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Lettera di dedica
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OSTRA Eccellenza mi ha onorato della sua protezione senza conoscermi, per certa compiacenza che le Opere mie le recavano, ed io ammiratore sono stato del di lei merito e della di lei Virtù, per quello che da più parti ragionarne intesi. Il Conte Orazio Arrighi Landini Fiorentino, Uomo di Lettere, mio caro amico, godendo egli la grazia e la protezione di V. E., mi ha procurato l’onore di essere io in persona a ringraziarla della benignità sua, e supplicarla a volermi di essa continovare gli effetti, congratulandomi io con me medesimo d’aver conosciuto più da vicino un Cavaliere, i di cui pregi sorpassano la fama che li decanta. Quai sieno questi, non è sì facile che io sappia dirlo, nè d’uopo è che io lo dica in una Città, che conosce perfettamente l’E. V. e l’ammira, e pruove magnanime aspetta di quella Virtù, che in età verde ancora la fa risplendere.
Fortuna è nascere con quella docilità di animo e chiarezza di mente, che in lei si ammirano. Fortuna l’avere dinanzi agli occhi un esemplare vicino, che ecciti alle virtù. L’Eccellentissimo Signor Simeone Contarini Procurator di S. Marco, Padre amorosissimo dell’E. V., e quel modello che a tutti gli uomini nobilmente nati può servire di regola, e molto più a quelli che sono nei gradi, e negli onori, e nei pesi della Repubblica iniziati; e quanto maggiore e l’attaccamento che per natura ha con esso lui l’E. V., tanto più forte nel di lei animo farà impressione l’esempio suo. Principiò Egli a sagrificar se medesimo a pro della Patria nell’età verde ancora, e unendosi in lui perfettamente il genio ed il talento, militando ancor giovanetto nelle Provincie della Dalmazia e dell’Albania, nell’aspra guerra co’ Turchi, sotto il comando del Serenissimo Doge Sebastian Mocenigo suo zìo, gli fu da quello addossato l’onorevole carico di Luogotenente Generale, onde coraggiosamente condottosi agli assedj di Antivari e di Dulcigno, diè pruove tali del suo valore, e tanto mostrò coraggio, ancorchè tinto del proprio sangue, per grave ferita sparso, che fu dall’ammirazione e dalla gratitudine dell’eccelsa Patria con estraordinario esempio Senatore eletto nell’anno vigesimoterzo dell’età sua. Ciò servì a lui di stimolo per maggiormente accendersi del vero amore di Cittadino, non risparmiando fatica a pro della Repubblica, e questa gareggiò sempre con esso lui nel caricarlo di onori. Resse due volte la Città di Padova, ed una quella di Brescia. Provveditore alla Sanità in Dalmazia, assicurò ben presto la salute comune, estirpando affatto colà ogni contagioso malore. Alla Porta Ottomana Bailo per la Repubblica Serenissima, quai prove non ha egli date del suo sapere e della sua ammirabile condotta? E alla suprema carica eletto di Provveditor Generale nella Terra Ferma, dopo aver conseguita la veste insigne Procoratoria, con qual zelo, con qual merito e con qual vigilanza non sostenne egli un tale onorevole peso?
Tutto ciò basta per ravvisare quali e quante sieno le di lui virtù, perchè senza di esse ne si merita tanto, nè tanto si conseguisce. Che però torno a ripetere con fondamento, che un esemplare sì grande, sì interessante, e sì prossimo all’E. V., non può che animarla ad operare e a risplendere, additandole quel sentiero, per cui a tanta gloria si arriva. La fiducia che io ho nella di lei benignissima protezione, mi anima ad offerirle un miserabile parto della mia penna, ponendo in fronte a questa Commedia mia il venerabilissimo nome dell’E. V., gloria per me essendo che un tanto onore mi si conceda, siccome quello di potermi qui sottoscrivere con venerazione ed ossequio
Di V. E.
