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Rappresentata per la prima volta in Pisa, nell’Estate dell’Anno MDCCXLVII.
Indice
Lettera di dedica
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INCHÈ le mie Commedie chiamavano in Teatro le persone allegre soltanto, bizzarre, e, come suol dirsi, di mondo, tra me stesso io dubitava se fosse convenevole ad uomo onesto quella professione, nella quale violentato dal nativo mio genio mi andava impegnando. Era in concetto di scandaloso il Comico Teatro, e sebbene fin dal principio che mi diedi a scriver Commedie, mi fossi già posto in animo di voler sopratutto la modestia onorare, pur tuttavia mi affliggeva internamente il dolore di vedere il Mondo così malamente preoccupato, e non mi lasciava in pace il timore d’esser posto a fascio cogli altri tutti; per la qual cosa, nell’atto stesso che il genio comico a se mi rapiva, sentivami dal zelo della mia propria riputazione tirar addietro. Ma quando ho veduto che le persone nobili, di dottrina, di senno, di esemplari costumi e di grado cospicuo, hanno creduto degno di sè l’onesto divertimento delle mie Commedie, e frequentar pressochè tutte le sere il Teatro nel qual recitavansi, allora fu che ho preso animo e lena, e che, liberatomi da ogni sorta di scrupolo, mi sono intieramente, e con animo quieto e tranquillo, alla intrapresa mia professione abbandonato.
È indicibile la consolazione ch’io ho avuto, quando venni a sapere che V. E., Cavaliere tanto pio, tanto saggio, onorava sovente le mie Commedie. Erami nota per fama la virtù grande di V. E., la quale per lo innanzi tollerar non sapeva in verun conto le sciocche e molto meno scostumate sceniche Rappresentazioni, per la qual cosa o di rado, o non mai soleva intervenirci; onde veggendo con quanta bontà, con quanto generoso compiacimento favoriva le mie, non solo le riputai fortunate, ma giunsi a crederle qualche cosa di buono. So che V. E., per naturale soavissima benignità, tutto sa compatire, tutto aggradir si compiace, ma ciò può verificarsi negli Uomini in quelle cose le quali si trovano essi per una tal quale necessità come costretti a soffrire, non già in quelle che liberamente si eleggono.
Lo deggio dire, e lo dirò a mia gloria, la di lei presenza, la di lei benignissima approvazione, mi ha dato spirito, e mi ha somministrato valore e coraggio, e scrivendo alcuna Commedia, il solo pensiero che dovesse ella servir di spettacolo anche all’E. V., mi metteva in dovere di esaminarla con maggior diligenza e di renderla, per quanto mi fosse possibile, castigata e corretta.
V. E., dopo di essersi dichiarata Protettore umanissimo delle mie Commedie, degnassi benignamente di manifestarsi anche Protettore della mia stessa persona; e questo è il grand’obbligo che avrò sempre al Teatro, d’essermi per tal mezzo acquistato il patrocinio di un Cavaliere rispettabile per la sua Nobiltà, per il suo Grado, ammirabile per tante belle virtù che lo adornano.
Un libro di Commedie non è luogo veramente adattato per esaltare le Glorie di una Famiglia si illustre, di un Senatore sì ragguardevole. Adoro il Sacro Triregno, venero le Mitre che hanno accresciuti i fregj al vostro antichissimo nobil Casato; applaudisco all’affetto distinto e ben giusto, che in ogni tempo ha manifestata la gloriosa vostra Serenissima Patria verso i chiari vostri Progenitori, ornandoli de’ più luminosi fregj ond’ella suol contrassegnar e premiar il merito de’ Figli suoi valorosi; e con mio sommo compiacimento lo veggo continuato ne’ dignissimi Senatori Vostri Fratelli, e in Voi medesimo, meritamente quant’altro mai esser lo possa, collocato fra i Padri Coscritti di quell’augusto Senato. Ma altri di me più valenti Scrittori decantino codeste glorie, che largo campo avranno di spaziare per esse, quando la vostra modestia si accomodi a prestar loro l’orecchio; io, contentandomi di ammirar col silenzio e le grandezze della vostra Famiglia, e tante vostre personali pregevolissime virtù, non posso a meno di non far parola di quella singolar umanità, che vi rende così liberale verso i poveri, così affabile verso gli inferiori, così adorabile a tutti; effetti questi non solo d’indole naturalmente benigna, ma di quella Cristianità di massime e di costumi, che vi rende affatto in tutte le vostre azioni ammirabile. Crederò che del molto che potrei dirne, il poco che ho detto possa bastare ad eccitar in altri l’emulazione di così rare prerogative; ma non lo sia per dimostrare al mondo ch’io vaglia a conoscerne tutto il pregio, sebben ne sperimenti tutto l’effetto. Ora che altro potrei mai fare io miserabil che sono, per dare una pubblica testimonianza dell’umilissima mia riconoscenza per le tante grazie da V. E. ricevute, e per il solenne benefizio dell’autorevole vostra protezione impartita a me e alle cose mie, sennon offerirvi una delle Commedie, che mi si è voluto far dare alle stampe?
