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Questo libriccino è stato scritto per i ragazzi: ma, in via eccezionale, l’autore ne permetterà la lettura anche ai ragazzi che abbiano oltrepassato i trent’anni. fi
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Nel quale si fa la presentazione di Ciuffettino e della sua famiglia, e si lancia uno sguardo reverente alla culta città di Cocciapelata
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fi ct Nel quale si fa la presentazione di Ciuffettino e della sua famiglia, e si lancia uno sguardo reverente alla culta città di Cocciapelata.
Sedetevi intorno a me, figliuoli miei, e state ad ascoltare la veridica storia di Ciuffettino: quel ragazzo così celebre che nessuno di voi, ci scommetto, l’avrà mai sentito neanche a nominare.
E perciò, mi par già di udire la domanda: - Ciuffettino! toh! o chi era, Ciuffettino?
Oh! bella! Ciuffettino era Ciuffettino. Un bambinetto alto quanto... eh no, il solito soldo di cacio non lo dico, neanche se mi bastonano. Mettiamo tanto per cambiare, alto come una pianta di basilico. La faccia sarebbe stata passabile, anzi, piuttosto carina, se lui l’avesse sempre tenuta pulita: ma siccome si lavava due volte la settimana per finta, così era nera e brutta come un carboncino. Ma la estrema piccolezza non era la sola specialità del nostro eroe: egli portava fieramente, ritto su la fronte, un ciuffo immenso di capelli che gli dava un’aria curiosa, e lo faceva somigliare ad uno spolvera-mobili. E lui ci teneva, sapete, al suo ciuffo! Guai se qualche amico gli consigliava giudiziosamente di farselo tagliare! Era capace di cominciar subito una questione con il solito epilogo di pugni e di scappellotti. In paese tutti lo chiamavano Ciuffettino, per canzonarlo: ma Ciuffettino, invece, era superbo del nomignolo che gli avevano appioppato, e non voleva che neppure la mamma lo chiamasse con il suo vero nome di battesimo. Il quale nome era... Eh! non lo so nè pure io. Mettetene uno qualunque voialtri.
Ma a proposito: Ciuffettino di chi era figlio? Dove abitava? A queste interrogazioni risponderò con una domanda: siete mai stati a Cocciapelata? Mi dispiace dovervi dire che, se non ci siete mai stati, avete fatto malissimo. Non andare a Cocciapelata, la patria di Celso Perepè, l’immortale inventore dei cavatappi a macchina, è lo stesso che non voler vedere nulla di bello e di buono al mondo. Vergogna! È vero che non ci sono mai stato nè pur io, ma questo non vuol dire. Io me la figuro benissimo.
Cocciapelata è un paesino ridente, situato su delle collinette verdi, vicino al mare. L’ultimo censimento, fatto dal sindaco del paese circa un paio d’anni fa, assegnava a Cocciapelata la cospicua cifra di trecentosettantacinque abitanti, compresi dodici cani, trentaquattro porci, diciassette galline, un pappagallo e quattro gatti e mezzo. Dico quattro gatti e mezzo, perchè Menico, il gatto del farmacista, mancava di due zampe, della coda e di un occhio: e perciò non poteva di diritto pretendere al titolo ambito di gatto intero.
Cocciapelata alta è un ammasso di macerie sudicie e nere; gli artisti che vengono di fuori dicono che quella parte indecente di paese è bellissima. Cocciapelata bassa è pulita: ha due strade diritte e larghe, diciotto case a due piani, una scuola comunale, un Circolo dove si radunano tutti gli imbecilli del villaggio per non far nulla - il Circolo si chiama Club letterario - una piazza con una fontana, un monumento in gesso a Celso Perepè, e un teatrino stabile di burattini. A Cocciapelata bassa c’è igiene, pulizia, e quasi direi una specie di eleganza. Gli artisti dicono che quella parte graziosa del paesello è bruttissima.
