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A Francesco dall'Ongaro
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Se da’ lirici voli, a cui seconda Spirò l’itala musa, or mi raccolgo, E allaccio al piede il sofoclèo coturno, Tu dà’ vènia al poeta. Agil talento 5Diede a me la natura; e s’or m’aggiro Spensierato pe’ campi a coglier fiori, Or pensoso d’amor canto a le stelle, Grato m’è pure avventurar fra’ nembi La musa, e tra l’impure ansie del mondo 10Incorrotta serbar l’arte e la vita. Dirai: Perchè della sonante scena Paventasti il cimento? Arguto senno D’accigliato Aristarco esalta indarno Opra che pria non allettò gli orecchi, 15Sien lunghi pur, di Frine e di Narciso, Ben hai ragion: Melpomene non balla Su polverosi tavolini al lume Di lucignoli incerti, e non si pregia Star fra vecchi scaffali e pigliar mosche 20Nel regal manto che le tesse Aragne. Ma vuoi tu, d’eleganti attici sali
Maestro e caro delle muse alunno, Vuoi che la sacra libertà de’ carmi E le leggi, ond’ha vita unica il Bello, 25Vil strumento sian fatte a le bizzarre Velleità de la volubil Moda? O vuoi, che quanto ti mandò dall’alto L’ineffabile genio, e la severa Arte ridusse a non fallibil norma, 30Come vecchia livrèa scorci e rimendi, Perchè s’attagli alle gibbose terga D’un vecchio Davo o d’un urlante Oreste? Non dissimulo il ver vanto non cerca Di ritte chiome e di donneschi aborti 35La mia povera musa; e la fallace Scena paventa, ove con acre frizzo Di sconce salse e di stranieri aromi Stuzzicar dèe lo stomacato senso D’egri mariti e di svagate dame.
40Ben qui morto non è (volgan la punta Le malediche lingue ad altri objetti) Il gusto almo dell’arte; e se a le stelle Balza Macrino a furia di gazzette, Macrin che tramutò l’itala scena 45In orrendo covil d’egizia maga. Direm, che sol di pane e di circensi Uopo han l’itale genti? o che distrutti Sono i tripodi sacri e l’auree bende E i riti che solenni ebbero un giorno 50L’Arti vaganti dal natio Cefiso? Lascia che dal polmon fradicio e stucco Tragga il Tempo un sospir: vedrai per l’aria Tante aurate scoppiar bolle e vesciche, Ch’astri parvero al vulgo; e a lui, che indarno
55Del carro della fama unse le ruote, Restar di tanti plausi e tanti allori Appena appena un ciondolin sul petto.
A sciocca plebe, che s’allegra al lazzo D’osceno Stenterello, e piange agli urli 60Dell’omioids frenesia d’Orlando, Melpomene s’invola; e benchè molti Sdegnosi petti e non corrotti ingegni Al nevero suo culto ardan devoti, Qual ne trarrem giammai pregio e decoro, 65Se qual zingara abbietta erra pel mondo L’arte di Roscio, e divien Roscio stesso Razzolator di landi e di quattrini? Però non slnccerà l’arduo coturno La mia tragion musa; e tn, cortese, 70Del favor tuo l’allida. I casi udrai Di Manfredi infelice; e se di sacra Ira, più che di pianto, illustre objetto Ti fin l’alta sua fine, ed all’inulta Ombra tesor darò d’itali sdegni 75Contro l’invitta tirannia di Roma, Dato è sperar che mi si schiuda un giorno L’ambito onor della redenta scena.
Tu, quando all’ara delle Grasie, intatto Sacerdote, ti appressi, o sia che asperga 80Di doriche fragranze il patrio stile, Ovver che a le dermenti api di Flora Con astuzia gentil sottragga i fiori, () che le perle della tua laguna, Alle propizie Dee volga in monile, 85Deb, se mai ti fui caro, al sacro rito Me nou ultimo accogli, e men dolente
Vita mi prega! Chè se neri e torti M’abbia il cielo a filar sempre i destini, Miglior senno dirò frangere a’ sassi 90L’arguta lira e il tragico pugnale, E a men grama fatica il pensier vòlto, Ridere delle muse e di me stesso!
