Front matter
ct ct
ct ct
ct ct
A Giuseppina Pacini Aganoor mia madre
ct ct
Mamma Cara,
Tu hai vinto tutte le mie antiche e vivissime ripugnanze con tre parole: «Fallo per me.» — Eccoti dunque il volume delle mie liriche. Chi seppe dei miei pertinaci rifiuti agli stimoli dei maestri e degli amici, e ai cortesi inviti degli editori, dirà ora con un sogghignetto beffardo: — «Oh finalmente, ecco dunque il famoso topo della leggendaria montagna!» — Ma io col pensiero vedo il mio volumetto nelle tue mani — la mia anima nelle tue mani — ti vedo sorridere... e mi basta.
Venezia ’99.
Questa la dedica che ti destinavo, mamma, quando la notte di dolore non era ancora discesa sulla mia anima... Tu non vedesti la dedica, non vedesti il volume... «Ma soltanto adesso nella tua nuova vita (consentite Antonio ch’io ripeta le vostre parole) «soltanto adesso con la tua potente visione di spirito» hai potuto leggere tutto il libro nel suo fondo oscuro, vedere gl’incerti pensieri, le varie fantasie, le passioni onde uscì verso a verso, lento e triste, portandone seco l’ombra; soltanto adesso che meglio mi sai e meglio mi ami, non curando lodi nè censure altrui, cingendoti, nella memoria, con le mie braccia, lo consacro a te.
Venezia, aprile 1900.
Prefazione. "Mai!"
ct ct
Sotto la luna i mille cavalieri, come a squillo che chiami alla raccolta, vanno, volano, ansanti, a briglia sciolta, curvi sul crine dei cavalli neri.
Ciechi, folli, non vedono, sui vaghi poggi, il grappolo offrirsi dalle viti, nè i casolari lampeggiar gl’inviti di pace, in riva agli assopiti laghi.
No, no, no! Solo, luminoso, alato, bello d’una terribile bellezza, con voce di comando e di carezza chiama il sogno da tanti anni sognato.
Laggiù laggiù tenacemente chiama e laggiù l’orda turbinosa vola credula, dove una crudel parola spegnerà il foco dell’accesa brama.
Sta l’orrenda parola nel profondo dell’abisso, che attira avido e inghiotte chi le malìe sfidando della notte corre ai miraggi che non son del mondo.
Ma che val! me che importa! — Il sogno mente; tutto è invano! — Che importa? Avanti! io sono con voi, fratelli! e sprono e sprono e sprono il mio cavallo disperatamente.
Prima parte: Leggenda eterna
ct
I. Il Canto dell'amore
ct ct
Può dunque una parola, una sommessa parola, detta da un labbro che trema balbettando, valer più d’un poema, prometter più d’ogni miglior promessa? può levarsi, a quel suono, una dimessa fronte, raggiando, qual se un diadema la cinga, e può dar tanto di suprema gioia, che quasi ne rimanga oppressa l’anima?... Io credo svelga oggi dai cuori ogni ricordo d’amarezza, ormai sazio d’umane lagrime, il destino. È così certo! non mai tanti fiori ebbe la terra, e il cielo non fu mai nè così azzurro, nè così vicino!
II. Il Canto del dubbio
ct ct
Tace nella notturna estasi il cielo: come d’oblìo profondo in un magico avvolto immenso velo cade nel sonno il mondo.
— O luna! apporti al core, che le aspetta, le soavi novelle? Ancor m’ama? — Risponde: — È tardi, ho fretta: domandalo a le stelle. —
Da le stelle qualcun par che mi guardi pietoso... — Oh dite! ancora m’ama? — E gli astri rispondono: — È già tardi, domandalo all’aurora. —
Mesta l’aurora ecco dal mar salire velata insino ai piedi. — M’ama? — Chiedo. Risponde: — Io nol so dire; alle nubi lo chiedi. —
E delle nubi alla crescente notte ecco il mio grido suona. Rispondono con lagrime dirotte: — Povero cor!... Perdona! —
III. Il Canto dell'odio
ct ct
Fugge al mar nelle fredde ombre del vespero una fanciulla dalle guance smorte. Non ha negli smarriti occhi più lagrime ma il gran proponimento della morte.