Dove stavano e che cosa facevano i genitori di Ciuffettino? Ecco: voi entrate in Cocciapelata dalla porta dei Trulli - la porta che anticamente dava su la via dell’impero degli Sbucciamela - e camminate dieci passi per la strada maestra: poi voltate a sinistra, poi a dritta, e vi trovate in faccia alla bottega di compare Attanasio, il ciabattino di moda a Cocciapelata. La bottega di compare Attanasio non era in fondo che uno sgabuzzino di legno; però non bisognava dirlo al brav’uomo, perchè allora, Dio ci scampi e liberi, c’era da sentirsi tirare una scarpa in testa. Nella bottega, dunque, ci si rigirava appena: ma compare Attanasio aveva fatto miracoli, ed era riuscito ad incastrare in un metro quadrato di spazio il proprio banco, due sgabelli, un fornelletto, tre volumi molto usati dell’Almanacco del Secolo, ch’egli rileggeva regolarmente quattro volte al mese, da una quindicina d’anni, e un gatto quasi soriano, che ri- spondeva al nome di Gigi... quando ne aveva voglia.
Siccome la sora Aspasia degna consorte fi dell’integerrimo Attanasio Battisola, era piuttosto abbondante di forme, e nella bottega non c’entrava, così la si contentava, povera donna, di starsene per istrada a far la calza, per dir male con le vicine della moglie del sindaco.
L’avevano desiderato a lungo, quel benedetto figliuolo! Oh! se l’avevano desiderato! Sfido: come si fi fa a concepire una famiglia senza ragazzi? L’onesto ciabattino, dopo tutto, non stava mica male; poteva dirsi anzi un signoretto: guadagnava alle volte anche sei soldi al giorno, e non ne aveva nè pure per dar da mangiare a Gigi, il quale era costretto di alle spalle del salumaio accanto: e poi, figurarsi, in paese il sor Attanasio lo chiamavano pomposamente il re dei disperati. Un figliuolo sarebbe stato proprio il cacio su i maccheroni! Se no, a chi avrebbero lasciato tutti i tesori di famiglia? A chi le forme? A chi le lesine? A chi gli spaghi? A chi la pece? A chi... i chiodi?
Proprio sul limitare della vecchiaia, il desiderato figliuolo venne. Sicuro. E siccome la mamma, sbadatamente, prima di metterlo alla luce, andò a vedere il pappagallo, anzi, il kakatoa, che aveva portato dall’America il figliuolo fi del farmacista, così il ragazzo nacque... con il ciuffo.
Appena Ciuffettino ebbe cinque anni, il babbo lo mandò a scuola. Bisogna premettere, a lode del nostro eroe, che era venuto su un monello di prima forza: svogliato, bugiardo, sfacciato, sporco... Il babbo aveva fatto del suo meglio per metterlo su la via buona: ma aveva anche troppe scarpe da rattoppare, e non poteva star sempre appresso al figliuolo la mamma poi, si sa, glie le dava tutte vinte... Basta: a sei anni, Ciuffettino era più asino che a cinque. A sette, peggio che mai. A otto, non ve ne parlo. A nove..
E il babbo: — Ciuffettino te ne pentirai... bada, Ciuffettino!... sta’ attento... studia...
Ma sì! La mamma era sempre pronta a gridare:
— O lascialo un po’ in pace, questa benedetta creatura! Non vedi come è miserino, povero tesoruccio? A farlo studiar tanto c’è il caso... Gesummaria!... di mandarlo all’altro mondo...
— Così lo alleverai una birba matricolata! - strillava compar Attanasio, tirando lo spago con bizza.
— Esagerato, brontolone!
— E tu vecchia senza giudizio...
Alle volte Ciuffettino, dopo questi discorsi, si portava la punta del pollice al naso, e stendendo la mano a ventaglio, faceva:
— Babbo: cucù..
Compare Attanasio, imbestialito - con ragione, veh! - gli tirava una forma di legno... senza colpirlo: e Ciuffettino, per il dispiacere, andava, a furia di capriòle, fino al teatro dei burattini, per la rappresentazione diurna.
— Bel rispetto verso suo padre! Ah! quel figliolo! quel figliolo finisce male... Finisce male, quel figliolo!...
E il povero padre, sospirando per la gran passione, tutto confuso, finiva sempre per rimettere i tacchi delle scarpe alla rovescia, sollevando la suprema quanto legittima indignazione degli avventori: fra i quali, non ultimo, l’illustrissimo signor Spiridione Falbalà, sindaco e droghiere del comune di Cocciapelata.
In cui Ciuffettino lascia onorevolmente gli studi, e compie una di quelle prodezze che lo hanno reso celebre tra i monelli
fi ct In cui Ciuffettino lascia onorevolmente gli studi, e compie una di quelle tali prodezze che lo hanno reso celebre fra i monelli.