Ad Andrea Maffei
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Perchè in nitide forme alfin prorompe Dai ferrei torchj, e terra e ciel non teme Questo del mio pensier figlio diletto, E del cerulo tuo Garda alla riva 5Cercare osa di te, ben che presente La memoria gli sia del tuo divieto, Temer deggio che d’ostinato ingegno E d’anima superba or tu mi accusi? Prima ascolta gli augurj. A te, cannto 10Venerabile capo, a cui concesse Trar d’alte fonti e da remoti climi Onde di poesia l’itala musa, A te rosea salute e giorni molti Serbi Natura, che propizia ride 15Sempre a colui che non l’offende o abusa: Così che di tua gloria il vivo lume, Da cui tanto decoro a Italia viene, Veda ancor lungamente, e rossor n’abbia, Questa età che da’ grandi avi traligna. 20Di recondite gemme altri monili Avrà l’Arte natía; di peregrine Piante il patrio giardin nuovo tesoro; La tua fronte onorata altre corone.
Or come giunsi a discacciar dal petto 25La cieca fede, inesorabil maga Che a noi la terra e noi toglie a noi stessi, E con ohe studio ad acquistar pervenni Questa religione ardua del vero, A te che al fine ingegno anima hai pari, 30Prima dirò, se mai l’orecchio, esporto Di musiche sovrane, a’ miei pedestri Modi inchinar per breve ora non sdegni. Alto, illustre io non vanto ordine d’avi. Nè piovuti dal sen della fortuna 35Sovra la culla mia censi e ricchezzo; E se togli un umil tetto campestre, Picciol peso alla terra, e ad esso in giro Di contro a Mongibel due brevi ajuole, Caro asil de’ miei sogni ed ara insieme 40Ove talor sagrifico alle Muse, Pietra non guarda il Sol ch’abbia il mio nome, Tranne quell’una che le sante acchiude Ossa del padre mio padre infelice, Che tanti da mia vita egra ed incerta 45Ebbe affanni e fatiche; e allor che gli occhi Men sinistri a’ miei di volgea la morte, Ei gli amati occhi suoi chiuse alla luce. Trasmutabile io nacqui. E se il materno Studio nel puerile animo il germe 50Della trepida Fede e la paura Di fantastioi regni unqua m’infuse, (Così stato non fosse!), orridi intorno Mirai per la notturna aria vaganti Spettri e vive ombre e mostri: ed or su su 55Per lo nere pareti alto levavanai Illuminati dal funereo guisso De la pallida lampa, ora gli stinchi
Scricchiolanti menavano alla danza, Or con gravi sembianti assisi in giro 60Vedeali intenti a squadernar volumi, O con occhi di fiamma ed irti il mento Giù giù dal capezzal sovra il mio capo Spenzolarsi così che su la fronte Gelida ne sentía l’alito impuro. 65Raggricciato, anelante, senza voce Sospirava io la tarda alba; ed allora Che all’incerto spiraglio essa apparía, Ben che del mio terror vergogna avessi. Movea tremante alla contigua pieve 70Col cor gonfio di preci e di paure; E là fra il suon dei lenti organi e il fumo Vaporato dall’are, al graveolente Vulgo confuso che muggía preghiere, Vulgo non men, belai preghiere anch’io. 75Oh Arcadia della vita, oh secol d’oro! Altri esclami a sua posta: io tristamente Penso a quei giorni in tanto error perduti, E di questi mi lodo or che tranquillo Signor son de’ miei sensi; e ad altri il vanto 80Della mia libertà certo non devo Che a me stesso, e ne godo. E qual potea L’audace animo mio trovar conforto. Fra deboletti simulacri e larve, Che son fuor della vita e fuor del vero? 85Altri con pervicace animo creda Per costume perverso, e al rito antico, Come polipo a scoglio, s’aggavigni; Altri, ignaro fanciul, mova tremante Per l’ampia dell’error notte funesta, 90E perchè men dell’ombre abbia paura,
Beli inni a Dio; la stupida cervice, Per ritrosia di dubbj e di conflitti, Questi inchini alla Croce, e l’adiposo Pensier, che del buon Dio fa comodino, 95Crogioli nel calduccio; un con ambigua Mente, istorico eroe, pencoli incerto Fra terra e cielo; altri con senno astuto, Del nome di Gesù fatta camuffa, Traffichi l’alma, e colga al laccio i merli. 100Io, quando alcun dalle vegliate carte Al costante pensier raggio mi venne, Tanta ebbi dell’error vergogna ed ira, Che al core e alla ragion la pugna indissi.