Laggiù, tra lieti amici, allettan facili trionfi e vani amori un freddo core obblioso; laggiù di plausi echeggiano le affollate per lui stanze sonore.
Dagli abissi, improvviso, assorge un demone e passa nella notte alto gridando: — Possa tu come un disperato piangere, quella morta fanciulla indarno amando. —
Adolescentula
Quando t’ho conosciuto era d’aprile, quel mese traditore che nell’ebbrezza del nascente amore pinge ogni cosa d’un color gentile. Quando t’ho conosciuto era d’aprile!
E al di là della siepe io t’ho veduto. Tornavi polveroso dalla caccia; eri solo, eri pensoso. Mi rivolgesti un timido saluto. Al di là della siepe io t’ho veduto.
Tornavi dalla caccia; sul cappello, largo e bruno, un irsuto pennacchio; la giacchetta di velluto, lo schioppo a spalla e... mi sembrasti bello sotto la larga tesa del cappello.
Io tornavo dal bosco ov’ero andata a coglier dei ciclami; del mio sentier fra gl’intrecciati rami ti sarò parsa una silvestre fata di quei freschi ciclami incoronata!
Ed era, ben ricordo, era il tramonto; veniva su dai prati l’alito sano dei timi falciati, la fragranza che vince ogni confronto; ed era, ben ricordo, era il tramonto!
Ma finì quella dolce primavera. Ti rividi soltanto l’inverno, in un salotto, ed eri tanto diverso, Dio! nell’abito da sera, coi solini alti e la cravatta nera!
Io ripensai quei giorni spensierati e le campestri danze, quei sogni, quel desìo, quelle speranze di due giovani cori innamorati, e ripensai quei giorni spensierati!
O fresco aprile, o sano odor di timo! Ridir t’udii tra i crocchi, una volgare celia, ti vidi, ignobile giullare, di que’ tuoi lazzi rider tu pel primo. O fresco aprile, o sano odor di timo!
Tu nuove arguzie rimestando in mente di me non t’eri accorto. Io tremai come se vedessi un morto, un caro morto amato inutilmente, tra quella folla gaia e indifferente.
Sul cor mi cadde, come un velo fosco, un subito sgomento. E a chi di te mi chiese in quel momento io rispondere osai: — Non lo conosco! — Sul cor mi cadde come un velo fosco.
Finalmente!
Dunque domani! il bosco esulta al mite sole. Ho da dirvi tante cose, tante cose! Vi condurrò sotto le piante alte, con me; solo con me! Venite!
Forse... — Chi sa? — non vi potrò parlare subito. Forse, finalmente sola con voi, cercherò invano una parola. Ebbene! Noi staremo ad ascoltare.
Staremo ad ascoltare i mormoranti rami, nello spavento dell’ebrezza; senza uno sguardo, senza una carezza, pallidi in volto come agonizzanti.
"Tutto quel che l'orgoglio....."
Tutto quel che l’orgoglio avea dettato nei lunghi giorni dell’attesa al core, nei lunghi giorni dell’obblìo, nell’ore dell’odio (sì dell’ odio!), oggi ho scordato. 5E di vane speranze e di dolore, per l’immenso tesor che m’hai costato se un giorno io t’ho con tenerezza amato, t’adoro adesso con selvaggio ardore. Tu solo, tu mia gioia e mio tormento, 10che negli sguardi appassionati e mesti chiudi tanta d’impero alta malìa, tu che in ogni splendor vivere io sento, solo tu, solo tu, vincer sapesti questa non mai domata anima mia!
L'Ave
Alfine, alfine! ecco tutte le cose tacciono; il mondo tace. Regina o schiava qual mi vuoi abbimi! è questo il momento, per questo l’universo aspettava.
Certo aspettava da cento secoli, e tutti chiedeano: — Che attende? E perchè questa tenace estasi, e tanto accendersi di stelle come faci a una festa?
Ecco la febbre dell’ora, scote di palpiti novi le Pleiadi e nel vento passa l’annuncio... O mio amore, unico amore, udisti l’Ave del firmamento?
O dolce notte...
O dolce notte, o notte chiara, ad un’altra somigliante, un’altra tanto lontana! O lunghi sguardi, o rotte parole, o gioia nel core compressa! Mi ripeteva: — Sempre! Sempre! — e l’anima bevea quella promessa.
