Ai lettori
Fare manifeste, esponendo pure verità senza ornamenti, le molte inesattezze e menzogne scritte sopra Trento e il Trentino da geografi ed istorici, e segnatamente da viaggiatori, tra i quali si distinsero in ciò assai poco fa il francese Mercey e il tedesco Levvald: mettere lo straniero che visita la nostra città e ’l nostro paese in cognizione di quello che a parer mio può dilettarlo e giovargli: animare la trentina gioventù a procurar di conoscere sempre meglio la patria regione e la
sua istoria, queste sono le intenzioni che io m’ebbi nel dettare e pubblicar questo scritto, che pria di uscire alla luce fu, a mia istanza, da due eruditi Cavalieri trentini emendato e di belle notizie accresciuto.
Trento, 1836.
Descrizione o Guida di Trento
Trento è città edificata su la sinistra ripa del fiume Adige, e su la destra del fiumetto Fersina, che altri appellano torrente, tributario di quello, ai piè della pendice detta le Laste, pendice, la quale, come tutte le altre che fanno a Trento d’ogni lato corona, è coperta di viti, di gelsi e di arbori da frutto, e in varj luoghi offre ampie cave di bianca e di rossa pietra bellissima.
Ci si viene da oriente per la valle del Brenta, detta Valsugana, discendendo sulla destra del Fersina, giù per le Laste, e si entra per la Porta d’Aquileja, che il volgo, abbreviatore d’ogni vocabolo, nomina dell’Aquila.
Ci si arriva da mezzodì salendo per la vallea dell’Adige, e, oltrepassate Ala e Rovereto, piccole ma brillanti città, dopo un nojoso camminare tra muri troppo alti che cingono e sottraggono alla vista belle campagne, si fa l’entrata pel borgo di Santa Croce e per la Porta Veronese.
Dal lago Benaco, ora di Garda, e dalle valli di Giudicarie e di Sarche, uscendo ad occidente per la stretta che dicesi Buco di , si arriva all’Adige su la sua destra, dove, passato il ponte di San Lorenzo, si è introdotto in città per Porta Bresciana.
I Tedeschi, che dalle loro settentrionali vallate calano in giù, come pure gli abitanti di Fieme e Cembra, che sono al nordeste, e quelli della Naunia, o Valle di Non, che giacciono a nordoveste, entrano in Trento per la Porta di San Martino, la quale è pur detta Porta di Germania, perchè n’escono coloro che passar vogliono in quella regione. Anticamente appellavasi questa porta di Santa Marta per l’Ospitale e ’l Priorato di tal nome, ch’era nel fabbricato ove ora si lavorano vetri e stoviglie. N’era fondatore un certo Videto, di cui fassi menzione in documenti del 1191 e 1197, nel qual tempo esisteva già la chiesa di San Martino.
Il principale corpo di questa antichissima città consiste in una lunga contrada, che stendesi d’oriente in occidente, da Porta Aquilejense alla Bresciana, e in altre cinque, le quali, partendosi da quella, volgono a mezzodì e conducono alla cattedrale. Non è però gran fatto minore in ampiezza il rimanente che vedesi, e non tutto, in passando da Porta di San Martino alla Veronese, fuori della quale resta a vedersi ancora il borgo di Santa Croce.
Tutte le vie sono comodamente selciate con duri ciottoli di grigio e rosso granito, e fornite ai lati di largo lastricato per li pedoni, e sempre nette da ingombri e immondizie, le quali sono trasportate dall’acqua che scorre nel mezzo di esse in canali scavati in vivi massi di pietra, che, per togliere ogni pericolo, trovansi dappertutto coperti. A destra e a sinistra di queste strade si presentano alla vista alcune case di men piacevole aspetto, nelle quali hanno dimora i meno agiati, o, come dice , ove soggiorna la povertà accanto all’opulenza, cosa che in Francia non vedesi in nessun luogo! ma la maggiore, anzi la massima parte delle case, merita l’attenzione del viaggiatore. Solidità, simmetria, ricchezza di materiali ne’ basamenti, nelle porte, nelle finestre, nelle cornici, questo è quello che vede chiunque ha occhi in tutte le abitazioni, in tutti gli edifizj di questa città. Da poco tempo in qua l’avere belle case costruite secondo le regole della bella italica architettura è divenuta passione generale de’ ricchi, i quali, non per superbia, come afferma il maligno Lewald, ma per amore del comodo e del bello, vogliono veder ristaurate con decenza le proprie abitazioni, e ridotti ad aspetto dignitoso i pubblici edifizj. Gran lusso, non disgiunto da buon gusto, si osserva ancora nelle botteghe degli artisti, de’ caffettieri e dei mercadanti.
