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I naufraghi dello Spitzberg

Emilio Salgari · 1908 · Free in the US

28,192 words · about 1 h 58 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Emilio Salgari
Language
Italian
Published
1908
Length
28,192 words · about 1 h 58 min
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17 reader sections
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Public domain in the United States

 

Contents (17)

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Indice

1. Il disastro delle navi baleniere

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el pomeriggio del 29 settembre 1875, un’insolita animazione regnava nei vasti e famosi stabilimenti dell’isoletta di Vadso, di proprietà del signor Foyn, il celebre pescatore di balene e ricchissimo armatore del Varangefiord. Ogni lavoro era stato sospeso sotto le immense tettoie che si estendevano, in tutti i versi, da una estremità all’altra delle sponde dell’isoletta; i fonditori di grascia avevano abbandonate le gigantesche caldaie ove ribolliva, spandendo all’intorno nubi di fumo nero e nauseabondo, il lardo delle gigantesche balene; gli squartatori avevano lasciate le loro scuri e le loro pale taglienti, luride di grasso e di sangue, e più non si occupavano di scarnare le enormi teste dei cetacei; i facchini più non si occupavano di regolare le battute degli immani pestelli destinati a ridurre in polvere costole di dimensioni paurose; i garzoni avevano lasciati i loro carri carichi di brandelli di carnaccia sanguinolente, che dovevano servire alla fabbricazione dei concimi, e perfino i marinai ed i fiocinieri avevano abbandonate le piccole navi ancorate nel canale, scendendo a terra. Gruppi di persone si erano radunati entro e fuori delle tettoie, e tutti quei norvegiani, ordinariamente così tranquilli e flemmatici, discutevano con calore, incrociando domande e risposte.

— Ma che sia vero? chiedevano gli uni, con una viva ansietà.

— Sì, sì rispondevano gli altri.

— E sono rimasti presi dai ghiacci?

— Così si dice.

— Ma dove?

— All’isola degli Orsi.

— No, alla Nova Semlia.

— Mai più! Allo Spitzberg.

— Ma volevano andare al polo?... Si trovano balene anche sulle coste del Finmark, senza andarle a cercare così lontano.

— Una bella pazzia!...

— Che costerà cara al signor Foyn.

— Lui!... Eh via, ha dei milioni lui!...

— Ma si parla di due navi.

— Di tre.

— Di mezza flotta!

— Che disastro!...

— E sono tutti morti?

— No, sono naufragati.

— Ma sì, i ghiacci hanno fracassate le navi.

— Ma chi ha recata la notizia?

— Un capitano baleniere l’ha mandata ad Hammerfest.

— E non verrà qui lui?

— Giungerà fra pochi minuti, col piroscafo costiero.

— Che si vede già, disse un fiociniere, il quale, essendo più alto di tutti, poteva scorgere la costa norvegiana meglio degli altri. Ecco il Grimsey che entra nel Varangefiord a tutto vapore.

— Ma no, mi pare un piroscafo inglese, dissero alcuni.

— No, è il Grimsey di Hammerfest e si dirige precisamente qui, gridarono gli altri. — Ecco il signor Foyn che si reca allo scalo.

— Andiamo a vedere, gridarono tutti, dirigendosi confusamente verso la sponda.

Il signor Foyn li aveva preceduti e passeggiava sulla gettata con una certa impazienza, senza staccare gli sguardi dal Grimsey, uno svelto e rapido steamer che filava a tutto vapore nel largo canale del Varangefiord.

Il ricco proprietario di quelle grandiose officine aveva in quell’epoca quarantacinque o quarant’otto anni. Era un uomo alto quanto un granatiere, di forme massicce, con braccia e gambe muscolose, spalle larghissime, colla testa coperta d’una capigliatura folta e ruvida, il viso energico, coi lineamenti un po’ angolosi, gli occhi d’un azzurro profondo e una barba tagliata a becco, un poco brizzolata.

Nativo della Norvegia meridionale, nella sua gioventù era stato un povero diavolo. Aveva fatto dapprima il mozzo, poi il marinaio, quindi il fiociniere, più tardi il pescatore per proprio conto, ed a trentacinque anni aveva accumulati parecchi milioni ed aveva avuto l’onore di farsi visitare da Oscar II, durante il viaggio intrapreso da questo re lungo le coste del Finmark.