Beveva quel veleno benedicendo alla vita e all’amore; or egli, sotto il limpido sereno, a un altro cor che innamorato cede la bugiarda parola osa ripetere. E un altro cor gli crede.
Ritorno
Al suo tornar nella solinga stanza chiesero l’ombre del nido romito: — Dunque mentiva la dolce speranza? Dunque l’ultimo sogno anche è finito? — Ella sedette e immobile rimase con gli occhi persi in fantasmi lontani: poi finalmente, nascondendo il volto nelle piccole mani, scoppiò in singhiozzi.
Due Novembre
Oh se potessi ancora sognar! ridirmi ancora: — egli m’ama, egli pensa a me, sempre; egli guarda 5questi limpidi giorni e pensa a me; guarda queste serene notti, ed incontro sempre l’innamorato suo pensier mi viene! questa lucente vita 10non gli par bella se non per me sola, e con me sola; tutto l’altro ormai follia, follia, follia, e nessuna parola lo accende e lo consola 15se non gli viene dalla bocca mia.
Quando verrà l’inverno coprendo il cielo d’una bigia trama di nuvole, e cadranno le lunghe piove e le melanconie 20sovra la terra; intorno a me, ch’egli ama, sarà il sole, una calda onda di sole, l’ardente soffio dell’intensa brama, la viva vampa delle sue parole intorno a me, ch’egli ama! 25. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ecco Novembre; s’aprono i cimiteri. Oh se potessi ancora sognar! L’inverno viene 30ed il sol ci abbandona. Oh se potessi ancora sognar! L’inverno viene ed il sol ci abbandona. Cadon le pioggie lente, 35s’aprono i cimiteri; una campana suona interminabilmente.
A un Colibrì imbalsamato
O piccioletto morto, fu bene a te funesta la screziata vesta di smeraldo e rubino! Eri troppo giocondo, eri troppo felice; e se dà gioie al mondo le dà brevi il destino.
A luminosi monti sovra l’abisso oscuro viaggiavi sicuro, e il cielo azzurro e il flutto credevi tuo, credevi eterno quell’immenso tripudio, e non sapevi che solo eterno è il lutto.
Dimmi, piccolo ucciso, in quel tempo beato cui da Dio t’era dato il cielo ampio cercare sulle alucce tue pronte, che mai vedesti, oh dimmi di là di là dal monte, di là di là dal mare?
L’ali aperte ancor tieni, povero amor! Volavi verso brezze soavi dietro un sogno gentile, quando un umano, un forte, ti precideva il volo saettandoti a morte. Oh l’uom, quanto è mai vile!
Mio povero uccellino, un tempo anch’io, lo sai, per l’etere vagai libera, e m’eran ali
— ali ardite e possenti — i miei giovani sogni, i miei palpiti ardenti, le speranze immortali.
Anch’io con volo aperto dietro un sogno d’amore, dietro un amico albore che mi ridea lontano, anch’io fui còlta, e il dardo mi lanciava un nemico ben più del tuo gagliardo che del mondo è sovrano.
Tu, morto sei col sole negli occhi, in mezzo ai fiumi dei silvestri profumi, e a sospirar la festa perduta mancò l’ora. A me, per la tenace cura che mi divora tutta la vita resta.
Aprile
Se mi fossi vicino e ti potessi dir quello ch’io provo, o mio sospiro intenso; dirti che ormai non penso che a te, che ormai non vedo che te, dovunque; e i palpiti, e le pene Dirti. Tu pure io credo o mio tormento, mi vorresti bene. La primavera viene e l’impeto del cor si ringagliarda.
Una febbre si sente di fuggir dalla gente sotto l’amica Luna, stretti mano per man, l’occhio rivolto all’eterna del ciel cupola bruna mentre l’aria d’April ci batte in volto.
Rabbrividir d’amore. restar muti, così, senza guardarsi quant’è lungo il cammino in quel sogno divino, mentre le ardite brezze scambiano baci coi mandorli in fiore, baci fragranti e tepide carezze senz’ombra di sospetto e di rossore.
"Quando ti vidi per la prima volta....."
Quando ti vidi per la prima volta, l’anima mia si chiese: — già non mi vinse il fascino di quello sguardo? e come? e quando? e in qual paese?
