italian
Published
1903
Length
12,495 words · about 53 min
Sections
63 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (63)
  1. Indice under 1 min
  2. Prefazione del traduttore about 1 min
  3. II about 1 min
  4. I about 1 min
  5. III about 1 min
  6. IV under 1 min
  7. VI about 1 min
  8. V about 1 min
  9. VII about 1 min
  10. VIII under 1 min
  11. IX about 1 min
  12. XI about 1 min
  13. X about 1 min
  14. XII about 1 min
  15. XIII about 1 min
  16. XIV about 1 min
  17. XV about 1 min
  18. XVI about 1 min
  19. XVII about 1 min
  20. XVIII about 1 min
  21. XIX about 1 min
  22. XX about 2 min
  23. XXI about 1 min
  24. XXII under 1 min
  25. XXIII about 1 min
  26. XXIV about 1 min
  27. XXV under 1 min
  28. XXVI about 1 min
  29. XXVII about 1 min
  30. XXVIII under 1 min
  31. XXIX under 1 min
  32. XXX under 1 min
  33. XXXI about 1 min
  34. XXXII under 1 min
  35. XXXIII about 1 min
  36. XXXIV under 1 min
  37. XXXV about 1 min
  38. XXXVI about 1 min
  39. XXXVII about 1 min
  40. XXXVIII about 1 min
  41. XXXIX about 1 min
  42. XL about 1 min
  43. XLI under 1 min
  44. XLII under 1 min
  45. XLIII about 1 min
  46. XLIV about 1 min
  47. XLV about 1 min
  48. XLVI about 1 min
  49. XLVII about 1 min
  50. XLVIII about 1 min
  51. XLIX about 1 min
  52. L under 1 min
  53. LI about 5 min
  54. LII about 4 min
  55. Capitolo LIII. about 1 min
  56. Capitolo LIV. about 1 min
  57. Capitolo LV. about 1 min
  58. LVI about 1 min
  59. LVII about 1 min
  60. LVIII about 2 min
  61. LIX about 1 min
  62. LX about 1 min
  63. Capitolo LXI. about 1 min

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Indice

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Prefazione del traduttore

Per chi sa il Latino, sarà senza alcun dubbio assai meglio di leggere questo divino autore nel testo. Per chi non lo sa, e desidera pur di conoscerne non solamente i fatti narrati, ma anche alcun poco l’indole, la brevità, l’eleganza, il meno peggio sarà di cercarsi quel traduttore che dal testo si verrà meno a scostare, senza pure aver faccia di servilità. Ogni traduttore, che ne ha durata la pena, crederà d’esser quello, benchè non lo dica. Io, non più modesto d’un altro, ma forse alquanto più sincero, non asconderò al lettore questa mia segreta speranza, di essere pur quello. Certo, se io non credessi questa mia traduzione o migliore, o men cattiva che dir si voglia, delle finora conosciute, con tanta cura non la ricopierei. Confessandolo dunque col fatto, non mi vergognerò di anche confessarlo col detto. Io da giovinetto mi indussi ad imprendere questa traduzione pel trasporto che mi cagionava l’autore, e per la necessità che io mi sentiva di meglio imparare il Latino e l’Italiano ad un tempo. Successivamente poi, con molti anni d’intervallo, la sono andata limando, e rettificando, finchè a me e ad alcuni amici paresse cosa leggibile. Benchè io debolissimo latinante mi senta, e non mi ardisca francare della taccia che da molti dotti mi verrà forse data in più luoghi, del non aver ben inteso; mi confido pure, in risarcimento di tanti svantaggi, nel suffragio di quei pochi che sentendo le bellezze di Sallustio, pur converranno che io alcune volte inteso non l’abbia, ma però sempre sentito. E per quelli che gustar non ne possono le bellezze nel testo, sarò assai soddisfatto se troveranno qui brevità, chiarezza ed energia, che accattata non paja, ma originale. Se alcuno poi, o per maligno animo, o per altra cagione vorrà pormi a raffronto col testo; ci vedrà, spero, se non compensata l’insufficienza, continuamente almeno scusata da un’ostinata instancabile diligenza.

Firenze, 27 gennaio 1798.