L’autore a chi legge
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ABENT sua sidera lites, sogliono dire i Forensi: io dirò lo stesso delle Commedie. Alcune che meriterebbero miglior fortuna, sono sgraziate nell’esito, ed altre lo hanno più felice di quello che al merito loro promettere si poteva. Questa che ha per titolo I Puntigli Domestici, è una di quelle che chiamerò sfortunate, poichè fatto io le aveva un più felice presagio, e con mio rammarico l’ho veduta meno applaudita di altre Commedie mie, le quali, secondo me, meritavano meno. Parmi che l’argomento sia interessante, la condotta semplice e naturale, il dialogo proporzionato agli Attori, e gli accidenti non solo verisimili, ma che si possono creder veri. Con tutto ciò pochissima accoglienza le venne fatta. Ma perchè mai? Il perchè parmi di averlo rilevato. I caratteri sono mediocri, leggieri e comuni. Ecco il motivo, per cui la Commedia risalta poco. Or dove sono coloro, che quando veggono un carattere un poco troppo forzato, esclamano: troppo forte, eccede il verisimile, è caricato? Signori miei, come la volete? Calda o fredda? Voi mi fareste impazzire, se vi dessi retta. Ma, grazie al Signore, ho un pajo di buonissime orecchie. Fo il fatto mio, e in verità non mi voglio confondere. La necessità di far molte Commedie in un anno mi obbliga a variare nella maniera di scriverle. Così a chi una non piace, l’altra soddisfa meglio. Questa mi basta sia esaminata e compatita da quei che della Commedia s’intendono, e spero la ritroveranno più regolare di molte altre.
Personaggi
ct Il Conte OTTAVIO.
La Contessa BEATRICE, vedova, sua cognata.
La Contessina ROSAURA | valign=middle rowspan=2 | |valign=middle rowspan=2|figliuoli della Contessa.
Il Conte LELIO
Il Marchese FLORINDO, destinato sposo della Contessina.
PANTALONE de’ BISOGNOSI, mercante veneziano, amico del conte Ottavio.
Il Dottore BALANZONI, avvocato.
BRIGHELLA, servitore del Conte Ottavio.
CORALLINA, cameriera della Contessa Beatrice.
ARLECCHINO, servitore del Marchese Florindo.
Un Garzone di scuderia.
Un Messo della Curia.
Un Servitore d’Ottavio.
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Atto I
fi ct ct ct ct Brighella. Vardè cossa che i s’ha inventa per far sfadigar la povera servitù! Grattar el tabacco! Invece de pestarlo, grattarlo! Quel che doveria far i facchini, l’ha da far i poveri servitori.
Corallina. Brighella, la padrona vi domanda.
Brighella. Se la me domanda, no vedì cossa che fazzo?
Corallina. Lasciate di rapare, e andate a vedere che cosa vuole.
Brighella. El patron el vol una scatola de tabacco.
Corallina. E intanto che la padrona aspetti: siete pure incivile!
Brighella. Corallina, mi ve voio ben; ma sto perderme el respetto, farà che ve perda l’amor.
Corallina. Già me l’ha detto la padrona. Vedrai che colui non verrà.
Brighella. L’ha dito colui?
Corallina. È un pezzo che la signora contessa Beatrice vi ha in mala opinione. In questa casa vi vedo e non vi vedo.
Brighella. Donca gh’averessi gusto che andasse via. Bell’amor! Brava! Me confido che ela no comanda. Comanda el conte Ottavio, che l’è el me padron.
Corallina. Comanda anch’ella.. È sua cognata, è stata moglie di suo fratello. È madre del conte Lelio e della contessina Rosaura: sarebbe bella che ella non comandasse.
Brighella. Basta: a mi no la me comanda. Vôi finir de rapar.
Corallina. Lo dirò al conte Ottavio, e la verrete a servire.
Brighella. Eh via!
Corallina. Oh, se ci verrete.
Brighella. Signora no, non ci verrò.
Corallina. No? basterebbe che io volessi. La mia padrona fa più conto di me, che di suo cognato.
Brighella. E el me padron el fa più capital de mi, che de tutta la so fameia.
Corallina. Io ho persuaso la mia padrona a contentarsi che la sua figliuola si sposi al marchesino Florindo. Non lo voleva fare per niente; anzi avea intenzione di darla al marchese Riccardo, e quasi quasi gliel’avea promessa; ma per me ha cangiato opinione.
Brighella. Col me padron avesse volsudo, el gh’ha una testa che fa far a so modo.
Corallina. Anche la mia padrona non burla. Quando dice voglio, ha da essere.
Brighella. Sì ben; per ostinazion no gh’è un par suo.
Corallina. Quel vostro satiro del conte Ottavio, non è la cosa più odiosa di questo mondo?
Brighella. Lo vorressi metter colla vostra patrona, che l’è nata quando el diavolo se pettenava la coda?
Corallina. E il vostro è stato concepito col tuono, e partorito fra le saette.