Quando parlasti, dentro la memoria risonò l’affiochita eco d’un’altra voce e d’un’altra parola non so più dove udita.
Chiara, precisa, del ricordo strano non una forma sola. Penso e ripenso invano: — di chi fu quella voce? quale fu la parola?
Impressioni di salotto
Lui rideva... Con l’anima negli occhi, le mani l’una dentro l’altra stretta nervosamente e fisse sui ginocchi, ella parlava, a bassa voce in fretta, non curando gli altrui sguardi, gli sciocchi commenti, tutta in un desìo ristretta, assunta fuor degli attornianti crocchi come in un ciel d’ebbrezza maledetta. Lui rideva!... E la donna altera e ambita che per tanti anni, come ascoso tarlo, s’era tenuto in cor l’amore e aveva visto ai suoi piè la folla inesaudita, seguiva a dire, a fremere, a pregarlo spasimando d’angoscia... e lui rideva!...
In treno
Va nella notte l’anelante spettro tra le fragranze dei vigneti in fiore, va nella notte e da conquistatore schiavo il mio corpo si trascina dietro.
Solo il mio corpo, l’inerte persona; ma dal possente che scintille esala ratto si sciolse con un colpo d’ala quel che laccio terren non imprigiona,
Ed a ritroso migra ad un alato fratel che incontro cupido gli viene; libere vie liberamente tiene sui vinti gioghi e il mar signoreggiato.
Sì, lo spettro che torbido viaggia lunge si porti il fremito degli ebbri sensi, il tumulto, le maligne febbri, gl’impeti della mia fibra selvaggia;
E a te venga, e di raggi e fior si valga a parlarti d’amor senza parola tutta l’anima mia, l’anima sola, e la tua cerchi, e le si stringa, e salga!
Sotto le stelle
Dormono i campi, non s’ode una voce. Solo un passo, che male discerno ove sia vòlto, un passo lieve, ritmico, veloce, io nel silenzio della notte ascolto.
Va, va, va, quel notturno pellegrino, e benchè mai non resti, e benchè sempre a un modo segua rapido e uguale il suo cammino, io nella notte lontanar non l’odo.
Va, va, va, come mi passasse accosto sempre, sempre, e fuggisse sempre un persecutore; va, va, il fantasma nell’ombre nascosto che cammina col ritmo del mio cuore.
Io sento io sento che una qualche stilla di vita, egli, passando, mi beve; ai miei pensieri ruba un sogno, al mio sguardo una scintilla, lorda di polve i miei capelli neri.
Io sento ch’egli porta a dei lontani cuori l’oblìo dei voti che travolse il destino, l’oblìo dei cari dì senza domani, l’oblìo di me che a ricordar m’ostino.
"Stelle chiare"
Stelle chiare, voi ridete, nè sapete queste mie pene segrete, queste mie lagrime amare. In quel vostro di quïete curvo mare sono forse velate are su cui vivide spendete sempre liete, sempre ignare, come i ceri sull’altare?
"La vecchia anima sogna"
La vecchia anima sogna... Oh vieni! Andremo come allor, di silenzio e d’ombre in traccia, stretti per man, nella tranquilla sera d’aprile, senza proferir parola. La mia pallida faccia chiuderò intorno come una spagnola nella mantiglia nera, nè tu vedrai le rughe del mio volto già sfiorito, nè i miei grigi capelli.
E torneran giovanilmente belli questi occhi, nelle miti ombre dell’ora; l’anima mia per essi (oh mie velate, stanche pupille che piansero tanto!) manderà lampi ancora,
e ancora evocheremo, nell’incanto d’aprile, le passate estasi, e dolce invaderà lo spirito un bisogno di fede e di preghiera.
Oh nella notte andar di primavera tra le fragranze delle prime rose e la solfa pacifica dei grilli! andar muti così, stretti per mano, nel sonno delle cose e il vivo fiotto dell’amor lontano, come onda che zampilli fresca e improvvisa fuor da un’arsa rupe, erompere dal nostro arido cuore!