Essendo Trento molto popolata, e concorrendovi assai gente per sue bisogne, in ispecie durante i dieci mesi ne’ quali vi soggiorna la scolaresca (nella calda estate e al tempo della vendemmia quasi tutti i doviziosi trovansi colle famiglie loro in campagna), vi si osserva con diletto gran movimento in ogni parte, e un operare continovo. , che vide alla festa di San Vigilio affollata la gente come nelle grandi città, e che il giorno dopo non scòrse più quella gran moltitudine, volle far credere che Trento, eccettuato il giorno della detta festa, sia poco meno che deserta. Trovò in- vece ventimila anime nella più piccola Rovereto! Noi daremo il novero degli abitanti di Trento, de’ suoi dintorni, del Circolo e della Diocesi in altro luogo.
Chi ama di percorrere questa città per vedere il più notabile del suo materiale, seguendo il mio consiglio, si farà condurre per primo a Porta d’Aquileja, e quivi gli si presenterà maestoso alla vista il Palazzo di Castello. Intorno al quale amo di lasciar parlare un illustre imparziale straniero, che, da me pregato, dettò su questo edifizio e su quelli di Santa Maria e della Cattedrale, suoi così detti Cenni artistici. Questi è il valente Rodolfo Vantini da Brescia, architetto già conosciuto per sue opere mirabili. Dovendo per altrui consiglio fare mia la sua esposizione, voglio che ad esso ne sia data la debita lode.
Il Palazzo di Castello è l’edifizio che torreggia su gli altri di questa città e per la gigantesca sua mole e per essere collocato nel luogo più eminente di essa. Fu per lungo tempo residenza de’ vescovi principi di Trento, e quindi nelle sue elevazioni esterne, come negl’interni compartimenti, presenta saldezza di forme, grandiosità di proporzioni, e magnificenza di ornamenti. E però noireputia- mo patria sventura che tanta mole, oggetto di storiche reminiscenze e di nazionale decoro, siasi lasciata in abbandono.
L’edifizio componevasi di due corpi di fabbrica innalzati in epoche disparate. Il più antico dicesi Castel Vecchio, negli antichi documenti appellato Castrum boni consilii, e forma la parte settentrionale, difesa da una torre, ch’è opera romana, di robustissima struttura circolare. Il popolo, nominandola, diceva la Tor d’Agost, ch’è lo stesso che dire la Torre di Augusto. Quello che sulla sua sommità vedesi di nuovo è opera del 1809, fatta dagli Austriaci per collocarvi cannoni. Il fabbricato annessovi manifesta quel modo di edificare che fu adoperato nel secolo decimoterzo. La loggia che guarda verso occidente offre la maggiore cospicuità, ma fu nel 1813 danneggiata dalle artiglierie.
La parte più moderna, posta a mezzodì, appartiene al secolo decimosesto, e fu edificata dal Vescovo Principe Bernardo della naune illustre famiglia Clesio, come dichiarano le iscrizioni scolpite in più luoghi sotto le insegne di quel famoso prelato e cardinale. La semplicità delle forme e la correzione dello stile che dominano in questo edifizio sero taluni a credere che ne fosse l’architetto; ma ove si ponga mente che quando compievasi questa fabbrica il famoso Vicentino era ancora giovinetto, si farà manifesta la erroneità di questa opinione accreditata dal . Se dallo stile del palazzo dovessimo fare giudizio del suo architetto, saremmo inclinati a crederlo opera del Michele Sanmicheli, o della sua scuola. Se non che, considerando che Giovanni Maria Falconetto, proscritto da Verona, visse parecchi anni esule in Trento, al tempo appunto in cui reggeva il Clesio, e che lo stile del nostro palazzo consuona con quello di più altre fabbriche dal Falconetto architettate in Padova e fuori, delle quali parlano il e il , noi consentiamo nella opinione dell’erudito Conte , che al menzionato Falconetto sieno dovuti i disegni di questo bell’edifizio.
