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1. Attraverso i ghiacci della baia di Baffin
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a grande baia di Baffin da parecchi giorni aveva ripreso il suo triste e pauroso aspetto invernale. Il sole, già senza calore, scolorito come se fosse ammalato, penava assai a lanciare i suoi ultimi raggi su quelle terre perdute al di là del circolo polare, sulle quali stava per piombare la lunga e cupa notte.
Pesanti nebbioni coprivano le coste della lontana Groenlandia, della terra di Baffin, della penisola di Cumberland, di Devon e di Lincoln, scendendo attraverso lo stretto di Smith e ingolfandosi verso quelli di Davis, di Lancaster e di Jones.
Enormi ice-bergs, le cui punte aguzze raccoglievano un po’ di luce solare, tingendosi di riflessi purpurei o giallastri, erravano a capriccio su quelle acque azzurro-cupe, serpeggiando lentamente sotto i soffi della gelida tramontana, sospinti dai grandi banchi, dagli ice-fields mai contaminati da alcuna orma umana, immacolati come nel primo giorno della loro creazione e da miriadi di ghiacciuoli, di palks e di streams splendidi come diamanti o venati o incrostati di tinte indefinibili che avevano i bagliori degli zaffiri e degli smeraldi.
Fuggivano verso le regioni del sud i gabbiani dalle candide ali, i piedi neri ed il becco giallo, frettolosi di guadagnare climi più miti; volteggiavano sopra le flottiglie gelide i grandi albatros, gettando le loro rauche grida che suonavano come un addio a quelle tristi regioni dalle nevi eterne; poi sfilavano grandi bande di gazze marine facendo un baccano indiavolato, le grosse oche bernide, le urie dalle penne nere ma colle ali bianche, le rapide strolaghe pure nere ma colle ali picchiettate di bianco e le procellarie fulmar, quelle assidue compagne delle terribili bufere.
Tutti fuggivano, tutti abbandonavano quella grande baia che stava per coprirsi di ghiacci, di nevi e di nebbie; che stava per tramutarsi in un immenso deserto di gelo, assolutamente inabitabile sia per gli uccelli marini, sia per gli animali e tanto meno per gli uomini; pure vi erano ancora alcuni che non retrocedevano dinanzi alla terribile discesa dei ghiacci polari.
Una grande barca, una di quelle grosse barche da pesca dal ventre assai rigonfio, di forme massiccie, munita di due soli alberi, sostenenti due vele latine di dimensioni enormi che vengono usate dai pescatori canadesi, s’avanzava intrepidamente incontro al nebbione ed ai ghiacci.
Sei uomini di forme robuste, coperti di vesti di pelle di foca, col cappuccio calato sul viso, con pesanti stivali da mare pure di pelle di foca e grossi guanti, stavano a prora intenti a respingere, con accanimento febbrile, i ghiacci che minacciavano di sfondare le costole della loro barca, adoperando dei lunghi buttafuori muniti di grosse punte di ferro. Erano tutti giovani, poichè non superavano i trenta anni, ma si capiva, anche a prima vista e dal modo con cui adoperavano le aste e dalla loro abilità nel rovesciare od allontanare i ghiacci con dei colpi robusti e ben assestati, che dovevano aver percorso ancora quelle regioni del gelo e che ben altre lotte dovevano aver impegnate cogli ostacoli dei mari polari.
A poppa invece, ritto dinanzi al timone, stava un uomo di statura imponente, un vero gigante, poichè doveva misurar quasi sei piedi, ossia poco meno di due metri.
Era il più attempato di tutti, anzi doveva aver varcato la cinquantina da qualche anno, poichè la sua barba ed i suoi capelli erano ormai grigiastri. Aveva un petto da atleta, le spalle larghissime, le braccia muscolose, formidabili ancora malgrado l’età, poichè maneggiavano la pesante ribolla del timone come fosse un semplice fuscello di paglia.
Il suo viso, seminascosto da un grande cappuccio di grosso panno azzurro-cupo, era solcato di rughe ben marcate e la sua pelle era assai abbronzata, ma i suoi occhi, di un nero profondo, avevano ancora qualche cosa di giovanile e di tratto in tratto mandavano vivi lampi.