Chi tal pugna dirà? Dentro al gelosi 105Penetrali del cor caddero assai Colpite ostie d’affetti, assai ridente Popol d’inganni! E fûr vigilie ed arse Febbri di dubbio e sacrificj o affanni A tutti oscuri, a to noti soltanto, 110Provvido Amor, che nell’infermo petto Le più pure versavi onde di luce. E tu la stanca giovinezza e i giorni Vedovi di letizia e di salute M’incuoravi cantando alte parole; 115E tu alle case mie povero e mesto Conducevi per man la Musa intatta, Per che tutto dintorno era un concento Di fragranze e di raggi, e insiem coi baci Facili dal mio cor fioríano i carmi. 120Così, mentre nel sen con lento affanno M’agitava le scarse ali la vita, E l’alba del domani erami incerta,
Io la vita immortale e i luminosi Primi trionfi del Pensier dicea 125Securamente, e al giovinetto ingegno Largo Italia donò plauso non vile. Nè mi obliai però: chè tal mi diede La benigna Natura indole austera, Che poco il biasmo e men la lode apprezzo. 130Buon nocchiero non è chi, vinto il primo Con agevole prua furor di flutti, Sulla piana si addorme onda fallace; Ma chi il vigil tenendo occhio all’estremo Lembo dell’orizzonte, e tutto inteso 135A sfuggir sirti, a domar nembi e mostri, Verso un lido lontan naviga, e canta. Uoi che vinto da laude o da paura Non rechi a fin la ben librata impresa, Simile è a pellegrin che altero mova 140Al sidereo dell’Etna ampio cratère, E i primi gioghi superati appena, Pavido a’ reboanti ecbi si arresta; O più simile a tal, che di merlata Rocca, asil di leggende auree e di gufi, 145Deliberata la rovina estrema, Con lieto core e con gagliarda destra Pria di cuneo l’offende e di martello, Poi, mutando consiglio, o pago, o stanco, Volge al crollar dei primi sassi il tergo. 150Ond’io, poi ch’ebbi del discreto ingegno Contro all’arca di Pier vòlta la puuta, E nova al cor dai debellati errori E dall’acre pensier lena mi venne, Del rovinato altar fatto gradino, 155Con Lucifero insorgo, e le serrate Falangi dei miei carmi al cielo avvento.
Ben tu con dolce ammonimento scrivi: «Dei primi carmi tuoi sublime è l’ira: L’orrenda Idra flagelli, a oui son covo 160Del Vatican l’aule dorate, e quinci Sibila all’aure e le nostr’alme infests; Ma che demone avverso or ti travolge Dal lodato concetto, e contro Dio, Contr’esso Dio che d’ogni vita è fonte, 165Qual sacrilego stral, vibri il tuo verso f Cho fler talento è il tuo? Qual dall’audaco Grido ribellator premio ti aspetti? Tale ha il Demonio tuo luce sinistra, Che quante sono in terra alme gentili 170Porteranno agli offesi occhi le palme. Derelitto vivrai: dall’empia souola Lungi i padri torrau le tenerello Menti dei figli, ei pochi audaci e fidi Tuonar con dubitoso animo udranno 175Dalla Cattedra tua gli empi precetti. Non riderà su l’infrequente soglia Di tue rigide case un volto amico; Spiegherà il vol dall’interdette mura La domestica pace; e sposa e prole 180Chiameran sul tuo cor, fatto sepolcro. Tardo inutile nume, il pentimento.»