Non credi tu che il seppellito amore risorgerebbe?... Oh ch’io riprovi un’ora sola d’ebbrezza, un attimo d’oblìo per le angosce dall’anima patite! Oh ch’io risenta ancora l’impeto nel mio cor di mille vite benedicenti Iddio, Dio che agli uomini diè la giovinezza e alla patria degli uomini l’aprile.
Viene il vento recandomi un sottile odor di selva; annotta, e sui tranquilli campi l’ombre si stendono. Una nota limpida, sale, si ripete, erompe in improvvisi trilli, in una frenesia di gioia, ignota a noi, fatti di fango e di menzogna. La notte ascolta e beve da quel canto l’estasi. La mia vecchia anima sogna.
Diario
ct
Eccomi finalmente sola!... ancora un altro giorno s’è compiuto; ancora io per ore e per ore ho trascinato il mio fantasma tra la gente; ho riso; detto parole; carezzato i bimbi altrui, con gesti lenti di persona tranquilla; ho passeggiato pei sentieri, ch’egli amava, con altri, e visto il velo della sera cader sovra i lontani monti, quei monti che con occhi accesi di gioia, contemplò, la mano stretta nella mia mano. Io feci anche presagi sul tempo, sulle messi e la vicina vendemmia e la raccolta, con sereno accento di serena anima! Alfine eccomi sola! Ancora un altro giorno. Fino a quando, o Signore!
ct
Oggi ho trovato, in un vecchio scaffale, della vecchia musica manoscritta; aveano i tarli ricamato di strani fregi il foglio duro e giallo, consunto un poco e un poco accartocciato ai margini. Lo posi sul leggìo; volli leggere. Le note erano a tratti svanite, ed io, tutta chinata innanzi, decifravo a grande fatica. Ma dai primi accordi un’onda di angoscia parve s’avventasse incontro a me... Più forte io risentii la stretta delle memorie, a me dicea l’antica gavotta, solo due parole: — Mai più; mai più. — Solo quelle due parole dicean le note... Chiusi il foglio; gli occhi più non vedeano... In un lontano giorno, chi sa? qualcuno aprì questa ingiallita carta, sovra il leggìo d’una dipinta
spinetta, tutto intorno istoriata a pastorelle inghirlandate, in rosea veste, su prati in fiore, in riva a laghi cilestrini... Chi sa? Rideva il sole quel giorno sulla terra ed era forse una fanciulla, gli occhi ed il pensiero tutti pieni di luce, assisa innanzi al cembalo... Le note altre parole certo dissero a lei, certo cantarono alla sua giovinezza ebbra, una dolce lusinga, un inno, una promessa sola ma smisurata e perfida: — Domani! —
ct
«Domani!» — ... Che avverrà domani? Quale miracolo potrebbe una speranza risuscitare? Potrà mai la terra fendersi e scoperchiarsi un’inchiodata bara, e di nuovo accendersi due spenti occhi, e una bocca suggellata ancora aprirsi alle parole? Quelle rigide mani, potranno mai come una volta le mie stringere ancora? Ecco, domani io questo penserò, come oggi e ieri e sempre. Così i giorni, i mesi e gli anni passeranno, e dovrò, placida in volto, attendere ai doveri, ai modi, agli usi della vita; sorridere ai cortesi motti, pensare alle mie vesti, e dire parole... Sono tutte eguali ormai l’ore per me, solo la notte è forse più tormentosa. Io penso i riposanti profondi sonni dell’infanzia, i lunghi obblii di quelli abbandonati sonni.
ct
Piove. Certo laggiù, povero morto, è freddo e buio, ma più freddo e buio è qui, qui sulla terra, ove le foglie son tutte gialle, e van col vento, e cadono, cadono, e il cielo copre una gramaglia fredda. È quassù l’algore, in questo immenso deserto, dove sola una smarrita anima va, senza più meta, incontro a un’infinita tenebra, sbattuta dalla tempesta che non posa, in questo inverno di dolore.
