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Indice
Libro primo
Previdenza dell'autore
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Libro primo. Alla libertà
ct ct Soglionsi per lo piú i libri dedicare alle persone potenti, perché gli autori credono ritrarne chi lustro, chi protezione, chi mercede. Non sono, o divina libertá, spente affatto in tutti i moderni cuori le tue cocenti faville: molti ne’ loro scritti vanno or qua or lá tasteggiando alcuni dei tuoi piú sacri e piú infranti diritti. Ma quelle carte, ai di cui autori altro non manca che il pienamente e fortemente volere, portano spesso in fronte il nome o di un principe o di alcun suo satellite; e ad ogni modo pur sempre di un qualche tuo fierissimo naturale nemico. Quindi non è maraviglia se tu disdegni finora di volgere benigno il tuo sguardo ai moderni popoli, e di favorire in quelle contaminate carte alcune poche veritá, avviluppate dal timore fra sensi oscuri ed ambigui e inorpellate dalla adulazione.
Io che in tal guisa scrivere non disegno; io che per nessun’altra cagione scriveva, se non perché i tristi miei tempi mi vietavan di fare; io che, ad ogni vera incalzante necessitá, abbandonerei tuttavia la penna per impugnare sotto il tuo nobile vessillo la spada; ardisco io a te sola dedicar questi fogli. Non farò in essi pompa di eloquenza, che in vano forse il vorrei; non di dottrina che acquistata non ho; ma con metodo, precisione, semplicitá e chiarezza, anderò io tentando di spiegare i pensieri che mi agitano, di sviluppare quelle veritá che il semplice lume di ragione mi svela ed addita, di sprigionare in somma quegli ardentissimi desidèri, che fin dai miei anni piú teneri ho sempre nel bollente mio petto racchiusi.
Io, per tanto, questo libercoletto, qual ch’egli sia, concepito da me il primo d’ogni altra mia opera e disteso nella mia gioventú, non dubito punto nella matura etá (rettificatolo alquanto) di pubblicar come l’ultimo. Che se io non ritroverei forse piú in me stesso a quest’ora il coraggio o, per dir meglio, il furore necessario per concepirlo, mi rimane pure ancora il libero senno per approvarlo e per dar fine con esso per sempre ad ogni mia qualunque letteraria produzione.
Capitolo I
ct ct Il definire le cose dai nomi sarebbe un credere, o pretendere, che elle fossero inalterabilmente durabili quanto essi; il che manifestamente si vede non essere mai stato. Chi dunque ama il vero, dée i nomi definire dalle cose che rappresentano; e queste variando in ogni tempo e contrada, niuna definizione può essere piú permanente di esse; ma giusta sará ogni qualvolta rappresenterá per l’appunto quella cosa, qual ella si era sotto quel dato nome in quei dati tempi e luoghi. Ammesso questo preamboletto, io mi era giá posta insieme una definizione bastantemente esatta ed accurata del tiranno, e collocata l’avea in testa di questo capitolo: ma, in un altro mio libercolo, scritto dopo e stampato prima di questo, essendomi occorso dappoi di dover definire il principe, mi son venuto (senza accorgermene) a rubare a me stesso la mia definizione del tiranno. Onde, per non ripetermi, la ommetterò qui in parte; né altro vi aggiungerò che quelle particolaritá principalmente spettanti al presente mio tema, diverso affatto da quell’altro Del principe e delle lettere; ancorché tendente pur questo allo stesso utilissimo scopo, di cercare il vero e di scriverlo.
Tiranno era il nome con cui i greci (quei veri uomini) chiamavano coloro che appelliamo noi re. E quanti o per forza o per frode o per volontá puranche del popolo o dei grandi, otteneano le redini assolute del governo, e maggiori credeansi, ed erano, delle leggi, tutti indistintamente a vicenda o re o tiranni venivano appellati dagli antichi.