A noi piace di far osservare la bella proporzione della cornice che corona il palazzo, indi il cortile, dove ammirasi tuttavia un portico con dipinture del Romanino da Brescia, e con medaglioni a rilievo ne’ peducci degli archi, e con altri ornamenti convenientissimi. Di molto decoro appajono le porte principali che introducono nel ricinto del palazzo, poste nel lato rivolto verso la città; e se meschina è la porticella per cui si ascende nell’interno dell’abitazione, e la scala non conveniente alla vastità dell’edifizio, questo è perchè non si è che in parte eseguito il concetto del palazzo. Il principale ingresso doveva essere da quella parte dov’è la bellissima porta per ciò appunto detta del Vescovo. Certamente il gusto e l’accorgimento dell’architetto s’appalesa sì nelle belle proporzioni delle camere, de’ loggiati e delle sale, che nella varietà delle forme di esse, e nella diversa configurazione delle vôlte, e dei compartimenti dei lacunari, quali appunto quivi si ammirano.
Mirabilissimi affreschi del Romanino, di Giulio Romano, del Brusasorci e d’altri valenti si veggono qua e colà spiccare tuttavia dalle vôlte e dall’alto delle pareti come pochi avanzi di un grande naufragio. Geme l’animo all’aspetto della passata devastazione, la quale si presenta maggiore come più s’inoltra il passo negl’interni penetrali, incitati dal desiderio di pur vedere qualche resto di una magnificenza che avea pochi pari. non seppe dir altro di questo castello se non che è interamente decaduto, ed ha però un aspetto imponente. Combini chi può la bugia colla verità sopra il medesimo soggetto! Noi non abbiamo tanto di filosofia.
L’Archivio principesco e vescovile che quivi era, abbondante di preziosi manoscritti, è adesso in Innsbruck. Per buona sorte gran numero di documenti ne abbiamo stampati ne’ volumi del P. Bonelli, e moltissimi ne trascrisse di propria mano il Vescovo Principe Felice degli Alberti, i cui manoscritti si conservano da S. E. il presidente d’Appello Mazzetti, il quale ha pure copia del famoso Codice Vanghiano, pregiatissima raccolta di antiche memorie fatta per opera di Federico Vanga, Vescovo Principe, della Chiesa e del Principato assai benemerito, che resse in sul principio del secolo decimoterzo.
Uscito dal castello, passi il viaggiatore su la sottoposta piazza, ch’è detta la Mostra, ed osserverà ivi non piccolo movimento presso la Regia Dogana. Si faccia indi a considerare l’antica Torre Verde, che, non so per qual ragione, dicevasi una volta de’ Cavoli; quella torre alla quale fanno capo le mura che dal castello stendonsi in giù fino all’Adige, dove in tempo d’assedio attignevasi l’acqua occorrente al presidio. È opinione di alcuni che ella sia più antica di quella del castello, e che se ne debba la fondazione agli Etruschi, e forse ai Rezj.
Uscendo per la porta che sta quivi aperta, vedesi una parte del Borgo di San Martino, dov’è la cappella di cui si è detto sopra, dedicata a questo Santo, nella quale si ammira un bel dipinto, capolavoro di Cignaroli, rappresentante il beato Vescovo moriente.
Scenda poi su la ripa dell’Adige presso la torre, là dove sopra un forte parapetto di pietra sono due piramidi, e lungo esso una regolare piantagione di alberi ombrosi. Molti si dilettano qui osservando il corso del fiume, l’opposta penisola, e l’aspetto delle fabbriche della città, che in semicerchio disposte lungo la ripa, stendendosi in giù fino al ponte di San Lorenzo, che pur si vede, fanno argine al fiume, il quale, talvolta insuperbito di sua grandezza e potenza, pare che minacci di penetrare nella città, che pur si gloria e godesi di averlo vicino.