Brighella. Brava! Oh che bei concetti! Oh che signora de garbo!
Corallina. Certo che non sono una ignorante come siete voi.
Brighella. Cossa voleu, cara fia, tutti gh’avemo i nostri difetti. Mi ignorante, e vu pettegola.
Corallina. Se foste ignorante, sarebbe poco.
Brighella. Gh’è de pezo?
Corallina. Una piccola bagattella. Avete dell’asino.
Brighella. Tutti avemo la nostra parte. Mi aseno, e vu...
Corallina. Portatemi rispetto. Sono una fanciulla dabbene.
Brighella. Le fanciulle da ben no le parla cussì coi omeni onorati della mia sorte.
Corallina. Lo dirò alla padrona.
Brighella. E mi lo dirò al padron.
Corallina. E vi farò mandar via.
Brighella. Poderia esser che zoghessimo de brìccola.
Corallina. Ecco lì: non rapa, non fa niente, e non vuol venire dalla padrona.
Brighella. La vaga a far i fatti soi, e la me lassa far quel che ho da far.
Corallina. Servitori? Nemici dei padroni.
Brighella. Serve? Pettegolezzi de casa.
Corallina. Non sono buoni che a mangiare.
Brighella. No le sa far altro che far l’amor.
Corallina. Son bravi a burlare.
Brighella. El so forte l’è far le mezzane.
Corallina. Parla di me, signore?
Brighella. E ela parlela de mi, padrona?
Corallina. Se non mi vendico, possa io essere filata come questo lino.
Brighella. Se no me reffo, che sia grattà come sto baston de rapè.
Corallina. Villano!
Brighella. Insolente!
Corallina. A me insolente? Giuro al cielo! non so chi mi tenga, che non ti salti al collo, e non ti strappi la lingua. Ma senti, qualche brutto giuoco ti farò. A me insolente? Voglio vendicarmi, se credessi di perdere la casa, il pane e la vita. ct ct Brighella. Pettegola maledetta! Tolè su, questo è quel che s’avanza a far l’amor con ste sporche. Le se tol confidenza, e le strapazza.
Ottavio. Hai mai finito di rapare questo tabacco?
Brighella. Sior... se la savesse... Più che se gh’ha voggia de far ben a sto mondo, e più se vien perseguitadi.
Ottavio. Che cosa è stato?
Brighella. Son qua che gratto el tabacco, e vien Corallina a insolentarme...
Ottavio. Ho pur detto che la gente di mia cognata non ha da venire nelle mie camere.
Brighella. E mi, lustrissimo, oi da lassar de rapar el tabacco, per servir la lustrissima siora Beatrice?
Ottavio. Tu servi me, e non lei. Come ci entra la Contessa a comandar alla mia servitù?
Brighella. Se ghe l’ho ditto. I m’ha tolto per el facchin de casa.
Ottavio. Che cosa è stato?
Brighella. Ghe dirò, signor, era qua che fava i fatti mii, per servizio del me padron; vien Corallina, e la dise che la signora Contessa me vol mandar in t’un servizio. Digo: aspettè; sior no. Lassè che fenissa de rapar; sior no. Vegnirò adess’adesso; sior no. In somma la dis cussì che tutti i servitori i è al so comando. Che l’è padrona, e che s’ha da lassar tutto per servirla ela.
Ottavio. Lasciar tutto per servir lei? (con caricatura) Finisci di rapare.
Brighella. La servo. Certo, se no la giera ela, no se faceva sto matrimonio.
Ottavio. Che matrimonio?
Brighella. Eh niente, lustrissimo! Rido de una certa espression de Corallina.
Ottavio. Che cosa ha detto?
Brighella. Eh, l’è una donna; non occorre badarghe.
Ottavio. Ma dimmi, che cosa ha detto?
Brighella. Ghe dirò. La pretende che la so padrona ghe voggia ben, e che la fazza tutto a so modo. E cussì circa al matrimonio, che i ha stabilido tra la signora Contessina e ’l sior marchese Florindo, la dis Corallina: se non era io, la padrona non lo faceva. Digo mi: bastava che foss contento el padron; lu l’è quel che comanda. Certo, la dis: la mia padrona comanda, il vostro padrone è un ravano. Maledetta!
Ottavio. Con costei è un pezzo che io ce l’ho. Averà finito.
Brighella. La m’ha po onorà de’ titoli propri...
Ottavio. Ecco mio nipote. Vattene.
Brighella. Bastelo, lustrissimo, sto tabacco?