Una Commedia a un Cavaliere sì grande è dono, a dir vero, troppo sproporzionato. Io lo conosco; ma se l’accompagnarla coll’offerta di un umilissimo cuore può di qualche grado accrescerne il prezzo, eccolo riverentemente a V. E. consagrato, insieme con questa mia Commedia dei Due Gemelli, che mi prendo l’ardire di dedicarvi. Degnatevi di benignamente aggradirlo, mentr’egli perfettamente conosce che niuna cosa lo può render felice, più che la benignissima protezione di V. E. a cui profondamente m’inchino.
Di V. E.
Mantova, li Giugno 1750.
L’autore a chi legge
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ONVIEN dire che io ami la Patria mia veramente, poichè, lontano da essa, tre anni dopo ch’io n’era partito, dovendo scrivere una Commedia, sul gusto della mia nazione ho voluto scriverla.
In mezzo alla Toscana, in Pisa, dove la professione legale mi obbligava a parlare almeno nei Tribunali, comecchè sia, la lingua Tosca, non mi sono dimenticato del mio dolce nativo linguaggio, e poichè non mi riusciva di poterlo continuamente parlare, mi ricreavo scrivendolo di quando in quando.
Dopo la Commedia della Donna di garbo, tre anni stetti in trattenimento con Bartolo, Baldo, il Farinaccio, il Claro ecc. senza più addimesticarmi con la Comica Musa. Ma finalmente la lusinghiera che ella è, ha saputo tirarmi a sè nuovamente, e frutto fu della riaperta pratica nostra la Commedia dei Due Gemelli da me scritta in quel tempo pel valorosissimo Cesare d’Arbes, che solito a recitare colla maschera di Pantalone, sostenne questa mirabilmente a viso scoperto.
L’argomento de’ due simili, sebbene maneggiato da tanti ne’ tempi addietro in tante fogge, mi è paruto atto a produr sempre nuove e non più immaginate Commedie. Quella di , intitolata i Menecmi, è la fonte universale donde tutti gli altri, che vennero poi, cavaron le loro. L’illustre vicentino, gloria e splendor della Italia, per aver egli condotto il primo a calcare le nostre Scene il tragico coturno colla famosa sua Sofonisba, ha voluto ricondurvi anche il socco, trattando questo stesso argomento nella Commedia de’ Simillimi, nella quale imitò il gran latino scrittore, come se ne dichiara egli stesso al Cardinal Farnese scrivendo: laonde, dic’egli, avendo tolto una festiva invenzione da Plauto, vi ho mutati nomi, ed aggiuntevi persone, ed in qualche parte cambiato l’ordine, ed appresso introdottovi il Coro, e così avendola al modo mio racconcia, voglio mandarla con questo abito nuovo in luce.
Molto più del Trissino attaccato stette al maestro il facetissimo , che nella sua bella Commedia de’ Lucidi prese appuntino di scena in iscena i sentimenti tutti e pensieri di Plauto, conservando della Commedia antica persino l’ordine stesso, cosicché se cambiati non vi avess’egli i nomi degli attori, e non vi avesse aggiunto un personaggio in carattere di servo, ed adornatala in alcuni luoghi di giocondi sali e motti equivoci, la si potrebbe piuttosto denominare una semplice traduzione de’ Menecmi di Plauto, di quel che sia una nuova produzione del lepidissimo Fiorentino scrittore, il quale in qualche modo lo confessa nella licenza, con queste parole: Spettatori, non vi partite ancora. Stentate un poco di grazia, che or ne viene il buono. La Commedia non è fornita, che i nostri Lucidi si voglion portare più da gentiluomini, che i Menecmi di Plauto, e mostrare ch’egli hanno avuto molto miglior coscienza i giovani del dì d’oggi, che quelli del tempo antico, ecc.