Quantunque il freddo fosse assai pungente, quel colosso non aveva, come i suoi compagni, ancora indossate le pesanti vesti d’inverno. Aveva calzati bensì i guanti di pelle di foca, ma portava ancora una casacca di grossa tela da vele come usano i pescatori di merluzzi di Terranuova e quelli del Labrador, i calzoni di panno e uose di tela strette attorno ai muscolosi polpacci e alle pesanti scarpe ferrate.
Poco discosto da lui, accovacciato su di un rotolo di cordami, stava uno di quei grossi cani di Terranuova,
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dal folto pelame, dalla lunga coda villosa, valenti animali da caccia e abilissimi nuotatori.
Il grosso collare di ferro, irto di punte assai aguzze, indicava chiaramente come venisse impiegato nelle pericolose cacce contro i formidabili orsi bianchi delle regioni nordiche.
Il colosso, quantunque non abbandonasse la ribolla del timone per non compromettere la sicurezza della barca, non stava però un istante fermo. Si curvava a destra ed a sinistra per guardare i ghiacci e la sua voce poderosa echeggiava senza posa.
– Forza, ragazzi! Attento a babordo Grinnell!... Bada al tuo buttafuori, Charchot!... Giù un buon colpo, mio bravo Tylson! Credi d’aver in mano il fucile tu? Non sono nè alci, nè buoi muschiati, ma ghiacciai che ci assalgono!... Ohe!... Guardate a babordo, voi altri!... Vi dico che passeremo, parola di Tyndhall!...
– Ma per centomila corna di caribou!... tuonò colui che si chiamava Charchot. Non la finiremo più, mastro Tyndhall?... Ne ho abbastanza dei ghiacci e della vostra baia di Baffin!... Fulmini dell’equatore!... Sono tre giorni che si continua questa dannata manovra e vi dico che...
– Taci!... Bada a quello stream che sta per guastarci la prora.
– All’inferno tutti i ghiacci!
– Se potessi mandarveli non esiterei a farlo, Charchot, certo che a casa di messer Belzebù si liquefarebbero ben presto.
– Mastro... basta!... dissero i marinai. Non ne possiamo più.
– Un ultimo sforzo, ragazzi.
– Siamo affranti, padrone Tyndhall. – Pochi colpi ancora, fino a quel pack, poi vi accorderò mezz’ora di riposo. Il vento ci spinge e può girare al nord da un momento all’altro e ricacciarci nello stretto di Davis.
Il piccolo veliero, che s’avanzava stentatamente attraverso i ghiacci della baia di Baffin, correva allora il pericolo di venire imprigionato da una vera flottiglia di streams, di packs e di hummoks che gli ice-bergs spingevano verso il sud-est.
Ve n’erano di tutte le forme e di tutte le dimensioni: delle montagnole che rizzavano le loro punte aguzze come lame; dei blocchi perfettamente circolari che roteavano su di loro stessi, come si agitassero in mezzo a dei gorghi; delle zattere di forma allungata, ma con certi speroni così acuti, da temere che sfondassero le coste del veliero e finalmente dei piccoli banchi sormontati da un caos di obelischi, di colonne bizzarre, alcune alte assai ed altre spezzate, e arcate, e cupole semidiroccate e accatastamenti di blocchi enormi che parevano si mantenessero ritti per un miracolo d’equilibrio.
Dietro a quei piccoli ghiacci s’avanzavano gli ice-bergs, le montagne giganti che le correnti trascinavano verso lo stretto di Davis e verso le lontane coste della Groenlandia.
Quei colossi che ondeggiavano lievemente, ma che si urtavano fra di loro con un fracasso formidabile producendo delle detonazioni paragonabili allo scoppio dei pezzi d’artiglieria, facevano veramente paura.
Guai se uno fosse andato a urtare il piccolo veliero! Per quanto fosse robusto, sarebbe stato schiacciato come una semplice barca.
L’equipaggio aveva ripresa la lotta contro le flottiglie che si stringevano attorno alla barca. Respingevano con furore gli streams, i packs e gli hummoks, allontanando or questi ed or quelli con poderosi colpi di sbarra, frantumando i meno solidi a colpi di punta, rovesciando con spinte irresistibili quelli che colle loro punte toccavano la bordatura o che minacciavano le trinche dell’albero di bompresso, ma si capiva che erano gli ultimi sforzi e che proprio non ne potevano più.