Ottavio. Sì.
Brighella. Vorla che lo bagna?
Ottavio. Bagnalo.
Brighella. Me raccomando, lustrissimo...
Ottavio. Vattene.
Brighella. (Oh, questo el gh’ha poche parole, e assae fatti! L’ho chiappà in bona luna). (da sè, parte ct ct Ottavio. Mia cognata se ne vuol prendere più di quel che conviene. Stia ne’ termini, se non vuole che si rompa.
Lelio. Son servo, signore zio.
Ottavio. Buon giorno, nipote.
Lelio. Sono a domandarvi un piacere, per parte di mia madre.
Ottavio. In che cosa la posso servire?
Lelio. Desidera che licenziate Brighella.
Ottavio. Che cosa le ha egli fatto?
Lelio. Le ha perduto il rispetto.
Ottavio. In qual maniera?
Lelio. Lo ha mandato a chiamare, e non ha voluto muoversi per servirla.
Ottavio. Era impiegato per me.
Lelio. Rapava del tabacco. Faceva veramente una gran cosa!
Ottavio. Faceva quello che io gli aveva ordinato di fare.
Lelio. Già il signore zio ha sempre fatto più conto dei suoi servitori, che de’ suoi parenti.
Ottavio. Io ho sempre fatto conto della giustizia.
Lelio. Questa giustizia tutti credono di conoscerla, ma pochi la conoscono.
Ottavio. Voi la conoscete meno degli altri.
Lelio. Mia madre ha da essere rispettata.
Ottavio. Niuno le perde il rispetto.
Lelio. E ha da essere obbedita.
Ottavio. Sì, dalla sua servitù.
Lelio. I servitori di questa casa mangiano tutti ad una tavola, e per questa stessa ragione...
Ottavio. Io li pago.
Lelio. Non li pagate del vostro.
Ottavio. Non li pago del mio?
Lelio. No, signore. Vi è la mia parte, vi è la dote di mia madre e quella di mia sorella.
Ottavio. Voi non sapete che cosa vi dite.
Lelio. È vero: non so nulla; ma da qui innanzi i fatti miei li vorrò sapere ancor io.
Ottavio. Sciocco!
Lelio. Signore zio, non sono un ragazzo.
Ottavio. Temerario!
Lelio. La discorreremo. (Lite, divisione, risarcimento. Me l’ha detto il dottor Balanzoni. Così non si può vivere. Egli è un buon procuratore; mi assisterà). ct ct Ottavio. Impertinente! Ti farò pentire d’avermi perso il rispetto.
Brighella. Illustrissimo, el signor Pantalon de’ Bisognosi vorria riverirla.
Ottavio. Padrone! Che cosa hai, che sembri spaventato?
Brighella. So sior nevodo m’ha fatto un poco de paura.
Ottavio. Che cosa dice?
Brighella. El m’ha vardà con do occhi de basilisco. E po el m’ha dito sta bagattella: se mio zio non ti manda via, ti romperò le braccia.
Ottavio. Se lo farà, sarà peggio per lui.
Brighella. Sarà pezo per mi, e no per lu. Lustrissimo, piuttosto che abbia da succeder sto caso, no so cossa dir, anderò via.
Ottavio. Fa che venga il signor Pantalone.
Brighella. La servo. Se el me rompe i brazzi...
Ottavio. Finiscila.
Brighella. (Cospetto del diavolo, avanti che el me rompa i brazzi, l’averà da parlar con mi).
ct ct Ottavio. Rompere le braccia al mio servitore? Potrebbe darsi che io rompessi la testa al suo.
Pantalone. Servitor umilissimo, sior Conte mio paron.
Ottavio. Signor Pantalone, vi riverisco.
Pantalone. Xela in collera?
Ottavio. Ho ragione di esserlo.
Pantalone. Con mi no, nevvero?
Ottavio. Voi siete un buon amico.
Pantalone. M’ha dito qualcossa sior conte Lelio.
Ottavio. Egli è un pazzo.
Pantalone. Cossa vorla far? No la gh’ha altri al mondo, che sto nevodo.
Ottavio. Sarebbe meglio che io non l’avessi.
Pantalone. Bisogneria po che la se maridasse ela, per conservar la casa.
Ottavio. Che cosa importa il conservare la casa? Morto io, morti tutti. La mia roba so a chi lasciarla.
Pantalone. Ogni tanto sento sti manazzi de lassar la roba fora de casa. Sta cossa no la posso sentir.
