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Storia dell'arte in Sardegna dal XI al XIV secolo

Dionigi Scano · 1907 · Free in the US

101,915 words · about 7 h 8 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Dionigi Scano
Language
Italian
Published
1907
Length
101,915 words · about 7 h 8 min
Sections
24 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (24)
  1. Front matter about 2 min
  2. PREFAZIONE about 3 min
  3. CAPITOLO I. about 7 min
  4. CAPITOLO II. about 15 min
  5. CAPITOLO III. about 16 min
  6. CAPITOLO IV. about 15 min
  7. CAPITOLO V. about 23 min
  8. CAPITOLO VI. about 20 min
  9. CAPITOLO VII. about 18 min
  10. CAPITOLO VIII. about 11 min
  11. CAPITOLO IX. about 18 min
  12. CAPITOLO X. about 19 min
  13. CAPITOLO XI. about 14 min
  14. CAPITOLO XII. about 21 min
  15. CAPITOLO XIII. about 23 min
  16. CAPITOLO XIV. about 22 min
  17. CAPITOLO XV. about 31 min
  18. CAPITOLO XVI. about 21 min
  19. CAPITOLO XVII. about 19 min
  20. CAPITOLO XVIII. about 30 min
  21. CAPITOLO XIX. about 46 min
  22. CAPITOLO XX. about 29 min
  23. CONCLUSIONE about 7 min
  24. INDICE under 1 min

Continue:

Front matter

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PREFAZIONE

fi ct Io dirò in queste pagine di quell’arte che, svoltasi in Sardegna dal XI al XIV secolo, ebbe per fine un’intensa ricerca della squisitezza e del bello, perpetuando le antiche forme e conservando intatto nella pietra e nel marmo il pensiero latino.

I nostri monumenti non hanno quasi affatto precedenti d’indagini artistiche, e le notizie che su di essi ci diede lo , il quale rivolse la sua attività ai prediletti studi sulle antichità classiche, non valsero a schiarirne le vicende storiche.

Quindici anni di continue ricerche, di rilievi e di restauri mi fecero apprezzare ed amare questi edifici, che sono i titoli di nobiltà della nostra terra; e quest’amore e la poca, se non nessuna, notorietà ch’essi hanno, m’indussero a questo tentativo di storia artistica sarda, che, ritengo, non riuscirà discaro agli studiosi, poichè esso viene, almeno in parte, a colmare una lacuna nella storia della civiltà nostra ed a portare un contributo di nuove forme alla storia dell’arte italiana.

Castelli eretti su per le balze montuose, chiese sparse per le più fer- tili valli s'impongono per un'arte schiettamente originale e sincera, senza quelle aggiunte che in altre regioni più ricche deturparono le più belle manifestazioni d'arte medioevale.

Certe forme arcaiche dell'architettura romanico pisana, che nella stessa Pisa, la nostra madre in arte, vennero nel XIII secolo coperte o distrutte per dar luogo alle ricche strutture a gallerie, si mantennero integre nel nostro suolo, in un ambiente primitive che ne forma degna e suggestiva cornice.

Avanzi di un fortunoso periodo, esse non valgono solamente alla conoscenza del passato, ma s'intrecciano e s'innestano alla parte più bella e più nobile della vita italiana, tramandandoci, attraverso ottocento anni di signoria straniera, l'anima italiana con l'arte, che da Roma trasse le forme più vitali e dalla Toscana la leggiadria e l'incantesimo.

Questi monumenti, ai quali artefici medioevali impressero forme classicamente vaghe, ci sono oltremodo cari, perchè furono i legami che avvinsero alla madre patria la nostra isola, sulla quale imperverso la barbarie feudale, sorretta dalla tracotanza del dominio d'Aragona. Essi parlano del loro passato e narrano, a chi ne sente la solenne eloquenza, le vicende di tre secoli.

Le armi scolpite nelle mura di Cagliari e nelle sue belle torri ci narrano la potenza dell'ardita repubblica di mercanti, l'arte di Capula architetto, il calore e la temerità dei Capraia, la virtù degli Scacceri.

Mai come allora l'isola nostra fu avvinta al pensiero ad alla vita italiana: l'aquila dei Donoratico in molte chiese del Sulcis rievoca la fosca tragedia: il giudice Nino di Gallura detta al poeta il bel canto dell'amicizia: Lapo Saltarelli, il dissoluto messer di Firenze, al quale Dante succedette nel priorato, dopo avventurosa vita, termina i suoi giorni nel chiostro di S. Francesco di Cagliari, Fra Comita, Michele Zanche, Corrado Malaspina, tutta una coorte di personaggi danteschi, trassero dalle lolle isolane la forza che die loro eterna vita.