II

I primi Re, (che così la più antica signoria nominossi) altri l’ingegno, altri la forza adopravano: viveano gli uomini allora senza cupidigia, contento ciascuno del suo. Ma dacchè Ciro nell’Asia, Sparta ed Atene fra’ Greci, cominciarono a soggiogare città e nazioni, a ritrarre cagioni di guerra dall’ambizione d’impero, ed a riporre nel massimo dominio la massima gloria; i pericoli e le vicende mostrarono, che più del brando poteva in guerra la mente. Che se i Re e capitani vincitori la stessa virtù nella pace che nella guerra serbassero, più ordinate e stabili le umane cose riuscirebbero; nè tuttora gl’imperj vedrebbersi e vicende e stato e signore cangiare. Le virtù che dan regno, facilmente il mantengono. Ma, se all’attività la inerzia, se alla moderatezza ed equità l’arbitrio e la prepotenza sottentrano, cangiasi con i costumi la sorte; che sempre dal men buono al migliore si trasferisce il dominio. Campi, mari, città, ogni cosa al valore obbedisce. Molti uomini pure infingardi, golosi, ignoranti, e rozzissimi quasi pellegrini pel mondo trapas-

a costoro, attendendo essi contro natura al corpo soltanto, l’anima un inutile incarco riesce. E la lor vita e la lor morte del tutto reputo eguali, poichè d’entrambe si tace. Quegli dunque a me sembra aver anima e vita, che nelle illustri imprese, nelle utili arti, fama ricerca. Ma ne son molte le vie, e Natura a ciascuno diverse le addita.

I

Agli uomini, che ambiscono esser da più degli altri animali, conviene con intenso volere sforzarsi di viver chiari, e non come bruti, cui natura a terra inchinò, ed al ventre fe’ schiavi. Anima e corpo siam noi: a quella il comandare si aspetta, a questo il servire. Coi Numi l’una, colle bestie l’altro accomunaci. Parmi perciò, che assai più gloriarci dobbiam dell’ingegno, che della forza; e che, di una breve vita godendo, lunghissima s’abbia a lasciare di noi la memoria. Beltà e ricchezze son fragile e passeggiera gloria: la virtù, è illustre ed eterna. Grande pure ed antica contesa fra gli uomini ell’è; se al guerreggiare più giovi la robustezza del corpo, o dell’animo; dovendosi prima il consiglio, e immediatamente poscia la mano adoprare. Ma, ciascuna di queste doti per se non bastando, l’una dell’altra abbisogna.

III

Bello il giovar ben oprando alla patria; bello altresì il ben dire: in pace, come in guerra, fama si acquista: e chi oprava, e chi gli altrui fatti scrisse, ottien lode. E, benchè questi a quelli non si pareggino nella gloria, difficilissimo pure io reputo lo scrivere istorie; sia perchè non voglion esser parole minori dei fatti; sia perchè lo scrittore, il mal oprar biasimando, tacciato vien egli d’invidioso e maligno; narrando poi le virtù grandi e le glorie del buoni, ove la comune capacità non soverchino, credute son elle, ed il lettor non offendono; ma se l’avanzano, le reputa favole. Io, giovinetto ancora e bramoso, mi trovai, come i più, trasportato nei pubblici affari; ed ivi contrarietà provava non poche; signoreggiandovi, non modestia, parsimonia e virtù, ma prodigalità, cupidigia ed audacia. E benchè l’animo mio, non per anche corrotto, questi e molti altri rei costumi schifasse; pure la mia debile età trovandosi dall’ambizione degli onori allacciata, a par degli altri era io e della fama smanioso, e della invidia bersaglio.

IV

Ma, dopo molte angustie e pericoli, al fine in calma rientrato, e fisso di vivermi in pace lontano da ogni pubblico affare, non volli accidiosamente un ozio prezioso consumare in agricoltura, cacce, domestici uffizj; ma ritornato ai già intrapresi studj, da cui mi aveva la stolta ambizione rimosso, ristrettamente a scrivere impresi quelle Romane cose, che degne di memoria mi parvero: tanto più, che nè speranza, nè timore, nè amore di parte, non m’ingombravano l’animo. Io perciò narrerò la congiura di Catilina, quanto più veracemente e breve potrò: come cosa, per la novità del delitto e del pericolo, memorabilissima. Ma prima di tutto io debbo di codest’uomo accennare i costumi.

VI

Roma (com’è fama) fondata era, e nei principj suoi governata dai Trojani sotto Enea fuggitivi e vaganti; ai quali si univano poi gli Aborigeni, uomini rozzi, da ogni legge e freno disciolti. Incredibile a narrarsi, come costoro diversi d’origine lingua e costumi coabitassero in pace. Ma, cresciuti poi in numero civiltà ed estensione, da una certa loro prosperità e potenza nasceva, come suole fra gli uomini, l’invidia altrui. Quindi i Re e i vicini popoli, con guerre a provocarli; pochi de’ loro amici a soccorrerli; i più, intimoriti, a scostarsi dai loro pericoli. Ma i Romani, in città ed in campo solleciti sempre, ad incoraggirsi l’un l’altro disposti, ad affrontare i nemici, a difender con l’armi la libertà la patria i sudditi. Superati poscia colla virtù i pericoli, ajutavano gli alleati ed amici; cui, più donando che ricevendo, guadagnavansi. Il loro capo chiamavano Re: ma legittimo era il suo impero. Prescegliavano i vecchi di robusto senno a trattare i pubblici affari; e alla eta loro, o alle paterne lor cure alludendo, Padri chiamavanli. Ma i Re, da principio custodi della libertà, e promotori della Repubblica, fattisi dappoi superbi e tiranni, Roma cangiava il governo; elesse ogni anno due capi, stimando in tal guisa frenar la licenza, per cui suole insolentire chi regge.