Divenne un tal nome, coll’andar del tempo, esecrabile; e tale necessariamente farsi dovea. Quindi ai tempi nostri, quei principi stessi che la tirannide esercitano gravemente pure si offendono di essere nominati tiranni. Questa sí fatta confusione dei nomi e delle idee ha posto una tal differenza tra noi e gli antichi, che presso loro un Tito, un Traiano, o qual altro piú raro principe vi sia stato mai, potea benissimo esser chiamato tiranno; e cosí presso noi, un Nerone, un Tiberio, un Filippo secondo, un Arrigo ottavo, o qual altro mostro moderno siasi agguagliato mai agli antichi, potrebbe essere appellato legittimo principe o re. E tanta è la cecitá del moderno ignorantissimo volgo, con tanta facilitá si lascia egli ingannare dai semplici nomi, che sotto altro titolo egli si va godendo i tiranni, e compiange gli antichi popoli che a sopportare gli aveano.
Tra le moderne nazioni non si dá dunque il titolo di tiranno, se non se (sommessamente e tremando) a quei soli principi che tolgono senza formalitá nessuna ai lor sudditi le vite, gli averi e l’onore. Re all’incontro, o principi, si chiamano quelli che di codeste cose tutte potendo pure ad arbitrio loro disporre, ai sudditi nondimanco le lasciano, o non le tolgono almeno che sotto un qualche velo di apparente giustizia. E benigni e giusti re si estimano questi perché, potendo essi ogni altrui cosa rapire con piena impunitá, a dono si ascrive tutto ciò ch’ei non pigliano.
Ma la natura stessa delle cose suggerisce, a chi pensa, una piú esatta e miglior distinzione. Il nome di tiranno, poiché odiosissimo egli è oramai sovra ogni altro, non si dée dare se non a coloro, (o sian essi principi, o sian pur anche cittadini) che hanno, comunque se l’abbiano, una facoltá illimitata di nuocere; e ancorché costoro non ne abusassero, sí fattamente assurdo e contro a natura è per se stesso lo incarico loro che con nessuno odioso ed infame nome si possono
mai rendere abborrevoli abbastanza. Il nome di re, all’incontro, essendo finora di qualche grado meno esecrato che quel di tiranno, si dovrebbe dare a quei pochi che, frenati dalle leggi e assolutamente minori di esse, altro non sono in una data societá che i primi e legittimi e soli esecutori imparziali delle giá stabilite leggi.
Questa semplice e necessaria distinzione, universalmente ammessa in Europa, verrebbe ad esser la prima aurora di una rinascente libertá. È il vero che nessuna cosa poi tra gli uomini riesce permanente e perpetua; e che (come giá il dissero tanti savi) la libertá, pendendo tuttora in licenza, degenera finalmente in servaggio; come il regnar d’un solo, pendendo sempre in tirannide, rigenerarsi finalmente dovrebbe in libertá. Ma siccome per quanto io stenda in Europa lo sguardo, quasi in ogni sua contrada rimiro visi di schiavi; siccome non può oramai la universale oppressione piú ascendere, ancorché la non mai fissabile ruota delle umane cose appaia ora immobile starsi in favor dei tiranni, ogni uomo buono dée credere e sperare che non sia oramai molto lontana quella necessaria vicenda, per cui sottentrare alfin debba all’universale servaggio una quasi universal libertá.
Capitolo II
ct ct Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunitá. E quindi, o questo «infrangi-legge» sia ereditario o sia elettivo, usurpatore o legittimo, buono o tristo, uno o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva che basti a ciò fare, è tiranno; ogni societá che lo ammette è tirannide; ogni popolo che lo sopporta è schiavo.
E, viceversa, tirannide parimente si dée riputar quel governo, in cui chi è preposto al creare le leggi le può egli stesso eseguire, E qui è necessario osservare che le leggi, cioè gli scambievoli e solenni patti sociali, non debbono essere che il semplice prodotto della volontá dei piú; la quale si viene a raccogliere per via di legittimi eletti del popolo. Se dunque gli eletti al ridurre in leggi la volontá dei piú le possono a lor talento essi stessi eseguire, diventano costoro tiranni; perché sta in loro soltanto lo interpretarle, disfarle, cangiarle e il male o niente eseguirle. Che la differenza fra la tirannide e il giusto governo non è posta (come alcuni stoltamente, altri maliziosamente, asseriscono) nell’esservi o non esservi delle leggi stabilite, ma nell’esservi una stabilita impossibilitá del non eseguirle.