Sacro petto paterno, e a te si vesta Di primavera il ciel, la terra, il flutto; E Amor, che tante al vecchieral di Teo 185Con man fida intrecciò rose ed allori (Ch’or d’elette fragranze itale aspersi Alla canizie tus lieto concede) Deb Amor sempre a te rida, e vengan seco Vereconde le Grazie. Onde dintorno
190Danzar fino all’estrema ora tu veda Ninfe ingenue e pastori, e pei gelosi Antri e le susurranti ombre la voce Degli elvetici flauti oda al merigge, Come il dì, che de’ tuoi canti fu il primo, 195Quando su la più mite ala di zefiro, D’Untervaldo selvoso, ove novello Le sicelidi Muse avean governo, Di agresti accordi e di tranquilli amori Una viva e canora eco ti venne. 200O ammirabili prove! E alla tua bionda Testa appena ridean sedici aprili, E degno eri di lui, che il passo infermo Pei sacri di Feronia orti movea, Mentre ed essa la Musa un giovenile 205Spirto di canti gl’infondea nel petto. Or ei vive immortal. divo parente Di solenni armonie, nè val che il dardo Dell’arguto giudicio in lui saetti Con boria saccentuzza il secol folle. 210Verde così men disputato alloro A te Italia consenta; a noi, che in petto Sentiam le fiamme del natío vulcano, Ed in esili membra una ribelle Virtù che contro al ciel, contro a noi stessi 215Per gran sete del ver sempre ne caccia, A noi, che pace non sappiam, ferrati Giorni il caso apparecchi e ingloriose Pugne l’età. Velar dovrei di obblique Frasi e di occhiuti accorgimenti i vivi 220Che mi sgorgan dal cor liberi sensi? Mentire agli altri e a me l’anima schietta? Tal sia di lor, cui mira unica e vanto È di aver la fortuna ognor seconda,
Schermidori da trivio, a cui del oore 225Maschera è il favellar, l’astuzia usbergo, Non di me, che tal sozza arte dispregio, E tal son qual mi mostro: a’ sensi il detto, L’opra al pensier, l’alma alla fronte uguale.
Troppo, il credi, gl’imbelli éfebi udiro 230Po’ frequenti ginnasj alte parole Di mentita virtù. Tal che il feroce Sarcasmo dardeggiò contro gli altari, Poi tra oheroi strisciò servo e messano; Terger altri fu visto a collo torto 235Nella saora piletta il dito infame, Che il caldo ancor sentía lesso di Cipri; Quando un altro, a ingojar Cristo in pasticon, Spalanod le malediche mascelle, 81 prodi or ora a vomitar blasfemi. 240Qual mai stirpe gentile Italia aspetta Dall’ipocrito esempio? Una tu vedi D’in verniciati amaaj ibrida greggia, Che nulla sa, nè può, tranne il sogghigno, Virtù sola d’imbelli. Inutil peso 245Di soffici divani, entro l’astuccio Dell’azsimato vestitin di gala Custodisce l’esosa anima; ingombra Di sua gran vanità piazze e teatri Poltre, morde, abadiglia; e, poi che nulla 250Vede fuor di sè stessa, e tutto ignora, A illuder gli altri e ad, tutto dispressa. Forse a’ suoi faticosi ozj sorride Con le rose sul orin, con l’ale al tergo, Fra salute ed amor, l’aureo Piacere! 255Fugge abusato ei pur da le dispette Sale e dal cor di questa frolla, imberbe
Progenie di canuti, a cui la Noja, Quando ancora è mattin, canta la ninna. Così da sensi e da precetti iniqui, 260Per cui fuor della vita abita il vero, Per cui, donna non già viva e terrena, Ma vuota larva imbellettata è l’arte, Così nei giovanili animi cresce Stolida indifferenza, orrida tabe 265Che s’insinua nel sangue, e vi consuma D’ogni fervido onesto impeto il germe; Così, d’un falso ben fatto guanciale, Dell’indagin severa uopo non senti; Da imprese ardue rifuggi; e a cui ti dica 270L’uomo trionfa, 1 vecchi Dii seu vanno, O fai spallucce, o inorridisci, o ridi. Cessi, oh, cessi tal peste! Uomini vuole, Non miniate feminette imbelli, La nuova età, gagliardi uomini a chi 275Dal temprato intelletto al cor discorra, Siccome aura vital, l’aura del vero. Aspra selva è la vita. Ecco a te innanzi Cento sentier, mille viuzze: eleggi La più dritta, se puoi; con misurato 280Passo procedi, e non per furia troppa Sprecar le forze, non posar per voglia, Non per paura indietreggiar; combatti Intento sempre ad una eccelsa Idea: Grande se tocchi il fin, prode se muori: 285Ecco la tua virtù; l’altro è del caso. A sì nobile ufficio alfin provveda L’itala scuola, asil finora e chiostro Di scrofolosi, itterici intelletti Brancicanti pel vano etere in traccia 290D’idoli eterni e d’assoluti veri,
Campo quindi e palestra, ove al più fermi L’umana verità tutta si assenta: Non delicato afrodisiaco intingolo Da tisicuzza damigella isterica, 295Ma di leon midolla, onde si pasce Chi nel petto capace ha cor di Achille.