V

Lucio Catilina, di nobil prosapia, d’animo e di corpo fortissimo, ma di malefica e prava indole, fin dai primi suoi anni le intestine guerre, le rapine, le stragi, e la civil discordia anelando, fra esse cresceva. Digiuni, veglie, rigor di stagioni, oltre ogni credere sopportava; di audace ingannevole e versatile ingegno; d’ogni finzione e dissimulazione maestro: cupido dell’altrui; prodigo del suo; nei desiderj bollente; e più eloquente assai che assennato. Sempre nella vasta sua mente smoderate cose rivolgea, inverisimili, troppo sublimi. Costui, dopo la tirannide di Silla, invaso da sfrenatissima voglia di soggettarsi la Repubblica, buono stimava ogni mezzo, purchè procacciasse a se regno. Vieppiù ogni dì inferocivasi quell’animo, da povertà travagliato e dalla coscienza de’ proprj delitti; figlie in lui l’una e l’altra delle su mentovate dissolutezze. Lo incitavano inoltre i corrotti costumi di Roma, cui due pessime e contrarie pesti affliggevano; lusso, e avarizia. Ma, poichè dei costumi ho toccato, opportuno parmi, ripigliando più addietro, brevemente discorrere gli usi con cui ed in casa e nel campo i maggiori nostri governavano la Repubblica; quanta dopo lor rimanevasi; e come a poco a poco cangiatasi, di felicissima ed ottima, divenisse pessima e scelleratissima.

VII

Allora ben tosto innalzaronsi gli animi, si assottigliaron gl’ingegni. Che ai Re, non insospettiti mai de’ cattivi quanto del buoni, l’altrui virtù si fa sempre terribile. Maraviglia a narrarsi, quanto Roma, ottenuta la libertà, in breve crescesse: cotanto era invasa dalla brama di gloria. La gioventù, appena dell’armi capace, colle fatiche e l’esercizio addottrinandosi andava nel campo: nè di banchetti e dissolutezze dilettavasi, ma di lucide armi e di cavalli guerrieri. Quindi a sì maschi animi nessuna fatica era insolita, nessun luogo era aspro nè scabro, nessun nemico tremendo: ogni cosa avea doma il valore. Ma immensa fra essi di gloria la gara. Ciascuno, ferire il nemico, le mura assalire, e da tutti essere in tal atto osservato studiavasi, ciò ricchezza, ciò fama, ciò somma nobiltà riputando. Di lode assetati, larghi del danaro, massima voleano la gloria, discrete le facoltà. Rimembrerei, dove pochi Romani sconfiggessero moltissime torme nemiche; quali città per natura fortissime espugnassero: ma ciò dal proposito mio troppo svierebbemi.

VIII

Fortuna signoreggia ogni popolo, ed a capriccio suo, non a ragione, lo illustra o l’oscura. Atene, a parer mio, cose bastantemente grandi e magnifiche operava; minori però della fama d’alquanto: ma ricca di scrittori sommi, vennero quindi nel mondo celebrati i suoi fatti per sommi. Tanta si reputa di quegli Eroi la virtù, quanta di que’ begli ingegni fu l’eloquenza. Ma Roma tal copia di scrittori non ebbe: che qual più saggio v’avea, più affaticante mostravasi; nessuno v’adoprava senza la mano l’ingegno; ogni ottimo voleva anzi fare, che narrare; e che altri i suoi fatti lodasse, anzi ch’esso gli altrui.

IX

In casa quindi ed in campo, illibati costumi; massima concordia, cupidigia pochissima; e giustizia e bontà, più assai che dalle leggi, dalla natura promosse. Le discordie, i litigj, gli occulti rancori, contro ai nemici sfogavansi; da Romano a Romano, solo in virtù gareggiavasi. Nel culto divino pomposi, parchi in casa, nell’amicizia fedeli. Due sole arti i Romani reggevano e Roma; in guerra, ardimento; in pace, giustizia. E prova ne sia, l’aver essi più spesso punito in guerra coloro che contro l’ordine avesser combattuto, o che a raccolta udendo suonare non avessero tosto lasciata la pugna; che non quelli che osato avessero abbandonar le bandiere od il campo al nemico. In pace poi governavano più con benefizj che col timore; ed offesi, del perdonare assai più che del vendicarsi godevano.