Ottavio. Della roba mia posso fare quello che io voglio.
Pantalone. Xe vero: de la so roba la pol far quel che la vol; ma i omeni de giudizio i sacrifica la so volontà alla giustizia e alla convenienza. Per che rason voravela privar i nevodi, per beneficar dei stranieri? Per paura fursi, che i nevodi sia ingrati, e no i se recorda del benefattor? Per l’istessa rason, se pol desmentegar più presto del testator chi no xe del so sangue.
Ottavio. Sapete che cosa mi ha mandato a dire mia cognata per suo figliuolo? Che vuole che io licenzi Brighella mio servitore.
Pantalone. No l’averà dito che la vol, ma che la desidera.
Ottavio. Come ci entra ella con i miei servitori?
Pantalone. Finalmente una cugnada xe qualcossa più de un servitor.
Ottavio. Dovrei dunque mandar via un uomo che mi serve bene, per contentare una femmina senza giudizio?
Pantalone. No digo mandarlo via, ma darghe qualche sodisfazion. Per la pase convien qualche volta far dei sacrifizi.
Ottavio. Mia cognata è una donna irragionevole.
Pantalone. Desgrazia per chi nasse cussì. Chi xe de bon temperamento, se consola e compatisse i cattivi. Ma chi no sa compatir i difetti dei altri, gh’ha un difetto che supera tutti.
Ottavio. Mio nipote vuol romper le braccia a Brighella.
Pantalone. El l’ha dito in atto de collera.
Ottavio. Io sono il padrone di questa casa, e voglio che mi si porti rispetto.
Pantalone. La gh’ha rason. Xe giusto.
Ottavio. Se non vuole dipendere, se ne vada a stare da sè. Io non ho bisogno di lui.
Pantalone. No femo, sior Conte, no parlemo de ste cosse. Le case, co le se divide, le se indebolisse.
Ottavio. Se mi vorranno amico, sarà meglio per loro.
Pantalone. Ela contenta che mi ghe diga a lori qualche cossa su sto proposito?
Ottavio. Siete un uomo discreto. Sapete le mie convenienze.
Pantalone. La lassa far a mi. Voggio andar adesso da siora contessa Beatrice.
Ottavio. Ditele che, quando vuole qualche cosa, verrò io da lei, e non mandi quella testa calda di suo figliuolo.
Pantalone. Circa sto servitor... me permettela de far gnente?
Ottavio. Niente affatto. Brighella mi serve.
Pantalone. Se poderia licenziarlo per un zorno.
Ottavio. Nemmeno per un’ora.
Pantalone. Caro sior Conte, qualche volta bisogna ceder. So pur che l’anno passa la ghe n’ha manda via un altro, per compiacer una cantatrice.
Ottavio. Sì, è vero. Perchè le aveva perso il rispetto.
Pantalone. E no la vol dar sodisfazion anca a so cugnada?
Ottavio. Parlatele. In grazia vostra qualche cosa farò.
Pantalone. Grazie alla so bontà. So che l’è un cavalier prudente, e son seguro che el se remetterà alle cosse giuste. La più bella qualità dell’animo xe la docilità. Tutti semo soggetti alla collera; ma chi ascolta i boni amici, la modera e se correzze. Quel che rovina i omeni per el più, xe i pontigli, e i pontigli che nasse tra i parenti, i sol esser i più feroci. No bisogna ingrossar el sangue; bisogna remediarghe presto, e considerar che el più bel tesoro delle fameggie, xe la bona armonia, la concordia e la pase.
Ottavio. Io sono l’uomo più dolce della terra. Non vi è cosa che più mi piaccia della concordia e della pace. Ma se mi provocano niente niente, piuttosto morire che cedere. ct ct ct Corallina. Brighella me l’ha da pagare sicurissimamente. Briccone! Dirmi insolente? Dirmi mezzana? Anderà via di questa casa. La padrona ha detto che anderà, e deve andare.
Beatrice. Mio cognato così mi tratta?
Corallina. Che cosa vuol dire, signora padrona?
Beatrice. Fa più conto di un servitore, che di sua cognata?
Corallina. Il signor conte Ottavio non vuol mandar via Brighella?
Beatrice. No, non lo vuol mandar via.
Corallina. Cospetto di bacco, se io fossi in lei, questa volta vorrei mettermi al punto. In verità, se cede, vi va del suo decoro.