Malgrado il freddo acuto, i marinai cominciavano a sudare ed erano stati costretti a lasciar ricadere i cappucci che ormai erano diventati troppo pesanti ed insopportabili.
Fortunatamente il pack, segnalato da mastro Tyndhall, non era lontano che poche gòmene. Era un grande banco di ghiaccio, coperto da un alto strato di neve perfettamente liscia e senza dubbio mai calcata da piede umano, contornato da un gran numero di piccoli ice-bergs che si erano cementati ai suoi margini.
Solamente dinanzi a quel banco i naviganti potevano sperare di trovare un po’ di riposo, poichè colla sua massa poteva riparare la piccola nave dagli urti di tutti gli altri.
– Coraggio!... tuonò un’ultima volta il vecchio Tyndhall, spostando bruscamente la ribolla del timone. Pochi colpi ancora e saremo al sicuro. Spingi, Tylson!... Urta, Mac-Chanty!... Sfonda quello stream, Charchot!... Là, così va bene, ragazzi... Su, ci siamo!... Attenti all’urto!... La Shannon ha le costole dure, ma i ghiacci sono più duri ancora!...
Il veliero era giunto addosso al banco. Mastro Tyndhall, con un vigoroso colpo di barra, lo fece virare sul trabordo, poi balzando attraverso la tolda, come fosse un giovane gabbiere, lasciò andare le scotte delle due grandi vele, mentre due dei suoi uomini saltavano sul pack trascinando una grossa fune legata alla murata proviera.
La Shannon, spinta dal vento, andò a urtare col tribordo contro il margine del banco e s’incrostò.
– Legate bene! gridò Tyndhall.
– Non temete, mastro, risposero i due marinai.
A pochi passi da loro s’alzava un’enorme colonna di ghiaccio, spezzata a metà. Si diressero a quella volta per legare la gomena, ma ad un tratto s’arrestarono, lasciandola cadere sul banco.
– Oh!... aveva esclamato uno dei due. Hai udito, Charchot?...
– Sì, Mac-Chanty.
– Un orso bianco?...
– Bell’incontro, dopo tante ore di lotta!...
Un urlo, che rassomigliava al nitrito d’un mulo, ma più sordo e meno prolungato, echeggiò dietro l’enorme colonna di ghiaccio.
– Alla barca! urlarono in coro i due marinai, girando rapidamente sui talloni.
– Ohe!... Pesci‐cani d’acqua dolce! tuonò mastro Tyndhall, vedendoli abbandonare precipitosamente la gomena. Per mille tempeste!... Volete far fracassare la Shannon?
– Padrone Tyndhall, disse Charchot, ch’era già giunto sull’orlo del pack. Se credete, vi è un amico che vi aspetta, ma vi avverto che pare che abbia molta fame e che possiede zanne e artigli.
– Cosa vuoi dire, cacciatore d’oche?...
– Che vi è un orso laggiù.
– Ah!... La è così?... Credevo che tu avessi avuto paura di qualche oca!... Ehi, Grinnell, lancia un rampone sul pack; per qualche minuto spero che terrà fermo. Ciò detto prese un fucile a due canne che stava appoggiato alla murata di babordo, lo esaminò con attenzione per accertarsi se era carico, si passò nella larga cintura di pelle di renna, che stringevagli la casacca, uno di quei terribili coltellacci che gli americani del nord chiamano bowie-knife e balzò sul banco, dicendo con voce tranquilla:
– Attendetemi, giovanotti.
– Ma ci siamo anche noi, padron Tyndhall, dissero alcuni marinai.
– Ed i cacciatori di foche della baia di Baffin non hanno mai avuto paura degli orsi bianchi, aggiunse Grinnell.
– Voleva lasciarvi in riposo, amici miei. So bene che siete tutti coraggiosi e se non lo foste, parola di Tyndhall che non vi avrei arruolati per una così pericolosa spedizione. Se volete venire, non vi rifiuterò siate certi.
– Vi accompagneremo, padrone. Gli orsi bianchi, voi lo sapete, sono formidabili.
– Non venite tutti!... La Shannon può venire portata al largo.
Mac-Chanty, Charchot e Grinnell si precipitarono nella camera di prora e poco dopo ricomparivano armati di pesanti carabine e di ramponi, armi queste che potevano surrogare, e forse vantaggiosamente, le fiocine degli esquimesi. – Il vecchio Tyndhall li aveva già preceduti e si accostava lentamente alla grossa colonna di ghiaccio, cercando di tenersi sottovento.