Dopo di così illustri Scrittori dell’aureo secolo decimosesto, altri varj Italiani trattaron lo stesso soggetto nel susseguente; ed introducendo due somigliantissimi Gemelli, piantaron su questa perfetta rassomiglianza la loro azione, diversificandola da quella di Plauto bensì con varj accidenti ed equivoci; ma finalmente il fondo fu sempre lo stesso. Ne ho veduta una di Aretino, intitolata le due Francesche, stampata in Siena l’anno 1603. Altre due ne ho pur vedute del famoso Fiorentino, tra’ comici detto Lelio, la prima stampata in Venezia nel 1620, e nominata la Turca; l’altra stampata in Parigi nel 1622, chiamata I due Lelj simili. Nelle quali tutte non è sennon variamente barattato il sesso tra i simili, dacché ne procede varietà di accidenti e di episodj.
Nei tempi a noi più vicini, qual uso poi non è stato fatto sulle nostre scene di questo argomento, e a’ nostri giorni medesimi? Dopo quella bellissima delle due Gemelle di , si può quasi asserire non esservi accreditato Comico, il quale non abbia voluto dar saggi del proprio ingegno su questo soggetto; e se molti riusciron con lode, accadde anche sovente, che impastricciandosi da Comici molte di esse Commedie insieme, ne furon formati dei mostri. Alcuni non si contentaron di introdurre una coppia di gemelli, che ne introdusser due coppie: quindi a’ nostri tempi si videro in una istessa Commedia due Leandri fratelli, e due Eularie sorelle simili; in una altra due fratelli padroni simili e due fratelli servi simili, e si rappresenta ancora una Commedia intitolata i quattro simili di Plauto, che certamente non si sarebbe mai sognato di farla quel grand’Autore.
Ho voluto farvi questa leggenda, perchè veggiate che io so benissimo quanto rancido è l’argomento della mia Commedia presente, e da quante diverse mani è stato trattato. Potete però coll'incontro delle Commedie allegatevi assicurarvi, che poco mi sono approfittato dell’altrui invenzioni. Io ho creduto di potere inalzare sul fondamento vecchio una fabbrica affatto nuova, e ciò mi venne in mente sull’osservazione da me fatta che in tutte le antiche pariglie i due Gemelli, oltre al doversi supporre somigliantissimi in tutto l’estrinseco della persona, il che è pur nella mia, sono rappresentati eziandio d’un somigliantissimo carattere, o certamente non guari diverso. Mi son però voluto provare a farli di carattere affatto differenti l’uno dall’altro, e dar loro nomi distinti. L’impresa mi venne agevolata dalla certa scienza ch’io aveva della straordinaria abilità del bravo Comico Cesare d’Arbes, nel fare il diverso Personaggio dello spiritoso e dello sciocco; ed ecco quel che mi ha condotto a scrivere questa Commedia.
Se io abbia colto nel punto propostomi, tocca a’ Lettori il deciderlo. Io non ardisco di sostenere in ogni sua menoma parte perfetta nè questa mia opera, nè nessun’altra; ma se devo giudicarne dall’universale applauso, con che fu essa ricevuta e in Venezia, e in Firenze, e in Mantova, e in altre Città dell’Italia, mi lusingo che nel suo tutto ella possa passare per buona; il che finalmente è quanto può mai pretendersi da uno scrittore ancora novello; da uno scrittore che non fu mai nell’impegno di far una o due sole Commedie; da uno scrittore alla fine, che scrive per il Teatro, ch’è quanto a dire principalmente pel Popolo. Una cosa mi è certamente riuscita in questa Commedia, che non so a qual altro Comico Poeta sia mai riuscita. Per ben condurre al suo termine la mia azione, mi è convenuto far morire in iscena uno de’ due Gemelli, e la di lui morte, che difficilmente tollerata sarebbe in una Tragedia, non che in una Commedia, in questa mia non reca all’uditore tristezza alcuna; ma lo diverte per la sciocchezza ridicola, con cui va morendo il povero sventurato. Io non credo arrogante la mia franca asserzione; quando ricordomi delle risa, da cui si smascellavano gli spettatori universalmente sul momento delle sue agonie e de’ suoi ultimi respiri. Peraltro esser può che in leggendola, il ridicolo che vi è non risalti tanto, quanto fece animato dalla grazia del valoroso Comico. Ma la Commedia è Poesia da rappresentarsi, e non è difetto suo che ella esiga, per riuscir perfettamente, de’ bravi Comici che la rappresentino, animando le parole col buon garbo d’un’azione confacevole; checchè ne possan dir i severi Critici, egli è certo che tutti coloro i quali han veduto rappresentar la morte di Zanetto, han confessato esser ella uno de’ pezzi più ridicoli e nuovi della Commedia.