Beatrice. Mi negherà questa piccola soddisfazione di licenziare un servitore?
Corallina. Un servitore che le ha perso il rispetto?
Beatrice. Questo è troppo.
Corallina. Andar a dire, che la mia padrona è ostinata?
Beatrice. Temerario!
Corallina. Che è nata quando il diavolo si pettinava la coda?
Beatrice. Anco di più?
Corallina. Sicuramente.
Beatrice. E mi ho da vedere tra i piedi codesto scellerato?
Corallina. Prenderà maggiore ardire, e le riderà in faccia. In verità, perchè andasse via Brighella, pagherei il salario di un anno.
Beatrice. Ha fatto anche a te delle impertinenze?
Corallina. Non lo dico per me, signora. Se si trattasse di me, soffrirei tutto, piuttosto che metter sossopra la casa. Ma mi preme il decoro della mia padrona; non posso sentire che si parli male di lei, che le si perda il rispetto. La mia padrona? così buona? così adorabile? Sentirle dire ostinata? Metterla colla coda del diavolo? Mi sento ardere della rabbia.
Beatrice. Via, cara Corallina, non ti riscaldare cotanto. Vedi chi è; sento gente.
Corallina. (Eh, non dubiti, che non mi riscaldo per lei. Mi ha detto insolente. Non gliela perdono mai più). ct ct Beatrice. Che buona ragazza è costei! È tutta zelo per la sua padrona.
Corallina. Signora, è qui il signor Pantalone.
Pantalone. Servitor obbligatissimo a siora Contessa, patrona mia stimatissima.
Beatrice. Serva, signor Pantalone.
Pantalone. La perdona se vegno a incomodarla.
Beatrice. Mi fa grazia.
Corallina. Ha saputo, signor Pantalone?
Pantalone. Cossa, fia?
Corallina. Brighella ha perso il rispetto alla mia padrona.
Beatrice. E il conte Ottavio non lo vuol mandar via. Vi pare questo un tratto da cavaliere?
Corallina. È una cosa che fa drizzare i capelli.
Pantalone. Adasio un poco. Siora Contessa, cossa gh’ha dito Brighella?
Corallina. Le ha detto un fascio d’insolenze, una peggio dell’altra.
Pantalone. Mi no parlo con vu. A ela cossa gh’alo dito?
Beatrice. Con me non ha parlato. Se avesse avuto ardire di dirmi qualche cosa in faccia, meschino di lui.
Pantalone. Donca....
Corallina. Donca, donca... Ha parlato con me.
Pantalone. E vu se quella che ha reportà alla vostra patrona?
Corallina. La sarebbe bella che io stessi cheta; che sentissi maltrattar la padrona, e non dicessi nulla.
Pantalone. Vardè che donna de garbo! Vardè che serva piena de zelo e de bontà! Vualtri servitori no fè altro che dir mal dei patroni; vu, siora, con tanta pontualità reportè quel che ha dito i altri, e avere dito pezo de lori.
Corallina. Io? Mi maraviglio.
Pantalone. Siora Contessa, ghe domando perdon. Mi son omo vecchio, son omo sincero, parlo col cuor in bocca. Me despiase sti desordeni, e spero d’averghe remedià.
Beatrice. Avete parlato con mio cognato?
Pantalone. Gh’ho parla longamente, e tutto se giusterà.
Beatrice. Manderà via Brighella?
Pantalone. Se nol lo manderà via...
Corallina. Se non lo manda via, non si aggiusta.
Pantalone. Tasè, siora, che vu non gh’intrè. Sior Conte gh’ha tutta la stima de ela, e ghe despiase che la sia desgustada. A primo intro, sentindose dir da sior conte Lelio, cussì a sangue freddo, de cazzar via un so servitor, gh’ha despiasso un pochetto, e credo che gh’abbia despiasso, perchè el ghe l’ha dito con un poco de caldo. A quel servitor el ghe vol piuttosto ben, xe un pezzo che el lo gh’ha, ghe despiase a mandarlo via.
Beatrice. Dunque non lo vuol licenziare?
Pantalone. Vederemo...
Corallina. Se non lo licenzia, non si fa niente.
Pantalone. La me missia tutto el sangue.
Beatrice. Chetati, e lascialo parlare.
Pantalone. Sior conte Ottavio xe pronto a far che Brighella ghe domanda perdon.
Corallina. Eh!
Pantalone. El farà anca che el se cava la livrea...
Corallina. Eh!