Non solamente dunque è tirannide ogni governo dove chi eseguisce le leggi le fa, o chi le fa le eseguisce; ma è tirannide piena altresí ogni qualunque governo, in cui chi è preposto all’eseguire le leggi non dá pure mai conto della loro esecuzione a chi le ha create.
Ma, tante specie di tirannidi essendovi che sotto diversi nomi conseguono tutte uno stesso fine, non imprendo io qui a distinguerle fra loro né, molto meno, a distinguerle dai tanti altri moderati e giusti governi; distinzioni che a tutti son note.
Se piú sopportabili siano i molti tiranni o l’un solo, ella è questione problematica assai. La lascierò anche in disparte per ora, perché essendo io nato e cresciuto nella tirannide d’un solo ed essendo questa la piú comune in Europa, di essa piú volontieri e con minore imperizia mi avverrá forse di ragionare; e con utile maggiore fors’anco pe’ miei cotanti conservi. Osserverò soltanto di passo che la tirannide di molti, benché per sua natura maggiormente durevole (come ce lo dimostra Venezia), nondimeno a chi la sopporta ella sembra assai men dura e terribile che quella di un solo. Di ciò ne attribuisco la cagione alla natura stessa dell’uomo, in cui l’odio ch’egli divide contro ai molti si scema; come altresí il timore che si ha dei molti non agguaglia mai quello che si ha riunitamente di un solo; ed in fine, i molti possono bensí essere continuamente ingiusti oppressori dell’universale, ma non mai, per loro privato capriccio, dei diversi individui. In codesti governi di piú, che la corruzione dei tempi, lo avere scambiato ogni nome e guasta ogni idea, hanno fatto chiamar repubbliche, il popolo in codesti governi, non meno schiavo che nella mono-tirannide, gode nondimeno di una certa apparenza di libertá, ed ardisce proferirne il nome senza delitto; e pur troppo il popolo, allor quando corrotto è, ignorante e non libero, egli si appaga della sola apparenza.
Ma, tornando io alla tirannide di un solo, dico che di questa ve n’ha di piú sorti. Ereditaria può essere ed anche elettiva. Di questa seconda specie sono, fra i moderni, lo stato pontificio e molti degli altri stati ecclesiastici. Il popolo, in tali governi, pervenuto all’ultimo grado di politica stupiditá, vede a ogni tratto, per la morte del celibe tiranno, ricadere in sua mano la propria libertá che egli non conosce né cura; quindi se la vede tosto ritogliere dai pochi elettori che gli ricompongono un altro tiranno, il quale ha per lo piú tutti i vizi degli ereditari tiranni, e non ne ha la forza effettiva per costringere i sudditi a sopportarlo. E questa tirannide pure tralascerò, come toccata in sorte a pochissimi uomini e, per la loro smisurata viltá, indegni interamente di un tal nome.
Intendo io dunque di ragionare oramai di quella ereditaria tirannide, che da lunghi secoli in varie parti del globo piú o meno radicata, non mai, o rarissimamente o passegeramente, ricevea danni dalla risorta libertá: e non veniva alterata o distrutta se non se da un’altra tirannide. In questa classe annovero io tutti i presenti regni dell’Europa, eccettuandone soltanto finora quel d’Inghilterra; e la Polonia ne eccettuerei, se alcuna parte di essa salvandosi dallo smembramento, e persistendo pure nel volere aver servi e chiamarsi repubblica, servi ne divenissero i nobili e libero il popolo. Monarchia è il dolce nome che la ignoranza, l’adulazione, e il timore davano e danno a questi sí fatti governi. A dimostrarne la insussistenza, credo che basti la semplice interpretazione del nome. O monarchia vuol dire la esclusiva e preponderante autoritá d’uno solo; e monarchia allora è sinonimo di tirannide; o ella vuol dire l’autoritá di un solo, raffrenato da leggi le quali, per poter raffrenare l’autoritá e la forza, debbono necessariamente anch’esse avere una forza ed autoritá effettiva, eguale per lo meno a quella del monarca; e in quel punto stesso in cui si trovano in un governo due forze e autoritá in bilancia fra loro, egli manifestamente cessa tosto di essere monarchia. Questa greca parola non significa altro in somma, fuorché ; e con leggi, s’intende; perché niuna societá esiste senza alcuna legge tal quale: ma ci s’intende pur anco ; perché niuno è monarca, lá dove esiste un’autoritá maggiore o eguale alla sua.