La sua fortuna l’aveva dovuta alla pesca della balena, e soprattutto ai miglioramenti introdotti nella pesca di quei giganti del mare.

Era stato il primo ad abbandonare il secolare rampone, arma eccellente sì, ma pericolosa contro quei cetacei poderosi e non sempre fortunata, per adottare i proiettili esplosivi ed a punta.

Avendo ottenuto dei successi meravigliosi, e arricchitosi rapidamente, aveva abbandonata la sua pericolosa carriera per dedicarsi ad una industria che doveva renderlo celebre in tutta la Norvegia e fra tutti i pescatori di balene del globo.

Egli aveva a lungo rimpiante le carcasse delle balene che aveva dovuto abbandonare in mare, dopo di averle spogliate del grasso. Egli aveva presto compreso che da quegli ammassi di carne e di ossa poteva trarre ancora delle ricchezze pari a quelle che davano l’olio, se si avesse potuto rimorchiarle a terra, e si era dato corpo ed anima a cercare il mezzo per realizzare i suoi progetti.

Stabilitosi in una isoletta situata di fronte a Vadso, l’ultima del Varangefiord, aveva fatto innalzare quei grandiosi stabilimenti che anche oggi sono invidiati da tutti i pescatori di balene e che rendono, al suo proprietario, parecchi milioni all’anno.

Ormai più nulla va perduto dei giganteschi corpi delle balene, pescate dalle rapide navi del signor Foyn, nei mari del nord.

Un piano inclinato, scavato nella roccia, riceve l’enorme corpo del cetaceo. Appena la bassa marea lo lascia allo scoperto, un centinaio di squartatori lo circonda e lo priva del grasso destinato a venire fuso nelle grandi caldaie che si trovano collocate sotto delle tettoie.

Tosto il carcame viene sezionato. Le ossa mostruose vengono portate nella sala dei piloni, ridotte in polvere e quindi convertite in nerofumo; le carni vengono portate in buche profonde, lasciate marcire, e convertite in un guano eccellente destinato a fertilizzare i campi; i tendini e certe parti molli vengono sottoposte a processi speciali e quindi messe in commercio sotto forma di colla.

Il signor Foyn in tal modo aveva raddoppiato i guadagni che ricavava dalla presa dei giganti del mare, perchè ormai tutto utilizzava: il lardo, la carne, i tendini e perfino le ossa

Una scialuppa, staccatasi dai fianchi dello steamer segnalato e montata da quattro marinai e da un timoniere, in pochi minuti aveva attraversato il canale approdando dinanzi alla piccola gettata, sulla quale si trovava il signor Foyn.

L’uomo che fino allora aveva tenuta la barra del timone, balzò agilmente a terra, quantunque portasse il pesante capotto da mare e calzasse lunghi e grossi stivali.

Per altezza e per forme poteva gareggiare col ricco baleniere di Vadsò, ma doveva essere più giovane di qualche mezza dozzina d’anni. Era un bell’uomo dai lineamenti un po’ duri però, dalla pelle bianchissima come hanno in generale i popoli nordici e specialmente i norvegiani delle alte coste, cogli occhi di un azzurro cupo che tradivano un’audacia non comune, colle labbra sottili, ombreggiate da baffi biondi e una folta capigliatura pure bionda.

Vestiva come un marinaio, ma sul capo portava un berretto adorno di un gallone d’oro, distintivo di comandante.

– Il signor Foyn? – chiese, toccandosi il berretto.

– Sono io – rispose il proprietario degli stabilimenti.

I due uomini si guardarono qualche istante con reciproca curiosità, poi il primo continuò:

– Avete ricevuto il mio dispaccio da Hammerfest?

– Sì, signor Tompson, e vi ringrazio di essere venuto ma vi pagherò largamente il tempo che avete perduto per me.

– Avevo terminato lo scarico, signor Foyn, e più nulla mi tratteneva ad Hammerfest. La stagione della pesca è quasi terminata e non contavo di riprendere il mare per le regioni del nord.

– Volete seguirmi nel mio alloggio? Parleremo meglio.

– Sono a vostra disposizione.