Volgendo il passo per recarsi al Cantone, entrerà in una pulita via, che dicono Contrada Tedesca, non già perchè ella sia abitata da Tedeschi, come falsamente fu scritto, ma perchè è diretta e conduce verso Germa- , paese de’ Tedeschi. Anticamente, se non prendo sbaglio, nomavasi contrada dei Cappellani. Osserverà qui la Cappella detta del Suffragio, con bella facciata di ordine corintio; e noterà un corso di portici che nella calda estate sono frequentati dalla gente che va in cerca di ombra e di fresco. Mercey vide in questa contrada due femmine che rissavano per gelosia, e se ne maravigliò assai. Nel suo paese le donne non sono elle forse gelose? Sarà perchè i mariti non danno loro mai motivo di sospettare! Lewald trovò qui un altro scandalo, e fu che molta gente, mentre il sacerdote somministrava il santo Viatico ad un infermo, pregava per questo in ginocchio su la via con voce da potersi intendere l’un l’altro. L’iperboreo filosofo crede che un moribondo, se ode i suoi fratelli pregare per lui il Giudice eterno, debba esserne sconfortato ed afflitto!
Il Cantone è il quadrivio a capo dei menzionati portici. Quivi mirando in su verso Porta d’Aquileja per contrada di San Marco, nominata così per un convento di Agostiniani ed una chiesa ch’ivi fu intitolata a questo Santo, gli verrà veduta una piccola casa, la cui facciata è dipinta a fresco. Il lavoro è del Ricci, detto il Brusasorci, e la casa appartiene al Conte Cloz, che promise a noi di far nettare dalla polvere quelle bellissime dipinture. Vedesi nello spazio maggiore una battaglia, e al basso la bella Spagnuola che Scipione ridona al di lei amatore. Sfregio a questi dipinti, se vero è che la decenza dee preferirsi ad ogni cosa, è la nudità della donzella.
Contrada di San Pietro e Contrada Lunga sono le due altre vie che fanno capo al Cantone. La prima, che porta a mezzodì, è assai frequentata per le molte botteghe che vi sono di mercadanti ed artisti. La chiesa parrocchiale di San Pietro ha nell’interno belle colonne e marmorei altari. La cappella di San Simonino, posta presso al presbitero, acquistò celebrità per le circostanze che accompagnarono l’istoria del Santo, di cui ivi conservasi il corpo. Nell’anno 1475 si trovò in Trento il cadavere di un fanciullo di circa anni due e mezzo di età, ferito e mutilato. Era il corpo di Simone, figlio di un onesto cittadino. Sospettossi che gli uccisori potessero essere stati Ebrei, perchè di quei tempi erano i miseri dal fanatismo indotti a commettere simili delitti. Catturatine alcuni, furono rinvenuti nelle case loro gli strumenti adoperati a martirizzare il fanciullo. Ma persistendo essi a negare il delitto, secondo il barbaro e ingiusto costume invalso allora in Europa, e non per anco abolito interamente, furono messi alla tortura, e per tal mezzo ottenutane la confessione, si dannarono a morte. Gli altri Ebrei ebbero il bando dalla città, nè poterono più mai ristabilirvisi. Era allora Vescovo Principe Giovanni Hinderbach, tedesco, uomo rigidissimo, al quale i Giudei cagionarono molte brighe, e cui riuscì arduo il discolparsi in Roma, dove fu accusato d’ingiustizia e di crudeltà. Il tormentato fanciullo fu ed è onorato qual innocente e martire perchè dato a morte in odio di Gesù. Oltre questa si eressero in memoria del fatto e in onor suo altre cappelle, una in casa de’ Conti Bortolazzi, ed una in quella de’ Baroni Salvadori, dove fu preso e dove fu tormentato Simone. Chi messo in sospetto da una confessione estorta coi tormenti, e dal processo fatto contro il Principe, volesse dubitare della reità degli Ebrei, non avrebbe per ciò motivo alcuno di biasimare i Trentini, che onorano qual beato in Cielo un fanciullino innocente che dovette soffrire da mani scellerate una morte sissima. La Chiesa Cristiana onora pur come santi e martiri i bambini messi a morte per ordine del crudo Erode! Se i derisori Mercey e Lewald avessero voluto o saputo porre mente a tutto ciò, sarebbonsi forse astenuti dal motteggiare. Ma ei non seppero nemmeno che il mostrare spirito col deridere la gente in punto di culto religioso è fare offesa grave ai derisi, e un mezzo di attirarsi il disprezzo delle persone giudiziose e dabbene. Saria pur tempo che il volteriano buffoneggiare avesse una fine!