Le vecchie mura del Castello di Cagliari, il formidabile baluardo ghibellino innalzato dalla potestà di Pisa, le pietre di cento manieri, che elevano tutt'ora al cielo le alle torri, ci narrano gli eroismi e le arditezze delle più illustri famiglie di gentil sangue latino: dei Capraia, dei Massa, dei Doria, dei Malaspina, dei Gualandi, dei Visconti.....

Ed in questi castelli, in queste chiese, che m'accingo ad illustrare per il fascino derivante da lunga consuetudine e per affetto alla mia isola, i maestri Anselmo, Guantino, Capula, Piacentino, Guglielmo ed altri ignoti artisti italiani, svolsero, col marmo di Carrara coi calcari, e colle trachiti sarde, un poema augurale per la gloria di Pisa, che, gentile intermediaria in questa rinascita, ancora una volta riuniva noi isolani alle genti italiane in un unico sentimento ed in un unico nome.

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CAPITOLO I.

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Ritengo utile far precedere a queste mie ricerche sui monumenti medioevali, un breve e sintetico riassunto delle vicende storiche ed artistiche della Sardegna, a cominciare dai tentativi sulla creta degli eneolitici delle caverne preistoriche. Oggidì in studi critici, sereni e rigorosi non è possibile disgiungere l'un periodo dai precedenti nè le ricerche artistiche da quelle storiche, se vuolsi delle prime aver ragione piena ed intera.

In quelli uomini, che nelle rocciose caverne dell'Ellade confezionarono le ascie di pietra ed i coltelli di selce, dobbiamo vedere gli antenati dei greci di Platone e d'Aristotile, e le mani che lentamente hanno reso a pulimento l'ossidiana e la diorite, più tardi caveranno dal marmo di Paro l'Ermes di Olimpia e la Venere di Milo. Egualmente nelle figure che ornano i tersi paramenti calcarei o trachitici di molte chiese della Sardegna e nelle incisioni a meandri, a cerchi ed a puntini, colle quali ancor oggidì i nomadi pastori amano ornare il manico dei loro coltelli, rivive quell'arcaico concepimento della forma, quale può desumersi dalle stoviglie ingubbiate e dagli idoli di bronzo dei periodi preistorici.

Questa nostra isola, posta nel bel mezzo del Mediterraneo, in vicinanza alle coste d'Italia, di Spagna e d'Africa, fu forse più che la Sicilia il crogiolo dove s'incontrarono e si fusero, quando non si sovrapposero, elementi etnici di civiltà diversissime.

Da quali lidi pervennero le rozze flottiglie dei popoli eneolitici, che approdarono per prima nelle tranquille acque dei nostri golfi?

fiGli scavi, che da alcuni anni a questa parte si vanno ormai facendo in modo sistematico e con intendimenti scientifici, molte cose ci hanno rivelato sopra questi primi popoli, ma non la loro origine. Per quanto grandi siano stati i risultati, ottenuti con tali ricerche, non si può tuttavia negare che i fatti particolari ci sono ormai più noti che non i generali; risultano abbastanza chiariti molti punti singoli, ma la classificazione sintetica rimane tutt'ora oscurata da incertezze e da problemi insoluti.

Certo è che i nuovi abitatori trovarono nei nostri feraci Campidani, negli stagni ricchi di pesce, nelle foreste, abbondanti di cacciagione, gli elementi favorevoli per l'esistenza primitiva.

Nelle spiagge del Tirreno, solcato dalle loro flottiglie, eressero le prime capanne di frasche, costituendo così quei gruppi eneolitici, che più tardi dovevano trasformarsi, per opera di un popolo di mercanti e di guerrieri, in fiorenti città. Le condizioni favorevoli del nostro suolo e del nostro clima indussero quelle genti ad estendersi all'interno e la nuova schiatta mediterranea, nell'isolamento che derivava dalla conformazione della Sardegna, svolse intensamente le forme di una forte civiltà primitiva, popolando di villaggi nuragici, cui sovrastano meravigliose costruzioni ciclopiche, le aspre giogaie della Gallura, i vasti altipiani del Logudoro e della Nurra, le valli boscose del Marghine e della Barbagia, coronate di pascoli, di selve, di antri, ed aprendo nei teneri calcari e nei tufi trachitici le prime domus de janas, dove, con sacro culto, celarono i loro morti.