Tale è dei canti miei l’unico segno, Tale il fin di mia vita. E questa fede Che nulla è dio, che la Natura è tutto, 300Che luce nostra e nostra forza è il vero, Non da folli ardimenti o ambizíosi Sogni mi nacque, ansi fra dubbj e pianti, Per lunga via, con moderato esame, Con assiduo pensier crebbemi in guisa, 305Che mia fibra or s’è fatta e sangue e mente. Nè creder già che doloroso io viva, Se d’ogni vaga illusíon di cielo Dopo lungo pugnar strappai la benda; Nè con rigido dente e con veleno 310L’empio rimorso offenderà il mio petto, Già che dolce mi fia mirar l’abisso, Da cui con tempestiva ala mi tolsi, E folle no, ma saggia cosa io penso Sviar la mente da perversi oggetti, 315E disfar opra che il pensier condanna. Nè leggiera, nè fiacca indole al certo, Ma cor gagliardo ha chi sè stesso emenda: Chi dura nell’error mente ha proterva; Vile o stolto è colui che muta in peggio. 320Che, se per molta età, fra inesorata Stirpe di mali e immedicati affanni Trascinare io dovrò l’ultima vita, O Natura benigna, odi un mio prego.
A te non grazia di potenti io chiedo, 325Non lauta sorte o popolar favore, Nè di canto immortal vena perenne: Con le palme supine altro t’imploro; E tu, diva, m’ascolta, ove alcun senso Di noi ti mova, ed al tuo vario trono 330D’una precę mortale, il suono arrivi. Deh! concedimi o dea, che sempre vivo, Come raggio costante a pellegrino, Dentro all’anima mia splenda il pensiero, Virtù sola e ricchezza, onde si scerne 335Veracemente da ferin costume Nostra vita mortal; dammi che l’ira, Breve furor che gl’intelletti acceca, Non mi travolga mai sì che sdegnoso Fuor del dritto sentier corra e trasmodi; 340Dammi che dal cor mio lungi deliri La molteplice insania, ispida Erine, Ch’or trascorre furente, ora si asside Nell’nmano cervello, e le secrete Celle con fiero martellar ne introna. 345Deh se questo mi assenti, ed è tuo nume Che da’ cheti occhi miei fugga l’infido Stuolo delle speranze e degli amici, Pur sereno io vivrò. Tante e sì nuove Giostre alle morbidette alme prepara 350L’aurea figlia dell’onde e quel di Maja, Tanto il buon Vanchetone apre alle proli Tesor di catechismi ampio e di stupri, Che in ver folle sarei, se tutte intente Pretendessi al mio dir l’itale orecchie. 355M’udran sì, quando sia che al geniale Talamo un qualche frutto amor conceda, Sì m’udranno i miei figli. A lor non molli
Danze e celeri cocchj e compro riso Di sirene e di schiavi adempiranno 360I pigri e vanitosi ozj: chè sempre S’impaluda nel sen vacuo la vita A chi in delizie e di delizie stanco Con l’ala del lavor non sforza il tempo. Nume a loro sarà l’unico nume 365Degli onesti, il dover; la ragion fede, Vessil la libertà, patria la terra, La coscienza del ben premio e salute. Io tranquillo fra lor, sin che mi regga Mente alcuna del ver l’anima intera, 370All’Etna, al cielo ed alla morte in vista, D’Empedocle dirò l’inclita fine; E se, indegna di me, fia che mi volga La sposa infida e la rea prole il tergo, Solo starò, come solingo masso, 375A cui l’intima tempra o il ciel maligno Nullo consente onor d’erbe e di rami: Si dilungan da lui greggi e pastori, Passan lungi gli augelli; egli co’ nembi Pugna indefesso, in fin che una nemica 380Forza lo schianti, o il suol natío lo inghiotta.