Pantalone. El vegnirà senza livrea a domandarghe scusa.
Corallina. Freddure!
Pantalone. (Debotto no posso più!) Se la comanda, el lo farà star tre o quattro zorni fora de casa...
Corallina. Mi vien da ridere.
Pantalone. El se raccomanderà a ela, perchè la lo fazza tornar a torlo.
Corallina. Oibò, oibò.
Pantalone. Coss’è sto oibò? Cossa gh’intreu? Cossa ve storzeu? Siora Contessa, la me perdona, no so come che la sopporta un’insolenza de sta sorte.
Beatrice. Animo, va via di qua.
Corallina. Ma signora...
Beatrice. Va via, dico.
Corallina. La vostra riputazione vuole...
Beatrice. Giuro al cielo, sai?
Corallina. Vado. (Vecchio del diavolo, me la pagherai!)
ct ct Pantalone. Manco mal, no podeva più. E cussì, siora Contessa, cossa me disela? Ela contenta de recever sti atti d’amor e de respetto de so cugnà?
Beatrice. Orsù, mi rimetto in voi. Che Brighella sia spogliato della livrea, che venga a chiedermi scusa, che stia fuori di casa a mia disposizione, e vi prometto che io stessa pregherò il signor Conte a ripigliarlo. Giacchè voi mi assicurate che mio cognato ha della stima di me, io voglio avere della condescendenza per lui.
Pantalone. Bravissima! Xe ben che la cossa se giusta subito.
Beatrice. Quando viene colui a domandarmi perdono, voglio che ci sia tutta la famiglia, tutti i servitori.
Pantalone. Benissimo: ghe sarà tutti. A bon reverirla.
Beatrice. Serva, signor Pantalone.
Pantalone. (Sta volta ghe son, ghe stago; ma un’altra volta, avanti de intrigarmene, ghe penserò). ct ct Beatrice. Questo signor Pantalone è un galantuomo. Sempre cerca di metter bene, di pacificare, di accomodare le differenze. In grazia sua faccio quello che non farei.
Corallina. (Questi vecchi non li posso soffrire).
Beatrice. Che cosa c’è?
Corallina. Niente, signora.
Beatrice. Brighella sarà mortificato. Verrà senza livrea a domandarmi perdono.
Corallina. Basta; per me, dove ci è colui, non ci sto sicuro. S’egli resta, io, signora padrona, vi domando la mia licenza.
Beatrice. Ma che cosa ti ha fatto? Corallina. Che cosa mi ha fatto? Ha strapazzato la mia padrona.
Beatrice. Tocca a me a castigarlo.
Corallina. Bel castigo! Non posso soffrire.
Beatrice. Chetati.
Corallina. Ci mancava quel vecchiaccio. ct ct Lelio. Ecco qui il signor Dottore.
Dottore. Faccio riverenza alla signora Contessa.
Beatrice. Già mio cognato è disposto a soddisfarmi, ed io sono contenta della sua buona disposizione.
Lelio. Disposto a soddisfarvi? Ha detto un monte d’improperi.
Beatrice. Contro chi?
Lelio. Ha detto che egli è il padrone, e che non vuole mandar via il servitore per contentar la cognata.
Beatrice. Così ha detto?
Corallina. Eh sì, signora, ha tutta la stima, tutto il rispetto!
Lelio. Ha detto che siete puntigliosa, ostinata.
Beatrice. A me questo?
Corallina. Via, andatelo a pregare che non licenzi il suo servitore.
Lelio. Ed ha avuto l’ardire di dirmi ch’io sono un pazzo.
Beatrice. Figliuolo mio, siamo offesi, pensiamo a vendicarci.
Lelio. Il signor Dottore mi ha dato un buon consiglio.
Beatrice. Parli il signor Dottore. Che cosa ci consiglierebbe di fare?
Dottore. Io dico che quando tra le famiglie comincia a entrare il diavolo, non vi è mai più pace, onde l’unico rimedio è separarsi, e fare una divisione.
Beatrice. Facciamola.
Lelio. Io sono dispostissimo.
Beatrice. Ma questa divisione non è una vendetta che basta. Voglio qualche cosa di più.
Dottore. Se poi ella vuol far girar la testa a suo cognato, il modo è facile.
Beatrice. Come?
Lelio. Questo è un uomo di garbo.
Dottore. Non vorrei che dicessero poi, che io sono stato l’autore del consiglio.
Beatrice. Non vi è pericolo.