Il ricco proprietario si diresse verso una piccola abitazione colle pareti dipinte in rosso, che sorgeva all’estremità della gettata, e introdusse il signor Tompson in un gabinetto arredato elegantemente e adorno di ramponi artisticamente raggruppati e di trofei di ossa e di barbigli di balene.

Lo fece sedere in una comoda poltrona, poi colmati due bicchieri di ginepro, si sedette, dicendo con una certa emozione che invano cercava di nascondere:

– Parlate, signor Tompson. È vero adunque? Tutti perduti?

– Che siano tutti perduti, io non lo so, ma che una disgrazia sia accaduta è ormai cosa certa, perchè il rottame da me trovato era un pezzo di fasciame della poppa e vi si leggeva nettamente il nome.

– Narratemi tutto, signor Tompson.

– Una parola prima, signor Foyn.

– Parlate.

– Il Gotheborg faceva parte della flotta dei vostri balenieri?

– Sì.

– Ma... non è tornata alcuna nave della vostra flotta?

– Solamente la prima squadra che si era recata nell’isola degli Orsi; ma non la seconda che si era diretta alle Spitzberg. – Di quali navi si componeva la seconda?

– Di due: la Tornea ed il Gotheborg.

– Quanti uomini montavano quelle navi?

– Sessantasette.

– Diavolo!... Erano navi a vapore?

– No, entrambe a vela. Le navi a vapore le tengo presso di me, essendo incaricate della pesca lungo le coste del Finmark e del Varangefiord per poter utilizzare le carcasse dei cetacei.

Quest’anno le balene s’erano mostrate scarse sulle nostre coste, ed ho avuto la poco fortunata idea di mandare i miei velieri molto al nord, essendo stato informato che i cetacei abbondavano fra l’isola degli Orsi e le Spitzberg.

– E vi avevano informato bene, signor Foyn. Mi sono diretto anch’io verso l’isola degli Orsi e in sei settimane ho potuto completare il mio carico.

– Venite al fatto, signor Tompson, vi prego.

– L’incontro del rottame l’ho fatto ventisette giorni or sono, alle undici del mattino, a quaranta miglia dall’isola degli Orsi, coste settentrionali.

Come vi dissi, ritornavo con carico completo, frettoloso di abbandonare quei paraggi che cominciavano a diventare pericolosi. Dalle Spitzberg si staccavano delle montagne di ghiaccio navigando verso il sud, e così in grande numero, da temere di venir preso in mezzo e costretto a svernare in mezzo all’oceano. Il 5 agosto, mentre il mio skooner veleggiava fra due file di ice-bergs, urtava contro un ostacolo. Credetti che la prora avesse incontrato uno di quei ghiacci che si tengono a fior d’acqua, e che noi chiamiamo palk, ma vedendo sfuggire qualche cosa di nero lungo il tribordo, comandai ai miei marinai d’imbrogliare le vele e di cercare di mettere la nave in panna. M’accorsi subito che avevamo urtato contro il rottame di una nave. Feci calare in mare la piccola baleniera e mi recai ad abbordarlo.

Come vi dissi, era un pezzo di poppa di una nave, una parte della murata, un pezzo di ponte e tutta la parte posteriore del quadro, col timone ancora appeso ai cardini, ma spezzato a metà.

Sul fasciame, in lettere dorate, si leggeva Gotheborg-Vadsö.

Sospettai subito che dovesse essere una delle vostre navi, ed esaminai accuratamente quell’avanzo per cercare di sapere se la nave era stata fracassata dalla caduta di qualche ice-berg o se si era spezzata su qualche costa.

Le mie indagini non riuscirono infruttuose: oggi ho la certezza che il Gotheborg si è fracassato su qualche spiaggia, probabilmente su qualche isola delle Spitzberg.

– Ma come avete potuto saperlo? – chiese il signor Foyn, con stupore.

– In modo facilissimo, signore. Tutta la fasciatura e perfino parte della murata erano ancora incrostate di fango. Come potete ben capire, quel rottame non sarebbe stato così lordo, se il Gotheborg fosse stato fracassato dalla caduta di qualche colossale ice-berg.

– È vero – disse il signor Foyn, che erasi fatto pensieroso. Ditemi, signor Tompson, durante le vostre pesche avete sofferto delle burrasche?

– Sì, molte e terribili. Dalle Spitzberg venivano delle immense ondate, e temo che lassù il mare sia stato assai tempestoso.