Un giorno Ciuffettino andò alla scuola di cattivo umore. Si davano gli esami bimestrali, e il ragazzo non sapeva una parola di quello che avrebbe dovuto dire. Il maestro - un vecchietto calvo, con certi occhiali che sembravano fanali da locomotiva, e un lungo pastrano verde che aveva l’aspetto di una gran fodera da ombrelli - lo chiamò subito alla lavagna. Il maestro avrebbe dovuto esser severo con quella birba, che pochi giorni prima si era permesso di attaccargli una scala di carta alle falde del pastrano: ma era tanto gentile e tanto buono, quel degno studioso!
— Andiamo... - cominciò - prima dell’aritmetica, ti interrogherò su la grammatica.
Ciuffettino volse uno sguardo disperato ad un suo amico, come per dire: fi
— Se non mi aiuti, son fritto!
— Dunque - proseguì il maestro - la grammatica è...?
Ciuffettino seguitava a far il telegrafo senza fili con il proprio compagno. E il maestro:
— La grammatica, è...? Che cos’è?...
E il ragazzo, zitto.
— Oh! dico a te, sai!... la grammatica?...
— La grammatica, che cosa? - ripetè finalmente il nostro eroe, biascicando le parole.
— Che cos’è?
— Quello che vôle - rispose pronto il monello, credendo di aver trovato una scappatoia.
— No! quello che voglio! Che maniera di rispondere? La grammatica è l’arte... su via... rammentati bene...
— È l’arte...
— ... che insegna...
— ... che insegna.
— ... a leggere e a scrivere...
— ... a leggere e a scrivere...
— ... correttamente.
— ... correttamente.
— Bravo. Vedo che fai progressi. Passiamo ad al- tro. Che cos’è, la parola uomo? Un nome...? Un nome comune, eh? Benissimo, un nome comune. Di che genere? A proposito: di quante specie può essere, il genere?
Ciuffettino volse l’occhio al compagno, che alzò due fi dita della mano, facendo un certo verso con la bocca per significare la parola due. E Ciuffettino, pronto:
— Duecento.
Il maestro diede un balzo su la poltrona.
— Ma come! pensaci bene: è tanto facile!... Di quante specie... su da bravo... Di’...?
— Duemila...!
Il povero maestro sudava freddo...
— Ventimila! - ribadì con forza Ciuffettino.
— Ma no!... duecentomila! due milioni! asino! bestia che sei! - urlò l’insegnante, fuori della grazia di Dio - Sono dueeeee... due, capisci? genere femminile e genere maschile... - E poi, calmandosi: - Passiamo ad altro.
Ciuffettino gonfiò le gote e alzò gli occhi al cielo, pensando:
— Auff! L’è lunga!
— Spero che sarai più forte in aritmetica. Ti darò una operazioncina facile facile. Ma mettici un po’ di attenzione, mi raccomando!... Tu hai in un panierino ventisette fichi...
— Hum!
— Hum, che cosa?
— Nulla: ho fatto così per fare: hum!
— Dunque, tu hai in un panierino ventisette fichi: e devi fare un chilometro di strada... Ad ogni cinquanta metri, tu mangi un fico - segna costì su la lavagna - ora io ti domando: quando arrivi a destinazione, quanti fichi ti rimangono? Questa volta l’amico di Ciuffettino alzò sette dita. Ma Ciuffettino scosse il capo.
— Quanti? - ripetè il maestro, aggiustandosi gli occhialoni sul naso.
— Tutti - disse risolutamente il ragazzo.
— Tutti! - gridò il vecchietto, tornando a montar su le furie - ma come tutti? Ma che sei, sordo? Se ne mangi uno ogni cinquanta metri...
— Ma io non li mangio, perchè i fichi non mi piacciono!...
A questa uscita la scolaresca diede in una risatona lunga, irrefrenabile, scrosciante.
Il maestro diventò addirittura furibondo.
— A casa, monello! Compiango i tuoi poveri genitori, che dovranno tenersi per tutto il giorno fra i piedi un somaro come te! Vedrai, che bell’avvenire che ti prepari...! Via, a casa! Io non ti ci voglio più qua dentro... fi
Quella birba di Ciuffettino si strinse nelle spalle: poi, come se niente fosse, esclamò:
— Giusto: anch’io mi ci annoiavo, a scuola. Non so come lei faccia, caro sor maestro, a divertirsi su tutti quei libri... Beato lei! Arrivederlo e grazie.