Già non distava che una diecina di passi, quando vide la neve del campo agitarsi, rigonfiarsi bruscamente, poi aprirsi e comparire un orso bianco di statura mostruosa.
Quell’animalaccio, che fino allora si era mantenuto nascosto sotto la neve in una tana scavatasi per dormire tranquillo, misurava almeno due metri e mezzo dalla punta del muso alla radice della coda. Pareva che fosse un vecchio maschio, poichè la sua pelliccia non era più bianco-argentea, ma un po’ gialliccia.
Vedendo quell’uomo che gli muoveva incontro col fucile puntato, l’orso si rizzò sulle zampe posteriori emettendo un sordo urlo e alzate le zampacce armate di formidabili artigli, lo attese a piè fermo.
Il vecchio Tyndhall, niente spaventato da quella posa aggressiva, puntò flemmaticamente il fucile e lasciò partire i due colpi, ma proprio in quel momento la neve cedette sotto i suoi piedi, e perduto l’equilibrio, cadde all’indietro gettando un grido di terrore.
L’orso, sfuggito miracolosamente alla doppia scarica, balzò innanzi per sventrare la sua vittima.
2. Gli orsi bianchi
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tre marinai della Shannon, vedendo cadere il loro vecchio mastro e l’orso precipitarsi innanzi, si erano coraggiosamente lanciati in soccorso del pover’uomo. Vedendo però che non potevano giungere in tempo in causa della neve che non si era ancora indurita e che imprigionava i loro piedi, scaricarono le loro carabine, colla speranza di abbattere il formidabile avversario.
La belva, toccata da qualche palla, infatti cadde, ma si rialzò prontamente. La sua pelliccia era macchiata di sangue un po’ sotto la spalla destra, ma forse quella ferita non era mortale, possedendo quei mostri dei ghiacci eterni una vitalità veramente prodigiosa, pari a quella degli orsi grigi delle Montagne Rocciose.
Quel momento di sosta era bastato pel vecchio Tyndhall. Con un’agilità sorprendente pei suoi cinquant’anni, il gigante si era rialzato. Aveva lasciato nella neve il fucile, arma ormai inutile quanto un bastone, ma aveva impugnato il bowie-knife.
Vedendo l’orso venirgli addosso, invece di attenderlo lo caricò con grande furia, a corpo perduto, puntandogli un ginocchio nel ventre per non farsi stritolare le ossa o soffocare fra la folta pelliccia, poi colla mano armata vibrò una coltellata così violenta che la lama intera si immerse.
Quantunque nuovamente ferito, e forse mortalmente, la belva non cadde. Aveva strette le zampacce attorno all’avversario e cercava di soffocarlo con una potente stretta, mentre colle mascelle tentava di stritolargli il cranio; ma mastro Tyndhall non era alla sua prima lotta e mentre abbassava sempre più il capo, col ginocchio puntava con sovrumano vigore.
– Tenete fermo, padrone! gridarono i marinai, che avevano impugnati i ramponi.
– Non temete, rispose il mastro, che non abbandonava il manico del coltello. Cacciate un rampone nel corpo di questo vecchio birbone!
Charchot, che già si trovava vicino, alzò la terribile arma, munita di un ferro di lancia in forma di V, ma coi margini interni assai grossi, e vibrò un colpo disperato. La lama scomparve tutta intera nel dorso dell’orso troncandogli la spina dorsale e vi rimase infissa.
Quel colpo, vibrato con grande destrezza, era mortale. Tyndhall sentì la stretta allentarsi, poi vide il colosso piombare a terra, agitato da furiose convulsioni.
– Al diavolo il vecchio dal pelo bianco! gridò il mastro. Ancora un poco e mi sgretolava il cranio come fosse un semplice biscotto.
– Siete ferito, mastro? chiesero i marinai.
– No, ma se Charchot tardava un po’, la mia grossa casacca di tela non mi avrebbe salvato dagli artigli di quel... Oh!...
– Lampi!...
– Corna di caribou!...