Il materiale delle caverne eneolitiche della Sardegna consiste per filo più in punte frammentarie d'osso, in raschiatoi, in coltellini di selce, in cuspidi irregolari di frecce e nella ceramica. Questa ha unicamente interesse per la storia delle prime forme decorative, e sono ingubbiate con fascioni e denti di lupo a pointillè, con cerchi a puntini, e solchi a gola. il tutto in un impasto, che il più delle volte è nero e lucidato in modo da confondersi coi vasi etrusco-campano a vernice nera. Invece, come fiben scrisse il Patroni, si tratta di vasi bellissimi certo, ma non per questo meno preistorici, il che dimostra la maggior bellezza di questa ceramica antichissima, che ha i caratteri della stoviglia e della ornamentazione neo ed eneolitica, in confronto della posteriore.

L'epoca eneolitica è separata dalla prima epoca storica per una lunga serie di secoli, quanti ne occorsero a tutto lo svolgimento delle civiltà dei Nuraghi e dei bronzi.

Queste civiltà sono ancor oggi rappresentate da tale produttività da dover ritenere che allora la Sardegna poteva in queste manifestazioni d'architettura e di vita gareggiare colle civiltà coeve non solo dell'Occidente, ma anche dell'Oriente del Mediterraneo.

fiLe migliaia di nuraghi sparsi nelle vallate e nei monti costituiscono la prova non dubbia di una vita laboriosamente ed intensamente vissuta nella Sardegna.

Vuolsi dai più eminenti archeologi che sieno dovuti all'industria delle genti nuragiche anche le statuette votive in bronzo, che rappresentano le prime forme figurative avutesi in Sardegna. Ritengo che i due periodi debbano distinguers, giacchè se il numero e l'imponenza delle moli pietrose ci attestano di una civiltà che fece forse della Sardegna il massimo centro della vita preistorica dell'Occidente, d'altra parte la tecnica è così primitiva e cosi grossolana da dover pensare a costruttori ignari di molte di quelle cognizioni, che non potevano e non doveano esser ignote a chi plasmò ed a chi fuse le interessanti figurine di bronzo che si conservano nei musei di Sardegna e nel Kirkeriano di Roma.

A queste manifestazioni primitive si sovrapposero nuove forme e nuove correnti civili che, provenienti dall'Oriente, soffocarono ogni tentativo d'espansione e di raffinamento dell'arte indigena. Pochi documenti o monumenti ineccepibili ci attestano della colonizzazione fenicia, giacchè a questa — se pur si svolse nell'isola — susseguì la dominazione dei Cartaginesi, così che è difficilissimo separare nelle indagini e negli scavi il materiale fenicio da quello punico arcaico.

Pur tuttavia Caralis, Nora, Sulcis, Tarros furono indubbiamente città fenicie, nel senso che di esse questi arditi naviganti fecero emporii e fiscali importanti del loro commercio. Niente, ad eccezione di qualche accenno di scrittori latini, c'induce a ritenere che sieno state da essi fondate.

Recenti esplorazioni archeologiche invece sembrano attestare una civiltà di genti eneolitiche, alla quale susseguirono la civiltà nuragica e quella più raffinata delle statuette di bronzo. Con questi centri popolosi i fenici dovettero da prima entrare in rapporti commerciali, finchè l'influenza derivante dai maggiori mezzi e da una civiltà più progredita,fi non assunse la forma di egemonia e di dominio, costringendo gl'indigeni in parte ad adattarsi alle nuove forme ed in parte a rifugiarsi nell'interno, in quei monti e fra quelle genti che conservarono a lungo le caratteristiche della primitiva razza, di questo frammento delle schiatte mediterranee, che tutto porta a credere staccato assai per tempo dal ceppo comune.

Dalle prime incursioni dei Fenici sino ad oggi la nostra fu arte riflessa, e se elementi locali talvolta compariscono fra le linee decorative, aventi origine al di là del mare, essi non sono che deboli reminiscenze d'antiche e gloriose forme conservate dalle nostre genti attraverso i diversi periodi storici. E questa improduttività dei sardi si spiega colla raffinatezza artistica dei popoli che coll'isola stabilirono rapporti di commercio e di dominio e che lasciarono monumenti, la cui superiorità, unita alle condizioni sfavore- fivoli all'arte indigena, fece si che questa inaridisse completamente.