Prossima a San Pietro è la non inelegante cappella di Sant’Anna. Nell’attiguo fabbricato ha sede l’uffizio della Congregazione di Carità. A’ tempi andati era questo un ospitale fondato per ricovero degli Alemanni. Presso alla detta cappella vedesi un’arca di marmo greco in bella forma lavorata, con iscrizione, la quale dice contenervisi reliquie di S. Vigilio. Duolmi di dover avvertire che bisogna o tôrre di là quell’arca, o fare in modo che la sia rispettata.
Contrada Lunga presenta, a chi la percorre osservando, varj aspetti piacevoli. Al primo bivio è nell’angolo a sinistra l’albergo dell’Europa. La via che volgesi a mezzodì è contrada del Teatro, che più oltre nomasi di San Benedetto. L’antico nome della prima parte era della Morte, perchè ivi adunavasi in una cappella una Società di uomini che avevano per istituto di assistere in ogni modo i moribondi, non esclusi i dannati dalla giustizia.
Il Teatro, ch’è presso all’albergo d’Europa, fu edificato, son ora quattro lustri, da un uomo assai industrioso ed operosissimo. Il danaro che Felice Mazzurana sborsò per la costruzione di questa bella fabbrica, venne in sue mani da quelle dei compratori delle loggie, i quali son ora possessori di tutto l’edifizio, ed è per ciò che appellasi Teatro Sociale. Fu disegnato dal trentino ingegnere signor Giuseppe Ducati, cui, come subalterno, assisteva un Filippini, pur esso da Trento; e la fabbrica, per l’instancabile attività di Mazzurana (che non avea bisogno di avere ajutante il folletto che gli associò l’impudente Lewald), si condusse a termine entro quindici mesi da artisti nati nel Trentino. Ambrosi da Trento e Cipolla di Valsugana furono i dipintori. Poche città di provincia possono vantarsi di avere un teatro che vada al pari di questo. L’ingresso corrisponde male alla sua bellezza, ma non si tarderà molto a costruirvi una facciata conveniente. In primavera e in autunno vi si danno commedie, e nella estate vi è opera ogni anno.
Nella contrada di San Benedetto è da osservarsi la casa Cazzuffi, su la cui regolare facciata sono dipinture a fresco riputate degne di attenzione, ma oltraggiate dal tempo. Un poco più in là presentasi alla vista un palazzo, del quale il basamento, le porte, le finestre, le cornici formano un insieme di robustezza grandiosa e per essere costruito di marmo dall’imo al sommo, ed ornato di rilevati medaglioni d’attraente bellezza. Il che si crederà facilmente ove sappiasi che al Decano Tatarelli de Fatis, che ’l fece costruire, ne diede il disegno Bramante da Urbino.
Tornando a scendere giù per contrada Lunga non può non essere osservato il sontuoso palazzo Zambelli, che più comunemente è detto Galasso. Non ci fermiamo a darne la descrizione perchè dobbiamo farne altre, e vogliamo essere brevi. Diremo solo essere questa una fabbrica, la quale, per comparire in tutta la sua grandiosità, dovrebbe essere posta sopra una piazza. A non piacciono questi palazzoni italiani. Quando non vi dimorano che due o tre vecchie donne, dic’egli, ed ha ragione! quasi tutto l’edifizio resta disabitato! Ei non potè nè pur immaginare che ci possano essere in Italia signori a’ quali sia bisogno avere così grandi e spaziosi fabbricati per adagiarvi la famiglia, gli ospiti, gli amici e la numerosa gente di servizio. Ei non seppe che in Italia la estate per respirare aria fresca bisogna ricoverarsi o nelle grandi chiese, o sotto gli alti portici, o nelle ampie camere e sale de’ palazzoni. E non merita nessuna lode il gusto per la bella architettura? Così non pensava, benchè tedesco, quel ricco Fugger, il quale, innamorato di una avvenente donzella dell’illustre casa Madruzzo (altri dicono di una nobile Particella che amava un vescovo Madruzzo), perchè essa rifiutava di seguirla sposa in Germania, fece erigere dai fondamenti questo palazzo. Se spesi avesse i suoi denari in clamorose caccie di cervi e di cinghiali, o pranzi e cene da Epulone, sarebb’egli stato più savio? Il palazzo passò dai Fugger ai Galasso, da questi ai di Tono, ora Conti Thunn, e per vendita fattane dalli Thunn, passati di qua due secoli or sono in Boemia, al C. Giacopo Zambelli, ora defunto, che lo ristaurò ed abbellì, e riaperse al pubblico la elegante cappella de’ santi tiri della Naunia, Sisinio, Martirio, Alessandro, celebri nel Cristianesimo, ponendo sull’altare, in luogo dello smarrito bel dipinto che rappresentava la loro morte, un Gesù orante, del signor Udine roveretano.
