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Lettera di dedica
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OLTE sono le grazie ed i benefizj, che ho ricevuti dall’amorosissimo Signore Agostino Connio, mio Suocero, ma il maggiore fra questi si è l’aver io col suo mezzo il patrocinio dell’E. V. acquistato. Egli, che gode l’avvantaggio della di Lei protezione, ha ottenuto dal di Lei animo generoso un luogo per me fra gli umili servi suoi, e perchè meglio conosca il pregio del benefizio, mi ha provveduto di maravigliose notizie intorno ai pregi altissimi dell’E. V. e della sua Nobilissima Casa. Alle voci rispettose e sincere del Suocero mio intesi dopo far eco da cento altre che da costì derivano, portando anche tra noi la fama le antiche glorie della di Lei Famiglia, e quelle recenti della di Lei sì illustre persona. Fra gli altri stimoli al desiderio mio di rivedere codesta Serenissima Dominante, il più forte, il più veemente è quello di presentarmi all’E. V., mio novello benignissimo Protettore, per ammirar da vicino quei pregi in Lei, che ora venero di lontano. Ma poichè i sofferti incomodi e le successive combinazioni dello stato mio non mi hanno permesso, nè mi permettono presentemente di farlo , conviemmi differire a me medesimo un tal onore; ma almeno con quest’umile riverente foglio vuò pubblicare al mondo l’acquisto da me ora fatto di un sì eccelso, di un sì magnanimo Mecenate. E questa sincera protesta mia non ad altro tende, se non se a farmele conoscere, che ben inteso son io della dolce maniera con cui Ella tratta, la gentilezza ammirabile del di Lei costume, il maturo di Lei consiglio, la singolar benignità, la sincerità del cuore suo, e l’onore che godo della di Lei protezione.
Poca lode a me sembra delle persone che vivono il far derivare la gloria loro da quella degli antenati; se ciò bastasse, chi più dell’E. V. vantar può in ogni secolo illustri Personaggi, amplissimi Senatori, Dogi eccelsi, che la Prosapia sua feconda resero di dignità e di grandezze? Nè meno dalla ricchezza del patrimonio piacemi trar motivo per esaltare chi la possiede; ma ben l’E. V. merita essere lodato ed esaltato, perchè sa essere umile fra le ricchezze, ed agli onori, che ha dagli Avi suoi ricevuti, sa rendere colle sue virtudi gloria e splendor maggiore.
Per dare all’E. V. un pubblico testimonio dell’ossequio mio, pensai di consacrarle una di quelle Commedie che do alle stampe, ma l’offerta è così tenue e meschina, che arrossisco di me medesimo, non trovandomi cosa da presentarle, che degna sia del di Lei merito e del di Lei grado.
Eppure mi anima a farlo il fortunato incontro che hanno cotali Opere mie in codesta Serenissima Dominante ottenuto. Una Città sì colta, di peregrini ingegni fornita, in cui la letteratura ed il buon gusto fiorisce (niente meno del valor massimo e della vera giustizia), troppo onore ha fatto alle miserabili mie fatiche, accogliendole con sì distinto gradimento, che la fortuna han fatto de’ Comici da me diretti, che nella Primavera passata, in uno di codesti Teatri, ne hanno parecchie rappresentate. Doveva io pure trovarmi in tale occasione a godere di grazie cotanto segnalate, ed ebbi cento amorosi eccitamenti, e stimoli, e pressantissimi inviti, ma volle il destino che una malattia di due mesi mi togliesse un sì bel contento.
Godei non per tanto delle relazioni all’onor mio vantaggiose, e queste mi hanno eziandio incoraggito a presentare all’E. V. un di que' parti medesimi, che costì sono dall’universal compatiti. Può essere per avventura, che questa tale Commedia che all’E. V. umilmente dedico e raccomando, non sia costì per se stessa delle più fortunate nel pubblico gradimento, ma lo sarà ben Ella a riguardo del magnanimo Mecenate, che le ho per gloria mia procurato.
Sono tutte mie figlie le Commedie che vo facendo, e le amo tutte egualmente. Esse, a guisa appunto delle Fanciulle (le quali, se hanno dei tratti odiosi per essere disprezzate da alcuno, hanno poi qualche grata avvenenza per allettar alcun altro) trovano sorte varia per lo più dove, o per via delle stampe, o da Comici Attori vengono pubblicate. Se questa in Genova non avrà fortuna, sarà segno che demerito avrà maggior delle altre; se dispiacerà all’E. V., ne risentirò maggior pena; e siccome nel destinare la offerta delle Opere mie non uso a far di esse la scelta, ma l’ordine serbo, nello stamparle, che a principio ho loro prefisso, così non averò io a rimproverarmi d’aver errato.