ct
Eccole, sono qui tutte le sue lettere! rivive qui la sua man nervosa e scrive in fretta qui sopra il nome mio, chiude, suggella... Non fu ieri? Son tutte entro la bianca copertina. Con quale ansia le apersi in quei giorni lontani, e con qual gioia! Ecco, a questa la stecca impaziente lacerò un canto. Per tre lunghi giorni l’attesi ogni ora, e, nella notte, i sogni eran pieni di lei: giungeva ed era diretta ad altri; o protendea la mano a ghermirla e vedea come in vapore svanire il foglio... Alfine giunse! Alcuni amici conversavano e rideano con me; ricordo che tranquilla in vista la presi, la posai, volsi la spalle alla luce, e più attenta anche mi finsi
alle parole che non più la mente comprendea. Dentro, un palpito che tutta mi scoteva; nessun vide le labbra tremarmi? Certo io le costrinsi a un riso fine e pacato... Dopo... Oh finalmente sola, strappai la carta! Ormai finito è tutto, tutto è vano; e quasi adesso esito a trarne il foglio. Eccolo! steso dinanzi a me, ma gli occhi una parola soltanto posson leggere; una nebbia vela subito gli occhi... È la parola dolce e crudele come la memoria d’una carezza che più mai due morte mani potranno ridonarci: — Cara! —
E tornerà la primavera! I vesperi sereni dell’Aprile torneranno ancora; tornerà l’aria impregnata d’odore, e in alto, in un clamor di gioia passeranno le rondini.
ct
Leggiamo! E tutti i nostri torbidi pensieri siano travolti come dentro un gorgo dagli altrui. Qualche eccelsa anima prenda la nostra come in pugno e la costringa ad ascoltare la sua voce. Il libro intonso, invita. Forse una parola chiude consolatrice? Apriamo a caso. Ecco: — “Quello che fu pei nostri ingenui precursori l’assidua ricerca dell’ideale e della verità e della gloria, le correnti indocili del secol nostro han fatto ora un’industria patentata: l’industria del balocco verbale„. — Vero e triste! Ma che importa a me, che importa dell’arte, del vero della parola? Unico e tremendo vero questa continua tortura
dei ricordi. Potrò mai per un attimo dimenticare? potrò mai le nuvole bianche, come ali bianche, e il sole e i fiori e i prati e il mare, come un tempo, ancora guardar serena, senza udir l’amara domanda dentro: — “Perchè adesso ride la terra? Perchè tutto è ancora in festa? che vale ormai!...„
Seconda parte: Intermezzo
ct
Paesaggi (Nel vecchio parco)
O distese di prati, o sfumature molli di cilestrini colli dai vertici rosati;
Pia brezza vespertina, onde modeste e chete, l’anima mi rendete di quando ero bambina!
Datemi per brevi ore quella vergine mente, quel gran core innocente tutto pieno d’amore;
Scordi l’anima mia, esperta di sventura, che spesso si spergiura e più spesso si obblìa.
Oh fate che a una calda parola, ancora io possa con l’anima commossa dar fede intera e salda!
Pia brezza vespertina, onde modeste e chete, l’anima mi rendete di quando ero bambina!
Impressioni veneziane (Una processione in Cannaregio)
Passa lento il corteo. Forse le prore repubblicane ad acclamar vincenti, tonache e stole un dì non altrimenti moveano, al lume dell’adriache aurore.
Sta sul ponte il corteo. Ma il giorno muore oggi, nei flutti algosi e sonnolenti, ma una pace d’oblio tiene or le genti che fur della lontana Asia il terrore.
Alto su tutti, nella luce spande il perdono del ciel sovra il felice gregge, il Pastor, col gran segno divino.
Laggiù nelle lagune anche un più grande ostensorio balena, e benedice all’arte di Carpaccio e Giambellino.
Schizzo
La Luna rossa e tonda si leva su dai prati lontani, che di cenere la notte ha colorati.
Dell’infinita landa la grigia tinta uguale solo rompe il fantasima d’un candido casale.
Sorride il plenilunio a quel candor; sull’aia un nero cane immobile guarda la luna e abbaia.
Dicembre
Qua e là per la campagna irti si drizzano al cielo i rami delle piante esauste. Piove; incombe sull’ampia solitudine desolata, il silenzio.
Sulla deserta immensità dell’anima talor mute così piovon le lagrime; umane braccia così al ciel protendonsi talora, emunte e supplici.
Grandinata
Sotto la fitta grandine pregano le campane desolate con la voce dei secoli: — Signor Signor, cessate!
Cessate dal percuotere chi alla terra non chiede altro che il pane, cessate dal distruggere severamente le speranze umane.