– Credete che le mie due navi si siano perdute?

– Ordinariamente, quando ritornano le vostre flottiglie? – Verso la metà del mese d’agosto.

– Sempre?

– Sempre, signor Tompson.

– Brutto indizio, se quelle due navi non sono ancora qui. Il Gotheborg, ormai lo sappiamo, è andato perduto, ma la Tornea!... Signor Foyn, volete un consiglio?

– Parlate.

– Se vi preme salvare i vostri equipaggi, fate armare una delle vostre migliori navi e mandatela alle Spitzberg senza perdere tempo. Potrebbe giungere su quelle isole prima che i grandi banchi di ghiaccio blocchino quelle coste.

– È vero, ma chi oserà lanciarsi verso il nord, ai primi di settembre? Alle Spitzberg è già cominciato l’inverno.

– Chi?... disse il capitano baleniere, accarezzandosi il mento e guardando fisso il signor Foyn. Io ho terminate le mie faccende, condotto la mia nave ad Hammerfest, fattala mettere in cantiere per le riparazioni necessarie; ho venduto i miei spermaceti e sono perciò assolutamente libero. Volete?... Non ho paura del freddo, nè mi spiacerebbe passare un inverno alle Spitzberg. Mi hanno detto che lassù le renne sono numerose e che le foche ed i trichechi abbondano e penso che vi farei un piacere e che farei contemporaneamente i miei interessi. Cosa ne dite, signor Foyn?...

2. A bordo della Torpa

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l signor Foyn udendo quella proposta che non s’aspettava di certo, non ignorando che una simile spedizione sul principiare dell’inverno, poichè in quelle alte latitudini l’autunno non esiste, poteva costare la vita a quell’audace baleniere, aveva steso rapidamente la destra, dicendo con viva emozione:

– Grazie, signor Tompson.

– Di cosa? – rispose il baleniere. – Io faccio i miei affari, rendendovi un piccolo servigio e nient’altro.

– Siete un uomo che ha del coraggio da vendere.

– Sono un uomo di mare, come lo siete stato voi.

– Ma avete pensato ai pericoli che dovete affrontare, signor Tompson?

– Io ed i ghiacci siamo vecchi amici.

– Sì, ma vi bloccheranno.

– Lo so, ed io svernerò alle Spitzberg coi vostri disgraziati equipaggi. Avrò il tempo di fare un bel carico di olio di foche e di trichechi.

– Vi darò una delle mie migliori navi e tutto il carico che riuscirete a raccogliere sarà vostro, di più vi pagherò uno stipendio che sarà doppio di quello dei miei capitani.

— Lasciate andare, signor Foyn. Mi accontento del carico e sarò lietissimo di ricondurvi gli equipaggi naufragati.

— Ditemi, signor Tompson, conoscete le Spitzberg?

— Sì, avendo approdato già due volte.

— E contate proprio di svernare fra quelle isole?

— Prevedo che i ghiacci non mi permetteranno il ritorno, ma non temete. Ho svernato ancora all’isola Jan Mayen ed a quella degli Orsi.

— Quanti uomini volete?

— Mi basteranno venticinque o trenta.

— Vi aggiungerò quattro balenieri. Potete incontrare dei cetacei e farà meglio i vostri affari.

— Non li rifiuterò di certo, disse Tompson, sorridendo.

— Allora non perdiamo tempo... ma...

— Che cosa?

— Accettereste un mio amico?

— Volentieri, signore. Mi terrà compagnia.

— È uno scienziato di Halmstad, un bravo giovanotto che è qui venuto per fare delle osservazioni sui ghiacci e sulle aurore boreali. Sarà ben lieto di accompagnarvi alle Spitzberg.

— Troverà in me un buon compagno, signor Foyn.

— Andiamo a scegliere la nave. Domani, se vorrete, potrete prendere il largo.

— Meglio così. Non bisogna aspettare che i ghiacci scendano al sud.

Vuotarono i bicchieri e usciti dalla casetta, si diressero verso i bacini, dinanzi ai quali si trovavano ancorate le navi destinate alla pesca dei colossali cetacei. Vedendo i suoi uomini raggruppati dinanzi all’abitazione, il signor Foyn si rivolse a loro salutandoli colle mani, dicendo poi:

— Tornate pure alle vostre occupazioni, ragazzi miei. La flottiglia delle Spitzberg è naufragata, ma stiamo organizzando una spedizione. Non temete: se Dio ci aiuta, rivedrete ancora i vostri amici.