– Alla barca!... Alla barca!... Quelle diverse grida erano state strappate dalla improvvisa comparsa di due altri orsi; una grande femmina ed un orsacchiotto, ma che era già abbastanza sviluppato ed in grado di far uso dei suoi denti e dei suoi artigli.
Senza dubbio erano stati attirati dagli spari ed accorrevano, se non più per aiutare, almeno per vendicare il vecchio maschio.
Prima ancora che il mastro ed i marinai potessero battere in ritirata, l’orsa, che pareva furiosa, si era gettata su di loro, emettendo rauche urla.
Ai marinai mancava il tempo di ricaricare le armi e per fuggire era troppo tardi, poichè quelle belve dei ghiacci eterni, sebbene siano grosse e pesanti, corrono molto più rapidamente degli uomini. Bisognava accettare il combattimento o soccombere.
– Coraggio, ragazzi! tuonò mastro Tyndhall, strappando un rampone a Grinnell. Io vi do l’esempio.
E senza attendere i compagni assalì coraggiosamente l’orsa, mentre Charchot e Mac-Chanty si gettavano sull’orsacchiotto che accorreva in aiuto della madre, e Grinnell afferrava precipitosamente la scure che portava appesa alla cintola.
I tre marinai rimasti a bordo della Shannon, vedendo i loro compagni in pericolo, s’affrettarono a balzare sul pack; e mentre uno di loro teneva la gomena per impedire che la barca si allontanasse, gli altri si slanciarono verso il luogo della lotta seguiti dal grosso cane di Terranuova.
Intanto mastro Tyndhall, niente affatto spaventato dalle urla dell’orsa, tentava di colpirla mortalmente. Già le aveva vibrato un colpo in pieno petto producendole una larga ferita dalla quale sgorgava il sangue in grande copia, ma non era mortale. La belva balzava a destra ed a sinistra con rapidità sorprendente, sfuggendo ai colpi di rampone ed ai colpi di scure che Grinnell le vibrava.
Ad un tratto il grosso cane di Terranuova entrò in campo abbaiando con furore. Senza badare al pericolo, balzò contro l’animale mordendolo ferocemente ai garretti.
Mastro Tyndhall vedendo l’orsa curvarsi per difendersi da quel nuovo avversario, vibrò un ultimo e più tremendo colpo di rampone. L’arma acuta e tagliente, diretta da quel braccio formidabile, entrò più di mezza nella carne.
Un colpo di scure di Grinnell, assestato sul cranio della fiera, bastò per completare la vittoria.
L’orsacchiotto, vedendo cadere la madre, fuggì di galoppo verso un accatastamento di hummoks, scomparendo agli sguardi dei marinai.
– Per centomila foche! tuonò il mastro. Speriamo che la sia finita con queste dannate bestiacce!... Presto, ragazzi, assicurate la gomena della Shannon.
– È fatto, mastro, risposero i due marinai che erano accorsi in aiuto dei compagni.
– I ghiacci urteranno la barca?...
– No, mastro Tyndhall. Siamo perfettamente riparati e non corriamo alcun pericolo.
– Allora possiamo gustare un po’ di riposo.
– E dare un colpo di dente ad un arrosto d’orso, disse Charchot. Un po’ di carne fresca la desideravo davvero.
– Ne abbiamo per tre settimane, mio bravo cacciatore. È una provvista preziosa guadagnata con poca fatica e che terrà lontano lo scorbuto. Mac-Chanty, tu che sei il più abile, puoi scuoiare le nostre due bestie. – Sì, mastro.
– Tu, Grinnell; che vai pazzo per gli arrosti, t’incaricherai della cucina. Quando avremo mangiato discorreremo, amici miei.
– Sul viaggio? chiesero i marinai, vivamente.
– Sì, ragazzi. Vi dirò il motivo per cui vi ho guidati in mezzo ai ghiacci della baia di Baffin in una stagione così inoltrata, mentre tutte le altre navi fuggono ormai al sud a vele sciolte.
– Era tempo, mastro, disse Charchot. Se continuavate a rimanere muto, come un pesce, io non vi avrei seguìto per molto tempo, diamine!... Salire verso il nord al principiare dell’inverno polare, è una pazzia.
– Ma che il governo dell’Unione paga bene, rispose Tyndhall. Vi ho arruolati con una paga che nemmeno un capitano di corvetta può guadagnare. Vieni, Charchot. Intanto che i nostri compagni scorticano gli orsi, noi andremo a dare uno sguardo ai ghiacci della baia. Spero di trovare qualche passaggio libero verso l’ovest.