I fenici non ebbero, è vero, un'arte veramente propria. ma i quotidiani contatti coi popoli più civili li trasse ad imitarne le forme. E così le ceramiche di Tarros, di Sulcis e di Nora sono plasmate da artefici punici, che derivarono la loro arte e la loro tecnica dall'inesauribile sorgente orientale ed ellenica: la glittica egiziana adornò i fini lavori d'oreficeria ficon gli scarabei che in tanta copia si rinvennero negli scavi delle città puniche e di cui i mercanti fenici fornivano quei fiorenti scali.

La dominazione e l'influenza punica s'estesero rapidamente per tutta l'isola, irraggiando la sua civiltà, le sue costumanze, la sua arte dagli scali e dalle città fiorenti del litoraneo, cosichè, legala strettamente a Cartagine, essa fu partecipe alle titaniche lotte combattute fra questa città e Roma.

La colonizzazione e la penetrazione romana nell'isola furono oltremodo intense e furono facilitate da affinità di razza, per cui si può dire che lo spirito latino giunse nell'intimo dell'anima del popolo sardo. fi

Quando le legioni romane, in seguito alle fiere lotte sostenute contro i montanari Olaesi o Iliesi ebbero assoluta padronanza dell'intera isola, l'arte sarda scompari con questa che può definirsi l'ultima ribellione dell'antica civiltà nuragica, e di essa non rimasero che vaghe reminiscenze presso gli artefici più umili, le quali perdurarono attraverso il medio evo fino ai nostri giorni.

Nel periodo glorioso dell'impero romano la fusione fra l'elemento latino ed indigeno fu così intima da potersi asserire che le nostre sono manifestazioni della civiltà derivante da Roma; le grandi opere pubbliche mostrano una regione che assurse ad alto grado di fiorimento civile ed economico; non v'è paese, nè plaga nell'isola che non abbiano traccia dell'opera meravigliosa svolta dai Romani. Nelle regioni più inaccessibili, in quella stessa Barbagia che raccolse gli ultimi difensori della civiltà indigena, e che mostrossi fisempre indomita e ribelle ad ogni forma di potere, sono strade, ponti, ed altri segni palesanti una florida colonizzazione romana, tanto intensa da perdurare in molte manifestazioni e nello stesso linguaggio. attraverso secoli di bar barie e di dominazione.

Nello sfasciarsi della romana potenza lo spirito conservatore delle genti sarde custodi gelosamente la bella tradizione latina. Mentre nel tempo che segnò il passaggio dall'evo antico all'evo medio, gran parte d'Italia, come scrisse il Solmi, soggiacque a una filunga, trasformativa dominazione germanica, la Sardegna fu invece fra le scarse regioni italiane che ne restarono quasi pienamente immuni, dando così un nuovo, singolare atteggiamento alla sua storia, che tu lenta e spontanea elaborazione degli elementi indigeni e latini.

La furia distruggitrice della conquista vandalica, assai breve e poco estesa, non lasciò traccia alcuna d'arte e di vita e paralizzò quell'ascensione alle più nobili conquiste, che la Sardegna avea iniziato con la signoria di Roma.

Una completa oscurità avvolge in questo funesto periodo ogni azione isolana, che non siano le fasi di quelle guerre che dilaniarono l'isola. Turbini di barbarie la dovettero ridurre in un vasto campo funebre e quando cessarono le irruenze degli invasori, l'opera degli architetti e degli artisti si svolse come se nel naufragio delle romanità questi avessero perduto la memoria d'ogni bella forma.

La conquista di Belisario ed il riordinamento amministrativo di Giustiniano, assicurando la Sardegna al dominio degli imperatori d'Oriente, consentirono lo spontaneo sviluppo degli elementi latini.

Artefici che trassero la loro arte da Bisanzio svolsero nell'isola quell'architettura, che derivò da armonica fusione di forme orientali e di bellezze classiche, sparse quest'ultime con profusione nella terra che vide erigere l'Acropoli e scolpire la Venere di Milo. Furono greci gli artisti che scol- pirono bassorilievi, iscrizioni ed altre forme ornamentali, che recenti indagini hanno messo in evidenza e che sistematiche ricerche renderanno indubbiamente tanto copiose da darci modo di determinare entro limiti definiti l'influenza artistica che Bisanzio svolse nell'isola dandole carattere e forme stilisticamente rilevanti.

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CAPITOLO II.