Uscendo dalla scuola, il buon umore gli tornò subito in corpo. E perciò si pose a correre, saltando come un capriolo, verso lo sgabuzzino del babbo.
— Oh! babbo! oh! babbo! - vociò da lontano.
Compare Attanasio, meravigliato, sporse il capo fuor della botteguccia.
— C’è vacanza, oggi? - domandò.
— E anche domani - aggiunse, tutto trafelato, Ciuffettino, arrivando a tempo su l’uscio per dare il con- sueto calcio quotidiano al povero Gigi che faceva le fusa.
— Domani? - ripetè il padre del bambino, in tono dolente - o quando riaprono la scuola? A saperti tutto il giorno libero di fare il bighellone... c’è da sentirsi riavere...
— Non la riapron più la scuola. Non la sai la notizia? Il Governo ha proibito a tutti i ragazzi di andare a scuola. E poi i maestri han fatto sciopero.
— Ma smettila, bugiardo! che mi tiri fuori adesso? Vado ad informarmi io.
Mentre compare Attanasio si toglieva il grembiale per uscire, eccoti il maestro di scuola, che, approfittando dell’ora di ricreazione, era voluto venire dal babbo di Ciuffettino a raccontargli le gesta di quel brigante.
— Senta... ho cacciato via di scuola il suo figliolo perchè se no, un giorno o l’altro, finiva male... È un vagabondo, un somaro, uno screanzato... Mi dispiace per lei, povero sor Attanasio, che è un onesto operaio...
Il ciabattino cascò dalle nuvole. Che Ciuffettino fosse lo scolaro più svogliato della scuola elementare di Cocciapelata, lo sapeva: ma che fosse birbante al punto di farsi metter fuori, e in quel modo, non poteva figurarselo. E perciò, annichilito dalle parole del maestro, il buon uomo si pose a bofonchiare:
— Anche questa!... anche questa m’ha fatta!... ah! da quando è nato, quel ragazzo è stata sempre la mia disperazione... Ed io che l’avevo desiderato tanto...! Ora che ne farò, io, che ne farò? Buttarlo via non posso: è il mi’ figliolo, e gli voglio bene, ad onta di tutto, e bisogna che me lo tenga.... Ma che ne farò? eh?
Il sor Attanasio si asciugò gli occhi con il rovescio della mano pelosa. Ciuffettino, che in fondo in fondo non era cattivo, si sentì commosso, e mormorò con un fil di voce:
— Babbo... non lo farò più... perdonami...
— Eh! disgraziato! il peggio poi sarà per te... Io ti perdono, ma il mio perdono non serve a nulla. Bisogna rimediare...
— Rimedierò...
— Ma in che modo? lo dica lei, sor maestro...
— Lo metta ad imparare un mestiere, dia retta a me;... forse... chi sa... con un padrone severo, potrà emendarsi.
Il ciabattino tornò al suo bischetto, e ricominciò a tirar lo spago. Intanto il nostro eroe era riuscito a ficcar la sua minuscola personcina tra lo sgabello del babbo e la parete di legno della botteguccia, rubando il posto al povero Gigi. Il maestro si voleva sedere su uno sgabello in faccia al sor Attanasio: ma siccome non c’entrava nello sgabuzzino, così dovette sedersi mezzo dentro e mezzo fuori. E il sole gli picchiava sul groppone con una forza!...
— Ecco, il mio consiglio sarebbe - faceva il maestro, che si sentiva abbrustolire, dimenandosi su lo sgabello - sarebbe quello...
— Dica, dica - incoraggiava compar Attanasio, mentre Ciuffettino si divertiva a tirargli il gatto nelle gambe - le sue le son parole d’oro...
— Ecco. C’è il fabbro ferraio che sta in piazza, il quale avrebbe bisogno di un ragazzo...
— Va’ all’inferno - strillò il ciabattino, cercando di sferrare un calcio al gatto.
— Dice a me?
— A lei? Le pare, sor maestro? L’avevo con il gatto. Seguiti pure. Diceva, che il fabbro...