Personaggi
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Il DOTTORE BALANZONI, avvocato bolognese in Verona.
ROSAURA, creduta sua figlia, poi scoperta sorella dei due gemelli.
PANCRAZIO, amico del Dottore e suo ospite.
ZANETTO, gemello sciocco.
TONINO, gemello spiritoso.
LELIO, nipote del Dottore.
BEATRICE, amante di Tonino.
FLORINDO, amico di Tonino.
BRIGHELLA | i servi in casa del Dottore.
COLOMBINA
ARLECCHINO, servo di Zanetto.
TIBURZIO, orefice, che parla.
BARGELLO, che parla.
Uno staffiere di Beatrice, che non parla.
Birri.
Servitori.
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Atto I
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Rosaura. Signora Colombina garbata, mi pare che l'obbligo suo sarebbe, prima di mettersi in tante bellezze, di venire ad assettare il capo alla sua padrona.
Colombina. Signora, l’obbligo mio l’ho fatto: vi sono stata dietro due ore ad arricciarvi, frisarvi e stuccarvi: ma se poi non vi contentate mai, e vi cacciate per dispetto le dita ne’ capelli, io non vi so più che fare.
Rosaura. Guardate mo che presunzione! voler lasciar me arruffata, per perdere il tempo intorno a se medesima.
Colombina. E che! non ho io forse de’ capelli in capo, come ne avete voi?
Rosaura. Sì, ma io son la padrona, e tu sei la serva.
Colombina. Oh, di grazia, non mi fate dire.
Rosaura. E bada a durare. Or ora verrà lo sposo che si attende a momenti, e mi troverà in questa maniera.
Colombina. Anch’io, signora, aspetto lo sposo, e mi preme di comparire.
Rosaura. E ti vuoi paragonare con me, sfacciatella che sei?
Colombina. Ehi, signorina, non mi perdete il rispetto, sapete, che ve ne pentirete.
Rosaura. Impertinente, levati, o ti farò levare con un bastone.
Colombina. Poter del mondo! a me un bastone?
Rosaura. Così rispondi alla padrona? Disgraziata, lo dirò a mio padre.
Colombina. Che padrona? Che padre? Eh, signorina, ci conosciamo.
Rosaura. E che vorresti dire, bricconcella?
Colombina. Alto, alto con questi titoli, che se mi stuzzicherete, vomiterò ogni cosa, sapete.
Rosaura. Via, parla, che puoi tu dire, bugiarda?
Colombina. Posso dire... basta. Se ho taciuto finora, adesso non voglio tacere. ct ct Dottore. Cos’è questo rumore? Cos’è stato? Che cosa avete?
Rosaura. Ah signor padre! Mortificate colei. Ella m’insulta, mi maltratta, mi perde il rispetto.
Dottore. Come? Così tratti una mia figliuola?
Colombina. Eh, signore, so più di quello che v’immaginate. Mia madre m’ha detto tutto, sapete.
Dottore. (Ah donna senza giudizio, se fosse viva, la vorrei scorticare). (Colombina, per amor del cielo, non dir nulla di quello che sai. Sta cheta, e farò tutto per te e per i tuoi vantaggi).
Colombina. (Oh certo, tacerò, e mi lascerò maltrattare).
Rosaura. Dunque, signor padre...
Dottore. Orsù, oggi si aspetta il vostro sposo, il signor Zanetto Bisognosi, figlio di quel famoso mercante veneziano che chiamavasi Pantalone, il quale è stato allevato a Bergamo da suo zio Stefanello, ed è uno de’ più ricchi mercanti di Lombardia.
Colombina. Ricordatevi che anch’io mi ho a maritare con il suo servo. Così m’avete promesso.
Dottore. (Benissimo, lo farò, ti contenterò: purché tu taccia).
Colombina. Fate bene, se volete ch’io taccia, a turarmi la bocca col matrimonio.