Che se anzi voless’io riflettere sull’argomento della Commedia medesima, giungerei forse a credere, che ad un Cavaliere di tanta saviezza non sia per dispiacere la critica di coloro che per poca prudenza commettono de’ contrattempi, e si rovinano, e alle persone oneste odiosi si rendono. Qualunque ella sia l'Opera che della protezione dell’E. V. viene onorata, averà sempre il fregio di portare il di Lei Nome in fronte, ed io sarò compiutamente felice, se potrò gloriarmi di essere, quale con ossequio mi rassegno
Di V. E.
L’autore a chi legge
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UESTA Commedia, che ora s’intitola Il Contrattempo, o sia il Chiacchierone Imprudente, è quasi la medesima che col titolo soltanto d’Uomo Imprudente fu data ai Comici, e fu sul Teatro rappresentata. Avendo io voluto dipingere un uomo che fosse in tutte le azioni sue imprudente, mi riuscì il carattere trasportato un po’ troppo, lo che dispiacque ai più delicati, e meritai che Momo nel Museo d’Apollo lo dichiarasse un pazzo. Trovai la critica così giusta, ch’io m’indussi da me medesimo a moderar il carattere dell’imprudente, e un altro aspetto gli diedi. Come! (dirammi forse taluno) non sei ancora arrivato a distinguere la verità dei caratteri dalla disorbitanza? Dopo tante Commedie fatte hai tu bisogno ancora dell’altrui critica per rilevarne i difetti? Rispondo, Lettor carissimo, che ne ho bisogno pur troppo, e non solo io sono in tale necessità costituito, ma tutti quelli che scrivono, e i più consumati Scrittori ancora; e da quelli che si acquistarono fama colle Opere loro imparare possiamo, che se prima di esporle avessero avuto la buona sorte di sentir le amorose critiche degli uomini di giudizio, le averebbono migliorate, e fra le buone e lodate non ne averebbono lasciato correre tante altre, che poco o nulla si stimano. Facilissima cosa è, che qualunque Autore si inganni, e creda ragionevole e verisimile ciò che ad altri parrà eccedente. Basta innamorarsi di un carattere grande, e volerlo in varie viste dipingerlo, facilmente si cade senz’avvedersene nella disorbitanza: e non vai nemmeno il fidarsi dell’esempio di qualche Originale stravagante, che ci somministri l’idea, poichè l’universale non vuole sopra le Scene un vero estraordinario, ma un verisimile più comune. Al facile inganno degli Scrittori por rimedio potrebbe la saggia discreta critica, se questa in tempo loro giungesse, e da sincero animo derivasse, ma per lo più, o sono eglino adulati con falsa lode, o sono con pungente satira vilipesi; nel primo caso si fidano troppo de’ falsi amici, nel secondo agl’inimici non credono.
Un savio censore, un discreto onorato critico, sarà sempre un tesoro per chi dee al pubblico esporsi, e guai a coloro che prosontuosi e superbi non degnano porgere altrui l’orecchio, e sfuggendo le correzioni in privato, soffrono poi dal pubblico meritamente le derisioni.
Io voglio dar a me medesimo questo vanto d’essere de’ più arrendevoli ai buoni consigli di quelli che per mio bene mi parlano, più contento di errare coll’oppinione altrui, che arrischiare l’evento per ostinazione.
Ho dunque cambiato in parte il carattere di un imprudente che potea passar per un pazzo, e l’ho ridotto ad un Chiacchierone imprudente, che si rovina coi contrattempi. Ciò non ostante sarà egli un pazzo, poichè ciò può dirsi di tutti quelli che non regolandosi con saviezza, si lasciano dominare dalle passioni e dai vizi; ma in tutte le cose vi è il più ed il meno, e può essere che io lo abbia moderato bastantemente.