Mastro Tyndhall ricaricò con grande cura il suo fucile onde trovarsi pronto nel caso che l’orsacchiotto cercasse di assalirlo e si diresse verso un altissimo ice-berg che si era incrostato al campo di ghiaccio.
Charchot lo aveva seguito portando due ramponi, armi di difesa, ma anche validissime in una ascensione sulle montagne di ghiaccio.
Giunti alla base dellice-berg, s’arrestarono alcuni istanti per cercare dei crepacci che permettessero a loro d’intraprendere la difficile salita e trovato una specie d’incavo che pareva fosse stato prodotto dalla fusione delle più alte cime del colosso, aiutandosi l’un l’altro e piantando profondamente i ramponi, cominciarono ad elevarsi lentamente. L’ascensione era faticosa e anche pericolosa su quei pendii così lisci e così sdrucciolevoli; ma quei due uomini ne avevano compite ben altre sulle coste del Labrador e su quelle della Terra di Baffin, e dopo mezz’ora riuscivano a raggiungere le più alte cime.
Mastro Tyndhall gettò un lungo sguardo all’intorno, riparandosi gli occhi colle mani per vincere quella luce bianca, acciecante, prodotta dal rifrangersi della luce sui grandi campi di ghiaccio e che i naviganti delle regioni polari chiamano ice-blink.
L’ampia baia di Baffin era quasi tutta coperta di packs, di streams, di ice-bergs e di hummoks che la corrente trascinava confusamente verso lo stretto di Davis e verso le coste occidentali della lontana Groenlandia.
Qua e là però si vedevano degli spazi liberi e dei vasti canali, ma che ad ogni istante cambiavano dimensioni pel continuo agitarsi di quei bianchi figli del gelido polo.
Nessuna nave, nessuna barca si vedevano navigare fra quegli spazi liberi e nemmeno alcuna costa si scorgeva sul fosco e ormai nebbioso orizzonte. Solamente pochi uccelli, dei gabbiani, qualche oca bernida e qualche procellaria volavano silenziosamente sui ghiacci, dirigendosi verso il sud.
Mastro Tyndhall fissò l’acuto sguardo verso l’ovest, rimanendo immobile parecchi minuti. Pareva che in quella direzione cercasse di discernere qualche costa, che il nebbione aveva ormai reso invisibile.
– Eppure non dobbiamo essere lontani, mormorò, crollando il capo.
Poi volgendosi verso il compagno, gli chiese:
– Charchot, vedi nessuna terra verso l’ovest?
– Non vedo che nebbia e ghiacci, rispose il marinaio, dopo d’aver guardato con grande attenzione. – Allora abbiamo camminato come i granchi o poco meno, disse il mastro. Sono già due buone settimane che abbiamo lasciata Discko.
– Quindici giorni precisi, mastro.
– Mi sembra strano che non si possa ancora vedere la costa di Cumberland.
– Ma ditemi, mastro, dove andiamo noi? Sono quindici giorni che ve lo domandiamo senza che vi si possa strappare una risposta.
– Oggi ve lo dirò.
– Finalmente!... Comprenderete, mastro, che avventurarsi agli ultimi di settembre fra i ghiacci del polo, in così piccolo numero, su di una barca solida sì, ma sempre troppo piccola per un lungo svernamento, e senza sapere dove si vada, non è una grande bella cosa. Ci avete arruolati con delle paghe straordinarie, è vero, ma ci va di mezzo la pelle.
– È vero, rispose il mastro, sorridendo, ma ti ho detto che oggi parlerò.
– E saremo ben lieti. Voi sapete che noi siamo uomini da seguirvi anche al polo.
– Lo vedremo, Charchot.
– Diavolo! esclamò il marinaio. Ho detto di seguirvi fino al polo, ma spero che non avrete l’idea di condurci fino là.
– No, ma ben lontani di certo, ed è per la tema di un rifiuto da parte vostra che finora non ho parlato. Andiamo a far colazione, amico Charchot, e fra due bottiglie di gin e di whisky apprenderai lo scopo del nostro viaggio.