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L'arte romana per opera di greci artefici divenne arte bizantina, la quale rappresenta non un nuovo stile, ma una trasformazione dello spirito latino a contatto delle forme orientali. Ed in Ravenna, in Grado, in Sicilia, nelle Puglie sorsero quelli edifici, rudi e disadorni all'esterno, che internamente brillano di ricchi mosaici, in cui l'oro e le gemme preziose sfaccettano in mille raggi la tenue luce diffondentesi dalle arcuate finestre.

Anche nella nostra isola dovettero svolgersi queste forme architettoniche giacchè dal primo trentennio del secolo VI e per non breve corso di tempo la Sardegna fu una provincia dell'impero di Bisanzio.

Nè questa signoria fu solo nominale, ma tanto si compenetrò nella vita e nelle istituzioni che l'influenza greca nel linguaggio, nella diplomatica, nel dritto apparisce evidente anche nel secolo XI, quando la Sardegna crasi già sottratta di nome e di fatto al dominio degli imperatori di Oriente e ne reggevano le sorti da più che un secolo i regoli o giudici nazionali.

La nostra cattedrale conserva in una sua cappella una Madonna, splendente d'oro e di bellezza. Intorno ad essa fiorisce una fine e pia leggenda, comune del resto a molti altri antichi simulacri d'Italia.

Vuolsi che la vaga madonnina sia stata scolpita da S. Luca e da Costantinopoli trasportata a cura del Cagliaritano Eusebio, vescovo di Vercelli. alla città di Cagliari, con nave guidata da una corte di angeli e di cherubini. Il simulacro è indubbiamente opera del XIV secolo, ma la tenue leggenda può interpretarsi come un portico simbolo del trapiantarsi fidell'ellenismo nell'isola, perpetuato dal nostro popolo attraverso gli oggetti suoi più cari.

Ed infatti molti frammenti decorativi ed epigrafici nonchè parecchi edifici attestano dell'influenza dei costruttori bizantini nell'architettura dell'alto medio evo in Sardegna.

Tale è la Chiesa di S. Giovanni di Sinis, nell'agro di Cabras in vicinanza ad Oristano e presso le rovine dell'antica e fiorente città di fiTarros. Le origini e le vicende di questa chiesa ci sono ignote: si volle veder in essa la cattedrale di Tarros cristiana, ma ciò non è che una congettura, giacchè nessun documento veramente ineccepibile ci dice quando la città venne abbandonata e se essa perdurò fino all'epoca che gli elementi costruttivi e stilistici permettono d'assegnare all'antico tempio. L'aver i presuli d'Oristano assunto il titolo di abate di S. Giovanni di Sinis fa presumere che a questa chiesa originariamente fosse annesso un monastero. fi Essa presentemente è a tre navate coperta da volta a botte e comunicante per mezzo di arcate poggianti su massicci pilastri. Anche i due muri perimetrali e laterali hanno la struttura a pilastri ed archi. chiusi questi ultimi posteriormente.

Il prospetto, sormontato da un frontone che segue l'andamento della volta a botte, non ha ornamentazione alcuna e la porta che in esso è aperta è rettangolare, semplicemente contornata da una fascia di marmo.

La navata centrale è terminata da un'abside circolare e sopra le ul- time quattro pilastrate si svolge il tamburo, sostenente la piccola volta a bacino, costituente la cupola.

La forma di questa chiesa è basilicale e non differenzia da quelle di tante altre chiese medioevali sarde, del XI o XII secolo, se non che alcune forme costruttive come la cupola e la volta a botte inducono a ritenere che originariamente dovea avere tutt'altra struttura.

Mancando ogni qualsiasi elemento decorativo, giacchè la chiesa ha le pareti nude senza frammenti di pittura, di scultura o di semplice ornamentazione, fiche di solito guidano la studioso nei riscontri stilistici, procedetti per identificare le forme primitive ad un esame tecnico delle parti architettoniche.

I risultati confermarono la prima impressione, giacchè potei riscontrare:

1°) La volta che copre la navata centrale è relativamente moderna;

2°) I muri della navata centrale e delle navatelle furono eretti posteriormente al nucleo centrale, so cui poggia il cupolino.

3°) Della struttura originaria della Chiesa non resta che detto nucleo centrale e le braccia trasversali.