Dottore. Quant’è, Rosaura, che non hai veduto il signor Pancrazio?
Rosaura. Oh, lo vedo spessissimo.
Dottore. Egli è un grand’uomo di garbo!
Rosaura. Certo che sì; non cessa mai di darmi de’ buoni consigli.
Dottore. Fin ch’io vivo, non lo lascio uscire di casa mia.
Rosaura. Fate bene. È un uomo che può molto giovarvi.
Colombina. Quanto a me, con vostra buona grazia, lo credo un bel birbone.
Dottore. Taci, mala lingua. Che motivo hai tu di parlare così?
Colombina. So io quel che dico. Non mi voglio spiegare. ct ct Brighella. Sior padron, siora padrona, è arrivado in sto ponto el sior Zanetto da Bergamo; l’è smonta da cavallo, e l’è alla porta che el parla, con uno che l’ha compagnà.
Dottore. Sia ringraziato il cielo. Figliuola mia, vado in persona a riceverlo, e lo conduco subito a visitarti. ct ct Rosaura. Dimmi un poco. Brighella, tu che hai veduto il signor Zanetto, che ti pare di lui? È bello? è grazioso?
Brighella. Ghe dirò, siora; circa alla bellezza no gh’è mal: l’è zovene, e el pol passar; ma, per quel poco che ho visto, el me par molto gnocco. Nol saveva gnanca da che banda smontar da cavallo. Al viso el someggia tutto a un altro so fradello zemello, che gh’ha nome Tonin, el qual sta sempre a Venezia, dove che ho avudo occasion de conosserlo: ma se el ghe someggia in tel viso, nol ghe someggia in tel resto, perchè quello l’è spiritoso e disinvolto, e questo el par un zocco taggià colla manera.
Rosaura. Questa relazione non mi dà gran piacere.
Colombina. Col signor Zanetto doveva venire un certo Arlecchino suo servitore; è egli venuto?
Brighella. No l’è ancora vegnù; ma el s’aspetta col bagaglio del so patron.
Colombina. Me ne dispiace. Ho curiosità di vederlo.
Brighella. Lo so, lo so che l’è destina al possesso delle vostre bellezze.
Colombina. Se avete invidia, crepate. ct ct Rosaura. Narrami, Brighella, come hai conosciuto questa famiglia in Venezia, e dimmi per qual cagione il signor Zanetto sia stato allevato a Bergamo.
Brighella. Mi serviva in Venezia un mercante ricchissimo, amigo in- trinseco del fu sior Pantalon dei Bisognosi, padre de sti do fradelli zemelli. El sior Pantalon, oltre de questi, l’aveva anca una femena, e questa el l’ha mandada a Bergamo a un so fradello, per nome chiamà Stefanello, ricco e senza eredi, dove prima l’aveva mandà el sior Zanetto. Ho sentio a dir, praticando in quella casa, che la femena s’aveva perso; che a Bergamo no l’è arrivada, e che la s’è smarrida, no se sa come, per viazo; e mai più i ghe n’ha avudo nova: e questo è quanto ghe posso dir circa alle persone de sta fameggia. In quanto po al grado e alle facoltà, la casa Bisognosi in Venezia fa bona fegura in Piazza, e la passa per una delle più comode tra i mercanti.
Rosaura. Tutto va bene, ma mi rincresce che il signor Zanetto non sia spiritoso quanto il fratello.
Brighella. Eccolo che el vien in compagnia col patron. La lo esamina, e la vederà se ho dito la verità. ct ct Rosaura. Al viso non mi dispiace. Può essere che non sia tanto sciocco, quanto me l’ha dipinto Brighella.
Dottore. Venga, venga liberamente, senza soggezione. Figlia mia, ecco il signor Zanetto.
Zanetto. Siora novizza, la reverisso.
Rosaura. Signore, io gli sono umilissima serva.
Zanetto. (Ah, la xe serva! Bondì sioria). Digo, sior missier, la novizza dov’eia?
Dottore. Eccola qui: questa è mia figlia, questa è la sposa.
Zanetto. Mo se la m’ha dito che la xe serva.
Dottore. Eh, non signore, ha detto gli sono umilissima serva, per complimento, per cerimonia.
Zanetto. Ho inteso; scomenzemo mal.
Dottore. Per qual ragione?
Zanetto. Perchè in tei matrimonio no ghe vuol ne busie, né cerimonie.