XI

Ma, più che l’avarizia, vi potea da prima l’ambizione: vizio che almeno l’apparenza mantiene della virtù. Il buono e l’inetto del pari desiderano e gloria, ed onori, e comando; ma quegli per la retta via, questi, cui mancano le vere arti, con frode ed inganni vi si spinge. Scopo dell’avarizia è il danaro, cui niuno savio desidera: questa, quasi veleno, ogni corpo ed animo virile ammollisce; immensa, insaziabile sempre, nè l’acquistare, nè il perdere la minorano. Ricuperata da Silla la Repubblica con l’armi, a buoni principj tosto seguirono pessimi effetti; ciascuno rapire, tirare a se; questi desiderar l’altrui casa, quegli le ville; tutti, senza modo e vergogna usar la vittoria con crudeltà e abominazioni nei loro concittadini. Aggiungevasi a tanti mali l’esercito capitanato già in Asia da Silla, e da lui, contro l’antica disciplina, per renderselo fido, con doni e licenza corrotto. Gli ameni e voluttuosi luoghi aveano la ferocia di que’ soldati effeminata nell’ozio. Quivi per la prima volta avvezzavasi il Romano esercito agli amori, ai banchetti, alle statue pitture e vasi preziosi; cui di nascosto poi e in palese predava, i templi spogliando, ed ogni sacra e profana cosa contaminando. Cotali soldati, vincitor divenuti, nulla ai vinti lasciarono. Nella prosperità, che i savj stessi sopportano a stento, poteano mai quei corrottissimi moderatamente adoprar la vittoria?

X

Ampliata così da virtù e giustizia la Repubblica, soggiogati i maggiori Re, oppresse le più feroci e potenti nazioni, sradicata l’emula Cartagine, e fattasi in somma Roma signora del Mondo, cominciò a incrudelire Fortuna, ogni cosa sossopra mandando. Quegli uomini stessi, che fatiche, pericoli, dubbj e difficili eventi lievemente avean sopportato, all’ozio e alle ricchezze di loro indegne non ressero. Crebbe da prima l’avidità d’arricchire, poi di signoreggiare: e da queste, ogni danno. Dall’avarizia corrompeansi la fede, la probità, ed ogni altra virtù; sottentravano ad esse superbia, crudeltà, venalità, irreligione. Dall’ambizione la sincerità distruggevasi; altro s’ebbe nel petto, altro su i labri; amicizie ed inimicizie non le contrasse l’onesto, ma l’utile; a bontà si compose più il volto che il cuore. Crescevano a poco a poco tal pesti, di tempo in tempo dalle leggi frenate: quando poi fu universale il contagio, nella mutata città, di giustissimo ed ottimo ch’era il governo, crudele e intollerabile diveniva.

XII

Così dunque salite in onor le ricchezze, e procacciando esse gloria potenza ed impero, s’intorpidì la virtù; la povertà fu riputata ignominia; la innocenza, rimprovero. Quindi e lusso e cupidigia e superbia invasero i giovani, che al rapire, allo scialacquare si diedero; al non curare le proprie, all’invidiare le altrui facoltà; sfrenatamente la vergogna la pudicizia le umane e divine leggi sprezzando. Erano a vedersi i palagj e le ville dai privati innalzate a guisa di città, a paragon de’ Tempj dai nostri religiosissimi avi eretti agli Dei. Decoravano quegli antichi i lor santuarj colla pietà, colla gloria le case: nè altro ai vinti toglievano che il poter loro nuocere. I moderni, all’incontro, inettissimi uomini, scelleratamente agli alleati rapiscono le cose stesse dai fortissimi loro maggiori ai nemici lasciate: quasi che l’oltraggiar fosse reggere.

XIII

A che rammenterei ora io gli eccessi, da chi veduti non gli ha, non credibili? da molti privati disfatte le montagne e appianate; edificati i mari; delle ricchezze in somma vergognosamente abusato da chi onestamente usarle potea. Gli stupri, i luoghi da ciò, ed ogni altra effeminata dissolutezza, appassionatamente cercavansi: donnescamente prostituivansi gli uomini: sfacciatamente impudiche le donne: nell’imbandir laute mense, il mare depredato e la terra: nè sonno, nè fame, nè sete, nè freddo giammai, nè stanchezza, aspettarsi: preoccupati i bisogni tutti dal lusso. Sì fatti vizj impoverivan la gioventù, e la spingevano quindi ai delitti. Male avvezzi quegli animi guasti, non poteano i lor desiderj frenare oramai: onde vieppiù smoderatamente si davano ad ogni guadagno e allo spendere.