Ora, io domando in qual cosa differisca il governo e autoritá di un solo nella tirannide, dal governo e autoritá d’un solo nella monarchia. Mi si risponde: «Nell’abuso». Io replico: «E chi vi può impedire quest’abuso?» Mi si soggiunge: «Le leggi». Ripiglio: «Queste leggi hanno elle forza ed autoritá per se stesse, indipendente affatto da quella del principe?» Nessuno piú a questa obiezione mi replica. Dunque, all’autoritá d’un solo, potente ed armato, andando annessa l’autoritá di queste pretese leggi (e fossero elle puranche divine), ogni qualvolta le leggi e costui non concordano, che faranno le misere, per se stesse impotenti, contro alla potestá assoluta e la forza? Soggiaceranno le leggi; e tutto giorno, in fatti, soggiacciono. Ma se una qualunque legittima forza effettiva verrá intromessa nello stato per creare, difendere e mantenere le leggi, chiarissima cosa è che un tale governo non sará piú monarchia; poiché al fare o disfare le leggi l’autoritá d’uno solo non vi basterá. Onde, questo titolo di monarchia, perfettissimo sinonimo di tirannide, ma non cosí abborrito finora, non viene adattato ai nostri governi per altro che per accertare i principi della loro assoluta signoria, e per ingannare i sudditi, lasciandoli o facendoli dubitare della loro assoluta servitú.
Di quanto asserisco, se ne osservi continuamente la prova nella opinione stessa dei moderni re. Si gloriano costoro del nome di monarchi, e mostrano di abborrire quel di tiranni; ma nel tempo stesso reputano assai minori di loro quegli altri pochi principi o re che, ritrovando limiti infrangibili al loro potere, dividono l’autoritá colle leggi. Questi assoluti re sanno dunque benissimo che fra monarchia e tirannide non passa differenza nessuna. Cosí lo sapessero i popoli che pure tuttora colla loro trista esperienza lo provano! Ma i principi europei di tiranni tengono caro il potere, e di monarchi il nome soltanto; i popoli all’incontro, spogliati, avviliti ed oppressi dalla monarchia, la sola tirannide stupidamente abborriscono.
Ma i pochi uomini che re non sono né schiavi, ove per avventura non tengano a vile del paro i principi tutti, i monarchi, come tiranni, ed i principi limitati, come perpetuamente inclinati a divenirlo; i pochi veri uomini pensanti si avveggono pure quanto sia piú onorevole, piú importante, e piú gloriosa dignitá il presiedere con le leggi ad un libero popolo d’uomini che il malmenare a capriccio un vile branco di pecore.
Tralascio ogni ulteriore prova (che necessaria non è) per dimostrare che una monarchia limitata non vi può essere, senza che immediatamente cessi la monarchia; e che ogni monarchia non limitata è tirannide, ancorché il monarca in qualche istante, non abusando egli in nessun modo del suo poter nuocere, tiranno non sia. E tali prove tralascio per amor di brevitá, e perché intendo di parlare a lettori a cui non è necessario il dir tutto. Passerò quindi ad analizzare la natura della monotirannide, e quai sono i mezzi per cui, cosí ben radicatasi nell’Europa, inespugnabile ella vi si tiene oramai.
Capitolo III
ct ct I romani liberi, popolo al quale noi non rassomigliamo in nulla, come sagaci conoscitori del cuor dell’uomo, eretto aveano un tempio alla Paura; e, creatala dea, le assegnavano sacerdoti e le sagrificavano vittime. Le corti nostre a me paiono una viva imagine di questo culto antico, benché per tutt’altro fine instituite. Il tempio è la reggia, il tiranno n’è l’idolo, i cortigiani ne sono i sacerdoti; la libertá nostra, e quindi gli onesti costumi, il retto pensare, la virtú, l’onor vero, e noi stessi, son queste le vittime che tutto dí vi s’immolano.