Qualunque sia per riuscire al gusto de’ leggitori una tal Commedia, vorrei però venisse il carattere ben bene considerato di colui che parla troppo, e con imprudenza. In verità parecchi conosco io, che hanno bisogno di studiarvi sopra, e far a se medesimi delle applicazioni morali, e delle salutevoli correzioni. Quanti, per dire una barzelletta, non si guardano dal disgustare una persona, che può far loro del bene! Oh quanti, per dir i fatti loro a chi non li dovrebbe sapere, si rendono ridicoli, e pregiudicano all’interesse, alla riputazione e al decoro! E quanti, parlando male d’altrui ne’ pubblici luoghi, sono da que’ medesimi che prendono a criticare, o veduti, o uditi? A me medesimo è accaduto più volte sentir dir male di me in mia presenza, senza essere conosciuto. Due anni sono in Bologna, arrivato colà appena in tempo che dalla Compagnia de’ Comici del Medebach recitavansi da un mese in circa le mie Commedie, andai in un Caffè a trattenermi, ove non era io conosciuto. Entra poco dopo di me un Forestiere, e dice forte: Signori, una nuova: a Bologna è arrivato il Goldoni. Risponde uno de’ circostanti: Non me n’importa niente, e se ne va di bottega. Da lì a non molto, giunse colà un Bolognese, che senza conoscermi mi volea bene (siccome tutti in Bologna, a riserva di pochi, hanno per me dell’amore e della bontà moltissima); corsegli incontro il Forestiere suddetto, e dissegli con certo riso sul labbro, che aveva ancor dell’equivoco: Ehi! È arrivato Goldoni; rispose il cortesissimo Bolognese: L’ho molto caro, lo vedrò volontieri. Al che soggiunse quell’altro, col riso un poco più tendente all’ironico: Oh sì: vedrete una bella cosa! Continuò poscia incalzando: Che dite delle sue Commedie? Mi piacciono: dissegli il Bolognese, e tanto bastò perchè sparisse affatto un’ombra di riso dal labbro turgido del Forestiere, e scaricasse egli un monte d’ingiurie contro le povere Opere mie. Cheto, cheto me ne stava io, godendo le grazie di quel mio padrone, allora quando entra un amico mio, e mi dice: Benvenuto, dottor Goldoni. Arrossii io medesimo per colui, che rimase mortificato, escì dalla bottega immediatamente, e moralizzando sul fatto col camerata, si declamò contro l’imprudenza.
Cent’altri casi simili accaduti mi sono in Venezia principalmente, in occasion delle Maschere ai Teatri, ai Caffè, per le strade e nello strepitoso Ridotto. Questo è quell’ampio luogo, in cui fra tante savie persone che vi concorrono per onesto divertimento, si affollano i disperati e gli oziosi, i quali avendo mascherata la faccia, credono aver mascherara la lingua ancora, per non essere riconosciuti parlando. Dicono i fatti loro a chi non cura saperli, e framischiano con i loro anche i fatti degli altri, e a questi aggiun- gono la favoletta e il frizzo bizzarro per comparire spiritosi. Colà decidono della reputazione d’un uomo, e lo hanno talora dietro le spalle a fremere ed ascoltarli. Goldoni ha terminato di far Commedie (disse uno di questi tali una sera); finora ha rimuginato un magazzino di Commedie vecchie: queste sono finite, ed egli è in secco. Bella cosa s’io avessi allora risposto: Signora Maschera, un’altra Commedia la farò certo, somministrandomi voi l’argomento colla vostra imprudenza! Ma se non l’ho detto, può darsi ch’io l’abbia fatto, e che in questo picciolo ritrattino egli ancora si riconosca. Da che potrà arguire la Signora Maschera, qual sia il magazzino da dove prendo le mie Commedie, per le quali non mancheranno mai argomenti, fino che dura il Mondo.
Personaggi
ct BEATRICE, vedova.
OTTAVIO, ospite nella di lei casa.
CORALLINA, serva.
PANTALONE, mercante veneziano.
ROSAURA, sua figliuola semplice.
FLORINDO, amante di Rosaura.
LELIO, pretendente di Beatrice.
BRIGHELLA, amico di Ottavio.
LEANDRO, poeta ridicolo.
GIANNINO, caffettiere.
Lo Spenditore di Pantalone.
Un Servitore di Beatrice.
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Atto I
fi ct ct ct ct Beatrice. Guarda un poco, Corallina, che ti pare di questi nei? Li ho io distribuiti bene?
Corallina. La distribuzione è bella e buona, ma la novità mi fa un poco di specie.