3. La scomparsa del Polaris
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uando giunsero sull’orlo del pack, trovarono i loro compagni a bordo della Shannon, occupati ad arrostire un zampone d’orso, il quale spandeva all’intorno un profumo appetitoso.
I due animalacci erano stati già fatti a pezzi ed i loro quarti sanguinanti, appesi alle griselle, cominciavano già a gelare sotto i soffi freddissimi del vento polare, mentre le loro grandi pellicce, bagnate e salate, ornavano la murata di tribordo.
Mastro Tyndhall accertatosi che la gomena era stata legata solidamente e che il piccolo veliero non correva alcun pericolo, essendo riparato da ambe le parti da due lunghi promontori di ghiaccio, salì a bordo dicendo:
– Siamo pronti?
– L’arrosto è cucinato a puntino, rispose Grinnell. Non si aspettava che voi.
– Allora, Charchot, puoi scendere nella dispensa e prendere un paio di bottiglie di gin. Un buon sorso farà bene, con questo freddo cane. – Che lusso, mastro Tyndhall! esclamarono i marinai, messi in buon umore da quell’ordine.
– Ve le siete meritate quelle due bottiglie, ragazzi miei, e poi abbiamo da discorrere e quando si chiacchiera bisogna bagnare la lingua.
– Ben detto, mastro. Si parla meglio e la lingua si sgela.
I sei marinai ed il mastro, senza occuparsi dei ghiacci che si fracassavano vicendevolmente con interminabili fragori, con cupi boati o con mille scricchiolii, nè del vento polare che tagliava gli orecchi, nè del freddo acuto, s’accomodarono sul cassero dinanzi al fumante arrosto, divorando con una voracità da pescicani e come uomini che non sono certi di poter fare all’indomani un nuovo pasto.
Mastro Tyndhall dava l’esempio, ma pur lavorando di mascelle, non perdeva di vista i ghiacci e soprattutto il nebbione che si avanzava nel mezzo della baia di Baffin, oscurando la pallida luce del sole ed i riflessi scintillanti dell’ice-blink. Pareva anzi che le sue inquietudini aumentassero, poichè crollava di quando in quando il capo e tra un boccone e l’altro borbottava.
Sturate le due bottiglie, ingollò tutto d’un fiato una grande tazza, come se quell’ardente liquore fosse semplice acqua, poi caricò flemmaticamente una grande pipa annerita, l’accese, e accomodandosi meglio che potè fra un mucchio di cordami, disse:
– Con questo nebbione non potremo lasciare questo pack protettore: possiamo quindi chiacchierare a nostro agio.
– Stavo per invitarvi ad aprire il becco, mastro, disse Charchot. La lingua è bagnata e comincia a scaldarsi.
– Ditemi, nessuno di voi ha indovinato lo scopo della spedizione? – No, mastro Tyndhall, risposero tutti.
– Nessuno vi ha detto nulla a Discko?
– Nulla.
– Avete udito parlare del Polaris?
– Comandato dal capitano Hall? chiese Mac-Chanty. Io so che è partito l’anno scorso per le regioni polari, ma niente di più.
– Anch’io ho udito parlare di quella spedizione, disse Grinnell. A Terranuova, sul grande banco, si diceva che quella nave era andata al nord della Groenlandia.
– Ma cosa c’entra il Polaris con noi cacciatori di foche della baia di Baffin? chiese Charchot.
– Ora lo saprai, disse Tyndhall.
Vuotò un altro bicchiere, gettò in aria un buffo di fumo, poi riprese:
– Giacchè non sapete dove andava il Polaris e cosa sia accaduto dei superstiti ed il motivo per cui noi siamo venuti qui, vi racconterò tutto.
Sappiate adunque che il Polaris, comandato dal capitano Hall, uno dei più valenti marinai, già pratico delle regioni polari, era salpato da Brooklyn l’anno scorso verso la fine del giugno.
Hall voleva tentare di giungere al polo seguendo la costa occidentale della Groenlandia, passando per lo stretto di Smith.
La fortuna arrideva a quei valenti marinai, poichè si seppe più tardi che il Polaris era riuscito a superare, di cinquanta leghe, le più alte latitudini fino allora toccate dalle navi che lo avevano preceduto in quelle deserte regioni del gelo.
A quanto si è potuto sapere dai superstiti della spedizione, aveva raggiunta una vasta baia che fu poi chiamata Polaris e più oltre un canale chiamato di Robeson, in direzione diretta del polo.