La flotta del signor Foyn era numerosissima e non vi era bisogno di perdere troppo tempo nella scelta. Contava parecchie navi a vapore di piccola portata, ma dotate di una grande rapidità, incaricate di pescare e di rimorchiare i cetacei che si mostravano lungo le sponde del Finmark e del Varangefiord, poi molte navi a vela, brick, brigantini e destinati alle pesche lontane, alle Spitzberg, alla Nova Semlia e all’isola degli Orsi.

Tutta avevano le loro scialuppe baleniere sospese alle grue e portavano due cannoncini o meglio due grosse ma corte spingarde, pel lancio delle palle esplodenti o delle palle a punta.

Il capitano baleniere, con un solo sguardo abbracciò tutte quelle navi di varia portata e di forme diverse e arrestò gli occhi su di uno skooner di forme arrotondate e massicce e con un’alberatura altissima.

— Ecco una nave che somiglia alla mia, diss’egli, indicandola al signor Foyn. I fianchi larghi sono da preferirsi contro le strette dei ghiacci.

— Vi accomoda quello skooner?

— Sì, signor Foyn.

— Avete un buon occhio, mio caro Tompson. La Torpa è infatti una buona nave che i miei capitani si disputano. Ha uno sperone solido e quantunque abbia forme assai arrotondate, fila i suoi sette od otto nodi all’ora, senza affaticarsi. – Porta?

– Trecentoventi tonnellate.

– È armata?

– Completamente, essendo ritornata la settimana scorsa. Signor Tompson, andiamo a far colazione, mentre i miei uomini cominceranno l’imbarco dei viveri e di tutti gli oggetti necessari per una lunga campagna nei mari del nord.

Fece chiamare il mastro d’equipaggio dalla nave scelta dal baleniere e gli diede gli ordini necessari, onde la Torpa fosse pronta per le prime ore dell’indomani, poi passò amichevolmente il suo braccio sotto quello di Tompson, e si diresse verso la sua abitazione che sorgeva a cinquecento passi dagli stabilimenti.

Era una casa costruita tutto in legno di larice, a due piani, col tetto molto aguzzo e adorna di fregi come i châlet svizzeri, tutta dipinta in rosso vivo, colle finestre e colle porte doppie per non lasciar sfuggire il calore interno, durante il lungo e rigorosissimo inverno.

Un piccolo giardino, dove fiorivano stentatamente alcune piante dei climi temperati, ma che erano destinate a perire alle prime nevicate e dove s’alzavano dei pittoreschi gruppi di abeti e di betulle, la circondava. Non mancava nemmeno una piccola serra, attraverso i cui vetri si vedevano delle stufe di dimensioni mostruose e delle piante dei climi caldi, ma mezze intisichite non ostante il calore infernale che doveva regnare là dentro.

Il signor Foyn introdusse il baleniere in un salotto ammobiliato semplicemente, ma elegantemente, con grandi poltrone imbottite e foderate di pelle d’orso, con tende pesanti che dovevano riparare dai più lievi soffi d’aria, con lampade di metallo dorato, con grandi carte geografiche delle regioni nordiche e con artistici trofei di ramponi, di scuri, di coltellacci, di fiocine e d’arnesi strani che dovevano essere stati acquistati dagli Esquimesi e dai Samoiedi.

Il pavimento poi spariva interamente sotto quattro superbe pelliccie di orsi bianchi, che dovevano aver avuto delle dimensioni gigantesche.

La tavola, che occupava il centro del salotto, era già imbandita e il capitano baleniere, che sentiva una punta d’appetito, fece un gesto di sodisfazione, scorgendo dei tondi ricolmi di caviale di Russia, di salmoni del Tana, delle aringhe all’olio, dei gamberetti del lago Enara, dei filetti di delfini e una allegra fila di bottiglie polverose che erano celebri: Bordeaux, Reno, Laland.

– Francia, Germania e Danimarca, disse sorridendo. Signor Foyn, volete brindare alla spedizione con dei vini di prima qualità? Sarà un buon augurio.

