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Lettera di dedica
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RA le povere figlie del mio intelletto, PAMELA è una delle mie più dilette, ed a misura dell’amore che ho per essa, desiderato ho sempre di procurarle un Protettore magnanimo, un Protettore autorevole e grande.
La Sorte mi ha ricondotto nella Toscana, e precisamente in Livorno, sotto i benignissimi auspicj della Eccellenza Vostra, dove Ella, rendendo felici i Popoli, per me, e per la Compagnia per cui ho intrapreso di scrivere, fa che riesca più amabile il delizioso soggiorno.
Una sì gran fortuna mi anima a desiderarne un’altra vie maggiore, mi anima a ricovrare sotto il patrocinio di Vostra Eccellenza la mia PAMELA, sicuro che maggior lustro non posso darle, talchè invidieranno per avventura l’altre di lei Sorelle il fregio altissimo, di cui ella potrà vantarsi.
E a dir vero, chi non invidierebbe la protezione di un Cavaliere sì grande? Grande per nascita, per antichità, per dovizie; Grande ancora più per lo possedimento di tante scienze, per l’uso delle morali virtù; e Grande in fine, e maggiore di se medesimo, per quella singolare clemenza, onde sa così bene frenare i vizj dei rei, e premiar le virtù dei buoni.
Le glorie della Vostra illustre Prosapia, onore antichissimo della Toscana, sono sì note al Mondo, e hanno cotanto le penne più accreditate degli Storici esercitate, che io Scrittore bassissimo, non oso fame parola; e Voi siete cotanto, per le vostre eroiche virtù, noto al Mondo, che stile non ho bastante per encomiarvi, e temerei tra’ fogli di comici sentimenti vergati, oltraggiar il chiarore delle vostre glorie. Livorno esulta per causa vostra; Firenze vanta Voi per suo Figlio; Cesare vi ha collocato fra’ suoi più cari e pregiati Ministri; la Toscana vi ama, il Mondo vi onora, il Cielo vi benedice.
Io fra i veneratori del vostro Nome, io colla PAMELA mia fra le braccia, a Voi mi presento con umiltà e con fiducia. La vostra naturale dolcezza, la vostra benignità al Mondo tutto palese, di accogliere non isdegnerà sotto il vostro altissimo patrocinio la Commedia e l’Autore; una figlia infelice ed un padre perseguitato, li quali si rideranno di ogni avverso destino, se voi li difenderete col nome invitto dell’Eccellenza Vostra, a cui con profondissimo ossequio umilmente m’inchino.
Di V. E.
L’autore a chi legge
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OTRÀ ciascheduno riconoscere facilmente aver io tratto l’argomento della Pamela da un graziosissimo Romanzo Inglese, che porta in fronte lo stesso nome; e chi le carte ha lette di tal Romanzo, vedrà sin dove ho seguitata la traccia del Romanziere, e dove ho lavorata con invenzione la favola.
Il premio della virtù è l’oggetto dell’Autore Inglese; a me piacque assaissimo una tal mira, ma non vorrei che al merito della virtù si sagrifìcasse il decoro delle Famiglie. Pamela, benchè vile ed abbietta, merita di essere da un Cavaliere sposata, ma un Cavaliere dona troppo al merito di Pamela, se non ostante la viltà de’ natali, la prende in isposa. Vero è che in Londra poco scrupolo si fanno alcuni di cotai nozze, e legge non vi è colà che le vieti, ma vero è non meno, che niuno amerà per questo che il figliuolo, il fratello, il congiunto sposi una bassa femmina, anzichè una sua pari, quantunque sia più di questa virtuosa quella e gentile. Il Romanziere medesimo arma gli sdegni di Miledi sorella dell’affascinato Milord, sul dubbio ch’egli discenda ad isposare una serva, e crede alla famiglia ingiuriosissime tali nozze, come le credo io altresì, ad onta del contrario costume.