Disse il dotto che base e molla della monarchia ella era l’onore. Non conoscendo io, e non credendo a codesta ideale monarchia, dico e spero di provare che base e molla della tirannide ella è la sola paura.
E da prima, io distinguo la paura in due specie, chiaramente fra loro diverse, sí nella cagione che negli effetti; la paura dell’oppresso e la paura dell’oppressore.
Teme l’oppresso, perché oltre quello ch’ei soffre tuttavia, egli benissimo sa non vi essere altro limite ai suoi patimenti che l’assoluta volontá e l’arbitrario capriccio dell’oppressore. Da un cosí incalzante e smisurato timore ne dovrebbe pur nascere (se l’uom ragionasse) una disperata risoluzione di non voler piú soffrire: e questa appena verrebbe a procrearsi concordemente in tutti o nei piú, immediatamente ad ogni lor patimento perpetuo fine porrebbe. Eppure, al contrario, nell’uomo schiavo ed oppresso dal continuo ed eccessivo temere nasce vie piú sempre maggiore ed estrema la circospezione, la cieca obbedienza, il rispetto e la sommissione al tiranno; e crescono a segno che non si possono aver maggiori mai per un Dio.
Ma teme altresí l’oppressore. E nasce in lui giustamente il timore dalla coscienza della propria debolezza effettiva, e in un tempo, dell’accattata sterminata sua forza ideale. Rabbrividisce nella sua reggia il tiranno (se l’assoluta autoritá non lo ha fatto stupido appieno) allorché si fa egli ad esaminare quale smisurato odio il suo smisurato potere debba necessariamente destare nel cuor di tutti.
La conseguenza del timor del tiranno riesce affatto diversa da quella del timore del suddito; o, per meglio dire, ella è simile in un senso contrario; in quanto né egli né i popoli non emendano questo loro timore come per natura e ragione il dovrebbero: i popoli col non voler piú soggiacere all’arbitrio d’un solo; i tiranni col non voler piú sovrastare a tutti per via della forza. Ed in fatti, spaventato dalla propria potenza, sempre mal sicura quando ella è eccessiva, pare che dovrebbe il tiranno renderla alquanto meno terribile altrui, se non con infrangibili limiti, almeno coll’addolcirne ai sudditi il peso. Ma, nella guisa stessa che i sudditi non diventano disperati e feroci, ancorché altro non resti loro da perdere se non una misera vita; cosí neppure il tiranno diventa mite ed umano, ancorché altro non gli rimanga da acquistare se non la fama e l’amore dei sudditi. Il timore e il sospetto, indivisibili compagni d’ogni forza illegittima (e illegittimo è tutto ciò che limiti non conosce) offuscano talmente l’intelletto del tiranno, anche mite per indole, che egli ne diviene per forza crudele, e pronto sempre ad offendere e a prevenire gli effetti dell’altrui odio meritato e sentito. Egli perciò crudelissimamente suole punire ogni menomo tentativo dei sudditi contro a quella sua propria autoritá, ch’egli stesso conosce eccessiva; e non lo punisce allorquando eseguito sia o intrapreso, ma quando egli suppone, o finge anche di supporre, che un tal tentativo possa solamente essere stato concepito.
La esistenza reale di queste due paure non è difficile a dimostrarsi. Di quella dei sudditi, argomentando ciascuno di noi dalla propria, non ne dubiterà certamente nessuno; della paura dei tiranni assai ne fan fede i tanti e cosí diversi sgherri che giorno e notte li servono e custodiscono.