Beatrice. Qual novità? I nei non li ho mai portati?
Corallina. Sì signora, li avete portati quando viveva il padrone, ma dacchè siete vedova, quest’è la prima volta.
Beatrice. E una volta si doveva ricominciare.
Corallina. Non sono ancora tre mesi...
Beatrice. Basta così; dammi quel fiore color di rosa.
Corallina. Color di rosa?
Beatrice. Sì, quello che ieri mi ha comprato il signor Ottavio.
Corallina. (Già l’ho sempre detto, per causa del signor Ottavio si fa ridicola).
Beatrice. Dice bene il signor Ottavio, il bruno mi fa attempata. Finalmente l’ho portato tre mesi, basta così; una vedova della mia età non si ha poi da sagrificare per complimento.
Corallina. Eccolo, signora.
Beatrice. È veramente grazioso.
Corallina. Basta che l’abbia comprato il signor Ottavio.
Beatrice. Sì, il signor Ottavio è di buon gusto.
Corallina. Sarà.
Beatrice. Ma che diavolo hai con questo galantuomo, che non lo puoi vedere?
Corallina. È vero, signora; non lo posso soffrire.
Beatrice. Qualche cosa ti averà fatto.
Corallina. Dal primo giorno che egli è venuto in questa casa, mi è sempre dispiaciuta la sua maniera.
Beatrice. Eppure è un uomo di spirito, parla bene, ha della civiltà.
Corallina. Civiltà poca.
Beatrice. Ma perchè dici questo?
Corallina. Domandatelo alla cuciniera.
Beatrice. E così?
Corallina. E così, quando Brighella lo ha condotto ad alloggiare in casa vostra (che piuttosto si fosse rotta una gamba), gli sono andata incontro, e gli ho fatto quelle onestà che al mio grado si convenivano; sapete che cosa ha detto a Brighella, in presenza della cuciniera? Colei non mi piace: è troppo dottora.
Beatrice. Ah, ah, ah. E per questo non lo puoi vedere? Via, via, non è niente.
Corallina. Pazienza! Sia maladetto Brighella.
Beatrice. Come c’entra Brighella?
Corallina. S’egli non l’avesse introdotto, non ci sarebbe.
Beatrice. Sono obbligata a Brighella, che mi ha fatto appigionare l’appartamento terreno.
Corallina. Oh sì, che non l’avereste appigionato a qualcheduno della città.
Beatrice. Niuno mi avrebbe dato due doppie al mese.
Corallina. Quante ne avete avute di queste doppie?
Beatrice. Sono due mesi ch’è qui; ho subito da domandar la pigione? Ho da mostrar di averne bisogno?
Corallina. Le pigioni si pagano avanti tratto. Ma so io perchè non paga.
Beatrice. Perchè?
Corallina. Perchè è uno spiantato maledetto, che non ha un soldo.
Beatrice. I fatti suoi non si sanno.
Corallina. Niuno li può sapere meglio di voi.
Beatrice. Io! Perchè?
Corallina. È un mese che gli date da mangiare a ufo.
Beatrice. Orsù, a te non tocca a entrare in ciò. O muta stile, o vattene di casa mia.
Corallina. Compatitemi; ho dell’amore per voi.
Beatrice. Picchiano. Va a vedere chi è.
Corallina. Oh signora padrona, pensateci bene.
Beatrice. Via, spicciati.
Corallina. Quando è fatta, è fatta.
Beatrice. Come? Che vorresti tu dire?
Corallina. Non vi mancheranno partiti.
Beatrice. Io non penso a rimaritarmi.
Corallina. Ne ho io per le mani...
Beatrice. Ma spicciati.
Corallina. Ma il signor Ottavio...
Beatrice. Va al diavolo.
Corallina. Non vi merita.
Beatrice. Ti do uno schiaffo.
Corallina. Vado, vado, pazienza. Sì, è un ciuco di prima classe.
ct ct Gran temeraria è costei! E vero che mi ama, e quel che dice procede da amore, ma è troppo insolente, non distingue i termini, le convenienze, il rispetto. Ottavio ha il suo gran merito. Voglio credere che in qualche occasione la sua franchezza gli abbia alquanto pregiudicato: ma finalmente la sua virtù lo farà risorgere. Se otterrà egli in Bologna un impiego che gli convenga, sarà facile ch’io condiscenda a sposarlo. Un anno solo m’obbliga il testamento alla vedovanza per conseguire il legato. Son passati tre mesi, passeranno anche gli altri nove. ct ct Brighella. Servitor umilissimo.