Ridotte in tal modo le parti originarie ed eliminate le aggiunte posteriori è facile completare l'iconografia primitiva, partita in quattro braccia a modo di croce, che s'intersecano secondo quattro piloni sostenenti il tamburo su cui poggia la cupola per mezzo di quattro pennacchi. Di più i piloni hanno gli angoli rientranti in modo da permettere il collocamento in dette pilastrate di quattro colonne, che ora più non esistono. Questa particolarità costruttiva è degna di nota, giacchè la ritroveremo in altra chiesa, colla quale S. Giovanni di Sinis presenta molte affinità.

Nei muri terminali delle braccia trasversali della croce sono aperte due finestre bifore, in cui la colonnina è sostituita da un semplice pilastrino in pietra da taglio senza capitello e senza base. Abbiamo la forma iniziale di quelle bifore, che posteriormente vennero rese più eleganti e più svelte dalle colonnine col pulvino, permettente agli archi un'imposta corrispondente allo spessore della muraglia. Questa forma arcaica con ferma l'origine preromanica di S. Giovanni di Sinis.

fi Alle forme costruttive di questa chiesa dovettero influire le catacombe di S. Salvatore, le quali ne distano circa quattro chilometri. Queste catacombe poste presso ad alcune rovine romane, malgrado non siano state ancora ne studiate, nè menzionate, sono interessantissime e costituiscono il più pregevole ed interessante monumento isolano dei primi tempi del cristianesimo.

La chiesetta soprasuolo è relativamente moderna e non presenta niente d'interessante. Ai sotterranei s'accede mediante una gradinata svolgentesi in uno stretto passaggio coperto da un voltino a botte. In quell'andito sono aperte due porte, una di fronte all'altra, per le quali si perviene a due camere rettangolari di m. 4,30 X 3,26 ciascuna, coperte ancor esse con volte a botte. Lo stretto passaggio fa capo ad un vano circolare, coperto da volta a bacino cd illuminato dall'alto, che costituisce il nucleo centrale delle catacombe, comunicando esso con altre due camere laterali terminate da absidi e con altra circolare, che è l'ultima dell'edificio sotterraneo. Si ha una disposizione planimetrica, che ricorda i più antichi edifici cristiani: la struttura è prettamente romana con muratura di laterizi opportunamente collegata con altra di pietrame informe. fi Le pareti delle diverse camere sono intonacate a stucco lucido, conservante tutt'ora traccia di antiche pitture. Più che pitture sono schizzi, fifigure eseguite a caso, alcune abilmente, altre con tecnica ed arte infantili. In una parete di una camera absidale sono traccie di un gruppo interessantissimo rappresentante una lotta fra un leone ed un uomo dalle forme erculee. Nelle altre pareti e nell'abside della stessa camera sono schizzate alcune navi, dhe leoui, un Eros e diverse figure di donne de lineate con maestria dal tipo classicamente pagano. Esse vennero eseguite al di là di qualunque preoccupazione mistica e sono di gentile arte, piene di grazia voluttuosa e di vita. Una di esse dalle linee formose, che rievoca la Venus Genitrix, solleva con una mano i veli che le coprono i turgidi seni e le belle forme. Fra questi schizzi e queste figure di donne ricorre spesso il monogramma RI e sono intercalate frasi scritte in greco corsivo. la di cui esatta interpretazione potrà portare non lieve luce sulle origini di queste forme pittoriche. Non un simbolo cristiano, non il monogramma di Cristo che attestino la fede di chi rese nelle pareti, con fidecise lince, figure voluttuose di belle donne. D'altra parte l'iconografia dei sotterranei segue la disposizione delle prime chiesette cristiane specialmente nelle forme absidali delle due cappelle laterali e della camera terminale. È vero che nelle costruzioni cimiteriali più antiche le tetre muraglie coprivansi di scene tratte dalla vita reale e molto spesso dalla mitologia pagana tanto che nelle catacombe di Priscilla e di Domitilla, nelle quali meglio che altrove si possono studiare le origini della pittura primitiva cristiana, questa è stranamente impregnata di paganesimo; ma se la tradizione è pagana, nell'antica forma l'arte si penetra di spirito cristiano. Qui no, forma e spirito sono schiettamente inspirate al paganesimo più libero e più licenzioso. fi

Queste contradizioni non permettono ora di poter dare un sicuro giudizio su questo interessantissimo monumento: forse l'ipotesi che più concilia queste forme cozzanti fra loro è quella dell'origine pagana dei sotterranei, costrutti ed usati come carceri e poscia serviti come rifugio nei primi tempi del cristianesimo. Con ciò si spiegherebbero la disposizione a celle, poste sotto il livello del suolo e gli schizzi delineati da qualche artista, che nel tedio della prigionia volle rievocare senza una direttiva pittorica immagini impure e dar forma d'arte a sogni libertini.