Ammessa questa reciproca innegabile paura, esaminiamo quali debbano riuscire questi uomini che sempre tremano; e parliamo da prima dei sudditi, cioè di noi stessi, che ben ci dobbiamo conoscere; parleremo dei tiranni, per congettura, dappoi. E scegliamo nella tirannide quei pochi uomini a cui e la robustezza delle fibre, e una miglior educazione, e una certa elevazion d’animo (quanta ne comportino i tempi) e in fine una minor dipendenza, dovrebbero far conoscere piú il vero, e lasciarli tremare assai meno che gli altri: investigati quali siano, e quali possano e debbano esser questi, dal loro valore argomenteremo per induzione quali siano ed esser debbano poi gli altri tutti. Questi pochissimi, degni per certo di miglior sorte, veggono pure ogni giorno nella tirannide il coltivatore, oppresso dalle arbitrarie gravezze, menare una vita stentata e infelice. Una gran parte di essi ne veggono estrarre per forza dai loro tuguri per portar l’armi; e non giá per la patria, ma pel loro e suo maggiore nemico e contro a se stessi: veggono costoro il popolo delle cittá, l’una metá mendico, ricchissimo l’altra, e tutto egualmente scostumato; veggono inoltre la giustizia venduta, la virtú dispregiata, i delatori onorati, la povertá ascritta a delitto, le cariche e gli onori rapiti dal vizio sfacciato, la veritá severamente proscritta, gli averi, la vita, l’onore di tutti nella mano di un solo; e veggono essere incapacissimo di tutto quel solo, e lasciare egli poi il diritto di arbitrariamente disporne ad altri pochi, non meno incapaci e piú tristi: tutto ciò veggono palpabilmente ogni giorno quei pochi enti pensanti, che la tirannide non ha potuti impedire; e in ciò vedere, sommessamente sospirando, si tacciono. Ma perché si tacciono? per sola paura. Nella tirannide, è delitto il dire non meno che il fare. Da questa feroce massima dovrebbe almeno risultarne, che in vece di parlare si operasse; ma (pur troppo!) né l’uno né l’altro si ardisce.
Se dunque a tal segno avviliti sono i migliori, quali saranno in un tal governo poi gli altri? qual nome inventar si dovrá per distinguerli da coloro che nei ragguardevoli antichi governi cotanto illustravano il nome di uomo? Si affaticano tutto dí gli scrittori per dimostrarci che il caso e le circostanze ci vogliono sí fattamente diversi da quelli; ma nessuno ci insegna in qual modo si possano dominare il caso e le circostanze, né fino a qual punto questa diversitá intendere e tollerare si debba. Si affaticano per altra parte i tiranni, e i loro tanti fautori piú vili di essi, nel persuaderci che noi non siamo piú di quella generosa specie antica. E, certo, finché sopportiamo il loro giogo tacendo, ella è quasi minore infamia per noi il credere piuttosto in ciò ai tiranni che non ai moderni scrittori.
Tutti dunque, e buoni e cattivi, e dotti e ignoranti, e pensatori e stupidi, e prodi e codardi; tutti, qual piú qual meno, tremiamo nella tirannide. E questa è per certo la vera universale efficacissima molla di un tal governo, e questo è il solo legame che tiene i sudditi col tiranno.
Si esamini ora se il timor del tiranno sia parimente la molla del suo governare, e il legame che lo tiene coi sudditi. Costui, vede per lo piú gli infiniti abusi dello informe suo reggere; ne conosce i vizi, i principi destruttivi, le ingiustizie, le rapine, le oppressioni e tutti in somma i tanti gravissimi mali della tirannide, meno se stesso. Vede costui che le troppe gravezze di giorno in giorno spopolano le desolate provincie; ma tuttavia non le toglie, perché da quelle enormi gravezze egli ne va ritraendo i mezzi per mantenere l’enorme numero de’ suoi soldati, spie e cortigiani; rimedi tutti (e degnissimi) alla sua enorme paura. E vede anch’egli benissimo che la giustizia si tradisce o si vende; che gli uffizi e gli onori piú importanti cadono sempre ai peggiori; e queste cose tutte, ancorché ben le veda, non le ammenda pur mai il tiranno. E perché non le ammenda? Perché, se i magistrati fossero giusti, incorrotti ed onesti, verrebbe tolto a lui primo ogni iniquo mezzo di colorare le sue private vendette sotto il nome di giustizia. Ne avviene da ciò, e da altre simili cose, che dovendo egli mal grado suo, e senza avvedersene quasi, reputare se stesso come il primo vizio dello stato, traluce all’intelletto suo un fosco barlume di veritá, che gl’insegna che se alcuna idea di vera giustizia si venisse ad introdurre nel suo popolo, la prima giustizia si farebbe di lui; appunto perché nessun altr’uomo (per quanto sia egli scellerato) non può mai in una qualunque societá nuocere sí gravemente ed a tanti, come può nuocere impunemente ogni giorno quest’uno nella propria tirannide. Ciascun tiranno dunque, al solo nome di vera giustizia, trema; ogni vero lume di sana ragione gli accresce il sospetto; ogni veritá luminosa lo adira; lo spaventano i buoni, e non crede mai sicuro se stesso, se egli non affida ogni piú importante carica a gente ben sua, cioè venduta e simile a lui e ciecamente pensante al suo modo; il che importa una gente piú assai ingiusta, piú tremante e quindi piú crudele e piú mille volte opprimente ch’egli nol sia.