– Speriamolo, signor Tompson. Accomodatevi e lavorate di denti, come foste a bordo della vostra nave.

– L’appetito non fa difetto, a noi balenieri.

– Ah!... Dimenticavo il mio amico scienziato.

Premette un campanello elettrico tre volte e poco dopo entrava un uomo sui trent’anni, alto, magro, con una barbetta bionda e due occhi cerulei coperti da occhiali, ma coi lineamenti accentuati che avevano un non so che di ardito e di risoluto.

Pareva che fosse appena allora ritornato da qualche esplorazione nei dintorni dell’isola, poichè aveva ancora indosso la giacca di pelle di foca, il cappello di tela cerata e calzava i pesanti e lunghi stivali di mare.

– Lasciate che vi presenti il mio amico professore Oscar Benstorp, caro signor Tompson, disse Foyn. Ecco un uomo che vi terrà buona compagnia alle Spitzberg. fi Il baleniere e lo scienziato si strinsero vigorosamente la mano.

– Sarete il benvenuto sulla Torpa, signore, disse Tompson. Procurerò di non farvi annoiare.

– Ma... come?... si parte? – chiese il professore, con sorpresa.

– Il signor Tompson si reca alle Spitzberg, in soccorso della mia flottiglia.

– Ma dunque è proprio perduta?

– Tutto lo indica.

– È un disastro per te, Foyn.

– Più pei miei poveri marinai che per me, Oscar. Ma speriamo che voi possiate giungere in tempo per salvarli.

– Temi che non abbiano salvato dei viveri?

– Chi può saperlo?

– Fortunatamente alle Spitzberg la selvaggina abbonda.

– Sì, ma se non avessero potuto salvare le armi?

– È vero, Foyn, e quei poveri marinai possono correre il pericolo di morire di fame e anche di freddo. Gl’inverni alle Spitzberg sono terribili.

– Accetti di seguire il signor Tompson?

– È una fortuna che non mi lascerò sfuggire.

– Allora mangiamo e poi andremo a sorvegliare l’imbarco dei viveri.

Mezz’ora dopo, accese le pipe, il signor Foyn ed i suoi compagni si recavano dinanzi ai bacini.

La Torpa era stata rimorchiata sotto lo scalo e una quarantina di marinai lavoravano alacremente sotto la direzione di alcuni mastri d’equipaggio e d’un capitano baleniere.

Vere valanghe di provviste d’ogni specie venivano precipitate nella stiva dello skooner, essendo ormai tutti convinti che la spedizione sarebbe stata costretta a svernare alle Spitzberg in causa della stagione che era troppo avanzata. Balle di thè, di pesce secco, di pemmican, di vesti d’ogni specie, di pellicce; casse di biscotti, di conserve alimentari, di farina, di frutta secche; barili di carne salata, di caffè, di cioccolato, di vegetali in aceto, di succo di limone per combattere lo scorbuto, di pomi di terra, e tonnellate di carbone passavano dai magazzini di rifornimento alla nave, la quale si abbassava a vista d’occhio.

Mentre i marinai ed i facchini si occupavano del carico, alcuni carpentieri visitavano le cabine, la stiva, l’alberatura e perfino la sentina, rinforzando i puntali per meglio consolidare le costole della nave e porla in grado di resistere alle tremende pressioni dei ghiacci, rinforzando i paterazzi e le sartie, o cambiando alcuni pennoni.

Quel lavoro febbrile continuò anche durante tutta la notte, non tramontando il sole che dopo le undici, per tornare a risplendere alle due del mattino.

Alle sei tutto era pronto. La Torpa poteva riprendere il mare col rimontare della marea, la cui massima piena doveva avvenire alle otto del mattino.

– A bordo – disse Tompson, che non aveva abbandonata la gittata durante l’intera notte, in compagnia di Foyn e dello scienziato, per assicurarsi che nulla mancasse. Il vento fresca dal sud-est e prenderemo il largo rapidamente. Signor Foyn, le vostre ultime istruzioni?

– Credo che non sia necessario darvene altre. Voi sapete meglio di me cosa dovete fare.

– Spero di ricondurvi tutti i vostri uomini.

– Mi dimenticava di avvertirvi d’una cosa.