Beatrice. Oh Brighella, che vuol dire che son due giorni che non ti vedo?
Brighella. Ho avudo un poco da far, e adesso son qua a darghe una bona nova.
Beatrice. Toccante forse il signor Ottavio?
Brighella. Appunto, una bona nova de lu. S’ha trova un impiego, e el starà ben.
Beatrice. Davvero? Me ne rallegro. Che impiego ha egli ottenuto?
Brighella. El sarà primo ministro del negozio del sior Pantalon dei Bisognosi.
Beatrice. Ma come, se egli mi ha detto più volte, che di mercatura non se ne intende?
Brighella. Eh, che quella testa sa de tutto. L’è un omo pronto, no ghe manca chiachiare. Sior Pantalon l’ha sentido a parlar, e el s’ha incantà; el gh’ha scomenzà a infilzar suso trenta o quaranta termini mercantili con franchezza, con spirito, tanto che sior Pantalon s’ha voltà, e l’ha dito: oh che omo de garbo!
Beatrice. Non vorrei che egli si mettesse all’impegno, e poi restasse con vergogna.
Brighella. Eh via! No la ghe fazza sto torto. L’è un omo che sa de tutto, e po, quel che nol sa, l’è capace de impararlo in t’un batter d’occhio.
Beatrice. Come ha fatto a introdursi dal signor Pantalone?
Brighella. Mi l’ho introdotto. Ho savesto che el primo zovene del sior Pantalon s’aveva licenzià. Ho domandà a sior Ottavio se el giera negozio per lu, el m’ha dito de sì. L’ho menà a drittura dal mercante, i s’ha parlà, e come che ghe diseva, presto, presto i s’ha convegnù.
Beatrice. Io resto attonita. Quanto gli darà di salario?
Brighella. Per el primo anno tresento scudi all’anno, e po a misura del so merito i cresserà. ct ct Corallina. Signora padrona, voglio andarmene in questo momento.
Beatrice. Sei pazza?
Corallina. Il signor Ottavio m’ha detto...
Beatrice. Dov’è il signor Ottavio?
Corallina. È qui; è venuto ora, e m’ha detto...
Beatrice. Digli che venga qui subito.
Corallina. Senta che cosa m’ha detto.
Beatrice. Che tu sia bastonata; Brighella, andate voi, fatelo venire.
Brighella. La servo subito.
Corallina. Il diavolo ti porti.
Brighella. Disela a mi, patrona?
Corallina. Sì, a voi, che avete condotto in casa quella bella gioja.
Brighella. Come sarave a dir?
Beatrice. Andate, andate; non le badate, è pazza.
Brighella. Gh’avì rason.... basta...
ct ct Beatrice. Via, che cosa ti ha detto il signor Ottavio?
Corallina. Ha picchiato, ero in camera vostra che rifacevo il letto, e non l’ho sentito.
Beatrice. Sei una balorda.
Corallina. È venuto su come un diavolo, e mi ha detto, che tu sia maledetta.
Beatrice. Te lo meriti.
Corallina. Io gli ho risposto: Non vede? Rifaccio il letto della padrona.
Beatrice. Sempre scuse.
Corallina. Ed egli ha detto: Sia maledetta anche la tua padrona.
Beatrice. Indegna! Non può essere.
Corallina. L’ha detto in coscienza mia.
Beatrice. Vattene, o ti rompo il capo.
Corallina. Eccolo; lo sosterrò in faccia sua. ct ct Beatrice. Che motivo avete voi di maledirmi?
Ottavio. E subito lo viene a riportare.
Corallina. Parli bene, se non vuole che si riporti.
Beatrice. Voi dunque mi avete maledetta?
Ottavio. Eh, compatitemi: non so nemmeno io che cosa mi abbia detto. Venivo a casa con premura per darvi una buona nuova, e mi hanno fatto battere un quarto d’ora: avrei maledetti anche tutti li miei parenti.
Corallina. Guardate se queste sono cose d’andar in collera!
Beatrice. Maledire una donna, che ha per voi tanta stima?
Ottavio. Ma se l’ho detto senza riflettere a quello che mi dicessi. Signora Beatrice, ho da darvi una buona nuova.
Beatrice. La nuova veramente è bellissima.