A Gaetano Ardizzoni
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Ch’io cangi mai l’arpocratèo contegno Contro a’ critici miel? L’usanza aborro. Troppo gli onesti delle muse alunni Vide Italia agitarsi e accapigliarsi 5Quai pettegole in trivio, e n’ebbe gusto
Men vulgare di loro il vulgo abbietto. Terribili scendean d’ambo le bande L’erudite falangi; e questi usberghi D’unti lessici avean, quei di sofismi, 10Spada entrambi la lingua; alto a’ lor passi Le sacre del Buratto aule tremavano; E di accenti e di punti irti e di virgole Ondeggiavano all’aure i lor cimieri. Tali forse il divin Cieco dal sommo 15Trono del Pindo ove seren sedea, Vita agli eroi spirando e ad essi i numi, Attelarsi in tremendo ordine scorse Quinci la roditrice, ampia famiglia Dei terrigeni topi, e quindi il glauco 20Dei ranocchi loquaci anfibio popolo, Poi prorompere all’ire, e di tal clade Sanguinosa ingombrare il pian soggetto, Che Xanto e Simoenta egual non vide, Quando sotto alla grande asta d’Achille 25Tanto fiore trojan mordea la polve. Stanchi or siam di tal lite; e se a l’arguto Popoletto, che morde o che sbadiglia, Degno ancora di riso offre argomento, Io, se Omero non canti, e non condisca, 30Gran maestro di salse e tornagusti, La volgare pietanza, amo più tosto Volger le spalle e metter acqua in bocca. Altri in cattedra monti e sdottoreggi Stenterellando; io, così il ciel m’arrida, 35Odio il vulgo sacciuto; e, sia che all’ire Cieco prorompa, e con stentorea voce D’apostoliche ciarle il vento impregni; O che, avvolgendo al buzzo epicureo La sede del suo senno ibrida coda,
40Ritto sul deteran giudichi e mandi, Mi rivolta lo stomaco. Sdegnoso Movo però con rari amici a lato, Talor solo, ch’è meglio; e mentre in giro La maledica turba, almanaocando 45Sul crine intonso e su l’orgoglio mio, O intorno al mio sentor d’ateo ad un miglio, Mormora per le piazze, e cou itterico Porcino occhio ammiccaudo, al mio tallone Vuota del flatuoso èpate il fiele, 50Io interrogo la Musa, e custodisco I suoi varj responsi entro al mio petto.
Così vivo tranquillo; e, pur che un dolce Raggio d’amor l’altera anima allieti, Popolar tosto il ciel, la terra, i flutti 55Veggio d’auree fantasme e rosei sogni, Da cui tanta bellezza e sì diversa Di forme o d’armonie fonte deriva, Che se potessi mai ritrarle in carte, Verde al crin mi verría fronda immortale. 60Sognatore, dirai; tal sono; e il regno De’ miei lucidi sogni ad ansimante Speculator di cifre e bancherotte Ceder non vuo’: s’ovvio l’incontro, il passo Come a carco asinel tosto gli cedo: 65Vada ognuno a sua via. Ben la minaccia D’amiche alme e d’avverse in vario metro Tenta la mia virtù. Stolto, mi fischia Tal che di pia camuffa addoppia il viso, Stolto, a’ liberi sensi e al cor superbo 70Libero ed orgoglioso accoppj il detto. Chi farà plauso a te? Lascia che vada
L’acqua alla china. Agli uomini ed a Dio, Al core ed al pensier tu porti oltraggio. Aborrito sarai! Malediranno 75E i tuoi figliuoli a te! Canuto e stanco, Senz’amor, senza fè, senza domani, De’ satanici carmi avrai rimorso! E mentre a risciacquar l’animellina Con devota unzíon corre alla volta 80Della prima piletta d’acqua santa, Sfregandosi le mani aride, il rogo, Che a me non puote, all’opra mia decreta. O coscienze di burro, alme candite, Eroi di latte e miele! Io scrollo il capo, 85E, zufolando una canzon guerriera, Sul gran metro eschilèo governo il passo. Mi si cuce altri a’ fianchi, ed a l’orecchio Mi miagola cosí: D’arte e di fole Ride il mondo e l’età; l’ombre e le larve, 90A cui vita tu dài, tomba han nel vero! Tanti allor dal polmon spreme aforismi, Che, a dar varco capace all’ampio senno, In aria di Solon sfibbia il farsetto. Con incredula cera io lo squaderno, 95Fo spallucce, e m’involo. O anacronismo, O di classiche ubbie gonfio cervello, Altri mi canta in pecorin falsetto, Passâr genti ed età. D’epici carmi A che intronar ne vuoi teste ed orecchi? 100E, in ver, dritto ragiona: epica tromba Oggi a che vale? A celebrar le geste De’ pari suoi bastano i fischj. Assume Poi più grave cipiglio, e con paterno Ammonir batte la mia spalla, e aggiunge:
105Il reale, il real! Morta è l’Idea Nella materia! La grand’arte è morta: Quatriduan cadavero tu tenti; Armi invan la tua pila; un moto solo Non ne trarrai, fossi Galvani o Volta! 110Guarda il ver, cerca il vero, il vero indaga: Notomizza la vita! E, sì dicendo, Ghigna beato, e col ditin paffuto M’indica, in carità, la via più corta Del lupanar, tempio dell’Arte; o vero. 115Scodinzolando ad isgarar Batillo, Nuovo al miei sguardi zibaldon sciorina Di romantiche fiabe, unica forma In cui la Verità, fatta baldracca, Alle italiche gemti oggi si sveli.