Lelio. Avete a far con noi. Non dubitate.
Dottore. Il consiglio è di fargli render conto della sua amministrazione, e siccome egli è stato un uomo piuttosto generoso nello spendere, che ha fatto delle fabbriche inutili, e altre cose che non erano necessarie, lo faremo sudare.
Lelio. Dice benissimo. Lo faremo sudare.
Beatrice. La mia dote!...
Dottore. Vi s’intende. La dote, il frutto della dote, un rendimento di conti universale, uno spoglio di tutto: una lite terribile.
Lelio. Per bacco, se n’accorgerà.
Dottore. Vi è la dote della Contessina....
Beatrice. A proposito. Vada a monte il contratto col marchesino Florindo.
Lelio. Perchè questo?
Beatrice. Perchè lo ha trattato il conte Ottavio.
Corallina. Sì signore, e Brighella ha detto che, quando vuole il suo padrone, basta; ch’egli è il capo di casa, e gli altri non contano per niente.
Lelio. Bene, bene, lo vedremo.
Beatrice. Io intendo per ora di vendicarmi così. Rosaura non sarà più del marchesino Florindo. Ripiglierò il trattato col marchese Riccardo.
Lelio. Andiamo, signor Dottore, a stendere il primo atto per la divisione. Non vedo l’ora d’esser padrone del mio.
ct ct Corallina. Ecco qui quel dottoraccio: per guadagnare, ha messo in capo ai padroni di fare una lite. Che cosa importa a me che si dividano? Se non va via Brighella, non guadagno il mio punto.
Arlecchino. O de casa!
Corallina. Questo è Arlecchino. Lo conosco alla voce. Il servitore del marchese Florindo.
Arlecchino. Gh’è nissun? Se pol vegnir?
Corallina. Venite, ci sono io, venite.
Arlecchino. Fazzo reverenza alla più bella cameriera che sia in sto paese.
Corallina. Ed io riverisco il più grazioso servitore di Europa.
Arlecchino. E cussì, tornando sul nostro proposito, el me padron el vorria far una visita alla so sposa.
Corallina. Anche io, per seguitare il filo del ragionamento, vi dirò che in casa vi sono dei torbidi, e ho paura che queste nozze non si faranno più.
Arlecchino. Perchè mai me cóntela sta gran cossa?
Corallina. Tutto il male proviene da Brighella; egli mette degli scandali, e per causa sua i padroni si fanno scorgere. Se il conte Ottavio cacciasse via Brighella, tutte le cose anderebbero bene; e il vostro padrone dovrebbe obbligare il mio a scacciamelo prestamente, se non vuole che si vada di male in peggio.
Arlecchino. Cara siora Corallina, vu me fe restar attonito e stupefatto, parlando cussì de Brighella, che so che ghe vulì ben.
Corallina. No, no, v’ingannate. L’odio, l’abborrisco, non lo posso vedere.
Arlecchino. Siora Corallina, vu burlè adesso. Savè che gh’ho per vu dell’inclinazion. Savè che Brighella me fa paura, e per torve spasso, me dè un pochetto de lazzo.
Corallina. No certo, credetemi, ve lo giuro. Non amo Brighella, anzi l’ho in odio; e se voi... Basta, non dico altro.
Arlecchino. Se fusse la verità ma non me fido.
Corallina. Voi mi offendete, Arlecchino; non sono capace di dirvi una cosa per un’altra.
Arlecchino. Co l’è cussì... non so cossa dir. Intendème per discrezion.
Corallina. Sì, v’intendo. Voi mi volete bene, ed io voglio bene a voi; e per farvi vedere che dico davvero, son pronta a darvene ogni riprova.
Arlecchino. Vardè che v’impegnè assae.
Corallina. Che serve? L’ho detta e la mantengo.
Arlecchino. Animo donca, deme la man e destrighemose.
Corallina. Sì, ve la darò; ma voglio un patto da voi.
Arlecchino. Che patto?
Corallina. Se volete che io sia vostra, avete prima da vendicarmi, per un affronto che ho ricevuto da quell’asino di Brighella.
Arlecchino. Co no volè altro, lassè far a mi. Che affronto v’alo fatto?
Corallina. Mi ha detto delle parole offensive.
Arlecchino. No vorave che....
Corallina. Che serve? mi ha detto male di voi.
Arlecchino. Tocco de desgrazià. L’averà da far con mi.
Corallina. Soprattutto procurate che egli vada via di questa casa.
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The end
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