Rosaura. (È veramente sciocco, ma pure non mi dispiace).
Dottore. Eh via, non abbadi a queste inezie.
Rosaura. Signor Zanetto, assicuratevi ch’io sono sincera, che non so simulare, e che avrò per voi tutta la stima ed il rispetto.
Zanetto. (Tutte cosse che no val un figo).
Rosaura. Ma forse non aggradite queste mie espressioni?
Zanetto. Siora sì, come che la vol.
Rosaura. Dispiace agli occhi vostri il mio volto?
Zanetto. Alle curte. Mi son vegnù a Verona per maridarme, e aspetto Arlecchin da Bergamo coi abiti, co le zogie e coi bezzi.
Rosaura. E bene, non sono io destinata per vostra sposa?
Zanetto. Ma che bisogno ghe xe de tanti squinci e quindi? La me tocca la man, e la xe fenia.
Rosaura. (Che temperamento curioso!)
Dottore. Ma, caro signor genero, vuol ella fare il matrimonio così ruvidamente? Dica qualcosa alla sposa, le parli con più buona grazia ed amore.
Zanetto. Oh sì, disè ben. So tutto, tutto vostro. Me piase quel bel visetto. Vorave... Caro sior missier, feme un servizio.
Dottore. Cosa comanda?
Zanetto. Ande via de qua, perchè me de suggizion.
Dottore. Benissimo, la servirò. Io sono un uomo compiacentissimo. (Figlia mia, abbi giudizio: è un poco scioccherello, ma ha de’ quattrini). Signor genero, la riverisco. (Guardate a chi dona la sorte i suoi favori!)
ct ct Zanetto. Sioria vostra, (al Dottore) E cussì, siora novizia, nualtri semo mario e muggier.
Rosaura. Così spero.
Zanetto. Donca cossa femio qua impalai?
Rosaura. E che cosa vorreste fare?
Zanetto. Oh bella! mario e muggier.
Rosaura. Marito e moglie lo saremo, torno a dir, così spero: ma ora il matrimonio non è ancora fatto.
Zanetto. No? Mo cossa ghe vol per far el matrimonio?
Rosaura. Vi vogliono molte cerimonie e solennità.
Zanetto. Parlemose schietto. Me accetteu per vostro mario?
Rosaura. Sì, signore, vi accetto.
Zanetto. E mi ve accetto per mia muggier. Cossa ghe xe bisogno de altre cerimonie? Questa xe la più bella cerimonia del mondo.
Rosaura. Voi dite bene. Ma qui non si pratica in questa guisa.
Zanetto. No? Torno a Bergamo. Torno alle montagne, dove so sta arlevà. Là, co se vol ben, xe fatto tutto. Co do parole se fa un matrimonio: e tutte le cerimonie le se fa tra mario e muggier.
Rosaura. Vi torno a dire che qui vi vogliono altre solennità.
Zanetto. Ma ste solennità quando fenirale?
Rosaura. Ci vogliono almeno due giomi.
Zanetto. Oh, figureve se aspetto tanto!
Rosaura. Siete molto furioso.
Zanetto. O femo subito, o no femo gnente.
Rosaura. Ma questo è un disprezzo che fate della mia persona.
Zanetto. Che disè desprezzo a concluder el matrimonio? Saveu quante putte che vorave esser desprezzae in sta maniera?
Rosaura. Ma che diavolo! non potete aspettar un giorno?
Zanetto. Ma disè, cara vu: ste solennità e ste cerimonie no le se poderave far dopo el matrimonio? Concludemo le cosse tra de nu, e pò andemo drio a ceremoniar anca un anno, che no ghe penso gnente.
Rosaura. Eh, signor Zanetto, mi pare che vi vogliate prender divertimento di me.
Zanetto. Seguro che me vorave devertir, ma col matrimonio.
Rosaura. Lo farete a suo tempo.
Zanetto. Dise el proverbio: chi ha tempo no aspetta tempo. Via, no me fé più penar.
Rosaura. Ma questa poi è un’impertinenza.
Zanetto. E via, che cade!
Rosaura. Abbiate giudizio, vi dico.
Zanetto. Siben, giudizio.
Rosaura. Temerario!