Ottavio. L’avete saputa?
Beatrice. Sì, l’ho saputa. Una maledizione in ricompensa delle mie attenzioni.
Ottavio. Ho inteso. La riverisco divotamente.
Corallina. (Oh, almeno se n’andasse davvero).
Beatrice. Dove si va, signore?
Ottavio. Dove il diavolo mi porterà.
Corallina. (Diavolo, portalo lontano assai).
Beatrice. Non credevo mai, che dalla vostra bocca escissero maledizioni contro di me.
Ottavio. Ma, cara signora Beatrice, la bocca parla talora senza che l’uomo pensi. Il mio cuore vi benedice. Costei è un’indegna.
Corallina. Portatemi rispetto, signore: io non ho fatto che il mio dovere.
Ottavio. Tu dovevi conoscere ch’io era in collera, e non dovevi riportare alla padrona quello ch’io aveva detto senza pensare.
Corallina. Se foste un uomo prudente, non parlereste senza pensare.
Ottavio. Questa mattina son fuor di me stesso. L’allegrezza ha messo in moto i miei spiriti con tanta violenza, che non son padrone di regolarli. Ho trovato un impiego; sarò provveduto di uno stipendio onorevole. Potrò corrispondere in qualche parte alle mie obbligazioni con voi. Anche con Corallina farò il mio dovere. Mi serve, è giusto che le sia grato. Sì, son grato, signora Beatrice, e son tutto vostro, e potete di me disporre; ma compatite un involontario trasporto. Il dolore avvilisce gli animi, l’allegrezza sublima il cuore. L’uomo avvilito prima pensa, e poi parla; l’uomo brillante prima parla, e poi pensa. Ma delle mie parole, de’ miei trasporti, delle mie pazzie, eccomi qui, chiedo scusa, domando perdono, compatitemi per carità.
Beatrice. (Chi non si moverebbe a pietà?)
Corallina. (La vedovella pietosa!)
Ottavio. Mi perdonate?
Beatrice. Non parliamo altro. Avete dunque ottenuto l’impiego?
Ottavio. Vi dirò: Brighella mi ha introdotto dal signor Pantalone...
Beatrice. Sì, lo so, me lo ha detto Brighella istesso. Ma voi come vi compromettete di riuscire in un carico, di cui non avete i principi?
Ottavio. Eh, questi si acquistano presto. Basta ch’io vada tre o quattro volte al negozio, che dia un’occhiata ai libri, alle lettere, alla scrittura, m’impegno in quattro giorni di diventare maestro.
Corallina. (Temerità, presunzione).
Beatrice. Prego il cielo che ciò segua. L’impiego è buono, e col tempo si farà migliore.
Ottavio. Ora sì ch’io spero non partir mai più di Bologna.
Beatrice. Caro signor Ottavio, sapete quel che vi ho detto.
Ottavio. Ecco il tempo di effettuare il nostro progetto...
Beatrice. (Zitto, non fate che Corallina vi senta).
Ottavio. Con un impiego di questa sorta posso sperare che voi...
Beatrice. (Zitto, vi dico).
Corallina. (Ho paura che lo voglia sposare; se ciò succede, vado via subito).
Beatrice. Ma di questo impiego bisogna che bene vi assicuriate.
Ottavio. Son sicurissimo. Il signor Pantalone, in due volte che gli ho parlato, si è innamorato di me; e quante finezze non mi ha fatto la di lui figliuola! La signora Rosaura la conoscete?
Beatrice. Sì, la conosco.
Ottavio. Che bella ragazza! È un poco sempliciotta, ma è graziosissima. Ha un viso delicato, una maniera dolce; in verità mi ha sorpreso.
Beatrice. (Temerario! in faccia mia?)
Corallina. (Oh che asino!)
Ottavio. Signora, non credo già che lo abbiate per male, ch’io dica la verità. Non fo torto a voi, se dico che la signora Rosaura è una giovinetta graziosa...
Beatrice. Andate dunque da lei, e non mi comparite più davanti. ct ct Corallina. (L’ho pur caro).
Ottavio. Oh, quest’è bella! Non vuol che si dica la verità; che ne dici tu, Corallina?
Corallina. Io dico che la mia padrona ha ragione.
Ottavio. Siete due pazze insieme.
Corallina. Pazza anche la mia padrona?
Ottavio. Via, le anderai a riportar anche questo?