— Ecco... parli un po’ col sor Teodoro... badi che in paese lo hanno soprannominato Trippetta... e lui se ne ha per male... non gli scappi di bocca quel soprannome, sa...
— Stia tranquillo... Pezzo di canaglia!
— Badi come parla!... Mi meraviglio!
— Ma io...
— Una canaglia sarà lei...
— No: in questo caso sarà lei...
— Proprio vero: tale il figlio, tale il padre...
— Io dicevo a Ciuffettino, che si diverte a buttarmi il gatto fra le gambe...
— Ah! non parlava con me...!
— Ma si figuri...
— Allora, facciamo la pace...
— Diamine! qua la mano...
— Eccola, compare Attanasio...
Intanto Ciuffettino, con una abilità sorprendente, da perfetto contorsionista, era passato tra le gambe del padre e si era accoccolato senza che nessuno se ne avvedesse, sotto lo sgabello del maestro, e lì, ricominciò la storia con il gatto.
— Il fabbro, capisce - continuava l’insegnante - ha molto lavoro. Sul principio il ragazzo non potrà guadagnar tesori, ma... ohi! ohi!
— Che c’è?
— C’è che quel suo gatto ha certe unghie! non potrebbe tenerlo a casa, benedetto lei?
— A casa? Ma il mio Gigi deve stare in bottega...!
— Ah! , grullaccio, mascalzone...!
— Moderi i termini, sa!
— Che vuol moderare? lo ripeto: furfante, grullaccio...
Il maestro l’aveva naturalmente, con Ciuffettino. Il quale stava segando, con una piccola sega da traforo che gli aveva regalata il figlio del falegname di faccia, una gamba dello sgabello. Quando compar Attanasio si alzò, mostrando i pugni al mae- fistro, questi si pose a gridare:
— Ma è matto? se la piglia con me?
— Già, con lei! o perchè mi dà della canaglia, del grullaccio...?
— Ma io parlavo con Ciuf...
Non potè finire: lo sgabello, privo dell’appoggio di una gamba si rovesciò, e il maestro andò a gambe levate, buttando all’aria il bischetto con quanto c’era sopra.
Una scarpa venne lanciata proprio sul naso di compar Attanasio, il quale, cieco di rabbia, urlando come un ossesso, sfondò con un pugno la parete della bottega, e dette un pestone formidabile al gatto. Gigi, per la paura e per il dolore, fuggì, passando su la faccia del maestro, graffiandogli il naso e rompendogli i vetri degli occhialoni... Figuratevi le urla, i lamenti, le esclamazioni dei due vecchi... In breve tutta la stradicciòla fu piena di gente che voleva sapere che cosa fosse avvenuto.
E intanto, la vera causa di tutto quel putiferio... correva a gambe levate giù per le pendici del colle, verso la spiaggia del mare. Ciuffettino, per affogare la paura, andava a fare un bel bagno!
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Dove Burchiello, figlio dell’oste Veleno, compiange di vero cuore Ciuffettino e gli propone di andar con lui a vedere i fochi dal nipote del barbiere Tosacani
ct Dove Burchiello, figlio dell’oste Veleno, compiange di vero cuore Ciuffettino e gli propone di andar con lui a vedere i fochi dal nipote del barbiere Tosacani.
fi Ed ecco Ciuffettino a tirare il mantice nella bottega del sor Teodoro, detto volgarmente Trippetta. Il mantice soffiava, ma il ragazzo soffiava più del mantice. Per i primi quattro giorni, le cose andarono benino: Ciuffettino si divertiva a veder battere il ferro rovente, a vederlo foggiare, limare, lustrare: e il divertimento gli faceva dimenticar la noia e la fatica del mantice. Ma dopo quei pochi giorni... si tornò alle solite. Ciuffettino doveva andare a bottega alle sei: finì con l’andarci alle due dopo mezzogiorno. Doveva aiutare il padrone nel suo lavoro: e invece stava su l’uscio di bottega a fare il chiasso con i compagni. E il sor Teodoro se ne lagnò subito con compare Attanasio.
— Lo vedi? - gridava questi, rivolto alla madre del bambino. - Lo vedi? Tu che lo proteggi sempre? È inutile: quel ragazzo non sarà mai buono ad altro che a far dei malanni. E invece di formare la consolazione dei nostri ultimi giorni, ci manderà più presto al camposanto.