Zanetto. ct ct Rosaura. Poter del mondo! che uomo improprio! che giovine sfacciato! non mi sarei mai creduta una tale temerità in colui, che sembra a prima vista uno sciocco. Ma appunto questi guarda basso sono quelli che ingannano più degli altri. Noi altre donne mai non ci dovremmo trovare da sola a solo cogli uomini. Sempre s’incontra qualche pericolo. Me l’ha detto tante volte quel buon uomo del signor Pancrazio... Ma eccolo che viene; veramente nel di lui volto si vede a chiare note la bontà del suo cuore.
Pancrazio. Il ciel vi guardi, fanciulla; che avete, che vi veggo così alterata?
Rosaura. Oh, signor Pancrazio, se sapeste cosa mi è accaduto!
Pancrazio. Che mai, che mai! Palesatemi il tutto con libertà. Già in me vi potete sicuramente fidare.
Rosaura. Ve lo dirò, signore: sapete già che mio padre mi ha destinata in isposa ad un Veneziano.
Pancrazio. (Così non lo sapessi!)
Rosaura. Saprete ancora ch’egli, partitosi da Bergamo, oggi è arrivato in questa città.
Pancrazio. (Così si fosse rotto l’osso del collo).
Rosaura. Ora sappiate che costui è uno sciocco, ma però temerario.
Pancrazio. La temerità è propria di gente sciocca.
Rosaura. Mio padre mi fece subito abboccare con esso lui.
Pancrazio. Male.
Rosaura. Poi seco lui ancora mi lasciò sola.
Pancrazio. Peggio.
Rosaura. Ed egli...
Pancrazio. Già me l’immagino.
Rosaura. Ed egli con parole indecenti...
Pancrazio. Ed anco tenere, non è così?
Rosaura. Sì, signore.
Pancrazio. E con qualche atto immodesto?
Rosaura. Per l’appunto.
Pancrazio. Seguite; che avvenne?
Rosaura. Mi provocò a segno ch’io gli diedi uno schiaffo.
Pancrazio. Oh, brava, oh saggia, oh esemplare fanciulla! oh degna d’esser descritta nel catalogo dell’eroine del nostro secolo! Non ho lingua bastante per lodare la savia risoluzione del vostro spirito. Così si trattano cotesti insolenti; così si mortificano questi irriverenti del sesso. Oh mano eroica, oh mano illustre e gloriosa! Lasciate che per riverenza ed ammirazione imprima un bacio su quella mano, che merita gli applausi del mondo tutto.
Rosaura. Merita dunque la vostra approvazione quest’atto del mio risentimento?
Pancrazio. Pensate! e in che modo! Al giorno d’oggi è un prodigio trovar una giovane, che per modestia dia uno schiaffo ad un amante. Seguite, seguite sì bel costume. Avvezzatevi a disprezzare la gioventù, dalla quale non potete sperare che mali esempi, infedeltà e strapazzi; e se mai il vostro cuore risolvere si volesse ad amare, cercate un oggetto degno del vostro amore.
Rosaura. Ma dove ed in chi dovrei cercarlo?
Pancrazio. Oh, Rosaura, per ora non posso dirvi di più. Penso a voi ed al vostro bene più di quello che vi credete; basta, lo conoscerete.
Rosaura. Signor Pancrazio, sono certa della vostra bontà. Siete troppo interessato per i vantaggi di questa casa, per non isperare da voi ogni più segnalato favore. Però, se devo dirvi la verità, il signor Zanetto non mi dispiace, e se non fosse così sfacciato, forse forse...
Pancrazio. Oibò, oibò, chiudete l’incauto labbro, e non oscurate con sentimenti sì vili l’eroica impresa della vostra virtù. Via, odiate anzi un oggetto così abbominevole. Chi non sa esser modesto, mostra di non aver la ragione che lo governa. Il vostro merito d’altro oggetto più nobile vi rende degna. Non fate mai più ch’io vi senta a pronunziare quel nome.
Rosaura. Dite bene, signor Pancrazio. Perdonate la mia debolezza. Vado a dire a mio padre che non lo voglio.
Pancrazio. Brava; ora vi lodo. Aggiungerò alle vostre le mie ragioni.
Rosaura. Di grazia, non mi abbandonate. (Che uomo dabbene, che uomo saggio ch’è questo! Felice mio padre, che l’ha in sua casa! felice me, che sono ammaestrata da’ suoi consigli!) ct ct Se non mi acquisto Rosaura col mezzo di una falsa virtù e di una finta prudenza, nè colla gioventù, nè colla bellezza, nè colla ricchezza io non ispero di acquistarla per certo. Ho trovata una strada, che forse forse mi condurrà al fine de’ miei disegni. In oggi chi sa più fingere, sa meglio vivere; e per esser saggio, basta parerlo. ct ct ct Beatrice. Tant’è, signor Florindo, io voglio tornar a Venezia.