– E quale, signore? – Ho fatto imbarcare due dei miei edredon addomesticati.

Il capitano baleniere lo guardò con stupore.

– Volete procurarmi delle penne pel mio materasso, forse? Vi assicuro che non ne ho bisogno.

– Lo credo; ma invece quegli uccelli vi serviranno meglio. Avete udito a parlare dei colombi messaggieri?

– Sì, qualche volta.

– Ebbene i miei edredon vi serviranno per darmi vostre notizie. Così, in caso di pericolo, colla nuova stagione potrò organizzare una nuova spedizione di soccorso.

– Ecco un’idea davvero ammirabile. Non dubitate, vi darò mie notizie.

– Partite e buon viaggio. Buona fortuna, amico Oscar.

Il capitano e lo scienziato strinsero vigorosamente la mano al signor Foyn e salirono sulla Torpa, mentre gli uomini degli stabilimenti, che si erano raggruppati sulla gettata, lanciavano tre formidabili hurrà!

Tompson salì sul ponte di comando e rizzando il robusto corpo, gridò con voce tuonante:

– Giù gli ormeggi!... La prora al nord!

Pochi minuti dopo lo skooner abbandonava l’isolotto, uscendo a gonfie vele dal Varangefiord.

3. In rotta pel nord

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l capitano Tompson non si era ingannato sulla scelta della Torpa.

Era una nave di piccolo tonnellaggio, poichè, come dicemmo, non stazzava che trecentoventi tonnellate, ma era il veliero più adatto per un’ardita spedizione nei mari polari.

Era corta ma larga di fianchi, la forma migliore per sopportare le pressioni irresistibili dei campi di ghiaccio e che permette il sollevamento evitando così di correre il pericolo di farsi schiacciare; era salda di costole con doppio fasciame e doppi puntali rinforzati presso i bagli e le murate alte per proteggere meglio l’equipaggio dai colpi di mare.

La sua prora, quasi ad angolo retto, come in generale hanno le navi da pesca norvegiane, era munita da un largo sperone di ferro che le permetteva d’investire i ghiacci, per aprirsi il passo attraverso i palks, gli streams e gli ice-field. La sua alberatura era poi altissima e le sue vele avevano uno sviluppo enorme, per poter approfittare delle più leggere brezze. Le vele quadre del trinchetto, la randa e contro-randa dell’albero maestro ed i flocchi del bompresso erano stati cambiati di recente e la loro tela, che era grossa assai, poteva sopportare, senza tema di lacerarsi, i più tremendi venti polari.

L’equipaggio, scelto con cura dal signor Foyn, valeva la nave. Erano tutti bei pezzi di giovanotti, colle membra robuste, le braccia potenti, già tutti abituati alle fredde regioni del nord e alle pericolose campagne dei balenieri. Solamente il pilota dei ghiacci o ice-master, era un po’ attempato, ma i suoi cinquant’anni non gli pesavano di certo sulle spalle e manovrava come un giovine.

– Buona nave e bravi marinai, disse Tompson allo scienziato, che gli si era seduto accanto, su di una corcoma di gòmene. Con questa gente giungeremo alle Spitzberg malgrado i campi di ghiaccio ed i nebbioni.

– Credete che incontreremo presto i ghiacci?

– La stagione è assai inoltrata per queste regioni e al di là del capo Nord troveremo di certo qualche ice-berg, e quelle montagne sono le avanguardie degli ice-fields, ossia dei grandi campi.

– Ma passeremo egualmente?

– Per bacco! Se sarà necessario lavoreremo di sperone, ma andremo innanzi.

– Quando sperate di giungere alle Spitzberg?

– Fra due settimane, se il diavolo non ci mette la coda o se non ci arrestiamo a cannoneggiare qualche balena. Sono curioso di provare le palle del signor Foyn.

– Adoperate ancora il rampone voi?

– Sì, professore. Le palle che si adoperano ora saranno buone, efficaci, ma io preferisco ancora la vecchia arma dei nostri valenti balenieri. La caccia col rampone è più emozionante, e se è più pericolosa, di rado però fallisce.

– Avete ramponate molte balene?

– In quindici anni ne ho prese almeno centocinquanta, oltre una sessantina di capodogli.

– Che terribile distruzione fanno i balenieri. Se questa caccia spietata continua, distruggeranno ben presto tutti i giganti del mare.