— Ma, un tal principe si può dare (dirammi taluno) il quale ami gli uomini, abborrisca il vizio e non lasci trionfare né rimuneri altro che la sola virtú. — Al che rispondo io, col domandare: — Può egli esistere un uomo buono ed amico degli uomini, il quale, non essendo stupido, si creda pure, o finga di credersi, per diritto divino, superiore assolutamente non solo ad ogni individuo, ma alla massa di tutti riuniti; e stimi non dover dar conto dell’opere sue e di sé fuorché a Dio? — Io mi farò a credere che un tal ente possa essere un uomo buono, allorquando avrò visto un solo esempio per cui, avendo costui voluto veramente il maggiore bene di quegli altri enti suoi, ma di una minore specie di lui, egli avrá prese le piú efficaci misure per impedire che in quella sua societá dove egli solo era il tutto, e gli altri tutti il nulla, un qualche altro eletto da Dio al paro di lui, non potesse d’allora in poi commettere, illimitatamente e impunemente, quel male stesso che egli sapea certamente essersi commesso in quello stesso suo stato prima che ei vi regnasse; e che egli certamente sapea, attesa la natura dell’uomo, dovervisi poi commettere di bel nuovo dopo il suo regno. Ma, come potrá egli chiamarsi buono quell’uomo che, dovendo e potendo fare un cosí gran bene a un sí fatto numero d’uomini, pure no ’l fa? E per qual altra ragione no ’l fa egli, se non perché un tal bene potrebbe diminuire ai suoi venturi figli o successori quel suo illimitato orribil potere, del nuocere con impunitá? E si noti di piú che costui potrebbe con un tal nobile mezzo acquistare a se stesso, in vece di quell’infame illimitato potere di nuocere ch’egli avrebbe distrutto, una immensa e non mai finora tentata gloria, e la piú eminente che possa cadere mai nella mente dell’uomo: di avere, colle proprie legittime privazioni, stabilita la durevole felicitá di un popolo intero. Ora, ch’è egli dunque codesto buon principe di cui ci vanno ogni giorno intronando gli orecchi la viltá ed il timore? Un uomo, che non si reputa un uomo; (ed infatti non lo è); ma, in tutt’altro senso ch’ei non l’estima, un ente che forse vuole il bene del corpo degli altri, cioè che non siano né nudi, né mendici; ma, che volendoli ciecamente obbedienti all’arbitrio d’un solo, necessariamente li vuole ad un tempo e stupidi e vili e viziosi, e assai men uomini in somma che bruti. Un tale buon principe (che buono altramente non può esser mai chiunque possiede una usurpata, illegittima, illimitata autoritá) potrá egli giustamente da chi ragiona chiamarsi meno tiranno che il pessimo, poiché gli stessi pessimi effetti dall’uno come dall’altro ridondano? e, come tale, si dovrá egli meno abborrire da chi conosce e sente il servaggio? Il conservare, il difendere ad ogni costo, il reputare come la piú nobile sua prerogativa lo sterminato potere di nuocere a tutti, non è egli sempre uno imperdonabil delitto agli occhi di tutti, ancorché pure chi è reo di tal pregio in modo nessuno mai non ne abusi? E si può egli creder mai che codesto sognato buon principe possa andare esente dalla paura, poiché egli pure persiste nel rimanere, per via della forza, maggior delle leggi? E può egli costui, piú che gli altri suoi pari, esimere i sudditi dalla paura, poich’essi all’ombra di leggi in nulla sottoposte a soldati, non possono sicuramente mai ridersi di niuno de’ suoi assoluti capricci, che volesse (anco istantaneamente) usurparsi il titolo sacro di legge? Io crederei all’incontro che per lo piú quei tiranni che hanno da natura una miglior indole riescano, quanto all’effetto, i