XIV

In cotanta e così corrotta città, difficile a Catilina non era l’attorniarsi in numeroso corteggio d’ogni più scellerato ed infame. Chiunque, impudico, adultero, banchettatore, avea fra queste arti straziati i beni paterni; e chi era oppresso dai debiti contratti per comprare la impunità di diversi delitti; e quanti parricidi, sacrileghi, convinti rei o vicini ad esserlo: e quanti o dalla spergiura lingua, o dalla insanguinata mano alimenti ritraevano; tutti in somma coloro, cui ribalderia, povertà, e mala coscienza angustiavano, di Catilina famigliari eran tutti e suoi intimi. E se un qualche innocente nella di lui amicizia incappava, la domestichezza e le lusinghe facilmente simile e pari agli altri il rendevano. Ma guadagnarsi bramava principalmente i giovinetti; i di cui animi molli, e per età volubili, con inganni agevolmente adescavansi. Onde, a chi donne, a chi cani e cavalli, secondo le loro brame, provvedea; non al decoro perdonando nè a spesa, purchè se gli rendesse obbligati e fedeli. Molti credettero, il so, che costoro in casa di Catilina si prostituissero: ma una tal fama su congetture più che su fatti fondavasi.

XV

Catilina, fin dall’adolescenza di molti nefandi stupri colpevole, viziata ebbe una nobil vergine, una Vestale; ed altri simili delitti, commesso contro le umane e divine leggi. Innamoratosi egli poi d’una Aurelia Orestilla, (di cui, tranne la beltà, nulla erane lodato dai buoni) temendo costei del figlio di Catilina già adulto, mal si arrendeva ella a sposarlo. Onde per certo si crede, che Catilina stesso uccidesse il proprio figliuolo, così alle scellerate nozze la casa sgombrando. Quest’atrocità, a parer mio, principalmente lo spinse a vieppiù affrettar la con- giura; non potendo d’allora in poi quell’animo contaminato, in odio agli Dei e agli uomini, nè giorno nè notte ritrovare mai pace; cotanto nell’irrequieta fantasia martellava il rimorso. Pallido quindi ed esangue costui, bieco gli occhi, or furioso movendosi, or lento, al contegno ed al volto insano mostravasi.

XVI

La gioventù da esso, com’io diceva, sedotta, egli frattanto ammaestrava in più modi a male opre: il falso attestare, contraffar le firme, fede ricchezze e pericoli tener in non cale. Diffamati poi, e d’ogni vergogna spogliati, promoveali a maggiori misfatti. Ove anco non occorresse il commetterli, affinchè nell’ozio non intorpidissero il coraggio e la mano, com’uomo per natura pessimo e crudele, facea loro ed innocenti e colpevoli del pari assalire e svenare. A tali amici e compagni Catilina affidatosi, e sapendo inoltre, essere in ogni parte i debitori moltissimi, e parecchi soldati di Silla per prodigalità impoveriti, memori delle antiche rapine e vittorie, anelare la guerra civile; deliberò egli alfine di opprimere la repubblica. Esercito allora in Italia nessuno: Pompeo, nei confini ultimi dell’impero guerreggiava: insperanzito assai Catilina del Consolato: sospetto nessuno in Senato: tranquilla e sicura ogni cosa, a’ suoi disegni arrideva.

XVII

Perciò circa il principio di Giugno, Consoli Lucio Cesare, e Cajo Figulo, cominciò egli ad esortare separatamente gli uni, esplorar gli altri, le forze sue, la non provvista Repubblica, e gli alti vantaggi della congiura esponendo. Chiarite a suo senno le cose, i più necessitosi ed audaci adunò, Intervennervi, dei patrizj, Publio Lentulo Sura; Publio Autronio; Lucio Cassio Longino; Cornelio Cetego; Publio e Servio Sulla, figli di Servio; Lucio Vargontejo; Quinto Annio; Marco Porzio Lecca; Lucio Bestia; Quinto Curio: dei cavalieri, Marco Fulvio Nobiliore; Lucio Statilio; Publio Gabinio Capitone; Cajo Cornelio: molti nobili inoltre delle colonie e municipj. Parecchi altri nobili occultamente consapevoli della congiura, meno che da povertà o da altra strettezza, dalla speranza del governare eran mossi. Del resto i giovani pressochè tutti, e principalmente i nobili, favorivano Catilina; come quelli che viver volendo oziosi nella mollezza e nel lusso, ed anteponendo al certo l’incerto, più nella guerra che nella pace speravano. Marco Licinio Crasso ne fu tenuto conscio da alcuni, volendo egli abbassata da chiunque si fosse la potenza del da lui odiato Pompeo, capitano allora di un grande esercito: e lieve credendo, ove riuscisse la congiura, di farsi egli capo dei congiurati.