L’inverno polare costrinse quei valorosi a retrocedere, per svernare nella baia prima scoperta. Sembra che non soffrissero molto durante la lunga notte polare, ma ai primi sgeli il capitano Hall, in causa dei lunghi disagi sopportati durante le esplorazioni in slitta, cessava di vivere.
Nell’agosto del 1872 il Polaris, liberato dai ghiacci che lo stringevano, tenta il ritorno, ma aveva già sofferto gravi avarie. Il 15 ottobre una montagna di ghiaccio lo urta, la carena cede e l’acqua entra invadendo le cabine.
Si tenta il salvataggio prima che la nave affondi. Il luogotenente Tyson sbarca su di un campo di ghiaccio assieme a otto marinai e nove esquimesi, fra i quali due donne e cinque fanciulli.
Mentre cercano di mettere in salvo i viveri, la nave, che le onde investivano, spezza le funi e si allontana trascinata dall’uragano, prima ancora che i marinai rimasti a bordo potessero mettersi in salvo.
Il Polaris, spinto dal vento e dalle ondate, fuggiva verso il nord-ovest.
– Ma non affondava ancora? chiesero i marinai, che ascoltavano con viva curiosità, senza perdere una sillaba.
– Pare che l’avaria fosse meno grave di quello che si credeva, poichè il Polaris fu riveduto a navigare.
Ma lasciamo ora la nave e occupiamoci del luogotenente Tyson e dei suoi compagni.
Come vi dissi erano in diciotto; vi erano due donne e cinque fanciulli, anzi uno era lattante, poichè era nato a bordo del Polaris durante lo svernamento.
«Avevano salvate due scialuppe, ma che erano ridotte in cattivo stato, undici sacchi di pane, quattordici scatole di pemmican, dodici scatole di carne conservata, quattordici prosciutti, venti libbre di zucchero mescolato con cioccolato e alcuni pomi di terra.
Tyson non si perde d’animo. Rincuora i suoi compagni di sventura e cerca di mettere in acqua le scialuppe per raggiungere un campo di ghiaccio più grande, ma non vi riesce in causa del mare che era assai cattivo.
L’indomani riappare il Polaris: navigava a vele spiegate verso il nord-ovest. Tyson ed i suoi compagni, in preda ad una gioia indescrivibile, mandano grida di gioia, sparano colpi di fucile, fanno segnali, ma invano. L’equipaggio della nave non li aveva scorti, nè uditi, ed il Polaris per la seconda volta scomparve agli occhi di quei disgraziati. Ahimè!... Non dovevano più rivederlo!
Ed ecco che comincia l’odissea di quei diciotto uomini, perduti fra i ghiacci della baia di Baffin.
Le correnti trascinavano il banco verso il sud, allontanandolo però sempre più dalle coste groenlandesi. Incontrando acque meno fredde, a poco a poco si scioglieva, minacciando di subissare coloro che lo montavano.
Per maggior sventura i viveri scemavano rapidamente ed i marinai più non obbedivano a Tyson. Parlavano nientemeno che di mangiare gli esquimesi e prima di tutti il bambino nato a bordo del Polaris.
– Corna di caribou!... esclamò Charchot, rabbrividendo. Ecco una storia che fa venire la pelle d’oca!
– Gli esquimesi invece, proseguì mastro Tyndhall, si facevano in venti per aiutare gli uomini bianchi e cacciavano giorno e notte, spiando le foche e assalendo gli orsi bianchi con coraggio disperato.
Un giorno, i naufraghi, vedendo il loro banco impicciolire sempre più, riuscirono a passare su di un altro, ma perdendo parte delle loro provviste e perfino le armi da fuoco. Su quel nuovo banco continuarono la discesa verso il sud, fra mille sofferenze e sempre alle prese colla fame.
Il 29 aprile una nave fu scorta. Fecero segnali, gridarono, ma non furono veduti.
Ormai avevano perduto ogni speranza e si erano rassegnati a morire, quando ne videro un’altra.
Era la Tigresse, comandata dal capitano Bartlett e quei poveri marinai, dopo essere rimasti centonovantasette giorni prigionieri sui due banchi, vennero salvati e condotti a San Giovanni di Terranuova.
– Tutti? chiesero i marinai.
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The end
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