La sora Aspasia, che a proposito del figliolo era incorreggibile, rispondeva, corrucciata:
— Ma che camposanto!... Certe cose, proprio, non si sa come t’escano di bocca... È un po’ vivo, povero bimbo... ma il cuore è buono...
Una volta, il sor Teodoro disse a Ciuffettino:
— Senti... stasera mi toccherà a far tardi perchè ci ho un lavoro da terminare... E tu mi aiuterai: così ti regalerò due bei soldi nuovi di zecca. Ora vado ad avvisare i tuoi che non ti aspettino a cena: e poi passo dal farmacista per sentire del letto da allargare... Torno subito: hai capito? Non far malanni...
— Ma io, veramente, stasera preferivo di andare a dormire! - esclamò Ciuffettino con un muso lungo un miglio.
— Caro mio, quando uno deve guadagnarsi il pane con le proprie braccia, bisogna che lasci da parte le poltronerie. Rammentalo: perchè tu, disgraziatamente, non sei il figliolo di un signore: e ti toccherà a lavorare come un ciuco per campar la vita...
— Come un ciuco lavorerete voi! - disse il ragazzo, tutto impermalito. - Io, per vostra regola, quando sarò grande, farò il milionario!...
Il sor Teodoro non gli rispose neanche - perchè con quel monello c’era da compromettersi, proprio. Si infilò giacca e uscì.
Imbruniva. Nella piazzetta del villaggio i buoni paesani si radunavano in crocchi intorno alla fontana, a frescheggiare. I ragazzi correvano, saltavano, ridendo e schiamazzando, tra i gruppi dei grandi, e Ciuffettino, che se stava mogio mogio su la porta della bottega, li guardava, sospirando melanconicamente.
Ad un tratto il suo occhio ebbe un lampo di gioia. fi Nella penombra della sera aveva intraveduto le linee piuttosto goffe del suo buon amico Gigino, soprannominato, chi sa perchè, Burchiello, da tutta la ragazzaglia di Cocciapelata.
Burchiello era figlio di un oste del paese che si era reso celebre nei dintorni per il Marsala fatto con la camomilla e l’estratto di sorbe fermentate. Il figliuolo di tanto padre era una birba peggio di Ciuffettino: e però Ciuffettino gli portava un amore sviscerato.
— Buonasera, Ciuffettino - fece Burchiello avvicinandosi.
— Buonasera, Burchiello.
— O che fai?
— Mi diverto a contar le lucciole.
— Buon pro ti faccia! Addio...
— Dove vai?
— Giusto! Perchè non vieni anche tu? C’è il nipote del Barbiere Tosacani che ha comprato quattro soldi di mortaretti, e li vuole sparare tutti stasera...
— Ma bisogna andare a Cocciapelata alta...
— Eh! già!
— E io non posso, perchè ci ho da aspettare padron Teodoro, che torna per lavorare sino a tardi...
— E tu devi star lì ad aiutarlo?
— Già... a far soffiare il mantice!
— Ti compatisco... poveraccio! Proprio, ti compatisco.
Ciuffettino tacque, e alzò gli occhi al cielo.
In quella, eccoti la sora Menica, la moglie del sor Teodoro, con un grosso involto sotto il braccio, e due piatti coperti in mano.
— Guarda, Ciuffettino - disse la buona donna appoggiando la roba su di un banco - questo è la cena del fi mi’ marito... Digli che non faccia tanto tardi, che non si affatichi troppo, poveromo... Intanto, per aspettarlo gli cucirò du’ camicie... Buonasera, figliuolo... abbi giudizio, sai, non ti allontanare di bottega...
— Ma che! - fece il ragazzo che un gesto da grand’uomo annoiato.
— Sei proprio una vittima! - seguitava Burchiello, sedendosi sul limitare della bottega, e voltando il capo di tratto in tratto verso il banco dove era stata depositata la cena del sor Teodoro. - Quando passo di qui, e ti vedo a tirare il mantice... proprio... mi vien da piangere!
Ciuffettino si sedette accanto all’amico e lo baciò delicatamente su di un occhio.
— Ma il tuo babbo - disse poi, asciugandosi una lacrima - non ti dice mai di lavorare?