Florindo. Ma perchè una risoluzione così improvvisa?
Beatrice. Sono ormai sei giorni ch’io sto attendendo il signor Tonino, con cui passar dovevo a Milano; e non per anco lo vedo a comparire. Dubito che siasi pentito di seguitarmi, oppure che qualche strano accidente non lo trattenga in Venezia; senz’altro voglio partire, e chiarirmi in persona di questo fatto.
Florindo. Ma questa, perdonatemi, è un’imprudenza; volete ritornar a Venezia, da dove, per consiglio del signor Tonino, siete fuggita? Se vi trovano i vostri parenti, siete perduta.
Beatrice. Venezia è grande: s’entra di notte: farò in modo che non sarò conosciuta.
Florindo. No, signora Beatrice, non isperate ch’io vi lasci partire. Il signor Tonino a me vi ha indirizzata, a me vi ha raccomandata, ho debito di trattenervi, ho debito di custodirvi; così vuole la legge dell’amicizia, (e così richiede la forza di quell’amore, che a lei mi lega).
Beatrice. Non vi lagnate, se ad onta del vostro volere mi procaccio da me stessa il modo di partire. Saprò trovare la Posta, e saprò col mio servo ritornare a Venezia, se con esso sono venuta a Verona.
Florindo. Oh, questo sì che sarebbe il massimo degli errori. Non mi diceste voi stessa che un certo Lelio per viaggio vi ha di continuo perseguitata? E non l’ho veduto io stesso qui in Verona raggirarsi sempre d’intorno a voi, a segno tale che più volte ho quasi seco dovuto precipitare? Se tornate a partire, ed egli giunge a penetrarlo, non vi esimerete da qualche insulto.
Beatrice. Una donna onorata non teme insulti.
Florindo. Ma una donna sola con un servitore per viaggio, per quanto sia onorata, fa sempre una cattiva figura, ed è facile ricever un affronto.
Beatrice. Tant’è, voglio partire.
Florindo. Aspettate almen due giorni.
Beatrice. Ah, che il cuor mi predice, che ho perduto il mio Tonino.
Florindo. Tolga il cielo gli auguri: ma se mai lo aveste perduto, che vorreste fare ritornando in Venezia?
Beatrice. E che avrei a fare stando in Verona?
Florindo. Qui forse trovereste persona, che persuasa del vostro merito, potrebbe occupare il luogo del vostro caro Tonino.
Beatrice. Oh, questo non sarà mai. O sarò di Tonino, o sarò della morte.
Florindo. (Eppure, se qui restasse e non venisse il suo amante, spererei a poco a poco di vincerla).
Beatrice. (Quando meno lo crederà, gli fuggirò dalle mani).
Florindo. Ma ecco qui quel ganimede affettato di Lelio. Egli s’aggira sempre d’intorno a voi; guardi il cielo, se foste senza di me!
Beatrice. Partiamo.
Florindo. Oh questo no: non diamo segno di timore. State pur sul vostro decoro, e non dubitate.
Beatrice. (Mancava questo impedimento alla mia partenza). ct ct Lelio. Bellissima Veneziana, ho risaputo dal vetturino che voi bramate ritornare alla vostra patria; se così è, fate capitale di me: vi darò calesse, cavalli, staffieri, lacchè, denari e quanto volete, purché mi concediate il piacere di accompagnarvi.
Beatrice. (Che sguaiato!)
Florindo. Signore, mi favorisca. Con che tìtolo offre ella tante magnifiche cose alla signora Beatrice, mentre la vede in mia compagnia?
Lelio. Che importa a me ch’ella sia in vostra compagnia: ho io soggezione di voi? Chi siete voi? Suo fratello, suo parente, o qualche suo condottiere?
Florindo. Mi maraviglio di voi e del vostro cattivo procedere. Sono un uomo d’onore. Sono uno che ha impegno di custodir questa donna.
Lelio. Oh amico, siete in un difficile impegno!
Florindo. E perchè?
Lelio. Perchè a custodir una donna ci vogliono altre barbe che la vostra.
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The end
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