Vicino a questo palazzo è il Seminario vescovile, bello, ampio e solido edifizio de’ Gesuiti. Per opera del vescovo Francesco Saverio Luschin fu ai dì nostri ampliato verso occidente, lasciando la parte orientale ad uso delle scuole elementari; ma gl’intelligenti piangono la distruzione della chiesa detta del Carmine, che abbelliva il luogo dove innalzossi la nuova fabbrica. Ai seminaristi, che, essendo la diocesi vasta e molto popolata, vi concorrono in gran numero, danno lezioni ed ammaestramento Professori che bene conoscono lo spirito della cristiana Religione. E tra le virtù che sono ad essi raccomandate hanno luogo non ultimo l’umiltà e l’obbedienza al legittimo Superiore, senza le quali nè qui nè altrove non può alcuno ottenere posto dove fare ed avere del bene. La quale verità pare che a Lewald non sia ancora entrata nel capo. O che voleva egli insegnare quando scrisse che in niun luogo come in Trento l’umiltà e la sommessione conducono sicuramente allo scopo? I furbi ipocriti sono conosciuti e detestati qui come in ogni altro paese dove la gente non è stupida. E stupidi perdio non siamo. E Lewald, che forse ne credea tali, potrà farcene presto testimonianza. L’interno del tempio (per tacere della sua facciata che non merita una parola) è assai regolare, e ricco di marmi nostrani che adornano le pareti, le loggie e gli altari. , battezzante Indiani, quadro ch’è sul maggior altare, vuolsi che sia bene rappresentato, ed è creduto lavoro del nostro Pozzi, che dipinse la chiesa del Gesù in Roma.
Quella che si offre allo sguardo nell’uscir dalla chiesa del Seminario è contrada Larga, e la gran mole che sorge nel fondo la Cattedrale. Il nome della strada indica qual ella sia. Vi si reggono poche botteghe, perchè pochi dei suoi abitatori si applicano al commercio. Quivi è la casa del civico magistrato, che ha bisogno di essere ristaurata. In questa si conservano romane lapidi scritte, che interpretate con dottrina e retto giudizio dal nostro signor Conte Benedetto Giovanelli, con altre non poche da altri nostri dotti illustrate, valsero a mettere in chiaro assai punti rilevantissimi dell’antica nostra istoria. Vedesi ivi anche una Maria egiziaca di buon pennello, e l’originale quadro del Concilio tenutosi in questa città. La vecchia abitazione degli spenti Geremia, ora de’ signori Tevini, è notabile per la sua esterna struttura, e merita che se ne faccia menzione, perchè in essa fu, per opera de’ Nauni Bernardo Clesio, Sigismondo di Tono e Antonio Quetta, l’anno 1535, conchiusa pace tra i Veneti e gl’Imperiali. Dirimpetto a questa si mostrano le case che furono de’ Bellenzani, famiglia famigerata molto tra noi, e che ora sono possedute dai conti di Thunn, nelle quali, specialmente in quella che rinnovasi dietro il disegno del lodato Vantini, veggonsi belle dipinture di un altro bresciano, Tomaso Castellini.