Son tanti anni che soffrono, tanti anni che v’implorano, o Signore; e stanchi omai si chiedono se Voi siete e da Voi viene il dolore,
o piuttosto uno squallido deserto è il cielo che l’uman pensiero nell’angoscia si popola, sfuggendo al vuoto orror del cimitero! —
Sotto la fitta grandine pregano desolate le campane con la voce dei secoli: — pietà, pietà delle sciagure umane! —
E intanto ecco dall’ultimo orïente, la luna erge il suo pieno disco; sul mar di nuvole, ecco, intanto laggiù rompe il sereno.
Mite sorride agli uomini la bianca luce e le campagne inonda, mite come un rimprovero materno, che ad accusa empia risponda.
La gran voce dei secoli nel diffuso chiaror s’accheta e tace; ogni altro suono affondasi, lento, nel mar della notturna pace.
Vespero
Laggiù nei prati l’ombre s’allungano dei pioppi; assorta nel cheto vespero la verde pianura si stende incontro all’alto mar d’ametisto.
Morì la lunga nota dell’ultima stornellatrice; tacque l’allodola nell’alto; non s’ode che un largo bisbiglio, all’erbe sotto e tra i rami,
Come talora vibran nel tempio, dopo i cantati salmi, de’ monaci l’estreme preghiere sommesse rimormorate lasciando il coro.
Salgon dall’erbe recisi effluvi di moribondi fiori. A me salgono dal core i ricordi, fragranze vostre, o morenti fior del passato!
Visione
So d’un palazzo dalle mura antiche triste così ch’ha di sepolcro aspetto; bruno di muschi dagli sproni al tetto, ingombro l’atrio d’edere e d’ortiche.
Dentro, un’ava grinzosa, in sè raccolta dinanzi al focolar deserto e spento, segue a narrar con infantile accento una leggenda che nessuno ascolta.
Val di Sella (Tirolo)
V’ha una valle beata, di vette incoronata eccelse e belle; dal suo cielo le stelle arcani lampi mandano ai verdi campi, e ai primi albori sbocciano fiori ch’han del cielo il riso. È un dolce paradiso che a Dio piacque d’ombre spargere e d’acque e di gioconde farfalle vagabonde e pace eterna diresti che governa questa valle. Eppur, per ermo calle e dentro i foschi
Sentier dei boschi, talor s’ode il vento metter come un lamento o ruggir forte quasi nunzio di morte, e talor anche ti giungono le stanche ultime strida d’un augel, che l’infida aquila al petto vorace si tien stretto, e ad ogni speco torna e ritorna un’eco acerba e lunga che un giorno fia che giunga ultima al cielo.
Paesaggio estivo
Maligne vampe via per la pianura sterposa, l’erbe abbrustiano; lontano d’un acquedotto la ruina oscura par la vasta ombra d’un curvo titano.
La cicala, il sopor meridïano sola rompe in sua stridula misura; muggito non s’ascolta o canto umano in quell’immenso tedio di natura.
Fugge il ramarro e va tra sasso e sasso, mentre nell’alto il crocidar si spande d’un corvo, in vetta alla cadente mole;
Più lunge ecco venir con tardo passo un bufalo solingo e far più grande quel gran deserto cui sovrasta il sole.
Pioggia
Piovea; per le finestre spalancate a quella tregua d’ostinati ardori saliano dal giardin fresche folate d’erbe risorte e di risorti fiori.
S’acchetava il tumulto dei colori sotto il vel delle gocciole implorate; e intorno ai pioppi, ai frassini, agli allori beveano ingorde le zolle assetate.
— Esser pianta, esser foglia, essere stelo e nell’angoscia dell’ardor (pensavo) così largo ristoro aver dal cielo! —
Sul davanzal protesa io gli arboscelli, I fiori, l’erbe, guardavo, guardavo... E mi battea la pioggia sui capelli.
Canto d'Aprile
Canta una voce: — O genti dolorose io vengo, io vengo! Aprite alle speranze il core, aprite le rinchiuse stanze alla giungente carica di rose.
Io vengo, io vengo! Ogni deserto ed ogni rupe fiorisce; levate la testa e sorridete; io vengo per la festa meravigliosa, carica di sogni.