Qualunque sia l'origine di queste, che vengono chiamate catacombe, è certo che esse furono nei primi secoli, forse nel IV secolo, adibite al culto cristiano.

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Non ritengo la costruzione cimiteriale, mancando qualsiasi indizio di loculo o di pittura funeraria.

Nel nucleo centrale è un pozzo, poco profondo, in cui è perenne una fresca lama d'acqua. Questo può spiegare la destinazione che dai primi cristiani venne data a questi sotterranei, qualunque sia la loro origine. A mio parere essi dovettero servire di battistero in tempi di persecuzione. Infatti non è spiegabile con l'ordinario uso degli edifici di culto la presenza del pozzo nella parte centrale della chiesa sotterranea. Inoltre la poca profondità del fondo, la presenza ininterrotta di una fresca lama d'acqua e le traccie di alcuni fori, per cui mediante tavole potevano i convertiti scender giù nell'acqua, rendono attendibile questa Terme remane in Fordongianus. destinazione, la quale ha molti riscontri e molte analogie colle prime forme battisteriali.

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Ai primi tempi del cristianesimo non aveasi altri battisteri che le rive dei fiumi e le fontane. Ancor oggi nella prigione Mamertina a Roma esiste il pozzo miracoloso, in cui, secondo un'antica tradizione, S. Pietro c S. Paolo battezzarono i loro guardiani. In alcuni battisteri primitivi l'acqua era fornita da puzzi come nelle catacombe di S. Elena o da sorgenti naturali come in quelle di Priscilla e di Callista.

Fu solo colla cessazione delle persecuzioni al tempo di Costantino che si cominciò a costrurre battisteri sub dio, edifici speciali. che non differivano dalle chiese propriamente dette se non per la loro destinazione.

La cripta di S. Salvatore forse in origine ebbe altra invocazione, giacchè era frequente dedicare i battisteri al precursore di Cristo.fi Ad Avanzi di ville romane in Cagliari, ogni modo ciò che non può essere messo in dubbio si è che i sotterranei di S. Salvatore, per le forme costruttive, per le pitture e per le iscrizioni costituiscono un monumento d'arte cristiana di grande interesse e merita uno studio ampio e speciale più di quanto io abbia fatto in questi cenni brevi e riassuntivi.

L'oratorio di S. Giovanni d'Assemini fu ancor esso elevato con forme costruttive bizantine, come può desumersi da un'attenta disamina.

La più antica memoria riflettente questa chiesetta si conserva in un diploma dell'archivio Capitolare della Chiesa di S. Lorenzo di Genova, con cui Trogotorio di Ganale, giudice di Cagliari, e suo figlio Costantino concedono nel 1108 alla Cattedrale di Genova la Chiesa di S. Giovanni e rinnovano la promessa annua di una libra d'oro: Ego ludice Trogotori de Gunali cum filio meo domnu Costantini . . . . fazo custa carta pro S. Ioanne de Arsemin, qui dabo ad sancto Laurenzio de Ianua pro Deus et pro anima mea ecc. ecc. . . . ..

La facciata non ha niente di notevole ed è posteriore alla fondazione della Chiesa. Nell'interno due navate larghe n. 2,00 disimpegnano fiper mezzo d'arcate quattro cappelle. All'incrocio delle due strette navate formanti una croce greca a braccia eguali s'imposta sopra un tamburo a sezione quadrata una piccola volta a bacino.

Anche in questa chiesa dobbiamo distinguere il nucleo originario dalle posteriori costruzioni; queste sono costituite dalle quattro cappelle, che, coperte da un rozzo letto a vista, sono appiccicature evidenti e per la diversa struttura muraria e per non essere collegate organicamente ai muri antichi.

Eliminando queste aggiunte risultano in modestissime proporzioni le stesse forme bizantine della chiesa di S. Giovanni di Sinis c di S. Saturnino in Cagliari.

Nell'altare è murata un'iscrizione in caratteri greci, che porta uno sprazzo di luce sulla chiesetta. È contornata da una doppia fascia di perline in rilievo, che attesta come facesse parte di qualche monumento, probabilmente sepolcrale, dedicato alle persone in essa ricordate. Trascrivo l'interpretazione fattane dal Prof. Taramelli:

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O Signore, abbi pictà del tuo servo Torcatorio, arconte di Sardegna e della serva Geti.