– È vero, signore, e le balene cominciano a scarseggiare. Mi ricordo che nella mia gioventù se ne vedevano alcune entrare perfino nei fiord, ma ora si tengono lontane e di rado si accostano alle sponde della Norvegia. Continuano a ritirarsi nelle regioni dei ghiacci eterni e fra qualche ventina d’anni bisognerà andarle a cercare presso il polo. Anche in Islanda, una volta erano così numerose, ma ora cominciano a diventare rare, anzi certi anni non se ne trovano affatto.

– Ma l’allontanamento delle balene dalle coste d’Islanda è dovuto ad una causa, disse il professore.

– A quale?

– Allo spostamento delle correnti marine avvenuto nel 1868. Prima di quell’epoca, le correnti equatoriali e polari s’incontravano con grande forza presso le coste orientali dell’Islanda, accumulando in quei paraggi il cibo ordinario delle balene, ma poi deviarono verso il nord e nord-est, tenendosi lontane dalle coste islandesi e perciò i cetacei si allontanarono pure.

– Deve essere vero, professore, poichè in quell’epoca io mi trovavo precisamente sulle coste d’Islanda, imbarcato su di una nave a vapore olandese ed in tre mesi non ho potuto ramponare che una sola balena.

– Avete conosciuto Hammer di Copenaghen? – Sì, professore. È uno dei più famosi lupi di mare ed uno dei più audaci balenieri che vanti la Danimarca.

– Ebbene, fu lui che s’accorse dello spostamento della corrente e delle balene. Era partito con una vera flotta di navi a vapore pieno di speranza, sapendo che su quelle coste i cetacei abbondavano, ma non ne trovò che pochi assai e così inquieti che non si lasciavano avvicinare e fu a grande fatica che potè ramponarne sei durante tutta la stagione.

– Tanto pochi da non coprire le spese.

– Lo credo. Certo, le balene erano furibonde per non aver trovato il loro solito cibo che le correnti avevano trascinato altrove.

– Quello spostamento però è tornato vantaggioso al vostro amico Foyn.

– È vero, poichè mi dissero che in quell’anno pescò una trentina di balene.

– Oh! Oh! – fece in quell’istante Tompson, alzando vivamente il capo.

– Cosa avete?

– Temo che alle Spitzberg sia già cominciato l’inverno.

– E da cosa lo arguite?

– Vedete in alto quelle schiere di uccelli bianchi che fuggono verso il sud?

– Sì..., signor Tompson.

– Vanno a svernare sulle rive dell’Ural e del Volga.

– Sono pellicani, forse?

– Sì, professore, e la fuga di quegli uccelli in questa stagione che non è ancora fredda, indica che nelle isole dello Spitzberg sono già cadute le prime nevi, ma bah!... Se il vento si mantiene così fresco, giungeremo presto a destinazione. Signor professore, andiamo a far colazione intanto. Mentre il capitano ed il signor Oscar scendevano nel quadro, la Torpa navigava a tutte vele spiegate verso le regioni boreali, filando senza fatica i suoi sette nodi all’ora, colle mure a babordo.

Già le alte coste della Norvegia co’ suoi fiords profondi e le sue montagne ancora coperte di neve verso le cime, erano quasi scomparse e solamente verso l’ovest si delineavano ancora, ma confusamente, le ultime coste che vanno ad appoggiarsi al capo Nord.

Il mare era tranquillo e spumeggiava solamente dinanzi alla prora del buon veliero e la temperatura dolce, tiepida, mentre il cielo aveva quella tinta azzurra così splendida, così vaporosa, che solamente si ammira nei mari delle coste italiane. — Qualche procellaria e qualche gabbianello solcavano l’aria, tuffandosi di quando in quando in mare per prendere i pesciolini, mentre dalla scia spumeggiante e candida della Torpa emergevano di tratto in tratto le teste d’una coppia di delfini.

L’equipaggio, disperso sul ponte, chiacchierava e discuteva sull’esito della spedizione, mostrandosi fiducioso dell’audacia del suo nuovo capitano. A quei bravi e valenti uomini di mare aveva bastato uno sguardo per giudicare il signor Tompson ed erano più che certi di non essersi ingannati sulle buone qualità di quel lupo di mare.

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