peggiori pel popolo. Ed eccone una prova. Gli uomini buoni suppongono sempre che gli altri sian tali; i tiranni tutti per lo piú niente affatto conoscono gli uomini, presi universalmente; ma niente affatto poi certamente conoscono quelli che non vedono mai, e pochissimo quelli che vedono. Ora non v’ha dubbio che gli uomini che si accostano a loro sono sempre i cattivi, perché un uomo veramente buono sfuggirá di continuo, come un mostro, la presenza d’ogni altro uomo, la cui sterminata autoritá, oltre al poterlo spogliar di ogni cosa, può anche, per l’influenza dell’esempio e della necessitá, costringerlo a cessar di esser buono. Ne avviene da ciò che, al tiranno cattivo accostandosi i cattivi uomini, vi si fanno l’un l’altro pessimi; ma i ribaldi accostandosi all’ottimo tiranno, si fingono allora buoni e lo ingannano. E questo accade ogni dí; talché la tirannide per lo piú non risiede nella persona del tiranno, ma nell’abusiva e iniqua potenza di lui, amministrata dalla necessaria tristizia de’ cortigiani. Ma dovunque risieda la tirannide, pe’ miseri sudditi la servitú riesce pur sempre la stessa; e anzi, piú dura riesce per l’universale sotto il tiranno buono, ancorché forse alquanto meno crudele riesca per gl’individui.
Il tiranno buono forse non trema da principio in se stesso, perché la coscienza non lo rimorde di nessuna usata violenza; o, per dir meglio, egli trema assai meno del reo; ché infin ch’egli tiene un’autoritá illimitata, ch’egli benissimo sa (per quanto ignorante egli sia) non essere legittima mai, non si può interamente esimere dalla paura. Ed in prova, per quanto sia pacifico e sicuro al di fuori il tiranno, non annulla pur mai i soldati al di dentro. Ma, anche supponendo che il mite tiranno non tremi egli stesso, tremano pur sempre in nome di lui per se stessi quei pochi pessimi che, usurpata sotto l’ombra del nome suo l’autoritá principesca, la esercitano. Quindi la paura vien sempre ad essere la base, la cagione ed il mezzo di ogni tirannide, anche sotto l’ottimo tiranno.
E non mi si alleghino , , , e altri simili, ma sempre pochissimi, virtuosi tiranni. Una prova invincibile che costoro non andavano mai esenti dalla paura si è che nessuno di essi dava alle leggi autoritá sovra la sua propria persona; e non la dava egli, perché espressamente sapea che ne sarebbe stato offeso egli primo; nessuno di essi annullava i soldati perpetui, o ardiva sottoporgli a un’altra autoritá che alla propria; perché convinto era che non rimaneva la persona sua abbastanza difesa senz’essi. Ciascuno dunque di costoro era pienamente certo in se stesso che l’autoritá sua era illimitata, poiché sottoporla non voleva alle leggi; e che illegittima ell’era, poiché sussistere non potea senza il terror degli eserciti. Domando se un tale ottimo tiranno si possa dagli uomini reputare e chiamare un uomo buono? colui che, trovandosi in mano un potere ch’egli conosce vizioso, illegittimo e dannosissimo, non solamente non se ne spoglia egli stesso, ma non imprende almeno (potendolo pur fare con laude e gloria immensa) di spogliarne coloro che verran dopo lui; gente, a cui, per non esserne essi ancora al possesso, nulla affatto si toglie coll’impedir loro quella usurpazione stessa; e massimamente venendo loro impedita da quei tiranni che figli non lasciano. Né sotto , , e , cessava la paura nei sudditi. La prova ne sia che nessuno dei sudditi ardiva francamente dir loro che si facessero (quali esser doveano) minori delle leggi, e che la repubblica restituissero.
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