Lo Spano ed il Martini ritennero — erroneamente come vedremo in appresso — trattarsi del Torcotorio, che governò il giudicato di Cagliari dal 1108 al 1129 e che donò la chiesa di S. Giovanni d'Assemini al Duomo di Genova.

A pochi metri dell'oratorio di S. Giovanni sorge la Chiesa Parrocchiale di S. Pietro, che contiene fra le sue mura alcuni frammenti decorativi bizantini e sulla soglia ha incisa la seguente inscrizione in carat- fiteri greci, la quale ricorda probabilmente l'erezione e la dedicazione di detta chiesa, che è ancora oggi sotto l'invocazione di S. Pietro:

In nome del Padre, del figlio e dello Spirito Santo, io Nispella Ochole (?) (costrusse il tempio) in onore dei Santi corifei gli apostoli Pietro e Paolo e S. Giovanni Battista e della Vergine martire Barbara, affinchè per le loro preghiere din a me il Signore la liberazione dei peccati.

Anche quest'iscrizione venne dallo Spano attribuita al Torcotorio del XI secolo.

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In un mio studio sulla chiesa di S. Saturnino di Cagliari trattando accidentalmente di queste epigrafi, le ritenni anteriori al mille. Infatti le lettere, clegantemente incise, ed i pochi motivi ornamentali sono sufficienti a determinare forme stilistiche molto più antiche delle romaniche del mille e dei secoli susseguenti. Inoltre la carica di protospatharius, che si riscontra in un'altra iscrizione coeva di Villasor, indica ancora una soggezione alla corte di Bisanzio non concepibile nel Torcotorio della seconda metà del XI secolo, che nei suoi atti ed in ispecial modo nella donazione fatta ai monaci di Monte Cassino esercita la sua podestà come Giudice e Re libero da ogni ingerenza anche nominale dell'impero. Un'altra considerazione distrugge l'attribuzione dello Spano e cioè il Torcotorio menzionato nell'iscrizione d'Assemini avea per moglie Nispella, mentre quello del mille avea per consorte Vera, la pia donna, che indusse prima il marito e poscia il figlio suo Costantino a larghe e ricche concessioni verso gli ordini monastici ed in ispecial modo verso i monaci di S. Vittore di Marsiglia: Ego indigi Trocodori de Ugunali cum mulieri mia Donna Vera et cum filiu men Donnu Costantinu. fi

Queste conclusioni vennero confermate di recente dagli studi dei Professori Solmi e Taramelli, che pervennero a risultati interessantissimi per la storia medioevale della Sardegna.

Negli scavi eseguiti venti anni or sono dal Vivanet presso l'antica chiesa di S. Nicolo di Donori insieme ad interessanti resti di materiale epigrafico d'età romana, vennero fuori frammenti decorativi ed iscrizioni greche, che furono oggetto di un recente ed interessante studio del Taramelli, che attribuì queste ultime ad iscrizioni funerarie assai eleganti, di persone elevate, probabilmente del IX o X secolo.

In una casa privata di Mara sono due bassorilievi marmorei, recanti croci greche incluse in cerchi, di fattura bizantina, e nel fianco della chiesa parrocchiale è murata una piccola scultura marmorea molto corrosa, rappresentante una figura d'uomo vestito di lunga tunica manicata, figura che per quanto rovinata accenna ad epoche ed a forme bizantine.

Le iscrizioni della distrutta Chiesa di S. Sofia fra Decimoputzu e Villasor presentano grande analogia coi frammenti di S. Giovanni di Assemini e per la forma delle lettere e per la decorazione a perline.

Faccio mie senz'altro le considerazioni esposte dal Taramelli nello studio sovradetto: « Due delle iscrizioni sono sopra una coppia di mensole decorate da un ramoscello di fiori a voluta, alla loro estremità; l'altra più lunga è incisa sopra due robusti listelli di marmo, decorati da una doppia fascia di perline e nodetti, i quali come quello della iscrizione di S. Giovanni d'Assemini potevano far parte o della decorazione della porta fio di un ambone o d'altro monumento 20 eretto in quella chiesa dalle persone ricordate dall'iscrizione e per il motivo decorativo come per lo stile ricordano il fregio dell'ambone del Duomo di Torcello, riferito al secolo X circa, alla quale età può convenire la grafia dell'epigrafe, elegante ma alquanto incerta » .

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