— Chè!... mai! Mio padre ha altro pel capo!... C’è la mamma: ma alla mamma non si dà retta. Sarebbe ora di finirla, con questa storia! Perchè, dico io, un povero bambino ha da star delle ore a rovinarsi la salute su i libri, o pure ad affaticarsi in una bottega di falegname o di fabbro? Via... non c’è carità, siamo giusti. I ragazzi non debbono far mai nulla: altrimenti, a che servirebbe di essere ragazzi?
Burchiello parlava e arricciava il naso.
— Ma che hai? - gli domandò Ciuffettino.
— Sento un certo odore che...
— È odore di stufatino coi fagioli - disse, ridendo, il figlio di compar Attanasio.
— Povero grullo! questo gli è cavolo strascinato...
— Me che cavolo d’Egitto! È stufatino!
— È cavolo!
— È stufatinooo!
— Vogliamo vedere?
— Vediamo!
E i due bricconcelli si avvicinarono al banco e alzarono uno dei piatti portati dalla Menica.
— Hai visto, grullo? Patate lesse e condite!
— Ma guardiamo quell’altro piatto...
— Guardiamo pure!...
Era stracotto con lenti: ma uno stracotto così bello e profumato, che sembrava dicesse: mangiami, mangiami!
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Dove Ciuffettino e Burchiello si mangiano la cena di compare Teodoro detto Trippetta e poi vogliono fare arrosto il gatto di bottega
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ct Dove Ciuffettino e Burchiello si mangiano la cena di compare Teodoro detto Trippetta, e poi vogliono fare arrosto il gatto di bottega.
— Curioso! - fece, dopo una pausa, Burchiello - A vederlo così, a occhio e croce, questo stracotto mi fa l’effetto che debba esser salato...
— E io scommetto che è sciocco!
— E’ salato!
— E’ sciocco!
— Proviamo!
— Non ci mancherebbe altro! E allora, Trippetta che mangia?
— Eh! per un pochino...
— Ma se se ne accorge?
— Fa’ come vuoi: io per me proverei...
— E poi il mi’ babbo dice che la roba degli altri va lasciata stare...
— Il tu’ babbo vedi, è un brav’uomo, ma ci ha troppe frasche per il capo. Da’ retta a me...
— No, no, ecco: non voglio.
— E allora, arrivederci: io vo a vedere i fochi dal nipote del barbiere Tosacani... chi sa che bellezza...
— Addio... e divertiti.
Quando Burchiello stava per varcare la soglia dell’uscio di bottega, Ciuffettino lo richiamò.
— Sicchè, tu dici che quello stracotto è salato?
— E come!
— Bah! a me, tanto, non importa nulla. E i fochi, i fochi?
— Quattro soldi di mortaretti...
— E li fa scoppiare tutti insieme?
— Tutti insieme!
— Chi sa che bel vedere! basta, addio, Burchiello, ci vediamo domani.
E Ciuffettino mandò un sospiro lungo un miglio. Ma Burchiello aveva fatto appena quattro passi che si sentì chiamare un’altra volta.
— Senti... oh! ci vengono dimolti ragazzi a vedere i fochi?
— Tutti i ragazzi di Cocciapelata, vuoi dire — esclamò Burchiello, rientrando in bottega - oh! sarà proprio una cosa da raccontarsi...
— Io, un pezzettino di stracotto lo assaggerei: ma piccolo... per provare...
— Ma diamine! - eppoi senti: quando un amico, un vero amico, ti dà un consiglio, non fare il sordo. I consigli dei genitori, quelli sì che sono interessati: ma i consigli degli amici... neanche per sogno!
— I consigli... de’ genitori!
— Sicuro, vah! i genitorl hanno l’interesse... di farci stare buoni.
— Tiranni! - borbottò Ciuffettino, avvicinandosi al piatto dello stufato.
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— Nemici delle consolazionì! - ribadì Burchiello, seguendo l’amico.
— Chi l’assaggia per il primo? - disse Ciuffettino.
— Io... perchè sono più attempato di te, e ho diritto a certi riguardi - rispose dignitosamente Burchìello.
— Mi dispiace, ma il primo sarò io...
— Neanche per sogno!...
— O vediamo!
Il nostro eroe, lesto lesto, acciuffò un pezzetto di stracotto e se lo cacciò in bocca: ma quell’altro, non meno lesto di lui, ne acciuffò un’altro pezzo e lo ingoiò senza neanche masticarlo, come fanno i cani.