XVIII

Già erasi un’altra congiura tentata da pochi, tra cui Catilina. La narrerò io quanto più schiettamente il potrò. Consoli Lucio Tullo e Marco Lepido, eletti per loro succedere Publio Autronio e Publio Sulla, convinti questi di comprati suffragj, esclusi e puniti ne vennero secondo le leggi. Poco dopo a Catilina reo di concussione fu inibito il Consolato, perchè, fra il prescritto tempo, non s’era egli discolpato. Un nobile giovane era in Roma a que’ tempi, chiamato Gneo Pisone: povero, fazioso, audacissimo: la cui indigenza e i perversi costumi incitavanlo a perturbar la repubblica. Con costui Catilina ed Autronio, circa il dì cinque Decembre, accordarono di uccidere in Campidoglio ai primi di Gennajo Lucio Cotta e Lucio Torquato Consoli. Dovean essi poi, fattisi Consoli a forza, Pisone spedire con un esercito per occupare le Spagne. Traspirò la cosa; perciò differirona al dì cinque Febbrajo la strage; e allora, non i Consoli soli, ma molti Senatori altresì disegnavano trucidare. E se Catilina troppa non affrettavasi a dar segno ai compagni nel Foro, quel giorno dalla fondazione di Roma in poi riuscito sarebbe il più scellerato ed orribile; ma, il non esservisi adunata in armi per anco gente bastante, guastava l’impresa.

XIX

Pisone dappoi fu mandato Questore con autorità pretoria nella Spagna citeriore, ad istanza di Crasso, che lo sapea nemico di Pompeo. Nè al Senato spiacea di assegnargli quella provincia; bramando piuttosto lontano dalla Repubblica un uom sì perduto. Molti anche de’ buoni stimavano Pisone un ostacolo al poter di Pompeo, che oramai diventava terribile. Ma Pisone, strada facendo per la provincia, dalla cavalleria Spagnuola del suo proprio esercito venne ucciso. Chi volle, che quei barbari non ne potesser patire gl’ingiusti superbi e crudeli comandi: chi disse, che que’ soldati invecchiati con Pompeo, ed a lui fedeli, per ordine suo lo assalissero; che gli Spagnuoli, già soggiaciuti altre volte a molti imperi crudeli, commessa mai non aveano cotale misfatto. Io non saprei che decidere. Ma, di questa prima congiura, ciò basti.

XX

Catilina, adunati ch’ebbe i congiurati ch’io dissi, benchè con ciascuno avesse praticato più volte, stimò pure doverli tutti riunitamente esortare. Perciò nel più intimo delle sue case con essi soli ritrattosi, così loro parlò: « Se il valor vostro e la fede non conoscessi per prova, indarno opportuna occasione ed alta speranza di dominio mi si sarebbero appresentate: nè io per dappocaggine o leggerezza il certo abbandonerei per l’incerto. Ma, in molte e grandi occorrenze, avendovi io conosciuti e forti e fedeli, accingermi ardisco alla più grande ed illustre impresa che mai si tentasse: tanto più, ch’io so non aver voi altro utile nè altro danno che il mio, e che il bramare e schifare le cose medesime, pegno egli è d’amicizia il più fermo. Io la mia mente a ciascuno di voi già separatamente dischiusi: ma di giorno in giorno vieppiù mi s’infiamma il coraggio, pensando qual vita ne avanzi, se in libertà non ci torniamo noi stessi. Dacchè la Repubblica è preda dei pochi, ad essi le genti, i Tetrarchi, i popoli, i Re, tributarj obbediscono: noi tutti, ardimentosi, dabbene, nobili, ignobili, noi tutti siam volgo, senza autorità, senza credito; e soggetti siamo a taluni, che, se fosse in vigor la Repubblica, di noi tremerebbero. E favori perciò, e potenza, ed onori, e ricchezze, stan presso loro, o presso cui voglion essi: ripulse, condanne, indigenza, e pericoli, lasciano a noi. Ora, fin quando, o fortissimi, cotal vitupero soffrirem noi? Anzi che una misera obbrobriosa vita, e fatta oramai dell’altrui superbia ludibrio, senza onore si perda; non è egli meglio da forti perire? Ma, gli uomini attesto e gli Dei, ch’ella sta in noi la vittoria: in noi, di gioventù e di valore bollenti; non in costoro, fra le diuturne ricchezze invecchiati, inviliti. A noi basta il por mano; per se medesima l’opra si compie. Qual uomo di virile animo soffrirà, che ricchezze a costoro sopravanzino da fabbricar nei mari, ed i monti appianare, mentre il necessario perfino a noi manca? Due e più palagj a costoro; a noi un tugurio neppure? Statue, vasi, intagli, pitture, essi mercano; edificano, distruggono, riedificano; in ogni modo in somma l’accumulato danaro profondendo, le lor ricchezze pur vincono il lusso. Povertade abbiam noi nelle case, e debiti fuori; cattivo il presente; pessimo dell’avvenire l’aspetto: che altro ci resta oramai, fuorch’una vita infelice? E che? non vi destate per anco? Eccola, eccola, che a voi davanti si para quella cotanto sospirata libertà: e le ricchezze con essa, lo splendore, la gloria. Tanto dà in premio ai vin-