Corallina. Perchè no? Ella mi dà il salario, e voi non mi date niente.
Ottavio. Non dubitare, non avrai gettati meco i tuoi servigi: non mi rimproverar d’avvantaggio. Ti regalerò.
Corallina. Compatitemi, è stata poca prudenza la vostra, lodar in quella maniera la signora Rosaura in faccia della mia padrona.
Ottavio. Sì, è vero; voi altre donne vorreste essere al mondo sole.
Corallina. Dirle che è bella, graziosa, giovinetta?
Ottavio. Ma che? La signora Beatrice si vorrebbe mettere con lei?
Corallina. La signora Beatrice ha il suo merito.
Ottavio. Sì, ha il suo merito, è vero. Ma non si può negare, che la signora Rosaura non sia più giovane e più vezzosa.
Corallina. Dunque stimate la signora Rosaura, e disprezzate la mia padrona?
Ottavio. Non è vero; io stimo tutte due, ma dico la verità.
Corallina. Non sapete, signore, che la verità partorisce odio?
Ottavio. Quest’effetto lo fa negli sciocchi.
Corallina. Ho veduto che la padrona è partita in collera.
Ottavio. Via, via, di’ alla signora Beatrice che vado a stabilire il negozio col signor Pantalone, e a pranzo le dirò tutto. Metti colla padrona delle buone parole per me; e se fai qualche scoperta, avvisami, confidami tutto; e non dubitare, che hai da fare con un uomo grato, con un uomo prudente. ct ct Sì, in verità egli è il padre della prudenza. Si può far peggio? Ha bisogno della padrona, e egli la maledice, le dà gelosia e la disprezza. In questa maniera non la durerà in nessun luogo. ct ct Lelio. Corallina, vi do il buon giorno.
Corallina. Serva umilissima, signor Lelio.
Lelio. Dov’è la vostra padrona?
Corallina. È in camera ritirata.
Lelio. Ha qualche cosa che la disturba?
Corallina. Io credo di no, signore.
Lelio. Ed io credo di sì.
Corallina. Che cosa crede possa ella avere?
Lelio. Disgusti col signor Ottavio.
Corallina. Oh, pensi lei.
Lelio. Sì, è così senz’altro: ella lo ama, ed ei se ne ride; basta dire, che per farla disperare, le loda in faccia una ragazza più vezzosa e più giovanetta di lei.
Corallina. Chi ve L’ha detto, signore?
Lelio. Chi? Egli medesimo.
Corallina. Come? Quando?
Lelio. Ora, in questo momento; l’incontro in sala, gli domando che fa la signora Beatrice, ed egli mi racconta questa bella istoriella.
Corallina. Oh che uomo senza giudizio!
Lelio. Mi meraviglio che la signora Beatrice Lo soffra.
Corallina. Gliene fa tante, che dovrebbe alfine stufarsene.
Lelio. E il mondo dice che lo voglia sposare.
Corallina. Ma!
Lelio. Che dite voi? Credete che ciò possa succedere?
Corallina. S’ella non averà giudizio, succederà pur troppo.
Lelio. La signora Beatrice merita miglior fortuna.
Corallina. Caro signor Lelio, come si potrebbe fare a far che la mia padrona aprisse gli occhi, e lo mandasse al diavolo?
Lelio. Se la signora Beatrice facesse stima di me, come io faccio stima di lei, troverebbe meco le sue convenienze.
Corallina. Volete che io gliene parli?
Lelio. Sì, ditele qualche cosa; mi farete piacere.
Corallina. Per voi lo farò volentieri, ma per il signor Ottavio non lo farei nemmeno se mi regalasse.
Lelio. Vi ha detto anche lui qualche cosa?
Corallina. Potete immaginarvelo; mi ha detto: parla per me alla tua padrona, che ti donerò due zecchini.
Lelio. Due zecchini? Se non ne ha...
Corallina. Me li ha mostrati. Ma io niente. Per lui no, ma per il signor Lelio sì.
Lelio. (Costei mi vorrebbe mangiar due zecchini).
Corallina. (È duro).
Lelio. Via dunque, giacchè avete tanta bontà per me, parlatele, e poi saprò il mio dovere.
Corallina. Oh sì, volentieri, piuttosto uno zecchino da lei, che due dal signor Ottavio.
Lelio. Il zecchino vi sarà, parlatele.