Presso alla piazza è la chiesetta dell’Annunziata, nella quale sono colonne di marmo trentino, le quali, essendo grandi e di un solo pezzo, non deesi trascurar di vedere. Su d’una tela rozzamente dipinta conservasi quivi memoria della peste che desolava questa città nel secolo decimosettimo. Più micidiale però fu quella che infierì nel decimoquarto; la quale è descritta da , canonico trentino, il cui manoscritto, che deploravasi perduto, venne per felice sorte scoperto da S. E. il presidente Mazzetti da Trento, diligente raccoglitore di tutto ciò che spetta alla istoria trentina.
Scendendo ancora per contrada Lunga si e presenta, a chi mira verso mezzodì, un’altra via, chiamata delle Orfane, perchè ivi è l’ Orfanotrofio, femminile e maschile, colla semplicissima iscrizione: Orphano tu eris adjutor. Noi vedremo che questo divino precetto non fu qui scolpito inutilmente. Benedizione celeste, eterna benedizione a chi udiva e a chi udirà ubbidendo queste voci di Dio! Fondatore del maschile era un Piissimo della nobile estinta casa de’ Baroni Crosina, ragione per cui gli allievi sono detti Crosinotti. Essi portano sul vestito, in quella parte ch’è presso al cuore, una croce in segno di riconoscenza verso il cristiano benefattore.
Si trova più basso, volta come le altre a mezzodì, la contrada della Prepositura, nella quale entra chi viene pel ponte di San Lorenzo. Questo è difeso da una torre costrutta in alto di cotto. È opera del celebre Federico Vanga, Vescovo e Principe, del quale porta il nome, chiamandosi Torre Vanga, e faceva parte della munizione di Porta sciana, di cui l’osservatore scopre gli avanzi agevolmente. Sul principio del secolo decimoquinto fuvvi rinchiuso, da Rodolfo de’ Bellenzani, capo de’ malcontenti Trentini, il bizzarro ed infelice Giorgio di Liechtenstein, Vescovo Principe, le cui strane vicende formano un curiosissimo e molto istruttivo periodo della nostra istoria. Di questo e del menzionato Federico Venga si leggeranno con piacere le avventure e le azioni nel compendio istorico che stiamo dettando. Il ponte fu fatto di nuovo l’anno 1835, distruggendo affatto il vecchio provvisorio, che in qualche itinerario fu detto grandioso, e che non meritava per nulla questo aggiunto. Quello che veramente era tale fu bruciato nella guerra dell’anno 1796. Bello e grandioso è lo spettacolo che si presenta a chi da questo ponte volge intorno gli sguardi. E noi vedemmo colte viaggiatrici fermarsi quivi per disegnare quelle bellissime vedute.
In capo alla contrada fu la casa de’ Prepositi capitolari, convertita da poco in collegio. In tempi da noi lontani vi stavano monache di Santa Margherita, e diceransi Monache del Sobborgo, perchè allora questi luoghi erano fuor delle mura. A sinistra della via che guida in su verso oriente è un’antica fabbrica, la quale fu detta la Casa di Dio, ed era un ospitale fondato dai Bellenzani. Chiamossi anche Casa de’ Battuti, perchè una società di Flagellanti adunavasi nella cappella dell’ospitale per fare le loro lodevoli devozioni e matte flagellazioni.
Ora abbiam dinanzi a noi la chiesa di Santa Maria Maggiore, che prima di essere rinnovata dicevasi di Santa Maria Coronata, e vi facevano lo uffizio i Fratelli Alemanni, che il volgo sincopò in Frallemani, e Frallemano appellò anche il luogo ov’essi abitavano, che fu il locale ora convertito in caserma. Di questa chiesa, valendoci dello scritto del signor Vantini, possiamo dire, con tutta verità, esser essa il più pregevole monumento di sacra architettura del secolo decimosesto che per noi si possa offerire alla curiosità del forestiere, sia per la venustà dello stile, sia per istorica reminiscenza, perchè appena compiuta fu convegno alle gravi disputazioni di quegli uomini sapientissimi che composero il Concilio Ecumenico il quale ebbe nome dalla nostra città.