Mosso da un desiderio legittimo di rivincita, siccome di carne non ce n’era più, Ciuffettino raccolse con la mano tutte le lenti, e fece per mangiarle: ma Burchiello gli diede un buffetto al braccio, e le lenti saltarono in terra.
— O che credi?... imbecille! - esclamò, in tono irato, Burchiello.
— Dici a me?
— Sì, a te... imbecille e somaro!
— Allora... aspetta...
Si accapigliarono, e cominciarono a menarsi botte da orbi. Dopo un quarto d’ora di pugilato, i due amici si lasciarono: Ciuffettino aveva il naso gonfio, e un occhio pesto, e Burchiello un’orecchia graffiata e un sopracciglio gonfio come un palloncino.
Fatti i conti, erano pari: ragione per cui, senza stare a pensarci sopra, si dettero la mano, si abbracciarono, si baciarono, e giurarono di non leticare mai più.
— Del resto avevi ragione: lo stracotto era piuttosto salatino - osservò il nostro eroe, avvicinandosi al piatto delle patate - bisognerebbe vedere, se...
— Giusto! me l’hai cavata di bocca! Bisognerebbe provare le patate!
— Ma e quando torna il sor Teodoro, e non trova nulla?
— Gli dici che è venuta la su’ sposa, e ha detto che per questa sera non le andava a verso di preparare da cena...
— Eh! no... se ne verrebbe ad accorgere... Piuttosto prepariamogli noi qualche cosa...
— Mi viene un’idea!... Ma prima mangiamo le patate!
E tuffò le mani nel piatto avidamente.
— Sei sempre lo stesso villanzone! - gridò Ciuffettino, mettendo addirittura il muso nell’intingolo - aspetta... ohè!... che te... le vuoi... mangiar tutte... te...??
— Faccio il comodo mio... - rispondeva l’altro a bocca piena.
— Brutto cretino!
— Cretino a me?
— Sì, a te, a te, a te! Non mi fai mica paura, sai!...
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— Vieni avanti, se hai fegato!... E ripeti che sono un cretino!
— Sì, cretino, e ciuco...
— Ah! questa volta ti strappo il ciuffo in parola d’onore.
Si accapigliarono e ricominciarono a menarsi botte da orbi. Dopo una ventina di minuti di pugilato, i due amici si lasciarono: Ciuffettino aveva strappato a Burchiello i bottoni della giacca, e Burchiello aveva strappato a Ciuffettino il colletto e la cravatta...
Anche questa volta, fatti i conti, erano pari.
— Rendimi il mio colletto!
— E tu rendimi i miei bottoni!
— E facciamo la pace!
— Facciamola pure!
Senza stare a pensarci sopra, si dettero la mano, si abbracciarono, si baciarono, e giurarono di non leticare mai più.
— E ora? - disse Ciuffettino, grattandosi un orecchio a sangue - col padrone come si fa?
— Te l’ho già detto che ci ho un’idea! Al padrone arrostiremo un gatto.
— Un gatto?
— Sicuro: i gatti, tanto, somigliano alle lepri tal quale. Io lo so perchè il mi’ babbo dà sempre ai suoi avventori del gatto, dicendo: - Ecco: questa è quella lepre che ho ammazzata ier l’altro...
— O dove lo troviamo, il gatto?
— Si cerca, toh!
— Pigliamo il gatto di bottega!
— Giusto! Micio, micio, micioooo...
— Non vuol venire... Eh! ma lo acchiappo: intanto, tu, accendi il fuoco...
Ciuffettino rincorreva il gatto per la bottega, ma il gatto, prevedendo il fatale pericolo che lo minacciava, faceva dei lanci incredibili, di qua e di là, e ogni tanto si ficcava negli angoli più oscuri, per riscappare al momento opportuno. Burchiello, nella smania di attivare il fuoco, aveva strappato la corda del mantice. Per non fare altri malanni, accese tutti i libri e i giornali che trovò in bottega (il sor Teodoro ci teneva, a fare il fabbro-ferraio letterato) ma rovesciò subito un bigonzolo d’acqua sulle fiamme perchè gli pareva che... divampassero troppo. Intanto, Ciuffettino, sempre più accanito correva dietro al gatto, e buttava giù arnesi, banchi, sgabelli; per ultimo, volendo tirar fuori la vittima da sotto una credenza
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The end
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