Corallina. Sì signore, le parlerò.
Lelio. Ma quando?
Corallina. Uno di questi giorni.
Lelio. Bisogna sollecitare.
Corallina. Così diceva anche il signor Ottavio, e mi poneva in mano i due zecchini, ma io niente.
Lelio. Ma per me, se vi porrò in mano uno zecchino, lo farete?
Corallina. Per lei che diamine non farei?
Lelio. (La sa lunga. Bisogna darglielo).
Corallina. (Se non l’ho adesso, non l’ho mai più).
Lelio. Tenete.
Corallina. Che fa ella?
Lelio. Tenete.
Corallina. Eh via.
Lelio. Tenete, dico.
Corallina. No davvero.
Lelio. Se poi nol volete...
Corallina. Ma che cosa è?
Lelio. Un zecchino.
Corallina. In verità, avevo paura che fossero due.
Lelio. No, non vi farei questo torto.
Corallina. Senta, lo prendo per non parere superba, ma non si avvezzi a dirmi di queste cose. Quando mi parlano di regali, vengo rossa.
Lelio. E quando ve li danno senza parlare?
Corallina. Oh, allora poi è un altro conto. Vado subito dalla padrona. ct ct Non è niente farmi mangiare dieci o dodici zecchini da costei per acquistar, se posso, la signora Beatrice. Ho piacere d’avere scoperto quello che passa fra lei ed Ottavio, e una tal notizia mi farà invigilare, perchè non seguano clandestinamente le loro nozze. Colui era vicino a conseguire con un tal matrimonio una ricca dote, ma non la merita, perchè non sa custodire un arcano, da cui dipende la sua fortuna.
ct ct ct Pantalone. Caro sior Florindo, mi no so cossa dir. Me despiase de no poderve consolar. Se ve nego mia fia, no lo fazzo per poca stima della vostra persona, ma credème, lo fazzo anca per vostro ben. Rosaura no la xe putta da mandar. La xe troppo semplice. Nol xe negozio per vu.
Florindo. Ma io, signore, son contentissimo di pigliarla così. Ho piacere che sia di temperamento modesto e quieto.
Pantalone. No, caro fio, no la xe solamente modesta, ma la xe gnocchetta. Per una casa no la xe bona; ghe l’ho dito anca a mio compare che me l’ha domandada in nome vostro, e l’istesso ve digo a vu, che no contento della risposta del mediator, vegnì in persona a domandarmela la segonda volta.
Florindo. Sono venuto io in persona, per dirvi che la prenderò in ogni forma.
Pantalone. Vu, compatime, gh’avè poco cervello; fio mio, a dir de sì se fa presto, e po se se pente, co no ghe xe più remedio. Se avessi da far con un pare de bon stomego, el ve la petterave senza difficoltà: ma mi son galantomo, son un omo de onor, e non intendo de precipitar una casa.
Florindo. Ma, signore, mia moglie non averà da far niente in casa. Vi sono le serve, che fanno tutto.
Pantalone. Eh putto caro, co la parona no gh’ha giudizio, le serve non gh’ha cuor de tegnir una casa in piè. L’economia, la bona regola xe quella che mantien le fameggie. E po, caro fio, i fioi che nasse, co i nasse da una mare allocchetta, se va a rischio che i butta sempiotti. Bisogna pensar a tutto.
Florindo. Dunque la signora Rosaura non la volete maritare?
Pantalone. Sior no, no la vôi maridar. La vol andarse a retirar colle so àmie; la gh’ha sta inclinazion, e mi lasso che la ghe vaga, e no ghe vôi più pensar.
Florindo. Basta; volendola maritare, spero che non farete a me questo torto.
Pantalone. Co l’avesse da maridar, la daria più tosto a vu che a un altro.
Florindo. Non so che dire. Vi vuol pazienza.
Pantalone. Aveu paura che ve manca putte? Ghe ne troverè de quelle poche.
Florindo. Ma questa mi dava tanto nel genio! Mi piace tanto la sua modestia, la sua bontà!
Pantalone. Xe vero, la xe bona, la xe modesta, ma no la xe da mano.
Florindo. Eccola che viene qui. Mi permette che io resti per un momento?
Pantalone. Restè pur; ghe son mi, no ghe xe gnente de mal. ct ct Rosaura. Signor padre, guardate la bella cosa che mi ha mandato a donare la signora zia.
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The end
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