120O aristarchi da balia! E questa oscena Frega, che il cervellin picciol vi morde. Di solletico degno altri consoli; Altri a sua norma il vagir vostro assuma, O con voi scenda in lizza. Io disdegnoso 125Passo, ed amo, e lavoro: a cacciar mosche, Nuovo Domizían, non perdo il tempo.
A Pietro Fanfani
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A che su gialle, impolverate carte Sciupi gli occhi e l’ingegno, o inesorato Scorbacchiator di apocrifi Inferigni! Nei capaci bigonci a lor dispensa
5Con generosa man crusca e farina La provvida camorra: ond’essi in giro Con gran prosopopea menan le pauce Canonicali, e a chi la ben pappata Prebenda e l’infinita opra lamenti, 10Nuovi Fucci linguaj squadran le fiche. Cangia metro, Fanfani: uopo chi sente, Fra tanto lume di saver, di umíli Grammatichette e lessici ed esempli, Per cui del dolce favellar materno 15Dal fresco il vieto, il fossile dal vivo Con giudicio sottil scernere insegni? Scrivere e chiacchierar come in Babele Oggi è vezzo erudito; e chi con aria Più tedíosa e più straniero accento 20L’idioma natio smozzica e biascia, Pur che balbetti il tema e la radice Di barbarico motto, e d’indigeste Critiche astruserie pinzo abbia il ventre, Egli è saggio, egli è grande; a te non resta 25Che il nome di pedante e di citrullo.
Strane cose, non mai visti e sentiti Mostri, cigni alla greppia, asini in cielo, Questo vuol, se nol sai, di questo ha frega La ninfomane età; questo domanda 30La bocciata a’ ginnasj egregia schiera De’ candati Minossi, a cui nell’ultima Vertebra, come fulgido piropo, Tutto d’Italia l’ideal s’incastra. E dritto è ben che a stremo tal ruini 35L’itala gioventù. Qual dalle scuole Pura vena di sensi alti e d’esempj, Qual dell’arte concetto e della vita,
Qual sana idea di te, santa Natura, Nel piano eloquio de’ maestri attinge? 40Monta in cattedra Erminio, e vòlto in giro Fra’ giovinetti impazíenti il grifo, Sputa dommi e catarro. — Una è l’Idea; Uno il tipo dell’Arte. Esilio il mondo; La nostra patria il cielo; ivi la vita, 45La verità. Splendor del Vero è il Bello: E l’archetipo è Dio. Qui tutto ha fine Con la materia; là tutto s’eterna Con lo spirito. O voi, che la scintilla Custodite dol genio entro al pensiero, 50Rivolgetevi al cielo una serena Pace su queste affitte alme spargete, Sì che all’èden perduto ogni uom sospiri. L’arte è raggio di Dio: chi in lui non crede. Stempra indarno colori e stanca il plettro: 55L’amor perfetto è Dio; chi lui non ama Come bestia circèa ruzza nel fango! O gran mastro d’eterni e d’assoluti, Gli grido, e siam noi forse ombre e fantasmi? Noi barattoli tuoi, dove cotanta 60Parte di cielo e tanto Dio lambicchi, Nulla conta la vita? Ei va di lungo Astrologando; e poi che per gran foce Dell’estetica sua scarica il sacco, Tronfio discende, o al successor dà loco. 65Un cosin duro è questi, ispido, arcigno, Un fagottin di tèndini e di peli, A cui dan gravità lenti e tabacco. — In principio era il verbo, e il verbo è Dio. Padre Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso; 70Quattro in uno, uno in quattro (un dio quattrino!),
Il resto vanità! (Siamo al memento). — Ma cangiata è stagion; muta il pensiere, Mutan le forme; o mummie infascettate, O incartapecorite alme grinzose. 75L’Arte vive con noi! — Latri alla luna: Sprechi i polmon tanto è dir brutto a un cane. Dietro un classico tropo imbestialito Ei corre, ansima, sbuffa; e se l’imbrocca. Grida eurèca, e saltella. Ecco, là guizza. 80Come anguilla in pantano, un’aurea frase: Ei le tende la lenza, e se l’adesca, Apriti, ciel: t’inforna a posta un libro.