D’un più costante e luminoso Maggio la promessa vi reco. O contristati cuori, o negletti, o vinti, o disamati, o vacillante umanità, coraggio! —
Per mia sorella malata
O ramoscel di pesco, alla sorella mia reca l’odore del vasto prato costellato e fresco, odor d’Aprile, odor di piante in fiore; alla sorella mia sveglia nel core immagini di gioia e di candore, o ramoscel di pesco! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . D’un fiumicello a lato laggiù nel prato la famigliuola ecco seduta a desco;
Intorno brilla il sole e ride Aprile, intorno è un pio tepore, un alito gentile d’innocenza e d’amore. Sovra il giocondo desco all’aria che lo move rosee corolle piove ebbro di sole un pesco.
Pioggia d'autunno
Questa mane è piovuto, e alla mia stanza sale dalle aperte finestre quell’odore autunnale dei boschi, che risuscita forme e sogni scordati: abbadie scure e mute; monaci incappucciati; vecchie selve, dimora favolosa di maghi dalla bacchetta d’oro; grotte profonde, e laghi tetri, dal fondo verde d’alighe lunghe e folte, forse chiome ribelli di naiadi, sepolte sotto quell’acque... A quando a quando il sol percote la parete di contro, e muta tinte e note
a quel mobile mondo di fantasmi... È fuggita ogni strana sembianza; ecco il sole, la vita, la giovinezza, il vero! Che risi seduttori che inviti, in quel suo bianco raggio d’autunno! «Fuori! — (sembra dir) — «l’aria è fresca, i prati sono ancora verdi, e Cerere amica d’auree messi colora i campi; oggi risplendo a festa, ma non giuro d’esser l’ugual, domani; lo sapete, è sicuro solo l’istante, l’ora fugge e i maligni fati v’invidiano le feste; dunque fuori! sui prati, alle colline! Avanti! che l’inverno è alle porte ed avrò un bel risplendere se le foglie sien morte e la neve distesa sulle zolle deserte di vita!» E intanto fulgida dalle finestre aperte entra un’ondata bianca e m’invade la stanza e spia per ogni dove come un bimbo in vacanza; fruga tra i libri, scherza sul minuto lavoro degli stipi; a ogni ninnolo dà una pagliuzza d’oro e ride... Io vorrei correre ai colli alti, al divino aer libero e fresco, ma... sovra il tavolino
un nero volumone mi guarda, fa il cipiglio, m’ammonisce, borbotta. Come è ingrato il consiglio che mi dà quel maestro inflessibile e grave! il cielo è così bello! l’aria così soave! forse... è l’ultimo giorno di festa. O che mi serbi tu, libro tenebroso? forse dei veri acerbi e null’altro... No! meglio l’istante spensierato, il sogno, anche se breve, il fantasma, evocato da un raggio bianco e un ramo di gocciole coperto... corriamo ai prati, ai colli, all’aperto, all’aperto!
Nova primavera
Nel gran sereno passan leggiere nuvole, lente nuvole pensose, come assorte in lontani ricordi, di lontane primavere. Giù sulla terra sbocciano le rose, ma come stanche; pensano i sovrani fiori, d’un’altra remota stagione...
I bianchi fior che il giovanetto Adone tinse di sangue, e le fanciulle greche ridenti al sole givano cogliendo su Ciprigna a profonder le corone. O bellissime vergini! le bieche parche, al mirarvi, trattenean l’orrendo ferro, pronto a recidere lo stame,
e d’Afrodite pel vasto reame correva un ineffabile clamore fatto di risa, fatto di canzoni, voci improvvise d’improvvise brame, flutti di quell’oceano d’amore, e fra i roseti andavano i garzoni voi rintracciando, e il sol benedicea.
Fumavan l’are sacre a Citerea, e su quel mar di vergini e di rose fissava immota i grandi occhi pagani bianca tra i fior l’effigie della Dea. Più non fumano adesso le corrose are, e polvere son le bianche mani ch’arder facean la vita ed il piacere...
Tornano chiare e tepide le sere, torna l’Aprile, tornano le rose ed a sognar ritornano gli umani, ma nel sereno passano leggiere nuvole, lente nuvole pensose, come assorte in lontani ricordi di lontane primavere.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of Leggenda eterna.