XXI

Udito che l’ebber coloro, cui, d’ogni sciagura forniti, nè bene rimanea nè onesta speranza; benchè ad essi l’intorbidar l’altrui pace guadagno sommo paresse; molti pure vollero chiarire a quai patti s’avrebbe a far guerra, quai ne sarebbero i premj, donde le speranze e gli ajuti. Catilina allora promettea: di annullare ogni debito; di proscrivere i ricchi; ed inoltre, magistrature, sacerdozj, rapine, e quant’altre cose la guerra e l’insolenza dei vincitori dietro si trae. Aggiungeva; essere a parte dell’impresa, Pisone in Ispagna, Sizio Nucerino nella Mauritania, ambi coi loro eserciti; Cajo Antonio necessitosissimo uomo ed intimo suo, chiedere il Consolato, e sperarselo egli collega: ove il fosse, sarebbero essi i primi all’oprare. Scagliando inoltre invettive assai contro i buoni, ad uno ad uno i suoi encomiava: a questo la propria povertà esponeva; a quello la di lui cupidigia; i pericoli e l’ignominia ad alcuni; le vittorie di Silla e il bottino a molti altri. Vedendoli poi tutti animosi, esortatili ad avere queste sue parole a petto, l’adunanza disciolse.

XXII

Dissero alcuni, che Catilina dopo l’arringa li costringesse a giurare con orribili imprecazioni, delibando, come suol farsi nei riti sacri, una tazza; ma piena di umano sangue misto con vino: e che dopo svelasse loro il suo inganno; per ragione adducendone ch’essi, consapevoli l’un l’altro di una sì orrenda empietà, tanto più fidi fra lor rimarrebbero. Molti, e queste ed altre cose stimarono inventate da coloro, che con l’accrescere l’atrocità del delitto dei giustiziati, credevano scemare l’odio in cui era incorso dacchè condannati gli ebbe. Io tali cose, benchè importanti, non le potei chiarir mai.

XXIII

Era fra i congiurati un Quinto Curio, nobil uomo, di delitti e d’infamia coperto, e dai Censori pe’ suoi tanti obbrobrj espulso già dal Senato. Costui non meno leggieri che audace, nè le altrui cose tacea, nè le proprie scelleraggini; nulla più al dire che al fare badando. Da molto tempo disonestamente usava egli con Fulvia, nobil donna; da cui men gradito vedendosi perchè meno donarle potea, cominciò ad un tratto a vantarsi di darle mezzo mondo; quindi a minacciarla coll’armi, se lo tradiva; e a vieppiù in somma inferocire ogni giorno. Fulvia, intesa la cagione di questa nuova superbia, correndo la Repubblica un sì grave pericolo, a molti la congiura di Catilina svelò, null’altro occultando che il nome di Curio. Ciò grandemente gli animi accese a desiderare per Console. I nobili, fino a quel dì, fremendo d’invidia contro il popolo, contaminata stimavano tal dignità, ov’ella in un uomo nuovo, ancor che egregio, cadesse: ma la superbia e l’odio in faccia al pericolo tacquero.

XXIV

Perciò nei comizj eleggevansi Consoli e Cajo Antonio; il che da prima i fautori della congiura turbò. Ma non s’allentava in Catilina il furore; anzi ogni giorno più macchinando, i luoghi d’Italia a ciò opportuni d’armi riempiva; danari, su la propria o su l’altrui fede accattati, in Fiesole radunava presso ad un Manlio, che a cominciar poi la guerra fu primo. Dicesi, che allora uomini assai d’ogni specie traesse egli a se; e alcune donne altresì, le quali da prima col trafficar di se stesse reggendo allo smoderato lor lusso, per età poi rimaste del guadagno deluse, e non de’ vizi spogliate, si erano seppellite nei debiti. Per mezzo di esse credea Catilina potersi gli urbani servi guadagnare, Roma incendiare, i loro mariti acquistarsi, ovver trucidarli.