Qual decoro e qual pro? Ghignan gli alunni. A cui diede Natura alma ribelle; 85Russan gli altri più miti: altri l’avvezza Groppa inarcando ed affilando il muso. Di quel vieto saper gonfian le trippe. Armi il tedio ministra; a nuove scuole Corron le giovenili anime audaci; 90Spregian norme e precetti, e all’arte eccelsa D’imparar senza studio ad esser grandi. Con fermezza d’eroi, con cor superbo, Analfabeti Capanèi, si dànno.
Non di cattedra in cima o di tribuna, 95Ma in un canestro pensile a più doppj Foderato, ovattato, imbambagiato, Menio si affaccia, il novator maestro, Simile a sonnecchiosa indica vergine, Che nell’amàca languida si dondola. 100Ei parla, parla, parla: e poi che un secolo E andato su pe’ peri e per le nuvole,
Riscendo in terra, e in suon grave d’oracolo Questo responso ai quattro venti spiffera: A intender bene e giudicare un’opera 105Basta a ognun, dritto o storto, il suo criterio; Ciò che non piace o non s’intende, è stolido; Ogni zucca a due piè può far da critico! Scoppian di gioja a questa nuova estetica Gli accolti alunni, a cui facil dischiudesi, 110Qual lupanare, il tempio della Gloria; E come in acqua limacciosa e putrida Gl’infusorj fan salti e capitomboli, Così dentro alla cattedra prolifica Guizza una turba, anzi uno sciame, un nuvolo 115Di criticonzoletti microscopici, Che con gran gravitade abbottonandosi Il giubboncel su le pancette impuberi, Quali ispirati Anabattisti, emettono A ogni tirar di fiato il santo spirito. 120Come nel giovenil tralcio di Bromio La vorace crittogama si appasta, E i grappoli acerbetti inzozza e rode, Questi coal, che de’ molluschi acefali Hanno l’ingegno, e l’anima del tènia. 125Di vischioso velen l’Arte sbavazzano; E, mascherando di ostrogota estetica L’impotenza e il livor sozzo dell’anima, Lordan di pici e d’erudite càccole La radíosa nudità di Venere.
130Nè qui fine ba tal peste. Ingenua fonte Di nuove teorie, di un’arte nova Oggi s’è fatto il lupanar; maestra Di poesia la satiríasi. Riddano In orgie oscene e venderecci amplessi 135Flosci femori ignudi, in cui saltella
La libidine: vigila alla porta Caton, fatto mezzano, e, con arcigno Volto adoprando il contator, riscote A ogni goccia d’amor debito il prezzo. 140Chi il crederebbe mai? Proprio in tal loco, Da concubito tal nascer pur deve L’Arte novella, anzi è mo nata. O santa Venere, a te la raccomando! E sia Che con fido pennello ad uno ad uno 145Ritragga i pori fornicati e i falsi Crini e i baci più falsi, ond’oro e cocchj Cauta Frine ricolse; o che il terreno Picchj in alcàico metro o in alcoólico, Menade grulla, e il tuo bel nome invochi 150Deh! se cari ti son l’are e gl’incensi De’ redenti postriboli, tu questa Salvatrice marmocchia abbi in governo, Perchè del dente suo mai non l’azzanni Scrofola edace e pallida cloròsi, 155Nè, orrendo a dir ma non difficil danno. Celtica peste il bel corpo le roda: Ahi, che allora dovríen con disperati Ululi e pianti invocar l’Arte all’uscio Dell’ospedal gli apostoli novelli! 160Da che pulpiti! esclami. E che? Non io Bieco censor moraleggiar presumo. Anche alata per me corre quell’ora, Che su la punta dell’eburneo piede Delia s’appressi al limitar socchiuso 165Della mia cameretta; e, se le greche Forme agli avidi miei sensi concede, Tremando esulto, e inonorate, il giuro. Io non lascio quel dì l’are a Ciprigna. Ma a chi suase a’ trafficati amplessi
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The end
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