La sua costruttura è pur essa dovuta alle solerti cure del Principe Vescovo Clesio, il quale sì grandi cose operò in onore della Religione, dello Stato, delle arti e di qualsiasi nazionale incivilimento da fare disperata ne’ successori l’idea di poterlo non che vincere forse, emulare più mai. E noi crediamo di non essere lungi dal verosimile, supponendo che un’interna inspirazione il movesse a preparare al generale Concilio un luogo degno con sì bella fabbrica e sontuosa. Vantini si sforza di provare, a modo di congettura, che lascia al giudizio degl’intelligenti, dalle parole: Bernardo Clesio Auctore, che leggonsi scolpite in bella lapide sull’esterna parete del coro, doversi conchiudere che l’idea della fabbrica, ossia la invenzione, attribuire si debba a lui medesimo, al Clesio. Ma il C. Giovanelli vuole che quell’ Auctore vaglia lo stesso che il Dedit scritto in una lapide di Augusto in Piè di Castello di là dell’Adige, e che tanto il Dedit quanto lo Auctore significhi: Diede il pensiero, il comando ed i mezzi.
Lo stile di questo tempio ricorda quell’architettura originale e tutta italiana che apparve nel secolo decimoquinto, e che poco stante, per una malintesa imitazione dell’antico, si modellò su gli avanzi dell’architettura romana, e quindi con rapida transizione si abbandonò alle matte stravaganze di quello stile che fu detto barocco. Qui tutto accenna e sveltezza di forme e semplicità di ornamenti. Alcuni pilastri di maniera jonica dividono esternamente in regolari comparti la facciata, i fianchi ed il coro. Le finestre si presentano arcuate, di ragionevoli proporzioni, e circondate da stipiti senza modanature. Le pareti sono tutte quante incrostate di un marmo rossiccio, ed i pilastri, gli stipiti e le cornici d’ogni maniera sono costrutti di marmo bianco, tolti amendue dalle nostre cave suburbane, ed è bellissimo l’accordo che risulta dall’armonia degli anzidetti colori.
La porta che vedesi all’ingresso principale non appartiene a questa maniera di costruire, e sembra che si facesse eseguire in appresso dal Cardinale Madruzzo, come il manifesta il suo stemma gentilizio che vi sta sopra. Dicasi medesimamente della porta minore a mezzodì, la quale appartiene certamente ad altro tempio, forse a quel medesimo che vi era prima, e sente della maniera de’ Lombardi.
L’interno della chiesa presenta una sola navata, e tre altari per ciascun lato di essa, i quali si addentrano nello sfondato di altrettanti archi semicircolari di bella proporzione, con archivolti ed imposte elegantissime. Nel presbitero allato del maggior altare, sostenuta da grandi mensole, si sporge la tribuna o cantoria dell’organo, tutta di candido marmo lunense, pregevolissimo lavoro di Vincenzo Vicentin, il cui nome si legge scolpito su la modanatura di una cornice. E questi è pur esso scultore italiano degno di bella fama, sfuggito per mala ventura alle dotte investigazioni del valentissimo Autore della storia della scultura dopo il suo risorgimento. Noi non dubitiamo di affermare, questa tribuna essere un capolavoro dell’arte, e massimamente in fatto di scultura ornamentale. Veggonsi in essa distribuiti in regolari comparti parecchi bassirilievi i e statuette, che ricordano il fare di Tullio Lombardo; ma soprattutto ammirasi tanta squisitezza di gusto negl’intagli delle cornici, e ne’ fregi d’ogni maniera, di che va copiosissima, che ben poche opere del cinquecento possono per bontà di stile a questa agguagliarsi, e non è forse alcuna che le stia sopra. Più guardi a questi ornamenti, e più ti compiaci nella leggiadria delle invenzioni, nella spiritosa movenza de’ fogliami, nella morbidezza de’ contorni, nella gentilezza degl’intagli, nella grazia bellissima delle curve, e più ti persuadi questo essere il sommo delle arti decoratrici, e nulla (in ciò almeno) rimanere ai moderni da invidiare ai secoli di Pericle e di Augusto. Per che noi conchiudiamo col fare voti che lavoro così stupendo sia fatto conoscere al Pubblico con diligenti incisioni, nella persuasione che ne debba venire giovamento alle arti, gloria all’artefice, e decoro a questa città.
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