O non doveva l’Autore Inglese, secondo me, disputare su tale articolo, o lo doveva risolvere con più decoro della sua Nazione.
Piacque a me immaginare una peripezia avvantaggiosa per li due Amanti, e cambiando la condizion di Pamela, premiar la di lei virtù, senza oltraggiare il puro sangue di un Cavaliere, che al pari degli stimoli dell’amore, quelli ascolta eziandio dell’onore.
Sembra che ciò in Italia stato sia dall’unanime consenso degli ascoltatori approvato, e certamente fra noi sconvenevole troppo riuscito sulle nostre scene sarebbe il matrimonio di un Cavaliere colla virtuosa sua Cameriera. Non so, se su tal punto saranno i perspicacissimi ingegni dell’Inghilterra di me contenti. Io non intendo disapprovare ciò che da essi non si condanna; accordar voglio ancora, che coi principi della natura sia preferibile la virtù alla nobiltà e alla ricchezza, ma siccome devesi sul Teatro far valere quella morale che viene dalla pratica più comune approvata, perdoneranno a me la necessità, in cui ritrovato mi sono, di non offendere il più lodato costume.
Poteva io, egli è vero, per ischivare tale scoglio, valermi d’altro argomento, o trasportarlo ad altra Nazione, come sembra abbia fatto il celebre Monsieur colla sua Nanine, argomento stessissimo di Pamela; ma troppo compiaciuto mi sono de’ bei caratteri Inglesi, ed è mia delizia internarmi, per quant’io posso, nelle massime, nei costumi di quella illustre Nazione.
Quantunque riescita siami felicemente questa Commedia, che da un Romanzo, come diceva, io trassi, non ardirei consigliare alcuno di farlo, nè io medesimo da cotal fonte penso volerne trarre alcun’altra. È troppo malagevole impegno restringere in poche ore una favola, a cui si è data dal primo Autore una estensione di mesi ed anni. Oltre a ciò manca il maggior merito, che nell’invenzione consiste, e rade volte succede ciò che a me questa fiata è riuscito, di valersi dei caratteri solamente, e prendendo della favola il buono, raggirar la catastrofe con un pensier nuovo, e rendere lo scioglimento più dilettevole.
Questa è una Commedia, in cui le passioni sono con tanta forza e tanta delicatezza trattate, quanto in una Tragedia richiederebbesi. Malgrado l’esito fortunato di questa, e d’altre mie di tal carattere e di somigliante passione, non mancan taluni, che dicono non esser buona Commedia quella in cui trionfano le virtuose passioni, si destan gli affetti, si moralizza su i vizi, sul mal costume, su gli accidenti dell’uman vivere. Codesti tali vorrebbono la Commedia o ridicola sempre, o sempre critica, e mai di nobili sentimenti maestra, quasichè fra gli Eroi solamente si avessero a figurar le virtù, e queste considerarsi in quella iperbolica vista, in cui si pongono gli Eroi medesimi della Tragedia. Il cuore umano risentesi più facilmente all’aspetto di quelli avvenimenti, a’ quali o fu soggetto, o divenir potrebbe, e sarà sempre lodevole impresa, se colle Comiche rappresentazioni, movendo degli uditori gli affetti, si tenterà di correggerli, o di animarli, secondo ch’essi o al vizio, o alla virtù sieno variamente inclinati.
Personaggi
ct Milord BONFIL.
Miledi DAURE, sua sorella.
Il Cavaliere ERNOLD, nipote di miledi Daure.
Milord ARTUR.
Milord CURBRECH.
PAMELA, fu cameriera della defunta madre di Bonfil.
ANDREUVE, vecchio, padre di Pamela.
Madama JEVRE, governante.
Monsieur LONGMAN, maggiordomo.
Monsieur VILLIOME, segretario.
ISACCO, cameriere.
La scena si rappresenta in Londra, in casa di milord Bonfil, in una camera con varie porte.
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The end
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