XXV

Era fra queste, Sempronia, donna di virile ardimento più volte mostratasi. Nobile costei e avvenente; di marito avventurata e di figli; nelle greche e latine lettere erudita; cantare e danzare, meglio che ad onesta spettasse, ed ogni altra libidinosa arte possedeva. Alla pudicizia e all’onore anteponeva ogni cosa; se del danaro più prodiga o della fama foss’ella, difficile a dirsi: lasciva così da richiedere più spesso ch’esser richiesta. Tradita da lei già spesse volte la fede; negato con ispergiuri il deposito; negli assassinj frammistasi; dall’indigenza e dal lusso agli estremi ridotta. Ma di non mediocre ingegno dotata, e motteggiare e verseggiare sapea, e il sermone, or modesto or provocante ed or tenero, con piacevolezza e garbo sommo condire.

XXVI

Di simili fautori munito, Catilina ardiva pur chiedere il prossimo Consolato; sperando, se eletto veniva, di governar egli Antonio a sua posta. Quindi, irrequieto pur sempre, incessanti insidie a tendeva: cui non mancavano però stratagemmi ed astuzie a schermirsi. Già nell’entrare egli Console, con promesse guadagnata Fulvia si avea, la quale per mezzo del poc’anzi mentovato Curio, svelavagli di Catilina ogni passo: e al collega Antonio accordando egli la scelta della provincia, alquanto più favorevole alla Repubblica fatto lo aveva. Cicerone inoltre molti amici e clienti in propria difesa occultamente dintorno teneasi. Vennero i Comizj, e non riuscirono a Catilina nè la domanda, nè le insidie nel Campo Marzio tese ai Consoli. Perciò, tornatigli a danno e a vergogna gli occulti mezzi, per tentare gli estremi partiti alla guerra appigliossi.

XXVII

A Fiesole e in quella parte d’Etruria rimanda egli dunque Cajo Manlio, un Settimo Camerte ne’ Piceni, Cajo Giulio nella Puglia, ed altri altrove, secondo che adatti li reputa. Egli macchina in Roma frattanto; al Console aguati, alla città incendj prepara; d’armati circonda i luoghi opportuni; s’arma egli stesso; e giorno e notte all’altrui disciplina vegliando, non mai per vigilie nè per fatiche si stanca. Ma di attività cotanta non raccogliendo egli alcun frutto, da Marco Porzio Lecca riadunare fa i capi della congiura a notte inoltrata. Quivi della loro dappocaggine molto dolutosi, dice aver egli avviato nella Etruria Manlio verso la gente all’armi già destinatavi, ed altri altrove, affinchè le ostilità cominciassero: e sospirare egli stesso di raggiunger gli armati, oppresso appena quel , che a’ suoi disegni era l’ostacol maggiore.

XXVIII

A tai detti, mostrandosi tutti gli altri atterriti ed incerti, Cajo Cornelio, Cavaliere, e Lucio Vargontejo, Senatore, fermarono d’introdursi con armati in quella notte stessa da , come per visitarlo, e nella propria casa improvvisamente inerme assalitolo, trucidarlo. Ma Curio, avvisato del grave pericolo che a Cicerone sovrasta, per mezzo di Fulvia, prontamente il preparato inganno gli scopre. Vietato perciò agli assassini l’ingresso, siffatto delitto a vuoto mandavasi. Manlio intanto nell’Etruria instigava la plebe, che per indigenza e per risentimento dell’essere stata affatto spogliata dalla tirannide di Silla, invogliata erasi di novità. Radunava inoltre d’ogni specie ladroni, che molti quella provincia ne avea, ed alcuni soldati di Silla, che avevano in dissolutezze e lusso consunte le loro rapine.

XXIX

Sapendo ogni cosa, mosso dal doppio pericolo, più non potendo egli a lungo per se solo difendere la città, nè appurando quanto e qual fosse di Manlio l’esercito, riferì al Senato la congiura, che già fra il volgo vociferavasi. Il Senato, come suole nelle gravi urgenze, ordinò ai Consoli di adoperarsi affinchè la Repubblica detrimento non ricevesse. Queste parole in Roma conferivano ai Consoli autorità illimitata, di arruolare, far guerra, affrenare in qualunque modo e gli alleati e i cittadini, nella città e nel campo comandare e giudicare sommariamente: diritti non mai dati al Console, se non per espresso comando del popolo.

XXX

Lucio Senio Senatore lesse pochi giorni dopo in Senato lettere di Fiesole, che dicevano; Cajo Manlio aver preso con infinita gente le armi il dì sesto di Novembre. A un tempo stesso, come suolsi in simili casi, gli uni annunziavano maravigliosi prodigj, gli altri nuove congiure; armi raccogliersi; Capova e la Puglia di armati servi tumultuare. Decretò allora il Senato, che si portasse Quinto Marcio Re in Fiesole, Quinto Metello Cretico nella Puglia e contorni. Ad entrambi questi

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